17.12.18

Il pendaglio. Una poesia di Stratone di Sardi (II secolo dopo Cristo)

Le rovine della palestra dell'antica città jonica di Sardi (Asia Minore, oggi Turchia)

Il pendaglio dei ragazzi, Diodoro, ha tre forme
e tre stagioni: ti insegno i nomi.
Se nessuno ancora l'ha toccato, chiacchierino;
pisello quando comincia un po' a gonfiarsi;
lucertola, quando ormai guizza nella mano.
Quando è maturo - il nome lo sai già.

da Antologia Palatina, XII, 3 - in Il miele di Afrodite, Mondadori 1991 - Trad. Marina Cavalli

16.12.18

Pancrazio De Pasquale e Pio La Torre processati per “populismo”. Bufalini sulla storia del Pci in Sicilia (Marcello Sorgi)

Pio La Torre alla Camera del lavoro di Palermo durante una riunione della Federbraccianti
C’è un capitolo dimenticato, eppure emblematico, nella storia del Pci, un episodio di lotta interna nella Sicilia degli anni Cinquanta. È il primo scontro di un certa importanza fra vecchio e nuovo gruppo dirigente, in cui si mescolano il partito semiclandestino uscito dalla guerra e quello del “nuovo corso” di Togliatti; Secchia con Stalin; l'illusione di una “rivoluzione dei contadini” al posto di quella “canonica” degli operai. Pio La Torre, il dirigente comunista assassinato dalla mafia, lo ha rievocato nel suo libro "Comunisti e movimento contadino in Sicilia". Paolo Bufalini, uno dei grandi nomi del Pci, fu uno dei protagonisti: era stato mandato a Palermo da Togliatti come segretario della federazione e vicesegretario regionale, per rimettere pace nel partito siciliano e riportarlo all’unità. Bufalini oggi ha 74 anni: è nel Pci dal 1937; s’è formato politicamente durante la Resistenza come partigiano
Paolo Bufalini con Lucio Magri ed Enrico Berlinguer
nel Montenegro. A Roma, nel dopoguerra diventa giovanissimo uno dei diretti collaboratori di Togliatti. Trent’anni dopo sarà l’uomo più vicino a Berlinguer nella stagione del “compromesso storico”. La sua carriera politica è stata intensa: dalla direzione alla segreteria, alla commissione centrale di controllo che ha presieduto tino a due anni fa. Ma non lo ha mai distolto dagli studi classici. Bufalini ha scritto molti libri, di politica. E per diletto, anche una raccolta di traduzioni oraziane, "
A Leuconoe".

E oggi, senatore Bufalini, cosa ricorda di quella sua esperienza siciliana di quasi quarant’anni fa?
«A lei, dunque, interessa soprattutto quella vicenda di cui parla Pio La Torre nel suo bel libro, ricco e vivace, nel quale in appendice è pubblicato il verbale di una riunione del comitato regionale del Pci del novembre 1950. Parliamone pure, anche se, muovendo di lì, i problemi della Sicilia e dell’azione del Pei in Sicilia verranno visti di scorcio. È una storia in cui fui coinvolto, non dico mio malgrado, ma a sorpresa. Nel 1950, all’epoca dei fatti, io non ero mai stato in Sicilia: ero segretario regionale dell’Abruzzo ed ero impegnato nell’organizzazione di ampie lotte operaie e contadine per il lavoro e la terra, e soprattutto nella lotta del Fucino che portò all’espropriazione dei Torlonia. Una sera d’autunno, a Pescara, mi fu consegnato un telegramma di Pietro Secchia, che era allora il vicesegretario del partito responsabile per l’organizzazione: “Vieni subito. Secchia”. Pensai a una riunione di ordinaria amministrazione, di quelle che si facevano periodicamente a Roma con i dirigenti della periferia».

Invece, cosa accadde a Botteghe Oscure?
«Appena arrivato, Secchia mi disse: “Preparati che domani vieni con me a Palermo. C’è una situazione critica nel partito, Togliatti è preoccupato e la segreteria ha deciso che tu ti trasferisca lì come vicesegretario regionale e segretario della federazione di Palermo. Farò io la proposta al comitato regionale. Partiremo domattina, in aereo”. Così, l’indomani mi ritrovai a Palermo.
Pancrazio De Pasquale
Ma cos’era successo di tanto grave da richiedere una missione d’emergenza del vicesegretario del partito?
«Le dico subito che, al di là del tono dei verbali, Secchia, e io con lui, su direttiva della segreteria del partito, andammo a Palermo per stemperare l’asprezza delle critiche, recuperare i giovani quadri e avviare un’opera di ricostruzione dell’unità del partito su un piano di chiarezza politica. Intendiamoci, lo scontro c’era. Si era venuta via via delineando, più o meno consapevole o spontanea, un’opposizione alla direzione regionale che faceva capo a “Mommo” Li Causi, una delle personalità più forti ed eminenti, nazionale e siciliana, del partito, ad alcuni dei vecchi compagni del gruppo storico della clandestinità e ad alcuni dei giovani quadri. Al movimento, diciamo così, e alla tendenza di opposizione, che aveva come punto di riferimento la federazione di Palermo diretta da Pancrazio De Pasquale, partecipavano molti dei giovani che erano venuti al partito e si erano formati nella Resistenza e nel dopoguerra, sull’onda delle lotte contadine. De Pasquale, appunto, era il giovane più promettente di questa generazione, che allineava già nomi come Pio La Torre e molti altri che avrebbero avuto un futuro di primissimo piano nel Pci».

Qual era la ragione del contendere? Stando all’atto d’accusa, oggi si direbbe che i giovani peccavano di “movimentismo”. Vagheggiavano una sorta di “rivoluzione dei contadini” senza prestare la “dovuta” attenzione raccomandata alla classe operaia. Non impegnandosi a fondo nella “costruzione del partito”, peccavano di “spontaneismo”.
«C’era qualcosa di vero in tutto questo. Ma in realtà questi giovani si erano gettati con grande impegno nell’organizzazione delle lotte contadine (e anche in quelle operaie, per esempio al Cantiere navale di Palermo); perciò non si può parlare di “movimentismo”: ché, al contrario, tutto l’impegno era posto nel costruire, organizzare e dirigere i movimenti che scaturivano dai contrasti di classe e politici. Ma essi, per così dire, saltavano l’autonomia siciliana, non comprendevano fino in fondo la specificità della questione siciliana; si collegavano direttamente alla piattaforma della “Rinascita del Mezzogiorno”, e quindi a Napoli, a Giorgio Amendola. Guardavano con sufficienza la direzione regionale, pur rispettando, ma forse sottovalutando, l’alta personalità di Li Causi: una segreteria regionale che ai loro occhi appariva tutta impegnata nella questione istituzionale e politica dell’autonomia e nell’attività di vertice».

Insomma consideravano Li Causi e gli altri dirigenti contestati un po’ troppo “parlamentaristi”?
«Sì, ma per farle capire devo prima spiegarle com’era organizzato il Pei nel dopoguerra. Togliatti aveva ricostruito il partito riunendo attorno a sé una nuova generazione di dirigenti (io allora avevo trent’anni); ma dava molta importanza alle personalità del movimento comunista, socialista e democratico di ogni regione e città: come appunto Li Causi in Sicilia, Fausto Gullo in Calabria, Giorgio Amendola in Campania, Arturo Colombi in Emilia, Velio Spano in Sardegna e così via. Accanto a questi compagni, che ricoprivano tutti o quasi la carica di segretario regionale, il partito dal Centro spesso inviava un “istruttore”, che aveva il compito di occuparsi dell’organizzazione in senso stretto e di mantenere i contatti con la direzione nazionale (la commissione d’organizzazione diretta da Pietro Secchia). Ma una simile forma di organizzazione - che in alcuni casi, in quel periodo, era risultata utile - non sempre aveva portato a metodi del tutto corretti dal punto di vista democratico .

In sostanza, il consolato non funzionava?
«Diciamo che non funzionava tutte le volte che il dirigente inviato da Roma interpretava il suo mandato nel senso di sentirsi l’uomo di fiducia del partito, più di ogni altro abilitato a interpretare la linea, il modo in cui il partito veniva organizzato e con cui venivano formati e scelti i suoi quadri, e a riferirne a Roma, formulando critiche e proposte spesso all’insaputa del segretario regionale. In questi casi nascevano degli attriti, in particolare nel Mezzogiorno, dove non c’era una tradizione di lotte e di movimenti di massa, e il partito, al momento della sua rifondazione, era affidato a compagni rientrati dalla clandestinità e ai giovani intellettuali. Fra me e Li Causi però - ci tengo a precisarlo - non andò così: per tutto il periodo in cui rimasi in Sicilia instaurai con lui un rapporto di piena correttezza democratica e lealtà».

E in precedenza, invece, com’era andata? Chi era stato inviato in Sicilia prima di lei?
«Erano già stati mandati tre istruttori, Marino Mazzetti, Paolo Robotti e Armando Fedeli. Mazzetti era un buon dirigente, animatore e formatore di nuovi quadri, organizzatore: i giovani, molti dei quali poi sarebbero stati al centro delle polemiche, si formarono sotto di lui. Robotti era un uomo di un’altra generazione, aveva un atteggiamento fideistico, quasi una religione del comunismo. Rigorosissimo, vittima delle torture staliniane sopportate con forza e dignità esemplari, a Mosca, in carcere nell’epoca del terrore, si era rifiutato di dichiararsi colpevole di cose che non aveva commesso. Ma non per questo Robotti aveva maturato un atteggiamento critico verso lo stalinismo. Anzi, era tale la sua fede, che era convinto di essere stato vittima di un errore della polizia politica».
Girolamo Li Causi con Paolo Robotti
Come fu accolto Robotti in Sicilia?
«Col rispetto e l’affetto che meritava la sua figura, di quadro di origine operaia formatosi alla scuola di Gramsci, ma in pratica senza che riuscisse ad avere alcuna presa politica. Li Causi lo definiva “un dominicano”. Poi si accese una polemica nel corso di una lezione della scuola di partito. Robotti aveva convocato gli intellettuali per raccomandargli di studiare e far conoscere la Storia del pc(b), del partito bolscevico, il testo con quel famoso quarto capitolo sul materialismo dialettico scritto da Stalin. Si decise di cominciare a leggerlo nel corso della riunione. A un certo punto si alzò un anziano professore di liceo e disse: “Scusa compagno, ma questa non è storia: è solo propaganda!”. Robotti la prese come una bestemmia. Il professore fu allontanato dal partito. Toccò a me richiamarlo, qualche anno dopo».

E Fedeli, il suo predecessore, com’era? Certo, non ebbe una bella eredità.
Armando Fedeli
«Se Robotti era un fideista, Fedeli, che pure era un compagno operaio, forte combattente, aveva una mentalità scolastica, ma soprattutto aveva il chiodo fisso della vigilanza rivoluzionaria, della difesa del partito dagli attacchi esterni, ma anche da deviazioni interne, da elementi che pensava dovessero essere nel partito non saldi e sicuri. Aveva avuto compiti di vigilanza nel periodo fascista, e poi di scuola di partito, e applicava scolasticamente le direttive dei libri. Ma con questo, chiamiamolo così, “bagaglio culturale”, il suo confronto coi giovani irrequieti compagni siciliani non poteva avere buon esito. Detto fatto, dopo una serie di richiami ai compagni più impegnati nel movimento contadino, Fedeli istruì un’inchiesta con metodi molto personali e inviò al centro del partito un rapporto in cui chiedeva provvedimenti disciplinari per una quindicina di compagni, a cominciare da De Pasquale».

Espulsione, radiazione o che altro: e sulla base di quali accuse?
«Forse non l’espulsione, probabilmente radiazione o altri provvedimenti. Quanto alle accuse, sulla carta, si parlava di “populismo” e “attività antipartito”. Questi giovani, sosteneva Fedeli (tra loro vi era anche Pio La Torre, in carcere dalla primavera del 1950 per l’occupazione delle terre a Bisacquino) si dedicano troppo ai contadini, alle leghe bracciantili, alla lotta per la terra e trascurano gli altri doveri dei comunisti, la preparazione ideologica e la costruzione del partito. L’accusa più grave riguardava la maldicenza: Fedeli aveva accertato che alcuni compagni, in “riunioni fuori dagli organi di partito” avevano criticato l’azione dei dirigenti locali e in particolare di Li Causi».

Vede, senatore, come traspare la tesi della “rivoluzione dei contadini”?
«Mi consenta, io non credo che il problema fosse la rivoluzione, come lei mi pare la intenda, e se farla e con chi. Magari, data la terminologia in uso a quei tempi, qualche interpretazione confusa era possibile. Ma per noi dirigenti vicini a Togliatti era chiaro che la linea del Pei era centrata sulle lotte democratiche di massa, per le riforme di struttura e per il rinnovamento democratico del Paese, per la costruzione su basi nuove della democrazia repubblicana, contro il tentativo di restaurazione del vecchio ordine prebellico. Questa era la nostra “rivoluzione”! Per Togliatti questo processo aveva in Sicilia una frontiera importantissima».

Ma non così o non sempre per i giovani comunisti siciliani d’allora, par di capire: in cosa, senatore, si avvertiva questa diversa sensibilità?
«Tradurre la linea dell’unità nazionale, in Sicilia, voleva dire da un lato lottare contro il separatismo, dall’altro assicurare all’isola una sua particolare collocazione nello Stato nazionale, che garantisse una sua libertà, una sua forma di autogoverno su base parlamentare integrata nel sistema costituzionale italiano, la riforma agraria, la riparazione dei torti storici subiti: cioè, l’autonomia. Di fronte all’inquietante fenomeno del separatismo, Togliatti indicò la linea: “La Sicilia ha fame di terra e sete di libertà”, rivendicando per la Sicilia uno Statuto di autonomia speciale. Tale linea permetteva di differenziare e dividere il movimento separatista, la sua parte agraria conservatrice e reazionaria, dalla parte indipendentista democratica. Togliatti insisteva su questo perché sapeva che le spinte esterne, centrifughe e separatiste, nel dopoguerra erano molto forti e corrispondenti anche a un sentimento diffuso delle popolazioni isolane. Ricordava il Gramsci sardista delle origini, che nelle prime lotte per la liberazione della sua terra si era spinto a ipotizzare un’unità italiana con Sardegna e Sicilia federate».

Ma in Sicilia cera un’anima separatista nel Pci?
«No, no: al contrario. Nei primi anni era diffuso un atteggiamento di incomprensione settaria verso l’indipendentismo preso in blocco, senza distinzioni. Erano anche gli anni in cui i giovani comunisti lottarono strenuamente nell’isola per assicurare un movimento di partecipazione alla guerra di liberazione nazionale. C’era, però, un’anima del separatismo, quella che faceva capo all’avvocato Nino Varvaro, democratico, di sinistra, di ideali socialisti, che finì col trovare in noi, con Li Causi, una convergenza sempre più profonda. Fino a che verso la fine degli anni Cinquanta, Varvaro, già anziano, si iscrisse al nostro partito. Sottovalutare il separatismo, l’importanza delle scelte sul futuro siciliano, dunque, sarebbe stato un errore: e infatti Togliatti e Li Causi, in tutti i loro discorsi, parlavano del rischio di trasformare la Sicilia in una “grande portaerei al centro del Mediterraneo”».
Paolo Bufalini, Pompeo Colajanni e Girolamo Li Causi in una manifestazione del PCI
Sia più esplicito, senatore: sta dicendo che ancora nel 1950, in piena “guerra fredda’’, quando lei arrivò a Palermo, l’idea di fare della Sicilia l’ultima stella della bandiera americana non era tramontata?
«Non del tutto. L’interesse strategico inglese e americano e le conseguenti pressioni sul movimento separatista erano stati fortissimi nell’immediato dopoguerra, a cavallo della nascita e del primo periodo di attività della regione autonoma siciliana. Poi, la rottura del patto di unità nazionale e il mancato consolidamento delle istituzioni repubblicane facevano temere colpi di mano istituzionali. Un ritorno della monarchia in Italia, dopo il referendum vinto dalla Repubblica, appariva improbabile. Ma di un recupero monarchico, magari affidato a un piccolo regno fantoccio siciliano, con dietro le grandi potenze occidentali, si sentì parlare. E con l’avvento della guerra fredda, non c’era proprio da star tranquilli in Sicilia».

Nel senso che la pressione americana si faceva sentire anche per voi comunisti? Lei ebbe modo di constatarla personalmente?
«Personalmente no, o almeno non direttamente: credo che quel che accadeva, accadeva a Roma. Però ho un ricordo nettissimo della durezza di due interventi del ministro dell’interno Scelba nel 1951, in occasione di due decisioni dell’Assemblea regionale: dopo il voto unanime dei deputati siciliani contro la bomba atomica e dopo la mozione per l’abolizione dei prefetti in Sicilia. Scelba, per dimostrare che anche se l’autonomia esisteva il vero garante delle decisioni restava lo Stato centrale, dichiarò subito che la seconda decisione non sarebbe stata attuata. A questo noi reagimmo con una grande mobilitazione di massa, che ci permise di rilanciare il tema dell’autonomia e della rinascita della Sicilia».

Ma questa battaglia per l’unità nazionale e per l’unità dell’Italia con la Sicilia, Togliatti e il Pei la fecero veramente per conto proprio? O non cera, di fronte alla pressione americana, una spinta uguale e contraria dell’Urss?
«Certo che c’era: e come vede, io non ho alcuna difficoltà ad ammetterlo perché penso che il nostro impegno fu giusto e autenticamente nazionale. D’altra parte, l’Urss fu la prima delle nazioni vincitrici a riconoscere il governo di Salerno, insediatosi nell’Italia appena liberata. E non fu questa decisione corrispondente a un primario vitale interesse dell’Italia? E ancora, se mi consente: cos’altro avrebbe dovuto fare il Pci? Rassegnarsi a vedere la Sicilia, a poco a poco, sfilata via dall’Italia?».

Senatore, resta da raccontare l’epilogo di quel “processo” che ci ha dato lo spunto per questa ricostruzione.
«Finì bene, o comunque meglio di com’era partito. All’inizio, in alcune federazioni, vi era una grande confusione. “Tu hai parlato male di Li Causi”, accusava uno. E un altro: “Eri tu che lo criticavi alle spalle”. A un certo punto io mi rivolsi a Secchia da una parte e gli dissi: “Scusami, ma non capisco più niente. Siamo a Pirandello: così è se vi pare!”. Secchia mi guardò un attimo, e: “Ma come?” reagì, “si vede chiaro che Fedeli, per far parlare i giovani, gli mandava i suoi a fingersi dissidenti”. Così, proprio Secchia, l’uomo ricordato come il più severo custode della disciplina del Pci (ma io lo ricordo anche equilibrato e comprensivo e di temperamento cordiale) pronunciò una “sentenza” clemente. Qualcuno dei compagni siciliani disse che il partito era stato troppo “generoso”. Secchia concluse che quei giovani forse avevano sbagliato per difetto di preparazione, ma andavano recuperati. De Pasquale era già stato inviato a scuola di partito. Io lo sostituii come segretario di Palermo. Rimase per qualche tempo a Roma, fu trasferito a Genova, poi tornò in Sicilia e non mi pare che la sua prestigiosa carriera abbia risentito di quell’episodio. Quanto agli altri, sì e no furono ammoniti, fecero autocritica e presto me li ritrovai accanto come collaboratori».

Insomma, fu una forma di stalinismo alla siciliana?
«Non credo si possa parlare di stalinismo. La riunificazione fu conseguita sulla base di una chiara linea politica: il rilancio dell’impostazione togliattiana dell’autonomia, lo stretto collegamento fra lotte operaie, contadine e popolari con l’autonomia quale piattaforma di unità di tutte le forze sane della Sicilia per la sua libertà e la sua rinascita. Del resto, per questo rilancio autonomistico a cui seguirono avanzate elettorali del Pci, del Blocco del popolo e della lista per l’autonomia e la rinascita della Sicilia, vi erano premesse profonde e solide. Pensi alle lotte per la terra, a tanto sangue dei nostri dirigenti versato. Si cominciò a Villalba quando la mafia fece sparare su Li Causi, che rimase ferito, mentre Emanuele Macaluso gli era al fianco. Poi l’assassinio del compagno Accursio Miraglia, a Sciacca, nel 1947. Poi tutti gli altri martiri di questa lotta, a decine, a centinaia. E si pensi alle battaglie per l’acqua e l’irrigazione, contro la mafia dei pozzi, e quelle per l’emancipazione e il lavoro degli zolfatari contro concessionari sfruttatori e mafiosi».

Alcune mosse dei dirigenti siciliani sono state talvolta al centro di critiche. Di Li Causi qualcuno considerò esagerato il suo appello al bandito Giuliano: lei che ne pensa?
«Li Causi, a Portella della Ginestra, il primo maggio 1950, ricordando la strage del 1947, lanciò l’appello che lei ricorda: “Parla, Giuliano, sennò t’ammazzano”. Aveva ragione, come s’è visto subito dopo. Poi si rivolse al luogotenente di Giuliano, Pisciotta. “Parla, sennò t’ammazzano”. Ed ebbe ancora, tragicamente, ragione. Era caratteristica propria di Li Causi far seguire sempre a invettive e condanne l’appello alla rottura di legami criminosi, al riscatto. Era il modo di farsi Stato in una regione in cui lo Stato vero spesso ha abdicato davanti alla mafia».

E Pompeo Colajanni, il comandante partigiano “Barbato”: troppa teatralità, troppa retorica all’antica, dicevano di lui. Era vero?
«Di Pompeo raccontavano che un giorno, scendendo dal treno, e abbracciando, come soleva fare, tutta una fila di persone, non si accorse che in mezzo c’era anche il capostazione! Ma Barbato era come Garibaldi: e in quante occasioni con la sua presenza di spirito si salvò! Una volta, davanti alla miniera di Lercara Friddi, da un lato c’erano i minatori e le loro donne pronti allo sciopero. Dall’altro i poliziotti a centinaia, schierati per caricare. E nell’alba piovosa, sotto gli ombrelli, come provocatori, avanzavano un gruppetto nero di crumiri e mafiosi, che andavano e venivano dalla strada della miniera. Pompeo arriva, comincia a parlare, e riesce non so come a passare in rivista la truppa! Lo sciopero fu vinto. E da quel giorno, su Barbato, a Lercara si formò una leggenda».

E adesso, dopo quasi quarant’anni cosa le è rimasto di quella parentesi siciliana?
Paolo Bufalini
«Soprattutto, il ricordo di grandi amici scomparsi e no: i più importanti li ho già menzionati, ma fra i giovani d’allora con cui facemmo insieme un bel pezzo di strada, voglio citare, con Pio La Torre, Lillo Roxas e Feliciano Rossitto e le compagne Anna Grasso e Jolanda Varvaro. Poi ci sono quelli che erano dei giovanissimi, e sono venuti a Roma a coronare la loro carriera: Emanuele Macaluso e molti altri. Concludendo, in Sicilia, abitando a Palermo, rimasi sei anni, fino all’autunno del 1956. Mi crede se le dico che quando fui richiamato a Roma, per entrare in segreteria, non volevo più ripartire?».

“Storia illustrata”, Agosto 1989

15.12.18

I viaggi di Casanova. Un poemetto di Giorgio Ficara


I
Non c’è felicità
nel moto, pensò
Casanova, né dolore.
Andava intanto
la carrozza, da Archangel
a Kewrol.

II
Ma Bettina
gli ha dato la chiave
e Casanova con grazia
cammina
sotto la luna.

III
A Omsk fece un sogno:
d’essersi svegliato
col suo tricorno sul capo
e poi riaddormentato. Quando si svegliò
trovò che la cosa continuava
dentro di sé: continuamente
si svegliava e poi
si addormentava.

IV
L’imperatrice
sorrise: - Cavaliere,
il vostro nome vi precede. -
Si inchinò Casanova.
E ora dove sarà mai,
- pensava - maestà?

V
Una notte, nella capanna
di Marja, la cosacca,
si pentì dei suoi viaggi.
Aveva bevuto cichìr
e mangiato kasa fumante
e come un eroe
Marja lo aveva
amato.

VI
Marja come al tombolo
dall’arpa trae
note.
A una a una le tende
nell’azzurro,
all’incantato
Casanova cantando
la stessa canzone.

VII
Al tramonto
arrivò sul mare di Kem.
Saltavano su
i pesci e gli dicevano:
- Casanova, non
ti fermare! -

VIII
Un giorno
si trovò nel tribunale
di Dio (il bosco
di betulle di Orel).
Fino a terra s’inchinò,
ma solo il vento e
il picchio gli rispondeva.
S’inchinò ancora:
sarà - pensava - che non conosce
il cerimoniale.

IX
Cavaliere, siete
molto bello...
- la contessa susurrò -
e molto mi piacete. Sorrise
Casanova e con pazienza
si tolse
il mantello.

X
Cavaliere, fatevi
vedere, - sospirò
la contessa - fatemi
vedere un po’
quella cosa.
Sia pure - disse
Casanova, a cui
la richiesta
non era nuova.

XI
Sulla riva
della Nevà, Lisaveta
vendeva lucci e
tèmoli.
A Casanova quella merce
piaceva
e se ne accorse Lisaveta.

XII
Ma stasera non esce
di casa e neppure
Malwyda
la gatta soriana.
Sdraiati sul divano
si guardano
per ore senza un gesto
d’amore.

XIII
Il duello
Morirà il postòli,
- pensava - o io...
E anche il postòli
pensava: - io morirò,
o lui.
Quando partirono
i colpi a ognuno
l’altro apparì:
- così, diceva,
neanche questa è
la morte.

XIV
Chissà che non
si spenga
l’apparenza, domani,
e ce ne andiamo
per mano
sulla riva di un fiume
senza riva e senza
fiume.

Supplemento letterario n.3 allegato ad “Alfabeta” n.62/63, luglio/agosto 1984

Liberiamo il tempo libero. Ricordati di santificare il weekend (Mattia Carzaniga)


La prima immagine che mi viene in mente è in Hook – Capitan Uncino di Steven Spielberg. Dopo l’ennesima telefonata di lavoro, Robin Williams/Peter Pan lancia dalla finestra il telefono, uno di quei primi cellulari con l’antennona e la mascherina. L’idea era: mi devo rimpossessare della mia famiglia, della mia vita, di me. Chissà se quella scena avveniva di sabato sera. Certo era la vigilia di Natale o roba così, insomma: vacanza. Di momenti come quello ne avremmo visti a centinaia nelle annate cinematografiche successive, tutti rimasti assolutamente vani.
Hook è uscito nel remoto 1991 e da allora, invece di gettare i telefoni dalla finestra, siamo andati in direzione contraria: ogni frazione di tempo, pure quello teoricamente libero, andava riempita con il lavoro. «Siamo passati da “working for the weekend” a “working on the weekend”», ha scritto di recente Forbes. Se l’allarme arriva persino dalla bibbia del business, forse abbiamo davvero un problema.
La scorsa primavera è uscito The Weekend Effect: The Life-Changing Benefits of Taking Two Days Off. Tradotto: riprendiamoci i soliti due giorni di stacco settimanale. Solo due, mica si pretende chissà che. L’autrice – Katrina Onstad, ex firma del “Globe and Mail”, canadese: un dettaglio geografico solo apparentemente irrilevante – va alla reconquista del fine settimana con l’evidenza di chi sta compiendo un gesto rivoluzionario. Forse il suo lo è davvero.

Una lotta lunga duecento anni
L’abbrivio è storico. Il saggio comincia dalle lotte sindacali al tempo della rivoluzione industriale inglese, quando l’istanza principale non era la paga troppo bassa o lo sfruttamento minorile, bensì il conteggio delle ore lavorative. «Il tempo era la nuova moneta: non passava, veniva speso», scriverà parecchi decenni più tardi lo storico E.P. Thompson. Nasce così il primo giorno festivo, che nel Regno Unito di due secoli fa è il lunedì: bisognava riprendersi dalle sbronze della domenica sera. Un salto in avanti ed eccoci negli Stati Uniti: Henry Ford, la grande fabbrica, il capitale. Il miraggio adesso sono due giorni interi di pausa, che, secondo il magnate dell’automobile, diventano un guadagno pure per i capi: è tempo fatto per spendere la paga settimanale. È l’inizio dell’era dei consumi e anche dei cinque giorni lavorativi, entrati ufficialmente in vigore in Inghilterra, Usa e Canada negli anni Cinquanta del secolo scorso.
All’inizio del millennio, la globalizzazione impone di riconsiderare i giorni liberi anche da parte di chi tradizionalmente ne prevedeva di altri. Leggi: arabi ed ebrei. Uniformare il tempo del lavoro supera i singoli culti disseminati in tutto il mondo. Marxismo, capitalismo e religioni, uniti nella comune lotta per un giorno da santificare (che fosse destinato alla preghiera o alla spesa non fa differenza), non sapevano che sarebbero andati incontro a uno scenario diverso da quello sperato. In pochissimi decenni, il tempo del lavoro si è allargato a dismisura, le nuove tecnologie hanno riempito gli interstizi una volta riservati all’ozio, le professioni sono arrivate dentro gli smartphone, raggiungendo il destinatario ovunque fosse. Non possiamo mica permetterci di non rispondere, vero?

Prigionieri di uno smartphone
«La tecnologia ci incatena al lavoro», sostiene Onstad. «Passiamo i fine settimana rispondendo a chiamate, controllando l’email e affermando la nostra fedeltà e il nostro valore attraverso la dedizione al lavoro. In quest’epoca di fragilità economica, tutti vogliamo mostrarci sempre disponibili. Siamo stati noi ad uccidere il weekend [anche quando non lavoriamo]. Lo abbiamo riempito di attività che ci lasciano sfiniti e insoddisfatti, la domenica sera ci prende la depressione. Grazie ai negozi aperti pure la domenica, lo shopping è diventato un’attività ricreativa, ma non di quelle che ci fanno stare meglio. Il “loop della solitudine” è la teoria secondo cui il materialismo porta la gente a sentirsi sola, e il sentirsi soli porta a spendere. Sappiamo che la felicità sta nel contatto umano. Ma, se il weekend non esiste più, allora non esiste più neanche il tempo per partecipare alla vita delle nostre comunità». Pensate a chi vi sta attorno. In quanti vi dicono continuamente: «Non ho mai tempo per fare niente»?

Scordatevi gli orari
Prima del saggio di Onstad, è uscito un altro testo sul tema: Rest: Why You Get More Done When You Work Less. Ovvero: stacca. E vedrai che, se lavorerai meno, produrrai di più. Per avallare la sua tesi, l’autore Alex Soojung-Kim Pang scomoda il filosofo Adam Smith: «L’uomo che lavora costantemente ma con moderazione non solo preserva la sua salute più a lungo, ma, in un anno, produce una quantità di lavoro maggiore». Oggi l’equazione è saltata. Ho un’amica che lavora nella moda. Fa la buyer, ruolo che mi è ancora ignoto. Fino a un paio di anni fa era dipendente di un marchio italiano. Secondo una clausola contrattuale, il sabato gli straordinari non le erano mai riconosciuti; la domenica solo sopra le quattro ore, col risultato che lavorava pure di domenica anche se solo per quattro ore, appunto. Dovendosi lei occupare di campagne vendita, altro territorio a me ignoto, finiva per regalare all’azienda interi weekend di seguito. Ha cambiato società. Ora è sempre un marchio italiano, ma assorbito da un grosso gruppo francese. La situazione degli straordinari è migliorata, seppur di poco. In compenso, fin dal primo colloquio, le è stato intimato: «Scordati di far cadere la penna alle 18 in punto».
Io ho fatto una scelta opposta. Pur da freelance, mi sono imposto di non lavorare nel weekend e di far cadere la penna alle 18 in punto. Ho orari più da ufficio di chi va in ufficio. E, soprattutto, contravvengo al principio su cui si basa il decalogo del libero professionista: «Io non ho orari». Col cavolo.

Più lavori, meno produci
Da anni fioccano le ricerche sul rapporto tra ore di lavoro e produttività. John Pencavel, docente di Economia a Stanford, ha diffuso tre anni fa i risultati della sua indagine. «In ogni periodo di recessione si pensa che, per ridurre il tasso di disoccupazione, basti diminuire il numero di ore lavorative tra la popolazione impiegata. Tuttavia, se consideriamo lavoro solo la somma delle ore totalizzate da ogni lavoratore, si può ottenere la stessa cifra anche se ciascuno lavora per meno ore e più persone possono così essere impiegate. Molti governi hanno applicato questo sistema per incoraggiare un cambiamento». Gli fa eco, oggi, Katrina Onstad: «È un modello umano e intelligente: i Paesi che promuovono un orario di lavoro più flessibile sono più produttivi. Dopo quaranta ore di lavoro settimanali, la qualità della produzione cala. Salvaguardare i weekend è segno di buon governo e anche di una più fruttuosa idea di business». La Storia può essere maestra: gli economisti insegnano che nel Medioevo, quando non si lottava per i diritti ma per la sopravvivenza, si lavorava meno e si produceva di più.

Lotta per il tempo libero, parte seconda
Oltre a Onstad, qualcun altro ci sta provando, a riesumare i fine settimana. Con mano più pesante. La Chiesa vuole riprendersi la domenica, oggi santa giusto per i centri commerciali. Negli Stati Uniti è nato il movimento “Back to Sunday Church”, che – dicono loro – ha già riportato in parrocchia quattro milioni di americani in otto anni. Qualcosa si muove anche dal basso, vale a dire sulle bacheche di Facebook. Gianni Morandi non fa in tempo a postare una foto con le buste del supermercato la domenica che viene giù un pieno: sarebbe questa la solidarietà verso i poveri lavoratori sfruttati? (Segue dibattito). Il mondo continua però su un’altra strada: non va a messa, va all’Ikea. Senza smettere di controllare la mail dell’ufficio.
Lo scorso aprile è stata presentata un’altra ricerca, promossa dalla compagnia di noleggio Enterprise. Rivela che, su dieci americani, sette lavorano nel fine settimana, con una media di nove ore al giorno. Le persone interpellate rispondono, nel 63% dei casi, che il loro capo si aspetta che lavorino anche il sabato e la domenica. Il 61% rivela che è automatico pensare al lavoro anche nei giorni teoricamente di pausa. Più l’età del lavoratore è giovane, più la situazione peggiora: il 74% della fascia 25-44 anni con la testa non stacca mai; tra i 45-60enni succede solo al 49% degli intervistati. Jonathan Alpert, psicologo e autore del saggio Be Fearless: Change Your Life in 28 Days, entra in campo con i suoi trucchetti per vivere meglio. Ovvero: non pensare: «I weekend sono troppo corti», ma, proprio perché hai meno tempo libero, trova il modo di sfruttarlo al meglio; non passare le giornate a dormire, cerca di metterle a frutto; trova un equilibrio tra l’ansia di pianificare con anticipo ogni tuo giorno libero e la bellezza di lasciarti andare agli imprevisti. Nella ricerca non v’è traccia dell’ultimo consiglio, quello – lo chiamerei io – di Peter Pan. E cioè: lancia il telefono dalla finestra. Per questo no, non siamo ancora pronti. Soprattutto nel weekend: non potremo mai rinunciare a postare le foto #nofilter delle nostre gite fuori porta. Scattate nei rarissimi sabati e domeniche in cui non lavoriamo, si capisce.

Pagina 99, 22 settembre 2017

14.12.18

"Ond'io canti...". Una poesia di Umberto Bellintani con il commento di Franco Fortini

Umberto Bellintani, 1950

Ond'io canti dolcezza e amore,
e il cardo fiorito;
e te rincorra, nuvola vaghissima del cielo margherita,
anche per me nel campo ara
il vecchio padre.

           O tu,
nuvola del cielo bianchissimo fiore,
deponi un seme del buono della vita
in quel suo occhio bruciato dal sudore.

da Forse un viso tra mille, Firenze 1953


La più bella poesia di Bellintani, dove la sua biografia di contadino venuto in contatto con la cultura cittadina si traveste dolorosamente di libertà, e che rende obiettiva, per un attimo, la sua condizione potenziale di Esenin rurale, è quella dove appare il padre aratore.
C'è un paesaggio d'aria, e la patetica scoperta che il "buono della vita" può essere per tutti e che il figlio, cui il lavoro paterno rende possibile la corsa e il canto, può chiedere che di quella felicità sia partecipe il padre. (Franco Fortini, SAGGI ITALIANI ora in SAGGI ED EPIGRAMMI, Meridiani Mondadori, 2003)

Adolescenze. Maria Antonietta arriva a Versailles (Stefan Zweig)

La delfina Maria Antonietta in abito da amazzone.
Un pastello di Joseph Krantzinger (1771)

Su questa scena eccezionale avanza ora, col passo incerto della esordiente, una fanciulla di quindici anni. Dapprima deve sostenere un piccolo e facile ruolo di prova: quello della delfina, dell’erede al trono. Ma gli altolocati spettatori ben sanno che alla giovanissima bionda arciduchessa d’Austria è riservata per l’avvenire la parte di prima donna, il ruolo della regina, ed è perciò che fin dall arrivo tutti gli sguardi convergono curiosi su di lei. La prima impressione è eccellente: da lungo tempo non si è veduta alla reggia una ragazza tanto leggiadra, dalla figurina deliziosamente agile come una statuetta di Sèvres, dalla carnagione immacolata come porcellana, dai ridenti occhi azzurri, dalla bocca birichina, che si apre al sorriso più infantile o si serra nel broncio più grazioso. Impeccabile il portamento: passo leggero, affascinante nella danza e insieme — non per nulla è figlia di un'imperatrice — prestanza sicura nel procedere ritta e superba per le gallerie a specchi, salutando senza imbarazzo a destra e a sinistra.
Le dame, che quando il ruolo della prima donna era libero potevano sperare di sostituirla, intuiscono subito con malcelato dispetto che nella giovinetta esile e non ancora sbocciata è giunta la vittoriosa rivale. Un solo errore di contegno può subito contrariare la rigida società di corte; questa quindicenne ha lo strano desiderio, invece di tenersi rigida e lenta nel sacro palazzo, di muoversi spensierata come una bimba. La piccola Maria Antonietta, impetuosa per indole, fa svolazzare le ampie gonne correndo a gara con i fratelli più giovani del giovane marito; non sa ancora avvezzarsi alla ritenutezza e alla gelida monotonia che si pretendono alla corte dalla consorte di un principe reale. Nelle grandi occasioni però sa comportarsi in modo perfetto: ella è pur cresciuta all’ombra di un'etichetta non meno pomposa, quella ispano-absburgica. Ma a Schònbrunn o a Vienna bisognava contenersi cosi solennemente solo nelle solennità: si indossava il cerimoniale per i grandi ricevimenti al pari dell abito di gala, ma lo si deponeva appena i lacchè avevano richiuse le porte alle spalle degli ospiti. E allora si poteva godere ogni comoda familiarità e sfogare la propria allegria; a Schònbrunn insomma ci si serviva dell’etichetta, non la si serviva come una divinità. Qui invece, in questa reggia troppo antica e raffinata, non si vive per vivere, ma soltanto per rappresentare, e quanto più alto è il grado di un personaggio, tanto più complicate sono le prescrizioni. Mai, per amor di Dio, un gesto spontaneo, mai mostrarsi in tutta naturalezza: sarebbe una irreparabile offesa al buon costume! Dal mattino alla sera, dalla sera al mattino, una cosa sola è necessaria: contegno, contegno, contegno; altrimenti brontola l'inesorabile pubblico dei cortigiani, il cui scopo si esaurisce nel fare il teatro per questo teatro.
Maria Antonietta non ha mai avuto comprensione e simpatia, né da fanciulla né da regina, per questa pseudo-serietà pedantesca, per il sacrosanto cerimoniale di Versailles. Ella non riesce, né mai riuscirà, a comprendere l’importanza terribile che a corte tutti attribuiscono a un cenno del capo, a una precedenza di posto. Ostinata per natura, sdegnosa e, sopra tutto, sincera fino all'eccesso, odia ogni limitazione; da buona austriaca ama il proprio comodo, vivere e lasciar vivere senza tollerare in perennità questa insopportabile pedanteria. Come a casa sua cercava di sfuggire ai compiti scolastici, cosi tenta qui, in ogni occasione, di sottrarsi alla sua rigida prima dama di corte, Madame de Noailles — che ella in tono di scherno ha soprannominato Madame Étiquette — , inconsciamente questa bimba troppo presto venduta alla politica vuole salvare la sola cosa che pur fra lo splendore della sua condizione le hanno tolto: un paio d anni di libera fanciullezza.

Maria Antonietta, Oscar Mondadori 1988 – Trad. Lavinia Mazzucchetti (Prima edizione 1932)

A nessun costo … Una poesia di Margherita Guidacci (1921 - 1992)




È come una mancanza
di respiro ed un senso di morire,
quando mi stringe improvviso
il desiderio di te tanto lontano
e nulla può calmarlo, altro pensiero
non può occuparmi, tranne il Paradiso
che sarebbe per me lo starti accanto.
Ma poiché ciò m’è negato, più cara,
molto più cara d’una fredda pace
mi è la stretta indicibile
quasi marchio di fuoco che proclami
ancora e sempre quanto sono tua.
A nessun costo vorrei separarmi da questo mio dolore.

13.12.18

Il passato coloniale che Hanoi vende ai turisti (Enrico Arosio)


Un reportage ben costruito e scritto che invoglia ad andare sul posto, per verificare. (S.L.L.)

Hanoi. La grande piazza del Quartiere Francese con l'Highland Coffee

Hanoi
Nel cuore di Hanoi c’è un piccolo lago a forma di peperone. A metà lago c’è un’enorme statua in pietra: no, non del padre della patria Ho Chi Minh; ma di un imperatore dell’undicesimo secolo, Ly Thái To, che fu il fondatore della città. E ai piedi dell’imperatore cosa c’è? C’è il narcisismo del nuovo Vietnam: liceali che volteggiano ballando la breakdance; ragazzine in Nike, Ray-Ban e zainetto North Face; una rock band di studentelli molto amplificata che prova per il concertino del sabato sera; adolescenti, e persino bambini, che sfrecciano su e giù bilanciandosi come acrobati su nuovissimi Hoverboard, la versione del Segway senza manubrio. Tutti senza sorveglianza dei genitori e a rischio, appena si distraggono, di farsi travolgere da uno degli innumerevoli scooter Honda che assediano la capitale a ogni ora del giorno e della notte come sciami di locuste a benzina.
Hanoi ha oltre sette milioni di abitanti, ed è fatta per stupire. La prima parola che le si associa, se riflettiamo sulla scena appena descritta, è schizofrenia. Capitale di una repubblica socialista retta da un partito unico – per semplificare: alla cinese – con l’aiutino delle forze armate, ma assai disposta all’economia di mercato, è oggi una delle città più trafficate e inquinate del Sud-Est asiatico.
La categoria motociclo costituisce il 60 per cento dei veicoli urbani, mentre la bicicletta è rimasta il mezzo dei contadini, degli anziani e dei poveri. Eppure questo venerdì sera accade il miracolo che si ripete da qualche tempo. Con una decisione di sapore europeo l’intero lungolago, dove di solito attraversare la strada è un azzardo a rischio morte, è promosso per l’intero weekend a zona pedonale e night market, con ampia sorveglianza di polizia. Finalmente si passeggia, si mangia il gelato, si ascolta musica, si balla a ritmi occidentali, e migliaia di smartphone scattano migliaia di immagini, come avviene in piazza di Spagna o piazza del Duomo.
Al traino di una ripresa economica molto vivace negli anni scorsi (un po’ meno di recente), la metropoli asiatica è alla ricerca di una definizione di sé che non sia più legata a Ho Chi Minh, ai vietcong, alla guerra, agli americani prima e ai russi poi. Per rendersi attrattiva, Hanoi ha come imboccato una doppia strada: da una parte quella della globalizzazione dei consumi, dall’altra quella del recupero identitario attraverso la storia che, nelle città, si esprime attraverso i luoghi fisici, l’architettura, la forma urbis.
Già, la storia. Ma quale storia, esattamente?
Una delle principali novità, dopo decenni di tormentato dopoguerra e di predicazione ideologica dall’alto, è la riapertura della Cittadella Imperiale di Thang Long. La Cittadella, che dal 2010 gode del patrocinio Unesco, è stata negli ultimi mille anni il centro del potere militare della città. Oggi è un vasto rettangolo cintato di prati verdi ben tenuti, liberamente accessibile agli abitanti come ai forestieri, dove spiccano pochi edifici monumentali e i resti di almeno quattro grandi dinastie, quanto rimane dopo le demolizioni dei militari francesi prima e i bombardamenti americani poi. Ed ecco il paradosso: oltre alla porta principale a pagoda, Doan Mon, che introduceva al palazzo degli imperatori Lê, l’edificio meglio tenuto e restaurato è la palazzina dell’Amministrazione militare francese del 1897, di disegno neoclassico, a due piani e color vaniglia. È proprio qui che gruppi di neolaureati, ragazzi e ragazze vestiti da cerimonia (le ragazze in lungo con fiori nei capelli), si mitragliano allegramente di foto ricordo. Del Palazzo imperiale, demolito dagli occupanti che ne fecero il quartier generale dell’artiglieria, sono rimaste solo due scalinate con dragoni in pietra del quindicesimo secolo. Nella parte più protetta della Cittadella, provvista di bunker, si riuniva, durante la guerra contro gli americani, il comando del leggendario generale Giap.
Non è un caso isolato. Al contrario. Il lascito coloniale dei francesi, quei francesi contro i quali il movimento di liberazione di Ho Chi Minh si batté per quindici anni con memorabile tenacia, prima di combattere l’esercito americano intervenuto al Sud, è oggi al centro dell’attenzione come mai in precedenza. Anche se al Museo Nazionale di Storia Vietnamita – dove sono esposti tesori come i Libri d’oro della dinastia Nguyen e un meraviglioso Buddha ligneo del IV secolo che si direbbe la Pietà Rondanini locale – l’epoca della colonizzazione, che iniziò dopo il 1850 e durò un secolo, è concentrata incredibilmente in una sola stanza.
Ma se la politica occulta, la realtà incalza. Il cosiddetto Quartiere Francese, subito a sud del lago Hoan Kiem, sta vivendo una rinascita sorprendente. È qui che troneggia, ottimamente restaurato, il palazzo dell’Opera di Hanoi, costruito da architetti transalpini sul modello dell’Opéra Garnier di Parigi e inaugurato nel 1911. Davanti all’Opera c’è un quadrivio tremendamente trafficato, dove i risciò a pedali sembrano dinosauri in estinzione: ma nei giardini brilla il frequentatissimo Highlands Coffee con cameriere parlanti inglese e ordinazioni gestite da “saponette” elettroniche distribuite ai clienti. L’Opera ospita anche uno dei ristoranti di punta della città, il Nineteen 11.
Dirimpetto c’è la vecchia Borsa, con la sua brava statua del toro come a Wall Street; sulla destra un gran palazzo abitato dai marchi di pregio italiani, da Prada a Cucinelli a La Perla, e da uffici della finanza globale, da World Bank a Deutsche Bank a Hongkong Land. Poco più avanti rifulge, nel suo bianco splendore, l’albergo più prestigioso della capitale, il Métropole: un perfetto oggetto della Belle Époque costruito nel 1901, con le persiane verde scuro come un grand hotel della Costa Azzurra. Oggi è proprietà della catena francese Sofitel. Al piano terra è tutta una batteria di vetrine luccicanti, da Hermès in giù. Il ristorante di punta si chiama Le Beaulieu, il menu da sei portate costa 2 milioni di dong, circa 80 euro (in un ristorante medio il turista medio ne spende 8). Davanti all’ingresso sono parcheggiate due vecchie Citroën Traction Avant blu notte, veramente chic. Coppie di sposi con le loro faccine fresche vengono immortalate da fotografi nerovestiti nello stile del film Lost in Translation. Intorno alla piscina interna bevono drink fino a tarda sera i turisti più danarosi, la nomenklatura locale, i giovani draghi della telefonia e dell’elettronica.
Dove fa shopping la Hanoi bene? Al department store Trang Tien Plaza, sempre nel Quartiere Francese, che parrebbe voler copiare le Galeries Lafayette: agli angoli ha colonnati finto-classici color crema, dentro si articola su cinque livelli con sfavillio di luci a Led; non vi è quasi marchio del lusso occidentale che non sia rappresentato. E pensare che poche centinaia di metri più a sud, all’ora di pranzo i giovani impiegati come i vecchi bottegai si accoccolano su sgabelli in plastica, agli angoli delle strade, a consumare il saporito street food locale cotto su minuscoli fornelli appoggiati sull’asfalto.
Nel Quartiere Francese c’è, in una elegante villa coloniale circondata di piante, anche l’Ambasciata d’Italia. Accanto ha l’Ambasciata “di Palestina” (così è scritto) e di fronte Casa Italia con il suo Country Promotion Centre per conto di Piaggio (la Vespa è lo scooter della Hanoi più trendy), Ariston, Barilla, e della Viet-It Wines Import (perché anche il Barolo e il Prosecco hanno preso a innaffiare con successo la squisita cucina locale).
Gran parte delle ambasciate ha sede in palazzine coloniali, anche quelle di molte ex nazioni del Patto di Varsavia, nonostante i russi, negli anni Ottanta, abbiano lasciato pesanti tracce edilizie in cemento armato, dalle sedi di partito agli enti della pubblica amministrazione. Le grandi arterie che vanno a ovest verso il Palazzo Presidenziale, il Parlamento, il Mausoleo di Ho Chi Minh – i viali Dien Bien Phu e Tran Phu – ospitano una serie di ambasciate “francesizzanti”, dalla Polonia all’Arabia Saudita. Né fa eccezione quella di Germania e il Goethe-Institut: un edificio Belle Époque del primo ’900, poi diventato scuola per i figli dei funzionari russi, e oggi proprietà dello Stato tedesco. Eredità coloniale anche il vicino Museo delle Belle Arti, ricavato nell’ex ministero dell’Informazione.
Quanto alla Old City, la Città vecchia che si sviluppa su due lati del lago, è il solito densissimo brulicare di persone e di botteghe vietnamite e cinesi, con impressionanti fasci di cavi elettrici appesi in facciata. E lì, non fosse per gli smartphone in mano a tutti, si potrebbe forse dire che il tempo si è fermato al folklore da cartolina. In effetti, le guide turistiche magnificano la Old City anche oltre i suoi meriti. Senza volerne negare il fascino, qui si assiste all’esito paradossale secondo cui la memoria coloniale, a livello estetico e simbolico, lascia più tracce nel forestiero in visita dell’identità della nazione indipendente. La quale fatica a definire un proprio stile.
Detto un po’ bruscamente e senza offesa per la sovranità del Vietnam: non ci fosse l’eredità coloniale – da vedere, fotografare, esplorare – la città di Hanoi, pur con tutto il suo charme, sarebbe interessante la metà.

Hanoi. Il mausoleo di Ho Chi Minh
Ha un che di schizofrenico, infine, lo stesso complesso del Palazzo Presidenziale, a ovest del centro, meta di rispettosi pellegrinaggi. Anche il sontuoso Palazzo, d’un giallo caldo, è in stile Beaux-Arts. Un tempo era la sede del governatore generale dell’Indocina. È al centro di un bellissimo parco ricco di palmizi, tassi, alberi della Bodhi, aranci, ficus, e non ci si può avvicinare più di tanto. Ho Chi Minh, però, lo usava il minimo indispensabile. Preferiva abitare la Maison 54, così detta perché il presidente vi alloggiò a partire dal 1954. Gialla, semplice, affacciata su un laghetto silenzioso allietato dai pesci rossi, sul lato un giardino di pompelmi. Nel suo ufficio ci sono ancora le fotografie di Marx e Lenin, i telefoni usati in guerra, la sedia Thonet alla scrivania; in garage sono esposte le vetture del presidente, la berlina russa dono del governo Kruscev, la Peugeot \404 del 1964. Poco oltre, il famoso Mausoleo di Ho Chi Minh, al confronto, non è che un orrido bestione in marmo e cemento soviet style, ma ad alta voce qui non si può dire.
In realtà il rifugio privato di Ho Chi Minh, almeno secondo la vulgata di Stato, stava sulla sponda opposta del laghetto. È una casa piccolissima su palafitte di semplicità quasi ascetica, detta Stilt House: interamente in legno e stuoie vegetali, basata sulla ventilazione naturale. Camera da letto, stanza da lavoro, servizi, veranda, poco altro. Da questi minuscoli spazi il presidente Ho Chi Minh teorizzò, impostò e combatté un paio di guerre per l’indipendenza della sua nazione.
Ci giriamo intorno in silenzio, con un senso di incredulità. Che dire, oggi? Piacerebbe, forse, a un Papa Francesco.

Pagina 99, 10 dicembre 2016

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