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24.12.18

La poesia del lunedì. Bertolt Brecht




Il fumo

La casetta fra gli alberi al lago
dal tetto fila fumo.
Non ci fosse
come tristi sarebbero
casa, alberi e lago.

8.7.18

La gara degli ipocriti. Di Maio, Di Battista e gli altri (S.L.L.)

Leggo sul “Corriere” delle polemiche in merito alla iniziativa delle Magliette Rosse indetta ieri da “Libera” “contro l'emorragia di umanità”, cioè per rompere il muro d'indifferenza sui migranti affogati nel Mediterraneo. Una iniziativa giusta, necessaria e urgente.
Non mi è parso aspro, come pretende l'articolista, lo scambio di battute tra il ministro Salvini e don Ciotti, presidente di Libera, con il primo che dichiara di non avere magliette rosse e il secondo che replica “te la porto io una, al Viminale”. Il caporione leghista si è poi fatto vedere con una maglietta bianca e la scritta Divieto di svolta a sinistra, integrata dal corrispondente segnale stradale. Il presidente Ciotti in questo caso mi è parso troppo “prete”, con l'esibizione di una disponibilità che mi pare fuori luogo.
Il giornale fa riferimento ai non pochi delegati ed esponenti “dem” al Consiglio nazionale di quel partito, che ieri si sono mostrati con la maglietta rossa, tra cui l'ex premier Letta e l'attuale segretario Martina. In molti di quei casi la maglietta è veramente inopportuna: i naufragi e i morti annegati non datano da oggi, durano da lustri, e alcuni di quei politicanti Pd, che avevano responsabilità politiche importanti, hanno volto gli occhi dall'altra parte per non vedere, hanno minimizzato davanti alle denunce e comunque hanno fatto molto meno di quanto potevano per fermare la strage. L'ex presidente del Consiglio Letta, per esempio, avrebbe potuto senza scandalo indossare in privato il segno del suo pentimento. Oppure recitare il “mea culpa” in pubblico. Ma vestirsi di rosso senza un minimo di autocritica per le responsabilità gravi dei lustri trascorsi appare una manifestazione di ipocrisia.
Di “ipocrisia”, non a caso, ha parlato l'ex parlamentare Cinque Stelle Di Battista additando al pubblico ludibrio un portatore di maglietta rossa, presunto “lacché di Napolitano, colui che convinse il governo a dare via libera ai bombardamenti in Libia, preludio di una delle crisi migratorie più gravi della storia”. 
A sua volta il ministro a Cinque Stelle Di Maio ha accusato i “democratici”, che hanno indossato la maglietta rossa: “Hanno preso i soldi dal business dell'immigrazione”. Verrebbe da chiedergli “chi, dove e quando?”. 
Nessuno, e meno che mai un ministro della Repubblica, dovrebbe lanciare accuse penali a vanvera. Di Maio denunci i profittatori, se è informato di fatti concreti, oppure taccia. Se la sua è una valutazione “politica” sulla contiguità di alcune comunità di accoglienza con esponenti del Pd, non parli di “prendere soldi” e si limiti alla denuncia politica, facendo quanto è in suo potere per mettere fine agli affari sulla pelle dei migranti, ammesso che se ne siano fatti. Intervenga cioè come sempre dovrebbero intervenire i governanti: operando e non facendo proclami, battutine e polemiche.
Ma tutto questo “dichiarare” di esponenti Cinque Stelle è espressione – oltre che di una difficoltà di rapporto con una parte del loro elettorato – di un modo disonesto di far politica, che - col dire e non dire - tende a coinvolgere personalità che su questo tema hanno parlato per tempo, sfidando l'impopolarità, e che meriterebbero la gratitudine di tutte le persone di buon cuore, come Roberto Saviano, Laura Boldrini e, appunto, Luigi Ciotti.
“Il ladro che grida al ladro” si diceva una volta; ora si può dire “l'ipocrita che grida all'ipocrita”. Le “strette”, come dimostrano anche i muri di Trump, non frenano la spinta migratoria, anzi – in una qualche misura l'accelerano – aumentano solo le difficoltà e i costi, anche in termini di vite umane. Chi al governo tiene bordone a un ministro che presenta la fuga e la migrazione come “pacchia”, che chiude i porti, che ostacola le attività di soccorso, per non parlare d'altro, è complice di quel losco figuro in maglietta bianca.   

15.9.17

La volta che ho incontrato Sartre (Leonardo Sciascia)

Jean-Paul Sartre
La sola volta che ho incontrato Sartre è stato dopo il suicidio (o l'assassinio) di alcuni terroristi nella prigione tedesca. Sartre disse una cosa che mi ha impressionato molto, e che me lo fa rispettare ed ammirare di più di quanto non lo ammirassi e rispettassi di già: che non faceva nulla perché aveva dei dubbi.

Dall'intervento alla Camera dei deputati, nella seduta del 23 marzo 1982. Dichiarazione su un'interpellanza a proposito delle presunte violenze subite da detenuti per terrorismo.

1.2.16

La poesia del lunedì. Mao Tse Tung (1893-1976)

Risposta al professor Liu Yazi
29 aprile 1949
Non posso dimenticare
        il tè che bevemmo a Yuehai
i versi che mi chiedesti a Yuzhou
        quando ingiallivano le foglie.
Trentun anni, e sono ritornato
        all'antica capitale,
nella stagione dei fiori cadenti
        leggo i tuoi splendidi versi.
Guardati dall'inquietudine
        che spezza il cuore,
conviene le cose del mondo
        misurare con libero sguardo.
Non dire che il lago Kunming
        ha l'acqua poco profonda,
per osservare i pesci
        è meglio del fiume Fuchun.

Postilla
La poesia è un qilu, cioè è redatta in lingua classica e in un antico schema metrico, che prevede versi di sette sillabe. Fu composta e recitata a Nanchino all'indomani dell'arrivo dell'Esercito Popolare di Liberazione nell'antica capitale, appena liberata dal dominio del Kuomintang. E' tratta da Mao Tse Tung, Tutte le poesie, Newton Compton Italiana, 1978. La traduzione è di Girolamo Mancuso.  

7.3.11

La domenica disarticolata. Comunicazione.

Già la settimana scorsa l’articolo di commento ai fatti della settimana, che usavo “postare” di domenica, su questo blog non c’era. Non c’è neanche questa settimana e non ci sarà le successive. Ripensare a quanto quotidianamente succede, particolarmente ai fatti della politica, è cosa che chi è cresciuto nella passione per le cose del mondo non può evitare, anche quando vorrebbe. Quel che accade e quel che non accade, soprattutto in Italia ma non solo, produce tuttavia in me (e, credo, in tanti come me) una sofferenza, che è anche fisica.
In questa situazione il dover trarre settimanalmente dalle proprie cogitazioni riflessioni degne di essere comunicate richiede un impegno, un sovrappiù di fatica, che spesso non è premiato dai risultati. Quanto scrivo, per esempio, sul governo italiano mi pare ripetitivo e quasi sempre inadeguato al pensiero e al sentimento. E per di più scriverlo mi fa star male.
Ho perciò deciso di sospendere la produzione dell’articolo domenicale. Non penso che la cosa possa interessare o dispiacere a molti, ma è giusto farla conoscere ai pochi che mi prestano una qualche attenzione. Nel blog continuerò a dire la mia, con articoli originali quando ne sentirò il bisogno, più spesso commentando le riflessioni altrui che amo mettere a disposizione dei visitatori. Grazie a tutti. (S.L.L.)

20.2.11

La mossa di Vendola e i buoni consigli. L'articolo della domenica.

Racconta Bartocci su “il manifesto” che Nichi Vendola, prima della controversa apertura ad una “grande alleanza” che arrivi fino a Fini e della indicazione come premier di Rosi Bindi, si sia consultato con pochissime persone, tra cui Fausto Bertinotti. “Si sa che la gente dà buoni consigli, se non può più dare cattivo esempio”. La “mossa”, a quanto si legge, sarebbe stata determinata dal terrore dell’isolamento politico: dato l’attaccamento del popolo al “voto utile”, l’insistenza sulle primarie avrebbe potuto condurre agli stessi esiziali risultati del cosiddetto “arcobaleno”.
In verità i risultati di questa trovata sono stati assolutamente negativi. Non a caso i giornali della destra puttaniera hanno festeggiato con paginoni la “mossa”, mentre i “ronzini di razza” del Pd, Veltroni e D’Alema, una volta tanto in sintonia, l’hanno letta come un ritorno all’ovile della pecorella smarrita, la prova provata che Vendola sarà alleato del Pd, qualunque alchimia (o qualunque porcata) i suoi vertici proporranno.
Forse non è così, forse il “ragazzo di Puglia” è tutt’altro che domato; ma oggi, grazie all’errore compiuto, lo trattano a pesci in faccia, con l’arroganza del vincitore che concede una resa incondizionata. Da qui i toni trionfali di tanti piddini a tutti i livelli (con l’unica eccezione di Romano Prodi): “era ora”, “ma chi si credeva di essere” “il candidato lo decidiamo noi”. Da qui la freddezza della stessa Bindi: “Sono lusingata, il problema delle donne al vertice nella politica e nella società italiana esiste, ma noi il candidato l’abbiamo ed è Bersani”. Da qui, infine, la recuperata sicumera del segretario Pd, che irride alle “narrazioni” care a Vendola e prospetta un “sogno con i piedi per terra”.
Acide sono state, a loro volta, le risposte di quanti nell’estrema sinistra diffidavano di Vendola: “ve l’avevamo detto”, “era una meteora, un altro Cofferati”, “è un traditore”, “è un veltroncino”. La mala pianta del settarismo facilmente alligna dalle nostre parti, per cui in queste dichiarazioni si avverte una malcelata soddisfazione. Poco importa a certa gente che con la scomparsa di Vendola e del suo racconto di un’Italia diversa potrebbero venire meno tante delle speranze che hanno suscitato, della forze che hanno messo in movimento.
Gli apparatniki della cosiddetta Fed (Rifondazione & C.) sembrano poi presi da un’allegria senza ragioni: “mors tua vita mea” – pensano; e convocano strane manifestazioni “per la Bindi senza Fini” e riunioni di quadri. Un attivismo sterile e inconcludente che nasce dal sogno proibito di tornare alla comoda inutilità in cui sono cresciuti: qualche deputatura, carrierine politico-amministrative locali garantite, consulenze per gli amici, senza che questo comporti niente di buono per il popolo lavoratore.
Risibili appaiono le reazioni anche in Sel, il partitino che fa capo allo stesso Vendola. Pare che osannino allo “spariglio” operato dalla mossa del presidente pugliese, che avrebbe impedito una presidenza Draghi, Monti o Montezemolo. Ma quella in atto in Italia non è una partita a scopone e la presidenza è tuttora in mano a Berlusconi: lo spariglio non funziona. In verità anche in Sel trapela una stupida e immotivata soddisfazione. Pensano: entreremo in ogni alleanza, il fascino mediatico di Vendola (come un tempo quello di Bertinotti) porterà a successi elettorali, ci saranno deputature, carriere locali, consulenze, per molti se non per tutti. Su fb i propagandisti di Sel citano sondaggi e parlano di quattro milioni di voti, ma i più a queste cifre non sembrano credere troppo e casomai esultano per lo scampato pericolo: uno scontro duro con il Pd nelle primarie inevitabilmente avrebbe comportato l’apertura di conflitti a livello locale, che è l’ultima cosa che il quadro medio di Sel desidera.
Diversa è la situazione nelle cosiddette “fabbriche di Nichi”. In molte località organizzano e mobilitano energie politiche giovanili, collegate alle battaglie universitarie dell’Onda, alle tematiche della precarietà e dei beni comuni. Erano state pensate come strumento di iniziativa politica in vista di primarie che non appaiono più all’orizzonte. Lo sconcerto in quel mondo è grande e profondo; come nei movimenti che guardano al governatore pugliese come ad una speranza; come nella sinistra diffusa. Sono tante, infatti, le donne e gli uomini che, stufi dei carrierismi, delle guerre personali, dei cedimenti culturali e politici al berlusconismo, hanno perso ogni fiducia tanto nel Pd quanto nei piccoli apparati della sinistra extraparlamentare: essi ascoltano con molto interesse il ragionare di Vendola e considerano la sua figura decisiva per la cacciata di Berlusconi, utile per la ricostruzione di una sinistra decente.
Il rischio più grave è che nei prossimi giorni, nelle prossime settimane, lo sconcerto, la perdita di fiducia di tutti costoro si trasformi in un progressivo disimpegno. Credo che della cosa si sia accorto lo stesso Vendola e tenti di correre ai ripari, benché non sia frequente tra i capi politici il ricorso all’antica battuta dell’ispettore Rock, “anch’io ho commesso un errore”.
Vendola, in ogni caso, ha convocato per il prossimo 27 un raduno a Roma, quasi certamente per correggere il tiro. Andare alle elezioni proponendo una coalizione di “scopo”, per poche cose di assetto istituzionale, come sembrava suggerire Vendola nell’intervista dello “spariglio”, è in effetti la via migliore per perderle, soprattutto in tempi di crisi: l’untuoso moderatismo dei centristi vecchi e nuovi non è in grado di offrire speranze e prospettive a chi più soffre. Aprire a Fini, per di più mentre il movimento di costui andava in pezzi, è stato poi un errore politico grave, anche di tattica. Ma vi si può rimediare: sono grandi le risorse dialettiche del poeta di Puglia.
Se vuole essere utile alla sinistra e all’Italia è necessario che torni al suo “racconto”, quello per cui il berlusconismo non è solo lo strapotere di un cavaliere, maschilista e porcone, padrone della tv, che viola le regole democratiche, attacca la giustizia, mortifica il parlamento eccetera eccetera, ma anche “il governo dei padroni”, che precarizza la vita, abolisce i contratti nazionali, sottrae reddito e diritti al lavoro, lo sottomette a feroci logiche di profitto nelle fabbriche come in tutti gli altri luoghi di attività, ma è anche una regressione culturale e politica generalizzata tale da colpire le donne, gl’immigrati, la cultura, i servizi sociali e le libertà civili.
Nel “berlusconismo” - ci ha spiegato Vendola in questi mesi – tutto si tiene e non si può riconquistare la democrazia politica senza un rilancio della democrazia sociale. La prima conseguenza è che con i “pentiti” del berlusconismo politico, Fini e Casini, si devono certamente cercare convergenze sui temi delle “regole politiche”, le leggi elettorali, il sistema mediatico, l’amministrazione della giustizia, per bonificare il terreno dalla peste autocratica e mediatica, ma non si possono fare accordi di governo perché sull’assetto liberista dell’economia essi sono dalla stessa parte del cavaliere. La seconda conseguenza è  che anche nel centro sinistra c’è una battaglia dura da combattere, perché il peso delle culture decisioniste e liberiste è forte anche nel Pd.
Vendola, con intelligenza, pensando le elezioni vicine, aveva scelto come terreno di confronto culturale e politico le primarie; di fronte all’imprevedibile tenuta parlamentare del gran corruttore sconta una grave difficoltà. Viene da qui, probabilmente, l’impasse che lo ha condotto alla “mossa”: chiedere le primarie non basta più, occorre altro, ma è esattamente il contrario del tatticismo da palazzo in cui si è cimentato con un totale insuccesso. Berlusconi, è ormai evidente, non lo butta giù quel Parlamento che lui stesso ha trasformato in mercato. E non lo butta giù la magistratura. Ne inventerà sempre una nuova, per ritardare, bloccare, impedire, fino allo scontro totale. Solo la piazza, solo la spinta di massa può cacciarlo.
Vendola ha pertanto un compito che rientra nelle sue corde: unificare le tante opposizioni, sociali, politiche, culturali, morali, religiose. Lavorare perché anche da noi accada qualcosa che somigli a quanto sta accadendo in Nord Africa. Non più giornate episodiche di protesta, ma un movimento di popolo forte e duraturo, che incoraggi gli incerti, ed abbia il suo sbocco nelle dimissioni del sultano. La prima cosa che spero da Vendola nel “chiarimento” del 27 è  dunque questa: un incoraggiamento forte, una spinta alla lotta di massa.
La seconda cosa che mi aspetto con speranza è il passaggio dal metodo al merito. Bisogna che il racconto cominci ad articolarsi in proposte chiare, da subito, a cominciare dai temi sociali. Leggi e misure comprensibili e credibili: sul lavoro, sul salario, sui diritti.
Mi pare questa l’unica via attraverso cui Vendola può recuperarsi e noi possiamo recuperarlo, onde evitare che lo infilino (o si infili) in un buco nero insieme alle speranze che finora ha rappresentato. Alla sinistra diffusa, cominciando dalle poche decine di compagni che mi leggono, io darei un suggerimento. Mandiamogli messaggi, su fb, al suo sito, a Sel, alle Fabbriche, alla Regione Puglia, mandiamogli a dire che lasci perdere la tattica e il palazzo, che l’unica salvezza è la strada e la piazza. Diamogli noi qualche buon consiglio: aiutiamolo a non seguire quelli pessimi che altri gli daranno.

13.2.11

Evasione ed eversione al tempo del caimano. L'articolo della domenica.

I sette minuti finali de Il caimano (2006), un film ormai classico ispirato alla vicenda umana e politica di Berlusconi,  non sono andati in onda nella trasmissione della Dandini. La direzione generale ridicolmente proponeva: “Solo tre minuti”. Nanni Moretti, il regista, titolare dei diritti, ha replicato che le opere dell’ingegno non si vendono a peso come il formaggio dal salumiere.
Nell’occasione è venuta alla luce un’altra più grave censura che è, nello stesso tempo, spreco di pubblico denaro. Moretti, dopo il passaggio nelle sale cinematografiche e nelle tv a pagamento, aveva voluto che solo la Rai, e nessun altro, potesse trasmettere il suo film nei canali generalisti. Nel 2008 aveva pertanto stipulato un contratto che, per un milione e mezzo di euro, prevedeva cinque passaggi de Il caimano in cinque anni, fino a tutto il 2013.
Il milione e mezzo è stato regolarmente pagato dalla Rai, ma in Tv il film non lo si è ancora visto. La messa in onda su Rai Tre era stata programmata per il 7 febbraio scorso, ma il direttore generale l’ha bloccata: al posto de Il caimano è stato trasmesso Le vite degli altri.
Il consigliere d’amministrazione Rai, Rizzo Nervo, ha chiesto una data e un orario al direttore della Rete Uno, che in passato si era detta disponibile alla messa in onda. Mazza ha proclamato: “Lo manderò in onda quando lo riterrò opportuno”.
Farsesco.
Il critico cinematografico del “Messaggero” Francesco Alò, in una intervista a Radio radicale, si è detto convinto del valore emblematico della sequenza finale in cui “il caimano” sfida i giudici che lo processano e lo condannano ed incita all’eversione. Di quella sequenza l'emittente pannelliana aveva appena riprodotto il sonoro.
“Quei sette minuti, con i flash all’indietro e in avanti, – ha spiegato Alò – investono un arco di tempo piuttosto ampio. Paradossalmente l’ascolto radiofonico senza la visione, evidenzia con più forza l’immutabilità del messaggio. Ne fanno parte un nemico (la sinistra, triste, invidiosa e cattiva, capace solo di odiare), il popolo che ha votato e il capo del governo, che in grazia dell’unzione ricevuta rifiuta ogni giudizio”.
Il critico aggiunge il riferimento a un altro film, Il portaborse di Luchetti del 1991, di cui Moretti fu produttore e in cui impersonò da attore il ruolo del ministro Botero, e nota una evidente continuità tra Botero e il caimano. Il politico seduttore, che dichiarava guerra alla sinistra triste e ne mostrava la corruttibilità usando denaro e sesso, è un’altra faccia del caimano golpista. Il messaggio del primo si presentava come più disinvolto e “creativo”, quello del secondo ha  una natura robotica, è frutto di una  coazione a ripetere, ma il legame tra i due personaggi resta assai forte.
Credo che Alò abbia ragione e che la sua osservazione sia più “politica” di quanto lui stesso non creda. La discesa in campo di Berlusconi s’inaugurò con l’evasione televisiva, con l’esibizione del lusso, con l’apoteosi cinica di un’opulenza acquisita, con la mercificazione massificata della sessualità: il tutto contrapposto al grigio moralismo comunista che, come mostrava il primo spot di Forza Italia, avrebbe trasformato l’Italia in una landa desolata se Occhetto avesse vinto. La presenza in campo del Cav si mostra oggi soprattutto come potere refrattario a ogni regola, come esplicita eversione dei principi democratico-repubblicani, dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, del primato del lavoro sulla ricchezza, dell’interesse collettivo su quello individuale. Ma continua ad esaltare l'etica della "velina"; proprio oggi la celebre manicure politica Nicole Minetti, dispensatrice di inviti alle cene del bunga bunga, ha lanciato un appello pubblico alle donne italiane: usate la vostra bellezza. Insomma evasione ed eversione restano inseparabili nel berlusconismo. La sua vittoria, non solo elettorale, è stata resa più facile dal cedimento di una parte della sinistra sugli stessi fondamenti etici e politici della convivenza sociale: non ci siamo dimenticati i tanti che nel tempo ci hanno raccontato che per battere Berlusconi bisognava fare come lui.
Alcuni segni fanno oggi pensare a una presa di coscienza molto più diffusa che in passato sulla necessità di combattere non solo il capo del governo e il suo Pdl, ma il “berlusconismo": essi vanno dai consensi crescenti che ottiene l’analisi-racconto  che dell'Italia fa Nichi Vendola alle grandi manifestazioni di oggi, delle donne e degli uomini.
In verità nel berlusconismo tutto (o quasi) si tiene, dalla comunicazione truffaldina al maschilismo, dall’insofferenza verso la cultura all’odio per gli operai specie quando si organizzano e lottano.
I berlusconidi, come un tempo i fascisti, sono minoranza, ma una minoranza che, con la sua assoluta mancanza di principi e di scrupoli morali e con i potenti mezzi che ha avuto ed ha a disposizione, è riuscita ad esaltare i peggiori istinti del ceto medio bottegaio, a indurre all’opportunismo servile ampi settori di popolo minuto, ad attrarre con regalie, minacce e promesse  molti poteri forti (cardinali, industriali, banchieri, finanzieri, corporazioni professionali), a infettare l’intellettualità e l’intero ceto politico.
L’attuale situazione somiglia a quella che seguì nel 1924 il delitto Matteotti, ove tutti quelli che hanno ottenuto vantaggi, anche modesti, dicono “vorrei ma non posso”. Intanto si stringe intorno al capo del governo la peggiore canaglia e torna in campo qualche “consigliori” che lo incita a reagire, dando il peggio di se stesso. Per esempio il grosso giornalista che due anni fa aveva addirittura fondato un partito antiabortista, che scavalcava i preti nelle tirate moralistiche contro coppie di fatto, omosessualità, edonismo dilagante, oggi si mette al servizio del gran puttaniere e scaglia i suoi strali contro giudici e  “puritani”.
Tutto ciò potrebbe non bastare a Berlusconi e alla sua volontà di tirare dritto. Rispetto al Mussolini del 25 il caimano ha almeno trent’anni di più ed è imbolsito. Il suo stile di vita lo affatica: chimica ed estetica aiutano, ma fino a un certo punto. In Italia d’altra parte non funziona quasi niente e la crisi rende impossibili politiche clientelari di massa.
Può dunque crescere nei prossimi mesi un’opposizione sociale più forte, può produrre effetti in Parlamento e condurre a nuove elezioni, che con tutta evidenza il caimano teme.
Ma la fine politica di Berlusconi non comporta automaticamente la fine del berlusconismo, i cui effetti deleteri si protraranno nel tempo e richiederanno per essere eliminati una lunga e dura battaglia culturale prima ancora che politica.

6.2.11

20 anni senza il Pci. L'articolo della domenica.

Salvo proroghe dovrebbe essersi chiusa ieri, a Roma, la mostra sul Pci nella storia d’Italia che aveva trovato la sua sede nel Palazzo dell’Architettura. Non sono riuscito a vederla. Spero, perciò, che sia ripetuta altrove, anche perché  ne hanno detto assai bene le cronache e i cari amici che l’hanno visitata, antichi militanti che vi hanno ritrovato una parte di sé.
Negli ultimi quindici giorni anche due anniversari hanno richiamato qualche attenzione sul partito di Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer: i novant’anni dalla fondazione a Livorno e i vent’anni dallo scioglimento, il 3 febbraio del 1991 a Rimini.
Vent’anni fa tra i sostenitori della svolta di Occhetto e della scelta di dar vita a un nuovo partito non mancava l’entusiasmo. Benché quello scioglimento apparisse necessitato dalla storica sconfitta del progetto comunista del XX secolo, non pochi pensavano che il nuovo partito, il Pds, avrebbe tenuto il campo onorevolmente e avrebbe superato il tabù del governo.
Quelle speranze si sono in parte realizzate. Esponenti del disciolto Pci, riciclati nel nuovo partito (nei nuovi partiti), hanno ottenuto ministeri, sottosegretariati, cariche di sottogoverno. Uno di loro, senza baffi, è diventato addirittura presidente della Repubblica, un altro, coi baffetti, capo del governo, sebbene per pochissimo tempo.
Ma tutto questo ci consegna un’Italia diversa e migliore? E dentro di essa è cresciuto il ruolo e il peso delle classi lavoratrici che il Pci cercava di esprimere politicamente?
Non mi pare proprio. L’Italia d’oggi fa quasi schifo e il lavoro è stato di nuovo messo sotto, privato di poteri e diritti.
In verità il Pci ha rappresentato una grande anomalia nella storia d’Italia. Nel paese dell’individualismo più sfrenato, dei campanili, delle corporazioni e delle camarille, del “tengo famiglia”, quel partito affermava principi di socialità e di responsabilità tanto forti da porlo in opposizione alla storia passata del paese, di cui il tracotante “me ne frego” dei fascisti aveva sintetizzato atavici opportunismi e vizi difficili da estirpare.
Il Pci agiva un po’ da chiesa, ma i suoi quadri nazionali e locali parlavano dappertutto lo stesso linguaggio e provavano a far corrispondere gli atti alle parole. Spesso poi i burocratici comunisti mostravano un senso del dovere, una sobrietà di comportamenti pubblici (e privati) sorprendente in un paese di arruffoni e di arraffoni.
Il Pci, per farla breve, espresse, per la prima volta a livello organizzato e di larghe masse, un principio di riforma intellettuale e morale in un paese che non aveva avuto la riforma religiosa, ma conosceva solo controriforme, e in cui i conati di incivilimento dei costumi politici e sociali avevano prima di allora riguardato solo ristretti gruppi intellettuali.
La presenza nell’Italia repubblicana del Pci (di una sorta di “paese nel paese” – diceva Pasolini) non era esente da settarismi, autoritarismi, inganni ed autoinganni, ma contribuì a far crescere la partecipazione democratica e l’etica pubblica, anche negli altri.
Era possibile e utile tenere in vita il Pci dopo il crollo dell’Unione sovietica e la fine delle sue ragioni originarie? Qualcuno – Lucio Magri per esempio – sostiene di sì; sostiene che erano ancora possibili, se i gruppi dirigenti l’avessero voluto e ne fossero stati capaci, un’efficace resistenza alle pressioni degli avversari di classe, un rinnovamento democratico, una rimotivazione delle istanze radicali di trasformazione socialista.
La storia coi “se” si può anche fare, ma non c’è controprova. E non ha tutti i torti chi pensa che il cedimento del Pci e la sua trasformazione in una macchina di potere, priva di sicuri riferimenti sociali e ideali, siano avvenuti già negli anni Ottanta, dopo la scomparsa di Berlinguer, e che la svolta di Occhetto servisse a sancire processi in gran parte già compiuti.
Dopo lo scioglimento del Pci è fallita, travolta dagli interni opportunismi e dalle dinamiche della cosiddetta seconda repubblica, anche l’ipotesi, prospettata da Garavini, di un partito più piccolo che esprimesse insieme una buona continuità comunista e istanze di “rifondazione”.
Si comprende pertanto che in chi l’ha conosciuto cresca la nostalgia del Pci e che il confronto con l’oggi renda più accettabili perfino i suoi difetti.
Ho letto ieri su Fb che qualche decina di intellettuali e militanti del sindacato e di Rifondazione, in sintonia con Diliberto e altri del suo partitino, vorrebbero, dopo nuove miniscissioni, ricostruire il Pci. In un film Erminio Macario diceva che “la nostalgia è una brutta malattia” e sosteneva di aver conosciuto, a Cuneo, uno che ne era morto. Io non penso che questi compagni possano morire di nostalgia, ma credo che non concluderanno molto.
I partiti comunisti nacquero sulla spinta di una rivoluzione vittoriosa ed è improbabile che se ne possano ricostruire in una fase storica come quella che viviamo. Questo non significa dimenticare la storia del Pci, da cui c’è ancora tanto da imparare, significa piuttosto fare un passo indietro per permettere domani, a noi stessi o ad altri, di farne due avanti.
Un modello storico esiste. Marx, dopo il fallimento (dal suo punto di vista) delle rivoluzioni del 1848, fece un passo indietro, sciolse la Lega dei Comunisti per dare vita ad un’altra formazione, molto più aperta ed inclusiva. Vi aderirono gli anarchici e socialisti d'ogni sfumatura, per qualche tempo i mazziniani. Era l’Associazione Internazionale dei Lavoratori, la prima Internazionale.
Da allora quasi tutto è cambiato, nell’organizzazione produttiva, nelle forme di comunicazione, nelle culture e nei linguaggi, e sono emerse nuove potenti contraddizioni che qui posso solo evocare: la questione femminile, la questione ambientale. Mi pare tuttavia che il mondo (e dentro di esso l’Italia) non vada affatto bene. E urgente mi pare l’esigenza di riprendere percorsi di liberazione del lavoro, di trasformazione sociale. Solo in un terreno nuovo, tuttavia, solo in un campo aperto, la storia migliore del grande Pci può trovare linfa e dare buoni frutti.  

23.1.11

Contro Berlusconi. Aventino o piazza? L'articolo della domenica.

Un amico assai caro oltre che polemista politico puntuto ed efficace è anche discreto analista. Un tempo azzeccava anche le previsioni, ma, da quando c’è in ballo Berlusconi, le sue facoltà predittive sono in ribasso. Dal dicembre del 1994 ne ha antiveduto la morte politica almeno una decina di volte, con immutata convinzione, ma tutte le volte ha dovuto poi riconoscere lo scacco. Temo che in lui l’immaginazione politica sia depotenziata dalla forza del desiderio.
Ora s’è fatto più prudente. Dice che il Cavaliere è come quel tipo che non fa che entrare e uscire dagli ospedali, ogni volta cavandosela e proclamando il proprio totale risanamento; aggiunge: “Prima o poi  ci rimane”.
L’errore del mio amico è di metodo, è nella convinzione che uno così, con il suo conflitto d’interesse, la sua incultura, la sua ciarlataneria, i suoi giri intercambiabili di politici prostituiti e prostitute politicanti, non può durare, che prima o poi il potere vero (che egli considera cosa più seria) lo espellerà dal suo seno.
Non è così che funziona. L’uomo ha accumulato una potenza economica che gli permette di irridere chi continua a trattarlo da parvenu e mostra una protervia, un senso dell’impunità che affascina i più consolidati potentati economici, finanziari o religiosi, dato che riesce a sintetizzare in un monstrum inimitabile tutto il peggio della tradizione italiota, dalla recitazione da guitto all’amoralità, dalla cialtroneria al bigottismo, superando in sfrontatezza i più riusciti personaggi di Alberto Sordi.
Come che sia i cardinaloni, i banchieroni, i rampanti manager maneggioni e le residue belle famiglie del capitalismo italiano non faranno niente per buttarlo giù. Continueranno piuttosto a prendere le distanze tutte le volte che il “Cavaliere del Cacchio”, avendo ampiamente superato ogni limite di decenza e buon gusto, sembrerà vacillare; ma continueranno ad usare il potere di lui per ottenere favori di ogni sorta.
Una tattica analoga segue la Lega di Bossi e Calderoli. Forte di un consenso costruito sul fallimento delle sinistre novecentesche e di una ideologia comunitarista che ricorda più il nazismo che il fascismo, la Lega spregiudicatamente usa con Berlusconi l’arma del ricatto ottenendo, soprattutto al Nord, fette di potere sempre più ampie, senza mai abbandonare l’ispirazione secessionista con la connessa vocazione totalitaria.
E’ infine un’illusione che il colpo di grazia possa venire a Berlusconi dai Fini e dai Casini che l’hanno a lungo sostenuto e il cui potere d’attrazione diminuisce ad ogni tentativo fallito, o dai frondisti del Pdl di cui di quando in quando si vocifera.
“La reazione è simile alle erbacce – diceva Mao – se non la sradichi non smette di crescere”. Vale anche per la mala pianta rappresentata da questo governo e, più in generale, dal berlusconismo. Non si può sperare che si dissecchi da sé, è indispensabile un'azione che oggi non sembra avere la forza necessaria.
L’opposizione parlamentare di centrosinistra è, del resto, quella che è. L’intransigente Di Pietro è ridotto all’impotenza. Ha sempre rifiutato di costruire altro che un partito personale, in cui i gruppi dirigenti a tutti i livelli dipendano da lui. Ma su questo terreno Berlusconi è assai più forte: ha più televisioni, più giornali, più denari e si compra i parlamentari che il molisano riteneva cosa sua.
Nel Pd, dopo mesi di tensioni, torna oggi un po’ di entusiasmo per il conato unitario del Lingotto e Scalfari nel sermone domenicale di “Repubblica” si esalta per il ritorno di Veltroni. Il vecchio e barbuto giornalista non ha mai portato fortuna ai leader per i quali si è schierato con più convinzione (De Mita e Spadolini, per esempio), ma la rinnovata infatuazione per l’ex sindaco di Roma e per il suo immarcescibile nuovismo mi pare un segno di accentuata senescenza, al limite del rimbambimento.
Piace anche a me la scelta del Pd, che questa volta sembra unanime, di smetterla coi traccheggiamenti e di chiedere oltre alle dimissioni di Berlusconi nuove elezioni, ma tutto questo mal si concilia con le disponibilità che sembrano riaffacciarsi sul federalismo fiscale ed altre consimili aperture di dialogo a destra. Bisogna aspettare i fatti.
Mercoledì scorso su “Il fatto” Paolo Flores ha avanzato alle opposizioni parlamentari una proposta: che compattamente escano “da un Parlamento che il Puttaniere ha già trasformato nel suk dei voti all’incanto” e si riuniscano “separatamente e pacificamente in una Pallacorda che rappresenti quanto ancora resta dell’Italia civile, per provare a salvarla e ricostruirla”. A me l’iniziativa più che la Pallacorda rammenta l’Aventino. Se realizzata avrebbe esattamente gli stessi limiti che i comunisti di Gramsci attribuirono all’Aventino quando ne uscirono. Le forze dei parlamentari “separatisti” sarebbero oggi ostili a un’iniziativa di piazza come allora rifiutarono la proposta comunista dello sciopero generale; si affiderebbero oggi al capo dello stato come gli aventiniani aspettarono, invano, il sostegno del re.
Credo pertanto che il terreno più idoneo alla cacciata di Berlusconi sia la piazza e penso che lo sciopero indetto per il 28 dalla Fiom sia l’occasione propizia e possa avere non solo un grande impatto, ma anche una capacità di trascinamento. Questione morale e questione sociale appaiono, del resto, sempre più legate. E lo strapotere padronale che ha trovato il suo acme nel diktat marchionnesco (ipocritamente chiamato referendum) di Pomigliano e Mirafiori è l’altra faccia del berlusconismo. Sarebbe troppo, tuttavia, chiedere ai metalmeccanici della Cgil di farsi carico di reclamare in prima persona le dimissioni del governo. Tocca ad altri dare, in primo luogo con la massiccia presenza e la combattività, questo contenuto alla giornata di lotta di venerdì prossimo: il movimento degli studenti, il popolo viola, il popolo dei precari, associazioni, forze politiche della sinistra. Una manifestazione grande e forte può essere per tutta l’Italia che non ne può più un grande segnale, può spingere all’azione i riluttanti, alla parola i silenti e accelerare la fine politica del tenutario di Villa Arzilla, dei suoi tirapiedi, delle sue cortigiane.

10.1.11

Il Pcl di Ferrando a Congresso. I rischi del dogmatismo. L'articolo della domenica.

Si è svolto nei giorni scorsi a Rimini il Congresso del Pcl, il piccolo partito di ispirazione trotzkista fondato da Marco Ferrando e Franco Grisolia dopo la scissione con Rifondazione.
La relazione di Ferrando, che sintetizza la linea e la proposta del gruppo, ortodossa nell’approccio e nel linguaggio marxista, ha una struttura classica. Si apre infatti con l’analisi della fase (cioè della crisi) a livello internazionale, con l’attacco feroce delle borghesie dominanti ai lavoratori, i conflitti intercapitalistici e interimperialistici, con le lotte di resistenza in atto dalla Cina agli Stati Uniti, dalla Grecia alla Francia. Poi viene l’Italia con le sue dinamiche politiche e sociali dentro un’Europa in crisi.
Il cuore del ragionamento, esemplificato dalla parabola di Zapatero,  è che i margini del riformismo, del progressismo socialdemocratico, non ci sono più, ammesso che ci siano mai stati. Tutta la crisi oggi, soprattutto in Europa, si scarica sulla classe operaia e sui lavoratori, di qualunque colore sia il governo del loro paese.
Alla sottrazione di diritti, salario, libertà, la reazione operaia appare a Ferrando tuttora debole e contraddittoria, con forme gravi di disarticolazione e disorientamento: solo negli ultimi mesi – dice – c’è qualche risposta di lotta, frutto di una insanabile contraddizione, l'impossibilità da parte dei governi di qualsiasi concessione, la non credibilità di qualsiasi promessa.
L’Italia è dentro questo quadro. La Fiat fa da apripista nel settore privato, nel quale tutta la borghesia è interessata allo sfondamento, mentre il governo (ogni governo) tende a ridimensionare il settore pubblico, a sottometterne i lavoratori, a privatizzare tutto il privatizzabile.
Il berlusconismo appare in crisi a Ferrando, ma anche i fautori di un ricambio borghese, dai terzopolisti al partito democratico, gli sembrano inconsistenti nella loro proposta di governo: la stabilizzazione non gli sembra perciò all’orizzonte, neanche in caso di elezioni anticipate. Ci potrebbe essere invece, a breve, un’esplosione del sistema politico in un quadro destrutturato sullo sfondo della crisi europea, che sarebbe un ulteriore disastro per la povera gente senza una credibile alternativa di potere e di società. 
La critica del Pcl si estende anche alle attuali sinistre italiane, politiche e sindacali, subalterne, divise e senza proposta. L’ipotesi considerata più interessante, quella di Vendola, è ritenuta da Ferrando “socialdemocratica” e, per ciò stesso, priva di margini di praticabilità. La critica è acrimoniosa oltre che ideologica: il sostegno del presidente pugliese alla Fiom è considerato puramente formale, mentre si legge la sua candidatura alle primarie come un offerta alla borghesia.
E’ ovvio che da una siffatta analisi, con i suoi connotati dogmatici, non possono venire altre proposte se non la rivoluzione sociale e una repubblica dei lavoratori. L’impressione è che gli strumenti concettuali e politici adottati siano sì in grado di illuminare aspetti della crisi che i più ignorano, ma non di far uscire la proposta dalle secche del “massimalismo”.
Due punti del discorso di Ferrando mi paiono tuttavia da apprezzare, da discutere e approfondire: l’idea che oggi il cuore dell’attacco padronale è la Fiom e che intorno ad essa va costruita l’unità delle forze del lavoro; la proposta di “Stati uniti d’Europa” che possa dare ai lavoratori del continente un interlocutore statuale unico e ne favorisca l’unità internazionale di cui c’è bisogno.

3.1.11

Le telefonate di Bersani. L'articolo della domenica.

A leggere “Il Riformista” di oggi sembrerebbe che Bersani voglia direttamente impegnarsi sul caso Fiat e lo voglia fare come se fosse tornato a svolgere il mestiere di ministro dello Sviluppo economico. Avrebbe telefonato non solo a Landini e Camusso, ma anche a Marchionne per chiedere conto degli investimenti di cui si parla negli accordi: “Parlavate di venti miliardi di investimenti, ma sul tavolo ce n’è soltanto due. Dove sono finiti gli altri diciotto?”. 
Secondo il giornale l’interventismo sarebbe il “di più” che dovrebbe garantire la tenuta all’interno del Pd e il successo anche al suo esterno della linea “cerchiobottista” sintetizzata nello slogan “sì all’accordo, no alla regressione per i diritti dei lavoratori”.
Lo slogan è, in realtà, del tutto velleitario. La polpa degli accordi di cui si parla, infatti, non è rappresentata dai turni molto pesanti di cui pure si ha notizia, ma dalla soppressione per i lavoratori di diritti fondamentali: quello di sciopero, conquista storica del movimento operaio, oltre a quello di avere la paga garantita in caso di malattia. Inoltre connaturata al cosiddetto “lodo Marchionne” (più giusto sarebbe chiamarlo “diktat Marchionne”) è l’eliminazione o, quanto meno, la forte riduzione delle libertà sindacali nei luoghi di lavoro per chi non lo accetta e non lo firma.
Sarà difficile pertanto a Bersani reggere, su questa linea, alle contestazioni interne, sia di chi critica l’accordo come Cofferati o Orfini sia di chi vorrebbe un più evidente allineamento sulle posizioni della Fiat e della Cisl.
Anche meno questa linea potrà reggere di fronte a quei lavoratori, di tutti i settori e comparti, che chiedono al segretario Pd e al suo partito una sponda e un sostegno nella resistenza all’attacco padronale che sta oggi toccando i diritti di tutti. Sarà inevitabile per il partito una scelta netta e definitiva.
E’ giusto pertanto che da sinistra (la sinistra sindacale, culturale, politica) si intensifichi la battaglia e la mobilitazione sui temi del lavoro, anche in vista dello sciopero Fiom di fine mese e si moltiplichino le pressioni sul Partito democratico perché corregga la rotta. Ho seri dubbi che ciò possa avvenire, ma se, come temo, il Pd dovesse confermare il  tradimento del mondo del lavoro e delle sue ragioni storiche, non saranno le telefonate di Bersani a renderlo digeribile.

26.12.10

Auguri. L'articolo della domenica.

La mancata caduta del governo, il 14 dicembre, ha avuto come conseguenza quasi inevitabile l’aprirsi di  lacerazioni tra gli oppositori di Berlusconi, che né la nascita di una sorta di rassemblement  centrista né le confuse iniziative del Pd riescono a frenare. L’arrogante conferenza stampa di fine anno del Cavaliere che conclude (per ora) una incessante serie di smargiassate e maramaldeggiamenti ci informa tra l’altro che oggi, per il cosiddetto allargamento della maggioranza, è oggetto di attenzione anche il gruppo di Rutelli. Nello stesso tempo entra in crisi il partito di Di Pietro: i violenti (e, in genere, giustificati) attacchi al ducetto di Arcore non gli bastano più a mantenere compatto una formazione politica il cui quadro dirigente, a tutti i livelli, è stato costruito con acquisizioni eterogenee di personaggi non sempre limpidissimi.
Il peggio di sé sembra darlo tuttavia il Pd. Il partito guidato da Bersani avrebbe in un momento come questo, in cui elezioni imminenti restano comunque probabili, un ruolo decisivo di organizzazione e di raccolta delle forze di opposizione, ma torna invece a manifestare la sua natura di aggregazione nata da escogitazioni tattiche, priva di anima e di missione storica. Particolarmente nefasti, in questa fase appaiono, i gruppi di D’Alema e Veltroni, che ammanicatissimi con centri di potere finanziario, speculativo, mediatico, continuano a proporre nuove svolte a destra sul terreno programmatico e delle alleanze. Divisi negli interessi che difendono, nelle cordate che proteggono, i due sono stranamente uniti nell’impedire la svolta programmatica a sinistra che sarebbe necessaria per trovare sintonia con una opposizione sociale che tende a crescere e nell’invocare una sorta di berluscon-leghismo temperato. Reggono i metalmeccanici della Fiom ai ricatti di Marchionne, resta in piedi il movimento studentesco anti Gelmini, non demorde il popolo abruzzese delle carriole, si rilanciano le lotte per l’acqua pubblica e i beni comuni; ma i discorsi di molti capi piddini continuano ad alludere a privatizzazioni, a riforme taglia diritti, a una produttività ottenuta esclusivamente a scapito dei lavoratori. Regge Vendola e la sua richiesta di un dibattito aperto sulle scelte dell’opposizione con il meccanismo delle primarie, ma quelli che ieri le ritenevano una conquista epocale, un fattore essenziale di democrazia, oggi si arrampicano sugli specchi per giustificarne la soppressione. Io non amo le primarie per l’elemento leaderistico che è ad esse connaturato e non mi piace l’enfasi con cui Vendola ne parla; ma nel contesto dato mi paiono l’unica occasione per confrontare progetti, programmi, profili ideali e culturali. Proprio per questo da qualche parte le si teme e si tenta di impedirle con trabocchetti d’ogni tipo. Insomma, per dirla con un’espressione umbra, gli atti non son belli. Pure qualcosa ci dice che sotto la crosta della politica politicante, dentro la crisi che continua a macinare diritti e redditi popolari, qualcosa si muove: si avverte per esempio un lento rinascere nelle nuove generazioni della fiducia nell’azione collettiva . Auguri, dunque. Ne abbiamo  un gran bisogno. 

19.12.10

I dilemmi di Bersani. L'articolo della domenica.

Dopo la “fiducia” ottenuta dal governo Berlusconi le possibilità che si voti in primavera sono aumentate.
Sparita dall’orizzonte l’ipotesi di un governo tecnico o di transizione, i berlusconleghisti preparano le elezioni. Lo fanno in molti modi, con la criminalizzazione del dissenso e la richiesta d’ordine, con il manganellamento mediatico e quello reale, con l’approvazione rapida di tutte le controriforme sul tappeto da quella universitaria a quella che vieta il testamento biologico. Mentre  nella scuole pubbliche manca tutto, sono già arrivate le provvidenze per le scuole dei preti e fra un po’ si escogiteranno regalìe per tutti i gruppi sociali e i gruppi di pressione considerati amici. Poco conta il prevedibile aggravarsi dei problemi finanziari e di bilancio, anche nel rapporto con l’unione europea: si tenterà di addossarlo agli “altri”, ai nemici storici e ai traditori di oggi.
Nel Pd talora ci si consola con l’illusione che Berlusconi tema elezioni imminenti e sia in grado di impedirle e si legge in questa chiave la continuazione della campagna acquisti di parlamentari anche dopo il fatidico 14 dicembre.
C’è della verità in tutto ciò. Nonostante la ritrovata tracotanza e i sorrisi da imbonitore il cavaliere intuisce che il suo appeal elettorale si è notevolmente ridotto e che si è diffusa la consapevolezza della sua incapacità di dare seguito alle promesse che sistematicamente continua a dispensare. Tra i berlusconidi i dubbi di una vittoria piena sono perciò ampiamente diffusi: si teme per il Senato, ove potrebbe non esserci la maggioranza per il ruolo giocato dai centristi e si teme la Lega che potrebbe essere il soggetto politico più avvantaggiato dalla vittoria e potrebbe aspirare ad una incontrastata egemonia sul Nord.
Il tentativo di allargare la maggioranza nella Camera dei deputati non ha lo scopo di favorire l’approvazione della cosiddette “riforme-bandiera” oggi in discussione, quella universitaria per esempio, che trovano la via aperta dal supporto centrista e, talora, piddino. I nuovi arrivi servono invece a preparare un colpo di mano sulla legge elettorale del Senato, per renderla simile a quella, sconcia, della Camera e pottenere anche lì un vistoso premio di maggioranza nazionale, che consenta di spadroneggiare  con il 35-40 per cento dei voti.
Credo che questa volta non si ripeterà lo scandalo delle “conversioni” individuali, la saga delle Siliquini, dei Callearo e degli Scilipoti. Ha invece più probabilità di efficacia la pressione del cardinale Bagnasco e del risorto Ruini. L’allargamento della maggioranza alla Camera con un altro gruppetto di deputati potrebbe avvenire questa volta nel nome della “vita” e della fedeltà a Santa Madre Chiesa. Ma tutto questo non ha l’obiettivo di allungare di mesi o addirittura di anni la legislatura, ma quello di rendere possibile il blitz sulla legge elettorale del Senato.
In questo contesto la via maestra per le opposizioni di centrosinistra e di sinistra è quella di dire basta e lanciare la sfida alla destra corrotta e golpista. Sembrava che Bersani volesse farlo, consolidando gli accordi già raggiunti con Sel e Idv, restituendo un profilo moderatamente di sinistra al programma di governo (sulla redistribuzione soprattutto), accettando la sfida delle primarie proposta da Vendola. Questo non avrebbe impedito il dialogo con il neonato “centro” sui temi “democratici”: quel che si è detto per la destra, vale anche per un centrosinistra più forte dell’asse Berlusconi-Bossi. E’ improbabile, infatti che nel prossimo Senato della Repubblica ci sia una maggioranza precostituita e con i centristi bisognerà fare i conti.
Non è andata così. Il Pd, Bersani incluso, si allinea con il “duo della sconfitta” D’Alema-Veltroni e si comporta come se non volesse vincere. Lancia una proposta unitaria di governo a tutte le opposizioni e tira fuori dal cassetto alcune indicazioni programmatiche che ammiccano ai centristi. Dice che di primarie si parlerà, casomai, dopo, pare disposto ad accettare la prospettiva di un “papa straniero”, anche se questo dovesse comportare una rottura a sinistra con le formazioni di Di Pietro e Vendola, accusa quest’ultimo di arroganza per la sua insistenza sulle primarie.
Il centro, ovviamente, nicchia. Sottoposto a quotidiane pressioni da Berlusconi e dal Vaticano, chiede al Pd, per intavolare un dialogo di governo, una preventiva rottura a sinistra.
Naturalmente tutta questa “ammuina”, tutti questi giochi e controgiochi tattici, cui diversi esponenti del Pd stanno prestando se stessi, è la via migliore per perdere le elezioni ed è tutto il contrario di una nitida opposizione alle destre e di un programma alternativo che fermi lo sfascio istituzionale e democratico e il massacro sociale e rilanci in forme davvero nuove lo sviluppo economico, culturale e civile.
Grazie a questa classe dirigente piddina, insomma, potremmo trovarci di fronte a una vittoria del nuovo fascio, a una definitiva chiusura a destra della lunga crisi di regime. 
Resta una domanda. Perché lo fanno, perché si fanno e ci fanno male? La risposta non è difficile. L’idea di una ricollocazione, anche parziale e provvisoria, a sinistra li atterrisce. Hanno ormai introiettato le follie ideologiche della destra economica, matrice del disastro: le privatizzazioni, il mercato, la competitività. Vogliono privata non solo l’acqua, ma anche l’aria. Amano i poteri concentrati nel governo e aborrono le lentezze della partecipazione democratica. Preferiscono Melchiorre ai metalmeccanici. Sognano un berlusconismo senza Berlusconi.
Bersani (e con lui un gruppo di dirigenti importanti) era sembrato, e tuttora sembrerebbe, volersi distaccare da questi miti, ma ha una paura matta, direi fisica, di Veltroni e D’Alema, dei potentati e notabilati che intorno a loro si raccolgono, nel partito e fuori dal partito, nella Rai, nelle banche, tra i costruttori e gl’industriali, nelle regioni rosse e altrove.  

12.12.10

Il gioco sporco di Berlusconi. L'articolo della domenica.

Mi hanno fatto sorridere nella settimana trascorsa i giornali. Quegli stessi osservatori e retroscenisti che un mese fa prevedevano tra Fini e Berlusconi il “gioco del cerino” per rinfacciarsi reciprocamente la fine traumatica della legislatura, ora seguivano le tracce di trattative confuse negli svolgimenti e assolutamente improbabili negli esiti, come se si trattasse di una cosa seria e non di un gioco delle parti.
Oggi tutto sembra rientrato e tutti sembrano predisporsi a uno scontro elettorale che si preannuncia durissimo. E l’attenzione degli osservatori sembra concentrarsi sull’“Ora X”, il dibattito parlamentare e la mozione di sfiducia presentata alla Camera (la maggioranza favorevole a B non sembra al momento in discussione al Senato).
Qual è la posta in gioco? Non credo che dal voto alla Camera dipenda la sorte della legislatura, che è già segnata. Non vedo margini per governi istituzionali che non siano governi elettorali e Berlusconi, qualsiasi cosa dica e faccia dire ai suoi nel quotidiano manganellamento televisivo, non pensa affatto di portare la legislatura al suo termine naturale, ma vuole andare al voto disponendo di tutti gli strumenti di governo, con l’intenzione di usarli, anche contro la legge e la Costituzione, pur di vincere uno scontro decisivo per la sua sopravvivenza politica. Ha cominciato già da adesso il gioco sporco, con i plateali tentativi di acquisire parlamentari ad ogni costo. Poi potrebbero venire assunzioni clientelari di massa ovunque possibile, sfide alla piazza con provocati incidenti, finti terrorismi con massicci arresti, regalie e favori d’ogni tipo alle gerarchie vaticane, sconti e agevolazioni per le categorie “amiche” e soprattutto un totale asservimento del sistema mediatico. Non è un caso che tra gli argomenti di pressione sul Parlamento e sui parlamentari i servi di Berlusconi usino la presunta abilità del “piazzista” nello scontro propagandistico, che gli avrebbe consentito in passato clamorose risalite elettorali.
Stamani in Tv tal Diaconale faceva previsioni sul numero dei deputati Pd nella prossima legislatura, mettendo in conto una pesantissima contrazione determinata dalla legge elettorale: “Se vince alla Camera, come dicono i sondaggi, la coalizione Berlusconi-Lega avrà il 54% dei deputati; il Pd dovrà dividere quel che resta non solo con l’Idv e con l’Udc come nel 2008, ma anche con i seguaci di Fini, di Rutelli, di Vendola”. L’omino non ammetteva nessuna possibilità di rimonta delle sinistre: con le tv in mano – lasciava intendere – Berlusconi è imbattibile.
In discorsi siffatti è contenuto un messaggio nei confronti dei parlamentari attuali. E non solo quelli di Fli, ma anche quelli a rischio di rielezione nelle attuali opposizioni, che secondo questo conteggio sarebbero molti. L’obiettivo delle pressioni è ottenere qualche altro passaggio di campo, che, a un Berlusconi reso sempre più fascistico dalla paura, garantirebbe non solo il voto di fiducia, ma anche un successo ideologico: l’ulteriore screditamento delle istituzioni rappresentative e parlamentari da lui stesso trasformate in un sordido mercato.
Sugli acquisti di parlamentari dipietristi c’è nel “Fatto quotidiano” di sabato 11 una riflessione pesante, ma seria, di Marco Zerbino. Di Pietro fa bene a gridare “giuda” e a parlare di “trenta denari”, ma dovrebbe anche raccontare le modalità di selezione delle rappresentanze istituzionali del suo partito al centro e in periferia. Sovente nell’Idv si salta la fatica della costruzione dei gruppi dirigenti attraverso la militanza per procedere al riciclaggio di personaggi provenienti da altre esperienze, fiduciariamente scelti dal capo. Questo rende la compagine politica particolarmente permeabile alle pratiche trasformistiche: da qui il caso Carrara nel 2001, il caso De Gregorio nel 2006, i tanti casi minori, ora quelli di Razzi e Scilipoti. Ma, se si guarda bene, anche per Callearo e il Pd ha funzionato qualcosa del genere: la candidatura dell’industrialotto veneto, in precedenza punta di lancia dell’attacco confindustriale ai diritti operai, fu voluta da Veltroni fuori da regole, linee e prassi, fu espressione del partito “personale” che l’ex sindaco di Roma tifoso della Juve tentava di costruire.
Insomma nella crisi, sperabilmente esiziale, del regime di Berlusconi, marcisce con miasmi maleodoranti anche il modello di partito che egli ha con successo incarnato , quello che Quagliariello chiamò “partito carismatico”. Mi è sembrato perciò una bella cosa, una correzione di rotta, il discorso di Bersani alla manifestazione di sabato, al di là della vacuità o dell’ambiguità di certe sue parti, perché ha egli voluto presentarsi non come candidato premier, ma come rappresentante di una forza politica, di un partito democraticamente strutturato. E’ più una buona intenzione che una realtà: il Pd realmente esistente è un conglomerato di organizzazioni, tradizioni, clientele, notabilati non sempre commendevoli. Ma in politica anche le intenzioni hanno il loro peso e quelle di Bersani fanno ben sperare per il futuro, per quella sinistra larga che è nei voti di tanti, come possibile fine dei processi di disgregazione indotti dal craxismo prima e dalla Bolognina dopo e collegati al crollo dei regimi dell’Est europeo.
La mia speranza è che anche Nichi Vendola nei prossimi giorni batta un colpo e dia seguito alla sua promessa di essere un “leader contro il leaderismo”. E’ giusto che esiga le primarie, ma sarebbe un grande aiuto alla campagna elettorale se le primarie fossero soprattutto un confronto serio sulle cose urgenti da fare per uscire dal berlusconismo, a partire dalla restituzione ai lavoratori di redditi, diritti e poteri.

5.12.10

Attenti a quei due! L'articolo della domenica

Gli allarmi più pressanti sui pericoli gravi che corre l’Italia democratica nel tramonto di Berlusconi li ho sentiti lanciati poco più di una settimana fa da Marco Pannella a Radio radicale e stamani su “l’Unità” da Pierluigi Bersani. L’uno e l’altro insistono sulla paura che sembra aver preso il Cavaliere e sui drammatici effetti che al terrore sovente conseguono in uomini politici come lui, specie quando conservano nelle proprie mani ampie fette di potere.
La cosa strana è che, mentre Pannella drammatizza i rischi che ci sovrastano, non esita a incontrarsi con l’orribile La Russa per quello che lui chiama “dialogo” e che i giornali e i politicanti “arcorizzati” tendono a far passare per trattativa. Io non credo che di ciò si tratti: il Cavaliere non ha nulla da offrire a Pannella in cambio di una fiducia nel voto del 14 prossimo, neanche un posto sicuro in liste bloccate. La presenza dei candidati pannelliani, infatti, sarebbe incompatibile con l’appoggio del clericalismo più retrivo su cui Sua emittenza confida. Insomma il guru radicale neppure in un momento come questo riesce a fare a meno del suo indigeribile tatticismo, quello che ce lo rende incommestibile nonostante la simpatia per tante sue coraggiose battaglie.
Bersani, dal canto suo, esprime posizioni più limpide, ma gli artefici del disastro, l’Eteocle e il Polinice della  sinistra, Veltroni e D’Alema, stranamente d’accordo, sembrano volerlo emarginare. L’idea di Bersani, nonostante le coperture tattiche, è semplice: se non si riesce a fare rapidamente un governo a tempo per cambiare la legge elettorale e governare l’imminente tempesta monetaria, si deve sfidare il cavaliere e andare ad elezioni con il nuovo Ulivo. Bersani sembra non temere la sfida di Vendola, ma sembra soprattutto non temere quelle primarie che lo obbligherebbero, per vincere, a ad alcune scelte di sinistra. Vendola da una parte e una possibile scelta di sinistra, anche vaghissima, sono però per Veltroni e D’Alema come il fumo negli occhi. Loro e le rispettive cordate si odiano, gli stili politici sono diversi, i banchieri e i costruttori di riferimento pure, ma su Vendola e la sinistra i due sono assolutamente d’accordo: se non è possibile neutralizzarli bisogna espellerli da ogni alleanza. E Vendola non si lascia troppo facilmente  neutralizzare.
La conclusione è demoralizzante. Il centrodestra è diviso. Il Cavaliere è in crisi evidente. L’alleanza Pdl – Lega ha ormai solo un paio di punti di vantaggio. La coalizione di sinistra, che con un programma attento ai ceti sociali più colpiti dalla crisi e una conduzione non litigiosa, può bloccare le tentazioni autoritarie e sfidare la destra alle elezioni con la concreta possibilità di ottenere la maggioranza dei seggi alla Camera dei deputati e di avvicinarsi ad essa anche al Senato. I peggiori nemici di questa prospettiva sono quei due, quelli che da sempre sognano governi, oltre che coi Fini ed i Casini, anche con i Marchionni, i Montezemoli, i Calleari, i Bazzoli, i Profumi ed altri congeneri capitani coraggiosi.      

28.11.10

40 anni fa il divorzio. L'articolo della domenica.

Scusi lei è favorevole o contrario? – del 67, credo - è uno dei pochi film in cui Alberto Sordi si cimentò nella regia e, nonostante la collaborazione nella sceneggiatura di Segio Amidei, non è una gran cosa. Pure è significativo di un momento della nostra storia italiana. L’Albertone vi interpreta la parte di un industriale di successo, che con la moglie è di fatto separato e ha una vita sentimental-sessuale allo stesso tempo elementare e complicatissima: elementare perché il suo approccio da maschio ricco gli fa vivere ogni relazione come acquisizione se non come acquisto; complicatissima perché non gli viene facile gestire una pluralità di relazioni, che peraltro tende ad ampliarsi. La storia si conclude con una intervista per strada. All’industriale quelli della tv chiedono se è favorevole o contrario alla introduzione del divorzio nella legislazione; l’omino risponde senza esitazioni “contrario” e aggiunge un pistolotto da bacchettone  sullo sfascio della famiglia e sul disordine morale che ne deriverebbe.
Il film si vede poco nelle tv e tuttavia il personaggio è archetipico: di siffatti figuri nell’Italia attuale ancora più ingaglioffita sono pieni i consigli d’amministrazione, le segreterie politiche, le giunte, i governi.
Scusi è favorevole o contrario? non contiene in apparenza un messaggio esplicito sul tema, allora caldo, del divorzio e tuttavia nella decisa condanna dell'ipocrisia ci mostra un Alberto Sordi meno qualunquista di come ce l’immaginiamo e impegnato su un problema che al tempo attirava l’attenzione dell’opinione pubblica, il divorzio appunto, la cui introduzione era sostenuta nella proposta di legge presentata il  1° ottobre 1965 da Loris Fortuna, un deputato socialista friulano.
Non erano mancate, in legislature parlamentari precedenti, prudenti proposte di legge sul divorzio da parte di deputati socialisti ( Sansone nel 54 e Giuliana Nenni nel 58), ma erano state insabbiate. E anche la nuova legge non avrebbe avuto fortuna, se non fosse sorto un movimento popolare di sostegno.
La forza d’urto più significativa fu rappresentata dai nuovi radicali di Pannella, il giovane che aveva rialzato la bandiera di un piccolo partito distrutto da tensioni interne e scandali. Gli strumenti dell’iniziativa furono essenzialmente due: la Lid, la lega per l’istituzione del divorzio, di cui fu presidente Fortuna, ma i cui principali animatori furono Marco Pannella, che ne era segretario, e l’avvocato radicale Mellini; e “ABC”, un rotocalco in bianco e nero non senza ambizioni politiche e culturali e che tuttavia puntava per la conquista dei lettori soprattutto sulle donnine scollacciate.
Il settimanale, nato per iniziativa di Gaetano Baldacci quasi come reazione alla sua cacciata da “Il giorno”, era allora governato da un estroso editore-tipografo, Enzo Sabato, e disponeva di un gruppo di redattori e collaboratori di grande qualità, Luciano Bianciardi, Giancarlo Fusco, Callisto Cosulich, Giuseppe Signori e, tra gli altri, una giovane Renata Pisu, che s’occupava di Cina e di sesso con lo pseudonimo di Cristina Leed.
Era un bel giornale e molti lo compravano nascondendolo dentro il quotidiano. Molti altri maschi lo leggevano per la sua quasi obbligata presenza nei saloni da barbiere e nelle caserme militari. Era guardato con sufficienza dai colti, ma faceva opinione e contribuiva a modificare mentalità e costume. Arrivò a tirare 500 mila copie, anche grazie al divorzio.    
La Lid si caratterizzava come “organizzazione di massa”, cercando e ottenendo adesioni soprattutto tra i “fuorilegge del matrimonio”, stimati in almeno 500 mila, spesso uniti in nuove coppie obbligatamente irregolari. “ABC”, dal canto suo, ne pubblicava gli appelli, puntando sulle storie di gente comune, smontando la leggenda che il divorzio fosse un problema da “ricchi e famosi”.
Dell'efficacia di questa sinergia si ebbe una riprova già a metà aprile del 1966, quando  al Teatro Lirico di Milano, un comizio divorzista raccolse una folla imponente. Manifestazioni a favore della legge Fortuna si svolsero poi in varie città, per confluire a novembre in un raduno romano, a Piazza del Popolo, cui parteciparono decine di migliaia di persone provenienti da tutta Italia. La rabbia di anni o di decenni poteva finalmente trasfondersi in impegno civile e rompeva il clima di diffidenza che circondava le coppie irregolari.
Ero ragazzo, benché già comunista, nel 66, ma a quella battaglia partecipai e ne vidi gli effetti concreti. C’erano al mio paese otto o dieci coppie irregolari conosciute, fino a quel momento oggetto di commenti malevoli. Per quanto fossero brava gente, operai, commercianti, artigiani, non mancavano alle loro spalle epiteti sgradevoli e loro stessi camminavano spesso a testa bassa; per non dire dei figli per i quali il doppio cognome o il cognome materno era uno stigma negativo. Il vedere e sentire, dopo qualche mese di campagna divorzista, un paio di quelle signore difendere a testa alta il loro diritto e parlare apertamente del loro problema dal droghiere, mi diede una gioia grande e profonda.
Il successo dell’iniziativa radicale spingeva intanto a più esplicite prese di posizioni il Pci, il Psi, i partiti laici e del divorzio si occupavano i quotidiani e i grandi settimanali. Anche “L’Espresso”, collegato ai vecchi “radicali” e diffidente sui nuovi, si schierava e metteva a disposizione molte pagine. Perfino al Concilio Vaticano II arrivava il problema dei credenti risposati, seppure proposto da vescovi non italiani. Nel gennaio 1967, per dare voce all'orientamento conservatore, il Papa in persona, che nell’uso del tempo parlava di rado, dovette reagire: dichiarava "sorpresa e dispiacere" nei confronti del Parlamento italiano che aveva ritenuto il divorzio compatibile con la Costituzione.
Nel marzo 1967 anche il Pci presentò una sua proposta di legge, a prima firma Jotti. Qualche mese dopo su "Rinascita" Luciana Castellina, esponente del Pci, avrebbe scritto: "Un merito va riconosciuto alla Lid... di aver dimostrato, con un'efficacia impossibile ai partiti, che il divorzio non è più un problema di pochi gruppi di élite, ma ormai un grosso problema sociale... è in gran parte, gente semplice, appartenente alle più disparate classi sociali; proveniente non soltanto da ristretti ambienti delle grandi città ma anche dalla provincia e dalle campagne. Borghesi ma anche proletari, angosciati da una difficile situazione familiare, spesso conseguenza di processi abbastanza nuovi per l'Italia, come la maggiore mobilità sociale e l'emigrazione individuale".
Nel 68, mentre divampava la contestazione universitaria, si svolsero le elezioni politiche. Il 5 giugno 1968, subito dopo la prova elettorale, 70 parlamentari dei partiti laici - Pci, Psu, Psiup, Pri (con l'eccezione dei liberali schierati a destra, che proponevano un loro progetto firmato da Antonio Baslini) presentarono un disegno di legge unificato, il primo della quinta legislatura repubblicana, a prima firma Loris Fortuna. L’iter della legge ebbe alti e bassi, ma l’ostruzionismo democristiano fu battuto grazie a un compromesso “alto”, gestito da Giovanni Leone, al tempo presidente della Camera: il Parlamento, ove si delineava una risicata maggioranza divorzista, avrebbe quasi contemporaneamente approvato la legge istitutiva del referendum, per consentire una verifica popolare sulle scelte dei deputati e dei senatori. La convinzione della Dc (e delle gerarchie ecclesiastiche) era che il referendum avrebbe cancellato il divorzio e avrebbe sfondato nell’elettorato popolare del Pci, legato ai valori familiari. 
L’ultima e definitiva approvazione delle proposta Fortuna avvenne il primo dicembre 1970: la Camera varava la legge n. 898 e introduceva l’istituto del divorzio, chiamando la cosa, un po’ ipocritamente, “Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio”. Era un regalo natalizio per centinaia di migliaia di famiglie e, in fondo, neanche le gerarchie vaticane ne erano particolarmente scontente: nei loro calcoli la legge avrebbe sanato antiche situazioni di disagio e reso meno acuta la tensione, favorendo la vittoria antidivorzista nel referendum.
Così non avvenne. Il referendum si svolse dopo tre anni e mezzo, il 12 maggio 1974, dopo che era stato esperito invano un tentativo di evitarlo con una legge (presentata dall'indipendente di sinistra Tullia Carettoni) che, pur mantenendo l’istituto del divorzio, ne limitava la possibilità a pochi casi. Il Pci, che al tempo contava circa il 30% dei voti e li raccoglieva soprattutto nel mondo operaio e tra i ceti meno abbienti, temeva il referendum e cercava di evitarlo, ma poi ne divenne (insieme al dissenso cattolico) la forza determinante. La sua campagna referendaria, lunga e vasta (un porta a porta di accurate spiegazioni che impegnò centinaia di migliaia di militanti, uomini e donne), diede un contributo fortissimo alla liberazione delle menti popolari da arcaiche paure. Ricordo i comizi di festa, dopo la vittoria del "no" all'abrogazione, di Napoleone Colajanni (ma credo che anche altri oratori comunisti nel Sud facessero suonare le stesse note). A Gela, a Caltanissetta, a Enna si fece dare i risultati del referendum e quelli delle elezioni e fece notare come nei quartieri popolari e operai “rossi”, ove comunisti e socialisti ottenevano il 70 o l’80% dei voti, il “no” raggiungesse le stesse cifre, mentre nei quartieri alti, più agiati e colti, prevaleva sovente il “sì”. Spiegava Napoleone con orgoglio che era stato ancora una volta il popolo e il proletariato ad avere un ruolo di guida nella conquista di “libertà borghesi”. Altro che sfondamento clericale!
A questa bella e antica storia, con cui vorrei celebrare i quarant’anni di una conquista civile, a me piace aggiungere due osservazioni.
La prima di nostalgia. Quant’era bello il Pci! O meglio, quant’era diverso dall’idea attuale di partito come macchina che raccoglie voti non importa come. Quella campagna referendaria fu pensata e concepita come una grande operazione pedagogica in cui i militanti insegnavano e insieme imparavano dal popolo, in una concreta battaglia di libertà.
La seconda sul presente e sulle ricorrenti tentazioni vaticane. Allora i clericali contrapponevano al divorzio le famiglie felici, solidali, amorevoli e le mostravano nei manifesti. Dicevano: “Perché parlate di separati e divorziati e non dei tanti che restano uniti nonostante le difficoltà?”. Le popolane di chiesa però dicevano sottovoce: “Noi non divorzieremo mai, ma per i poveretti che ne hanno bisogno la legge ci vuole”.
E’ un approccio che allora si usò e che i laici e quel che resta della sinistra dovrebbero riprendere oggi sulle coppie di fatto di ogni tipo o anche sulle scelte di fine vita. C’era uno slogan – mi pare dei socialisti – che accompagnò l’introduzione del divorzio quarant’anni fa: “Chi ama il matrimonio non ha paura del divorzio”. Oggi bisognerebbe riprenderlo e adeguarlo: “Chi ama la vita non ha paura della libertà”.

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