3.12.17

Storie parallele. Giappone 1945-1975, il paradiso degli scandali (Paolo Albertario)

Riprendo dal “manifesto” le prime due puntate di un'inchiesta sulla corruzione in Giappone nel trentennio che seguì la Seconda Guerra Mondiale, una vicenda speculare a quella di un altro paese sconfitto nella guerra, l'Italia. (S.L.L.)
1957. Il premier giapponese Nasubuke Kishi con il presidente USA Eisehhower.
Uno dei pronipoti di Nasubuke Kishi è attualmente primo ministro in Giappone
Il regno della Nissan, della super-produttività e delle geishe computerizzate continua a stupire (e a preoccupare) gli osservatori economici. C’è chi teme l’invasione del «made in Japan» e chi invece scalpita (vedi Confindustria) per importare l’armonioso modello socio-produttivo del Sol Levante. Critiche ed elogi — interessati o meno — sembrano tuttavia affrontare il «modello» Olappone come una realtà lontana, profondamente diversa, probabilmente irripetibile in occidente.
I sindacati collaborano? Certo, perché coscienza e lotta di classe sono ignote ai lavoratori giapponesi... Record della produttività? Logica conseguenza, dato che operai e dirigenti si identificano nell’azienda e ne condividono guai e fortune. E cosi di seguito, con l’evidente rischio di correre dietro a fantasmi e perseverare nell’incomprensione e mistificazione del «miracolo» giapponese.
Un atteggiamento che non favorisce certo il dibattito in un Occidente in cerca di «modelli» e che fa invece il gioco delle transnazionali giapponesi e del governo liberaldemocratico, lanciato da alcuni anni in una nuova, profonda svolta reazionaria (riarmo, riforma dei testi scolastici, fermo di polizia etc.).
Proviamo dunque a fare un viaggio a ritroso nel pianeta Giappone, per scoprire se l’armonia che traspare dalle immagini ufficiali (e dai reportage di certi inviati speciali) è davvero il frutto di un modello socio-economico che ha risolto tutte le sue contraddizioni e si avvia tranquillo a costruire la prima società «post-industriale» del mondo oppure se ci troviamo ancora una volta di fronte ad un «successo» di cartapesta, costruito sulla pelle dei lavoratori e gestito, oltre che dagli zaibatsu, da una classe politica corrotta e succube degli Stati uniti.
Il compito di «democratizzare» il Giappone — all’indomani della seconda guerra mondiale — fu avocato, come è noto, dagli Usa e delegato al generale McArthur, comandante supremo delle forze alleate nel Pacifico. Il «programma» prevedeva, tra le altre cose, la distruzione degli oligopoli familiari (zaibatsu), la riforma istituzionale ed il disarmo perpetuo, disarmo che venne poi sancito nell’art. 9 della nuova Costituzione (dettata articolo per articolo dagli «esperti» di Me Arthur alle recalcitranti autorità giapponesi).
McArthur si trovò ben presto a lottare con i suoi stessi consiglieri, inviati in fretta e furia dal Dipartimento di stato per evitare di «consegnare il Giappone in mano ai comunisti». C’erano stati i primi scioperi, le prime occupazioni e la nascita di un movimento di classe che non faceva mistero di voler gestire autonomamente il processo di «democratizzazione». La «sterzata» imposta da McArthur ha una data precisa, il primo febbraio 1947, quando uno sciopero generale organizzato dai sindacati legati al partito comunista minacciava di portare a Tokyo 5 milioni di lavi ratori con lo scopo dichiarato di far cedere il governo «fantoccio» di Shigeru Yoshida e formarne uno di unità nazionale.
Lo sciopero venne proibito dalle autorità americane e nei giro di un paio di settimane si concluse l’operazione mecha-mecha: dalle patrie galere vennero liberati decine di migliaia di criminali di guerra, mafiosi e vecchi padroni degli zaibatsu, rimpiazzati da sindacalisti e giovani dirigenti del Pc giapponese.
Basti per tutti l’esempio del carcere di Sugamo, dove erano stati rinchiusi i principali responsabili della guerra. In una della c’erano Ryochi Sasagawa, Noqusuke Kishi e Yoshio Kodama: 11 primo è attualmente presidente di un centinaio di associazioni culturali-sportive (karaté, kendo,, etc.) e boss incontrastato del mondo delle scommesse, dalle quali trae i fondi per corrompere buona parte del partito al governo; il secondo, Kishi, è stato per molti anni primo ministro e proconsole americano ed ora continua ad esercitare un vasto potere sia come «consulente supremo» del partito liberaldemocratico, sia attraverso una serie di società finanziarie Usa al quale è collegato, insieme a suo genero, l’attuale ministro del Commercio e dell’industria, Shintaro Abe. Kodama, infine, è il boss incontrastato della ’ndrangheta giapponese (yakuza), leader riconosciuto di una ventina di movimenti eversivi di destra, intimo amico del famigerato Reverendo Moon e coinvolto in quasi tutti i più recenti scandali del paese, compreso l’affare Lockeed per il quale dovrebbe essere condannato entro la fine di quest’anno.
Il «trio di Sugamo» non va comunque sopravvalutato: nello staff americano che gestì il “nuovo corso” troviamo infatti gli stessi industriali, gli stessi banchieri, gli stessi «esperti» del Pentagono che proprio in quegli anni si opponevano strenuamente al processo di «denastizzazione » della Rft e al governo di unità nazionale in Italia, nella speranza di legare il futuro economico di questi paesi alle fortune e ai profitti delle multinazionali che rappresentavano. Tra gli anni ’48-’52 troviamo a dirigere l’Acj (American Council of Japan) personaggi come i fratelli Dulles (Allen e John Foster, già segretario di Stato), consulenti legali dell’impero Rockfeller; Douglas Dillon e William Draper (dirigenti della Cia); John Me Cloy, ministro degli esteri dell’Itt ed ex presidente della Chase Manhattan Bank, intimo amico di Kodama, Chang-kai Shek e Sukarno e un certo Compton Pakenham, che più tardi divenne capo dell’uf-fucio di corrispondenza di “Newsweek” a Tokyo. Il presidente dell’Acj, guarda caso, era Joseph Grew, ex ambasciatore Usa in Giappone e ex sottosegretario di Stato, che nell’immediato dopoguerra apri a Tokyo il più grande studio di consulenze commerciali, prima di ritirarsi nella sua piantagione di canna da zucchero nelle Hawaii e di presiedere (fino al 1971) il «Comitato internazionale per l’esclusione della Cina dall’Onu».
Il ruolo dell’Acj risulta evidente da un rapporto segreto finito qualche anno fa nelle mani di un giornalista americano, John Roberts, autore fra gli altri di Mitsui, tre secoli di «affari» alla giapponese. L’autore del rapporto, ormai pubblico, parla di una serie di incontri avvenuti a Tokyo nell’autunno 1949, pochi mesi prima della visita ufficiale di John Foster Dulles, divenuto nel frattempo Segretario di stato Usa. Fu in quel mesi che tra una bottiglia di sakè, un whisky e qualche cospicua bustarella si gettarono le fondamenta di un governo conservatore e filoamericano, un governo che, giunto ai giorni nostri, non si preoccupa di mentire spudoratamente al popolo giapponese, ad esempio per quanto riguarda la presenza di ordigni nucleari all’interno delle basi militari Usa.
Nel corso della sua visita ufficiale a Tokyo, 11 14 giugno 1948 Foster Dulles venne presentato a 5 personaggi che in seguito sarebbero divenuti molto importanti. L’incontro avvenne in un ristorante esclusivo di Tokyo, a pochi metri dall’Ambasciata Usa, e fu organizzato da Kern e Pakenham, giornalisti di “Newsweek” e abilissimi intrallazzatori (Kern, in particolare, lo ritroveremo qualche anno più tardi sul libro paga della Cia quale assistente di Frank Wisner, nel colpo di Stato guatemalteco del 1961 e come «consulente» in occasione della spedizione alla Baia dei Porci di Cuba).
I cinque «samurai, che ottennero quella sera via libera da Foster Dulles, erano Yoshio Kodama. Tetsuo Nakagawa (futuro rappresentante del Giappone all'Onu), il capo della polizia Fujita, un alto funzionario del ministero delle Finanze, Takeshi Watanabe (divenuto in seguito direttore dell’International monetary Fund, vice presidente della Banca Mondiale e presidente della Banca per lo Sviluppo Asiatico) e “un uomo politico di grandi speranze per il Paese” (le virgolette sono dello stesso Kern in una lettera che spedì un paio di settimane prima dell'incontro al senatore Dulles), Nobusuke Kishi, sospetto criminale guerra ma amico personale di Kern e di varie multinazionali americane (tra cui la Exxon e la Standard Oli) che lo stesso Kern — quando non scriveva articoli per “Newsweek” — rappresentava, con tanto di lettere d’incarico in territorio giapponese. (Si può a questo punto ricordare che nel 1977 la Exxon è stata condannata dalla Securities and Exchange Commission degli Stati Uniti per aver distribuito oltre 56 milioni di dollari a varie personalità dell’Acj, tra le quali lo stesso Kern).

Le profezie di «Newsweek»
L’appoggio degli Usa e delle multinazionali spianò la strada del successo politico a Kishi, cui si deve la nascita della hoshu honryu (corrente moderata) all’Interno del partito liberaldemocratico, guidato a quel tempi da Shlgeru Yoshida, una sorta di De Gasperi con gli occhi a mandorla. Nel 1954, appena cinque anni dopo essere stato rilasciato dal carcere di Sugamo, Kishi venne eletto segretario generale del partito liberaldemocratico, mentre “Newsweek” (contro il parere di tutta la stampa giapponese) lo indicava come il successore più probabile di Yoshida alla carica di Primo Ministro (cfr. “Newsweek” del 12 febbraio 1955, in un editoriale non firmato...). Kern & soci avevano naturalmente ragione, perché nel 1957 Kishi divenne davvero primo ministro, inaugurando un periodo (5 anni) di autentica restaurazione.
Fu Kishi infatti a permettere la ricostituzione degli zaibatsu (Mitsubishi e Mitsui), la rinascita del militarismo (con la fondazione delle cosiddette «Forze di Autodifesa Nazionale», tutt’ora esistenti, nonostante siano palesemente incostituzionali) e, nonostante la fortissima opposizione popolare, la firma dei trattato di sicurezza con gli Usa noto sotto il nome di Ampo, La ratifica avvenne in un Parlamento semideserto con i deputati socialisti e comunisti sequestrati dalla polizia, in una stanza attigua a quella delle votazioni, per evitare il già annunciato ostruzionismo.
La firma del trattato costò a Kishi il governo, ma nel frattempo erano state lanciate le premesse della Giappone Spa: sistema pseudo-parlamentare con i partiti dell’opposizione ridotti a elemento folcloristico; un partito di maggioranza unito — più che dalla presenza di un’ideologia politica — dalla pioggia istituzionalizzata di tangenti e bustarelle; corsa al riarmo per «tranquillizzare» gli Usa (e gli intramontabili nostalgici in patria) e soprattutto una politica economica data in appalto al moderni zaibatsu, che, come è noto, non si sono certo lasciati scappare l’occasione.

La Nixon Connection
La caduta di Kishi — accusato tra le altre cose di aver intascato tangenti dalla Mitsui & Co., società alla quale era stata delegata la liquidazione del danni di guerra all’Indonesia — non fu certo «traumatica». Si trattò, ancora una volta di una «crisi pilotata», e il suo successore, Hayato Ikeda, non fece che scaldare la poltrona al fratello di Kishi, Eisaku Sato, amico personale di Richard Nixon (quando l’ex presidente Usa era semplice legale della Standar Oil e della filiale americana della Mitsui) e di Richard Allen, l’ex consigliere di Reagan dimessosi lo scorso dicembre per aver intascato mille dollari da una giornalista giapponese, ma che già negli anni ’70 — durante la presidenza Nixon — coniugava i doveri d’ufficio della Casa bianca con gli interessi di alcune «società» del Sol Levante (Toyota, Nissan, Hitachi) di cui era legale rappresentante negli Usa.
Eisaku Sato — che la storia ricorderà come il più mediocre dei primi ministri del Giappone, in coppia con l'attuale premier Suzuki — si trovò ben presto implicato in uno scandalo elettorale (insieme al suo segretario personale, il futuro premier Kakuei Tanaka, esperto come quant’altri mai nello scucire contributi al mondo industriale), ma la questione fu messa a tacere dal vecchio Yoshida, che in un’intervista dichiarò apertamente: «Se si dovesse rispettare alla lettera la legge sul finanziamento del partiti la democrazia di questo Paese si dissolverebbe nello spazio di una settimana...». Sembra di ascoltare Aldo Moro che difende la Dc sulla Lockheed.
Sato resse fino al 1971, quando fu costretto a dimettersi dal nuovo astro nascente: il suo ex segretario Tanaka.

40.000 dollari a deputato
Corre voce in Giappone che la carica di primo ministro sia costata a Tanaka (o meglio al suo finanziere privato, Kenji Osano, già condannato a due anni di reclusione per l’affare Lockheed, proprietario di un centinaio di alberghi alle Hawaii e arricchitosi In patria grazie al monopolio delle forniture alle basi militari Usa) qualcosa come 15 milioni di dollari, o se preferiamo 40 mila dollari a ciascun deputato del partito che gli avesse garantito il voto. (La circostanza, denunciata a più riprese dal quotidiano Asahi non è stata mai smentita dagli interessati, ma è finita nel dimenticatoio dopo l'esplosione del ben più grave scandalo Lockheed).
Dopo aver legato il suo nome alla firma dello storico trattato di amicizia e cooperazione con la Cina (1972). Tanaka fu costretto alle dimissioni, ancora una volta a causa di una serie di operazioni finanziarie che ebbero come protagonlste alcune società da lui controllate. Lo scandalo Lockheed scoppiò un paio di anni dopo, nel 1976, ma a differenza ddi anni più tardi, nel 1976, ma a differenza di quanto si è portati a credere non si trattò certo di uno scoop giornalistico, né di una disavventura del potente Tanaka, incappato in un solerte magistrato.
A distanza di qualche anno è ormai provato che lo scandalo Lockheed fu interamente gestito negli Usa (come appendice del Watergate), in particolare dalla Securities Exchange Commission e dagli ambienti più influenti di Wall Street. Tant’è vero che delle decine di personaggi politici giapponesi chiaramente implicati (da Kishi a Sato, passando per l’attuale segretario generale del partito, Susumu Nikaido) soltanto Tanaka e i suoi fidi (il boss mafioso Kodama e il finanziere nero Osano) sono stati ufficialmente incriminati, sia pure con la garanzia di un processo stile Piazza Fontana.
La «caduta» di Tanaka — che nonostante il processo e la sospensione della tessera di partito continua ad essere il leader indiscusso della maggioranza — fece sperare in un «repulisti» generale, soprattutto quando la carica di primo ministro venne affidata a Takeo Miki prima e Masayoshi Ohlra poi, con l’intervallo di Takeo Fukuda, erede politico di Kishi e come lui esperto di «consulenze incrociate», leggi bustarelle.
I timidi tentativi di riforma inaugurati da Miki e Ohira erano comunque destinati al fallimento [...]



“il manifesto”, 21 e 23 luglio 1982

Rino Genovese: "Più che Grasso Boldrini". Una doppia leadership

L'intervento che segue è stato pubblicato il 26 novembre scorso da Rino Genovese nel sito de “Il Ponte”. Dell'articolo condivido anche le virgole, anche se sembra superato dai fatti. La lista unitaria di sinistra in formazione ha già indicato ieri, come proprio leader, Pietro Grasso. Credo che però si faccia in tempo per una grande valorizzazione della figura di Laura Boldrini, anche come sfida alla ottusità maschilista e razzista della destra. Una sorta di doppia leadership insomma che renda protagonista anche il femminile e più forte e combattiva la proposta della sinistra. (S.L.L.)

Non si deprecherà mai abbastanza il metodo di occuparsi prima del leader e poi dei contenuti programmatici di una coalizione, né mai sufficientemente si condanneranno le “primarie”, che hanno permesso a un piccolo avventuriero d’impadronirsi con stile plebiscitario dell’unico partito italiano ancora esistente, trasformandolo in un comitato elettorale al suo servizio. E tuttavia neppure si può negare che, la personalizzazione della politica essendo un fatto (ahi tempi in cui mio padre, votando socialista mi diceva: “si votano le idee non le persone”!), una sua importanza la leadership di una coalizione ce l’abbia, se non altro come sineddoche di un’intenzione più generale. Allora non si comprende perché la lista unitaria di sinistra in formazione (che nei fatti è un cartello elettorale fra tre sigle) dovrebbe presentare come bandiera il presidente del Senato Pietro Grasso, ammesso che questi accetti l’investitura, e non piuttosto la presidente della Camera Laura Boldrini.
La candidatura di questa figura – che di recente si è staccata da Pisapia con un discorso in cui diceva chiaro e tondo che con il Pd nessuna alleanza è ormai possibile – sarebbe molto più caratterizzante, e più di rottura, di quella di Grasso. In primo luogo, ovviamente, perché si tratta di una donna – e non mi sembra che, da quando esiste la personalizzazione spasmodica della politica, si sia mai pensato a una donna come leader; in secondo luogo perché durante l’ultima legislatura lei è diventata – per le posizioni assunte e per la bellezza stessa della sua persona e della sua biografia – la vittima sacrificale preferita della ferocia sessista e fascistoide che si sprigiona dai nuovi media, cioè dalla torva ignoranza diffusa, come risentimento sociale di massa.
Sarebbe anche un monito al renziano ministro Minniti, la scelta di Boldrini: dove il primo non conosce che l’astuzia cerchiobottista – una lancia spezzata in favore dello ius soli, di cui siamo ancora in attesa, e il più concreto adoprarsi affinché i migranti restino intrappolati in Libia –, la seconda riassume in sé l’esperienza di una ex funzionaria dell’Onu impegnata proprio nella gestione del problema dei rifugiati. Insomma, se Grasso, da ragazzo siciliano, ci ricorda che c’è ancora una lotta alla mafia da portare a termine, Boldrini, da ragazza marchigiana, potrebbe sottolineare che chiudersi nella difesa ottusa delle grandi o piccole patrie, nei mediocri regionalismi, oggi non ha più alcun senso, seppure lo ebbe in passato, e che è piuttosto al mondo in trasformazione che bisogna guardare.

2.12.17

Quand'ero giovane... (Piergiorgio Bellocchio)

Quand'ero giovane non potevo ipotizzare un fallimento di queste proporzioni. Se allora immaginavo il peggio, era la sconfitta politica per opera della controrivoluzione, e si manifestava nella repressione che, per quante spietata (o proprio per questo), garantiva ai vinti l’onore dell’esilio, della prigione e, al meglio, la gloria del patibolo. Il destino è stato derisorio.

Dalla parte del torto, Einaudi 1989

Immenso e rosso. Una poesia di Jacques Prévert


Immenso e rosso
Sopra il Grand Palais
Il sole d'inverno appare
E scompare
Come lui il mio cuore sparirà
E tutto il mio sangue se ne andrà
Se ne andrà in cerca di te
Mio amore
Mia beltà
E ti ritroverà

Là dove tu sei


1.12.17

"Meno male che non ha tirato fuori il coltello". L'esordio veneziano di Girolamo Li Causi

Il lungo cammino è il titolo che Girolamo Li Causi, il più prestigioso dirigente dei comunisti in Sicilia negli anni del secondo dopoguerra, scelse per la prima parte della sua autobiografia, l'unica portata a termine, che si apre nel 1906 e si ferma al 1944, data del suo avventuroso ritorno in Sicilia, dopo aver partecipato alle prime fasi della guerra partigiana nell'Italia occupata dai tedeschi. Il brano che qui riprendo riguarda il tempo degli studi universitari, nell'ateneo di Ca' Foscari a Venezia, ove c'era una facoltà di economia politica aperta ai diplomati in ragionieria. Quando giunse a Venezia, nel settembre del 1913 il giovane Li Causi non aveva ancora 18, ma si iscrisse subito alla sezione socialista, benissimo accolto dai compagni veneziani. Non accadde lo stesso all'Università. (S.L.L.)
Non mi fu difficile rintracciare la sezione socialista, in Malcanton, dove c’era anche la sede della Camera del lavoro. Ogni lega aveva il suo ufficio, il suo sgabuzzino, e mi colpi il fatto che la vita sindacale si svolgesse, nei giorni feriali, di sera; il segretario della lega, al termine del proprio lavoro normale, passava quotidianamente due o tre ore nell’ufficio della lega, dove riceveva gli iscritti, dava spiegazioni, raccoglieva le quote e tutto questo lo faceva gratuitamente. La Camera del lavoro era animatissima; in tempi ordinari le assemblee si facevano sempre la domenica mattina e in quelle occasioni i saloni si riempivano. Anzi, le varie leghe dovevano fare attenzione a prenotare in tempo la sala e a rispettare gli orari, per non intralciarsi reciprocamente nell'attività.
Fu in quell’ottobre 1913 che mi iscrissi al partito socialista. Non fu una decisione a freddo, la mia. C’era stata la partecipazione alla campagna elettorale in Sicilia e poi il clima politico trovato a Venezia con la vittoria del candidato socialista, il fervore che questo avvenimento aveva creato, le convinzioni che nel corso degli anni precedenti erano andate lentamente maturando; tutto questo fece sì che, fin dalle prime settimane della mia residenza a Venezia, mi trovassi a partecipare assiduamente alla vita del partito. Fui notato per la mia vivacità e venni subito utilizzato sia dalla sezione cittadina che dalla federazione per tenere comizi nei vari sestieri, specialmente in occasione di scioperi di categoria. Dato il mio temperamento focoso, la funzione che mi era riservata era quella del «surriscaldatore», del suscitatore di entusiasmi: servivo cioè a mantenere alta la pressione, la carica.
Andavo anche in provincia, per « sfondare » nelle località a noi più ostili. Ad esempio non ci era praticamente possibile entrare a Burano, il regno di Jesurum, che sfruttava migliaia di ragazzi, figli di pescatori poveri, nella fabbricazione dei famosi merletti. Come ci accingevamo a scendere dal vaporetto, erano aggressioni a bastonate, a sassate. Ci volle molto tempo prima che potessimo parlare a Burano.
In campagna si andava quasi sempre la domenica. Ci si piazzava, di mattina, dinanzi alle chiese ad aspettare che finisse la messa, poi, mentre la gente defluiva lentamente, improvvisavamo il nostro comizio, sperando che qualcuno si fermasse a sentirlo o almeno cogliesse a volo qualche frase, qualche parola. Naturalmente non dappertutto la situazione era così nera. C’erano già delle zone in cui ci eravamo fortemente affermati e che ancor oggi costituiscono dei veri baluardi progressisti...
[...]
Il mio ingresso a Ca’ Foscari fu contrassegnato da un episodio molto spiacevole. Io ignoravo completamente gli usi e i costumi delle università, nulla sapevo delle soverchierie imposte alle matricole. Non avevo ancora posto piede nell’ampio atrio dell’istituto quando uno studente mi investì prepotentemente:
— Vieni qua, fetente matricola!
— Cosa hai detto? — feci io incredulo, convinto di aver capito male.
— Fetente matricola...
Se non me lo levavano dalle mani lo ammazzavo. Un finimondo. A un certo punto mi sentii interpellare da un siciliano di Pantelleria:
— Ma che stai facendo?
Rincuorato di trovare un compaesano mi sfogai:
— Ma non vedi questa carogna che io non ho mai visto e che mi dà del fetente!
— Calma, calma; bada che c’è un equivoco!
— Ma che equivoco! Se ti dico che mi ha dato del fetente e per due volte anche!
E quello allora a spiegarmi che si trattava non di una ingiuria ma di una usanza consacrata dai secoli nel rito della immatricolazione. Vi lascio immaginare la mia mortificazione! Nonostante mi affrettassi a chiedere scusa, quella reazione di tipo assolutamente nuovo in quell’ambiente e il fatto che ero siciliano crearono attorno a me, nella scuola, il vuoto assoluto. Intimoriti e diffidenti gli studenti dicevano: «E meno male che non ha tirato fuori il coltello!» E io a dire: «Ma che coltello...». Naturalmente, inseguito, quando mi conobbero meglio, riuscii ad ottenere un po di fiducia, ma intanto ero partito con il piede sbagliato. Il compagno Ernesto Cesare Longobardi, professore di lingua e letteratura inglese, mi fu di aiuto prezioso per superare questa nomea di violento e di sanguinario che m’ero fatta.


Il lungo cammino, Editori Riuniti, 1974

Rileggere i classici. Ovidio inedito e ribelle (Carlo Carena)

1957 - Francobollo commemorativo per il bimillenario di Ovidio
Non avviene spesso di imbattersi in un libro di cultura antica appassionato e diretto come Con Ovidio di Nicola Gardini (Garzanti, 2017). Gardini unisce alla preparazione e agli studi classicistici, con formazione e attività didattica anche all’estero, una produzione di romanziere e di poeta. Così la poesia del Sulmonese dell’età augustea e il romanzo della sua esistenza l’hanno coinvolto doppiamente, studiando alla scrivania e immaginando o inseguendo gli scenari della sua vita brillante e poi drammatica.
Gardini trova e addita al lettore nelle opere del poeta un intero “universo verbale”: il museo spettacolare delle Metamorfosi umanizzate e un canzoniere amoroso; la voce di un dissidente politico e di un maestro dell’erotismo. Ma buona parte del suo studio verte sulla sventura del brillante enfant gâté di Roma imperiale, la disgrazia e l’esilio sul Mar Nero, come i momenti più vicini alla sua umanità e più toccanti per noi; indagati e illustrati in presa diretta, cimentandosi col poeta attraverso i suoi versi, soprattutto le elegie delle Tristezze e delle Lettere dal Ponto.
I due famosi e misteriosi moventi di quel rovescio della fortuna, “un carme e un errore”, sono scrutati e analizzati in lungo e in largo: il primo, il canzoniere giovanile dell’Arte dell’amore, scusa ufficiale del bando; il secondo, l'error, uno scivolone personale su un tranello delle circostanze: errando, il poeta ha commesso un fallo involontario, una sciocchezza. E la paga fin troppo cara, radiato dalla scena, privato degli splendori e delle malizie dei salotti, del tepore e delle sete delle alcove, delle sorgenti e del piacere della sua arte. “Pare” che abbia visto qualcosa a corte che non avrebbe dovuto vedere; che sia stato testimone di una scena proibita: come all’innocente Atteone delle Metamorfosi càpita di scorgere Diana che fa il bagno nuda, e viene perciò trasformato in cervo e sbranato dai propri cani. Di lì il vagabondaggio ovidiano di uno sbandato, allontanato dal suo cammino e dalla sua meta, finendo lontano, dove non ritrova più nemmeno se stesso fra nebbie gelide e barbari irsuti. E da dove cerca di mantenere vivo il dialogo con i suoi lettori mediante confidenze disperate e un ultimo anelito di sopravvivenza.
La sua poesia, esaminata a fondo e senza pregiudizi creati dai posteri, è all’opposto quella di un autore profondamente serio, chiuso in un perenne lavorio di creazioni d’immagini e di perfezioni di verso, ben altro anche qui dall’immagine vulgata del ciarliero depravato e futile. Egli si getta capofitto nei suoi scritti. Perciò vi si può scorgere e se ne ricava un personaggio quale Gardini può rappresentare vividamente e che è andato a ritrovare anche sui luoghi stessi della sua agonia come di altri martiri della politica venuti dopo, ancora in tempi recenti.

Certo si può avvertire qualche perplessità e avere qualche soprassalto («un poeta profondamente serio, votato a una sua generale riforma del pensiero e della morale», a pag. 180 ecc.). Ma il suo Ovidio così costruito non ha mai del monumento. E il costruttore non chiede nemmeno il consenso esplicito del lettore. Gli consiglia e indica una strada da percorrere assieme, per godere con lui della “felicità di leggere” qualsiasi classico, come recita il sottotitolo del libro. Aprire un’edizione di un classico è «aprire le braccia a un sopravvissuto e ospitare uno straniero» che non viene a mani vuote: e qui più che mai.

Il Sole 24 Ore, domenica 30 luglio 2017

“Roma così non l’avevo mai vista”. I funerali di Giuseppe Di Vittorio raccontati da Pier Paolo Pasolini

Roma, Corso d'Italia, 6 Novembre 1957. I funerali di Giuseppe Di Vittorio
Salgo da Porta Pia, piano e un poco svogliato. L’atmosfera è com’è ai margini degli avvenimenti pubblici: tempestosa, senza colore e quasi senza suono. Cominciano a fermarsi i primi autobus, le automobili, isteriche, qua e là, protestano con angosciosi e brevi suoni di clacson. Guardo la gente, che va verso il Corso d’Italia, come me, o che resta lì, a Porta Pia: dei giovani che non distinguo bene si sono arrampicati sul monumento al bersagliere, lasciando sotto il piedestallo una frotta di motori. Ci sono soprattutto uomini anziani, operai e impiegati, e molte donne, umili e non giovani.
C’è un vento magro di autunno, con una luce settentrionale, bianca e confusa. E un grande silenzio, che i rumori, attutiti e come laceri del traffico, rendono più strano. Ormai, di qua e di là del Corso d’Italia, le ali della folla sono fitte: nel centro della strada passano reparti di polizia: se ne vanno come inesistenti. Non c’è inimicizia tra loro e la folla. Tutto pare come sospeso, rimandato: anche io mi ritrovo solo con gli occhi, e come senza cuore, in pura attesa. Ma intanto attraverso gli occhi, il cuore si riempie.
Non ho mai visto gente così, a Roma. Mi sembra di essere in un’altra città.
Il Corso d’Italia è in curva, sotto le mura: e la folla che si assiepa ai margini è sconfinata. Un vecchietto si guarda intorno, intimidito, e dice a un suo compagno, che gli è accanto silenzioso: - Vengono spontanei... - E guarda, umile, la folla degli uguali a lui. Vado ancora un poco avanti, sul largo marciapiede. Come vedo uno spiraglio, mi fermo, sotto un albero, mezzo spoglio, ormai, ma ancora pieno dell’estate romana che non vuol morire mai. Due uomini, non due ragazzi, vi si sono arrampicati, e stanno a cavalcioni dei rami in silenzio, con sotto, appoggiate al tronco, le loro biciclette. Passa di lì un giovanotto, un baldo giovanotto della campagna, e, col suo accento greve, avvicinandosi all’albero e guardando in alto pieno di speranza, dice: — Compagno, me dai na mano? - Uno dei due sull’albero, in silenzio, piano piano, lo aiuta a salire. Davanti a me ci sono quattro o cinque uomini sui quaranta o cinquant’anni, operai, qualcuno con la moglie, che se ne sta un po’ in disparte, raccolta, quasi i funerali di Di Vittorio fossero una cosa che riguardasse soprattutto gli uomini.
Cominciano in silenzio ad avvicinarsi le corone: una folla che passa attraverso la folla, sterminate l'una e l’altra.
Migliaia e migliaia di uomini e di donne, quasi tutti vestiti con abiti che non sono di lavoro, ma neanche quelli buoni, della festa: gli abiti che indossano la sera, dopo essersi lavati dall’unto o dal fumo, per scendere in strada, sulla piazzetta. Non si vedono stracci, né i maglioni o i calzoni dell’eleganza romana della periferia. Tutti hanno faccie forti oneste, cotte dalla fatica e dagli stenti. Per me, è la prima volta che Roma si presenta sotto questa luce.
Rovesciati qui, dal silenzio che ne avvolge le esistenze, che pure sono la parte più grande della città, umilmente dimostrano quale sia la forza della coscienza. Dimostrano che la storia non ha mai soste. Il romano anarchico, scettico, scioperato, leggero ha già acquistato questo volto, questa durezza, questa umile certezza. Io non so dire quanta parte abbia avuto, in questa evoluzione, l’uomo il cui corpo viene portato oggi al cimitero. Penso grandissima, se tutti questi uomini lo sentono con tanto spontaneo e sconcertante affetto. Penso che certo non c’è bisogno che nessuno glielo dica, che hanno perduto un fratello: tanto sono pieni di muta, disperata gratitudine.
Passa la banda, passano altre corone, a decine e decine, portate da operai, operaie, ragazzi.
Ecco il feretro: molte braccia col pugno chiuso si tendono a salutare Di Vittorio, in un silenzio pieno come di un interno, accorante frastuono. Anche gli uomini che sono davanti a me, a uno a uno, alzano il braccio, a fatica, come se il pugno dovesse reggere un peso insopportabile, e restano cosi, con quel braccio teso in avanti, quasi ad afferrare, a trattenere qualcosa che loro stessi non sanno, una vita di lotta e di lavoro, la loro vita e quella del compagno che se ne va.
Guardo quelle schiene un po’ deformate dalla fatica, sotto i panni quasi festivi, quelle spalle massicce, quei colli nodosi; sono uomini induriti da una infanzia abbandonata a se stessa, da un precoce lavoro, dalle continue difficoltà del sopravvivere, dalla rozzezza di un’esistenza ridotta al puro pratico, e spesso solo all’animale, dalla corruzione dei quartieri dove vivono. Incalliti dappertutto. Ma come il feretro è appena passato, e le braccia tese s’abbassano, vedo dal loro atteggiamento che qualcosa accade dentro di loro. Uno, davanti a me, piega un poco la testa da una parte: vedo la guancia lunga, nera di barba e il pomello rosso. La pelle gli si contrae, come in uno spasimo: piange, come un bambino. Guardo anche gli altri. Piangono, con una smorfia di dolore disperato. Non si curano né di nascondere né di asciugare le lacrime di cui hanno pieni gli occhi.


Da «Vie Nuove», 16/11/1957, in Storie della città di Dio. Racconti e cronache romane 1950-1966, Einaudi, 1995

“Ehi, della Vita!” Un sonetto di Francisco de Quevedo (Madrid 1580 – Villanueva de los Infantes 1645)

Ehi, della vita! Nessuno risponde?
Voglio qui tutti gli anni che ho vissuto!
La Fortuna il mio tempo ha già compiuto,
la mia pazzia le Ore mi nasconde.

Ch’io non possa saper come né dove
la salute e l’età sono fuggite!
Manca la vita, c’è l’aver vissuto.
Non v’è calamità che non mi provi.

Ieri sparì, Domani non è giunto,
l’Oggi se ne va via senza fermarsi;
sono un Fu, un Sarà, un È già smunto.

Nell’oggi, ieri e domani congiungo
pannolini e sudario; son rimasto
eredità presente d’un defunto.


Sonetti amorosi e morali, Einaudi 1965 – Traduzione di Vittorio Bodini

Libri. Torture e desaparecidos dall’Argentina all’Egitto (Alessandro Leogrande)

Le madri di Plaza de Mayo
«Gridò con quanto fiato aveva in gola nel lungo corridoio mentre lo trascinavano in quel locale lurido dove si fondevano in un unico ripugnante odore la perversità e la carne bruciata. Di nuovo quegli uomini su di lui. Il fiato trattenuto, l’elettricità che gli bucava la pelle, i muscoli, la bocca sempre aperta e il dolore in ondate successive».
Negli stessi giorni in cui sono apparse le prime notizie sulle torture che, al Cairo, sono state inflitte al corpo di Giulio Regeni, è stato ripubblicato dalla casa editrice Portatori d’acqua La notte dei lapis di María Seoane e Héctor Ruiz Núñez (a cura di Alessandra Riccio, con prefazione di Goffredo Fofi), il libro che racconta una delle pagine più dolorose della dittatura insediatasi in Argentina nel 1976: la violenta repressione scatenata dagli squadroni della morte contro il dissenso espresso da un gruppo di studenti delle scuole superiori. Proprio con il nome “Notte dei lapis” l’esercito e la polizia di Buenos Aires (non c’è regime dove le due cose non finiscano per confondersi e sovrapporsi) vollero indicare l’operazione di sterminio dei liceali politicizzati di La Plata.
Il libro è costruito sulla base della testimonianza di quello che per molto tempo si è creduto essere l’unico sopravvissuto tra gli studenti, l’allora diciottenne Pablo Díaz.
Sono passati quarant’anni dal golpe argentino. Il 24 marzo del 1976 la Giunta militare guidata da Jorge Videla, Emilio Massera e Orlando Agosti, in rappresentanza dei vertici delle tre Armi, rovesciò il governo legittimo e diede il via agli anni bui del totalitarismo. Oltre trentamila persone scomparvero. E come ha scritto Horacio Verbitsky, in un libro chiave per comprendere la mattanza di quegli anni, Il volo (Fandango), la desaparición di migliaia di oppositori era un obiettivo deliberatamente perseguito dalle alte gerarchie del regime. Senza corpi, sarebbe sparita anche la prova più evidente della repressione. Per anni, come sanno bene le Madri di Plaza de Mayo che pretendevano venisse fatta luce sui desaparecidos, la polizia e le forze armate hanno fatto dell’indeterminatezza circa la sorte degli scomparsi la propria principale linea di difesa.
In Europa, non si è avuta immediata percezione dell’eliminazione di migliaia di persone. Ciò è accaduto almeno fino a quando non si sono raccolte, sempre più numerose, le testimonianze degli esuli scampati alle torture, o fino a quando non sono finiti nelle maglie di repressione anche dei cittadini europei, come nel caso dell'italo-argentino Marco Bechis, poi autore di uno dei film più spietati sull’universo concentrazionario porteño: Garage Olimpo.
È impossibile ricordare il colpo di Stato in Argentina, senza pensare alla fine di Giulio Regeni nelle strade del Cairo. Non sappiamo ancora precisamente perché Regeni sia stato torturato e ucciso, né conosciamo i nomi degli aguzzini. Di sicuro però sappiamo che in Egitto, dopo il colpo di Stato del luglio 2013 che ha rovesciato il governo dei Fratelli musulmani, si contano oltre 600 desaparecidos. La repressione non colpisce solo gli islamisti, ma anche l’opposizione laica e democratica, coloro i quali erano scesi in piazza nel 2011 per chiedere le dimissioni di Mubarak e in seguito hanno intuito, prima di altri, il volto nascosto del regime di Al-Sisi.
In questo cortocircuito temporale che lega l’Egitto di oggi all’Argentina di ieri, non c’è solo l’estrema similitudine delle torture praticate. Ci sono almeno altre due singolari coincidenze. La prima riguarda direttamente la morte di Giulio Regeni. Anche in questo caso, le sevizie subite da un cittadino occidentale gettano luce su tutte le altre morti violente: quando il velo si squarcia, la natura di regimi militari che promettono un nuovo ordine e la fine del caos precedente, si rivela miseramente per quello che è.
E qui emerge un’altra singolare coincidenza, a quarant’anni di distanza. Il regime di Al-Sisi ha ottenuto non solo l’implicito sostegno di precisi settori della società egiziana, ma anche di quei governi occidentali che hanno intravisto nel nuovo corso un’alternativa preferibile al caos crescente del governo islamista.
Eppure il dilemma tra ordine e anarchia, visto dal cuore del Cairo, come da quello di Buenos Aires quarant’anni fa, appare come radicalmente diverso. Anche perché quell’«ordine» si nutre delle pratiche raccontate a la Repubblica da Mohamed Soltan, a differenza di Regeni sopravvissuto alle galere egiziane grazie a un passaporto statunitense: «Ci sono i tuoi compagni prelevati che tornano con il corpo tagliuzzato o i segni di bruciature sul corpo: devastati. Ci sono quelli che non tornano: mai più. Ci sono le urla dalle celle accanto. C’è la gente, come mio zio, a cui hanno tagliato due dita e spento non so quanti mozziconi addosso prima di lasciarlo a morire».
A differenza del Cile (dove Pinochet rovesciò il governo delle sinistre guidato da Allende, facendo bombardare il palazzo presidenziale l’11 di settembre del 1973), il caos argentino è stato sempre molto meno decifrabile. Era più difficile cogliere i contrasti tra conservatori e rivoluzionari all’interno della galassia del peronismo prima che i militari decidessero di prendere il potere. Era più complicato cogliere la linea politica dei gruppi di opposizione radicale che scelsero la lotta armata, come i Montoneros. Anche per questo, in Italia, il Pci e l’Unità all’inizio non si opposero al regime militare, accostandosi alla linea dell’Urss, che non aveva osteggiato il golpe. Per motivi diversi, ebbero una simile posizione sia le gerarchie cattoliche sia il giornale italiano più letto, il “Corriere della sera”.
Almeno all’inizio gli oppositori furono lasciati soli. Fu lasciato solo lo scrittore Rodolfo Walsh, di cui La nuova frontiera manda in libreria a fine marzo una raccolta di reportage e testi politici, Il violento mestiere di scrivere, che ho avuto la fortuna di curare.
Nel primo anniversario del golpe, Walsh scrisse una Lettera aperta alla Giunta militare che nessuno volle pubblicare. Il giorno dopo fu sequestrato e ucciso da uno squadrone militare. Il suo corpo, come quello di tanti altri, sparì nel nulla. Nella Lettera scriveva: «Dopo aver riempito le carceri ordinarie, avete creato nelle principali circoscrizioni militari del paese luoghi che si possono definire campi di concentramento dove non può entrare nessun giudice, avvocato, giornalista, osservatore internazionale. Il segreto militare sulle procedure (...) trasforma la maggior parte delle detenzioni in sequestri che consentono la tortura senza limiti e le fucilazioni senza processo».


Pagina 99, 13 febbraio 2016

Sandro Penna. Il poeta del bene di vivere (Elio Pecora)

Sandro Penna con Pier Paolo Pasolini
Sandro Penna «è il più grande, e il più lieto, poeta italiano vivente». Davvero? Ignoro perché Pasolini, presentando nel 1970 l’edizione di Tutte le poesie, arrivasse a questa strana iperbole. E Montale? E Palazzeschi? Non erano né grandi né lieti? La definizione pasoliniana, che identifica grandezza ed erotismo e vede nell’erotismo (di Penna) un’esperienza di letizia e santità addirittura francescana, ha qualcosa di sofistico e crepuscolare. Penna, al contrario, è un “poeta in luce” (Garboli) e tra il suo basso e il suo alto - tra orinatoio e stelle - non c’è nessun ponte cognitivo né emotivo ma solo un’abissale sospensione di senso. La luce fredda, l’estremo nitore della sua poesia, «dove tace ogni virtù» (Sole senz’ombra), sono dovuti in effetti a un’eccezionale estraneità del poeta al proprio stesso fatum e a ogni eventuale incremento di formazione.
Ma oggi? Sono passati anni nei quali a Penna non si è prestata l’attenzione che ad altri poeti, come Giorgio Caproni ad esempio, critica e lettori hanno opportunamente prestato. È molto benvenuto, dunque, il volume di poesie e prose (con inediti e corredato da una importante Cronologia di Elio Pecora) che Roberto Deidier, autore anche dell’eccellente saggio introduttivo, ha appena licenziato per i Meridiani Mondadori. Di Penna, che conosce perfettamente «l’arte di dire poco» (così Alfredo Giuliani, nel 1958, sul «Verri»), questo volume ci dice tutto ciò che è possibile dire: dalle trouvailles all’indomani della morte e allo stupore (di Pecora) «per la cura riservata alle sue carte da parte di un autore che i suoi stessi esegeti hanno sistemato fra i meno affidabili quanto a chiarimenti sulla propria opera»; al sodalizio e al piccolo carteggio con Montale, che battezza Penna “Piumino” e presentandolo a un’amica, per un impiego, di proposito non accenna «alle poesie e tantomeno allo scabroso penchant che esse rivelano (o ostentano?)»; ai critici migliori, da Giuliani a Garboli (così ancora Giuliani: «era una specie di polinesiano capitato per caso e da perfetto estraneo in mezzo alla società cristiano-borghese dell’Occidente. Gli dèi avevano concesso proprio a lui l’arte di dire sempre una sola cosa e in quel poco alludere a una necessità infinita»).
Ben più perfettamente straniero di quel persiano che, nelle Lettres di Montesquieu, quando è a Parigi non fa che comparare e distinguere tra Oriente e Occidente, questo “polinesiano” si mantiene intatto e refrattario nel suo stato di natura, nella vita in sé che gode come Anacreonte godeva scolando «un orciolo di vino» e cantando «una serenata alla ragazza»: Il mio dio se ne va in bicicletta/ o bagna il muro con disinvoltura. Non c’è un solo verso di Penna che proceda da un impulso concettuale né da un pensiero, né grande né piccolo, né essenziale né trascurabile. Se la poesia italiana del Novecento, a partire da Leopardi, è essenzialmente e necessariamente legata a un’evoluzione o a un infarto speculativo, Penna al contrario appare libero, sciolto da ogni scrupolo, dissolto nella vita, incurante di una tradizione che tuttavia non ignora (Pascoli, D’Annunzio, la strofetta metastasiana...). Cesare Garboli ha scritto che, stricto sensu, Penna non è neppure un poeta, ma un fenomeno, una specie di animale straordinario, un esemplare purissimo «di una specie che forse si sta estinguendo». I suoi versi, aggiungeva, «arrivano di sorpresa, ti prendono alle spalle e ti rubano il fiato».
Naturalmente, si potrebbe dire che estraniarsi dal pensiero, dichiararsene immune, è un modo di pensare. Ma si farebbe torto a Penna. Il suo canzoniere non è che una estesa e ostinata serie di variazioni sul sesso che, fin dai primi materialisti del Seicento, risulta il solo antidoto alla noia del pensare e il solo principio di persuasione alla vita conosciuto dagli uomini. Giovinetti nell’estate «ancora fresca», fanciulli dalle «piume leggere», operai distesi sui prati, marinai dinnanzi a «un mare tutto fresco di colore», garzoni, amici «odorosi di stalla»... Che altro? Sempre fanciulli nelle mie poesie!/ Ma io non so parlare d’altre cose./ Le altre cose son tutte noiose. E ancora: Il problema sessuale/ prende tutta la mia vita./ Sarà un bene o sarà un male/ mi domando ad ogni uscita. Questi innumerevoli fanciulli, di cui non distinguiamo il volto «nascosto dietro la nube dell’idea fissa» (Garboli), costituiscono la pretesa di una poesia non evolutiva, non soggetta alla legge del “nuovo”, e concepita al di là del logos e della corrente stessa che forza gli argini della nostra traditio, da Petrarca a Montale.
Incorniciata di lune, mari azzurri, treni ed arse campagne, questa figura fissa di fanciullo che non ha nome, né storia, né spirito, è la sola su cui lo straordinario “animale” Penna costruisce il suo canzoniere. Nel tempo che “sosta”, addormentato/ entro il dolce rumore della vita, il poeta vagheggia la sua icona ossessionante che è tuttavia una moltitudine, una folla di immagini, mai un’unica immagine dominante o un volto singolare e drammatico. Chi è, dopotutto, questo ragazzo-fanciullo privo di sé al punto da non essere che il riflesso replicabile di una «brama monotona»? Il Marinaio e l’Operaio in posa in un piccante gioco di tarocchi o in un aggiornato Portier des Chartreux? O addirittura l’Amato, l’Unico, in una declinazione modulare e al grado zero dell’amore romantico?
All’assoluta mancanza di spirito di Penna, al suo distacco dalla cosiddetta storia e al suo dannunzianesimo fondamentale quanto a concentrazione stilistica assoluta, nella realtà evaporata, corrisponde peraltro un’intuizione: Penna non esiste. Arso completamente dalla vita/ io vivo in essa felice e dissolto. Reso indistinguibile dall’onda della vita, reso nessuno, il poeta ama qualcuno che non è mai qualcuno, effettivamente identificabile nella sua umanità, ma una forma sessuale pura. La stessa parola “amore”, così frequente fin dalle prime poesie, ha in Penna il significato ampio di amore per la vita più che quello convenzionale e lirico e orientato alla “bella persona”: Ecco, fanciullo, io ti ho portato a questo/ luogo selvaggio, a notte, per che fare?/ Non so. Non posso soffocare io questo/ amore della vita. E sotto è il mare.
Una poesia amorosa che cancelli e sfumi i soggetti del discorso amoroso - l’io, il tu - a tutto vantaggio di un indeterminato (seppur travolgente) amore in sé o «amore della vita», è un’eccezione formale nella lirica italiana, da Aspasia di Leopardi agli Xenia di Montale. Chi ama chi? L’oblazione di sé, segnalata da Beckett come la celestiale svolta della poesia leopardiana nella modernità, è qui diretta a una specie di raddoppiata jouissance. Nel crollare e sciogliersi fuori di sé e nuotare senza orientamento in un’acqua accogliente, Penna stabilisce il suo nuovissimo codice espressivo insieme al suo inderogabile obbligo carnale. Poesia e “problema” (sessuale), ispirazione e ossessione non sono, come pensava Garboli, distinguibili in lui. La poesia non è affatto “più grande” dell’ossessione. Nessun dono dialettico, nessun recupero al livello di nessuno spirito emancipa Penna dalla sua servitù, dal suo “male” che tuttavia esattamente coincide con «una strana gioia di vivere».
Se Penna tocca la perfezione, è perché non ha mai attribuito alla poesia un idealistico potere di trasvalutazione di quel male-gioia di vivere. Se un nero treno parte/ scopre - là in fondo - il mare./ Ed io lascio le avare/ inutili mie carte: l’acuta malinconia di un attimo (“avare” o “sudate”, in un certo senso, le carte sono sempre inutili?) non esime Penna dall’essere un poeta tutto di carne e colore, interamente estraneo agli appelli, o ai trabocchetti, dello spirito. La sua piccola e lampante perfezione, la sua grazia, la sua estrema evidenza sono relative al dominio della materia. «Il cielo è vuoto». Ma questo vuoto non è sotto gli occhi, non è raggiungibile dai sensi. È come se non ci fosse.


“Il Sole 24 Ore”, Domenica 30 luglio 2017

Riviste storiche: “Quaderni piacentini”. Pagine dalla parte del torto (Cesare De Michelis)


È passato oltre mezzo secolo, ma di avventure intellettuali come i «Quaderni Piacentini» sappiamo dir poco, se non che proviamo una struggente nostalgia per quella stagione, quando era ancora possibile un’estrema bohème di qualche piccolo gruppo di intellettuali borghesi che non voleva omologarsi con la volgarità senza stile del consumismo di massa e, quindi, trasformava il proprio “provincialismo” in una sorta di privilegio assai snob e molto intelligente, che, appunto, rifiutava la moda e le mode, riscoprendo la severa grandezza della cultura nel tramonto di una civiltà che l’aveva travolta e rasa al suolo, lasciandone intatta la memoria.
L’avventura della rivista e dei suoi promotori è diligentemente ricostruita da Giacomo Pontremoli, anche riassumendo con ampie citazioni i contributi più significativi apparsi tra il 1962 e il 1980 in 55 fascicoli corrispondenti a 74 numeri più un bis, anche se neppure prova a darne un’interpretazione che aiuti a capire perché per un verso la rivista finì quasi sempre a trovarsi «dalla parte del torto», persino con qualche compiacimento dei suoi redattori, e per l'altro conquistò un pubblico di lettori sempre più largo, cosicché la sua stessa fine a molti apparve sorprendente e imprevista. Eppure sui «Quaderni» - Piacentini, ma anche Rossi, dopo poco, a Torino - e su quanto accadde fino al ’68 e oltre dovremo, in prossimità del cinquantenario, tentare una ricostruzione meno superficiale e sentimentale, perché nella rivista si espressero le ragioni di ogni resistenza alla modernizzazione e all’industrializzazione del Paese, tutte, si direbbe, di sinistra, nel senso che crescevano, a cominciare dall’amata Scuola di Francoforte, dentro la tradizione marxista e, se si vuole, rivoluzionaria del socialismo.
Colpisce, infatti, la lontananza che separa i «Piacentini» dal «Menabò» di Vittorini, che ha radici non solo ideologiche - Francoforte lo si ritrova da una parte e dall’altra -, ma soprattutto “morali”, se si pensa a quanto è viva nella prosa di Piergiorgio Bellocchio la lezione dell’azionismo e di Gobetti, ed è, invece, distante quell’altra, che da Croce arriva a Pannunzio e al suo «Mondo».
Il gruppo dei «Piacentini» sembra fatto dai figli inquieti del più inquieto Fortini, che riconoscono negli scontri di piazza i segnali della ribellione al consumismo, ma rifiutano di confondersi con la folla, restando ai margini a guardare, curiosi e distanti, critici anche nei confronti degli stessi “compagni di strada”, in ogni caso avversari del moderno e del nuovo e quindi tormentati da uno struggente bisogno di radicate certezze, di valori resistenti, di un’educazione che duri. Il ’68 sorprenderà il gruppo dei «Piacentini» come molti altri suoi simili, perché avvicinerà la prospettiva di un’imprevedibile vittoria, costringendo ognuno a una scelta drammatica e dolorosa tra un altro nuovo che si prospetta liberatore e una fede tenace che scricchiola in tanto trambusto: che fare, dunque, sperare o abbandonare la lotta per tornare a guardare?

Nella lotta finirono i Sofri e i Rieser, persino un po’ Fofi, che se ne andrà dalla rivista nel ’75, Bellocchio e Grazia Cherchi, invece, deposero la penna per pubblicare gli interventi degli altri, fino all’ultimo incerti, persino loro che con sicurezza avevano sempre distinto i libri da leggere e quelli da non leggere: poi venne il terrorismo, le brigate rosse e tutto il resto, e allora tornare a casa divenne urgente, l’unico modo per non sparire nella folla e continuare in solitudine a pensare a quel che era stato è ancora avveniva. Dai «Quaderni» nacque il «Diario» dove a dire la loro erano soli Berardinelli e Bellocchio, sempre più convinti di aver visto giusto e di aver perso definitivamente la partita: dalla parte del torto non c’è vittoria che tenga, ma anche a perdere bisogna aver stile, essere bravi a farlo con eleganza, senza strepiti o piagnistei. Così accadde, ed è per questo che da quelle pagine emana ancora un fascino suadente e maligno che frastorna chi col moderno non in vuole a ogni costo compromettersi e ancor di più chi invece ogni giorno ci prova.

"Il sole 24 Ore", Domenica 30 luglio 2017

Greil Marcus e Ashley Kahn. Tutta la storia del rock (Riccardo Piaggio)


Capolavori, modernità e complessità di un fenomeno sociale, generazionale ed emotivo capace di cambiare il mondo

Il rock è morto. Ed è una buona notizia perché ora possiamo prepararci a gustarne capolavori e storia, senza sensi di colpa o collassi emotivi: di quelli che colpiscono al petto almeno una volta nella vita, quando qualcosa di nuovo e dirompente si affaccia alla nostra esistenza. È ciò che successe a David Lynch il 9 settembre del 1956, quando Elvis fece la sua prima apparizione all’Ed Sullivan Show; il giorno dopo milioni di americani cominciarono a modificare la propria percezione del mondo, cosi come lo conoscevano. Il visionario regista se le perse, ma quell’epifania mancata modificò anche la sua: «Nella mia testa fu un evento ancora più grande, proprio perché me l'ero perso». Poi arrivarono i Beatles, poi Dylan e con loro la compagnia cantante del rock. Ora che non possiamo più vivere l’epopea del rock (la Rock and Roll Hall of Fame coincidecon i cataloghi Tunes o Spotify), possiamo cominciare a raccontarcela. Due freschi, ottimi volumi disponibili in italiano per Il Saggiatore, ci offrono alcune tra le migliori narrazioni a oggi possibili su quello che fu un fenomeno sociale di portata amplissima, capace davvero d cambiare il mondo (senza Dylan, è un fatto non avremmo neppure l'iphone). Storia del rock in dieci canzoni di Greil Marcus e Il rumore dell'anima di Ashley Kahn sono una sorta d fenomenologia (il primo) e di epistemologia (il secondo) del rock, o meglio della sua narrazione. Che si manifesta a noi attraverso incontri e canzoni che non sono la solita playlist, ma compongono una architettura possibile ad uso del Grande ascoltatore.
Diversamente da Hobsbawn (che pone questa musica tra gli eventi cardine dell’età dell'oro del Secolo Breve), qui non si traccia il contesto storiografico dell'epopea del rock; diversamente da Middleton, qui non si dipinge l’epopea sociale della popular music. Marcus, critico musicale, è il maggior biografo di Bob Dylan e ha composto la monumentale Like a Rolling Stone: Bob Dylan, una canzone per l’America (Donzelli, 2005): tra i volumi non tradotti, recentemente ha riscritto una curiosa storia dell’America, attraverso tre brani di altrettanti folksinger, esecuzioni lontane dal mainstream ma niente affatto marginali, I Wish I Was a Mole in the Ground,” (Bascom Lamar Lunsford's. 1928), Last Kind Words Blues (Geeshie Wiley’s, 1930) e Ballad of Hollis Brown (Bob Dylan, 1964). Da parte sua Kahn ha dedicato due strepitose monografie ad altrettanti capolavori del novecento, non solo musicale, Kind of Blue di Miles Davis e A Love Supreme di John Coltrane. Marcus ricorda da subito, citando un colloquio tra lo scrittore e autore televisivo Bill Flanagan e Neil Young, quale sia l’essenza del rock: «L'unica cosa che il rock ’n' roll non ha preso dal country e dal blues è la percezione delle conseguenze. Nel country - e nel blues -, se scatenavi l’inferno il sabato sera, poi la pagavi la domenica mattina quando ti trascinavi in chiesa. O quando non ti ci trascinavi». «Vero» risponde il musicista. «Il rock ’n’ roll è un abbandono senza freni. Il rock ’n' roll è la causa di country e blues. Country e blues sono venuti prima, ma l'origine del rock ’n’ roll è disseminata nel corso degli eventi».
Il volume non segue il calendario, ciascuna delle dieci canzoni viene raccontata ricomponendone i pattern essenziali. Quella di Marcus non è una Topto, né una guida all'ascolto; racchiude un’idea di quali possano essere i semi da cui si sono cresciuti i rami del rock e da cui si sono sviluppate, in profondità, le sue radici. L’elenco è breve e va citato per esteso: Shake Some Action (The Flamin’ Groovies), Transmission (Joy Division), In the Still of the Nite (Five Satins), All I Could Do Was Cry (Etta James), Cryng, Waiting, Hoping (Buddy Holly), Money, that’s What I Want (Barrett Strong), Money Changes Everything (The Brains), This Magic Moment (The Drifters), Guitar Drag (Christian Marclay), To Know Him Is to Love Him (The Teddy Bears).
Una buona metà di queste erano ascoltabili già prima dei Beatles e di Dylan; la cosa ha un senso, intanto perché Marcus (69 anni) le racconta con lo sguardo e le orecchie del bambino prima e dell'adolescente poi (è questa la vera età del rock), ma soprattutto perché offre a noi, lettori-ascoltatori, un piccolo privilegio; quello di osservare, anche grazie ad una fluida prosa tra reportage e memoir, la modernità e la complessità di brani che molti percepiscono come primitivi e ingenui. Non ci fa forse tenerezza il doo-wop di In the Still of the Nite rispetto ad esempio ai Radiohead?
Ebbene, l'evoluzionismo non esiste, in musica. Semmai, può essere vero il contrario. E ci disvela un equivoco lungo mezzo secolo: il rock non è (solo) un fenomeno sociale; non è nemmeno, principalmente, una questione musicale o poetica (tutto sta nell'intenzione; provate ad assistere ad una esecuzione di una qualunque ballata di Dylan eseguita da un'orchestra di liscio, e viceversa). Il rock è una faccenda emotiva. E generazionale. Sono gli occhiali a bassissimo costo che ci promettono di vedere il mondo a raggi X. E ce lo fanno vedere, fintanto che lo vogliamo.
Anche il viaggio di Kahn parte dallo sguardo di un adolescente. Quello sguardo (era il 1976) si posa su Dylan. Sulla ballata Lily, Rosemary and the Jack of Hearts. L'articolo è il compito in classe di un sedicenne. Il primo dello scrittore che compone in questo volume, voluto proprio dall'editore italiano (cosa rara), la sua personalissima epica in una raccolta di oltre sessanta articoli che coprono quarant’anni di ricognizioni nell'immaginario del jazz, del folk, del blues e del rock. La raccolta ha la coerenza del memoir, e lascia una gradevole e fresca traccia sin dalle prime righe, là dove garbatamente si propone un possibile decalogo del giornalista musicale (che nei Paesi anglosassoni è altra cosa dal cronista, o dall’opinionista musicale). Ma quello che davvero conta Kahn lo lascia fuori dalla breve summa. Si tratta una citazione di Robert Christgau: «Una buona scrittura musicale prima di tutto è buona scrittura», a cui ne segue una seconda, di Anthony Curtis, che suggerisce efficacemente il paradossale spartiacque tra critica (e giornalismo) musicale da una parte e opinione (o cronaca) musicale dall'altra; «A differenza di molti miei colleghi, stroncare artisti o album non mi esalta. Se non mi piace qualcosa, preferisco non parlarne».


“Il Sole 24 Ore”, domenica 30 luglio 2017

A colloquio con il regista Costa-Gravas. Quel film mancato sull’affaire Moro (Leonardo Martinelli)

Era trascorso più di un anno, da quei 55 giorni che nel 1978 sconvolsero l’Italia. «Con Franco decidemmo di fare un film sul sequestro di Aldo Moro». Costa-Gavras, 82 anni, parla nella sua casa parigina, dietro il Panthéon. Franco era Solinas, uno dei suoi sceneggiatori preferiti. Con lui nel ’72 aveva scritto L’Amerikano, ambientato nell’Uruguay dei tupamaros. Ora sarebbe stata la volta dei nostri anni di piombo.
Costa-Gavras e Solinas iniziarono con entusiasmo. Costantino (il vero nome del regista) aveva scoperto lo sceneggiatore per il suo lavoro con Gillo Pontecorvo su La battaglia di Algeri. L’Amerikano l’avevano scritto a Fregene, dove Solinas aveva una casa. Per ricostruire la vicenda Moro, il regista riprese a bazzicare Roma. «Ci mettemmo in contatto con Eugenio Scalfari, disse che ci avrebbe aiutato. E anche la famiglia Moro mi fece sapere che avrebbe collaborato». Le ricerche continuarono a Parigi. «Mi chiamò una donna tedesca, propose un incontro in un albergo di buon’ora. Arrivò con tre italiani: erano legati alle Brigate rosse, rifugiati a Parigi. Si presentarono con nomi fittizi. Parlammo a lungo, ma sui punti importanti restarono sul vago». Alla fine si strinsero la mano. «Non li ho più visti».
Il regista prosegue: «Cercavo, ma continuavo a non capire come fosse finita la vicenda di Moro. Così, dopo mesi di lavoro, abbandonammo». Eppure, continua Costa-Gavras, «il personaggio mi affascinava. Lo ammiravo, soprattutto per il suo concetto delle convergenze parallele». Un’espressione che forse Moro non pronunciò mai e che probabilmente risale alla fine degli anni Cinquanta, all’anticamera del centro-sinistra con i socialisti. «Non importa», sottolinea il regista, «sintetizza il suo approccio alla politica, che portò al progetto del compromesso storico. Era l’aspirazione a formare una maggioranza con l’opposizione, consapevole che le guerre civili tra i partiti non portavano a nulla».
Per Costa-Gavras, «Moro fu un visionario. Basta vedere quanto succede oggi in Francia con Marine Le Pen. Alle ultime regionali, certi candidati di destra hanno aperto alla sinistra per impedire che vincessero quelli del Front National. E gli elettori di sinistra hanno optato per una convergenza parallela».
A Moro il regista guardava senza pregiudizi ideologici. Come sempre, del resto. Nel ’69 era uscito Z-L’orgia del potere, sulla Grecia dei colonnelli, e l’anno successivo arrivò La confessione: nel mirino stavolta c’era un regime comunista, quello della Cecoslovacchia. Un uomo di sinistra («ma mai comunista»), Costa-Gavras, e soprattutto uno spirito libero: «Non mi sono mai fatto reclutare da nessuno».
Ora che un’ennesima commissione parlamentare d’inchiesta è al lavoro sul caso Moro, il regista greco naturalizzato francese spera che «si arrivi a decifrare la parte finale della tragedia».
Costa-Gavras aveva già pensato a qualche scena del film. «Volevamo inserire la visita di Giovanni Leone a Washington, nel settembre 1974. Moro lo accompagnò come ministro degli Esteri. Una sera si organizzò per la delegazione italiana una festa a bordo di alcuni battelli sul Potomac. Leone cantò ’O sole mio. Moro, invece, era su un’altra imbarcazione, messo da parte anche dal punto di vista fisico. A livello politico si era già decisa la sua sorte». Henry Kissinger, segretario di Stato, diffidava di lui. Temeva che quel gentiluomo riservato prima o poi avrebbe portato i comunisti al potere. Senza contare che Moro era troppo filopalestinese per i gusti degli americani.
Se il film di Costa-Gavras avesse visto la luce, sarebbe stato speculare all’Amerikano. Anche là c’era un sequestro (finito male, per giunta), ma si trattava di un ufficiale dell’Fbi, che all’apparenza faceva cooperazione allo sviluppo in un Paese dell’America Latina e in realtà istruiva i poliziotti locali sui modi più efferati di torturare i sovversivi della sinistra. Nel film si chiamava Philip Santore, lo interpretava Yves Montand. Ma la storia era quella, vera, di Dan Mitrione, sequestrato dai tupamaros nel 1970, in un Uruguay che scivolava verso la dittatura. Le Brigate rosse avevano scelto la stella a cinque punte copiando quella del movimento uruguayano. Una banda di Robin Hood che rubavano ai ricchi per dare ai poveri, così si presentavano. «Alla fine, però, decisero di eliminare Mitrione. Organizzarono un voto fra i dirigenti, perlopiù clandestini. E la maggioranza disse di sì. Sbagliarono, perché scegliendo la strada della violenza perdettero parte dell’appoggio popolare. Di lì a poco sarebbero stati sopraffatti dalla dittatura nascente». Costa-Gavras e Solinas andarono sul posto a verificare. «In Uruguay incontrammo Pepe Mujica, che tanti anni dopo sarebbe diventato presidente. Fra i tupamaros era uno dei più duri, ma conservava una sorprendente gentilezza. Era fantasioso, quasi un personaggio poetico».
A Montevideo Costantino e Franco capirono come erano andate le cose. A Roma, qualche anno dopo, non fu così.


Pagina 99, 13 febbraio 2016

La canzone del carceriere. Una poesia di Jacques Prévert

Dove vai bel carceriere
Con quella chiave macchiata di sangue
Vado a liberare la mia amata
Se sono ancora in tempo
L'avevo chiusa dentro
Teneramente crudelmente
Nella cella del mio desiderio
Nel più profondo del mio tormento
Nelle menzogne dell'avvenire
Nelle sciocchezze del giuramento
Voglio liberarla
Voglio che sia libera
E anche di dimenticarmi
E anche di lasciarmi
E anche di tornare
E di amarmi ancora
O di amare un altro
Se un giorno le va a genio
E se resto solo
E lei sarà andata via
Io serberò soltanto
Serberò tuttavia
Nel cavo delle mani
Fino alle ultime mie ore 
La dolcezza dei suoi seni plasmati dall'amore.

da Parole, 1946 - Traduzione di Ivos Margoni

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