18.5.15

Politica (S.L.L.)

Roma, Palazzo Montecitorio, Deputati nel cosiddetto Transatlantico
"Intervenga la politica", "la politica faccia un passo indietro", "la politica ascolti", "la politica si faccia un esame di coscienza". Insomma questa "politica" che fa o non fa queste cose e molte altre è un nome collettivo, designa un insieme di persone legate da una comune attività: il termine equivale a "ceto politico" o, se più piace, a "classe politica".
Guardo il vocabolario, un buon Garzanti degli anni ottanta: questo uso del sostantivo "politica" non è previsto. Le definizioni parlano di "teoria dello stato e della vita sociale organizzata in Stati", di "arte del governo", di "attività di chi prende parte alla vita pubblica" o anche "tutto ciò che riguarda la vita pubblica" in locuzioni del tipo "parlare di politica": insomma un sostantivo astratto. Già allora esisteva tuttavia, con il significato attuale, la "carriera politica" e il sostantivo "politico", ad intendere chi la politica la fa come attività principale.
Il ceto politico, insomma, non è nato oggi, ma la sua identificazione con la "politica" tutta intera è cosa recente, da riportare alla storia dell'ultimo trentennio.
In verità la politica in Italia, con l'affermarsi della repubblica democratica, era diventata se non affare di tutti, di molti. In maniera paternalistica, un po' distorta, vi avevano già contribuito i partiti di massa, i democristiani, i socialisti, i comunisti, che organizzavano e attivizzavano politicamente un gran numero di persone, la cui partecipazione era volontaria e gratuita. Ma molto più imponente fu la spinta partecipativa degli anni Sessanta e Settanta.
In un classico della letteratura democratica di quegli anni, la Lettera a una professoressa della Scuola di Barbiana promossa da don Milani, si può leggere: "ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l'avarizia".
Fino a tutti gli anni Settanta, con qualche propaggine negli Ottanta, questa "politica dei non politici" si affermò e si diffuse nelle fabbriche, nelle scuole e nelle università, nelle affollate assemblee di quartiere, nelle parrocchie, perfino nelle famiglie. Occuparsi dei problemi di tutti era sentito come un diritto e un dovere da molti.
E' compito degli storici sondarne le ragioni (terrorismo, clientelismo, corruzione, vicende internazionali eccetera), ma negli anni Ottanta la politica gradualmente cessa di essere affare di tutti e diventa affare di pochi, di quelli che la fanno come attività prevalente, spesso traendone vantaggi. Nei decenni successivi accade qualcosa di paradossale: nonostante lo smantellamento degli apparati di partito, il numero di coloro che ricavano un reddito dalla politica cresce, ma il numero dei cittadini che partecipa attivamente alla vita pubblica si riduce drasticamente. Non so dire quanto in questo processo sia "delega" e quanto "espropriazione", di fatto oggi la stragrande maggioranza dei cittadini è lontana dalla partecipazione politica; perfino quanti fra loro volontariamente si organizzano su questioni di grande rilievo politico (penso ad associazioni come Libera, come Emergency, come Italia Nostra eccetera) si considerano fuori dalla politica e chiedono alla "politica" di fare passi indietro o avanti eccetera eccetera.
Anche in questo caso, insomma, la trasformazione della lingua non è "innocente" e la nuova accezione, come nome collettivo, del sostantivo "politica" segnala la nascita di una attività separata, di uno strato sociale che, se non è - tecnicamente - una casta, tende ad assomigliarvi per i privilegi di cui gode. Alla "politica" democratica di tutti (o di quasi tutti) si è sostituita una oligarchia che si aggiunge alle altre oligarchie dominanti.

Nota di fb, 17 maggio 2015

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