31.5.12

I fottuti di Leopardi e Rossini (di Gian Luigi Becccaria)

Dalle “Parole in corso” del professore Beccaria una riflessione su neologismi e vezzi linguistici, piena di sapienti curiosità (S.L.L.)

Che nessuno sappia più che cos’è la cantabrina, quel tubo di gomma che previo risucchio eseguito con la bocca, ponendo in comunicazione due vasi contigui, è usato per travasare un liquido da un recipiente all’altro con percorso contrario a quello gravitazionale..., che nessuno dunque sappia che diavolo di parola sia mai, non stupisce proprio, neppure in tempi di luna crescente, adatti a travasare il vino dalla damigiana alle bottiglie. Ora sono piuttosto di nostra competenza le parole nuove che giornali, Tv, tecnica e informatica, ci propongono ogni giorno. Si vedano ad esempio nell’ultima edizione della Garzantina: aviaria, nanostrutture, cellule staminali, blog, blob, wikipedia, cuneo fiscale, i pacs, le quote rosa.
La politica soprattutto è stata in questi anni prodiga di parole nuove: sdoganare direi, nel senso figurato e specializzato di togliere un politico da una collocazione marginale e reintrodurlo a pieno titolo nel circuito attivo della politica che conta; nuova (comunque ha almeno dieci anni, visto che comincia nel ‘96 a diffondersi nel linguaggio giornalistico-politico) una parola come doppiopesismo, da cui doppiopesista per indicare chi di fronte a due o più comportamenti analoghi dà giudizi diversi; sembra recentissimo, eppure ha anch’esso almeno dieci anni di vita, un neologismo come cerchiobottista, riferito a chi dà un colpo al cerchio e uno alla botte, alla persona cioè che si destreggia tra posizioni opposte e non si schiera né per una né per l’altra parte. Risalgono a quegli anni parole nuove in -ista come debolista, il sostenitore del pensiero debole, e in -ismo, come quel qualcunismo (1993) poi scomparso, ma sono restati buonismo, cattivismo (1995), e malpancismpo, indisposizione dei malpancisti. Oggi c’è il tesoretto, domani non c’è più; c’è lo scalone, che il giorno dopo diventa uno scalino…
Dirò che a volte sembra un nuovo vezzo quel che invece è ben antico: apro la Tv e sento dire ad ogni piè sospinto «ora andiamo a condire l’insalata», «ora gli atleti vanno a tagliare il traguardo», «andiamo a vedere il filmato»: «andare» sembra diventato (ma accade da tempo) una sorta di nuovo verbo ausiliare. Così era sembrato modismo americano, introdotto dall’informalità dei giovani e dai doppiatori, quel fottuto che inzeppava ogni dire. In realtà lo si può notare già in una lettera di Rossini, «un fiasco fottuto», e in Leopardi, quel «fottuto paese».

"La Stampa", 4 agosto) 

Vittoria. L'altra faccia della sovrana celebre per la "pruderie" (Richard Newbury)

Ritorno sul tema della regina Vittoria e della doppia morale che probabilmente praticava di cui mi sono già occupato a commento di una biografia degli anni Ottanta dell’Ottocento.
(http://salvatoreloleggio.blogspot.it/2010/09/la-regina-vittoria-era-vittoriana.html )
Questa doppiezza della longeva regina sembra confermata dalla più recente biografia di Richard Newbury e dalla mostra di Buckingham Palace del 2010 dedicata all’arte vittoriana, in cui non mancarono segni della passione della regina per i giochi sessuali. Riprendo qui la recensione della mostra che proprio Newbury fece per “La Stampa” di Torino. (S.L.L.)
Nella mia recente biografia La Regina Vittoria mi sono proposto di mostrare che questa appassionata regina non era affatto puritana, ma assolutamente capace di «deliziarsi». Un'ampia conferma di questo punto di vista arriva da Buckingham Palace con la mostra «Victoria and Albert Passionate Patrons: Art and Love». (Vittoria e Alberto mecenati appassionati: arte e amore), aperta fino a ottobre nella Queen's Gallery.
Vittoria e Alberto avevano avuto entrambi un'infanzia difficile. Vittoria aveva perso il padre a otto mesi e per tutta la vita avrebbe cercato figure paterne. In più sua madre e il suo amministratore - e amante - Sir John Conway cercavano di dominarla psicologicamente, sperando di accedere alla Reggenza. Fino al momento in cui divenne Regina, ad appena 18 anni, riuscendo a evitare la Reggenza per poche settimane, Vittoria non solo aveva sempre dormito nella camera di sua madre, ma non era mai uscita non accompagnata. Le sue prime parole, diventata regina, furono: «Finalmente sola!». Alberto, secondogenito del Duca Ernesto di Sassonia-Coburgo, era di tre mesi più giovane di Vittoria. Aveva una madre briosa che, non reggendo più le ripetute infedeltà del marito, aveva cercato consolazione nel ciambellano di Corte, il barone von Mayern. Quando Alberto aveva cinque anni i genitori divorziarono e lui non rivide mai più sua madre. Ebbe allora tentazioni suicide, come raccontò una volta a sua figlia Vittoria. La madre sposò l'amante e alcuni arrivano a pensare che Alberto, così sognatore e poetico, così poco Coburgo nel suo amore per le arti, fosse suo figlio.
L'analogia delle loro infanzie fece sì che Vittoria e Alberto cercassero la stabilità nella famiglia e nella fedeltà sessuale. Questo significò una famiglia numerosa - nove figli in 17 anni, una quantità di gravidanze che Vittoria patì molto - ma anche una vita sessuale entusiasmante. La ragazzina malinconica era stata capace di scegliere il più perfetto principe azzurro in quello che Bismarck chiamava «l'allevamento di stalloni d'Europa»: i Sassonia Coburgo.
Fu amore a prima vista. «Alberto è davvero molto affascinante e incantevole, con gli occhi azzurri e un naso squisito e una bocca così bella con i suoi baffetti delicati e poi leggere, leggerissime basette; una figura magnifica, spalle larghe e vita sottile; il mio cuore batte. Balla così bene e ha un aspetto davvero spettacolare». Notò pure le sue cosce muscolose dentro «stretti calzoni di cashemere (con niente sotto) e stivali alti». Quattro giorni più tardi fu lei a fargli la proposta di matrimonio perché era sicura che lui «non si sarebbe mai preso la libertà» di chiedere in moglie una Regina.
«Carissimo, adorato Alberto, io prego giorno e notte di poter essere sempre più degna di te, carissimo, carissimo Alberto», scriveva questa donna testarda, caparbia, ostinata, imperiosa, che ancora si struggeva per una figura paterna. La prima notte di nozze lo stallone si comportò magnificamente, come la fioritura di sottolineature, doppie sottolineature e lettere maiuscole nel diario di lei cerca di esprimere. È tutta una «beatitudine oltre ogni immaginazione», tutto è «gratificante e sbalorditivo al massimo». Tuttavia, quando Alberto espresse il desiderio di prolungare di due giorni la loro luna di miele, lei replicò: «Dimentichi, mio carissimo amore, che io sono la sovrana e che il lavoro non si ferma ad aspettarmi».
Questo inevitabile scontro di ruoli istituzionali nella monarchia e nel matrimonio si sarebbe risolto attraverso il linguaggio dell'arte, della musica e del teatro, che unirono Venere e Marte, l'aspetto sensuale e quello intellettuale. La splendida mostra di Buckingham Palace, carica di intimità, documenta come l'Arte - pittura, antichi maestri, disegno, architettura - fosse l'unico linguaggio che Vittoria e Alberto parlavano su un piano di parità, il solo capace di far quadrare il cerchio del loro matrimonio. Vittoria e Alberto si offrivano reciprocamente in dono opere d'arte. Per i suoi 24 anni lui ricevette «il dipinto segreto» della regina Vittoria, da appendere nel suo spogliatoio come «quadro preferito del mio caro Alberto»: lei in déshabillé, appoggiata a un cuscino cremisi, i capelli sciolti, le spalle nude, in una posa molto intima e seducente. Per i 23 anni di Vittoria, lui fece fare dallo scultore prussiano Emil Wolf una statua in marmo di se stesso raffigurato come guerriero greco, con un gonnellino corto, gambe nude e una Vittoria nuda appoggiata sulla corazza. La statua fu considerata così originale che nel 1849 ne fu fatta una copia, con un gonnellino più lungo e i sandali ai piedi.

“La Stampa”, 30/03/2010

Nozze civili o nozze religiose? L'infedele e le vecchie zie (di Carlo Rimini)

Carlo Rimini, professore di Diritto privato alla Statale di Milano e matrimonialista ferrato ha occupato per diversi giorni nel corso di questo 2012 l'ultima pagina de "La Stampa" con le sue risposte a domande sul diritto di famiglia. Il 23 febbraio le domande vertevano su matrimonio civile e matrimonio religioso (concordatario e non). Ho trovato assai divertente la storia vera (o almeno del tutto verosimile) che conclude il pezzo.
Una signora aveva sposato in chiesa un uomo che non le era mai stato fedele prima del matrimonio e l'aveva tradita anche dopo le nozze. Lei, dopo qualche anno, ha chiesto la separazione stanca del comportamento del marito. Lui allora ha chiesto l'annullamento del matrimonio al tribunale ecclesiastico portando come argomento la propria infedeltà come stile di vita e quindi la non condivisione da parte sua di un elemento fondamentale del sacramento matrimoniale.
Il tribunale ecclesiastico ha annullato il matrimonio e il giudice statale ha attribuito efficacia civile alla sentenza perche' lei... non poteva non sapere. Poiché matrimonio nullo non produce effetti, alla moglie é stato negato il diritto a ricevere un assegno di mantenimento. Forse in quel caso era meglio deludere la mamma e le vecchie zie e celebrare il matrimonio in municipio. 

Donzella, zingarella e cazzo di re (da Rocco Moliterni)

Nella rubrica Fratelli di teglia curata su “La stampa” da Rocco Moliterni, il 23 febbraio 2012, si ragiona dei pesci, del loro sesso e dei loro nomi regionali, di uno in particolare, che come nome principale ha forse donzella. (S.L.L.)
Si nasce incendiari e si muore pompieri, diceva un vecchio detto, ma può anche capitare di nascere femmine e morire maschi (anche senza andare a Casablanca). E' quanto succede alla donzella, che non è una ragazza, ma un pesce dai colori variegati, che popola non solo le barriere coralline ma anche le nostre coste. Appartiene alla specie dei labridi e si riconosce per il caratteristico muso aguzzo. E' un pesce che affascina soprattutto per i suoi colori sia i sub alle prime armi sia quelli che fanno snorkeling. Affascina meno i cuochi e le massaie perché la sua carne non è particolarmente pregiata e al massimo si può usare come uno dei tanti ingredienti di zuppe come il caciucco alla livornese. Ma siccome si pesca non solo a Livorno (dove lo chiamano, come in tutta la Toscana, «c... di re») ma in tutta Italia anche il suo nome cambia come il suo genere e il suo colore. Ora è nicchio e ora è zingarella, per qualcuno pesce re e per altri pesce girasole. In Calabria preferiscono definirlo girella, nel Lazio miccio, in Liguria ziguela, in Sicilia viola. A Napoli ritorna l'idea dell'organo sessuale maschile e finisce per essere «cazzillo e' re». Però proprio perché quando è piccolo (e ancora femmina) popola anche il golfo di Napoli possiamo affermare, per la gioia degli scolari ossessionati dai dettati e dall'ortografia, che la donzelletta vien dalla Campania.

Hollywood. Il ritorno di Marilyn (di Fulvia Caprara)

Su “La Stampa” del 7/4/2012, in un articolo dal titolo Marilyn Monroe, l'altra donna che nessuno amava Fulvia Caprara preannuncia la “prima” a Hollywood, come in una specie di «mea culpa» collettivo, del film che la documentarista Liz Garbus sta realizzando a partire da Fragments, il libro (Feltrinelli) in cui sono raccolte le memorie autobiografiche di Marilyn Monroe. Ne riprendo un ampio stralcio. (S.L.L.)
Per una volta tanti nomi importanti al servizio della vittima di un mondo che si rifiutò di riconoscere la sua fragilità: «Non le fu mai concessa - ha dichiarato Arthur Miller - la dignità che chiedeva...». Nello star-system all’apice della gloria «gli attori vengono trattati come strani animali che sanno fare certi trucchi, per questo introiettavano il disprezzo, una cultura del genere non è facile da sopportare, io sono convinto che abbia contribuito a distruggerla».
Dal docufilm di Garbus verrà fuori una Marilyn intima e inattesa, e sarà lei stessa a raccontarsi perché gli attori del cast daranno voce alle sue confidenze, ai diari, alle poesie, agli appunti custoditi nei taccuini, ma anche su fogli sparsi e perfino sul retro di vecchie fatture.
Alla sua morte i materiali vennero consegnati al maestro Lee Strasberg che, distrutto dal dolore, senza nemmeno leggerli, li relegò in soffitta. Lì sono rimasti per anni, fino al ritrovamento da parte della vedova Strasberg: «Gli attori - spiega Garbus - dovranno trasmettere al pubblico i timori e le ansie di Marilyn, raccontare le storie con gli uomini della sua vita, cause sia di felicità che di infelicità, descrivere l’insieme dell’ambiente in cui viveva».
La colonna sonora, curata da Bonnie Greenberg e da Randy Edelman, avrà molta importanza e il produttore Stanley Buchtal ha già fatto sapere di aver preso contatti con diverse popstar che potrebbero essere ingaggiate per l’occasione: «In un primo tempo - ha annunciato Buchthal - avevamo pensato a un grosso nome che potesse leggere i testi di Marilyn in prima persona, ma poi abbiamo preferito celebrarla in un modo diverso».
La miniera cui attingere è ricchissima, in Fragments, di cui Buchthal è curatore insieme a Bernard Comment, sono raccolti materiali provenienti dall’eredità di Miller e di Capote, ma soprattutto quelle pagine e pagine di pensieri inediti e personalissimi. E poi le scoperte inattese, come la biblioteca cui la diva teneva moltissimo, comprendente oltre 400 classici tra cui Milton, Whitman, Dostojevski insieme a Hemingway, Beckett e Kerouac.
La «dumb blonde» non finì mai di stupire: «Le poesie e le lettere - dice Buchthal - rivelano una Marilyn diversissima da quella che siamo abituati a conoscere. Era colta, per nulla frivola e leggera, e questa rivelazione è stata per me molto eccitante. C’è ancora un sacco di gente che non ha mai preso sul serio una persona così seria. Il film mostrerà quanto Marilyn fosse profonda, ispirata e interessante». Se ne accorsero, solo in parte, quelli che l’avevano conosciuta: «Marilyn non aveva fiducia in se stessa - confessa il regista George Cukor al collega Peter Bogdanovich che le dedica un capitolo nel suo libro (Fandango) Chi c’è in quel film? -. Le era molto difficile concentrarsi e non riusciva a credere di essere brava. Si angustiava per ogni genere di minuzie e faceva benissimo le cose più difficili».
Howard Hawks rammenta che, quando l’aveva conosciuta, prima di Gli uomini preferiscono le bionde, «Marilyn non era tanto sexy, almeno nella vita reale. Non riusciva a trovare nessuno che la portasse fuori. La scarrozzava in giro un buffo agente alto un metro e mezzo». Truman Capote la definì «una bellissima bambina», ma Simone Signoret, che l’aveva conosciuta in America, insieme a Yves Montand, e che non le aveva mai serbato rancore, anche dopo la breve avventura fra lei e il suo compagno, rievoca, nel libro autobiografico, la Monroe solitaria del tempo libero, consumato chiusa in casa, senza trucco, spettinata, con addosso una vestaglietta da pochi soldi.
Allora veniva fuori la vera Marilyn, quella delle confessioni amare e degli incubi che fanno venire i brividi: «Mi aprono... e non trovano assolutamente niente... è uscita soltanto segatura così sottile - come da una bambola di pezza - che si sparge sul pavimento e sul tavolo». Fragments mostrerà, ancora una volta, che dentro quella bambola c’era ben altro. A iniziare da un presagio oscuro, coltivato proprio al culmine del successo hollywoodiano: «Oh Dio, come vorrei essere morta/ assolutamente inesistente/scomparsa da qui/ da ogni posto».

Il mercato e la forza. Bill Clinton ai cadetti di West Point (1999)

Il mercato è competizione, la competizione premia i più forti, noi siamo i più forti.

La polenta accomodata e gli ottimi piemontesi.

Simonetta (Conti) cura sulle pagine torinesi de “La Stampa” la rubrica di economia domestica Saper spendere. Il 9 febbraio 2012 ha selezionato alcune facili ricette dal volume Le Alpi a tavola. Ne scelgo a mia volta 2 tra le sue cinque, entrambe provate con successo. La prima (la “polenta accomodata”) l’ho fatta con un prodotto già pronto per l’uso; ha funzionato ugualmente giacché il segreto della riuscita sono i formaggi, che devono essere d’origine sicura e di ottima qualità. A Perugia c’è un posto dove ho trovato ottimi piemontesi, un supermercato che ha al centro un grande banco di gastronomia, salumi e specialità casearie, curato da una fratellanza di formaggiai ricchi di mestiere ed esperienza. Lo s’incontra venendo su dalla stazione di Fontivegge verso il centro. E più non dico. (S.L.L.)


Polenta comodà (Piemonte).
Bollire 2 lt di acqua con sale e un cucchiaio di olio d'oliva, versare a pioggia 500 gr di farina di mais, rimestare adagio per circa un'ora. Versare la polenta sull'asse e tagliare a fette. Imburrare una teglia di terracotta piuttosto alta, fare un primo strato di fette di polenta; cospargere con formaggio d'alpeggio stagionato grattugiato (in tutto 100 gr), pezzetti di Toma (100 g) e di Gorgonzola (150 g). Ricoprire con fette di polenta e alternare fino a esaurimento. Ultimo strato: polenta con fettine di Gorgonzola e burro. Coprire con 1 litro di latte, salare e in forno a 160° per un'ora.

La Vigezzina (Piemonte)
Tagliare a pezzetti 200 g di pane raffermo, bagnare con mezzo litro di latte. Sbriciolare il pane, unire 3 uova sbattute, 150 g di zucchero, 80 g di burro morbido a pezzetti, uvette con Rum. Cuocere in forno per 50 minuti.


30.5.12

I cinquant'anni dell'Eni (di Nico Perrone - 2003)

Sul "manifesto", nell'anno 2003, Nico Perrone racconta i 50 anni dell'ENI, Ente Nazionale Idrocarburi, fondato da Enrico Mattei come espansione dell’AGIP (Azienda Generale Italiana Petrolio). Non so quali sommovimenti societari successivi alle privatizzazioni abbiano oggi determinato la separazione e diversificazione delle due società, al punto che nei distributori di carburante è rimasta l’immagine del cane a sei zampe, ma c’è la scritta ENI, invece che AGIP. Nella mia memoria familiare (mio padre era gestore di un rifornimento Agip e distributore di bombole Agipgas, oltre che fan dell’ingegner Mattei), tuttavia, i due acronimi restano legati ed entrambi connessi al gas domestico, che invece aveva come simbolo un gatto a tre zampe. E mi son commosso quando qualcuno, poco tempo fa, mi ricordò lo slogan pubblicitario Supercortemaggiore la potente benzina italiana. Forse invecchio rapidamente.
C’è un passaggio invece, nel racconto di Perrone, che merita una sottolineatura particolare: l’acquisizione della Pignone da parte di Mattei. Nelle favole che i neoliberisti amano raccontarsi e raccontare si tratterebbe di assistenzialismo deteriore. Nel racconto, infatti il sindaco, democristiano di Firenze, il messinese Giorgio La Pira, una sorta di mistico che nel suo fervore religioso, camminava scalzo, telefona a Mattei e gli parla di “quei poveri operai rimasti senza lavoro”: “Ho sognato lo Spirito Santo e m’ha detto di rivolgermi a te”. Mattei, insomma, avrebbe acquisito all’Eni quell’industria non per una scelta economica, ma per una solidarietà politico-religiosa. Non so se la storia andò davvero così; è però certo che anche a favore del capitalismo di stato deve operare qualche mano invisibile, specialmente quando è guidato da imprenditori “visionari” e da dirigenti validi. (S.L.L.)

Cinquant'anni fa nasceva l'Ente nazionale idrocarburi. Un anniversario passato sotto silenzio. Eppure l'Eni ha contribuito in maniera decisiva a trasformare l'Italia da paese sconfitto a potenza economica internazionale. Dal metano in val Padana alle trivelle in Basilicata. Nel bene e nel male un patrimonio enorme di impianti e competenze, realizzato in mezzo secolo grazie all'intuizione originaria di Mattei. Oggi ceduto in maniera rilevante proprio a quei capitalisti americani che, all'inizio, l'avevano combattuto ferocemente
La figura di Enrico Mattei, e soprattutto le circostanze misteriose della sua morte hanno molto a lungo monopolizzato l'attenzione, quasi mettendo da parte la sua creazione industriale, l'Ente Nazionale Idrocarburi. Figura gigantesca quella di Mattei, nell'Italia del dopoguerra, capace di primeggiare in un tempo nel quale di personaggi di grande statura ce n'erano: Alcide De Gasperi, Palmiro Togliatti, Pietro Nenni, Amintore Fanfani, Giorgio La Malfa nel campo politico, Raffaele Mattioli per la finanza e la banca, Adriano Olivetti e Vittorio Valletta nell'industria produttiva, per limitarsi ai nomi che vengono subito in mente. Mattei rappresentò qualcosa di assolutamente particolare, per l'ampiezza e la durata del suo disegno, per il contributo determinante che esso dette alla ricostruzione post-bellica italiana, per le valenze politiche delle sue realizzazioni, per i segni che lasciò nell'economia e nella politica internazionale del nostro paese. Tuttavia il discorso sull'Eni - di cui quest'anno ricorre, nel generale silenzio, il cinquantenario della fondazione - non deve limitarsi alle vicende umane e politiche di Mattei. L'Eni, costituito nel 1953 con legge ordinaria, ha avuto un ruolo centrale nella trasformazione dell'Italia da paese sconfitto, privo di ascolto nei contesti internazionali, a potenza economica partecipante al gruppo dei grandi della terra, il G-7. Un risultato le cui premesse sono nell'azione di Mattei, che si è tuttavia sviluppato e consolidato ben oltre la vicenda umana del fondatore e primo presidente dell'Eni.
Nel dopoguerra, le condizioni dell'Italia erano disastrose dal punto di vista economico, sociale e politico: mancavano soprattutto le prospettive di recupero in termini di tempo ragionevoli. La conversione di quella parte dell'industria che era sopravvissuta agli eventi bellici in attività produttive di pace, richiedeva ingenti capitali che era difficile convogliare verso investimenti il cui rendimento appariva incerto. La ricostruzione delle industrie colpite dalla guerra era compito ancora più complesso dal punto di vista finanziario e organizzativo. La disoccupazione costringeva all'indigenza una parte rilevante della popolazione, senza ragionevoli prospettive di recupero. Il credito internazionale del paese, sul piano diplomatico ed economico era insignificante. La lira subiva un processo di svalutazione continuo e rovinoso.
Su tutto questo gravava la storica condizione di dipendenza italiana per le materie prime. Il permanere di una dipendenza dalle potenze vincitrici per il fabbisogno energetico, avrebbe dato un segno diverso a tutto lo sviluppo italiano successivo. Questa fu l'intuizione di Mattei, e le attività dell'Eni riuscirono a promuovere gli interessi del paese partendo da questa basilare premessa.
Mattei, resosi conto dell'impossibilità di reperire petrolio, in quantità significative, nel sottosuolo italiano, attrezzò l'Eni per l'estrazione e la distribuzione del metano, largamente presente nella val Padana, la stessa area da cui si era sperato di estrarre invece il petrolio. L'energia a buon mercato per la ricostruzione dell'Italia e per la sua ascesa a potenza economica di grande rilievo internazionale, venne dall'iniziativa dell'Eni di portare in superficie il metano e di utilizzarlo come nuova fonte di energia per i processi industriali. Il minor costo di questa fonte energetica, rispetto a quelle in uso, supplì in buona misura alle ristrettezze dei capitali. Il metano venne trasportato fino alle imprese nelle quali sarebbe stato utilizzato, attraverso una fitta rete di metanodotti che si estese nelle zone industrialmente significative di quasi tutta l'Italia settentrionale e in parte di quella centrale. Questa rete fu progettata e realizzata, in tempi rapidissimi, da due società controllate dall'Eni, la Snam e la Saipem.
Attraverso la distribuzione a domicilio di bombole (Agipgas), il metano venne utilizzato anche per i consumi domestici, e reso più conveniente rispetto all'analogo prodotto distribuito da aziende private. Questo determinò una trasformazione profonda nell'economia domestica e nelle abitudini degli italiani, e contribuì alla liberazione delle donne, le quali, nelle vaste aree non servite dalle reti del gas di città, erano costrette in precedenza a servirsi della carbonella e di altri combustibili, che avevano modalità di impiego lunghe e faticose.
L'Eni, inappagato dalle ricerche petrolifere in Italia, dovette sviluppare una politica di ricerca e sfruttamento degli idrocarburi all'estero, specialmente nel Medio Oriente (Iran) e in Africa Settentrionale (Egitto), con contratti che associarono all'impresa, su basi paritarie, i paesi produttori. Si trattò di una rottura delle condizioni del mercato di acquisto, che fino a quel momento avevano visto le grandi società petrolifere imporre prezzi, modalità di estrazione e di distribuzione fino ai mercati di consumo.
La nuova politica dell'Eni nei paesi produttori comportò un diverso atteggiamento del nostro paese nelle relazioni con le grandi potenze, e con gli Stati uniti in modo particolare. L'Italia, dietro la spinta delle esigenze dell'Eni, sviluppò una sua forte e autonoma presenza nei paesi di nuova indipendenza e in quelli formalmente indipendenti nei quali vigevano le vecchie condizioni di sfruttamento petrolifero da parte delle grandi compagnie. Insomma, pur non potendosi dire - come pure si è tentato - che l'Eni avesse una sua politica estera parallela e in conflitto rispetto a quella dello stato, esso influì in modo sensibile sulla politica estera del nostro paese. D'altronde, negli Stati uniti e nel Regno unito, da lungo tempo si registravano analoghe influenze dei colossi petroliferi sulla politica estera.
Le prime iniziative all'estero dell'Eni, avviate negli anni di Mattei, si sono successivamente sviluppate in molti paesi latino-americani, africani e asiatici, fino a far assurgere l'ente petrolifero dello stato italiano a un rilievo pari a quello di alcune delle sette maggiori compagnie mondiali. Le oil majors o "sette sorelle", si chiamavano, ed erano in gran parte controllate da azionisti americani.
Una grande iniziativa dell'Eni fu l'acquisizione di una fabbrica metalmeccanica fiorentina sull'orlo del dissesto, il Pignone (1953), e la sua trasformazione (Nuovo Pignone) in industria moderna e innovativa specializzata in tutte le attrezzature - dalle piattaforme di ricerca petrolifera fino alle minute apparecchiature per le pompe di distribuzione del carburante - necessarie nelle differenti fasi dell'intero ciclo petrolifero. Questa acquisizione servì a superare l'embargo che veniva dai produttori americani, tendente a impedire o almeno a rallentare lo sviluppo dell'Eni. Nella visione di Mattei c'era stata fin dall'inizio una visione strategica del problema delle fonti italiane di energia, in tutti gli aspetti, dalla ricerca all'estrazione, al trasporto, alla trasformazione, alla distribuzione sui mercati.
L'azione dell'Eni, che servì ad affermare e difendere interessi economici italiani rispetto agli interessi sostenuti da grandi potenze straniere (specialmente Stati uniti, Regno unito e Francia), si è sviluppata ben oltre la vicenda umana di Mattei, attraverso successive iniziative. Le condizioni dell'Eni verso i produttori tuttavia cambiarono nel tempo, rispetto all'iniziale impostazione paritaria, e l'Italia, pur acquisendo sempre maggior rilievo in termini di presenza sul mercato petrolifero e nell'economia internazionale, non andò esente da pratiche di tipo neo-coloniale e di grave compromissione dell'ambiente. Lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi della Basilicata, avviato con successo dall'Eni da qualche anno, pur essendosi realizzato all'interno del nostro stesso paese, non è esente da simili rilievi, perché sta causando gravi infortuni, produce rifiuti il cui smaltimento è fortemente nocivo, mentre compromette la ricca falda acquifera, la fauna e i boschi.
Ma nel frattempo l'Eni era profondamente cambiato. Non più ente pubblico controllato interamente dallo stato, sia pure con i suoi limiti in termini di clientele politiche e di sfruttamento del lavoro, ma società per azioni privatizzata per la maggioranza (69,7 per cento) del suo capitale sociale. Per evitare ogni ripensamento sulla decisione di cedere l'azienda petrolifera sul mercato, si volle cominciare l'operazione privando l'Eni del suo polmone scientifico-tecnologico, il Nuovo Pignone, che garantiva almeno i due terzi della tecnologia necessaria al funzionamento della grande holding dello stato italiano. Per decisione dei governi di Giuliano Amato e Carlo A. Ciampi, il Nuovo Pignone, con il suo patrimonio di know how e brevetti, venne svenduto a trattativa privata alla società americana General Electric, fino a quel momento largamente dipendente dalla tecnologia petrolifera italiana. Alla vigilia della sua privatizzazione (1994), l'Eni garantiva il 51 per cento dei consumi energetici nazionali, dava lavoro a 90 mila persone, era terzo al mondo fra le società petrolifere per rapporto fra utile e fatturato, quarto per utili consolidati, sesto per la produzione di gas. Tra i nuovi azionisti, entrati con la privatizzazione, hanno ormai un peso rilevante anche quei capitalisti americani che all'inizio avevano rabbiosamente contrastato l'esistenza e il consolidamento sui mercati dell'Eni.
Un'epoca quindi si è chiusa, per un'azienda strategica italiana. Ma il lascito dell'Eni - pur sempre un'impresa italiana, ma solo formalmente - resta assai rilevante nella storia del nostro paese della seconda metà del ventesimo secolo.

"il manifesto", 10 agosto 2003

Gabbiani. Una poesia di Vincenzo Cardarelli (1887 - 1959)

Non so dove i gabbiani abbiano il nido,
ove trovino pace.
Io son come loro,
in perpetuo volo.
La vita la sfioro
com'essi l'acqua ad acciuffare il cibo.
E come forse anch'essi amo la quiete,
la gran quiete marina,
ma il mio destino è vivere
balenando in burrasca.

29.5.12

Napisan e la sfilata. L'Uomo del Colle ha detto No.

Napolitano e Berlusconi alla sfilata del 2 giugno 2011
Oggi pomeriggio, da una cara amica di fb, Rosa Casano Del Puglia, avevo avuto notizia di una saggia proposta: cancellare la costosa parata militare del due giugno (tre milioni di euro, a quanto pare) e utilizzare i risparmi (quel che resta, ché una parte l’avranno già spesa) a pro delle popolazioni della Val Padana colpite dal terremoto. Tra i tanti sperperi l’inutile esibizione di forza e virtù militaresche, mi sembrava tra i più facili da tagliare e pensavo che neanche tra le gerarchie delle Forze armate, la proposta avrebbe incontrato resistenza. Avevo tuttavia commentato di aspettarmi problemi da parte di “Napisan, che nella parata può mostrarsi sorridente in tribuna e rispondere al saluto militare della forza armata, mentre tra i terremotati non potrebbe mostrarsi senza essere inseguito da fischi, pernacchie e lanci di ortaggi e frutta marcia”.
Purtroppo non mi sbagliavo. Nel pomeriggio sembrava che in Parlamento, da parte del tecnicume governativo, dopo le tante petizioni circolate in rete, vi fosse qualche apertura. All’imbrunire, invece, l’Uomo Del Colle ha detto No alla ragionevolezza: la sfilata si farà in ogni caso.
Da quando ha formato (e nei fatti guida) il governo della grande finanza e usa cinicamente a questo scopo, dopo una sorta di soffice golpe, il discredito di un Parlamento ricco in ogni sua parte di arraffoni vendibili e comprabili, Napisan ha tolto agl'italiani l'ultimo appiglio istituzionale, una presidenza della repubblica capace di esprimere valori, bisogni e sentimenti popolari.
Vergogna!

18 aprile 1948. Leonardo Sciascia racconta.

Il 18 aprile del 1948. Stavo allora a Racalmuto e lavoravo in un ufficio denominato Ucsea: sigla che non so più decifrare, ma lavoro che ricordo come una specie di incubo tanto era greve e odioso. L'ammasso obbligatorio del grano, dell'orzo, dell'olio: coi contadini che non volevano saperne, i carabinieri che andavano a perquisire le loro case, i giudici che duramente li condannavano quando dalle perquisizioni veniva fuori che non avevano denunciato tutto il prodotto. Era comunque, quell'ufficio, un buon osservatorio per una previsione dei risultati elettorali. Voglio dire: il trionfo della Democrazia Cristiana non fu una sorpresa. Venivano molte donne in ufficio: e tutte con noi impiegati (il capo ufficio era democristiano) si informavano se il voto davvero era segreto. Erano mogli di comunisti, di socialisti. Ma nemmeno i loro mariti erano tanto saldi nell'intenzione di votare «blocco del popolo». Gli oratori comunisti che erano venuti - e specialmente uno che per tanti anni era stato nell'Unione Sovietica - avevano illustrato le delizie dei kolchoz; e figuriamoci l'effetto che faceva, il sentire che si trattava di una specie di ammasso perpetuo dei prodotti agricoli, a della gente che rischiava la galera, e qualche volta ci andava, per sottrarre anche un solo quintale di frumento all'ammasso. C'erano poi le processioni, i miracoli, le lettere dai parenti dell’America. Alla vigilia delle elezioni ci fu addirittura una pioggia di telegrammi. Non poteva andare che come andò. E sarebbe da dire: che come va.

Da Nero su nero, Einaudi, 1979

Macario e gli intellettuali (di Leonardo Sciascia)

C'è un vecchio film comico in cui Macario, maestro elementare, entrando a scuola trova sulla lavagna questa scritta: «il maestro se l'intende con la figlia del direttore ». Macario legge, poi con un sorriso ispirato, vagheggiante, si avvicina alla lavagna e scrive: « magari! ».
Tutta la polemica che si agita contro gli intellettuali - contro il loro silenzio o contro le loro parole - dovrebbe, da parte degli intellettuali, avere questa sola risposta: « magari! ». Magari, cioè, gli intellettuali potessero nel nostro paese avere quel ruolo che le polemiche gli attribuiscono, contare davvero quanto sono accusati di contare. Ma non hanno contato mai nulla, non hanno avuto mai un ruolo. Machiavelli diceva: « non ti fanno nemmeno voltare una pietra». E affidandoci a questa immagine possiamo dire che appunto il voltare le pietre, e lo scoprire i vermi che ci sono sotto, è il massimo che gli intellettuali hanno potuto fare nel nostro paese: esercizio solitario, e a loro rischio e pericolo.
C’è però da dire che il continuare ad affermare che gli intellettuali hanno un ruolo, che gli intellettuali contano, che tutto quel che accade accade per colpa loro, finisca proprio col far sì che gli intellettuali abbiano un ruolo, che contino qualcosa, che acquistino qualche merito. E un pericolo che stanno correndo coloro che attaccano. E una speranza per noi.

Da Nero su nero, Einaudi, 1979.

Fecondità del mutilato.

La cartolina pasquale, del 1939, spiega come "i mutilati di guerra di tutta Italia non abbiano certo bisogno di incitamenti demografici". Vengono proposti come esempio dato che "le imminenti festività rinverdiscono gli affetti familiari" ed è pertanto più facile produrre figli per la patria. I 12 "capifamiglia" mostrati in foto hanno in effetti una bella media, più di nove figli a cranio. C'è da chiedersi se gl'invalidi siano tanto prolifici nonostante la loro mutilazione o grazie ad essa.

In Umberto Silva, Ideologia e arte del fascismo, Mazzotta, Milano, 1974.

Il fascismo antiborghese (di Antonio Baglio)

Quella che segue è la recensione a un libro di Thomas Buzzegoli, La polemica antiborghese nel fascismo (1937-1939), pubblicato con la prefazione di Gianpasquale Santomassimo da Aracne di Roma nel 2007. E' tratta dal sito della Società italiana per la storia contemporanea e utile, nella sua brevità, a ricordare un passaggio importante dell' "Italia proletaria e fascista".
(S.L.L.)
Il figlio unico, acquarello di P.Pullini esposto
alla Mostra Antiborghese del PNF, 1940 
Tra le battaglie promosse dal regime fascista nella fase di «accentuazione totalitaria» degli ultimi anni '30, la campagna antiborghese occupa un posto non secondario. Lungi, infatti, dal ridursi ai semplici provvedimenti di abolizione del lei in favore del voi o all'introduzione del passo romano, la cui pedissequa «traduzione» di segno staraciano era destinata a destare ilarità e ad assumere a tratti toni macchiettistici, la polemica antiborghese rivelava radici più profonde.

Sulla ricostruzione di questa campagna, sugli obiettivi ed i risvolti nell'opinione pubblica si sofferma il volume di Buzzegoli, avvalendosi di una corposa documentazione archivistica incentrata sulle carte del PNF e del Minculpop e di uno spoglio accurato della pubblicistica di regime. La polemica fu, infatti, veicolata dal PNF e dalle sue organizzazioni di massa, i GUF e i sindacati in particolare, con ampio risalto e dispiegamento di mezzi propagandistici.
Ben radicata nel sentimento di molti fascisti della prima ora, la questione antiborghese, sopita per il noto sostegno tributato dalla piccola e media borghesia al regime, sarebbe riemersa nell'ultimo scorcio degli anni '30. L'obiettivo - e, diciamo pure, l'ossessione - di incidere sul carattere ed il costume degli italiani in direzione della loro fascistizzazione portava ad un attacco diretto alla mentalità borghese («spirito di soddisfazione e di adattamento, tendenza allo scetticismo, al compromesso, alla vita comoda, al carrierismo») ed ai valori che esprimeva, considerati antitetici rispetto alla morale fascista. La ricostruzione della campagna attraverso le riviste di regime consente di seguire i termini e le sfumature di un dibattito che chiamava in causa la borghesia principalmente come categoria politico-morale. Si preferì evitare l'attribuzione alla polemica di una specifica caratterizzazione politico-sociale, anche se fu inevitabile l'emergere in ristretti ambiti d'interpretazioni «radicali» (come nel caso della posizione di Berto Ricci su «Gerarchia» e nel volume Processo alla borghesia) e di accenti anticapitalistici. Dalla critica ai valori borghesi all'attacco alla razza ebraica il passo era breve: la questione antiborghese tendeva ad assumere una valenza razzista-antisemita. Ed è proprio su questo terreno d'incontro/innesto con la campagna razziale che la polemica avrebbe assunto toni ben più seri ed inquietanti.
L'ambito di ricezione privilegiato della campagna antiborghese fu rappresentato dal settore dei giovani, per la carica contestataria connaturata al fattore generazionale. Proprio nella seconda parte del volume, ampio spazio è riservato alla coniugazione della campagna antiborghese sul versante dei GUF.
Nel complesso, il lavoro di Buzzegoli si muove lungo le coordinate ben definite tracciate dalla ricostruzione defeliciana della questione, con l'innesto delle suggestioni interpretative provenienti dagli studi più recenti in tema di GUF (si veda il documentato saggio di La Rovere). Un aspetto originale della ricerca è dato dall'aver gettato luce sull'umorismo antiborghese e sulle ossessioni della stampa fascista.

Della stessa pasta di Berlusconi (S.L.L.)

Su “La Stampa” del 3 maggio trovo un dossier dedicato a una fiera di Vicenza. Parlano un sindaco, un inventore, un managèr e persino una cinefila. Al centro agile ed elegante rasserena Passera, diffondendo ottimismo. Sono arrivato a una conclusione: i tecnici al governo mettono più tasse, mandano in giro i finanzieri e forse non fanno il bunga bunga, ma sono della stessa pasta di Berlusconi. Governanti e sistema mediatico ci portano al disastro imbrogliandoci con le chiacchiere sulla crescita e con l’ingannevole ottimismo. Consiglio a loro e a tutti di leggere il messaggio di un poeta, attuale quant’altri mai, sui vulcani, l’assuefazione ed altro ancora.

Grillini in Umbria (S.L.L.)

Sul corrierino dell’Umbria di domenica 27 maggio (I grillini preparano le truppe) c’è grande attenzione all’assemblea provinciale dei grillini ove ha fatto capolino un uomo per tutte le stagioni, Remo Granocchia (Pci, Dp, Verdi, forcaioli vari, Idv), che a quanto pare oggi è commissario dei Verdi, pronto a denunciare ogni magagna della cosiddetta “casta”, ma sempre silenzioso sulle brutture di quel suo castello che di quando in quando ospita nozze e convegni. Il corrierino dedica anche una scheda alle proposte programmatiche delle cinque stelle: democrazia economica, decrescita, azionariato diffuso, valorizzazione del pescato nel Trasimeno, aiuti all’industria innovativa. Tranne che sulla “decrescita da associarsi a un netta diminuzione del Pil”, che peraltro è già nelle cose, il programma non appare affatto innovativo e diverso da quelli di partiti e raggruppamenti tradizionali.
Un giudizio sull’assemblea e sull’interesse mediatico che ha suscitato mi pare che lo abbia dato in anticipo la Jena (Riccardo Barenghi) su “La Stampa” del 3 maggio scorso: “Siamo così mal ridotti che ci tocca sperare nella proposta politica dell’antipolitica”.

Quando Falcone non era ancora Falcone (di Vincenzo Vasile)

Il 23 maggio, per i vent'anni della strage di Capaci, "l'Unità" ha pubblicato un magnifico articolo di Vincenzo Vasile, che qui in gran parte riprendo. (S.L.L.)

Pane e panelle
L'Unità mi ha chiesto una "storia" su Falcone. Ho preferito scrivere di quando Falcone - ancora - non era Falcone. Ecco il pezzo che è uscito oggi nell'anniversario della strage di Capaci:

Assediati dalle immagini orribili di questi giorni, sfogliamo vecchi album della memoria. Non è questa, la storia di Giovanni Falcone, che avrete letto e riletto altrove in questi giorni di tragica ricorrenza, sono flash della memoria di quando Falcone non era ancora Falcone.

Nella prima pagina dell’album c’è un ragazzo che s’affaccia al portone del liceo classico Umberto, in piazza sant’Anna. Nell’intervallo si sfama con il tipico cibo da strada palermitano, il pane e panelle, vitto interclassista. Di là dal marciapiede, sfila una carrozza tirata da due cavalli, un lussuoso landò. Si intravedono all’interno della vettura, mentre escono dal loro palazzo settecentesco, dirimpetto alla scuola, una donna, la principessa di Ganci, e il figlioletto, il principe Vanni Calvello di san Vincenzo. Il ragazzo con il pane e panelle, diventato magistrato, lo farà arrestare tanti anni dopo, perché il giovane aristocratico poi sarebbe diventato socio del capomafia Francesco Di Carlo, e gli avrebbe messo a disposizione persino un castello a Trabia per summit criminali in cui si programmavano affari e delitti. Il ragazzo delle panelle, ritratto in quella nostra istantanea del nostro album immaginario, che forse non fu mai scattata, si chiama Giovanni Falcone. Figlio di una corretta e decorosa borghesia tecnico-professionale che a Palermo oggi non esiste più - suo padre, Arturo, era il direttore del Laboratorio chimico provinciale - all’Umberto i professori lo citeranno ancora negli anni scolastici avvenire come un prodigio di serietà e applicazione negli studi - soprattutto le conferenze/ lezioni sulla Costituzione del professor Franco Salvo - e anche in palestra. In bacheca, anche quando la scuola cambierà sede - è un ricordo di qualche anno dopo, di chi frequentava lo stesso liceo - rimarrà per molto tempo una sua fotografia in tuta ginnica durante un partita di pallavolo, nella quale il ragazzo sfodera un sorriso gentile.

Torniamo adesso in quel palazzo rococò che fronteggia il liceo di Falcone. A palazzo Ganci, Luchino Visconti girò la scena clou che occupa un terzo del suo Gattopardo, tratto dal romanzo di Tomasi di Lampedusa: un interminabile “ballo” che dissanguò il produttore, Goffredo Lombardo, mandando in rovina la sua Titanus, ma che al regista occorreva dilatare perché quei sontuosi ambienti, vestigia di un glorioso passato, assistono - nel romanzo e ancor di più nel film - all'irruzione di una folla di personaggi mediocri, avidi e meschini: la borghesia mafiosa. All’epoca dei primi sopralluoghi, con l’implacabile tassametro della principessa di Ganci che tormenta il produttore esecutivo Pietro Notarianni per l’affitto a giornata della sala in cui viene girato il valzer con Claudia Cardinale Burt Lancaster e una miriade di figuranti volontari delle buone famiglie palermitane, , e poi al momento degli innumerevoli dei ciack che per quindici mesi sconvolgono tutti i ceti e i quartieri di Palermo, Falcone passa le sue giornate poco lontano, all’Università centrale, Facoltà di giurisprudenza, dove si laurea proprio nel 1961 con una tesi sulla "Istruzione probatoria in diritto amministrativo". La passionaccia per il diritto penale viene dopo, nasce sul campo. Un campo minato: per breve tempo è pretore a Niscemi, per una dozzina d’anni sostituto procuratore a Trapani, città di mafia che nasconde la sua mafiosità.

Anche qui c’è una foto, anzi una telefoto dell’Ansa, datata 1976: Falcone ha la barba e i capelli lunghi come si usava, sta scendendo sul molo dell’isola di Favignana dove c’è una delle carceri di massima sicurezza. Un detenuto dei Nuclei armati proletari reclama un giudice, è lui a offrirsi. Con sangue freddo affronta un tipo che si definisce anarchico individualista ed è armato di un coltello, due tre ore di ansia, finisce bene. Nella foto Falcone rifà quell’enigmatico sorriso. Giovanni ha appena annunciato in famiglia, stupendo tutti i componenti di un nucleo di consanguinei molto conservatore, che stavolta voterà per la sinistra progressista, cioè per le liste del Pci.

Nel 1979 il sorriso di Falcone ce lo troviamo al naturale, in una specie di cerimonia di presentazione che Rocco Chinnici capo dell’ufficio istruzione fa ai cronisti giudiziari, del suo nuovo pool, anzi dei suoi nuovi “pupilli”, c’è Peppino Di Lello, che è stato anche sindaco per una formazione di sinistra in un comune abruzzese, c’è Falcone, che viene da Trapani… In verità, da Trapani – poi sapremo – Falcone è dovuto andar via, chiedendo il trasferimento per prevenire un incredibile provvedimento “di ufficio” per incompatibilità ambientale generato da una lettera anonima riguardante la sua situazione familiare – sta divorziando dalla moglie – e che il procuratore generale ha trasmesso al Csm. A Chinnici lo stesso procuratore subito raccomanderà di sommergere la scrivania di Giovanni di bagatelle. In modo da distoglierlo da crimini del potere e di alta mafia che l’avevano eccessivamente impegnato a Trapani, con tutto il seguito conseguente di veleni. Un avvocato specializzato nella difesa di grossi latitanti al primo mandato di cattura con la sua firma, prende a soprannominarlo ‘u farcuni, il falcone, come se la bestia rapace fosse il giudice e non la mafia.

Poi si aggiungerà al gruppo Paolo Borsellino, che invece è un giovane magistrato dichiaratamente di destra, ed è sposato con la figlia di un giudice di alto grado e di vecchio stampo: e poi sapremo che Paolo è un amico di infanzia di Giovanni, nato a due passi, in via Alloro, strada di palazzi aristocratici abbandonati, vecchio cuore della città, altra famiglia piccolo borghese molto per bene, farmacisti. Al circolo giovanile del quartiere della Kalsa ogni tanto i due futuri protagonisti della battaglia ntimafia da ragazzi giocavano a calcetto- balilla con un coetaneo che tra qualche anno interrogheranno, don Masino Spadaro, contrabbandiere di sigarette divenuto capo di Cosa Nostra, impelagato nel grande affare della droga. Uno che li provocherà, in manette: “…sono l’Agnelli di Palermo, do lavoro a ventimila persone”.

Ci deve esser da qualche parte una foto in cui Chinnici in quei giorni regala all’Unità uno scoop, che il giornale non capì e non valorizzò abbastanza. Il ministro della giustizia Clelio Darida, uomo di fiducia di Andreotti- con tanto di bigliettino da controfirmare per ricevuta - ha mandato ai giudici palermitani più impegnati un “capo d’abbigliamento” che – scrive - dovrebbe essere gradito, una specie di impermeabile imbottito, spacciato dal ministero per efficace protezione antiproiettile. Falcone con quel suo sorriso ironico prende l’impermeabile e porta gli agenti di scorta che ha appena ottenuto dopo un lungo tira e molla in campagna a provare: Montinaro e Di Cillio due pugliesi c hed si affezioneranno a Giovannio rimaneod con lui fino alla morte sull’autostrada di Punta Raisi, sforacchiano a pistolettate come un colabrodo il soprabito. Chinnici filosofeggia con parole amare: lo prendo come un regalo, in vista della stagione delle piogge.

A Falcone e Borsellino, Rocco Chinnici ha affidato la gestione e lo sviluppo di un rapporto dei carabinieri che durante la gestione precedente è stato insabbiato (doveva prendere quello che ora è il suo posto Cesare Terranova, ex giudice istruttore a Palermo, ex parlamentare della sinistra indipendente, trucidato alla vigilia del suo ritorno al palazzo di giustizia, nell’83 Chinnici verrà massacrato da un’autobomba). Ne vien fuori un’inchiesta che prende di petto, tra le altre, le famiglie mafiose che hanno ospitato proprio in quei mesi il bancarottiere italoi americano Michele Sindona a Palermo, in un viaggio che viene spacciato per sequestro, ma che nasconde trame golpiste e ricatti politico-finanziari. Falcone una mattina pazientemente ci spiega: li ho individuati uno per uno, seguendo il filo degli assegni bancari, dei patrimoni, delle compravendite. Consegna ai pochi cronisti locali che seguono questi argomenti fuori moda negli anni di piombo, un malloppo di migliaia di pagine, l’ordinanza dirinvio a giudizio del processo mafia e droga (Spatola, Gambino, Inserillo). A chi gli chiede anticipazioni di eventuali prossimi sviluppi indica la pagina di un’intercettazione in cui rispettabili professionisti legati agli esattori democristiani Nino e Ignazio Salvo attorno a cui ruota metà della finazna e della politica siciliana, e non solo, parlano a telefono con un misterioso “Roberto” in sud America e lo pregano di venire a mettere pace nella guerra di mafia che è scoppiata a Palermo. Roberto, Falcone lo sa già, ma non fa trapelare nessuna indiscrezione, è il nome di battaglia di Masino Buscetta, un protagonista della mafia degli anni ruggenti, da tempo assente da Palermo. Buscetta e i suoi amici mafiosi vengono segnalati attorno al 1969/1970 in Italia da un rapporto di polizia anch’esso sino allora trascurato. E Falcone fa osservare quel giorno che il 1970 è un anno importante, un anno di minacce alla democrazia, parlava del golpe Borghese, e qualche anno dopo Buscetta e Liggio gli spiegherano che la mafia era pronta a parteciparvi… Deve esserci da qualche parte la foto di Falcone che sorride, mentre ci invita – come un assistente universitario si rivolge a un laureando che chiede la bibliografia per la tesi - a “studiare attentamente” quelle carte.

E infine c’è, sicuramente giace in qualche archivio, la foto scattata in via Giuseppe Pipitone Federico, sotto casa di Chinnici, quando arrivammo la mattina rovente del 29 luglio 1983 assieme con il fotografo dalla redazione dell’Ansa e lui, Falcone, dal palazzo di giustizia: un’autobomba, brandelli di carne, riconosciamo una scarpa, una gamba smembrata sul ramo di un alberello, lì davanti. Non c’è la forza per piangere, l’odore acre dell’esplosivo e del sangue mozzano il fiato. Falcone sussurra: Palermo come Beirut. E quella frase finisce su tutti i telegiornali.

Decenza. Parola di "governatore" (di Gaetano Savatteri)

Vedremo nei prossimi giorni gli effetti della recente riunione, pletorica e secretata, del Pd siculo che avrebbe dovuto decidere la sorte dello strano (e forse indecente) governo regionale del cosiddetto “governatore” Lombardo. Intanto posto qui le non più recenti (sono di gennaio 2012), ma puntute, osservazioni di Gaetano Savatteri su una dichiarazione del presidente indagato, per il quale il compenso che intasca sarebbe “appena decente”. (S.L.L.)

Cos’è la decenza? Il criterio è purtroppo astratto, mutevole, ondivago. È sicuramente indecente presentarsi nudi in una spiaggia per famiglie, ma è altrettanto indecente presentarsi vestiti in una spiaggia per nudisti. Come si vede, la decenza sfugge a criteri precisi. Diciamo che non è misurabile. Ma in questi tempi di professori, di tabelle statistiche, di ragionieri al potere, bisogna trovare parametri precisi per misurare tutto. Perfino la decenza.
Partiamo allora dalla frase del governatore Raffaele Lombardo: “Francamente credo che la mia indennità sia appena decente per l’attività che svolgo come presidente della Regione”. Appena decente, significa che uno stipendio netto di 16.656 euro netti al mese è praticamente risicato per chi amministra una regione di circa 5 milioni di abitanti, con quasi ventimila impiegati e con risultati di efficienza sotto gli occhi di tutti.
C’è poco da ironizzare. Qui bisogna capire come e perché l’indennità del governatore Lombardo sia “appena decente”. E per farlo è necessario studiare, leggere, mettere insieme cifre e numeri.
Basta prendere l’ultimo rapporto del Sole 24 ore sulla qualità della vita in Italia. Scopriamo così che nella classifica generale la posizione delle nove province siciliane è “appena decente”. Su 107
province, Caltanissetta è penultima, Enna si colloca al posto 99, Agrigento al 101, Palermo al 102, Trapani al 103. Va un po’ meglio a Ragusa e Messina, rispettivamente all’ottantasettesimo e all’ottantanovesimo posto. Siamo gli ultimi della lista. Siamo appena decenti, appunto.
Se andiamo a vedere la classifica del tenore di vita, anche qui la decenza è appena sfiorata. Prendiamo il valore di ricchezza prodotta per ciascun abitante. Se a Milano (prima in classifica) il Pil di ciascun abitante è valutato in oltre 36mila euro, ad Agrigento (posizione 102) il Pil si dimezza scendendo a 15.549 euro per abitante. Insomma, ogni agrigentino produce una ricchezza annua
meno decente dello stipendio mensile del governatore. Le cose vanno leggermente meglio a Catania, provincia di residenza di Raffaele Lombardo, dove la ricchezza procapite è di 16.861 euro,
forse proprio grazie allo stipendio del governatore e alla sua ultima dichiarazione dei redditi che denunciava 249 mila euro. È verosimile che l’indennità del presidente della Regione apporti benefici all’intera provincia di Catania, facendole risalire alcune posizioni nella classifica e collocandola al posto 93. Un valore aggiunto, dunque.
Chi più guadagna più spende. Nella classifica dei consumi per famiglia, la Sicilia continua ad essere appena decente. Se ad Aosta una famiglia spende 1.532 euro per auto, elettrodomestici, computer
e mobili, in Sicilia le famiglie spendono cifre appena decenti: ad Enna 647 euro, ad Agrigento 648, a Caltanissetta 680, a Trapani 731, a Ragusa 740, a Catania 743, a Messina 744, a Siracusa 763, a Palermo 772. Anche qui, consumi risicatissimi che collocano la Sicilia sempre in coda alla hit parade.
Non parliamo poi dei pensionati. Se l’assegno mensile a Milano si aggira sui mille euro, ad Agrigento (in terzultima posizione) non arriva nemmeno a 490 euro. Forse è merito dei vitalizi dei deputati regionali e di qualche mega pensione dei funzionari regionali a riposo se Palermo sale fino all’88esima posizione con una media di 560 euro a testa e Catania scala la 78esima casella con pensioni medie da 610 euro. Pensioni appena decenti, è evidente. Pensioni che non aiutano a tirare a campare.
Anzi, non bastano nemmeno per campare. Come vedete queste classifiche sono scoraggianti per la Sicilia.
Ma pensate un po’ cosa succederebbe togliendo i 16.656 euro mensili dello stipendio del governatore. La Sicilia rischierebbe di finire fuori graduatoria, bollata col marchio di non classificata.
Redditi procapite, consumi, pensioni crollerebbero di colpo. Lo stipendio del presidente della Regione, ma anche quelli degli assessori, dei deputati dell’Ars e dei superburocrati regionali tengono alto l’onore della Sicilia. Ecco perché devono guadagnare di più degli altri siciliani: stipendi “appena decenti” per non sfigurare nel resto d’Italia a causa di tutti quei siciliani che hanno stipendi (quando li hanno) al di sotto della soglia della decenza.

(livesicilia.it – gennaio 2012)

28.5.12

La poesia del lunedì. Vittorio Sereni (1913 - 1983)

Paura seconda
Niente ha di spavento
la voce che chiama me
proprio me
dalla strada sotto casa
in un'ora di notte:
è un breve risveglio di vento,
una pioggia fuggiasca.
Nel dire il mio nome non enumera
i miei torti, non mi rinfaccia il passato.
Con dolcezza (Vittorio,
Vittorio) mi disarma, arma
contro me stesso me.
(da Stella variabile, 1981)

27.5.12

Mario Mineo. La borghesia mafiosa (S.L.L. - "micropolis" maggio 2012)

La seconda delle pagine di "micropolis" in edicola dedicate a Mario Mineo. (S.L.L.)
La Sicilia come metafora è un celebre libro-intervista di Leonardo Sciascia, in cui l’isola, grazie alla sua eccezionalità, diviene emblema dell’universo intero. Mario Mineo fu amico di Sciascia, soprattutto nel breve periodo in cui, consiglieri comunali a Palermo, condussero insieme epiche battaglie di principio (sul rispetto degli orari, per esempio), tuttavia non credeva nella “eccezione Sicilia” e non vedeva differenze strutturali tra l’isola e il Mezzogiorno continentale. Pensava casomai che fossero da osservare le limitate specificità, fra cui la mafia.

Un fenomeno sociale
La locuzione “borghesia mafiosa”, divenuta oggi d’uso corrente, fece scalpore quando Mario Mineo, sul finire del 1970, la usò nel documento costitutivo del “manifesto” in Sicilia e quando, dopo, ne impose la forza di significazione agli allievi politici, incluso qualcuno che da magistrato sarebbe entrato nel pool di Caponnetto.
Per Mineo il disegno di formare nel Sud una borghesia imprenditoriale diffusa era fallito: fino a metà Novecento aveva dominato indisturbato il blocco agrario; negli anni successivi, del boom e dell’emigrazione, era nata una borghesia parassitaria che, per via politica, si accaparrava risorse (lavori pubblici, ruoli negli uffici, appalti, finanziamenti), che era in prima linea nella speculazione fondiaria ed edilizia e nei posti chiave delle grandi professioni. In Sicilia questa borghesia, per genesi, modo di essere, forma, era “mafiosa”, ove per mafia non va inteso un tipo di mentalità o di organizzazione criminale (quella che in passato era stata strumento della grande proprietà nelle campagne), ma un fenomeno sociale complesso e pervasivo, interno alla modernizzazione capitalistica.
Mineo negava scientificità a formule come “modo di produzione mafioso” e non pensava che la borghesia isolana fosse uniformemente mafiosa: conosceva le distinzioni tra Sicilia Occidentale e Orientale e scorgeva nelle professioni liberali o nell’imprenditoria una qualche volontà di emancipazione. Non credeva tuttavia che la cosiddetta “società civile” potesse da sola combattere il blocco di potere costituito: “Un legame organico corre oggi, con molte distinzioni di compiti ma senza soluzione di continuità, tra malavita, droga, speculazione edilizia, clientele pubbliche, partiti, apparato regionale e di stato in Sicilia”. Non ipotizzava secondi o terzi livelli, intravedeva piuttosto un’osmosi tra “mafia militante” (boss e killer) e “mafia trionfante” (lo strato politico, amministrativo, imprenditoriale, professionale dominante), favorita da legami ideologici, familiari, di interesse.

Il buon democristiano
Mineo non si sentiva “mafiologo” ma politico rivoluzionario, e considerava l’approccio analitico preliminare a una lotta di massa. Negli anni del “movimento”, i primi 70, pensò che gli studenti potessero svolgere un ruolo tra i ceti medi, ma considerò sempre determinante l’impegno del movimento operaio organizzato, Pci, Cgil, socialisti; alla scelta prevalente tra i comunisti, di “agire per vie interne” cercando sponde nel blocco politico ed economico dominante (sinistre democristiane, imprenditori progressisti), contrappose però la “lotta frontale” alla mafia. A questo scopo propose pertanto la presentazione di un disegno di legge di iniziativa popolare per l’esproprio dei patrimoni acquisisti con metodi e attività mafiose negli ultimi 20-25 anni, attraverso una procedura rapida e l’intervento di comitati popolari. Occhetto respinse l’idea come suicida: da segretario regionale preferiva dialogare con i Dc e accusava Mineo di “non vedere altro che mafia”.
(Questo andare in caccia di democristiani “buoni”, tipico del partito siciliano dal tempo di Milazzo, ha avuto conseguenze esiziali negli eredi del Pci. Capodicasa, luogotenente di D’Alema e tuttora deputato Pd, fu eletto sul finire degli anni Novanta presidente della Regione. Aveva come assessori i democristiani Lo Giudice (Mangialasagne) e Cuffaro (Vasavasa): non erano ancora finiti in gattabuia per associazione o concorso esterno, ma le loro frequentazioni, solidarietà e amicizie erano già note e da loro stessi mai nascoste.)

Mineo e La Torre
Negli anni della “solidarietà nazionale” (1976-79) in Mineo prevale il pessimismo: la mafia sta conoscendo uno “straordinario potenziamento determinato dal commercio della droga, in termini di disponibilità finanziaria e di collegamenti a livello nazionale e internazionale” e “l’improvvida politica delle assegnazioni al confino contribuisce alla costruzione di una vasta rete mafiosa nell’Italia continentale”. Nel gennaio 81 torna alla guida del Pci isolano Pio La Torre, uno dei dirigenti più consapevoli e combattivi rispetto alla mafia. Già il mese prima aveva presentato in Parlamento un disegno di legge sulla confisca dei patrimoni mafiosi, e Mineo l’aveva giudicato buono.
Con La Torre tuttavia non si capivano. A Palermo raccontano di un La Torre che in pubblico apostrofa come “onanistico” il Circolo Labriola fondato da Mineo. Questi, dal canto suo, dopo l’assassinio del dirigente comunista, su “Praxis” ne esalta la cristallina onestà, ma lo giudica “un modesto funzionario dell’apparato, dotato solo di buona capacità organizzativa e di una certa grinta”.
Credo che l’uno e l’altro sbagliassero di molto.
Mineo aggiustò il tiro qualche mese dopo, in polemica con chi cercava un “patto antimafia”  con la Dc dei “vari Martellucci, Lima e D’Acquisto”: “La Torre ha pagato con la vita, dimostrando così che, in fin dei conti, contro la mafia può servire solo quella battaglia frontale che Occhetto aveva dichiarato suicida”. Un nuovo cadavere eccellente, quello del generale Dalla Chiesa, accelerava intanto l’approvazione della legge sugli espropri, anche se Mineo restava convinto che senza iniziativa di massa sarebbe rimasta lettera morta.
Non si sbagliava: per un decennio poche confische e molti avvocateschi intoppi. Solo a metà degli anni Novanta la neonata Libera, guidata da Ciotti, del gruppo Abele, e da Benettollo, dell’Arci, lancia in tutta Italia una petizione e un movimento per l’uso sociale dei beni sottratti alla mafia, ottenendo nel 96 l’approvazione di una legge. Sui beni confiscati si accende ora la pubblica attenzione e nelle terre liberate nascono cooperative modello. Restano però gocce nel mare: il peso della “borghesia mafiosa”, in Sicilia e altrove, rimane assai forte.

*Tutti i brani citati sono tratti da Mario Mineo, Scritti sulla Sicilia, Flaccovio 1995.

Mario Mineo. Marxista senza miti (R. Covino - "micropolis" - maggio 2012)

"Micropolis" di maggio, a 25 anni dalla morte, dedica tre pagine speciali a Mario Mineo, un grande marxista rivoluzionario da troppi dimenticato. Questa pagina, curata da Renato Covino è la prima delle tre. (S.L.L.) 


Venticinque anni fa, il 3 giugno 1987, a 67 anni moriva, stroncato da un infarto, Mario Mineo. Ai più – giovani e anziani – il nome dirà poco o niente. E’ anche questo un frutto dell’eclissi della memoria che contraddistingue i nostri tempi. Per molti dei redattori di “micropolis” Mineo è stato non solo un compagno e un amico, ma colui che – caso raro anche nella sinistra della prima repubblica – offriva proposte di analisi e praticava un’idea di politica al tempo stesso basata sull’oggettività dei processi economici e sociali e priva di qualsiasi mitologia.

La rivoluzione possibile
Mineo era un marxista e un comunista senza alcuna propensione ideologizzante, convinto che Marx avesse offerto non un corpo dottrinario, ma un metodo che consentiva di leggere le società contemporanee. Da ciò la sua attenzione alle possibilità di contaminazione tra il filosofo di Treviri e i grandi scienziati sociali “borghesi” di fine Ottocento e del primo trentennio del Novecento: da Schumpeter a Keynes. Era questo il motivo della sua opposizione allo stalinismo, che leggeva come un tentativo di ridurre il marxismo ad una sorta di catechismo che offriva un’interpretazione semplificata il mondo. Mineo era un comunista che riteneva la rivoluzione possibile, ma non probabile, da ciò il suo leninismo, molto poco “sovietico” e piuttosto modellato sul famoso saggio scritto da Luckacs nel 1924, dopo la morte del rivoluzionario russo, che individuava i tratti caratterizzanti del suo agire politico nelle categorie della congiunturalità e della totalità, ossia come frutto di un processo mondiale e di una situazione particolare su cui il partito operaio deve dimostrarsi capace di agire. Da ciò la sua attenzione alle strutture politiche ed istituzionali, alla loro crisi, vista come elemento fondamentale su cui fondare un’ipotesi rivoluzionaria. Mario Mineo, peraltro, basava la sua critica all’Urss su una ipotesi che individuava lo stalinismo come frutto del blocco della transizione, ossia del fallimento dell’ipotesi leniniana della rivoluzione russa come rottura destinata a produrne altre in Europa occidentale. Da ciò era derivato uno stato che rappresentava la negazione dell’idea di democrazia radicale propugnata da Marx.
A questo corpo di analisi Mineo è stato caparbiamente attaccato. Apparteneva a quel tipo di militanti che – come ebbe a dire a suo proposito Vittorio Foa – erano fedeli non ad una organizzazione ma alle proprie idee, ciò spiega la sua irrequietudine e le rottura con le forme organizzate in cui ha militato (Pci, Psiup, IV internazionale, Manifesto – Pdup, ma la stessa chiusura di “Praxis” la rivista che aveva fondato). Molte delle sue analisi – sullo Stato e sulla transizione, sul socialismo reale, sul partito – appaiono oggi difficilmente utilizzabili; altri spunti teorici, come quello del dialogo tra marxismo e i grandi scienziati sociali del Novecento, trovano sempre più conferme; altre ipotesi – più direttamente legate alla realtà italiana – mostrano tutta la loro attualità e il loro valore interpretativo. Soprattutto a queste ultime sono dedicate le pagine che
qui gli dedichiamo.

La crisi di regime
Il concetto nasce dall’analisi dell’esaurirsi del centro sinistra dei primi anni sessanta, che per Mineo rappresenta il fallimento di una ipotesi di adeguamento della struttura dello Stato ai mutamenti intervenuti nell’economia e nella società italiane. Per chi ricorda quegli anni risulta evidente come ogni proposta di riforma trovasse una sorda resistenza da parte di settori moderati e conservatori e da parte di comparti consistenti del settore pubblico (apparati repressivi, settori imprenditoriali, fino ad arrivare al Governatore della Banca d’Italia Guido Carli che arrivò, di fronte alle leggi del primo governo di centro sinistra, ad evocare il colpo di Stato). Per Mario Mineo ciò significava la sconfitta del tentativo di un’evoluzione in senso riformista dello Stato italiano e il rimanere in campo di due ipotesi: o una evoluzione in senso autoritario del sistema istituzionale o un cambiamento radicale in senso socialista della società. La questione che si poneva era, allora, quella di attrezzare in tempi rapidi la sinistra a tale prospettiva, cosa che comportava la crescita di una forza politica diversa dalla sinistra tradizionale sufficientemente consistente per porre sul tappeto la questione della rottura degli equilibri statuitisi con la vittoria democristiana del 1948. L’alternativa era quella che si era posta qualche anno prima in Francia con il passaggio dalla Quarta alla Quinta Repubblica, attraverso il “colpo di Stato pulito” di De Gaulle, con la significativa variante, tutta italiana, che il colpo di stato pulito potesse degenerare in un colpo di stato reazionario gestito dai generali, dall’esercito, dagli apparati repressivi. Non era un’ipotesi campata in aria. I tentativi di colpo di Stato - da quello del generale De Lorenzo in poi - fanno parte della storia d’Italia, come il coinvolgimento dei servizi segreti italiani e stranieri e di settori significativi delle forze che si rifacevano al fascismo. La crisi di regime, insomma, rappresentava la forma specifica della crisi del sistema politico istituzionale italiano e costituiva una possibilità per le forze rivoluzionarie. C’era dietro a questa concezione un elemento di metodo. Mineo riteneva una sciocchezza la teoria del crollo di staliniana memoria che faceva coincidere l’occasione rivoluzionaria con la crisi economica, come si oppose ne “Il Manifesto” all’idea, propugnata da Lucio Magri, secondo cui - in coincidenza e per effetto della crisi economica del 1973-1974 - si era alla vigilia di una crisi di sistema, ossia dell’insieme dei rapporti e degli equilibri della società italiana. Per Mario Mineo invece il lungo sessantotto italiano rappresentava l’effetto dell’inadeguatezza dello Stato e della sua capacità di risposta alle esigenze del paese. La crisi politica nella sua visione era da questo punto di vista centrale, da qui lo sforzo di unire l’insieme delle avanguardie e dei gruppi della sinistra italiana per aggiungere quel minimo di massa critica che consentisse di costruire una riposta adeguata e credibile dal punto di vista organizzativo e programmatico.
In realtà le variabili impreviste che entrarono in gioco nella fase successiva (dal terrorismo all’ipotesi di compromesso storico fino alla sconfitta operaia alla Fiat, lo squagliamento della sinistra rivoluzionaria) non provocarono né la svolta autoritaria né l’affermazione di una forza capace di intervenire in modo efficace nella crisi politico istituzione, determinando un cambiamento radicale del quadro. La fase che va dal 1981 al 1992, caratterizzata dai governi del Caf, vide la cronicizzazione della crisi di regime, interi pezzi di ceto medio vennero “comprati” attraverso l’uso spregiudicato delle finanze pubbliche, con il conseguente effetto dell’aumento esponenziale del debito pubblico e dei fenomeni di corruzione politica. Si poteva pensare che con la vittoria di Berlusconi nel 1994 si sarebbero accelerate le tendenze alla democrazia autoritaria, complice la stessa Unione europea che poteva al più eliminare le tendenze fascistoidi delle classi dirigenti italiane. Tuttavia la chiusura della principale anomalia italiana (il Pci), il rafforzamento degli esecutivi, le leggi elettorali maggioritarie, i processi di smobilitazione dell’attività economica dello Stato, lo stesso dominio dell’ideologia liberista non sono state in grado di chiudere il “caso italiano”. La crisi di oggi si presenta come una riedizione senza via di sbocco di un passato che ormai dura da un cinquantennio. La categoria di “crisi di regime” mantiene tutta la sua forza interpretativa, con l’aggravante che se non sorgono rapidamente forze nuove di sinistra, esterne al quadro politico esistente, il paese è destinato ad un putrescente disfacimento, ipotesi che negli ultimi anni della sua vita Mineo riteneva concreta e tutt’altro che remota.

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