7.1.19

Fratture generazionali. 1966, Caterina Caselli al Festival di Sanremo (Bianca Pitzorno)


Nel bel libro di Luigi Manconi sulla musica leggera italiana, uscito qualche anno fa è contenuta la testimonianza di Bianca Pitzorno che volentieri riprendo. (S.L.L.)


Nel gennaio 1966 venni invitata a far parte di una delle giurie popolari del Festival di Sanremo, quella appoggiata alla sede del quotidiano sassarese La Nuova Sardegna.
La giuria, credo per regolamento, doveva comprendere una percentuale di «giovani».
Nel nostro caso, oltre me, che avevo 23 anni, venne chiamato Luigi Manconi, che ne aveva 17. Conoscevo Luigi da sempre, non solo perché era il «fratello piccolo» della mia amica Paola, ma perché quattordicenne era stato abbastanza coraggioso e spiritoso da recitare una parte in una commedia musicale da me scritta e diretta, unico maschio in una compagnia teatrale interamente femminile. Entrambi venivamo considerati in città dei giovani «ribelli», anche se il fatto che a scuola - io ormai frequentavo l’università - avessimo ottimi voti ci procurava una certa indulgenza anche da parte dei benpensanti. Luigi si occupava già di canzoni, stava per mettere in scena uno spettacolo di canti politici e popolari sul modello del Ci ragiono e canto di Dario Fo. Io avevo fatto delle ricerche comparative sui testi dei «nuovi» cantautori e quelli delle canzoni italiane degli anni ’20 e ’30. Entrambi l’anno successivo ne avremmo scritto sulle «Pagine dei giovani» della Nuova Sardegna. Forse anche per questo eravamo stati chiamati a far parte della giuria.
Gli altri membri erano il vecchio direttore del giornale, due signori tra i quaranta e i cinquanta, forse giornalisti o professionisti, e una signora sulla quarantina, molto truccata, vistosa ed esuberante. Ai nostri occhi apparivano tutti e quattro molto anziani, tanto che ci sembrava ridicolo e inappropriato che lei civettasse con tante moine e che i tre maschi la corteggiassero con battute di spirito a nostro avviso idiote.
Seduti nella sala riunioni del giornale davanti a un grande televisore guardammo così tutti insieme il Festival di Sanremo.
La frattura generazionale si manifestò evidentissima quando sullo schermo apparve Caterina Caselli, per la prima volta a Sanremo, per la prima volta con la famosa pettinatura inventata per lei dai Vergottini, che si erano ispirati ai Beatles e che le valse l’appellativo di «Casco d’oro». A differenza delle altre cantanti in abito da sera, era vestita con giubbotto, pantaloni e stivaletti da «mods».
Gli altri giurati inorridirono a sentirla cantare, anzi gridare con mosse per loro sguaiate, Nessuno mi può giudicare. (La canzone in origine era destinata a Celentano, che però le aveva preferito Il ragazzo della via Gluck.)
Luigi e io invece ci entusiasmammo. Caterina ci sembrava l’emblema dei nostri coetanei, e come lei anche noi rifiutavamo di essere giudicati da quei ridicoli matusalemme che ci sedevano al fianco.
Al momento di votare naturalmente votammo per lei, ma fummo messi in minoranza. Probabilmente accadde lo stesso nelle altre centinaia di giurie sparse in tutta l’Italia, perché quell’anno vinse Dio, come ti amo, cantata dalla soave e rassicurante Gigliola Cinquetti in coppia con Mimmo Modugno.
Però l’esordiente “Casco d’oro” si piazzò al secondo posto, in testa ai molti altri cantanti già famosissimi.
Al momento di salutarci noi due «giovani» e il resto della giuria ci guardavamo come al di là di un crepaccio che ci si era appena aperto sotto i piedi. Noi gasatissimi, loro spaventati, sospettosi, diffidenti. Non c’era alcun dubbio che il mondo stesse cambiando.

Luigi Manconi, La musica è leggera, Il saggiatore, Milano, 2012

La Supercoppa in Arabia e la scomoda verità delle parole di Angelo Micciché (Luca Angelini)

Mohammed bin Salman
«Il fatto che la Supercoppa italiana si giochi in un Paese islamico dove le donne non possono andare allo stadio se non sono accompagnate dagli uomini è una tristezza, è una schifezza». Così parlò Matteo Salvini, dando voce all’indignazione di tanti, di destra, di centro e di sinistra. Però, scrive su “Linkiesta “Fulvio Scaglione, ex vicedirettore di “Famiglia Cristiana”, dopo aver concordato che «l’Arabia Saudita è uno Stato canaglia. Anzi: se incrociamo spregiudicatezza e ricchezza, è “lo” Stato canaglia per eccellenza. Per decenni ha finanziato l’estremismo e il terrorismo islamico in tutto il mondo», e lo è ancor di più da quando «è dominata da un giovanotto, il principe ereditario Mohammed bin Salman, 33 anni, che distribuisce la pena di morte come l’aspirina, discrimina (eufemismo) le minoranze etniche e religiose, tratta le donne come esseri inferiori, conduce una guerra di sterminio dei civili nello Yemen e, nei ritagli di tempo, fa rapire, uccidere e smembrare i giornalisti scomodi».
Concordato su questo, forse andrebbero meditate meglio le parole del presidente della Lega Calcio, Gaetano Miccicché: «L’Arabia Saudita è il maggior partner commerciale italiano nell’area mediorientale grazie a decine di importanti aziende italiane che esportano e operano in loco, con nostri connazionali che lavorano in Arabia e nessuno di tali rapporti è stato interrotto. Il sistema calcio non può assurgere ad autorità sui temi di politica internazionale, né può fare scelte che non rispettino il sistema Paese. Al contrario, è un fondamentale supporto alla promozione del Made in Italy e dei suoi valori». Traduzione di Scaglione: «noi del calcio siamo le majorette e i mangiafuoco, ma il circo è il vostro. Siete voi quelli del business vero, quelli che vendono ai sauditi le bombe da usare nello Yemen, quelli che vanno in missione diplomatica e poi si picchiano per i Rolex da rappresentanza distribuiti dal principe (novembre 2015, epoca Renzi), quelli che costruiscono il centro direzionale di Milano con i petrodollari di bin Salman. Anzi, diteci pure grazie, perché con il nostro balletto allietiamo le folle e vi spianiamo la strada».

Dalla rassegna stampa del “Corriere della Sera”, 5 gennaio 2019

6.1.19

La commedia del popolo. Dantisti e petrarchisti nella letteratura italiana (Albero Asor Rosa)



In genere si pensa che la storia della letteratura sia un seguito di grandi uomini e di grandi opere, che ci si deve accontentare di ammirare dal di sotto e da lontano, quasi pargoli indigenti di ogni sapienza. Di certo è anche questo (e anche l´ammirazione da lontano va praticata): ma è anche una moltitudine di minuscoli dati intellettuali e materiali, la cui paziente osservazione porta sovente a scoperte magari semplicissime nella sostanza ma estremamente rivelatrici negli effetti.
Questa considerazione mi viene in mente dalla rilettura di una famosa «epistola» di Francesco Petrarca niente di meno che a Giovanni Boccaccio in merito alla produzione letteraria volgare di Dante Alighieri (bella e straordinaria questa adunanza di «spiriti magni», riuniti intorno ad un tavolo ideale, come soggetti e oggetti della conversazione, per discutere della natura e dei compiti della poesia, anzi, della Poesia).
In questo testo è in gioco l´apprezzamento, - positivo o negativo, o meno positivo, o un tantino negativo, - di un'opera come la Commedia, pietra fondativa, architrave, dell´intero «sistema letterario» italiano. E per quanto l´occasione possa apparire limitativa, - in fondo una lettera originariamente privata, sia pure tra due grandi personalità, una «famigliare» fra le tante (XXI, 15), - lì è contenuta l'essenza di una scelta di fondo, che percorre da un capo all'altro l'intera nostra storia letteraria (forse addirittura fino ai giorni nostri, di sicuro fino all'altro ieri), la contrapposizione, cioè, per dirla in termini molto attuali, quasi da tifo calcistico, tra i filo-danteschi e i filo-petrarchisti, tra i seguaci di una nozione della poesia ispirata all'opera e ai precetti teorici di Dante e i seguaci di una nozione della poesia ispirata all'opera e ai precetti teorici di Petrarca.
Naturalmente, date le premesse, si potrebbe ragionare all´infinito sulle motivazioni, molteplici e ricche, di ognuna delle due linee. Per l'occasione fermerò l´attenzione su di un solo punto, che però, a guardar bene, potrebbe costituire il presupposto di tutti gli altri.
Boccaccio, com'è noto, è un filiale sostenitore (ovviamente a modo suo) della linea dantesca. Però, ammiratore al tempo stesso di quel suo fratello maggiore che era Petrarca, si sforzava in tutti i modi di persuaderlo delle buone ragioni della sua ammirazione per Dante (della cui Commedia aveva inviato anni prima una preziosa copia a Petrarca stesso). Petrarca, contegnoso e, secondo me, anche un poco ipocrita, gli risponde (siamo in anni tardi, intorno al 1360) che lui apprezza e ama Dante ma non può fare a meno di constatare come il suo innegabile ingegno si sia come sporcato e rovinato a causa... A causa di cosa? A causa del fatto che Dante, nelle modalità della sua poesia, nella scelta delle sue tematiche e (soprattutto) nell'uso di una determinata lingua, ha pensato fosse giusto stabilire un rapporto, - un rapporto stretto e per lui molto fecondo, - fra il proprio ruolo di poeta e un pubblico vasto, nel quale avrebbe inevitabilmente assunto un ruolo, superiore a qualsiasi classica misura, l'elemento popolare.
Le parole di Petrarca sono di un'inequivocabile durezza. Egli respinge con sdegno l'insinuazione che potesse «invidiare» Dante per la fama da questi rapidamente acquisita. Come avrebbe potuto invidiarlo, - scrive il poeta classicheggiante e precocemente umanista, - se ad ammirare Dante, con «applauso e strepito sgraziato», si erano distinti in prima fila personaggi come «i tintori», «gli osti», «i lanaioli», ossia i rappresentanti tipici del popolino fiorentino, che fin dalla prima circolazione della Commedia ne avevano imparato i versi a memoria e li salmodiavano o cantavano (testimonianze coeve ce lo confermano) persino in bottega, nell'esercizio delle loro attività artigianali? Non aver scansato in tutti i modi, - come Petrarca dichiara di aver voluto fare accuratamente per sé e per la propria opera, - questa vera e propria contaminazione fra la propria poesia e quel pubblico indegno aveva provocato come altra intollerabile conseguenza negativa che il suo stile, - lo stile di Dante, volentieri piegato dal suo autore a tale contaminazione, - risultasse «insozzato e coperto di sputo dalle balbettanti lingue di costoro».
Comincia da qui, con la sorprendente chiarezza di cui solo un intelletto come quello di Francesco Petrarca poteva esser capace, il lungo percorso del padre Dante nella storia della letteratura italiana successiva. Mi rendo conto, naturalmente, di schematizzare oltre misura. E però non sarebbe difficile dimostrare che la fortuna di Dante, e in modo particolare della sua poesia (che per scelta sua fu, non dimentichiamolo, quasi tutta volgare), s'alza o s'abbassa, in taluni momenti fin quasi a scomparire, a seconda che i letterati italiani di questo o quel periodo si siano posti oppure no il problema di venire incontro alle aspettative, non solo dei membri della loro medesima corporazione, ma a quelle dei «tintori», degli «osti» e dei «lanaioli» dei loro tempi (con il che, com'è ovvio, intendo riferirmi a quelle situazioni sociali, professionali e intellettuali, che di volta in volta sfuggissero ai modelli precedenti del «sistema»).
A questo possibile diagramma storico della nostra letteratura, che vede la presenza maggiore o minore di Dante come il visibile segnale d'una condizione più aperta e rinnovatrice della ricerca, andrebbe accompagnata la parallela ricostruzione della fortuna di Dante direttamente presso le classi popolari italiane, fino ad un periodo a noi assai vicino. «Dire» Dante ha sempre significato a quel livello un'affermazione d'identità, che in quelle parole, in quei versi e in quella lingua «si riconosceva» (né può risultare una diminuzione per la Commedia dantesca il fatto che le si affiancassero nella memoria popolare opere come il Guerrin Meschino o la Gerusalemme liberata). È quello che, con la geniale inventività che lo contraddistingue, ha fatto e continua a fare Roberto Benigni, parente stretto di quei popolani toscani che al Petrarca davano tanto fastidio. Mi preme rilevare che tutto ciò è tutt'altro che casuale.
L'origine ne va cercata infatti nelle scelte stesse di Dante, anche quelle di maggior rilievo e sofisticazione intellettuale. E si può esser sicuri che Dante, se avesse potuto, non si sarebbe lamentato, come Petrarca, d'esser detto o cantato dalle «lingue balbettanti» degli incolti.

“la Repubblica” 29 dicembre 2008

Natale. Una poesia di Salvatore Quasimodo



Natale. Guardo il presepe scolpito,
dove sono i pastori appena giunti
alla povera stalla di Betlemme.
Anche i Re Magi nelle lunghe vesti
salutano il potente Re del mondo.
Pace nella finzione e nel silenzio
delle figure di legno: ecco i vecchi
del villaggio e la stella che risplende,
e l'asinello di colore azzurro.
Pace nel cuore di Cristo in eterno;
ma non v'è pace nel cuore dell'uomo.
Anche con Cristo e sono venti secoli
il fratello si scaglia sul fratello.
Ma c'è chi ascolta il pianto del bambino
che morirà poi in croce fra due ladri?

Tutte le poesie, Milano, Mondadori 1965

5.1.19

Novecento. Il Milan batte l'Inter sia nel primo che nell'ultimo derby del secolo

10 ottobre 1999 - Weah esulta dopo il goal segnato all'Inter

L’Internazionale viene fondata da quarantaquattro soci fuoriusciti del Milan nel marzo del 1908 e la prima stracittadina ufficiale si può disputare appena dieci mesi dopo, il 10 gennaio 1909.
Si gioca al Monforte, su un campo pesantissimo, dove il Diavolo schiaccia per 3-2 il Biscione con le reti di Attilio Treré, Pietro Lana e Max Laich. I contendenti giocano a viso aperto, anche per merito degli interisti sempre sul pezzo e capaci di pareggiare due volte, con Malcher e Schuler. I novanta minuti hanno luogo nell’ambito del girone eliminatorio milanese, che nessuna delle due squadre supera perché sopraffatte dall’Unione Sportiva Milanese, che gode da terzo incomodo. Una curiosità: la gara è diretta da Goodley, un tesserato della Juventus.
Novantanni dopo il 23 ottobre 1999, il Milan si ripete ancora di misura, questa volta 2-1, con Sevcenko e Weah, abili a ribaltare lo 0-1 di Ronaldo. È un derby aspro, che le due formazioni giocano senza rispiarmarsi, come evidenziano anche le due espulsioni, una per parte, di Ronaldo prima e Ayala poi. E se a seguire il primo derby pare ci siano stati centocinquanta spettatori, a vedere il secondo erano quasi ottantamila!

Fonte: Giuseppe Di Cera Forse non tutti sanno che il grande Milan

Cucina di mare. Il brodetto alla vastese.

Tracina
La tradizione della cucina di pesce sulla costa abruzzese trova una delle sue espressioni più valide nel brodetto, che nei secoli ha prodotto molte varianti nelle località marittime. Tra le più famose quella vastese sembra affondare le radici nella tradizione della scafetta, una sorta di buonuscita settimanale in natura che veniva data ai pescatori. Era un misto di pesci poveri, soprattutto di scoglio e di fondale, dallo scorfano alla lucerna fino alla tracina, tanto tenaci quanto saporiti, tali comunque da richiedere diversi tempi di cottura, il che richiede una cura speciale nella preparazione. Altra cura è ridurre al minimo i movimenti del pesce nel tegame per evitare possibili rotture. Con il pomodoro mezzotempo, altro orgoglio locale, il peperone verde, l’aglio rosso di Sulmona, il prezzemolo e l’olio extravergine i pesci finivano nel tegame di terracotta (tijélle), anch’esso colonna fondamentale della ricetta tradizionale. Oggi tra i ristoratori, ma anche nelle famiglie, si tende ad arricchire il brodetto con crostacei e pesci più pregiati, ma pare che sia in preparazione alla camera di Commercio di Chieti un disciplinare che tende a canonizzare la preparazione e a controllare che le innovazioni non comportino uno snaturamento.

Fonte principale: la guida Le strade del cuore, la Repubblica, 2018 

I colori del presepe. Da un'intervista di Wanda Valli a Edoardo Sanguineti (2008)



«Ho lasciato Genova a tre anni, dunque i miei Natali erano a Torino. Abitavamo in un palazzo che aveva due scale, in una, in un alloggio, stavamo noi, nell'altra la famiglia di mio zio. Lui, pittore dilettante piuttosto bravo, era uno specialista nel dipingere il fondale del presepe con i colori tipici del tramonto, e a me è rimasta impressa l'immagine di quel cielo rosso che stava alle spalle delle statuine, di tutto. Il Natale era un giorno di festa, per me bambino, poi, a poco a poco mi staccai dal presepe, dal culto dei regali, dall'arrivo del Bambin Gesù che li portava e, gradualmente, assunsi uno sguardo laico, capii che quello era un mondo da favola, anche attraente, ma inconsistente».

“la Repubblica”, ed. di Genova 23 dicembre 2008

4.1.19

Teste fiorite. Una poesia di Gianni Rodari


Se invece dei capelli sulla testa
ci spuntassero i fiori, sai che festa?
Si potrebbe capire a prima vista
chi ha il cuore buono, chi la menta trista.
Il tale ha in fronte un bel ciuffo di rose:
non può certo pensare a brutte cose.
Quest’altro, poveraccio, è d’umor nero:
gli crescono le viole del pensiero.
E quello con le ortiche spettinate?
Deve avere le idee disordinate,
e invano ogni mattina
spreca un vasetto o due di brillantina.
per un bel pezzo si scalderà.

Da Filastrocche in cielo e in terra, Einaudi, 1960

Primo gelo. Una poesia di Gianni Rodari

Gennaio 2019 - Neve a Campobasso
Filastrocca del primo gelo:
gela la neve caduta dal cielo,
gela l’acqua nel rubinetto,
gela il fiore nel vasetto,
gela la coda del cavallo,
gela la statua sul piedistallo.
Nella vetrina il manichino
trema di freddo, poverino;
mettetegli addosso un bel cappotto,
di quelli che costano un terno al lotto:
finché qualcuno lo comprerà
per un bel pezzo si scalderà.

Da Filastrocche in cielo e in terra, Einaudi, 1960

3.1.19

Latino lingua viva. Le “feriae latinae”

Il Cicerone dei Musei Capitolini

Del ritorno di fiamma per il latino scrive Crivelli sotto Natale sul “Sole 24 Ore”. Racconta, tra l'altro, delle feriae latinae, vacanze studio per studenti primi della classe, insegnanti in prevalenza giovani e appassionati d'ogni età. Si svolgono in luoghi isolati, come alcuni monasteri austriaci, e durano almeno una settimana, in cui si parla solo latino. Per i termini che ai tempi degli antichi romani non esistevano è stato anche messo a punto un dizionario ad hoc: minigonna si dice tunicula minima, il computer instrumentum computatórium, il preservativo tegumembra.

2.1.19

1987. Il Gran Maestro Corona pubblica gli archivi massonici, ma quelli vecchi di decenni... (Sebastiano Messina)

Giovanni Pascoli

ROMA
Quando il professor Valletta, nel 1920, intervenne per far cessare l'occupazione delle fabbriche, non fece altro che applicare la linea della massoneria. La sua proposta di far partecipare agli utili ricalcava l' idea del gran maestro dell'epoca, Domenico Torrigia, approvata dalla giunta del Grande Oriente. E Valletta, che era massone, provò a metterla in pratica....
Valletta tra i fratelli muratori, anche lui col grembiulino, il compasso e la cazzuola? Aldo Mola e Annamaria Isastia, i due storici che hanno potuto leggere per primi gli elenchi dei massoni dal 1870 al 1923, rispondono che non è quella l'unica sorpresa saltata fuori dai registri storici del Grande Oriente. I quindici libroni ammuffiti che ieri il gran maestro della massoneria italiana Armando Corona ha aperto davanti ai giornalisti, contengono 80 mila nomi e 800 mila dati. Ma chi c'è, in quegli elenchi? Oltre al manager che guidò la Fiat attraverso il ventennio, ci sono uomini di governo come Francesco Crispi, il presidente del Consiglio che ordinò la conquista dell'Eritrea, e Giuseppe Zanardelli, il primo ministro che legò il suo nome al codice penale. C'è il filosofo Antonio Labriola, che alla fine del secolo introdusse in Italia il pensiero marxista. C'è il maresciallo Badoglio, il conquistatore dell' Etiopia che prese il posto di Mussolini dopo la caduta del fascismo. C'è Ugo Cavallero, il capo di stato maggiore che si uccise dopo l'armistizio dell' 8 settembre. C'è il generale Capello, quello che comandava la Seconda Armata nella disfatta di Caporetto. C'è l'irredentista Leonida Bissolati. Ci sono i primi due sindaci laici di Roma, il conte Luigi Pinciani ed Ernesto Nathan. Ci sono Giovanni Pascoli ed Edmondo De Amicis. C'è Enrico Fermi, il padre dell'atomica.
Enrico Fermi

Quando Garibaldi era gran maestro
E ci sono, ovviamente, tanti gerarchi fascisti. Da Italo Balbo, l'aviatore che diventò governatore della Libia, ad Achille Starace e Roberto Farinacci, i segretari del partito che nel 45 furono fucilati dai partigiani. Nessun Savoia, professore? Negli elenchi non c'è traccia dei regnanti assicura Aldo Mola ma un indizio c'è. Riguarda Umberto I. Quando fu assassinato da Bresci, il labaro dei maestri segreti fu esposto listato a lutto, un fatto del tutto inconsueto. Di qualcuno si sapeva già che fosse massone come Garibaldi, che fu gran maestro nel 1864 e assegnò il grado più elevato all'anarchico Bakunin, su altri circolavano dei sospetti, altri ancora costituiscono autentiche sorprese anche per gli storici. I due studiosi che hanno spulciato quegli interminabili elenchi hanno cercato di convincere i cronisti che la vera notizia è la radiografia di una massoneria interclassista: “Quei nomi di cuochi, ferrovieri, sarti, contadini e ragionieri smentiscono il luogo comune che la massoneria sia un'organizzazione d'élite, classista. È vero il contrario. Abbiamo fatto una prima statistica delle professioni, provvisoria e parziale ma abbastanza attendibile. Ebbene, al primo posto figurano i militari: ma mica i generali, erano quasi tutti ufficiali inferiori o sottufficiali. Poi gli avvocati, gli impiegati, i medici. Armando Corona, il gran maestro che sta cercando di ripulire la massoneria e la sua immagine dal fango della loggia P2, ha assistito soddisfatto ieri pomeriggio alla presentazione ai giornalisti di quei quindici volumi, alla vigilia della Gran Loggia amministrativa che è un po' il congresso del Grande Oriente d'Italia. Averli ritrovati ha spiegato senza nascondere il suo orgoglio significa ritrovare le proprie radici, acquisire la certezze che, allora come oggi, l'essere e il divenire massoni non era generato dal censo, dalla propria categoria sociale, dagli studi compiuti: l'operaio sedeva in loggia con il professionista, l'artigiano con il letterato, il commerciante con il docente universitario.

Una mossa a costo zero
Bella mossa, quella del grande nemico di Gelli: con un sol colpo ha mostrato un'immagine trasparente della massoneria (è il primo gran maestro a ordinare la pubblicazione di elenchi ufficiali) e ha esposto nella vetrina del Grande Oriente molti nomi celebri della storia patria. E tutto questo a costo zero, perché rendere pubblici quegli elenchi non dà fastidio a nessuno, ormai. Le liste dei massoni di oggi, invece, restano inaccessibili. Se le acque si calmeranno, ha fatto capire Corona, forse tra qualche anno anche su quelle sarà tolto il segreto. Chi vivrà vedrà. Se il gran maestro è potuto tornare in possesso degli elenchi, lo deve a uno sfratto. Pochi mesi fa, quando il Grande Oriente si vide ingiungere dal magistrato di lasciare Palazzo Giustiniani, i massoni vuotarono le cantine per trasferire tutto nella nuova sede di villa Medici del Vascello, al Gianicolo. Sommersi da altre cartacce, sporcati dagli insetti e rovinati dall'umidità, vennero allora alla luce i quindici volumi che i fascisti avevano cercato invano nel 1925, quando fecero irruzione nel palazzo. Qualcosa trovarono, allora: due libri zeppi di nomi che i gerarchi cominciarono a leggere avidamente. Ma si fermarono subito: ai primi posti c'erano i nomi dei massimi esponenti del governo, i vertici dell'esercito e i notabili del regime. Erano elenchi falsi, confezionati ad arte da un gran maestro previdente che aveva messo al sicuro i registri veri già due anni prima. Una beffa, riuscita in pieno.

“la Repubblica”, 21 marzo 1987

La fama del Belli. Gogol lo ascoltò, poi disse: “Grande!”


Gioachino Belli non volle che i sonetti fossero stampati, però li leggeva in alcuni salotti di amici sicuri. Li leggeva atteggiando il viso a estrema serietà, anche quando si trattava di versi comici, e facendo una grande attenzione alla pronuncia. Sembra che fosse un dicitore irresistibile. Lo udì Gogol di passaggio a Roma, nel salotto della principessa Zenaide Wolkonsky e ne rimase affascinato, tanto da parlarne a Sainte-Beuve che a sua volta ne scrisse: “Straordinario! Un grande poeta a Roma, un poeta originale: si chiama Belli (o Beli). Gogol lo conosce e me ne ha parlato a fondo. Scrive dei Sonetti in dialetto trasteverino, ma dei Sonetti che si legano e formano un poema: sembra che sia un poeta raro nel senso serio del termine... Non pubblica, e le sue opere restano manoscritte. Sui quaranta: piuttosto malinconico nel fondo, poco estroverso...”.
Clandestina in patria, la fama di Belli come poeta romanesco rimbalza così negli ambienti letterari internazionali e, stranamente, questa situazione si protrarrà a lungo anche dopo la morte del poeta e la fine delle condizioni che ne avevano consigliato la clandestinità. In Germania, in Inghilterra, in Russia, in Francia, i sonetti vengono tradotti e studiati, quando in Italia sul nome di Belli resta tenacemente incollata l'ombra del macchiettista, che lo relega fra i poeti minori e di genere. Molto più di lui, a Roma erano famosi e apprezzati Trilussa e Pascarella, più facili da capire, più espliciti, dice Carlo Muscetta, che ha molto contribuito con i suoi scritti a far conoscere il poeta: "Basti pensare che Benedetto Croce lo nomina solo di passaggio per opporgli la grandezza di Pascarella: un giudizio che i belliani, ancora oggi, non riescono a perdonargli".

“la Repubblica”, 9 febbraio 1991

La Roma del Belli. “Vogliono pane, dategli indulgenze!” (Daniela Pasti)

Hyppolite Delaroche, Ritratto di Gregorio XVI (1844)

La Roma raccontata dal Belli è la Roma dei sei papi che regnarono ne settantadue anni in cui egli visse, anni di enormi agitazioni, di movimenti politici, di va-e-vieni tra occupazioni militari e restaurazioni, in una città sordida e spopolata, abitata da plebi tra le più incolte e ciniche che ci fossero allora in Italia.
Belli ritrae questa città che si lascia vivere con indolenza mentre si diffonde la consapevolezza che lo Stato della Chiesa è diventato ormai un anacronismo. Già in un sonetto del 32 (Li punti doro) Belli scrive: Cusì viengheno a dì li giacubini, / ar gran sommo pontefice Grigorio: / che te fai de li stati papalini, / dove la vita tua pare un mortorio?. Non fu così facile, comunque. Ancora nel 1862 trecento vescovi reclamarono che il potere temporale era una necessità voluta direttamente dalla provvidenza divina. Affermazioni impegnative, un anno dopo la proclamazione dell'Unità dItalia.
Quando Giuseppe Gioachino nacque, sul soglio di Pietro sedeva Pio VI papa Braschi, non malvagio ma certo inadeguato ai cataclismi di quegli anni: prima la Rivoluzione, poi la folgore di Napoleone. Nel 98 il Direttorio fa occupare Roma e deporre il papa. “Fatemi morire a Roma”, implora il pontefice. “Può morire dove vuole”, gli rispondono. Morirà in carcere nella fortezza di Valence. Anche il suo successore Pio VII deve fare i conti con Napoleone, che lo fa deportare, mentre Roma conosce l'occupazione francese (1808). Per i romani, umiliazione a parte, non è gran male. La presenza degli occupanti dà una scossa a una città che l'amministrazione pontificia ha conservato in condizioni quasi medievali: obelischi e basiliche in un tessuto urbano ridotto a melmoso villaggio.
Dopo la sconfitta di Napoleone a Lipsia, il papa può tornare a Roma dove rientra il 24 maggio 1814, accolto trionfalmente. La furia restauratrice di alcuni cardinali che vogliono cancellare ogni traccia degli occupanti, arriva al punto da chiedere l'abolizione dell'illuminazione stradale introdotta dai francesi. Salva tutti dal ridicolo il genio di Ercole Consalvi, segretario del papa, politico sommo. Nato in una città meno degradata, sarebbe stato un Metternich. In un paese più consapevole della sua storia sarebbe diventato comunque un mito, come Talleyrand.
Pio VII regna per quasi un quarto di secolo, il suo successore, Leone XII, solo sei anni. Bastano per darci l'immagine dun papa terrorizzato dai tempi, ferocemente restauratore. È lui che durante l'anno Santo del 25, fa impiccare in piazza i due carbonari Targhini e Montanari. Quando papa Della Genga morì, apparve questo cartello: “Ora riposa Della Genga, per la sua pace e per la nostra”. Eppure il Belli ne rievoca anni dopo il mortorio, con uno dei suoi attacchi più teneri: Iersera er papa morto c'è passato, / propi avanti al cantone de Pasquino.... Venti mesi soltanto (tra il 29 e il 30) resta sul trono il suo successore che per distinguersi da lui s'affretta a chiamarsi Pio VIII. In un sonetto del 1° aprile 29, all'indomani dell'elezione, Belli ne dileggia la malferma salute: Ha un erpeto pe tutto, nun tiè denti, / è guercio, je trascineno le gambe.... Gregorio XVI, papa Cappellari, bellunese, regnante dal 31 al 46, è il papa centrale nella vita e nella poesia del Belli, il personaggio principale della sua umana commedia. A papa Grigorio il poeta dedica ben 25 sonetti, tra i quali alcuni dei più riusciti. Reazionario anche lui, ma forse proprio per questo gli piaceva. Gregorio è il papa che nell'enciclica Mirari vos (1832) definisce tra l'altro un vaneggiamento che ognuno debba avere libertà di coscienza, a questo nefasto errore conduce quell'inutile libertà d'opinione che imperversa ovunque...
Di Gregorio, il Belli celebra a modo suo l'elezione. Il sonetto del 2 febbraio 31, appena chiuso il conclave, attacca festoso: Senti, senti Castello come spara. / Senti Montecitorio come sona. / E segno chè finita sta cagnara, / er papa novo già sbenediziona. Stranamente invece, Belli non ne racconta la morte che avviene il 1° giugno 46. In quel periodo il poeta non scrive e i ricordi di Gregorio arrivano più tardi, in autunno, in un sonetto nel quale Belli deride l'ultimo papa della sua vita: Mastai Ferretti, Pio IX, intanto arrivato sul trono di Pietro. Un papa giudicato prima liberale poi traditore, destinato a patire la repubblica del 49 e la breccia di Porta Pia nel 70. E il Pio IX di fama liberale del primo periodo che Belli racconta in un sonetto del gennaio 47, con un attacco grandiosamente reazionario: No, sor Pio, pe smorzà le turbolenze, / questo qui non è er modo e la magnera. / Voi, padre santo, nun n'avete cera, / da fa er papa sarvanno le apparenze. / La sapeva Grigorio l'arte vera / de risponne da Papa a l'insolenze: / Vonno pane? Mannateje indurgenze; / vonno posti? Impiegateli in galera.
Questa era Roma.

“la Repubblica”, 9 febbraio 1991

Traduttori di Omero nel Novecento. L’incruento, fertile duello tra Pavese e Rosa Calzecchi Onesti (Alessandro Jannucci)

Ho trovato su “L'Indice” questo interessante articolo di Alessandro Iannucci, che insegna Lingua e letteratura greca all'Università di Bologna. Mi pare che vi si rintracci una sottovalutazione degli esperimenti di traduzione omerica di Quasimodo, su cui il giudizio, di sostanziale stroncatura, mi pare quanto meno affrettato. (S.L.L.)



Il recupero ideologico del classico nel primo Novecento da parte delle élite vicine al fascismo sembrano dar vita in Italia come in Germania, a una singolare continuità del neoclassicismo. Mentre nel resto d’Europa, proprio a partire da Omero, si avviano interpretazioni radicalmente nuove, illuminate dalla prospettiva antropologica e libere dai vincoli del modello, nella cultura italiana permangono letture impastate di retorica in cui prevale l’urgenza della
Ettore Romagnoli
riappropriazione dei testi. Ettore Romagnoli, in particolare, sviluppa un grandioso progetto di traduzione dei classici che inaugura con Zanichelli un nuovo mercato editoriale ancora oggi protagonista: Eschilo (1921), Aristofane (1924-27), Sofocle (1926), i Lirici (1932-36) e naturalmente Omero (l’Odissea nel 1923 e l’Iliade nel 1924). Romagnoli fu un grande divulgatore, sinceramente interessato a una diffusione dei classici al di fuori dei circuiti accademici: pubblicista brillante e polemista arguto nei giornali e nelle riviste culturali, promotore di rappresentazioni dei testi teatrali classici, prima a Padova con i suoi studenti, poi a Siracusa inaugurando nel 1914 la lunga stagione dell’Istituto nazionale del dramma antico. L’acceso antifilologismo e la spontanea adesione al fascismo hanno sicuramente pesato negativamente nel complessivo giudizio su Romagnoli. Si è così forse trascurato il lato più innovativo e in straordinario anticipo sui tempi del suo profilo: la generosa attenzione rivolta a una comunicazione pubblica del proprio sapere, oggi tanto in voga nell’ambito della cosiddetta terza missione universitaria.
In ogni caso la sua traduzione omerica resta confinata nella propria epoca ed esprime una cultura ancora legata ai modi del rifacimento letterario. Come nei precedenti esperimenti di Pascoli (1899) e in quelli successivi di Quasimodo sull’Iliade (1966 e 1968 con illustrazioni di de Chirico) il traduttore non accetta di farsi da parte, di rendersi quasi “trasparente” – come suggeriva Benjamin – per non coprire l’originale, ma al contrario lo pervade con la sua personale poetica fino a trasformarlo in una nuova opera, quasi imitazione e riscrittura dell’ipotesto piuttosto che versione in grado di riprodurne, per quanto in modo sbiadito, significati e significanti.
La lingua utilizzata è quella della tradizione poetica italiana; il neoclassicismo si coniuga con gli esiti delle poetiche tardo-ottocentesche e del primo Novecento, in un intreccio che ha come risultati un vocabolario aulico e antico, anche quando siano esplicitamente ricercate semplicità e immediatezza.
La lingua utilizzata è quella della tradizione poetica italiana; il neoclassicismo si coniuga con gli esiti delle poetiche tardo-ottocentesche e del primo Novecento, in un intreccio che ha come risultati un vocabolario aulico e antico, anche quando siano esplicitamente ricercate semplicità e immediatezza. È una lingua altra, del tutto artificiale e sempre più distante dalla prosa che in Svevo e Pirandello è ormai modernamente priva di eccessivi reticoli letterari; una lingua poetica che riflette gli orizzonti di attesa di una comunità ristretta e che offre anche a Omero un volto affatto diverso rispetto al fervore degli studi e delle trasformazioni di quegli anni. Mentre Parry e Lord rivoluzionano ogni concezione letteraria di Omero, rivelandone la spontaneità orale del linguaggio formulare, le versioni di Romagnoli, Pascoli, Quasimodo sembrano confermare l’idea che Omero sia una palestra in cui la cultura letteraria italiana possa e debba esercitare la propria necessità di appropriazione, l’ostinata ricerca di radici culturali che si rivelano falsificazione del modello. L’Omero di Romagnoli è il cantore di un eroismo virile, diretto erede del biancore neoclassico di Monti. Quello di Pascoli è più intimo e segnato da una tensione poetica personale straripante, fitta di simboli e di sentimentalizzazioni; a sua volta Quasimodo riproduce nel testo di partenza i lampi delle sue inquiete e talora oscure visioni.

La svolta della traduzione di Rosa Calzecchi Onesti
In questo scenario, a metà del secolo, tra il primo dopoguerra e gli anni del boom economico, emergono improvvise due nuove tensioni nell’approccio ai classici, espresse dai principali protagonisti del cambio di passo della cultura letteraria italiana, Pavese e Pasolini.
Pavese, come noto, fu tra i promotori di una nuova stagione culturale legata alla casa editrice Einaudi, nata da una confraternita di allievi del liceo torinese D’Azeglio di cui era parte insieme allo stesso Luigi Einaudi, a Norberto Bobbio, a Massimo Mila e Carlo Ginzburg, modellata forse sulle suggestioni del poeta americano Walt Whitman, oggetto della sua tesi di laurea (1930) e poi al centro del celebre, e drammatico, magistero del professor Keating (Robin Williams) nel film L’attimo fuggente (1989). L’attenzione ai miti mediterranei, all’etnologia e alla storia delle religioni che diede vita alla famosa collana viola, e soprattutto l’insoddisfazione per quell’Omero letto attraverso la lente deformante del neoclassicismo spingono Pavese a cercare una nuova traduzione che restituisse finalmente l’autenticità dell’antico. Si rivolge quindi a un grecista come Untersteiner, tra i primi in Italia a prestare attenzione alle funzioni e ai significati originari del mito. Untersteiner, a sua volta, propone a Pavese una giovane allieva milanese, Rosa Calzecchi Onesti cui subito è affidato nello scetticismo generale un progetto di traduzione interlineare dell’Iliade in cui a ogni verso greco corrisponda una linea di testo in italiano. Nasce il fortunato modello dei classici con il testo a fronte in cui la versione tradotta non sostituisce il testo originale e non ne rappresenta l’ennesimo rifacimento, ma si propone piuttosto di guidare il lettore a una comprensione autentica, a suo modo filologica perché fedele e aderente al testo. Lo stesso Pavese aveva sperimentato questa modalità negli inediti o postumi abbozzi di traduzione della Teogonia di Esiodo o del IX canto dell’Odissea, cercando una corrispondenza assoluta tra le parole e il loro ordine nell’originale a costo di violare la sintassi della lingua italiana. Tra Pavese e Calzecchi Onesti nasce una collaborazione straordinaria, il famoso “incruento duello” in cui sono dibattute molte scelte traduttive; ma fin dall’inizio grava sulla giovane traduttrice il dubbio che la responsabilità finale dell’opera, o almeno di gran parte di essa, sia in realtà da attribuire al ben più famoso e autorevole scrittore. Gli studiosi ancora ne discutono, spulciando nella fitta corrispondenza tra i due conservata presso il Fondo Einaudi dell’Archivio di Stato di Torino. In ogni caso l’Iliade einaudiana esce nel 1950, dopo il suicidio di Pavese avvenuto il 26 agosto 1950, mentre Calzecchi Onesti ne correggeva le bozze e intanto già preparava la traduzione dell’Odissea che sarà poi pubblicata solo nel 1963. Nella sua ultima lettera alla traduttrice datata 25 luglio di quella stessa estate, ambiguamente, Pavese sembra quasi prendere congedo da un’opera che aveva almeno in parte avvertito come propria e le scrive, a proposito delle sue prime prove sull’Odissea, che ormai tradurre Omero le “riusciva benissimo, come la frittata” e che a questo punto non avrebbe più avuto bisogno di lui. In una lettera del 1948, nelle fasi iniziali di questo felice ma fin troppo breve incontro, Pavese aveva invece fissato l’ambizioso obiettivo di “rendere contemporaneo Omero”. E davvero questo irripetibile – e rapidissimo – lavoro aveva restituito al poema almeno in parte il suo carattere ancestrale e orale. La traduzione era programmaticamente intesa come oggettiva, sfrondata da ogni abbellimento tipico dei rifacimenti e ambiva ad essere strumento in grado di riflettere e accostare l’originale greco. L’utilizzo a volte straniante del sistema di traduzione rigo per rigo consentiva sia di seguire il testo antico sia di marcarne la distanza rispetto al lettore moderno. Il progetto coglie nel segno. La traduzione di Calzecchi Onesti rappresenta una svolta epocale: ha segnato intere generazioni di studenti, studiosi e lettori per oltre mezzo secolo, consegnando finalmente Omero a una lettura antropologica e contemporanea, libera da vincoli monumentali.
A breve distanza di tempo, in quello stesso decennio Pasolini si rivolgerà ai classici con l’urgenza creativa dello scrittore che intende manipolarne i testi, anche attraverso forme di riscrittura più che di traduzione o meglio di “traslazione”, come la famosa versione in romanesco del Miles gloriosus di Plauto intitolata Il vantone (1963). In quelle stesse rappresentazioni siracusane in cui ancora andavano in scena le vecchie versioni di Romagnoli, la Orestiade di Pasolini (1960), ancorché con qualche errore di traduzione, è una svolta altrettanto significativa del progetto omerico di Pavese (e Calzecchi Onesti). Mentre la ricerca scientifica produce e sviluppa nuove interpretazioni e teorie critiche – con la scoperta del lato oscuro e irrazionale dei Greci da parte di Dodds e con gli studi di antropologia storica della scuola francese di Vernant – l’Iliade einaudiana e l’Orestiade di Pasolini hanno il grande merito di contribuire a quel decisivo cambiamento di prospettiva che sgombra definitivamente il campo da ogni tentazione neoclassica o neoumanista e che restituisce i classici alla cultura del proprio tempo e a una lettura ben oltre gli ambiti dei rituali di apprendimento scolastico e universitario o gli esoterismi accademici degli addetti ai lavori.
Ma la contemporaneità di Omero, raggiunta nel 1950 e durata ben oltre le aspettative va continuamente aggiornata. Le scelte traduttive di Calzecchi Onesti quasi sempre risultavano un radicale svecchiamento del testo omerico dalle briglie di una lunga tradizione letteraria; ma questa traduzione mostra tutti i suoi anni e ora, paradossalmente, è suo malgrado aulica, infarcita di latinismi e parole sentite ormai come arcaicizzanti. Progettata perché fosse semplice e trasparente, oggi non è quasi più comprensibile senza un ricco apparato di note a esegesi della lingua italiana più che di Omero. Eppure gli effetti di questa operazione editoriale rivoluzionaria permangono ancora nel suo principale risultato: l’esigenza di attualità che impone di riproporre continuamente nuove traduzioni, sia perché in specie quelle omeriche invecchiano in fretta, sia perché lo scenario interpretativo si trasforma costantemente.

L'Indice, febbraio 2017

1.1.19

Aznavour Charles, chansonnier (dai “Cento Nomi” di Gianni Mura)



Chahnour Varinag Aznavourian all’anagrafe armena. Mai dimenticata, era sempre in prima fila quando si trattava di evocare il genocidio perpetrato dai turchi sul suo popolo. Cantava in sei lingue, sette col napoletano. Ha venduto trecento milioni di dischi. Ispirato dall’amore quotidiano ha conquistato molte generazioni con la sua voce roca, la sua faccia da pugile malinconico. Ha girato una sessantina di film, tra i registi Clair, Cayatte, Truffaut, Petri, Chabrol, Lelouch. Al suo funerale Macron, Hollande e Sarkozy. Diceva: «Non sono mai stato giovane e quindi non posso essere vecchio». Un grande. Chapeau: 9.

“la Repubblica”, 31 dicembre 2018

La fisica del 2018, tra dubbi e scoperte (Natalie Wolchover)


Tra particelle elementari e ottetti. La fisica matematica Cohl Furey
Cosmologia, fisica e astronomia stanno attraversando un periodo di particolare vitalità, tra la confusione legata alla messa in discussione di teorie ritenute consolidate o promettenti e la grande apertura a nuovi scenari dovuta a risultati inaspettati.
Dieci anni fa era praticamente una verità sacrosanta tra i fisici che l'universo fosse iniziato con un'improvvisa espansione dello spazio nota come inflazione cosmica.
Inoltre, i fisici credevano che la materia oscura del cosmo fosse costituita da nuvole invisibili di particelle inerti e pesanti, soprannominate WIMP, e che le leggi della natura rispettassero la supersimmetria, un ordinato rispecchiamento della materia e delle forze.
Tutto quello che era rimasto da fare era raccogliere le prove di queste soluzioni ad alcuni dei più grandi misteri dell'universo.
Quelle prove non sono mai arrivate. Oggi, la storia dell'origine del cosmo è messa in dubbio, l'identità della materia oscura è aperta a ogni ipotesi e la supersimmetria è tutt'altro che scontata, lasciando delle lacune nelle nostre leggi della natura.
Se a questo si aggiunge il mistero dell'energia oscura, i paradossi dei buchi neri e le bizzarrie quantistiche, è chiaro che il campo della fisica fondamentale sta vivendo un periodo sia di confusione sia di tonificante apertura a nuove idee.
Quest'anno non ha portato indizi significativi o risposte ad alcuni dei misteri fondamentali della fisica. Anzi, quei misteri si fanno sempre più fitti. Al contrario, i fisici della materia condensata, che studiano gli esotici comportamenti emergenti di un gran numero di particelle, e gli astronomi, armati di potenti nuovi telescopi, stanno letteralmente nuotando nei dati e nelle scoperte.

Perché il rompicapo del buco nero di Stephen Hawking continua a sconcertare
Il celebre fisico britannico Stephen Hawking è morto il 14 marzo scorso all'età di 76 anni. Hawking amava scommettere con i colleghi su questioni cruciali della fisica teorica. Nel 1991, scommise che l’informazione che cade in un buco nero viene distrutta senza poter essere più recuperata.
Hawking ha perso la scommessa; i fisici ora credono che l'informazione sfugga in qualche modo ai buchi neri. Ma il modo in cui ne esce – una questione sollevata dalla scoperta di Hawking della radiazione di un buco nero – è diventato un importante volano della ricerca in fisica fondamentale. Un approccio sempre più popolare è stato studiare la questione trattando i buchi neri come ologrammi.

Il sussurro delle prime stelle alimenta il dibattito sulla materia oscura
A marzo, alcuni scienziati hanno riferito che un gruppo di piccole antenne radio nell'entroterra australiano, l'esperimento EDGES, ha rilevato una banda di assorbimento spettrale proveniente dalle prime stelle.
L'intensità del segnale, che indica quanta luce era assorbita da quelle stelle, era sorprendentemente forte, suggerendo che il cosmo primordiale fosse significativamente più freddo di quanto si pensasse. Un cosmologo ha ipotizzato che il vorticoso gas di quell’epoca avrebbe potuto essere raffreddato da interazioni con un tipo di materia oscura non standard, ma questa idea non ha retto alla prova del fatti. Vale la pena tenere d'occhio i prossimi studi sul presunto segnale dell'alba cosmica.

L'orbita straordinaria di un nuovo mondo punta al Pianeta Nove
Gli astronomi discutono da diversi anni sull'esistenza di un pianeta gigantesco oltre l'orbita di Nettuno. A maggio è stato individuato un altro corpo roccioso, più piccolo, che ha aggiunto prove indiziarie al caso del "Pianeta Nove". Per quanto riguarda trovarlo, però, il potenziale nono pianeta potrebbe essere essenzialmente invisibile agli osservatori attuali.
Andando ben oltre il nostro sistema solare, nello scorso aprile la pubblicazione di misurazioni dettagliate di oltre un miliardo di stelle della Via Lattea da parte del telescopio spaziale Gaia ha stimolato una nuova comprensione di come la nostra galassia si è formata ed evoluta. Gli astronomi hanno identificato popolazioni anomale di stelle che sembrano conservare il ricordo di un'antichissima collisione tra la giovane Via Lattea e una galassia nana. "Ci sono detriti dappertutto", ha spiegato Vasily Belokurov dell'Università di Cambridge.

La matematica particolare che potrebbe essere alla base delle leggi della natura
Mentre i ricercatori si scervellano sull'insieme apparentemente casuale di particelle elementari e forze, nuove scoperte alimentano il vecchio sospetto che questi ingredienti scaturiscano dalla logica di strani numeri in otto parti chiamati "ottetti". La fisica matematica Cohl Furey ha trovato alcuni intriganti nuovi collegamenti tra particelle elementari e ottetti, ma resta da vedere se porteranno a una svolta o a un vicolo cieco.

L'energia oscura potrebbe essere incompatibile con la teoria delle stringhe
A partire dall'estate scorsa, i fisici hanno discusso un'ipotesi che sembra mettere il nostro universo in contrasto con la teoria delle stringhe.
L'ipotesi afferma che mentre l'universo si espande, la densità di energia nel vuoto dello spazio deve diminuire più velocemente di un certo tasso. La regola sembra valere in tutti i modelli semplici di universi basati sulla teoria delle stringhe, il che suggerisce che potrebbe valere in tutto il "paesaggio" di possibili universi che la teoria consente.
Ma la regola viola due diffuse convinzioni sull'universo attuale: considera impossibile sia l'immagine standard dell'espansione attuale del cosmo, dominata dall'energia oscura, sia il modello principale della sua nascita esplosiva, la teoria nota come inflazione cosmica.
L'ipotesi ha causato confusione, ma "anche, ovviamente, enorme eccitazione", ha detto il fisico Timm Wrase, perché "ha molte implicazioni di grande portata per la cosmologia".

Perché il modello a molti mondi ha molti problemi
Quest'anno, il secolare dibattito sul significato della meccanica quantistica è stato riacceso da diversi esperimenti, reali e mentali, che contribuiscono alla discussione sulla realtà in un universo probabilistico.
L'articolo di "Quanta" più commentato del 2018 è stato una revisione critica della sempre più popolare "interpretazione dei molti mondi", che ipotizza l'esistenza di un numero quasi infinito di universi che riproducono in parallelo tutte le possibili realtà consentite dalla meccanica quantistica. L'autore, il giornalista Philip Ball, ha definito i problemi che scaturiscono da questa idea "soverchianti".
Per quanto riguarda i risultati da osservare nei prossimi anni, i fisici della materia condensata hanno trovato segni di un limite fondamentale di velocità in materiali quantistici e hanno riflettuto sulle atmosfere quantistiche recentemente proposte. L'esperimento MiniBooNE ha riportato possibili prove di un quarto tipo di neutrino, che, se verificato, rivoluzionerebbe la fisica.

L'originale di questo articolo è stato pubblicato il 21 dicembre 2018 da QuantaMagazine.org, una pubblicazione editoriale indipendente online promossa dalla Fondazione Simons per migliorare la comprensione pubblica della scienza. La traduzione e l'editing sono stati curati da “Le Scienze”, dal cui sito ho ripreso il testo. (S.L.L.)

Reazionari. Camillo Langone contro Raffaella Carrà


Raffaella Carrà

Ma Raffaella Carrà, quando prega, a chi si rivolge? Intervistata da Liberi tutti si dichiara «persona molto spirituale che prega tanto» e al contempo si vanta di aver mostrato una coppia omosessuale nell’ultimo video. 
Camillo Langone
Dunque non prega il Signore che «fece piovere dal cielo sopra Sodoma e sopra Gomorra zolfo e fuoco». Non Gesù che quella pioggia bruciante rievoca e approva. Non San Paolo che scrive di «atti ignominiosi». Non Sant’Agostino convinto che «i delitti compiuti dai sodomiti devono essere condannati ovunque e sempre». Non Santa Caterina da Siena secondo la quale «il maledetto peccato contro natura dispiace anche ai demoni». 
Dunque chi prega Raffaella Carrà? Nell’intervista non lo esplicita. Ma lascia un indizio quando svela che ogni Vigilia di Natale mangia spaghetti al tonno, siccome Mastroianni gli spiegò che quel piatto in quel giorno porta fortuna. 
Ecco in cosa crede la credente soubrette: nell’efficacia salvifica di un sugo. Non sono per la libertà di estinzione, dunque mi auguro la pianti con la propaganda omosessualista, ma sono per la libertà di culto, dunque le auguro cento anni di preghiere al dio Tonno.

"Il Foglio", 30 dicembre 2018

Episcopalizzazione. Solo 62 i laici in Vaticano, senza ius soli e senza ius sanguinis (Gian Guido Vecchi)

Giovanni Maria Vian, direttore dell'Osservatore Romano

Una volta qui nascevano anche i bambini», ti raccontano con un velo di malinconia, appena varcata Porta Sant’Anna. Come in una delle città invisibili di Italo Calvino, diversa è la realtà e il discorso che la descrive. Film e opere letterarie hanno fatto del Vaticano un luogo mitico. E del resto, dalla Sistina alla Loggia di Raffaello, la bellezza di un patrimonio artistico senza eguali mostra che secoli di Storia, quella con la maiuscola, sono passati da qui. Ma c’è un mondo piccolo, quotidiano, che pochi conoscono. Un mondo che sta cambiando e in parte sparendo, peraltro. «Negli Anni Settanta la parrocchia aveva due squadre di calcio, pullulava di ragazzi e ragazze, c’era il biliardino...». Padre Bruno Silvestrini, agostiniano, è il «parroco» del Vaticano dal 2006. Battesimi, cresime, matrimoni, la chiesa al confine con l’Italia è assai richiesta, a Sant’Anna arrivano da tutto il mondo. Al pomeriggio si vedono alcuni dipendenti vaticani recitare i Vespri prima di rientrare a casa. Però di parrocchiani propriamente detti, cittadini vaticani laici, ce n’è sempre meno. Gli svizzeri e le loro famiglie, più che altro, ma quello è un mondo a parte, tra la caserma e gli appartamenti degli ufficiali.
Per il resto, i cittadini laici sono sempre più rari. Ruoli di primo piano come il comandante della Gendarmeria, Domenico Giani, o il direttore dell’Osservatore Romano, Giovanni Maria Vian. Qualche responsabile di servizi meno visibili ma necessari. Gli ultimi dati, forniti al Corriere e aggiornati ad aprile, registrano 605 cittadini, di cui 439 abitanti nello Stato, e 199 residenti. Tra i cittadini si contano solo 26 laici (a parte i 105 militari) e 36 laiche, 62 in tutto compresi mogli, figlie e figli delle guardie svizzere. A loro si aggiungono 6 uomini e 16 donne residenti ma non cittadini. Non che i numeri siano mai stati consistenti, ma la riduzione è evidente e progressiva. Ottant’anni fa, nel censimento del 31 dicembre 1936, c’erano 746 cittadini e tra questi 94 sacerdoti, 37 religiosi e 615 laici con 324 coniugati tra uomini e donne.
Per orientarsi, bisogna considerare che siamo nello Stato più piccolo, e strano, del mondo. La Città del Vaticano è una monarchia assoluta ed elettiva. Il Papa ne è il sovrano e riunisce in sé tutti i poteri, ovvero «ha la pienezza dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario». Il che si riflette sull’ordinamento dello Stato nato con il Trattato Lateranense del 1929. Di dimensioni poco più che simboliche, 44 ettari, lo Stato ha tuttavia lo scopo essenziale di «assicurare l’indipendenza reale e visibile» del Papa e quindi «garantire la libertà della Sede Apostolica».
Chiaro che la legge sulla cittadinanza non somigli a nessun’altra sul pianeta. Cittadini e residenti sono provvisori. La cittadinanza è data (o tolta) dal Papa o dai suoi delegati, punto. Non c’è «ius soli» né «ius sanguinis»: si è cittadini «durante munere», in via provvisoria e finché dura il proprio ruolo nello Stato a servizio della Santa Sede, e non perché nati nel territorio; anche i figli di chi ha la cittadinanza, di norma, restano cittadini finché lo sono i genitori e non oltre il diciottesimo anno. In base all’ultima legge CXXXI del 22 febbraio 2011, oltre al Papa (più il Papa emerito, dal 2013) sono cittadini vaticani i cardinali residenti, i diplomatici della Santa Sede o coloro che risiedono nello Stato «in ragione della carica o del servizio».
L’esodo dei laici dura dagli anni Settanta, spiega il parroco di Sant’Anna. «Si fece la scelta di mandarli in appartamenti della Santa Sede fuori dal Vaticano, la maggior parte delle famiglie traslocò e i pochi che sono rimasti hanno ormai i figli grandi, man mano se ne vanno...». Chi è rimasto vive in una dimensione particolare, ogni servizio a portata di mano. La casa, l’assistenza sanitaria, il pronto soccorso. I leggendari bancomat in latino, «inserto scidulam quaeso ut faciundam cognoscas rationem», ovvero «inserisci per favore la scheda per accedere alle operazioni consentite». E poi la farmacia, il supermercato, un negozio di oggettistica, abbigliamento e tabacchi, tutti felicemente alieni da tassazione come l’ambitissima pompa di benzina. Per fare la spesa bisogna avere l’«annonaria», riservata ad abitanti e dipendenti più amici e parenti: il disincanto dei romani l’ha soprannominata «la tessera dello zio prete». In compenso i cancelli chiudono all’una e un quarto di notte e riaprono alle 6 meno un quarto. E se uno va a teatro, a cena fuori, per i fatti suoi? «Suona il campanello e uno svizzero gli apre», si spiega. «Però prendono il nome».
Certo l’andamento demografico si accompagna a una tendenza alla «clericalizzazione» dello Stato anche nel governo e nelle posizioni di responsabilità. Dal 1929 alla morte, nel ‘52, fu Governatore dello Stato un laico, il marchese Camillo Serafini. Alla fine del secolo un altro marchese, Giulio Sacchetti, è stato «delegato speciale» al vertice del Governatorato. Oggi non c’è più nulla di simile.
Giovanni Maria Vian ricorda ancora «quando da bambini, negli anni Cinquanta, si giocava con i miei fratelli nei Giardini». Altri tempi. «Lo Stato fu costituito con metodo e personale laico ma progressivamente, a partire da Giovanni Paolo II, si è in effetti clericalizzato. Può darsi che alcuni laici non fossero all’altezza, ma è vero che per molti compiti non ci sarebbe bisogno di preti. C’è anche una tendenza alla “episcopalizzazione”, come se per certi ruoli si dovesse per forza diventare vescovi». Un paradosso, dopo il Concilio. E pensare che Papa Francesco, l’anno scorso, evocava il «Santo Popolo di Dio» contro i guasti del «clericalismo», fino ad esclamare: «Ricordo la famosa frase, “è l’ora dei laici”, ma sembra che l’orologio si sia fermato».

Corriere della Sera, 4 giugno 2017

Latino lingua viva. Bancomat in Vaticano



Scritta sul display del bancomat dello Ior in Vaticano: Inserito scidulam quaeso ut faciundam cognoscas rationem, «Inserire la scheda per iniziare». 
Inserita la scheda, appaiono tre opzioni: Deductio ex pecunia, il prelievo; Rationum aexequatio, il saldo del conto corrente; Negotium argentarium, i movimenti bancari. 
Una volta terminata l’operazione si digita il Retrahe scidulam depositam e si avrà indietro la carta bancaria.

Il treno degli emigranti. Una poesia di Gianni Rodari



Non è grossa, non è pesante
la valigia dell’emigrante…
C’è un po’ di terra del mio villaggio,
per non restare solo in viaggio…
un vestito, un pane, un frutto,
e questo è tutto.
Ma il cuore no, non l’ho portato:
nella valigia non c’è entrato.
Troppa pena aveva a partire,
oltre il mare non vuol venire.
Lui resta, fedele come un cane,
nella terra che non mi dà pane:
un piccolo campo, proprio lassù…
Ma il treno corre: non si vede più.

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