Politica,storia,letteratura e varia umanità. Pezzi vecchi e nuovi d'ogni provenienza. Ogni lunedì una poesia. Borghesi e reazionari, pretonzoli e codini, reggicode e reggisacchi, ruffiani e pecoroni, tremate!
27.11.17
La poesia del lunedì. Jeff Noon (England)
Etichette:
la poesia del lunedì
22.11.17
Leggende dell'alpinismo. Il Campanil Basso delle Dolomiti (Mauro Loss)
| Dall'800 a oggi la leggenda del «Campanile dele Strie» è ricca di tentativi, rinunce, gossip ed escamotage. E la sua cima assolata è davvero il «tetto» del Trentino |
Per gli alpinisti della
fine dell'800 era una leggenda: un bastione roccioso solitario
impossibile da scalare. Una struttura ardita, ben definita, con
pareti verticali regolarmente squadrate. Un campanile maestoso, il
Basso. Certo non la cima più difficile delle Dolomiti ma la sua
indiscutibile bellezza e l'esposizione delle pareti ne hanno fatto un
mito. Un mito che resiste intatto ancora oggi.
Il Basso è un campanile,
per chi sale dalla Val Brenta, che si fa largo tra gli strapiombi che
lo circondano e si arrampica verso il cielo aiutato dal suo imponente
spallone nord-ovest, fino a scappare dalle pareti vicine e rimanere
solo a dire, anzi urlare, «eccomi» mentre i valligiani che salivano
dai pascoli dei Massodì lo vedevano apparire improvviso tra le
nebbie, misterioso e incantato, ricordando maghi e streghe.
Molto prima che la sua
ampia vetta fosse conquistata, era stato ammirato da esploratori
tedeschi e inglesi ed il famoso pittore Edward T. Compton ne aveva
riprodotto l'ardita bellezza nei suoi dipinti. Con essi molti
alpinisti avevano imparato a conoscerlo e se ne erano innamorati ma
avevano ritenuto impossibile scalarlo tanto erano verticali i suoi
muri rocciosi.
La leggenda del Basso è
ricca di episodi, tentativi, rinunce, gossip ed escamotage. Una
storia che inizia negli ultimi anni dell'Ottocento, quando
l'alpinista trentino Carlo Garbari, dopo averne studiato tutti i
versanti, individuò quella che sarà la via normale e ne tentò la
salita assieme al portatore Nino Pooli e alla guida Antonio
Tavernaro.
Partendo dalla Bocca del
Basso i tre superarono la parete rossastra e verticale che
rappresenta ancora oggi il punto di maggior difficoltà della via e
che porta il nome di chi la vinse - la parete Pooli. Raggiunsero poi
più facilmente l'ampia cengia detritica chiamata «stradone
provinciale», unica interruzione nell'assoluta verticalità dei suoi
profili. Questa regolare cengia consentirà loro di portarsi sullo
spallone nord-ovest da cui un diedro e un camino li porterà a un
ampio e assolato terrazzo che prenderà il nome di «albergo al sole»
da cui arrivarono a un comodo terrazzino -il terrazzino Garbari -
posto proprio sotto l'aggettante parete terminale. Mancavano poche
decine di metri alla vetta, la vittoria era alla loro portata.
Eppure, nonostante gli sforzi, non riuscirono a superare quei pochi
ultimi metri e furono costretti a ripiegare, sconfitti, lasciando sul
terrazzino raggiunto un messaggio d'augurio per coloro che sarebbero
arrivati in futuro.
Sempre in agosto, ma di
due anni dopo nel 1899 – due alpinisti austriaci Otto Ampfere Karl
Berger, grazie anche alla precisa relazione pubblicata da Garbari,
riescono ad arrivare velocemente al punto più alto raggiunto da
Trenti, Pooli e Tavernaro ma nonostante dispongano di nuovissimi e
per quell'epoca molto criticati chiodi, vengono respinti dalla
difficile parete finale.
Devono ritirarsi.
Tuttavia non si danno pervinti. Ritornano due giorni dopo e Ampfer
trova, con un'ardita ed esposta traversata sulla parete nord, il
passaggio che consentirà loro di raggiungere l'ampia cima del
Campanile. Ampfer parlerà della conquista in modo sublime: «Altri
uomini hanno conquistato grandi isole con piatte coste, noi una
piccola con alte stupende sponde».
Il successo dei due
austriaci suscitò molto scalpore nel mondo alpinistico, scatenando
ammirazione da un lato e l'invidia della comunità trentina
dall'altro, che avrebbe ardentemente desiderato ribadire la sua
«italianità» con la conquista di una vetta così emblematica.
La conquista del Basso
aprì le porte a numerosi altri tentativi che hanno portato alla
salita di tutti i versanti e saranno ancora gli alpinisti stranieri,
stavolta i tedeschi, a farla da padrone. Quest'ultimi introducono
l'uso del chiodo e del moschettone rendendo così possibile non solo
sul Campanile ma anche nelle Dolomiti la salita di vie più
difficili, provocando anche una rovente polemica tra chi li
considerava «mezzi sleali» e chi invece li vedeva come un modo per
aumentare la sicurezza.
Nel 1908 verrà percorso
l'elegante e lineare diedro nord-ovest, oggi conosciuto come diedro
Fehrmann, percorso logico e ormai diventato un classico da non
perdere. Sarà però il 1911 a segnare un'altra pietra miliare, non
solo per la storia del Basso, ma anche per la storia dell'alpinismo
dolomitico.
Una data, una salita che
ha spostato verso l'alto l'asticella delle difficoltà tecniche e
soprattutto psicologiche. Paul Preuss, in completa arrampicata
libera, salirà slegato l'assolata e verticale parete est che
successivamente prenderà il suo nome e che Angelo Dibona definirà
la più impressionante delle Dolomiti, anche se breve.
La Prima guerra mondiale
segna una frenata delle attività alpinistiche ma passati i tempi bui
del conflitto torna la voglia di normalità e anche l'attività
arrampicatoria riprende vigore.
Negli anni '30 seguirà
un'altra importante tappa nella storia alpinistica del Campanile.
Sono infatti gli anni degli italiani, dei trentini e soprattutto di
Giorgio Graffer, che scala con la sorella lo spigolo nord-est. Non
contento, con il compagno d'accademia Antonio Miotto, sale quello che
con tutta probabilità è, e resta, non solo il suo capolavoro ma
anche l'itinerario più estetico ed elegante del Basso. Lo spigolo
sud-ovest dello Spallone, il maestoso e roccioso contrafforte posto
ad ovest del Campanile.
Il Basso è però anche
sotterfugi e astuzie. Nell'estate del 1940 in molti si ritrovarono
alla sua base sorvegliandosi con sospetto perché fino ad allora le
salite erano 997 e tutti ambivano alla numero 1.000. Sarà con un
astuto stratagemma che l'accademico Gino Pisoni facendosi procedere
da due cordate «amiche» compirà quella significativa ascesa. Così
si scatenò lo sdegno di Ettore Castiglioni che definì «umiliante»
il teatrino messo in opera da questi alpinisti per il proprio
tornaconto personale.
Il Campanile non è solo
questo. Negli anni si è anche tinto di rosa. Infatti verso il 1930
Rita Graffer è stata la prima donna a salire, da capocordata, la
parete Preuss guadagnandosi l'ammirazione di Tita Piaz che disse di
lei: «Ha fatto semplicemente quello che oggi ancora pochi fanno e
pochi hanno osato fare». A Rita, in quelli anni intrepidi, si
aggiunsero le baronesse ungheresi Eotvos, Beatrice Tomasson e Paola
Wiesinger. E non bisogna scordarsi che nelle leggende del Campanile
non mancano nemmeno richiami al gossip, visto che la sua cima fu
calpestata anche dai reali alpinisti del Belgio, non nuovi a
esperienze d'arrampicata sulle cime delle Dolomiti.
Con gli anni '60 tutte le
sue verticali pareti sono state salite ma il Basso si è tinto di
bianco. Si aprì il capitolo delle salite invernali. Una lunga serie
di prestigiose imprese. Una stagione iniziata nel 1949 da colui che
tutta la comunità degli arrampicatori ritiene essere il simbolo,
l'anima e il custode del Brenta - Bruno Detassis -con la salita della
Normale. Una via che ripeterà 189 volte, l'ultima delle quali quasi
ottuagenario e a cui seguirono tutte le salite invernali delle
principali e più importanti salite del Campanile.
Ciò che resta oggi è la
bellezza dei suoi profili e il fascino della sua storia che
continuano e continueranno ad affascinare gli alpinisti desiderosi di
ripercorrere le orme dei primi salitori. Desiderio testimoniato dal
fatto che dopo poco più di 40 anni il libro di vetta riportava la
sua salita numero 1.000 e che nei primi anni '60, periodo in cui la
numerazione ebbe termine, le salite erano già ben 3.656, mentre agli
inizi degli anni '70 se ne contavano più di 6.000 e a distanza di
altri 40 anni chissà quante ormai saranno... A dire il vero il loro
numero effettivo poco importa. Ciò che invece merita di essere
ribadito ed evidenziato con forza è il fascino che questo maestoso,
unico e ardito Campanile porta con sé. Fascino che continua a
richiamare schiere di alpinisti felici di provarci e di riuscire a
far risuonare la campana posta sulla sua vetta.
In movimento, supplemento a "il manifesto", 24 marzo 2016
Etichette:
sport,
storia storie,
viaggi e geografia
1984. Il ritorno di Victor Hugo. “I miserabili” reinterpretati (Oreste del Buono)
«Bienvenu Myriel era
vescovo di Digne. Era un vecchio sui settantacinque anni, dal 1806
titolare della diocesi di Digne. Benché non abbiano nessun
collegamento con la sostanza della nostra storia, forse non sarà
inutile, se non altro per la precisione, far menzione di certe
dicerie circolanti su di lui quand'era giunto nella diocesi. Vero o
falso, ciò che si dice degli uomini occupa spesso nella loro vita, e
soprattutto nel loro destino, un posto paragonabile a quello delle
loro azioni...».
Di solito, i personaggi
delle commedie degli autori che non ci sanno fare, dopo lunghi
monologhi immotivati si mettono a posto, per così dire, con una
domanda retorica: «Perché vi dico tutto questo?». E neppure si
fermano a rispondersi. Tacitata la propria coscienza con un
interrogativo a non rendere, vanno avanti a dire altre sciocchezze.
Li parafraserò, tanto per cominciare: «Perché
vi cito tutto questo?».
Ma io ho la risposta pronta, e almeno in un certo senso
significativa: «Perché questo è l’incipit de I miserabili
diVictor Hugo, nella nuova strepitosa traduzione di Mario Picchi,
appena pubblicata da Einaudi in tre densi tomi, e non mi coincide
affatto con il ricordo dell’incipit nella lettura de I
miserabili della mia infanzia...».
È innegabile che la
risposta pertinente alla domanda introduce un determinato tema. Che
cavolo di libriclassici, semiclassici o così via abbiamo letto
tradotti nella nostra infanzia noi che abbiamo una certa età?
Rileggo l’incipit di
questa recentissima edizione de I miserabili, lo confronto con
l’eco, che persiste nei meandri della mia mente, di quell’altro
incipit de I miserabili, e non ho dubbi. Tutto il primo libro del
primo tomo, che narra la storia del vescovo di Digne sotto il titolo
«Un giusto», nell'edizione italiana de I miserabili da me
letta mezzo secolo fa non c’era.
L’editore,
probabilmente prendendo alla lettera l’ammissione di Victor Hugo
che le vicende di Charles-François-Bienvenu Myriel non avevano
nessun collegamento con la sostanza della storia, aveva bellamente
soppresso il tutto. Ma, visto che aveva soppresso i detti e le laudi
del virtuoso vescovo di Digne, l’editore eliminò anche il libro
secondo, «La caduta», in cui veniva presentato il torvo Jean
Valjean all’uscita dalla galera in contrasto con il mondo intero,
ma, insomma, l’ex galeotto incontrava il vescovo di Digne virtuoso,
ma ininfluente, quindi era possibile rimandare il suo ingresso nella
storia di qualche altra decina di pagine. Per me I miserabili
d’antan cominciavano con il terzo libro «L’anno 1817»
sugli sfortunati amori della bella Fantine, purtroppo
che potesse trattarsi di
Jean Valjean sia pur redento e virato al buono, anzi all’ottimo, si
cominciava a sospettarlo solo più tardi (a pag. 168). E chissà come
avrà gongolato l’intraprendente editore per aver così aggiunto un
fremito di mistero e di poliziesco ai languori erotici e sentimentali
di quell’inizio, del suo inizio.
Insomma, da molti I
miserabili possono essere riletti oggi come un libro nuovo. E
anche coloro che son stati più fortunati di me nella prima lettura
scopriranno nella traduzione di Mario Picchi che non si tratta solo
di un nuovo libro, ma di un nuovo grande libro. Mario Picchi è un
livornese del 1927, redattore deil'Espresso, e, prima di darsi a
questa fatica, nel campo del tradurre aveva già all’attivo una
bella traduzione da Maupassant. Il contratto con l’Einaudi per la
traduzione de I miserabili risale al 1965. Lui assicura di
aver realmente lavorato a questa nuova traduzione una decina d’anni.
«La principale difficoltà nel tradurre Victor Hugo», dichiara,
«sta nel fatto che probabilmente ha avuto una conoscenza della
lingua francese superiore a quella di qualsiasi altro suo
contemporaneo...».
Victor Hugo si divertiva
o viveva dell’invenzione di parole nuove da immettere
nell’eloquenza straripante, trascinante, coinvolgente della sua
prosa, parole nuove della lingua letteraria, parole nuove della
lingua parlata. «Persino di argot», dice Mario Picchi. «Persino
quando usa l’argot ne inventa. Inutile cercarle nei dizionari».
Occorreva ricrearle, dunque, queste parole inesistenti. E il
traduttore le ha ricreate, anche perché, giustamente, non voleva
appesantire un così dinamico capolavoro della letteratura romanzesca
con pedanti note a fin di pagina che avrebbero rischiato di distrarre
l’attenzione del lettore, spezzando il ritmo dell’abbandono. Le
parole nuove e vecchie di cui s’inebriava Victor Hugo non dovevano,
insomma, costituire un ostacolo al ritmo. Anzi.
I miserabili sono
un’orgia di tirate personali, di assoli prepotenti, di confessioni
insaziabili, mosse da questo ritmo, affrettate, sbattute, amalgamate
e ridistinte per ulteriori esplosioni. A leggerle, in questa
traduzione, le sentiamo dette e vissute anche nei toni delle voci. «A
un certo punto, per tener dietro a questa oratoria», dice Picchi,
«ho cominciato a tradurle ad alta voce queste tirate, a recitarle
io, a registrarle. E successivamente ho rivisto la trascrizione».
«Vi ringrazio, signor
pubblico ministero, ma non sono pazzo. Vedrete. Eravate sul punto di
commettere un grande errore, liberate quell’uomo, io sto compiendo
un dovere, sono io quell’infelice condannato. Sono l’unico che
veda chiaro qui, e vi dico la verità. Ciò che faccio in questo
momento, Dio che è lassù, lo guarda, e questo basta. Potete
arrestarmi, dato che sono qui. Eppure avevo fatto del mio meglio. Mi
sono nascosto sotto un nome; sono diventato ricco sono diventato
sindaco: ho voluto rientrare tra le persone oneste. Sembra che questo
non sia possibile. Insomma, ci sono molte cose che non posso dire,
non vi racconterò la mia vita, un giorno si saprà... Hanno avuto
ragione di dirvi che Jean Valjean era uno sventurato assai malvagio.
Ma forse non è tutta colpa sua...».
Così Jean Valjean,
quando dimette la maschera di papà Madeleine e si accusa perché un
innocente è stato accusato di essere lui. Il pubblico ministero non
vorrebbe credergli, ma soggiogato dalla sua oratoria finisce per
capitolare. E altrettanto fa il presidente del tribunale. E da qui in
avanti I miserabili è soprattutto la storia di un forzato
(Jean Valjean, è ovvio), un poliziotto (Javert) e una bambina (la
figlia di Fantine, Cosette, che inevitabilmente cresce), una storia
popolarissima quanto a diffusione, anche se, a tirare le somme, il
popolo non c’è molto dentro, non si fa troppo vedere o sentire. È
vero, nel 1848, l’anno stesso del Manifesto del partito
comunista di Marx e Engels, Victor Hugo proclamava: «Sono, e
voglio restare, l’uomo della verità, l'uomo del popolo», ma
bisogna intendersi a quale popolo alludesse. E, comunque, a qualsiasi
popolo alludesse, il nucleo ispiratore era altro, e Mario Picchi
crede di averlo capito, traducendo, subendo la violenza sonora di
Victor Hugo e cercando di aderirvi dall'interno di ogni frase, di
ogni parola, persino di ogni pausa prevista e rispettata, e, allo
stesso tempo, tentando di risalire il gran fiume delle orazioni e
delle mistificazioni sino alle origini dell’ispirazione.
Il tutto attraverso
peripezie pressoché infinite in terra e sottoterra, sul lastricato e
nelle fogne letteralmente sino all’apoteosi finale, con tanto di
cielo e stelle, ovvero all'ultima orazione di Jean Valjean per la
propria morte nell’estremo libro nono del terzo tomo
significativamente intitolato «Ombra suprema, suprema aurora».
Finalmente fuori dalle fogne, approdato nel mondo dei borghesi
carogne, quanto parla ancora, l'eroe maledetto e benedetto, il
santissimo furfante; rivolgendosi a Cosette, che non è ormai piu una
bambina, ma una moderna signorina, e al suo uomo Marius. «Avvicinati,
avvicinatevi tutti e due. Vi voglio molto bene. Oh! è bello morire
così! Anche tu mi vuoi bene, mia Cosette. Lo sapevo che avevi sempre
affetto per il tuo vecchietto. Come sei stata gentile a mettermi
questo cuscino sotto le reni. Mi piangerai un poco, non è vero? Non
troppo. Non voglio che tu
abbia veri dispiaceri... Cosette, è venuto il momento di dirti il
nome di tua madre. Si chiamava Fantine. Ricorda questo nome: Fantine.
Mettiti in ginocchio tutte le volte che lo pronuncerai. Ha sofferto
tanto. Ti ha amato tanto. Ha avuto in sventura tutto quello che tu
hai in felicità. Sono le spartizioni che fa Dio. Egli è lassù, ci
vede tutti, e sa quel che fa in mezzo alle sue grandi stelle...».
Qual è, insomma, la
conclusione di Mario Picchi, dopo tanto suo indagare tra il
lastricato, le fogne e i cieli de I miserabili? «Questo libro
equivoco», dice Picchi, «che si è voluto scambiare per un’epopea
del popolo, non era nemmeno l'epopea della borghesia che tenta di
avvicinarsi al popolo, ma semmai il tentativo di un grande borghese
di avvicinarsi senza dialogare al suo rovescio, Jean Valjean. Poi,
per punirlo del privilegio accordatogli, lo sottopone a ogni
sevizia...».
Il nucleo ispiratore
sarebbe dunque lo sdoppiamento, la riunificazione e viceversa del
tempestoso io di Victor Hugo. I suoi incubi che diventano realtà
sulla pagina. La realtà che si dimentica in incubi per rimetter
tutto in movimento. Il falso deliberato. La verità del falso. E si
potrebbe continuare...
Ma non c’è qualcosa da
meditare in questo improvviso revival di Victor Hugo? Il ritorno di
quello che Antonio Gramsci definiva il più grande scrittore di
romanzi d'appendice non la dice lunga sullo stato di salute della
narrativa contemporanea?
Già, senza dubbio,
perché in questi giorni, oltre ai tre tomi einaudiani de I
miserabili, è uscito presso Mondadori un altro capolavoro di Victor
Hugo, Novantatré, pure in nuova traduzione. Una traduzione
puntigliosa e agguerrita di Francesco Saba Sardi, che non ha
esitazioni nel proclamare questo romanzo meno frondoso, più
asciutto, migliore de I miserabili e nel lamentare, quindi,
l’ingiusta trascuratezza nei suoi riguardi del pubblico italiano
come di quello francese.
Ma la narrativa è la
narrativa, almeno quella vera, e infatti è lo stesso Saba Sardi a
concludere poi: «C'è infatti da chiedersi anche se la qualità di
"romanzo” di un romanzo (non è un gioco di parole: l'arte di
narrare, lo ripeto, non è quella di comporre poesie) non vada
cercata nella sua capacità di affascinare nella maniera più
elementare, melodrammatica, sentimentalistica possibile. Se anche per
il romanzo non valga quel che se detto dei "libri Cuore ...».
Bene, perdio! □
EUROPEO/28 GENNAIO 1984
Etichette:
classici,
letteratura,
poeti
21.11.17
Coccolàti con il cioccolato. Una poesia di Rosaria Lo Russo
Coccolàti con il cioccolato caldo e
nero,
Capitan Rimorso e il Dottor Divago
battibeccano sul divano una vita
insieme.
Sorrisi sardonici, mascelle quadrate,
si specchiano in una demolizione
maxillofacciale
fondente. Lui precaria massaia in
carriera,
lui preclaro disoccupato intellettuale,
il terziario avanzato che avanza
compatto,
a testuggine bassa nello smarrimento
cetomedio.
Il tormentone estivo bene o male
impazza;
John Barleycorn must die, mio appiglio
istantaneo, mentre malgrado me accumulo
penalità karmiche nel macero mistico.
Da Crolli Roma, Dei Merangoli, 2016
in
www.rosarialorusso-poesia-performance.it/
20.11.17
La poesia del lunedì. Jorge Luis Borges
Le cose
Il bastone, le monete, il portachiavi,
la docile serratura, le tardive
note che i pochi giorni che mi restano
non leggeranno, le carte e la
scacchiera,
un libro e nelle pagine appassita
la violetta, monumento di una sera
senza dubbio inobliabile e inobliata,
il rosso specchio occidentale ove arde
una illusoria aurora. Quante cose,
lime, soglie, atlanti, coppe, chiodi,
servono noi, come taciti schiavi,
cieche e stranamente misteriose.
Dureranno più in là del nostro oblio,
e mai sapranno che ce ne siamo
andati.
Las cosas
El bastón, las monedas, el llavero,
la dócil cerradura, las tardías
notas que no leerán los pocos días
que me quedan, los naipes y el
tablero,
un libro y en sus páginas la ajada
violeta, monumento de una tarde
sin duda inolvidable y ya olvidada,
el rojo espejo occidental en que
arde
una ilusoria aurora. ¡Cuántas
cosas,
limas, umbrales, atlas, copas,
clavos,
nos sirven como tácitos esclavos,
ciegas y extrañamente sigilosas!
Durarán más allá de nuestro
olvido;
no sabrán nunca que nos hemos ido.
da Elogio dell’ombra, Einaudi,
1971 – Traduzione Salvatore Lo Leggio
Etichette:
la poesia del lunedì
Arturo Schwarz, l'amico di Breton. Novant'anni di festa surrealista (Fabio Francione)
A dar retta ad un
«insistente pettegolezzo» gli ultimi rigurgiti del Surrealismo si
ebbero nel 1969, l'anno dell'allunaggio di Neil Armstrong e Buzz
Aldrin e di Woodstock, il primo raduno rock mediatico segnato
dall'isterismo soul-blues di Joe Cocker e dalla «sua» With a
Little help from my Friends e gli slogan della maggior parte
delle «fantasie al potere», salite alla ribalta solo l'anno
precedente, erano già tinte, come si vedrà, di un posticcio futuro.
Tre anni prima era morto
il suo «papa», André Breton. Dunque non pare un caso che Il
Surrealismo. Ribellione e immaginazione di Paola Décina Lombardi
chiuda i giochi di Breton e compagnia tra il 1919 e il 1969. Ma, a
scompaginare le carte dalla metà del '900 c'è un uomo, Arturo
Schwarz che indomitamente a 90 anni più che suonati continua
l'avventura surrealista: «Sono uno degli ultimi Mohicani nel senso
che credo di essere tra i pochi sopravvissuti tra quelli che hanno
lavorato con André Breton, conosciuto la maggior parte dei pittori
che presento in questa mostra, partecipato all'esaltante avventura
surrealista e vissuto una stagione profondamente coinvolgente ed
emozionante». Il campione privato è uno dei tanti che innerva
l'ultima produzione di Schwarz. Il prelievo arriva dalla mostra «Max
Ernst e i suoi amici surrealisti», anno 2002, e il testo d'ingresso
s'intitola Il Surrealismo, una filosofia della vita: «Mi si
permetta una nota personale: sono nato nel 1924, 78 anni fa, ad
Alessandria d'Egitto nel mese di febbraio, e cioè lo stesso mese di
nascita di André Breton, mentre fu proprio nel 1924 che venne
pubblicato il primo Manifesto del Surrealismo. Ho iniziato a
corrispondere con Breton, che allora risiedeva a New York, nel 1944.
Gli inviai le mie poesie e gli espressi la mia ammirazione per il
poeta e l'uomo che, negli anni in cui imperversava lo stalinismo più
acceso, si era schierato, sin dal 1936, in difesa di Léon Trotsky
(l'ortografia è quella dei suoi biglietti da visita, uno dei quali,
con il suo autografo che doveva servirmi da lasciapassare, conservo
tutt'ora). Breton ci ha lasciato nel 1966, in seguito a una crisi
d'asma, ma non per questo il Surrealismo è morto con lui».
Tutto ristabilito? Quasi.
«Il Surrealismo è morto? Come movimento forse, certamente non come
stato d'animo». Schwarz cita Apollinaire, uno dei precursori del
Surrealismo, dato già per defunto nel 1930 e ai «coccodrilli» del
tempo Breton con sarcasmo scriveva che il movimento non correva
«alcun serio rischio d'aver termine, fin quando l'uomo sarà in
grado di distinguere un animale da una fiamma e da una pietra». E in
Italia? Un vero e proprio surrealismo italiano non è esistito, pochi
i nomi, tutti in ambito artistico, Giorgio De Chirico e il fratello
Andrea «Alberto Savinio», più che altro arruolati nella
wunderkammer surrealista. Di questi anni è un tentativo
malconcio di individuare un «surrealismo padano». In letteratura da
registrare il tentativo jacobbiano di storicizzare un «surrealismo
all'italiana». Fenomeni, peraltro estranei, alla ricerca di Schwarz
che, oggi, come detto, ha passato i 90 anni e per celebrare il
ragguardevole traguardo esistenziale, ha voluto tirar le somme della
sua lunga fedeltà a Breton e al suo movimento dando alle stampe Il
Surrealismo. Ieri e oggi. Storia, filosofia, politica (Skira,
Milano, 2014, pp. 546 + pp. 856 su cd, euro 59). Questa autentica
festa surrealista, tre libri in uno, i primi due contengono una lunga
introduzione e una geografia antologica del Surrealismo mappata per
testi inviati da tutto il mondo per l'occasione, il terzo tassonomico
su cd a indicizzare bibliografie e riviste, periodici, fogli
surrealisti dal 1919 al 2000 e esposizioni dal 1924 al 2010,
tracciate nella discontinuità Breton vivo, Breton morto.
E proprio seguendo le
tracce dell'autore di Nadja si piastrella l'avventura
surrealista di Schwarz. Circa trent'anni fa durante una conferenza
sull'eredità culturale di Jung, il nostro lasciava un altro spicchio
personale: «Mi accorgo ora di un fatto singolare: le opere che
ebbero maggior influenza sulla mia formazione furono pubblicate nel
1924, l'anno della mia nascita, se a quelle ora ricordate di Freud,
Rank e Ferenczi vogliamo aggiungere anche Oriente e Occidente
di René Guénon, Letteratura e rivoluzione di Lev Trotsky e,
fra tutte per me determinante, il Manifesto del Surrealismo di
André Breton». Ai quali va aggiunto anche Il manifesto del
Partito Comunista di Marx ed Engels, curiosamente mai citato da
Schwarz come non va dimenticata la sua provenienza da una città che
diede i natali a filosofi e matematici come Euclide e Ipazia e nella
modernità a poeti 'esoterici' come Kavafis, Marinetti e Ungaretti, e
in tempi recenti a musicisti come Georges Moustaki e Demetrio
Stratos.
Una singolare coincidenza
o come la chiamerà tanto per riprendere la terminologia bretoniana
«un caso di hasard objectif»? Sta il fatto che il «padre adottivo»
guiderà la sua formazione di poeta bilingue (pubblicò per anni in
francese con lo pseudonimo di Tristan Sauvage), editore (talvolta
pentito per la pubblicazione di alcuni libri stalinisti), scrittore,
critico, gallerista e mercante d'arte, curatore di mostre (le sue
punte di diamante furono «Arte e Alchimia» alla Biennale del 1986 e
sopratutto «I surrealisti» a Milano tre anni dopo), studioso di
Alchimia e di Kabbalah, di dottrine indiane e di psicoanalisi.
Scriverà sul suo essere ebreo (sottolineato dall'iconico «quasi»
surrealista), apolide per costrizione, italiano per scelta, milanese
per adozione; amico di Man Ray e Max Ernst, lui stesso pittore per
diletto, sue opere si fermano agli anni sessanta, e di Duchamp, con
cui giocava a scacchi oltre a vendergli le opere o a convincerlo ad
esporre; non ebbe timore, nella difesa oltranzista della memoria di
Trotsky, mancò l'appuntamento con lui di due settimane, di prendere
a calci in culo il «muralista» messicano Siqueiros e di
schiaffeggiare in pubblico il padre del dadaismo Tristan Tzara.
![]() |
| Breton con Trotzky ad un picnic |
Essenziale la sua
produzione memorialistica, anche per procura: L'avventura
surrealista. Amore e rivoluzione, anche e Breton e Trotsky.
Storia di un'amicizia. Al 2007 risale la raccolta di Tutte le
poesie, quasi 1941-2007. Raffinatissimo esegeta e divulgatore,
compila schede, annota, traduce e pubblica tra le tante l'Antologia
dei poeti surrealisti di Benjamin Peret, altro «genitore
adottivo» e maestro, poi rifusa nel catalogo Mazzotta de I
surrealisti. Superbi i volumi usciti per Garzanti negli «anni
zero»: Cabbalà e Alchimia e La donna e l'amore ai
tempi dei miti. Quest'ultimo ricognizione «iniziatica ed erotica
del femminile» che si chiude con un capitolo dedicato alla «visione
surrealista dell'amore folle» e della donna, carico di futuro e non
pienamente compreso. Così il discorso artistico politico e
filosofico si riapre e i vent'anni di lavoro de Il Surrealismo
ieri e oggi sembrano sommare tutte le esperienze nella volontà e
nel desiderio di comprendere se stessi per cambiare il mondo.
ALIAS - IL MANIFESTO 8 AGOSTO 2015
Etichette:
cinema teatro spettacolo fotografia fumetti,
Comunismo socialismo movimento operaio,
letteratura,
Novecento,
pagine di storia,
pittura scultura architettura arti tradizionali
Se il dolore... Una poesia di Daniele Piccini
![]() |
| Daniele Piccini, Foto di Leonardo Cerdamo |
Se il dolore non fosse questa spina,
questa lunga dorsale della vita
forse non saremmo altro che niente,
e dobbiamo ringraziare
che ci venga a visitare e ci porti
notizia delle cose
che nell’ombra ci appaiono e nel
turbine.
Da Inizio fine, Crocetti Editore
2013
Prezzolini maestro di propaganda (Franco Fortini)
![]() |
| Giuseppe Prezzolini da vecchio |
Mi
piacerebbe far capire - e, prima degli altri, capire io - le ragioni
di una mia davvero immutabile antipatia per Giuseppe Prezzolini, che
si rinnova ad ogni incontro con una sua pagina. E siccome Prezzolini
ha scritto moltissimo, fin da suoi vent’anni e ne ha vissuti più
di cento; e molte egregie persone, ultimo Asor Rosa, lo hanno preso
molto sul serio, come un protagonista della cultura italiana della
prima metà del secolo e c’è persino chi ne fa l’anti-Gramsci,
mi dico che deve trattarsi, quanto a me, di settarismo inguaribile,
incapacità intellettuale e probabilmente morale. Perché - voglio
dirlo subito - non nasce davvero dalla sua avversione al socialismo o
dal suo fascismo. Non dai suoi limiti facilmente visibili. dalle
equivoche oscillazioni filosofiche: quanti non sono stati come lui,
che quella antipatia non mi risvegliano e non hanno la metà dei suoi
meriti, almeno nel primo ventennio del Novecento. Ed è singolare che
prima che si chiudessero i suoi anni italiani per quelli newyorkesi,
certi aspetti del carattere e della scrittura avessero ricevute
critiche da animi così diversi e anche opposti come Boine, Serra,
Gobetti, Gramsci, mentre la critica dello scorso quarantennio
riproduce, nei confronti di quello che è stato chiamato il suo
«eclettismo reazionario», non tanto una divisione fra 'sinistra’
e 'destra’ (stroncatori i giudizi degli uni - Russo, Binni,
Isnenghi - e celebrativi o almeno simpatetici quelli degli altri -
Falqui, Pampaloni) quanto una divisione interna alla stessa sinistra.
Il poeta un
bugiardo
Una
divisione che conosco bene perché l’ho vissuta di persona. Asor
Rosa la dice con chiarezza: da una parte sta «l’ala
moralistico-protestantica dell’intellettualità italiana
postrisorgimentale, da De Sanctiis a Gramsci» che vuole una
«rivoluzione intellettuale e morale», dall’altra una 'sinistra’
con una visione non moralistica della lotta politica, fondata sui
bisogni e i rapporti di forza. Queste due parti nel corso del secolo
hanno continuato a combinare variamente le loro funzioni e a
scambiarsi i ruoli, ognuna delle due fornendo uomini e idee agli
avversari e ai nemici di tutte e due.
È
inutile riassumere questo libretto, scritto alla brava e pensato non
senza libertinaggio (L'arte di persuadere di
Giuseppe Prezzolini - introduzione dì Alberto Asor Rosa, Liguori,
1991). Il gergo di questo Prezzolini è di paradossi assai modesti e
di una oratoria da commedia dell’arte. Si tratta di un’aria del
tempo che a ragione Asor Rosa riferisce a Sem Benelli o Luigi
Chiarelli, il tema della maschera e del volto e che mi fa pensare,
più che a Pirandello, alle gesticolazioni mentali e ai monologhi dei
suoi personaggi. Il tema della bugia che aiuta la persuasione fu
endemico nell’Europa d’allora (Wilde e Shaw: La
professione della signora Warren
è del 1894) almeno quanto la passione per gli pseudonimi,
soprattutto fra gli iberici; tema di ascendenza romantica, a
intermittenza ricomparso (pensiamo alla ossessione del 'doppio’)
lungo la seconda metà del secolo e rifiorito nella psicologia del
liberty, anche italiano.
Quel
che induce, almeno in me, un senso di squallore e di grettezza è la
(non casuale) separazione di quei modelli psicologici da quelli
sociologici, separazione che non era stata invece né di Ibsen né
nei russi degli ultimi due decenni del secolo. Quando il giovane
Prezzolini si serve di James psicologo (alla vigilia, per così dire,
di Freud) chiama a supporto schemi psicologici classici, dai gesuiti
del Gran Secolo a Aristotele: «II
poeta è un bugiardo che diletta, lo scienziato è un bugiardo che fa
cose utili; poeta e scienziato sono creatori come uno dei primi stadi
di quelle creazioni che eccitano l’ammirazione umana col nome di
poemi o di scoperte».
Nulla di male, se si trattasse di una citazione da Teofrasto o da
Quevedo. Il guaio è che quelle righe le scrive un giovanotto del
1907.
Scrive
Asor Rosa che dal rapporto maschera-teatro, quel Prezzolini passa a
quello fra scena unidimensionale - gioco delle apparenze -
cinematografo. Verrebbe voglia di dire: da Il
fu Mattia Pascal
(1904) al Si gira
(1915). Il prefatore ha ragione quando insiste sull’incombere di
una «civiltà delle masse», quasi inavvertita sul rapporto fra
persuasore e persuaso, fra ingannatori e ingannati, ancora
individuale in Prezzolini: per esempio, nella valutazione della
reclame; ma, davvero, non nuova in Europa.
Quasi
inavvertita e, ancora una volta, non innocentemente. La straordinaria
operazione che pochi anni più tardi, con “La Voce”, Prezzolini
dirigerà impiegandovi tutto il suo genio pratico-politico, è anche
quella della formazione di una élite di 'persuasori’, di
avanguardie del «ceto pedagogico» o della «classe dei colti» che
finirà o distrutta dalla guerra o dilaniata e ammutolita dalle sue
contraddizioni o propagandista del massacro o - finalmente - disposta
a riconoscersi nel Fascismo.
Nessuno
è così poco storicista da attribuire a tutta una lunga vita le
sciocchezze del ventenne: ma quando, nella ultima pagina del suo
opuscolo, il Prezzolini, parlando della autopersuasione, auspica un
futuro in cui «la creazione arbitraria dell’io, la creazione e la
trasformazione arbitraria del mondo, saranno le future qualità per
cui si distinguerà l’uomo o certi uomini; l’animale razionale
cederà il posto all’animale creativo», sappiamo con quanta
obbedienza l'avvenire abbia risposto a queste profezie. Quanti
giovanotti di robusta testa filosofica hanno trovato imperdonabile,
fazioso e, per dir tutto, stalinista, un librone Einaudi, giallo
limone, del 1955 che nel titolo parlava di distruzione della ragione!
Se la grazia divina o la farmacopea li hanno mantenuti in vita fino
ad oggi, ci ripensino.
Da Prezzolini a
Scalfari
Ma
molte più interessante è l’ipotesi, avanzata da Asor Rosa, che il
giovane Michelstaedter, fra l’autunno fiorentino del 1908 e il
suicidio goriziano del 1910, nel titolo della sua tesi (La
persuasione e la rettorica)
alludesse, anche polemicamnte, all’opuscolo prezzoliniano, stampato
a Firenze nel 1907. Mentre per Prezzolini la persuasione è arte
'sofistica’ ossia tecnica di poere e di plagio, per Michelstaedter
è una condizione di inalterabilità interiore e di 'vuoto’
raggiunto anche asceticamente; nel diritto, dice Asor Rosa, di «non
farsi convincere e di non convincere». Il prefatore sostiene che su
questo principio non può fondarsi nessun sistema di comunicazione; e
ne consegue il distacco, psicologico o fisico, dal mondo. Mi viene in
mente che una quarantina d’anni fa un amico mi faceva notare come
l’apparentemente 'tollerante’ Togliatti più illuminista, che
marxista, volesse 'persuadete’, eventualmente disposto a reprimere
con i più duri mezzi (esito dialettico dell’illuminismo giacobino)
chi - e perciò malvagio - non si arrendesse alla ragione; laddove
Gramsci, più marxista che illuminista e quindi persuaso della
irriducibilità delle visioni del mondo indotte dalle condizioni di
classe, proprio da ciò e dalla volontà di modificare queste ultime
traeva motivo perii suo ininterrotto e 'tollerante’ argomentare,
volto a ricostruire in tutti i loro anfratti le altrui o avverse
'visioni del mondo'. Asor Rosa vede invece i due modelli (quello del
fiorentino e quello del goriziano) come diametralmente opposti e
quindi, in qualche modo, simmetrici. Dice, molto giustamente, che
l’arte propagandistica prezzoliniana ha fondato una vera e propria
tradizione del giornalismo; dopo di lui il grande giornalista «è al
tempo stesso suasore, attore, uomo di mondo e àpota» (termine con
cui Prezzolini definiva quelli che, come lui, «non le bevono»,
proponendo a Gobetti nel 1922 di fondare una associazione che li
raccogliesse) «una tradizione che da Prezzolini va ad Ansaldo, da
Ansaldo a Longanesi, a Benedetti, a Montanelli, Bocca, Scalfari; che
[...] è al tempo stesso violentemente critica e profondamente
solidale con il sistema borghese cui appartiene e che perciò è
costantemente in bilico fra reazione e progressismo, conformismo e
anticonformismo, e, per alcuni, tra fascismo e afascismo, o, pei
meglio dire, tra fascismo e apotismo».
Ma
la conclusione contiene un messaggio degno di particolare attenzione.
In ipotesi, dice, si dovrebbe non accettare che una teoria della
comunicazione «non possa essere fondata che sulla menzogna. In
pratica è quello che avviene tutti i giorni. Il colpo di pistola di
Michelstaedter continua a risuonare pateticamente come l’eco
lontana delle urla di trionfo che accompagnano ancor oggi' il
'successo’ dei vari Prezzolini. Oramai lo sappiamo con certezza: è
così e non ci si può fare niente».
È
un tratto ben noto ai lettori di Asor Rosa, antimoralista,
antisentimentale e antipopulista; anche se in passato quel 'nulla da
fare’ era la immediata premessa di un 'nonostante tutto...’. In
altre parole: contro chi, con qualunque mezzo, ha successo, chi ha
soltanto ragione è impotente. Non resta che far torto o patirlo.
Urlare con i lupi o esserne sbranato. Non è parola molto diversa da
quella dell’odierno darwinismo sociale. «Taci, tu che sei vinto»,
per citare Adelchi (gran libro) ancora una volta.
Il
che tutto sarebbe verissimo, anzi è verissimo: lo è anche perché
la potenza del Disvalore e del Male è la condizione del suo
contrario, persino ridicolo parlarne.
C'è
tuttavia un punto, capitale, che i pessimisti assoluti tendono a
dimenticare (spesso anche Leopardi): la difesa della vita propria o
degli immediati vicini, da quella biologica contro quanto può
storpiarti o affamarti o ucciderti a quella pro
aris et focis
ossia contro la riduzione allo stato servile, è una forza smisurata.
Cresce o no il numero di coloro che non hanno altra scelta che di
combattere o morire, di combattere per morire o di lasciarsi morire?
Per carità, alle nostre latitudini (anche mentali) e ragionando in
compagnia dei nostri prezzolini, certo quelle alternative sembrano
barzellette.
Ferro e veleno
Sono,
infatti, assenti dal nostro presente, lo saranno per chissà quanto
tempo ancora, ogni giorno un certo numero di noi o una certa parte di
ciascuno di noi passa dalla parte dei più forti e aiuta a uccidere i
più deboli. Se invece volete suicidarvi o andare in convento,
accomodatevi. Oppure potete continuare ad andare in ufficio, in
facoltà, in vacanze, in fabbrica e così via. Nessun dubbio: lo
farete, lo farò io per primo. Però: se «non ci si può fare
niente», perché non cercate di farvi pagare meglio, di 'tradire’
ma in buona coscienza, come tanti altri fanno? La lagna dello
’sconfittismo’ è intollerabile. Credo però che questa tendenza
a meditare lungamente «ferro e veleno» e poi andare a cena con gli
amici-nemici venga dalla paura di aver compiuto una troppo affrettata
lettura della realtà, di essere stati persuasi dai pubblici
mentitori perché, in profondo, volevamo esserlo, volevamo essere dei
morti-viventi, degli zombi o degli infanti, beati se scorgiamo ancora
lunga, davanti a noi, la fila per la camera a gas, dove entreremo con
i nostri giornali e i manoscritti sottobraccio.
“il
manifesto”, venerdì 11 ottobre 1991
Etichette:
letteratura,
Novecento,
politica
19.11.17
Evtusenko è un pazzo. Una poesia di Pablo Neruda
Evtusenko è un pazzo,
è un clown,
così dicono fra i denti.
Vieni Evtusenko,
andiamo a non conversare,
abbiamo già parlato di tutto
prima di venire a questo mondo,
e nella tua poesia ci sono
raggi di luna nuova,
petali elettronici,
locomotive,
lacrime,
e ogni tanto hop!
in alto! in basso!
le tue capriole, le tue ardite
acrobazie.
E perché non un pagliaccio?
Ci mancano nel mondo
Napoleone, un clown delle battaglie,
(perduto più tardi nella neve),
Picasso, clown del cosmo,
che balla sull’altare dei miracoli,
e Colombo, quel triste pagliaccio
che prostrato su tutte le piste,
ci scoprì secoli fa.
Il poeta soltanto non vogliono
lasciarlo,
vogliono rubargli la capriola,
vogliono togliergli il suo salto
mortale.
Io lo difendo
contro i nuovi filistei.
Avanti, Evtusenko,
mostriamo nel circo
la nostra bravura e la nostra
tristezza,
la nostra allegria di giocare con la
luce
perché la verità risplenda
fra le ombre,
hurrah!
entriamo adesso,
fate buio in sala e con un riflettore
illuminateci i volti
perché possiate vedere così
due allegri uccelli
disposti a piangere con tutti.
Elegia dell'assenza –
Traduzione
di Ignazio Delogu, Editori Riuniti, 1973
Osservazione. Una poesia di Dorothy Parker (1893 - 1967)
nelle alte sfere potrò aprirmi un
varco.
Se ogni sera alle dieci vado a letto,
non dovrò consumare il mio belletto.
Se gli stravizi riuscirò a evitare,
qualcuno forse potrò diventare.
Ma rimarrò quel che sono al presente,
perché non me ne importa un accidente.
"Poesia" n. 302 Marzo 2015 - Traduzione di Silvio Raffo
La lezione di agraria di Emilio Sereni (Andrea Di Salvo)
Conviene ancora, e ancor
più in un'epoca solitamente supina a pretesi determinismi, tornare a
riflettere sulla specificità della risposta interpretativa messa a
punto oltre cinquant'anni fa da Emilio Sereni nella sua sintesi sulla
Storia del paesaggio agrario italiano edita da Laterza nel
1961 e ristampata da allora 23 volte. Per l'originalità della
focalizzazione del tema, per l'innovativo approccio metodologico
interdisciplinare e oggi per una nuova attualità che la questione
del destino del lavoro agricolo e del profilo delle campagne torna ad
assumere nel quadro di un modello di sviluppo che mostra tutti i suoi
limiti. Come si legge nella prefazione al volume Paesaggi agrari
L'irrinunciabile eredità scientifica di Emilio Sereni (a cura di
Massimo Quaini, Silvana Editoriale, € 25,00, pp. 201, esito del
lavoro di ricerca su fonti e materiali del suo archivio e
testimonianza della mostra tenutasi lo scorso anno presso l'Istituto
Alcide Cervi, organizzata assieme alla Società geografica e
all'Istituto Gramsci), «non è un caso se torniamo a interrogarci
sull'eredità di Sereni in un momento storico in cui "il lungo
addio" dell'agricoltura e della "civiltà contadina"
(di cui il paesaggio è la fisionomia parlante) non ci appare più
come il processo fatale e irreversibile di fronte al quale non resta
che la rassegnazione». Quasi come se quella lontana messa a fuoco si
proietti sull'oggi, ispiratrice di un'ineludibile dimensione
operativa. E proprio nell'urgenza della saldatura tra impegno
scientifico e civile sta lo specifico della lezione di Emilio Sereni
(1907-1977), studioso di agricoltura e del paesaggio agricolo ma
prima ancora dirigente del partito comunista, partigiano,
costituente, ministro nei governi di unità nazionale. Rimasto
esterno al mondo accademico, incardinò le sue ricerche sull'asse dei
rapporti città-campagna, a partire dalla storia antica e precisando
il suo interesse per la storia e le forme del paesaggio agrario sulla
scorta dello studio di Marc Bloch su I caratteri originali della
storia rurale francese. Indagandone per l'Italia le tipologie
(estremamente più variegate) pur nella consapevolezza del pericolo
di «una ipostatizzazione delle forme del paesaggio agrario che ponga
l'accento sulla loro consistenza e persistenza geografica...
piuttosto che sul processo della loro viva e perenne elaborazione
storica». Dell'eredità di Sereni si ricostruiscono nel volume
specificità e limiti; dal contesto culturale dove matura la sua
indagine, al dibattito e alle critiche che essa suscita (continuismo,
uso delle fonti), ai lasciti di una sensibilità attenta alla
conservazione e gestione del patrimonio rurale. Soffermandosi
sull'originalità della sua proposta di una Storia del paesaggio
agrario costruita per brevi capitoli, segnati dall'uso
riassuntivo e certo significativo per l'epoca delle molte immagini,
intenzionalmente non specialistica, spoglia di ogni apparato erudito,
ma della cui gestazione si intravede il complesso lavoro preparatorio
in parte restituito dall'analisi delle carte del suo archivio.
Indagine sempre mossa da un'aspirazione alla sintesi, nella
consapevolezza che, richiamando Bloch,«vi sono momenti nei quali
importa soprattutto enunciare bene i problemi piuttosto che cercare
di risolverli». Sintesi di studi e d'azione che, metodologicamente,
procede dal porsi domande opportune. Come quelle per lui ispiratrici
che, scrivendo su l'Unità nel gennaio 1967, Sereni attribuisce al
detto - sempre e nuovamente attuale - «di un vecchio saggio»:«E se
non sono io e sarò solo per me, chi mai sarà per me, chi mai potrò
essere? E se non ora quando?».
ALIAS DOMENICA 9
SETTEMBRE 2012
Etichette:
Comunismo italiano,
Italia contemporanea,
maestri e compagni
Il giovanotto Charlie Brown (Giampaolo Dossena)
Quarant'anni fa Charles
M. Schulz, classe 1923, nato nel Minnesota, trasferito in California,
pubblica in America la prima striscia coi fumetti di Charlie Brown e
di quell'altra banda di bambini in un mondo senza adulti. Nella
banda, cogli anni, il più famoso diventerà Linus (coperta
all'orecchio e pollice in bocca). Fin dalla prime strisce tra i
bambini c'è un cane, Snoopy, che con gli anni cambierà faccia: il
muso di Snoopy si ingrossa come in casa Disney con gli anni si
accorcia e si allarga il becco di Paperino.
Charlie Brown &
Company sono festeggiati come quarant'anni d'eterna giovinezza,
quest'anno. La festa comincia martedì prossimo a Parigi, al Musée
des Arts Décoratifs; in Italia Rizzoli prepara un grande libro
storico.
Sembra che i fumettologi,
gli esperti di comunicazioni di massa e tutta la banda dei semiologi,
bambini in un mondo senza adulti, siano pronti a riconoscere che
l'Italia ha avuto un peso determinante nel successo planetario di
Charlie Brown & Co. L'Italia, Milano forse. Dunque c'era una
volta, alla fine degli anni Cinquanta, una città chiamata Milano. La
città di Bacchelli e di Bagutta! diranno i miei lettori di destra.
La città di Bianciardi e del Giamaica! diranno i miei lettori di
sinistra. La città di Gaetano Baldacci e di Arbasino! diranno i miei
lettori di centro. Se ne possono dire tante. C'era, fra le altre, una
Milano di anglomani e anglofoni. Gente che non solo andava a Londra
per comprarsi le scarpe leggendo gialli in lingua originale:
leggevano fantascienza, che verrà di moda più tardi, e fumetti, che
erano già di moda tra gli intellettuali di sinistra (specie fiorente
in quegli anni), ma costituivano un grande continente, ancora in gran
parte da scoprire. L'avvocato Francesco Mottola in particolare aveva
scoperto per conto suo le storie di Charlie Brown, che arrivavano
saltuariamente, fortunosamente dagli Stati Uniti in volumetti
brossurati. Li amava perdutamente, li prestava agli amici, li
regalava. Fra l'avvocato Mottola e Charlie Brown probabilmente c'era,
prima di ogni considerazione letteraria e artistica, un'affinità
elettiva. Già prima di conoscere Charlie Brown l'avvocato Mottola
diceva frasi del tipo Il mondo si divide in due, quelli a cui
piace il gelato e quelli a cui piace il gelato. Gli amici
spiegavano a chi non lo conosceva, e non capiva, che se per assurdo a
qualcuno non piace il gelato non bisogna tenerne conto.
Tra gli amici più
stretti dell'avvocato Mottola erano l'avvocato Bruno Cavallone, il
notaio Franco Cavallone, e Ranieri Carano. Tutti e quattro da bambini
erano vissuti nella stessa casa, Bianca di Savoia 8. Questa strada fa
angolo con via Mercalli, dove stavano Leo Longanesi e Giorgio
Manganelli. Nell'improvviso, profondo amore per le strisce di Charlie
Brown viene coinvolto Giovanni Gandini, il miglior amico del notaio
Cavallone. È il vero poeta del gruppo; è un esperto di grafica; ha
un forte spirito imprenditoriale. Dopo un negozio di formaggi e un
caffè-bar-ristorante ha aperto, con la moglie, una libreria. La
moglie, la ragazza Gregorietti, l'Anna Maria Gandini detta
Annamariagandini, dice che la libreria l'ha aperta lei, con alcune
amiche; il Giovanni ha solo dato una mano, con la sua esperienza
imprenditoriale. Importano i libri di Schulz, in originale. Si
vendono bene. La piccola banda di anglomani milanesi pensa che forse
può valer la pena di tradurli, quei libri. Qui interviene la mente
imprenditoriale di Giovanni Gandini, che prende gli accordi coi
distributori, decide per il cartonato invece della brossura. Giugno
1963, esce il primo libro, intitolato Arriva Charlie Brown. Ha
successo, altri ne seguono, finché Giovanni Gandini fa il passo
decisivo, fonda e dirige una rivista di fumetti che prende nome da
quell'altro personaggio, Linus.
Siamo al 1965. È la
rivista “Linus” che determina il grande successo di questi
fumetti, non solo in Italia, ma, a catena, in Francia e Spagna e poi
in Giappone. La Gran Bretagna arriva in ritardo, benché Giovanni
Gandini impianti un ufficio a Londra, in King's Road. Questo è vero
perché il numero zero del “Linus inglese”, maggio 1970, ce l'ho
anch' io. I primi numeri di Linus, il Linus dei primi anni, valgono
oro, nel mercato antiquario.
Poi la storia è stata
lunga, complicata, non sempre gradevole. Saltiamo al momento in cui,
nella storia di Charlie Brown & Company, compare un altro
personaggio, sempre milanese, Fulvia Serra. È una ragazzina coi
capelli rossi e una gamba ingessata per incidente di sci. È a
Riccione con la mamma, a cercar casa per l' estate. Scopre Charlie
Brown. Colpo di fulmine. Interrompe gli studi di architettura (a
Milano) e entra nella redazione di Linus. Dal 1982 è il direttore.
Ha saputo ristabilire buoni rapporti fra Linus e i padri fondatori,
Gandini e Cavallone, dopo un periodo di freddezze con direttori
intermedi. Parliamo delle traduzioni. “Fin dall'inizio le
traduzioni di queste strisce sono state curate come ben pochi curano
le traduzioni nelle case editrici, dice Fulvia Serra. I primissimi
traduttori furono Bruno e Franco Cavallone, poi Ranieri Carano che ci
lavora ancor oggi. Sono famose le dispute corali per l'interiezione
di Charlie Brown, Good grief, che a volte venne lasciata così,
a volte fu tradotta Misericordia, Santo Cielo. Adesso, per questioni
complicate di diritti, anche altri editori, oltre noi, possono usare
il marchio di Snoopy, e tradurre certe cose. The Great Pumpkin viene
tradotto letteralmente la Grande Zucca, ed è sgradevole. La nostra
traduzione, il Grande Cocomero, resta quella classica, quella
giusta”.
L'italiano che parlano
Charlie Brown & Company è un italiano settentrionale? padano?
milanese? “Certo, risponde Gandini. Gli esperimenti di Paese Sera,
con toni romaneschi, sono fortunatamente dimenticati”. A certe
strisce di Charlie Brown tradotte con patina romanesca accenna anche
Franco Cavallone, per un vecchio libro di Roberto Gianmarco. Allora
forse per la delizia dei linguisti e dei campanilisti in occasione di
queste feste si potrebbe vedere davvicino se è vero o no che Charlie
Brown nasce a Milano. Forse è nato a Roma, e si è trasferito negli
anni delle grandi migrazioni interne. Che poi si sia ambientato a
Milano sarebbe solo il secondo, lungo, felice periodo di una storia
più complicata di quel che sembra.
Per oggi, per festeggiare
i quarant'anni di Charlie Brown, qualcuno proverà a leggerlo per la
prima volta, c'è sempre una prima volta. Qualcuno proverà a
riprenderlo in mano. Forse è un miracolo, essere ancora qui, mentre
Charlie Brown veleggia nell'Eternità dell'Arte e della Storia. È un
miracolo, Santo Cielo, passeggiare con Giovanni Gandini nella zona
quasi intatta di Milano dove lui ha lo studio, con finta vetrina di
piccolo antiquariato: giocattoli, libri per ragazzi. Gandini,
ascoltami. Charlie Brown si legge ancora bene. Ma a rileggere quello
che tu facesti scrivere sul primo numero di Linus da personaggi come
Elio Vittorini, Umberto Eco, Oreste Del Buono, si sente il gelo di
un'epoca morta e sepolta, gelo di cenotafio. Cercheresti ancora
sponsorizzazioni di quel genere? Ah, sì. Io ho un grande spirito
manageriale. Sapevo cosa bisognava fare perché certa gente si
accorgesse di Charlie Brown, l'ho fatto, con successo, lo rifarei,
inventerei cose analoghe.
“la Repubblica”, 20
gennaio 1990
Etichette:
cinema teatro spettacolo fotografia fumetti,
Novecento
Una metodica non metodicità. La critica d’oggi al filtro di Leopardi (Gilda Policastro)
Troppo spesso ci si sente
domandare, nell’epoca della cultura appiattita a comunicazione e
della recensione ridotta a spot editoriale, a cosa serva, ancora, la
critica. Tra le tante definizioni da recuperare, primariamente quella
che dà il titolo al libro postumo di Guido Guglielmi: Una scienza
del possibile. Studi su Leopardi e la modernità, a cura di Niva
Lorenzini (Marmi, pp. 187, euro 18). Dove la congiunzione del
sottotitolo sottolinea tanto il rapporto tra il poeta e il tempo che
anche da lui s’inizia, quanto l’eredità che se ne può trarre
nella fase che di quella modernità si è fatta seguito, rinnovamento
e in qualche caso tradimento, come la presente.
Ma con ordine: prima la
«scienza» del titolo, che è, anzitutto, la stessa critica
letteraria nel suo concreto farsi discorso «del possibile», e
dunque nel farsi discorso solo a condizione di accompagnarsi a quella
specifica, esattamente come per l’oggetto di studio particolare.
Che Leopardi abbia fondato la propria teoresi più avanzata su un
tentativo (e tale, peraltro, rimane) di riaffermazione per via
immaginosa e mitica della forza di quelle «illusioni» vitali via
via sacrificate, scardinate, abbattute e rese inoperanti dalla
moderna «ragione», è cosa nota. Nuova è però la riconduzione non
limitativa, da parte di Guglielmi, di tale tentativo entro i termini
della «possibilità» (oggi forse diremmo della virtualità), e
dunque della «soggettività», altrettanto legittima,
ontologicamente, dell’evidenza del vero (o «necessità»). A
fronte della ineludibile constatazione della finitudine e mortalità
di tutte le cose, Leopardi trova cioè la propria via di riscatto
attraverso l’immaginazione, o «inganno del pensiero fingente»
secondo la formulazione adoperata per L’infinito da Luigi
Blasucci. Il quale, peraltro, con concetto analogo a questo di
Guglielmi, rinveniva, in un’occasione orale, la «forza» della
poesia leopardiana proprio nello scarto tra la constatazione
dell’onnipresenza del male e l’inesausta protesta; «Le cose»,
diceva Blasucci (citandolo a memoria), «stanno così: e questo lo
registra la prosa. La poesia, però, contemporaneamente rivendica: “e
a me non sta bene, che stiano così”».
In realtà la
soggettività di cui parla Guglielmi è al tempo stesso meno
protestataria e più «tragica» (categoria più volta introdotta nei
saggi, a correggere la portata effettuale di questa rivoluzione
euristica, in special modo in riferimento alla Ginestra, in
cui si configurerebbe un io «duramente antagonistico e polemico»),
dal momento che il soggetto non può nascondersi l’autoinganno, e
dunque l’inefficacia della protesta a mutare la sostanza del vero
(l’impotenza del falso, diremmo, rovesciando Leopardi).
Ne consegue, per
Guglielmi, la lettura in chiave nichilista dell'Infinito come
«autopoesia» tesa a sostenere tanto a livello concettuale che
verbale la preminenza del nulla sull’aspettativa di bene, di
felicità, di piaceri infiniti. Tesi non condivisa, tra l’altro, da
Pier Vincenzo Mengaldo, che nella recente Antologia leopardiana.
La poesia (Carocci insieme a La prosa, pp. 241) corregge
esplicitamente Guglielmi, parlando, al contrario, di «poesia
affermativa» e ritenendo perlomeno discutibile l’interpretazione
dell’«infinito come nulla». Antologia, questa di Mengaldo, che
sin dall’introduzione, però, di quella modernità di cui Guglielmi
fa puntello per il proprio ragionamento attorno a Leopardi, esalta
(come in altri precedenti studi) l’aspetto anzitutto formale ed
espressivo, parlando su entrambi i fronti, per certi versi piuttosto
audacemente, non solo di «sperimentazioni», ma addirittura di
«atteggiamento rivoluzionario», in particolare ravvisandolo
nell’oscillazione, che della poesia leopardiana finirebbe col
costituire la marca più potente, tra «sobrietà elocutiva» e
«agitazione sintattica» o «eccitazione sonora».
Quello del rapporto con
la poesia tradizionale e, ancor di più, dell’imitazione degli
antichi, dei loro temi come delle forme, rimane un motivo teorico
essenziale anche nell’analisi di Guglielmi, dove lo si affronta
sempre con un occhio ai testi poetici e un altro ai Discorsi
leopardiani, pur nella consapevolezza che il nesso strettissimo in
questo autore tra poesia e pensiero non vada mai inteso nel senso
dell’applicazione sterile del secondo alla prima, e che tra l’uno
e l’altra il rapporto sia quello che Adorno avrebbe definito nei
termini di una «metodica non metodicità».
È pur vero che il
maggior pregio di questi saggi non è quello d’intrattenersi sui
temi più battuti dall’eterno leopardismo (pure ripresi e svolti
ottimamente, sotto la specola del connubio contenutistico-formale),
quanto, piuttosto, di aprire squarci di consapevolezza sul nostro
senso del moderno, attraverso la riflessione, precocissima in
Leopardi, su alcune pratiche o dinamiche che non solo dello scenario
contemporaneo sarebbero andate a costituire le condizioni dominanti
in cui si esercita l’attività letteraria, ma che non hanno, poi,
più trovato nessuna formalizzazione compiuta ed esatta come quella,
rispetto a fenomeni che appaiono tutt’ora evidenti quanto scomodi,
diffusi quanto sfumati.
«Ci sarebbe», scrive
Leopardi nello Zibaldone in data 21 settembre 1828, «un altro
partito, e ragionevolissimo. Avere due poesie e letterature, l'una
per gl’intendenti, l’altra per il popolo. Così quelli non
perderebbero, mentre questo ricupererebbe». E subito dopo si
definiscono le prime «letterature perfezionate», distinte, cioè,
da quello che oggi chiameremmo il mainstream. La menzione di questo
pensiero da parte di Guglielmi fa coincidere ancora una volta
l’oggetto dell’analisi critica con la configurazione in atto di
quest’ultima; una pratica che non somiglia in niente alla
critica-spot, e che ha bisogno, per essere compresa, di conoscenza,
studio, concentrazione, ritorni. Una critica densa, esatta,
complessa, coerente, di «metodica non metodicità»: una critica,
ovviamente, «perfezionata».
“il manifesto”, 14
febbraio 2012
Etichette:
letteratura,
Novecento,
Ottocento
16.11.17
Classici al presente. Stupefatti sulle tracce della leggenda di Troia (Paolo Lago)
Eric R. Dodds apre il suo
famoso saggio I Greci e l'irrazionale con un aneddoto: al
British Museum, mentre osservava le sculture del Partenone, venne
avvicinato da un giovane, il quale così si rivolse al grande
studioso: «Quel che vi confesso è un'enormità, lo so, ma questa
roba greca non mi commuove affatto... Be', non so se mi spiego: è
tutto così tremendamente razionale». Da tale incontro - continua
Dodds - gli venne l'idea di scrivere il suo libro per interrogarsi,
appunto, sulla religiosità e sull'irrazionalità nella cultura
greca. Religiosità e irrazionalità che, nei racconti mitici
tramandati dai poeti (nonché nell'intera cultura greca), non sono
certo di secondaria importanza, anzi. Infatti, per comprendere a
pieno quei miti, quei racconti epici e leggendari, noi moderni
dobbiamo dotarci di una nuova apertura all'irrazionale, una forma
mentis che ci faccia allontanare da una quasi naturale
predisposizione alla razionalità e ci faccia tornare un po'
‘ingenui. «In realtà, nell'irrazionalità della narrazione epica
sta la chiave di lettura dell'universo magico e mitico che la
caratterizza, l'alfabeto simbolico dalla cui decifrazione dipende la
comprensione del suo senso storico e della sua grandezza. Un'analisi
senza pregiudizi del mito impone il confronto con l'alterità, il
cambiamento della propria prospettiva, la disponibilità a accettare
che l'ingenuità sia tutta negli occhi di chi guarda»: con queste
parole Fulvio Beschi conclude l'introduzione al suo La leggenda di
Troia. Il racconto (Einaudi, 2013) che ci offre un'appassionata
narrazione del ciclo epico legato alla guerra di Troia. Per poter
affrontare la lettura di questo grande racconto, fatto di metamorfosi
e di interventi divini, di amori, di amicizie, di terribili morti e
malattie, dobbiamo tornare ingenui, quasi come bambini stupefatti:
solo così, afferma Beschi (il quale conduce il suo lavoro su un
rigoroso apparato di fonti), possiamo stupirci ancora di fronte alla
bellezza e al magico nitore che viene sprigionato dal racconto
mitico.
Vediamo quindi in cosa
consiste la leggenda di Troia narrataci da Beschi. Quando pensiamo
alla mitica guerra di Troia, scatenata dal rapimento di Elena, ci
viene subito in mente l'Iliade di Omero, il poema epico
dedicato, appunto, alla presa di Ilio, cioèTroia. Eppure, episodi
famosi come il giudizio di Paride o l'inganno del cavallo di legno,
nei poemi omerici (e si parla anche dell'Odissea), non
compaiono. La vicenda troiana nel suo complesso era raccontata da
altri poemi che adesso non possediamo più o che possediamo solo in
frammenti, i quali, riuniti insieme, prendevano il nome di Ciclo
epico; quest'ultimo comprendeva una serie di poemi fra i quali la
Titanomachia, l'Edipodia, centrata sulla figura mitica
di Edipo, la Tebaide,relativa altentativo di Polinice,
scacciato dal fratello Eteocle, insieme agli eroi argivi, di
riprendersi Tebe, gli Epigoni, il cui argomento è una nuova
spedizione contro Tebe, e poi i Canti Ciprii, l'Etiopide,
la Piccola Iliade. Di tutti questi poemi, sotto forma di
frammenti, esistono edizioni filologiche: il merito, non piccolo, di
Beschi sta nell'averle cucite insieme e averle rese leggere, eteree,
allontanate dalla pesantezza filologica e contemporaneamente
alimentate dalla stessa filologia. Il frammento di sublimi e antiche
immagini epiche è stato reso racconto, narrazione fluente e rigorosa
che può arrivare a carezzare le orecchie dei contemporanei, anche di
coloro che non hanno eccessiva dimestichezza con il mondo epico
greco. Anche questa è attualizzazione del classico: a dispetto della
relegazione in ambito accademico e in polverose biblioteche di quelle
edizioni filologiche dai nomi altisonanti come Poetarum epicorum
Graecorum testimonia et fragmenta, si può avere, delle stesse,
senza sminuirne il valore o l'auctoritas un racconto che
raggiunga molti interlocutori per le strade e fuori dai luoghi
canonici del sapere.
La grandezza della
(buona) filologia è anche questa: essere leggera e volare sopra
l'inconsistenza e la stupidità quotidiane per portare arricchimento
e cultura. La leggenda di Troia ci porta nel mondo del Ciclo
epico con leggerezza (quella di cui tesseva l'elogio Calvino nelle
Lezioni americane) e con rigore creando racconto là dove
c'era solo un frammento, portando luce là dove il tempo e le
vicissitudini hanno fatto buio. Achille, Agamennone, Edipo, Ettore,
Cassandra, Penelope, Andromaca diventano così personaggi
profondamente contemporanei, e così anche gli dei irati o presi
dalle passioni. Ed è appunto con passione che ci avviciniamo alla
lettura di questo racconto così, finalmente, da poterci commuovere
in un mondo magico in cui, a dispetto di ogni sterile razionalismo,
l'ingenuità diventa un valore prezioso.
E scusate se è poco.
“il manifesto alias
domenica”, 21 aprile 2013
Iscriviti a:
Post (Atom)













