8.12.18

Architettura. Oscar Niemeyer. Lessico moderno, potenza barocca (Pippo Ciorra)


Con l'impegno 
e il carisma di superstar,
l'architetto brasiliano 
ha imposto nel suo paese 
una versione 
politicamente accreditata 
del modernismo


Se è vero quello che usava dire Giovanni Michelucci, e cioè che «l'architettura è un paese per vecchi» (o meglio per longevi), allora Oscar Niemeyer è stato di certo il decano del ristretto club di maestri ultralongevi che hanno accompagnato l'intera parabola di ascesa, diffusione e declino dell'architettura moderna lungo tutto il secolo ventesimo. Philip Johnson (1906-2005) e Ignazio Gardella (1905-1999), oltre allo stesso Michelucci (1891-1990) e a pochi altri eroi modernisti, hanno esteso il loro impegno professionale e la loro voglia di partecipare alla discussione fino alla soglia del cento anni, Niemeyer si è spento nella notte di mercoledì a quasi 105 anni, dopo aver preso parte ancora di recente all'inaugurazione di edifici e sculture urbane seguite con passione fino all'ultimo.
Nato a Rio de Janeiro il 15 dicembre 1907, laureato nel 1934, apprendista nello stesso anno presso lo studio del suo docente e indiscusso fondatore del modernismo sudamericano, Lucio Costa, Niemeyer ha già nel 1936 la possibilità di incontrare e collaborare con Le Corbusier, chiamato come consulente al gruppo di progettazione del nuovo ministero brasiliano dell'educazione. Da quel momento non avrà più dubbi su come mettere a frutto la sua torrenziale produttività e il suo sconfinato talento. Le Corbusier è e rimarrà sempre il suo faro, dispositivo necessario per mettere insieme l'ottimismo politico e figurativo del primo modernismo con le passioni sudamericane per la luce accecante, il cemento brut o intonacato di bianco, l'ardimento strutturale e la potenza curva e scultorea del barocco brasiliano del XVIII secolo.
Le opere del primo periodo di Niemeyer sono l'applicazione perfetta di questa versione antirazionalista di un lessico moderno fatto di edifici sospesi su pilotis, frangisole, tetti-giardino, promenades architettoniche ardite e sorprendenti. Il tutto però tradotto e adattato a una «scala americana», dove tutto è più grande, più nitido, più letterale. Il padiglione brasiliano per la fiera di New York del 1939 (con Lucio Costa) e gli edifici per il quartiere di Pampulha a Belo Horizonte (1941-42) sono le icone di un periodo particolarmente felice, nel quale si consolida anche la collaborazione con il paesaggista/pittore Roberto Burle Marx. Insieme precisano una specie di nuovo stile nazionale, che si basa su un'armonia tra il disegno delle forme architettoniche e quello degli spazi aperti che il modernismo europeo e nordamericano non raggiungono mai.
I progetti per Pampulha sono anche l'occasione per un altro incontro cruciale dopo quelli con Lucio Costa e Le Corbusier. A chiamarlo infatti è il giovane sindaco di Belo Horizonte, Juscelino Kubitschek de Olivair, futuro presidente del Brasile e futuro deus ex machina della fondazione di Brasilia. Attraverso la collaborazione con le istituzioni politiche e le vicende storiche del decennio della guerra mondiale, Niemeyer si avvicina al comunismo e non lo abbandonerà più: «Oscar Niemeyer e io - dirà un giorno Fidel Castro - siamo gli ultimi comunisti».
L'impegno politico, il suo carisma artistico e la vicinanza con la classe dirigente del paese permettono all'architetto carioca di sviluppare in Brasile una versione politicamente accreditata del modernismo, che acquisisce quello status di stile progressista «ufficiale» che in Europa non otterrà mai: «l'architettura moderna finisce per essere accolta in Brasile - spiega Frampton - come una questione di politica nazionale». Dopo aver partecipato nel 1947 alla sofferta gestazione del progetto Palazzo delle Nazioni di New York, poi firmato da Harrison, nel 1955 Niemeyer progetta la sua prima opera importante fuori dai confini del paese: il museo di arte moderna di Caracas.
Il Museo di Rio de Janeiro
Nel 1956 Kubitschek, diventato presidente, lo chiama a casa sua e gli dice che insieme devono costruire la nuova capitale nel cuore remoto del paese: Brasilia. Niemeyer reagisce in due modi: da un lato comincia da subito a progettare alcuni degli edifici cardine della nuova città, il Palazzo del Governatore, l'albergo dei funzionari, e dall'altro organizza il concorso per il disegno del masterplan, che sarà rapidamente aggiudicato al suo vecchio maestro, Lucio Costa. Nata forse sotto l'influenza del progetto lecorbusiano per la capitale del Punjab, Chandigarh, per molti critici Brasilia rappresenta per Niemeyer uno snodo simile a quello che la città indiana segna per Corbu: la scala large diventa extralarge, la monumentalità e l'assialità hanno la meglio sulla plasticità, l'architettura istituzionale trova insormontabili ostacoli nel dialogo con la città minore e i quartieri degli abitanti comuni, l'unica linfa viene dalla crescita incontrollata delle favelas. La critica ha di certo fondamento, ma è vero anche che la continuità tra l'opera pre e postbrasilia rimane piuttosto solida.
Il Pantheon della patria e della libertà a Brasilia
Vero è, comunque, che dopo Brasilia Niemeyer sembra consapevole di godere di una libertà virtualmente sconfinata: può permettersi qualsiasi stravaganza formale e qualsiasi azzardo strutturale, il suo paese e i tecnici si impegneranno al massimo per realizzarli. Il talento scorre così senza freni, alternando edifici e opere il cui manierismo si fa a volte ansiogeno. Ma è ancora una volta la politica brasiliana a imprimere una svolta nella sua biografia. Nel 1961 si installa una dittatura militare che ovviamente non è particolamente a suo agio con l'influenza e lo stile di lavoro del progettista. Lentamente Niemeyer viene indotto a allontanarsi dal paese e infine nel 1965 trasferisce il suo studio a Parigi, da dove si dedica a un'attività di carattere decisamente internazionale. Lavora in Libia, in Algeria (l'università di Constantine, l'aeroporto di Algeri) costruisce complessi importanti a Tel Aviv e Haifa, realizza a Parigi la sede del partito comunista e la torre della Défense. Negli anni ottanta, tornata la democrazia, torna a lavorare in Brasile e realizza, oltre a un'altra serie di progetti per Brasilia, i suoi edifici più noti e riusciti, la Passarela do Samba a Rio (1985) e il bellissimo museo di Niteroi (1996).
A suo modo Niemeyer è un mito globale e una superstar antelitteram, abituato a un carisma e a un ruolo sociale che al tempo il Sudamerica ricosceva solo ai poeti e ai politici e che ha avuto influenza sulla sua fama internazionale, fino al Pritzker Prize assegnatogli nel 1988. In Italia è noto soprattutto per due edifici, entrambi molto conosciuti. Il primo, terminato nel 1975, è la sede della Mondadori a Segrate, una specie di acrobazia strutturale sospesa su grandi specchi d'acqua, destinata a dimostrare che il tardomodernismo non era solo fatto di noiose facciate continue di vetro e infissi. Il secondo, appena inaugurato, è il controverso auditorium di Ravello, un guscio bianco di cemento appoggiato con molto coraggio e qualche goffaggine (comprensibile in un signore di più di cent'anni) sulla rupe scoscesa che da Ravello scende al mare.
Proprio la disarmante produttività di Niemeyer, il suo facile accesso al successo presso pubblico e istituzioni ha spesso reso la critica diffidente nei suoi confronti. I giudizi sono alterni e gli studi monografici seri non abbondano, soprattutto in anni recenti, soprattutto in Italia, se si esclude un bellissimo numero dedicato da «Casabella» ai cinquant'anni di Brasilia nel marzo 2007. La sua scomparsa sarà di certo occasione per colmare questa lacuna.

il manifesto, 7 dicembre 2012

7.12.18

Il futuro ricomincia da noi. E dal whisky di Glasgow. Incontro con Ken Loach (Arianna Di Genova, 2012)


Politicissimo e divertente come sempre, Loach è a Roma al seguito del suo ultimo film, premio speciale della giuria a Cannes, La parte degli angeli (nelle sale dal 13 dicembre, distribuisce Bim), il cui titolo poetico si riferisce alla quota di whisky che evapora, quel2% di scotch custodito nelle botti delle distillerie destinato a scomparire nell'aria. «La sua fabbricazione è un'arte raffinata, per descrivere la fragranza e l'aroma del whisky si usa un linguaggio stravagante - dice – ma quel liquore è troppo caro per i giovani che si ubriacano con bevande più economiche. Anche io, in fondo, preferisco un bel bicchiere di vino!».
Una storia dai toni «fruttati» quindi, mai zuccherosa, che segue l'esistenza difficilissima di Robbie, teppistello di Glasgow che non sembra avere grandi chance davanti a sé. Ha una fedina penale spaventosa ma, come in una favola, s'imbatte in un tris di occasioni per il riscatto: diventa padre, conquista un assistente sociale che non ha dimenticato il valore della solidarietà e ha «naso» (pure palato) per riconoscere la rarità di unwhisky,labevandana-zionale. Ce la farà a tirarsi fuori dai guai, dopo uno spettacolare furto del preziosissimo liquore e con l'aiuto di altri sbandati come lui. È stato lo sceneggiatore Paul Laverty, collaboratore di lunga data del cineasta a trovare Robbie (Paul Branningan), ragazzo che ha cominciato anche la vita vera in salita, senzatetto a 13 anni, in carcere durante l'adolescenza.
Il tema del lavoro e del disagio della working class, Loach lo affronta ripartendo dal suo gran rifiuto, la scelta di non ritirare nessun premio al festival di Torino. «Mi è dispiaciuto, era un onore anche per tutti coloro che lavorano con me, ma è stata una questione di principio, ho preferito appoggiare i lavoratori ‘esternalizzati' del museo del Cinema. Il problema era stato sollevato già in estate: salari bassissimi, ulteriore taglio del 10% sugli stipendi, cinque iniqui licenziamenti. Dal Museo mi hanno risposto che non sono responsabili dell'operato di terzi, tantomeno dell'azienda che li aveva assunti. Se si accetta questo, tutti possono declinare ogni responsabilità, anche perché la sola ragione per cui viene dato lavoro esternamente è l'abbattimento dei costi. Sono stato definito ‘megalomane', ma il punto non è che io vada a un festival oppure no; centrale è la perdita di lavoro, sono le persone sottopagate, con difficoltà di rappresentanza sindacale...». Lui, quei lavoratori della Rear, li incontrerà oggi a Torino.
In un momento sociale così critico e dopo un film sulla guerra in Iraq, Loach con La parte degli angeli ha voluto «raccontare la storia di milioni di individui in Europa che non hanno lavoro né un futuro. Ma non ho presentato nessuna vittima, per coinvolgere il pubblico bisognava farlo affezionare ai personaggi e il senso dell'umorismo ha favorito l'identificazione... Le avversità producono comicità. Ridere insieme nelle circostanze più disperate può essere un atto di solidarietà».
C'è qualcos'altro. In un periodo storico aggredito dalla globalizzazione, Loach rispolvera una gloria nazionale scozzese, come il whisky e le sue distillerie. «Il whisky è prodotto da centinaia di anni, prescinde dalla globalizzazione. Potremmo dire che andava molto meglio prima, quando le distillerie non erano di proprietà delle grandi multinazionali. Più il capitalismo si sviluppa, più crescerà la disoccupazione. Le multinazionali hanno bisogno della disoccupazione per tenere bassi i salari, per aggredire il costo del lavoro».
Esiste allora un modello alternativo di economia? «È ora che la sinistra trovi il suo motore, capisca che il mercato non è l'unica strada percorribile. L'Europa ha preso una direzione comune che non è affatto strana, i politici reagiscono tutti alla stessa maniera perché l'Unione europea è un'organizzazione neoliberista, spinge per le privatizzazioni. Anche in Grecia stanno svendendo ciò che hanno. Quello che andrebbe infranto è il rapporto fra politici e multinazionali. Così, ritornando al concetto di 'centrosinistra': se significa accettare le misure di austerity e anche le privatizzazioni ma con processi più lenti, allora non capisco la differenza che c'è fra l'essere strangolati velocemente o piano piano».
Una via di uscita da questa impasse, anche morale, ci sarebbe secondo Ken Loach: basterebbe frugare nel passato e ricordarsi «com'eravamo». «Negli anni Sessanta- continua - parlavamo della crisi del capitalismo. Adesso è arrivata sul serio, è il momento di organizzarci. I vari governi stanno strappando via gli ultimi brandelli della società civile. Nel mio paese, tolgono il sostegno ai disabili, si costringono le persone a vivere coni genitori, gli ospedali sono affollati e hanno standard penosi. Noi non possediamo più nulla dell'economia. È urgente un modello nuovo. Mi piace ripeterelo slogan dei sindacati Usa: agitate, educate e organizzate».
E in una prospettiva di lotta contro le degenerazioni del presente, il cinema è un soggetto attivo? «I registi impegnati ci sono. Da Occupy ai movimenti anti-guerra, la preoccupazione è mondiale, ma siccome il cinema è un'industria e i filmmaker sono costretti a diventare imprenditori, non sempre tutto questo si ritrova sul grande schermo. Il meccanismo della produzione e dei finanziamenti ha un potere bloccante e le idee a volte si trasformano per adattarsi al mercato». Però, assicura Loach, c'è stato un periodo (quasi) peggiore di questo. «Gli anni Ottanta, l'arrivo di Margaret Thatcher. Quello che è accaduto nel nostro paese è stato talmente estremo che non riuscivo a rispondere col cinema. In una manciata di mesi, i disoccupati salirono da 500mila a tre milioni, mentre le fabbriche chiudevano e i sindacati indicevano scioperi che non potevano vincere. La situazione era incontrollabile. Eravamo tutti in mezzo a una tempesta. Anche io. Ho girato documentari (banditi perlopiù), poi ho provato al teatro (rifiutato e tacciato di antisemitismo), dopo dieci anni ho avuto fortuna e sono tornato ai film...».

il manifesto, giovedì 6 dicembre 2012

6.12.18

Io non sono nessuno! Una poesia di Emily Dickinson ( Amherst, Massachusetts, Stati Uniti, 1830 - 1886)



Io non sono nessuno! E tu chi sei?
Nessuno pure tu?
Allora siamo in due, ma non lo dire!
Potrebbero bandirci, e tu lo sai!

Che grande noia essere qualcuno!
Quanto volgare — dire il nome tuo
per tutto giugno   come fa la rana
ad un pantano che l'ammira!

Da Poesie, Tascabili Bompiani, 1978 – Traduzione di Guido Errante

Giuseppe Ungaretti ....Guai a chiamarlo 'nonno' (Attilio Bertolucci)

Trovo brillante e, a tratti, commovente questo ricordo di Ungaretti da parte di un poeta più giovane nel centenario della nascita. Ne consiglio la lettura. (S.L.L.)

Giuseppe Ungaretti

Ho letto per la prima volta delle poesie di Ungaretti a metà degli anni Venti, sul finire della mia adolescenza, nella troppo dimenticata antologia Poeti d'oggi di Papini e Pancrazi. In quegli stessi anni, dal '25 in giù, mi sono comprato gli Ossi di seppia di Montale. Non c' era una segnaletica (voglio dire pagine letterarie), allora, che guidasse un ragazzo voglioso di poesia nuova, moderna; ma i nomi che contavano e che avrebbero contato, chissà come arrivavano al suo orecchio. Poi c'era da arrangiarsi, aiutavano una mente sveglia e un po' di fortuna. Così, un giorno, rovistando fra molti Barion (oh, utilissimi con tutti quei russi tradotti da Rinaldo Kufferle), mi venne fra le mani l'Allegria di naufragi nell'edizione Vallecchi. Fondo di magazzino o copia destinata ad un critico infastidito che se n'era liberato, poi che con suo sollievo non recava una dedica e poteva rifilarla al buon bancarellaro pontremolese spacciatore di carta stampata nella mia città? Bene.
Attilio Bertolucci
Quei due re magi della nostra poesia dovevano, qualche tempo dopo, ricompensare il giovanotto, ormai, che aveva creduto in loro, per loro trascurando la scuola, da loro ricevendo versi che, immagazzinati nelle celle della memoria, resistono intatti, non si perdono come tanti altri letti molti anni dopo. Mi spiego: nel '34 si ebbe a Firenze, nella primavera, quella novità, in tempi di sciroccosa bonaccia, che furono i Littoriali della Cultura e dell'Arte. Presidente per il concorso di poesia Giuseppe Ungaretti, il quale, bontà sua, volle premiare Sinisgalli e me. Ed ecco che il destino accomunò i due neoteroi al Maestro nella riprovazione di un fondo del Tevere, sì proprio l'editoriale in neretto del direttore Interlandi, di norma destinato al dileggio di bolscevichi e di demoplutocrati. La ragione di tale insolita arrabbiatura non politica ma culturale, i temi di alcune nostre poesie (usignuoli lacustri e fagiane nevicate), quando altro degnissimo giovane aveva cantato, non male, la bonifica mussoliniana delle paludi pontine. Ungaretti, e anche noi, ci ridemmo sopra, lui con la forza omerica che chi l' ha conosciuto può ricordare. Pubblicate in un volumetto, le mie poesie premiate ai Littoriali ricevettero lodi dal Montale recensore della rivista Pan. Com'era spazioso il campo letterario allora e in contrasto all'atmosfera politica, limpida l'aria, così limpida che due grandi poeti potevano scorgere e identificare gli apprendisti e incoraggiarli, aiutarli.
Dovevo ritrovare e frequentare Ungaretti, trasferitomi a Roma nel '51. Ormai arrivati all'amicizia, al tu (per me all'inizio difficoltosissimo) e, poi che ero diventato, con qualche viaggio a Firenze e l'annuale, comune vacanza in Versilia, amico anche di Montale, avevo da destreggiarmi nella conversazione con essi evitando di mostrarmi e dell'uno e dell'altro ammiratore. Nel soggiorno di casa ho messo di fronte su due pareti le testimonianze della generosità dei due: un quadretto delizioso di Montale e un'incisione, firmata e numerata, di Fautrier, che Ungaretti aveva avuto in dono dall'autore e della quale volle gratificarmi ficcandomela nella borsa, di nascosto da un suo segretario che la concupiva da anni. Ricordo d'avergli dato un gran dispiacere un giorno che la nipotina essendogli arrivata d'impeto nello studio, io commisi l'imprudenza di chiedergli se aveva imparato l'arte di essere nonno. Non gli garbava affatto di essere chiamato nonno, citando poi Victor Hugo. Mi difesi rammentandogli il debito del suo Baudelaire verso il non suo Victor Hugo.
Incurvato come una pianta può esserlo, se esposta a un vento gagliardo, segnato nel volto, conservava dentro gli occhi una luce di giovinezza datagli dalla possibilità, dalla capacità, durata sino alla fine, di meravigliarsi e di amare. Doveva morire nel mio Nord, che gli avevo fatto conoscere portandolo a incantarsi dinnanzi ai marmi rosa del Battistero di Parma, alle sculture di Benedetto Antelami. So che nell'ultima stagione della sua vita volle tornare ad ammirarli. Chissà se di nuovo, sul limitare della notte, preferisse ancora alle sublimi lunette cristiane, l'enigma dello Zooforo con la sua sequenza di formelle in cui arcieri e animali fantastici, ochette naviganti e testoni di villici padani, così armonicamente sposano il vero e l'immaginario in una scansione ritmica simile, nel suo mistero, alla musica della poesia.

“la Repubblica”, 4 febbraio 1988

3.12.18

La poesia del lunedì. Sandro Penna (Perugia 1906 - Roma 1977)


Il viaggiatore insonne
se il treno si è fermato
un attimo in attesa
di riprendere il fiato
ha sentito il sospiro
di quel buio paese
in un accordo breve...

da Poesie, Garzanti, 2000 

“Quel giaciglio”. Un “nini” dei Wintu del Nord California

Donne Wintu

A leggere Wikipedia pare che i Wintu del Nord California siano tuttora “primitivi”, che – sparsi in piccoli villaggi (da 30 a 150 abitanti) - vivano tuttora di caccia, pesca e raccolta. Le stesse foto che si rintracciano in rete ci dicono che non è del tutto esatto, che intorno a loro e su di loro c'è una forte pressione della “civiltà” che si esprime, per esempio, nel turismo. Nel loro repertorio i Wintu hanno (o, forse, avevano) dei canti d'amore, accompagnati da flauto, chiamati nini. Hinini è chiamato il refrain finale che viene ripetuto infinite volte. Quello che segue l'ho ripreso da un vecchio, prezioso testo i Canti erotici dei primitivi, amorosamente curato da Alfonso Maria Di Nola (1926 - 1997) ed edito da Guanda nel 1961.

Quel giaciglio che ci scavammo
c'è ancora,
c'è ancora,
c'è ancora,
c'è ancora,
c'è ancora,
c'è ancora,
c'è ancora,
c'è ancora ...

Non strappatevi i capelli Anche per i calvi c'è speranza (Marco Palma)

Yul Brynner

Dice il vecchio proverbio: «Capelli e guai non mancano mai». Sta di fatto che, soprattutto in autunno, i nostri capelli sembrano cadere in modo inarrestabile, provocando preoccupazione, e in molti casi panico, per chi ne ha già pochi. «Il fenomeno è assolutamente fisiologico: mediamente si perdono dai 50 ai 70 capelli al giorno e a volte non ce ne accorgiamo. I capelli hanno un loro ciclo di ricrescita che può variare dai due ai 5-6 anni. Per questo il capello cresce, cade, ricresce dalle 15 alle 20 volte prima di morire definitivamente» dice il professor Santo Raffaele Mercuri, direttore dell'Istituto di Dermatologia e Cosmetologia dell'ospedale S. Raffaele di Milano.
Ma perché i capelli cadono soprattutto a novembre? «Su un cuoio capelluto sano i capelli vivono tre loro fasi fondamentali: quella chiamata anagen che è la crescita del pelo; quella detta telogen che è la fase terminale dove il capello è ancora nel bulbo pilifero ma cessa tutte le sue funzioni e l'ultima la catagen che rappresenta la fase di riposo del follicolo per poi riprendere l'anagen». E proprio in fase telogen, che corrisponde all'autunno e all'inizio della primavera, si noterà il fenomeno della caduta detto effluvio stagionale. Tra le cause c'è l'ereditarietà genetica, associata al ricambio naturale come avviene per la muta negli animali; la variazione del rapporto ore di luce-buio che può influenzare l'equilibrio ormonale; stress, squilibrio alimentare, mancanza di sonno.
«Ciò che conta è non entrare in ansia, individuare la causa esclusivamente con l'aiuto del dermatologo aggiunge il prof. Mercuri e recarsi negli istituti specializzati per questo problema». Sicuramente tra le cause che provocano la perdita dei capelli specie tra le donne c'è un non corretto uso di tinture per capelli «troppo aggressive, a volte con ingredienti sconosciuti e non controllati, acquistati sulle bancarelle per risparmiare ma che a lungo andare stressano il capello e la sua fase vitale dice la make-up artist Camilla Cantini per questo è fondamentale la scelta di tinture certificate». «E' vietato il-fai-da-te, le misture consigliate dalla vicina o dall'amica, i prodotti miracolosi promessi su internet aggiunge Mercuri i cui risultati sono disastrosi e pericolosi per il cuoio capelluto». E il presidente di Cosmeticaitalia Renato Ancorotti precisa: «L'Italia è leader mondiale per i prodotti per capelli. Seguiamo disciplinari in sede UE la cui validità viene certificata e rinnovata attraverso studi rigorosissimi. Prodotti che seguono una filiera di produzione e studio come fossero farmaci. A totale garanzia per il consumatore. Non esiste una differenza tra un prodotto certificato ed uno che si acquista sulle bancarelle: uno è un cosmetico per la salute del capello e della persona. L'altro no».
Ok all'autunno, ai prodotti certificati, all'alimentazione e al combattere lo stress: ma per chi è pelato c'è speranza? Chi perde i capelli deve rassegnarsi? «No di certo: oggi esiste una tecnica, chiamata P.R.P. (plasma ricco di piastrine) e il S. Raffaele è uno dei riferimenti di eccellenza in Europa per questa tecnica. Una parte del sangue viene prelevato e scomposto in globuli rossi, bianchi e piastrine; queste ultime vengono concentrate, stimolate con il carbonato di calcio e altri fattori di crescita. Facciamo poi delle micro punture per stimolare determinate cellule staminali adulte che si trovano alla base di ogni follicolo pilifero attivo, per ridare scientificamente vita al ciclo del capello». Prima «è fondamentale fare dallo specialista un esame con il videodermatoscopico digitale per la valutazione di quanti capelli stanno cadendo».
Oltre a questo lo specialista sottolinea che «dopo l'impiego della P.R.P. al paziente verrà prescritto una terapia specifica a base di quelle sostanze nutrienti che possono aiutare e mantenere in vita il bulbo pilifero e l'insieme della capigliatura. A chi è colpito dalla caduta dei capelli va detto chiaramente che deve curarsi su base medico-scientifica non deve andare in strutture non adeguate o usare misture, prodotti pseudo miracolosi, tinture devastanti».


"Il Giornale", 15 novembre 2018

Sessantotto, una eredità senza eredi. Un convegno a Perugia (Salvatore Lo Leggio, micropolis)




Il 25 e 26 ottobre alla Facoltà di Lettere di Perugia, durante il convegno Eredità e memorie del '68 italiano, organizzato dall'Istituto per la Storia dell'Umbria Contemporanea (ISUC), dall'Istituto Ferruccio Parri e dalle due Università perugine, forse la più ambiziosa tra le celebrazioni del Cinquantenario che si sono svolte e si vanno svolgendo in Umbria, ho avuto anch'io qualche momento di commozione. La locandina con le immagini che la corredano, il titolo e il tema dell'incontro, l'età media dei presenti di sicuro superiore ai sessant'anni: tutto cospirava ad alimentare un clima di nostalgia, che in alcuni momenti propriamente rievocativi, velava gli occhi di alcuni ascoltatori. Mi è venuta in mente una canzone, di Trenet, tra le più belle e nostalgiche del secolo scorso: “Que reste-t-il de nos amours? / Que reste-t-il de ces beaux jours? / Une photo, vieille photo /de ma jeunesse ...”.
L'intenzione del convegno, del resto, era proprio di cercare i segni impressi nel nostro presente dallo sconvolgente movimento sociale, politico e culturale di carattere internazionale che in Italia è chiamato convenzionalmente Sessantotto (una “rivoluzione” - si legge nell'invito – seppure “sognata e mai compiuta”), l'ambizione quella di rintracciare ciò che ne è rimasto nelle memorie individuali e di gruppo, nelle istituzioni, nella legislazione, nel costume, nel linguaggio. È il tema dell'eredità, insomma, quello su cui in illo tempore scrisse parole che pesano Franco Fortini, l'intellettuale che con più consapevolezza rappresentò il nesso delicatissimo tra il Sessantotto e un'altra rivoluzione sperata e incompiuta, la Resistenza: “Non c’è eredità senza eredi, non si è eredi se non si sa di esserlo e se non ci si situa in prospettiva fra un ieri e un domani, un donde e un dove”. A noi sembra che l'eredità di cui nel convegno si discorreva sia sfuggente proprio perché mancano eredi in grado di raccoglierla e nella palude in cui ci muoviamo, ribollente di umori mefitici, si stenta a intravedere un “dove” verso cui dirigersi.
Veniamo al resoconto. Il venerdì le relazioni di studiosi di varia età e provenienza hanno riguardato la memoria orale, la psichiatria, le relazioni con il femminismo, le arti, la moda, la musica del “lungo 68” (definito processo più che evento); il sabato s'è ragionato del ruolo dei cattolici, dell'università, di letteratura, di cinema, di modelli comunicativi. Ha concluso Marco Boato, a suo tempo leader studentesco trentino, successivamente parlamentare di lungo corso con i radicali e i verdi, autore de Il lungo '68 in Italia e nel mondo, pubblicato all'inizio di quest'anno per La Scuola Editrice di Brescia.
Gli interventi avrebbero dovuto incardinarsi sull'asse dell'eredità, ma non tutti l'hanno fatto, né è parsa omogenea la qualità delle comunicazioni, alcune delle quali ricordano un'antica stroncatura di Croce: “Nel libro c'è del nuovo e c'è del buono, ma ciò che è buono non è nuovo e ciò che è nuovo non è buono”; per un giudizio meditato occorrerà attendere la pubblicazione degli atti, in cui si spera si possa reperire una selezione più ampia delle interessanti interviste ai “sessantottini” di cui ha parlato Valerio Marinelli dell'ISUC. Molto incisive anche le riflessioni con cui Salvatore Cingari, dell'Università per Stranieri, ha introdotto la seconda giornata che, senza tacere la vena anticapitalistica che lo percorse, ragionava delle aporie del movimento, illuminando la tensione tra il libertarismo individualista e la forza attrattiva del collettivo e dell'ugualitarismo.
Fin d’ora non si può comunque tacere il fastidio provato per due colpevoli omissioni relative alla comunicazione di Aldo Iori su arte e 68 e di Marco Impagliazzo sul ruolo dei cattolici. Il primo, pur parlando diffusamente della contestazione all'Accademia di Belle Arti perugina, ove insegna, ha citato solo di passaggio Colombo Manuelli, senza nulla dire delle sue opere e battaglie. Dal secondo, professore universitario e oggi presidente della comunità di Sant'Egidio, che ha avuto a lungo come assistente ed ha oggi come protettore Monsignor Paglia, ci si poteva aspettare, come è avvenuto, che valorizzasse un Sessantotto cattolico moderato, vicino ai “poveri” ma obbediente alla gerarchia, senza fantasie “socialiste”. Ma dieci anni fa, vivo don Franzoni, animatore nel 68 della comunità di San Paolo fuori le mura, Paglia lo aveva rappresentato come un fanatico dell'ideologia e della lotta di classe, dimentico del Vangelo. Oggi Impagliazzo fa calare su Franzoni un feroce silenzio. Varrebbe la pena di leggere a questa gente la poesia di Pasolini per la morte di Pio XII, quella che ricorda che i peccati più gravi, quasi senza assoluzione, siano i silenzi, le deliberate omissioni.
Altra cosa è l'inconscia rimozione che è parsa gravare sull'insieme del convegno. Certo, qua e là si è affacciato il ricordo degli studenti davanti alle fabbriche e Boato nella conclusione ha affiancato il 1968 studentesco e il 1969 operaio, ma i riferimenti alla storia, all'organizzazione sindacale e alle forme di lotta operaie non c'erano ed è strano che in un convegno “a tutto campo” fosse assente una specifica comunicazione sui rapporti tra 68 e movimento operaio organizzato. Eppure le occupazioni di facoltà e scuole si richiamavano esplicitamente ad antiche “occupazioni delle fabbriche”, mentre gli studenti si chiamavano compagni e impugnavano bandiere rosse; era tutta ideologia? E, all'inverso, le forme di democrazie diretta come le assemblee, i delegati e i consigli, che anche il sindacato fece in parte proprie, non hanno alcuna relazione con ciò che accadeva nelle scuole e nelle università? Laura Schettini, dell'Orientale di Napoli, interrogandosi sul nesso tra Sessantotto e femminismo, lo ha fortemente ridimensionato. È una conclusione discutibile, ma è inspiegabile che sul movimento operaio non ci si pongano neanche le domande. O forse è fin troppo spiegabile: l'eclissi attuale come soggetto sociale e politico di quella che fu la “classe operaia” porta a ignorarne l'esistenza e il ruolo anche nel passato, l'attualità modella la storia.
Si spiega così il consenso alla lettura “antiautoritaria”, moderata, interclassista del Sessantotto internazionale, rappresentata dal libro di Boato, che nelle conclusioni l'ha esplicitamente contrapposta ad un'altra, retorica, ideologica, giacobina, che esemplificava in Mario Capanna, maliziosamente ricordando il ritratto di Stalin che per qualche tempo il tifernate innalzò.
Tornano utili a questo punto i versi di Walter Cremonte, poeta grande e sottovalutato e sessantottino “resistente”. Nella raccolta appena uscita, Cosa resta, è contenuta la poesia Esempio: “C'è stato un tempo / spiegò il professore / che 'giacobino' diventò un insulto / come oggi, per fare un esempio, / succede alla parola 'comunista' // così spiegò, e io guardai Roberto / cercando nei suoi occhi un dispiacere / ma lo vidi serio assentire // insultassero pure / ce lo saremmo preso / quel po' di gioia / da prendere”.
Collego i versi di Cremonte alla relazione che nel convegno ho trovato più bella e interessante, quella di Francesco Scotti sulla psichiatria. Ci ha raccontato del mix di scienza, etica e politica, del coraggio e della pazienza che furono necessari nella battaglia per chiudere i manicomi e ha parlato con amarezza dell'odierna regressione, quasi una restaurazione: “Usano di nuovo i letti di contenzione. E per di più li giustificano con il benessere dei malati”. Ma ha una convinzione Scotti: che niente vada perduto e che quando nuovi “matti”, medici, operatori, cittadini, riprenderanno nella psichiatria o altrove il percorso di liberazione, non dovranno ricominciare da capo, ma troveranno memorie da recuperare, esperienze da studiare.
L'eredità del Sessantotto è lì, gli eredi prima o poi arriveranno.

"micropolis", novembre 2018

2.12.18

Ostruzionismo, 50 anni di spettacolo. Il record, la resistenza di Almirante, le poesie del Pci (Aldo Cazzullo, 2005)

Marco Boato, giovane parlamentare negli anni 70

Il record è attribuito a Marco Boato: 18 ore e 5 minuti. «Invece è mio – dice Massimo Teodori ”. Ho qui due volumi di resoconto stenografico: 4 febbraio 1981, decreto sul fermo di polizia, 18 ore e 20’». «Teodori è un falsario – ribatte Boato”. Si aggiunge due ore. Lui si fermò a poco più di 16. Io presi la parola alle 8 di sera e la lasciai alle 14 e 05 del giorno dopo. Senza leggere, senza sedermi, senza interrompermi».
Comunque, i primatisti dell’ostruzionismo sono i radicali (anche Boato, oggi Verde, era tra loro).
Gli inventori furono i socialisti: Bissolati, Ferri, Prampolini, Pantano, Vendramini importarono dall’Inghilterra il filibustering contro i «decreti liberticidi» del generale Pelloux. E i primi a ricorrervi nella storia repubblicana furono i comunisti. 1949: l’on. Cerruti parla 8 ore e mezzo contro l’adesione alla Nato. Giulio Andreotti c’era già. «Si andò avanti a oltranza, tre giorni e tre notti. Però l’ostruzionismo comunista, più che sulla logorrea, puntava sulle intemperanze, per far sospendere la seduta – racconta il senatore a vita”. Ai Comuni i deputati britannici solevano leggere la Bibbia. A Montecitorio volavano insulti, talora anche banchi».
Scrive il Corriere: «All’improvviso ecco balzare alto sulla mischia Giuliano Pajetta che, partito come un razzo dal terzo settore, con tre balzi aerei è piombato a tuffo nel groviglio di teste, di braccia e di gambe, e in quel groviglio sparisce inghiottito...». «Saltava di banco in banco come Tarzan – racconterà Vittorio Orefice ”. Dall’altra parte c’era Tomba, parlamentare della Coldiretti, una specie di Carnera, che picchiava i comunisti come Bud Spencer».
Ma all’ostruzionismo del Pci Andreotti attribuisce grandi meriti lessicali. «Razzolavano male; nel ’51 scambiarono i corpi di difesa civile dai terremoti voluti da Scelba con squadroni governativi; però predicavano benissimo. In Parlamento dominava ancora l’oratoria forense, si evocavano "ponti fra cielo e terra" e "i garofani bianchi dei nostri vent’anni". Tra i comunisti invece c’erano grandi oratori, come Giancarlo Pajetta, Renzo Laconi, Vincenzo La Rocca, che interveniva ogni giorno attingendo alla tradizione del teatro napoletano».
La battaglia più dura infuriò proprio sulla riforma elettorale, nel ’53. «Io non sono portato a drammatizzare – sorride Andreotti ”, però quella volta c’era da aver paura. Le provarono tutte per interrompere la seduta; il presidente del Senato, Giuseppe Paratore, resisteva anche al lancio delle tavolette. Io ero rimasto solo al banco del governo e mi infilai in testa un cestino dei rifiuti. Parevo un marziano. Spano fu fermato prima di far precipitare sulla testa di Paratore una poltrona; mi sibilò: "Dopo il voto avrete un nuovo piazzale Loreto". Paratore si dimise». Lo sostituì Meuccio Ruini, anch’egli vittima dell’ostruzionismo rosso: nelle more di un intervento interminabile, annotò il giovane cronista Ugo Zatterin, «se la fece nei pantaloni».
«Vescica di ferro» fu detto invece Giorgio Almirante, dopo il suo discorso contro l’ordinamento regionale. «Rimasi molto impressionato – rievoca Andreotti ”. Parlò per una decina d’ore, senza scaletta, con la mimica che gli veniva dalla famiglia di teatranti, dimostrando grande competenza e soprattutto continenza» (su questo punto Teodori e Boato concordano: «Si suda molto, il problema semmai è la disidratazione»). Dopo l’ottima prova del capo, l’ostruzionismo missino dilagò: contro i decreti fiscali di Fanfani e Visentini, contro gli organi collegiali della scuola, contro il decreto dell’88 sulla responsabilità civile dei magistrati, contro la legge Martelli, contro l’obiezione di coscienza. E contro il divorzio ci fu anche un ostruzionismo democristiano, anche se il termine ad Andreotti non piace: «Ci attenemmo al regolamento. Ero capogruppo alla Camera. Si fecero le cose per benino: parlammo tutti. La discussione durò sei mesi. Io però non andai oltre i 40’».
Poi arrivarono i radicali: Tessari e Cicciomessere i primi a infrangere il muro delle dieci ore; quindi l’exploit di Teodori. «Fu dura, perché la Iotti non era tollerante come Ingrao. Nel cuore della notte, quand’eravamo rimasti in tre, tentò più volte di interrompermi contestandomi le citazioni storiche. Ma io niente». «Però il record è mio – insiste Boato ”: 16 ore nel dibattito generale, 18 e 5’ in quello conclusivo. Ho le prove. Gli atti parlamentari, le registrazioni di Radio radicale, il libro di Andrea Manzella sul Parlamento. Ho i testimoni. Ero talmente disidratato che restai altre quattro ore senza fare pipì».
Allora cambiarono il regolamento parlamentare: non più di 45 minuti. Per far decadere il decreto Craxi sulla scala mobile, i comunisti organizzarono tre gruppi di lavoro: Giorgio Macciotta studiò mille emendamenti; Ugo Spagnoli preparò il «prontuario dell’ostruzionismo»; all’ex operaio Mario Pochetti venne affidata la vigilanza diurna (una parlamentare fu recuperata alla toilette), al ferroviere Rubes Triva quella notturna. La disposizione era di applaudire a lungo ogni intervento. Leo Cannullo si sbagliò e fu rimproverato per aver parlato solo 36 minuti. Nessuno osò dire nulla a Berlinguer che si fermò a 20. Renato Nicolini lesse brani di Witkiewicz, autore teatrale polacco degli Anni Venti, in cui il protagonista nella traduzione italiana diveniva Ciccino Craxic. Edda Fagni citò Trilussa: «No no, rispose er gatto senza core/ io nun divido gniente co’ nessuno/ fo er socialista quando sto addiggiuno/ ma quanno magno so’ conservatore ».
«Oggi – si immalinconisce Andreotti – si va avanti a colpi di emendamenti e richieste di numero legale». Tra il ’96 e il 2001 il senatore Peruzzotti, leghista di Gallarate, ne ha fatte 4 mila. Si faceva chiamare Ostruzionix, per le radici celtiche.

Corriere della Sera 15 settembre 2005

La Conferma. Una poesia di Edwin Muir (Deerness 1887 – Londra 1959)



Sì, è il tuo, amore mio, il giusto volto umano.
Nella mia mente da tempo lo avevo atteso
Vedendo il falso e ricercando il vero,
Poi ti trovai siccome un pellegrino
Incontra all’improvviso un luogo in cui
È bene accolto in mezzo a valli e rocce
Contrarie e strade incerte. Ma te, come dovrei
Chiamarti? Sorgente in un deserto, pozzo
D’acqua in un arido paese, oppure una qualsiasi
Cosa che sia onesta e buona, occhio che rende
Splendido il mondo intero. Perché il tuo cuore aperto,
Semplice nell’offerta, dona la primitiva
Necessità, il primo mondo buono, il boccio,
Il seme che germoglia, il focolare, la terra risoluta e il mare
Vagabondo, che non son belli o rari in ogni aspetto ma
Simili a te, così com’era inteso che essi fossero.

Da Poeti inglesi del '900, a cura di Roberto Sanesi, Tascabili Bompiani 1978

Arti figurative: nel Pci preferivano il realismo (più o meno socialista). Pajetta racconta

Giancarlo Pajetta con Palmiro Togliatti nel 1962

“Una volta ho scritto un corsivo sull'Unità in cui raccontavo che in un'esposizione era andata persa un'opera, e i trasportatori se ne scusarono dicendo che l'avevano buttata via insieme alle casse, perché credevano che facesse parte dell'imballaggio, e non del contenuto artistico che avevano trasportato. Ricordo che Renato Guttuso storse il naso”.

Da un intervista di Giancarlo Paletta a Ludovica Ripa di Meana, 
“L'Europeo”, 22 febbraio 1982


“C'era una volta un piccolo Ulisse”. La Perugia di Clara Sereni (Carlo Alberto Bucci, 1994)

Perugia. Le scalette di Sant'Ercolano

PERUGIA.
Clara Sereni è nata a Roma, dove ha vissuto sino a quando, tre anni fa, ha deciso di venire a vivere (e a scrivere) a Perugia. Qui è andata ad abitare in un condominio attaccato proprio al settore 11 del grande parcheggio cittadino di piazza Partigiani: come chi non vuole impiantare solide radici e si lascia aperta una via per la ritirata improvvisa. In realtà Perugia - si direbbe - ormai l'ha conquistata completamente. E dovendo parlare di un luogo di questa, che sta diventando sempre di più la «sua» città, la scrittrice sceglie la via e la chiesa di Sant'Ercolano, un angolo escluso dai tradizionali itinerari turistici.
Clara Sereni
Ripercorriamo cosi con lei la strada in salita, che dal parcheggio porta verso la città alta, passando all'interno dell'antica Perugia, quel quarto di città inglobata nel 1543 all'interno della monumentale Rocca Paolina. Un percorso nel ventre delle mura, che immette a sorpresa nel cuore del centro cittadino. Da lì ci incamminiamo per via Oberdan, giungendo al sommo della scalinata di via Sant'Ercolano. «È la strada che ho sempre fatto per venire a trovare una mia amica romana, sposata con un perugino, che abitava al numero 8» ci racconta l'autrice di Manicomio primavera e del Gioco dei regni. «Per questo ha rappresentato il mio primo approccio con la città, ancora prima che ci venissi ad abitare. Il resto della strada, la Porta Cornea e la chiesa di Sant'Ercolano che si trova alla fine della ripida discesa - tutto ciò che c'è oltre il numero civico 8 - l’ho scoperto solo dopo». Aggiunge: «È d'altronde una via che il passaggio sotterraneo sulla scala mobile all'interno della Rocca, chiamiamolo ''metrò" perugino, ha tagliato fuori dai percorsi usuali che portano in alto, in centro. Ed è una strada che io, come molti altri immagino, percorro solo in un senso, in discesa. Per risalire si usa la scala mobile del parcheggio».
Certo è una classica, tortuosa via medievale. C’è la Porta Cornea, o Porta Berarda, con l'arco gotico che si innesta su stipiti etruschi. E alla fine la bella chiesa trecentesca, gotica pure essa. Però Perugia ha monumenti di ben altro rilievo storico-artistico... «Ma questa scalinata è emblematica per Perugia» ribatte Clara Sereni. «Perché è una strada molto vissuta, è molto salotto, o meglio soggiorno, per la città. Però è anche impervia, dura da salire. Questa scalinata, mi sembra, rispecchia le due facce di una città che ha delle sue forme di convivialità rispetto al forestiero o al nuovo cittadino; ma, insomma, stando sempre un po' sulle sue. L'altra cosa che me la fa amare molto è l'andamento che nel suo snodarsi in più curve fa si che da nessun punto tu possa vedere insieme i due estremi, l’inizio e la fine».
Una visione sempre parziale, una strada che vivi per attimi successivi, parcellizzati, e mai tutta d'un fiato, d'infilata. «Ma questo rientra un po' nello spirito dell'Umbria, dove non trovi quasi mai, come accade ad esempio nella piazza toscana, il palazzo del comune e la cattedrale uno davanti all’altra: potere temporale e religioso che si fronteggiano, facciata contro facciata. In Umbria queste entità architettoniche e politiche si pongono sempre sghembe, come se facessero una piccola mossa per dare le spalle all’altra, per snobbarla» osserva Clara Sereni.
La bellezza di questi tracciati urbani deriva anche dal fatto che non sono stati disegnati come una linea sul foglio. Sono sorti spontanei nel corso dei secoli, mutando aspetto con il rinnovarsi delle case e dei palazzi. E ognuna di queste abitazioni è stata protagonista di storie grandi e piccole. "Un'altra cosa che mi piace della via è questo palazzo rosso» dice ora la scrittrice. «Prima era un albergo: mi sembra che vi si fermò anche Goethe. Ho saputo che nel 1859 vi soggiornò una famigliola di americani che il 20 giugno assistette all'insurrezione del popolo contro il dominio papale. Il borgo 20 giugno è tuttora, e stranamente, una zona popolare e anticlericale, tanto che quando è venuto di recente il pontefice a Perugia lì hanno organizzato una contro-manifestazione. Ebbene questi americani scrissero a casa raccontando della repressione delle truppe pontificie che avevano soffocato in un bagno di sangue la rivolta. Così, sembra, fu grazie a queste lettere, scritte da testimoni casuali e inconsapevoli, che la notizia arrivò ai giornali annullando il tentativo del potere papalino di mettere tutto a tacere».
Siamo arrivati alla fine della discesa, dove la strada pedonale di Sant'Ercolano si immette nel trafficato viale Indipendenza. Sull'angolo si trova la bella chiesa gotica dedicata a questo santo locale. «Nel 548 d.C. - ci racconta ora Sereni - la città era cinta d’assedio dai, goti del re Totila e la popolazione ridotta ormai allo stremo. Ercolano, vescovo della città, tra lo stupore generale degli affamati concittadini, ordinò che l'ultimo sacco di grano venisse dato in pasto all'ultimo vitello rimasto. E poi fece uscire dalle mura la bestia che venne subito presa e squartata dagli assalitori. I barbari avrebbero dovuto desistere dall'assedio, immaginando di chissà quali provviste fossero ancora in possesso i perugini se potevano permettersi di rimpinzare un bue col grano. Però i barbari non caddero nel tranello se è vero che - come descrivono le tele seicentesche di Mattia Salvucci poste sopra l'altare .della chiesa,poi entrarono,nella città e decapitarono il vescovo. Comunque Ercolano, martire, fu fatto santo. A me ha sempre colpito il fatto che non lo sia diventato perché aveva prodotto un miracolo “miracoloso”; non moltiplicò il grano e i vitelli. In realtà è una sorta di Ulisse in sedicesimo, uno furbetto insomma. Quest'anima sostanzialmente laica del santo mi piace molto». .
Fine dell'intervista e della visita guidata. Ma «ci sono altre due cose» aggiunge Clara Sereni «che mi hanno sempre colpito di questa strada: la prima è che qui. ma non so bene dove, sino al 1901 si riuniva una ricca confraternita laicale che, tra le altre cose, si prendeva cura del manicomio. E io sono venuta a Perugia per occuparmi dello stesso argomento. La seconda è che qui, proprio davanti all'edicola, quando giunsi in città per la prima volta, di novembre, sentii l'odore del forno a legna, che è una cosa che mi commuove molto. Penso di rimanere ad abitare a Perugia e siccome, per varie ragioni, ho cominciato a fare il pane, cercherò una casa col forno a legna».

"l'Unità", 15 agosto 1994

Dicembre 1968, dopo la tragedia di Avola. L'editoriale di Emanuele Macaluso su “l'Unità”



LA TRAGEDIA di Avola, dove ancora una volta si è sparso sangue dei lavoratori, non è solo un fatto siciliano. Con questo attacco, proditorio e meditato, le forze reazionarie nazionali hanno voluto montare una grossa provocazione poliziesca e politica nel tentativo di bloccare il grande movimento di lavoratori, di studenti, di popolo in corso da diverse settimane in tutto il Paese. Questo movimento non si fermerà. Respingerà ogni provocazione e andrà avanti, unitariamente e combattivamente. È chiaro d'altra parte che lotte come queste per la loro grande combattività, per la loro forte impronta unitaria, per la loro estensione, per la qualità delle rivendicazioni che pongono sul tappeto richiedono anche un profondo mutamento dell'indirizzo politico del paese.
Non a caso l'eco di queste lotte era stata avvertita anche nelle assemblee congressuali socialiste ed era arrivata sinanco nel recente Consiglio nazionale della Democrazia cristiana. Da più settimane la grande stampa padronale conduce una campagna contro le rivendicazioni dei lavoratori, contro la richiesta di un reale ampliamento della vita democratica nelle fabbriche. nelle campagne, nelle scuole, invita perentoriamente i dirigenti del centrosinistra a stringere i tempi della crisi, a «mettere ordine nel paese». E noi sappiamo cos’è per certe forze l’ordine.
Emanuele Macaluso
Lo abbiamo visto in altre occasioni, anche in momenti di crisi politica, nel 1960 per esempio, e lo vediamo oggi, ad Avola. Non è certo difficile quindi individuare le forze che hanno spinto e hanno dato gli ordini per arrivare alla strage, perchè di una vera strage si tratta. Contro chi si ò sparato? Da sei giorni i braccianti siracusani unitariamente, con i loro sindacati — CGIL, CISL, UIL - scioperavano per avere un nuovo contratto di lavoro. Scioperavano e manifestavano nelle piazze, nelle strade, come la Costituzione prevede e come è diritto dei lavoratori che hanno solo quest’arma per far valere le loro legittime rivendicazioni. Gli agrari hanno rifiutato ogni trattativa e la prefettura di Siracusa è stata con gli agrari ritenendo esagerata la richiesta di modesti miglioramenti salariali e normativi.
È bene, ricordare che ci troviamo in una zona dove sono avvenute ampie trasformazioni agrarie e colturali pagate tutte dallo stato e dalla regione, pagate dal lavoro mal retribuito di migliaia di braccianti. Sul lavoro del bracciante in queste zone pesa e resiste una rendita fondiaria fra le più alte d'Italia — sei, settecento, ottocentomila lire per ettaro di rendita fondiaria — sul lavoro di questi braccianti è cresciuto il profitto capitalistico, la speculazione dei grossi commercianti di agrumi e di primaticci, il profitto degli industriali che conservano e trasformano questi prodotti nelle loro fabbriche del Nord.
Ponendo dunque con forza il problema del salario i braccianti siracusani hanno posto e pongono il problema della riforma agraria nelle zone trasformate, hanno chiesto e chiedono la fine delle rendite parassitarle e speculative, l'uso del danaro dello stato per trasformare e migliorare l'agricoltura, per sviluppare l’industria di trasformazione nelle loro stesse zone. È questo, del resto, il solo modo di uscire da una crisi che ha portato lo scorgo anno a distruggere — per obbedire al Mercato comune — cinquanta milioni di chili di arance.
Sono questi problemi che scottano, i problemi che arrivano sul tavolo delle trattative politiche fra i partiti deh centrosinistra a Roma e che non sfiorano neppure .1 governanti siciliani impegnati in una disputa vergognosa di sottogoverno che paralizza la regione. E noi affermiamo che non saranno certo lo mitraglie o le bombe a fermare la volontà dei forti braccianti siracusani e di tutti i lavoratori italiani, non saranno questi metodi a risolvere i gravi problemi sociali che le lotte propongono. Chiediamo intanto giustizia per i braccianti uccisi o feriti, per le loro famiglie, per le popolazioni aggredite e colpite, chiediamo in nome loro la condanna dei responsabili e, sul piano politico, non aggiustamenti a una vecchia, fallimentare politica che porta a questi sbocchi ma una nuova politica che affronti alla radice i problemi della Sicilia, del Mezzogiorno, del Paese.

“l'Unità”, 3 dicembre 1968

1.12.18

Sessantotto, dicembre. L'eccidio di Avola e le proteste in tutta Italia (Guido Crainz)

Da Il Paese mancato di Guido Crainz (Donzelli), 2003, un bel libro che racconta gli anni 60, 70 e 80 della nostra storia nazionale, riprendo le pagine sull'eccidio di Avola del 2 dicembre 1968 e ciò che ne seguì in tutta Italia, una sintesi puntuale e convincente. Personalmente ricordo le due manifestazioni a cui partecipai: una al mio paese, organizzata dalla Camera del Lavoro e in prima persona da Giovanni Burgio che, al tempo, ne era segretario; e a Palermo, organizzata dal movimento studentesco dove particolarmente combattivo era il gruppo di Cinisi, guidato da Peppino Impastato. (S.L.L.)


A dieci anni dall’inizio del «miracolo economico», nelle campagne meridionali permangono larghe aree di miseria e ancora si registrano quà e là i sussulti di lotte bracciantili esasperate. Così è nel 1967 nel catanzarese: l’antica rivendicazione di terre lasciate incolte e di terreni demaniali usurpati dai grandi proprietari si mescola alle lotte per il lavoro. Povertà di lunga data e nuove forme di disagio si intrecciano: “Vanno al lavoro in motoretta - scrive Sergio Turane in riferimento proprio ad Avola - ma sono sempre più insicuri e coscienti di questa insicurezza. È la tragedia del bracciantato agricolo alla vigilia degli anni settanta”. In questa «vigilia» ricompaiono le occupazioni dei fondi (compiute da «giovani braccianti della terra, disoccupati cronici, con al seguito l’immancabile codazzo di donne e ragazzi») e gli assalti ai municipi. Ritornano i blocchi delle strade e dei centri abitati per impedire l’afflusso di crumiri: in qualche zona, come in passato, il transito è permesso solo con lasciapassare firmati dalle Camere del Lavoro. Nel 1967 e nel 1968 in Sicilia e in Puglia l’intransigenza degli agrari provoca scioperi di grande asprezza, con duri scontri con la forza pubblica e con proteste clamorose nei confronti degli stessi dirigenti sindacali, accusati di troppa moderazione. Così è a Lentini e in altri centri del Siracusano, e ancor di più nella provincia di Bari. Qui, nell'estate del 1967, la sospensione di uno sciopero provoca in diversi comuni veri e propri assalti di migliaia di braccianti al palco da cui parlano i sindacalisti; ad Andria la «folla inferocita reagiva incompostamente percorrendo centro cittadino tentando di scardinare saracinesche mentre nutriti gruppi scalmanati si dirigevano verso abitazioni maggiori proprietari terrieri». Episodi analoghi si verificano nel 1968, sino alla tensione che alla fine dell’anno si concentra nel Siracusano. Ad Avola e altrove la rivendicazione è elementare: una paga uguale a quella dell’altra metà della provincia. È troppo per gli agrari, che disertano perfino le riunioni convocate dal prefetto: e questi si lamenta per «il tono irriguardoso» con cui gli agrari lo trattano, e «per l'incomprensione e l'irrigidimento della categoria».
Dal 25 novembre lo sciopero bracciantile è ad oltranza. Il 1° dicembre un reparto di cento agenti è inviato a «rimuovere con la forza i blocchi stradali», e da Siracusa il questore ribadisce «perentoriamente» al vicequestore l’ordine di disperdere l’assembramento: decisione che a quest’ultimo era sembrata fin dall’inizio sbagliata. I braccianti la attribuirono alle pressioni di un potente senatore democristiano, fermato da un altro blocco qualche giorno prima: un rapporto del questore conferma che quelle pressioni vi furono, quella mattina stessa. Alla fine il vicequestore esegue l’ordine e comanda la carica. I braccianti lanciano pietre, gli agenti - cui s’è aggiunto un altro reparto - sparano: quasi 400 colpi di pistola e di moschetto e altri 400 «artifici lacrimogeni», riferisce il vice capo della polizia; tre chili di bossoli sono raccolti e portati a Roma, alla Camera dei deputati. I morti sono due: Giuseppe Scibilia, di 47 anni, e Angelo Sigona, di 25; moltissimi i feriti. Poco dopo 163 braccianti vengono denunciati per «manifestazione sediziosa».
Nel dibattito parlamentare la richiesta di disarmo della polizia - tradizionalmente avanzata dal Pci - è fatta propria da uno schieramento che comprende anche settori significativi della Dc: «A una polizia che dimostra di avere il mitra così facile - scrive Enzo Forcella - non resta che togliere il mitra».


L’emozione è forte in tutto il paese: vi sono scioperi e affollati cortei, ma anche altre forme di protesta. Iniziano gli studenti milanesi, contestando l’inaugurazione della stagione lirica alla Scala: «i braccianti di Avola augurano buon divertimento», dicono, e tirano uova e cachi sulle pellicce delle signore. Si prosegue ovunque: contestando l’inizio della stagione lirica o altre iniziative «di gala» anche a Napoli, Palermo («Siete i mandanti dell’eccidio di Avola», dice un cartello), Parma, Modena, Jesi, in Friuli e nel Ferrarese. Al «Natale consumistico» è contrapposto in molte città il «Natale dei poveri», spesso ad opera di gruppi cattolici: a Venezia come a Sassari, a Trento come a Verona, a Milano come a Bologna (qui protestano anche gli scout). A Roma si intrecciano le iniziative dei lavoratori in lotta per il posto di lavoro (con il Natale e il Capodanno «in piazza» degli operai dell’Apollon), le manifestazioni contro il Natale consumistico («non pensate di non essere complici degli assassini di Avola» dice un volantino del movimento studentesco distribuito anche da Gian Maria Volonté), e la testimonianza di giovani cattolici in piazza San Pietro. La protesta attraversa le città più lontane e i centri più piccoli: «Il Natale è diventato una grande menzogna - dice un gruppo cattolico di Cavezzo, nel Modenese - e le spese natalizie ci ricordano che siamo fratelli diseguali: ricchi e poveri, sfruttati e sfruttatori». Un volantino distribuito da giovani sassaresi davanti alle chiese il giorno di Capodanno inizia così: «Oggi non è una giornata di pace per i contadini vietnamiti, per la gente del Biafra e per i braccianti siciliani». Si legge infine in un volantino di Monsummano Terme, nel Pistoiese: «Beati i poveri: i campesinos dell’America Latina, i neri degli Usa e del Sud Africa, i braccianti dell’Italia meridionale perché di essi è il regno dei cieli [...]. Guai a noi se non riconosceremo nel BIMBO che oggi è nato 1 poveri, gli affamati, i sofferenti, i perseguitati, e ci illuderemo di festeggiare bene il Natale con l’albero, il Presepe, il panettone, i regali, e con l’andare a messa in pelliccia».
In questo clima si colloca anche la contestazione al «Capodanno di lusso» di un locale famoso, «La Bussola» di Viareggio. L’iniziativa è promossa da II Potere operaio di Pisa, provincia che ha visto in quei mesi dure lotte per il lavoro e intense agitazioni studentesche. «Solo qualche settimana fa la polizia ha massacrato i braccianti di Avola, ha bastonato i proletari in lotta in centinaia di manifestazioni», dicono i volantini. Uno di essi aggiunge: «Ebbene, compagni, festeggiamoli questi nostri padroni, andiamo tutti alla Bussola [...] a vederli sfilare con le loro signore e col vestito nuovo da mezzo milione, a consumare una cena da 50 mila lire, annaffiata da 50 mila lire di champagne» (i prezzi, naturalmente, sono «d’epoca»). Un altro termina così: «Lasciamo ai padroni lo champagne, noi abbiamo i pomodori». La polizia, invece, ha le armi e le usa: un giovane di 17 anni, Soriano Ceccanti, rimane paralizzato. Non serve addentrarsi qui sulle opposte ricostruzioni dei fatti fornite allora18. Per far comprendere il clima è sufficiente la Lettera aperta ai giovani pisani diffusa dai «giovani della Dc, delle Adi e della Cisl»: essa è molto dura nei confronti della manifestazione e della «vergognosa campagna diffamatoria contro la polizia» condotta dalla sinistra. E però altrettanto esplicita in un’altra direzione: «è proprio in momenti carne questi che non può essere dimenticata l’altra violenza, troppe volte scientificamente occultata, la violenza del sistema, l’insultante logica capitalistica delle concentrazioni, dei licenziamenti: i morti di Avola, le vicende dell’Eridania zuccheri, della Candy, dell’Aeternum, della Marzotto e della St. Gobain sono lì a ricordarcelo».

Settant'anni fa. Giovanna, la pazza religiosa (l'Unità, 1 dicembre 1948)

Cronaca divertita e divertente, con finale a sorpresa, allusivo. (S.L.L.)


Si barrica dietro 3 porte con ceri accesi all’esterno
Una movimentata scena si è verificata Ieri sera. verso le ore 19.20, in via Boccioni n. 3 a Roma. Il sig Remo Rossi, abitante al primo piano di quello stabile, nel rientrare a casa, scorgeva con suo grande stupore una fila di candele e di ceri da chiesa, messi in fila davanti alla porta.
Che cosa era accaduto? Il sig. Rossi non tardava a rendersene conto. La porta di casa era sbarrata dall'lnterno. Stando in ascolto, si poteva udire distintamente una voce femminile recitare fervide preghiere. Era la domestica del sig. Rossi. Giovanna Ermenegildi di 42 anni, la quale colta da un improvviso accesso di follia religiosa, aveva impiantalo sul pianerottolo quella specie di altar maggiore, ritirandosi quindi in solitudine e in preghiera.
Il povero sig. Rossi, non potendo rassegnarsi a dormire in strada per non disturbare le meditazioni teosofiche della sua domestica, doveva ricorrere all’aiuto del Vigili del Fuoco. Questi, giunti a bordo di un carro attrezzi e di un'autoambulanza, rimovevano le candele e quindi sfondavano a spallate la porta. La donna allora si ritirava in un'altra stanza barricandosi a costringendo quindi i Vigili a sfondare anche quella porta. Allora la povera demente si rifugiava dietro una terza porta e i Vigili, per catturarla, erano costretti a sfondare anche quella.
Finalmente potevano raggiungere la poveretta, e la trovavano in ginocchio intenta a pregare. Sembro che la Ermenegildi scongiurasse Iddio di punire un noto uomo politico italo-austriaco, il quale, dopo aver estorto alla Ermenegildi, come a tanti altri, il voto il 18 di aprile, non ha poi fatto, una volta al potere, nulla di quanto aveva promesso.

Parole. Strategia (Bruno Bongiovanni)

L'allenatore del Napoli Carlo Ancelotti. Non pochi lo chiamano "stratega"

Strategia, s. f. È un termine dal significato originario militare, significato che, pur diversificandosi nel tempo, ha continuato a sussistere e perdura. Deriva dal greco strategós, figura che si identifica, nell'antica Atene, con ciascuno dei dieci membri della speciale magistratura istituita da Clistene, alla fine del VI secolo, con funzioni di comando, e di conduzione, nell’esercito stratós (parola primigenia) - o nella flotta. Se lo strategós è dunque un comandante appunto militare (nell’esercito macedone è alla testa di una falange), la strategia diventa un complesso di tecniche e di azioni che coordinano, a partire da approfondite indagini, e con finalità offensive o difensive, lo svolgimento di una campagna bellica, prestando attenzione, più che alle armi o all’addestramento dei soldati (compito di esperti specialisti o di militari abilitati), alle condizioni degli avversari, alla natura del terreno o del mare su cui si deve combattere, al clima e alla sua influenza, alla durata temporale che è prevista per la battaglia imminente.
In francese il termine (stratégie) compare nel 1562 e nello stesso anno viene tradotto in inglese (strategy), lingua in cui ricompare più volte, soprattutto a partire dal 1688, mentre in francese, come anche in italiano, la diffusione si ha soprattutto a partire dall’inizio del XIX secolo. Tra gli autori italiani si rintraccia in Muratori, e poi in Manzoni, Cattaneo, D’Annunzio, Fenoglio, ma in Gramsci, nei Quaderni, là dove si affronta la prospettiva di Gioberti (la personalità più citata nei Quaderni), la strategia diventa l’insieme di pratiche civili realizzate per conseguire uno o più obiettivi politici e istituzionali. La stessa cosa accade anche in altre lingue. In inglese con Macaulay e Carlyle. In francese con Hugo e con Valéry, sino a Gide, che ne amplifica gli ambiti e individua una strategia amorosa, una strategia elettorale, una strategia morale. La strategia diventa così, al di là della condotta militare, l’individuazione del modo più adeguato di agire e di comportarsi per conseguire obiettivi specifici anche in politica, in economia, nella società, nella vita privata, nel mondo mediatico della comunicazione e della pubblicità. Investe funzionari impegnati in mansioni amministrative o giudiziarie, ma anche tecniche retoriche ed espedienti letterari. Tutti, infine, anche gli individui comuni, con semplici finalità interne alla vita quotidiana e familiare, possono essere soggetti che attivano una qualsivoglia strategia, termine che può rientrare quindi nello stesso lessico della psicologia comportamentistica e che può avere a che fare con i convincimenti, sempre cangianti, dell’opinione pubblica.
Gli studi strategici, a ogni buon conto, restano quelli che affrontano le guerre e le paci, gli equilibri e gli squilibri delle politiche di potenza, l’uso e l’abuso di armi deterrenti, i rapporti internazionali collegati ai mezzi che implicano l’impiego della forza. Strategie sono state, ai tempi di Truman prima, e di Eisenhower dopo, il containment e il roll back, politiche atte a frenare e a fare arretrare l’Urss e lo stesso comunismo internazionale. Già Clausewitz, d’altra parte, aveva sostenuto (Vom Kriege, 1832) che anche la minaccia della guerra, e non solo la guerra combattuta, aveva una fondamentale, e decisiva, valenza strategica. Tattica, diplomazia, forza militare e geopolitica si sono insomma intrecciate. Ma vi è da ultimo stata anche la strategia della tensione, espressione apparsa per la prima volta il 12 dicembre 1969 in un articolo dell’“Observer”. Si manifestò in Italia, con intensità, tra attentati, tentativi di golpe e terrorismi, dal 1969 al 1984. Ma la si può far risalire alla strage del 1947 a Portella della Ginestra.

Dalla rubrica Babele. Osservatorio sulla proliferazione semantica in “L'Indice”, aprile 2013

Asterischi e asterismi (Giuseppe Antonelli)



«Sono un pescatore di asterischi», cantava qualche anno fa Samuele Bersani, alla ricerca «del senso gravitazionale che non c’è». Solo che a pescare asterischi in Rete oggi si rischia di prendere parecchi granchi. E di trovarsi alle prese con sensi doppi o proibiti. «C***o!». La parolaccia c’è, ma non si dovrebbe vedere. In inglese la chiamano «bowdlerizzazione» dal nome di Thomas Bowdler: un medico che ai primi dell’Ottocento pubblicò una versione «espurgata» di Shakespeare. Da noi qualcosa del genere era successo già a fine Cinquecento con le «rassettature» che intendevano rendere meno boccaccesco il Decameron di Boccaccio.
Nel frattempo, per camuffare le parolacce, il fumetto ha inventato i cosiddetti obscenicon. Dapprima stelline, teschi, spirali, fulmini e altri disegnini alternati a grandi punti esclamativi. Poi sequenze casuali di caratteri presi soprattutto dalla fila più alta della tastiera (!”$%&) o attinti tra i più iconici (@#*). Oggi le sequenze di asterischi-che-nascondono (ma nascondono poi davvero?) sono tornate a dilagare, un po’ ipocritamente, nella scrittura social. Un tempo si chiamavano asterismi, come le costellazioni. Perché gli asterischi sono figli delle stelle: nella forma e nel nome, che deriva dal diminutivo greco di astér «astro». E ora eccoli a fare da foglia di fico per le parolacce. Dalle stelle alle stalle. Dall’Innominato dei Promessi sposi, che viveva nel «castello di ***», alle innominabili imprecazioni della volgare eloquenza telematica.
Un asterisco per ogni lettera omessa, un po’ come fanno i filologi per le parole illeggibili di un testo. (Cinque, ad esempio, per «vaffa»: parola a cinque stelle…). Ma per i filologi l’asterisco ha anche altri significati. Messo prima di una base etimologica, indica che quella parola è in realtà un’ipotesi non documentata: come *brabus, che avrebbe portato dal latino barbarus all’italiano bravo. Prima di una frase o di una parola indica che quelle forme sono a-grammaticali, come in italiano *io avere o *libru. A-grammaticali come – verrebbe da dire, a proposito di asterischi – quei «car* tutt*» o «gentil* signor*» che campeggiano a volte nelle intestazioni di messaggi rivolti a più persone. Con il lodevole intento di evitare discriminazioni di genere, ma con l’involontario risultato di discriminare la lingua italiana.

“La Lettura – Corrire della sera”, 25 novembre 2018

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