22.2.19

Da quando. Una poesia di Giorgio Bassani (Bologna,1916 – Roma, 2000)



Da quando
ho deciso di non rispondere
mai più
a una tua lettera
nessun’altra lettera mai
ho più potuto
nemmeno aprirla

Lascio
che vengano
che mi cadano attorno
che giacciano laggiù ai miei piedi
capovolte e inevase
zitte
come me come ormai la mia
vita

Da Epitaffio, Mondadori 1974

Pietà, pietà cuori duri. Una poesia di Raffaele Carrieri (Taranto 1905 – Pietrasanta 1984)



Pietà, pietà cuori duri
Pietà per l'uccello migratore
Che ha perduto un'ala in volo.
Pietà per l'orfano gitano
Che s'è giocato a carte
Sella e cavallo
Suicida in una prigione.
Pietà per il giovane Nessuno
Ucciso in Cina
O un qualsiasi altro luogo
Clima razza condizione.
Pietà per chi muore all'impiedi
Dentro una camera d'affitto.
Pietà per chi cade
Pietà per chi si lascia cadere.
Pietà, pietà cuori duri
Voi che siete sempre seduti
E apprendete dai giornali
La morte degli altri.

Da Il trovatore (1953) in Poesia italiana/ il Novecento, Grandi libri Garzanti, 1980

Una guerra infinita. La storia millenaria del cancro (Franco Voltaggio)

Cancro al colon

Il cancro, indipendentemente dal sito e della parte, organo o sistema dell'organismo investito, è una patologia dei tessuti specifica e sempre identica a se stessa, contrassegnata da abnorme proliferazione di cellule irregolari che danno origine a una nuova formazione (neoplasia maligna o carcinoma) e, se il processo morboso progredisce, da una graduale dislocazione (metastasi) delle cellule maligne in siti relativamente distanti dal focolaio principale. La sua malignità è tale da farlo percepire come il principe incontestato di tutte le malattie, un essere vero e proprio la cui storia può essere ricostruita alla stregua della biografia di un eroe malvagio. È quel che ha fatto Siddharta Mukherjee, medico e oncologo indiano, docente nella Columbia University di New York, Premio Pulitzer 2011, in un libro per molti versi straordinario: L'imperatore del male. Una biografia del cancro, Neri Pozza, 2011, pp. 736, euro 19.

L'ipotesi di Galeno
Il cancro era conosciuto già nel XIII secolo a.C. dell'Egitto faraonico, ma solo nel V secolo a.C. i medici greci della Scuola di Cos, fondata da Ippocrate (460-370 a.C.), ne dettero una descrizione precisa e fu, pare, lo stesso Ippocrate a chiamarlo karkínos (alla lettera «granchio» - donde il nostro «cancro» - per la forma assunta nel suo sviluppo). Proprio dalla scuola di Cos comincia l'indagine sulla causa della malattia per mettere a punto la cura, ma l'indagine è disperante. Il tumore maligno non appare come un morbo epidemico, tale da ipotizzarne la genesi in un male esogeno di natura divina che «visita» una popolazione (il termine greco epidemía significa, per l'appunto, «visita a un demo»), ma piuttosto come una patologia degenerativa apprezzabile soprattutto in individui anziani e perciò quasi una malattia rara data l'allora modestissima attesa media di vita alla nascita (24-30 anni).
I tratti degenerativi tipici del cancro vengono così ricondotti a un fattore endogeno che, parecchi secoli dopo, il grande medico greco Galeno (128-200 d.C.), crede di cogliere nella condotta di uno degli umori, la bile nera (mélaina cholé) che, sovrabbondante, ristagna in una parte del corpo provocando ora la depressione o melanconia ora il cancro, ma, talvolta l'uno e l'altra, al punto che, per paradossale che possa essere, il secondo finisce con l'essere considerato (nella tarda tradizione galenica) una conseguenza della prima. L'ipotesi di Galeno si dimostrò comunque del tutto fantastica quando nel Rinascimento i progressi dell'anatomia evidenziarono la totale inesistenza della bile nera. La correlazione da lui stabilita tra cancro e «umor nero» aveva tuttavia un forte potenziale esplicativo. Metteva infatti in chiaro una verità che sarebbe emersa solo in epoca recentissima: la causa del terribile morbo va infatti ricercata non fuori, ma dentro il corpo umano.
A partire dalla seconda metà del '700 i casi di cancro presero a moltiplicarsi rispetto al passato. Come oggi sappiamo, a causa dell'ambiente degradato dei centri urbani nella prima rivoluzione industriale, il cancro era ormai diventato una minacciosa presenza. Questa situazione rinverdì, da un lato, l'immagine medievale del morbo come quella di un mostro che dall'esterno si avventa sul corpo umano, dall'altro l'adozione, da parte della medicina istituzionale nel suo complesso, di una condotta cui si ricorre sempre a fronte di mali la cui eziologia è sconosciuta: pensare ai rimedi e poi, sulla scorta delle esperienze terapeutiche, rifarsi a queste per trovare la chiave per scoprire la causa.

Danni collaterali
A fronte dell'impellente esigenza sociale di una risposta tagliata sul bisogno, la medicina istituzionale rispose mobilitando la chirurgia che, ormai non più arte di barbitonsori, formava chirurghi degni di esser definiti "mani pensanti". Protagonista di questa svolta fu tra gli altri il chirurgo scozzese John Hunter (1728-1793) che, acquisita una grande competenza di anatomo-patologo, asportò numerosi cancri (solidi) operando una sapiente distinzione tra quelli amovibili e quelli ormai diffusi nell'organismo (metastatici).
Sulla scorta di Hunter e di altri grandi chirurghi, all'inizio soprattutto inglesi e francesi, poi tedeschi e americani, la chirurgia nel XIX secolo fu a lungo la principale, se non addirittura l'unica arma strategica contro il cancro. Un'arma che affinava le sue tecniche rendendole sempre più efficaci come quando l'americano William Stewart Halsted (1852-1922) introdusse la mastectomia radicale, una procedura avverso il cancro del seno che oltre a comportarne l'ablazione totale, implicava altresì l'asportazione dei muscoli sottostanti e dei linfonodi relativi. In buona sostanza, tuttavia, la chirurgia non eliminava il cancro, ma si limitava ad estirparlo, con l'aggravante che la sua natura invasiva era pagata a caro prezzo dai pazienti in termini di danni collaterali, nonché di vere e proprie (e spesso inutili) mutilazioni. Una procedura innovativa cruciale come l'introduzione dell'anestesia, pur migliorando certamente la fattibilità e la tollerabilità degli interventi, non ne ridusse il carattere invasivo. L'adozione dei raggi X per l'estirpazione del cancro, in sostituzione della chirurgia, anche se spesso a questa associata, portò tuttavia all'attuazione di strategie concluse spesso con remissioni..
Negli anni immediatamente precedenti la Seconda Guerra Mondiale il cancro costituiva tuttavia un problema irrisolto. Nel 1937 la rivista americana «Fortune» pubblicava un articolo in cui se ne riassumeva la situazione nel mondo e in particolare negli Usa: crescita esponenziale dei casi, incertezza diagnostica, concentrazione esclusiva della cura nella chirurgia e nella radioterapia. Di lì a poco, tuttavia, le cose presero a cambiare e l'epicentro del cambiamento furono proprio gli Stati Uniti. La sanità americana fu investita da un inedito interesse da parte del Governo e contemporaneamente cominciarono a intervenire decise novità nella ricerca. Attenzione governativa e della classe dirigente americana in generale, da un lato, e innovazioni terapeutiche corsero in parallelo avvitandosi in un circolo virtuoso. A dare l'avvio all'opera di contrasto fu, indirettamente, la vicenda di un'epidemia infettiva e di un suo illustre malato, Franklin Delano Roosevelt, presidente degli Stati Uniti dal 1933 al 1945, anno della sua morte. Roosevelt, già vittima nel 1921 della violenta epidemia di poliomielite che infuriava soprattutto tra i bambini (conosciuta perciò come paralisi infantile), candidandosi nel 1936 per la prima conferma del mandato, contro il parere dei suoi consulenti si presentò in pubblico in carrozzella e, una volta confermato, promosse nel 1937 una fondazione nazionale per sostenere la ricerca sulla paralisi infantile. Mostrando un'indubbia genialità politica, volle dimostrare agli Americani come per lui battersi per sconfiggere una malattia dei grandi numeri era una impresa non meno politica della lotta coraggiosa sostenuta per contrastare la Grande Depressione, essa stessa visualizzabile come una malattia dell'economia e della società.
L'esempio dato da Roosevelt nell'avviare un processo collettivo di contrasto di una grave tabe infettiva non restò senza conseguenze. Si cominciò a pensare che quanto si era fatto per la polio era fattibile anche per i tumori maligni. Fu così che il cancro divenne oggetto di un crescente coinvolgimento dei privati nell'organizzazione e nel finanziamento della ricerca che per sua parte cominciò a presentare novità positive. Uno dei massimi oncologi americani, Sidney Farber (1907-1973) attivo nel Children's Hospital di Boston dove seguiva i bambini malati di leucemia, lavorando nel laboratorio dell'ospedale, nell'estate del 1947 ebbe, per così dire, la sua «mela di Newton»: nell'assenza di una diagnostica strumentale (ecografia, TAC, risonanza magnetica) che permettesse di «vedere» la patogenesi e lo sviluppo del cancro in generale, la leucemia, tumore contrassegnato da una proliferazione patologica dei globuli bianchi (leucociti) nel sangue, si rendeva visibile al microscopio e poteva così essere quantificata. La stessa cosa si poteva fare con i tessuti di altri cancri.
A questo punto diventava possibile pensare a farmaci in grado di aggredire e distruggere le cellule maligne al modo stesso in cui si procedeva nel trattamento delle malattie infettive, ma c'era un problema: come discriminare nella distruzione le cellule malate da quelle sane? Stabilito così l'obiettivo della sperimentazione, il paradigma di riferimento fu il principio dell'affinità specifica, già scoperto dall'immunologo tedesco Paul Ehrlich (1854-1915), vale a dire la proprietà di alcune sostanze di «legarsi» con i veleni del tessuto canceroso e di distruggerli, in una parola il principio base dell'immunità cellulare che fa sì che la tossina della cellula malata sia una sorta di serratura disposta a essere aperta, come da una chiave, unicamente da un'antitossina specifica per quella tossina. Come dire che per ogni tossina andava ricercata l'antitossina - più tardi ribattezzata anticorpo - congenere. Una volta individuata l'antitossina specifica, si trattava di produrre la molecola giusta e poi passare all'applicazione terapeutica.

Campagne di stampa
Era nata così la chemioterapia che, traendo origine dalle pionieristiche esperienze di Ehrlich, ebbe tuttavia il suo pieno sviluppo in America a partire dagli anni Cinquanta. L'affermazione della chemioterapia richiedeva un enorme impegno di risorse finanziarie e umane non solo per la produzione industriale, ma anche per formare un personale in grado di organizzare e condurre la sperimentazione clinica. Per sensibilizzare il governo e i privati sul problema del cancro, si mobilitarono divi del cinema, imprenditori di successo e due filantropi milionari, i coniugi Albert e Mary Lasker che, sul finire della Seconda Guerra Mondiale rilanciarono una vecchia associazione per la ricerca sul cancro con una capillare campagna di stampa, appoggiandosi, per la necessaria copertura scientifica, a Farber, l'insuperato campione della lotta contro la leucemia. La cosa ebbe un successo tale da fare dell'associazione il referente privilegiato del Congresso per tutte le questioni relative al morbo. Ebbe luogo una sorta di americanization of cancer che toccò il culmine durante la presidenza di Richard Nixon quando nel 1970 il «New York Times» pubblicò un appello a prima pagina, a firma di Farber e di Mary Lasker, in cui si invitava il Presidente a sostenere la «Guerra contro il cancro».
Al pubblico americano questa guerra, di cui si faceva intravedere la vittoria, veniva presentata come l'impresa di una grande nazione (meglio, della «Grande Nazione» per antonomasia) che avrebbe aggiunto un nuovo trionfo a quello dello sbarco sulla Luna nel 1969 e al «sicuro» esito della guerra in Vietnam.
La vittoria sul cancro per i Laskeriti poteva esser ottenuto perfezionando la chemioterapia, il che implicitamente incoraggiava Nixon a privilegiare il sostegno della ricerca applicata a tutto discapito della ricerca di base. Se in linea di principio è sempre auspicabile che questa non venga sacrificata, va aggiunto che la trasformazione di una malattia in un'entità tale da farne un nemico pubblico «numero 1», finì con l'avere conseguenze misurabili ad almeno due livelli: sotto il profilo operativo, perché venne indebolita l'opera di persuasione del pubblico ad adottare i corretti comportamenti di prevenzione; sotto il profilo etico, perché indusse a pensare che il cancro, alla stregua di un moderno diavolo, si impossessasse del malato colpevole di comportamenti illeciti e quindi quale peccatore suo complice (è del resto quanto è puntualmente successo negli Stati Uniti con il Sarcoma di Kaposi associato all'Aids allorché agli inizi degli anni Ottanta si conobbero i primi casi della terribile malattia: la Sindrome da Immunodeficienza Acquisita venne definita Gay syndrome, «malattia dell'omosessuale», dal Center for Disease Control di Atlanta).

Crociata internazionale
A misura che il XX secolo si avviava alla fine, la cura del cancro, dei tumori solidi in particolare, prevedeva (e ancora prevede) un iter rituale: intervento chirurgico, chemioterapia, radioterapia. Certo non mancano i successi: le recidive sono meno frequenti e le remissioni prolungate spesso sino alla definita guarigione. I progressi clinici sono agevolati da una conoscenza più approfondita dell'epidemiologia, da una prassi sofisticata nell'allestimento e nella conduzione dei trials, dal monitoraggio degli stress ambientali e delle abitudini di vita (che investono soprattutto i costumi alimentari e notissime dipendenze come quella dal fumo), nonché dalle campagne mediatiche di prevenzione alle cui indicazioni il pubblico si mostra ora sempre più sensibile.
Nel frattempo comunque molte cose stanno cambiando. Per cominciare la «guerra contro il cancro» non è più una delle tante «crociate» americane. L'America resta certo la mecca della ricerca, ma una mecca decisamente internazionalizzata dalla presenza di cervelli in fuga dall'Europa e dall'Asia. Costoro non si limitano a diffondere conoscenze acquisite nella loro formazione remota, ma comunicano un modo diverso di considerare il cancro in sé. A molti di loro, come ad Howard Martin Temin (1934-1964) e David Baltimore (1934), allievi di Renato Dulbecco (1914), si devono ricerche genetiche che hanno prodotto un mutamento di prospettiva.
Il cancro non va studiato come una malattia (anche se ovviamente lo è) ma come un processo di crescita cellulare che sembra seguire un suo progetto consistente nell'attivare gli oncogeni e disattivare i geni oncosoppressori, agendo su meccanismi molecolari che agiscono da regolatori. Attivazione e disattivazione conseguono da mutazioni fuori dal nostro controllo. Come l'organismo normale è esso stesso un organismo in via di sviluppo e le sue cellule paiono programmate per produrre una vita «diversa» parassitaria. È per questa ragione che il paziente lo avverte come un ingombro, un peso (è questo, d'altronde, il significato della parola greca ónkos che Mukherjee riconduce al radicale indoeuropeo nek).

La morale della compassione
Questo peso, tuttavia, al di là di un problematico intervento di ingegneria genetica inteso a «scaricarlo», si presta a essere declinato diversamente: o è una vita che tenta di sostituirsi a quella presente secondo scansioni che sono al tutto imprevedibili e che, pertanto, ci invita ad abituarci a convivere con il cancro invincibile come lo è il bíos, tenendo altresì conto del fatto che viviamo di più e meglio, per cui abbiamo maggiori occasioni di avere a che fare con i tumori maligni; oppure è un'occasione per vivere con una maggiore intensità, da medici in particolare, le disavventure non solo sanitarie dell'altro. Nell'aura di affetti evocata dal medico e ricercatore indiano, un'aura nella quale la medicina si volge in un'austera morale della compassione, sembra davvero, come suggerisce Ingmar Bergman nel Posto delle fragole, che «il primo dovere del medico è quello di chiedere perdono».

BOX
Da un dialogo con una paziente l'idea che ha dato avvio al libro
Come tanti libri, L'imperatore del male è nato per caso. Racconta infatti l'autore, l'oncologo indiano ( trapiantato negli Stati Uniti) Siddharta Mukherjee che l'idea di scrivere una «biografia del cancro» gli è venuta parlando con una paziente affetta da tumore allo stomaco: «Sono pronta a combattere - ha detto la donna al medico - ma devo conoscere bene quello contro cui mi sto battendo». «È stato un momento imbarazzante», ha commentato poi Mukherjee, «perché mi sono reso conto che non avrei potuto indicarle nessun titolo adatto». Così l'oncologo, che è professore associato alla Facoltà di medicina della Columbia University, ha cominciato a scrivere il libro mancante, seguendo una pratica che lui stesso definisce «di totale indisciplina», cinque minuti un giorno, dieci l'altro, finché il testo non è stato chiuso. Con risultati più che soddisfacenti, visto che «L'imperatore del male» gli ha fatto vincere il Pulitzer.

il manifesto, 10 novembre 2011

Donne nel Risorgimento. Nuove letture per il 150° dell'Unità d'Italia (Nadia Maria Filippini)

Quando Garibaldi arrivò a Napoli nel 1860, ad accoglierlo tra i primi, con lo scialle sulle e il pugnale alla cintura, c’era Marianna De Crescenzo, detta la Sangiovannara, patriota combattente, che era stata a capo di uno squadrone di armati durante l’insurrezione. Nel suo esercito peraltro aveva combattuto non solo Anita, ma anche Tonina Marinello Masanello, accorsa volontaria dal Veneto con il marito (decorata sul campo), come Colomba Antonietti nella difesa della Repubblica romana del ‘49, che si scoprì essere donna solo dopo la morte. E pure la nobildonna Felicita Bevilacqua avrebbe voluto esser tra i Mille, se il futuro marito, Giuseppe La Masa, non glielo avesse impedito, imponendole - come essa gli rimproverava nelle lettere - di «sacrificare» i suoi slanci e le sue volontà più profonde.
Sono alcuni dei volti e dei fatti che vengono messi in luce dai vari libri dedicati alle donne e Risorgimento, usciti in occasione delle celebrazioni dei 150 anni: biografie del tutto cancellate da una rappresentazione storica che aveva marginalizzato le donne, offuscandone la presenza, o rimodellandone gli aspetti divergenti, in una operazione di vera e propria «plastica biografica» tesa a riportare la partecipazione femminile entro i canoni dei modelli tradizionali, confermando precise gerarchie di genere anche nella costruzione dello stato nazionale. Al centro della scena risorgimentale erano rimasti solo i «fratelli», con le loro spade «affilate nell’ombra», uniti dal giuramento di libertà o morte, lanciati in battaglia a offrire i loro corpi in sacrificio alla madre-patria; mentre le «sorelle» stavano intente a pregare ai piedi dell’altare o chiuse nelle case a cucire le loro divise e le bandiere, come le raffigurano i pittori macchiatoli.

Riscritture radicali
Una rappresentazione cementata da un’enfasi retorica (analizzata alcuni anni fa da Alberto M. Banfi) che ha pervaso la nostra cultura otto-novecentesca, dalla letteratura alle arti, dalla lirica al teatro, arrivando quasi intatta fino agli anni Sessanta, complice una corrente storiografica ben radicata in Italia, che privilegiava gli aspetti politico-militare-diplomatico (contraddistinti appunto da una presenza monosessuale maschile), rispetto a quelli sociali e culturali.
Nulla di nuovo certo nella storia delle donne: a stupire è semmai la pervasività di un processo di marginalizzazione che riflette le gerarchie e l’ordine simbolico su cui si fonda il patriarcato. E tuttavia di questo passaggio storico non può sfuggire la particolare rilevanza simbolica e i riflessi in termini di cittadinanza Perché la marginalità delle donne dall’atto fondativo dello stato nazionale diventa presupposto e pretesto di una loro marginalità dalla sfera politica, come apparve chiaro fin da subito all’indomani dell’Unità, con l’esclusione delle donne dalla cittadinanza politica, intrecciata a una netta subordinazione nella sfera familiare, sancita dai codici, funzionale a questo stesso ordine, essendo lo stato concepito appunto come aggregazione di famiglie più che di singoli.
La riscrittura radicale di questo importante capitolo di storia in un’ottica di genere, non è cominciata in questi giorni - è bene precisarlo; è iniziata in sede storica e filosofica con quella «critica femminista alla storia» avviata dal movimento delle donne negli anni Settanta, volta non ad aggiungere qualche capitolo mancante alla storia generale, ma a ridisegnare integralmente la rappresentazione storica alla luce della differenza. Vanta una tradizione di studi e di ricerche più che ventennali.

Aspettative di genere
Tuttavia un merito di questa ricorrenza è quello di averne accelerato alcuni percorsi, di averla valorizzata e divulgata con la promozione di eventi, spettacoli teatrali o mostre storico-documentarie; di aver animato un dibattito che si è articolato in centinaia di seminari e convegni, organizzati un po’ dovunque sul territorio nazionale, dentro e fuori l’università; di aver fatto fiorire opere destinate ad un pubblico più vasto [Donne del Risorgimento e due volumi con lo stesso titolo, Sorelle d’Italia). Tutto ciò malgrado le scarse risorse e lo sbilanciamento nella destinazione dei fondi per il 150°, che ancora una volta ha penalizzato le associazioni femminili.
Il quadro che ne emerge ridisegna radicalmente la rappresentazione tradizionale, anche se la tendenza a fare una storia aggiuntiva, scandita da medaglioni, risulta ancora lunga a morire, pure al di là delle intenzioni, come risulta dallo stesso sito ufficiale del cento cinquantenario. La ricerca storica, oltre a correggere svarioni biografici e illuminare presenze marginalizzate (come quella di Cristina di Belgiojoso, la Prima donna d’Italia), si è piuttosto interrogata sulle modalità collettive di partecipazione delle donne al Risorgimento, sui processi messi in atto in termini di soggettività, sulle aspettative di genere intrecciate alla creazione dello stato nazionale, sulle varietà e le differenze interne al mondo femminile. Tutto ciò a partire dall’assunto di un Risorgimento inteso in primis come percorso di rinnovamento civile e culturale, da inquadrare nel Romanticismo europeo, come processo di formazione di identità nazionale, linguaggi, culti e simboli (come sottolineato da Banfi e Ginsborg). E ancora come azione di popolo, non solo di ministri o generali, con una attenzione particolare all’«altro risorgimento»: quello democratico-insurrezionale.
È all’interno di questa prospettiva che la presenza delle donne emerge con evidenza e acquista una rilevanza cruciale, perché questi furono i campi precipui della loro azione: dall’educazione alla diffusione dei sentimenti e delle emozioni (così importanti in questa, come in altre rivoluzioni); della salvaguardia delle memorie al culto della patria, dalla testimonianza alla costruzione di reti associative, le patriote profusero un’azione capillare e incisiva, quanto sommersa, che andò a smuovere l’immobilità, a disegnare una diversa prospettiva civile e politica, a tessere l’unità a partire dalla quotidianità, a costruire l’alfabeto della comunità nazionale.
Basta pensare al valore politico (più che letterario) di tanta produzione poetica femminile, all’uso sociale di questa poesia patriottica, all’organizzazione di circoli femminili (come le poetesse Sebezie di Napoli), all’indefessa attività e al successo di improvvisatrici come Giannina Milli, ricostruiti nel libro di Maria Teresa Mori (Figlie d’Italia). Basta leggere le pagine di diario, gli appelli, i proclami, gli articoli di giornale, le lettere pubblicate nelle recenti raccolte di documenti, per veder illuminata questa rivoluzione silenziosa che attraversava le famiglie, le genealogie, le reti di vicinato (come aveva ben evidenziato nell’Ottocento la scrittrice Luigia Codemo, nel romanzo La rivoluzione in casa).

Sguardi e parole
E tuttavia sarebbe sbagliato e riduttivo circoscrivere la partecipazione delle donne al Risorgimento al solo piano culturale, riproponendo in veste aggiornata antichi stereotipi. Le donne ebbero una presenza attiva anche nella cospirazione e nell’attività insurrezionale: «giardiniere» prima e affiliate alla Giovane Italia poi, furono l’anima delle insurrezioni, mobilitate assieme agli uomini, a costruire barricate, a fare da vivandiere, a confezionare cartucce, ad allestire infermerie e ospedali da campo appena al di là del linee di combattimento, a promuovere collette patriottiche.
L’importante ricerca sulle fonti femminili condotta negli archivi milanesi, anche sui processi politici (Gli archivi delle donne 1814-1859, a cura di Maria Canella e Paola Zotti), ha portato alla luce centinaia di nomi di inquisite per attività cospirativa, a dimostrazione di quanto fertile e ancora in parte inesplorato risulti il terreno delle ricerche d’archivio. E quanto significativa sia stata la presenza delle donne nelle repubbliche, lo ha ben evidenziato, ad esempio, la mostra organizzata a Venezia dal Consiglio regionale del Veneto, sotto la direzione di Mario Isnenghi (ora nel catalogo La differenza repubblicana. Volti e luoghi del '48-'49 a Venezia e nel Veneto).
Ma per mettere a fuoco pienamente questa presenza, lo sguardo e le motivazioni che l’accompagnavano, occorre partire dai soggetti stessi: dai loro sguardi e dalle loro parole. Non è un caso che ben quattro dei volumi pubblicati si presentino come raccolte di testimonianze e voci delle protagoniste (documenti e opere letterarie, accompagnate da ritratti e fonti iconografiche): quello curato da Laura Guidi per il sud (Il Risorgimento invisibile), dalla sottoscritta e Liviana Gazzetta per il Veneto (L’altra metà del Risorgimento), da Marina D’Amelia (Oh dolce patria), da Alberto M. Banfi (Nel nome dell’Italia), dove le voci femminili s’intrecciano a quelle maschili e quelle di personaggi famosi ad altri sconosciuti.

Differenti declinazioni
Queste raccolte di fonti, oltre a mettere in luce un’acuta capacità di giudizio politico, consentono anche di analizzare più adeguatamente due aspetti che sono al centro della riflessione storica recente: le aspettative di genere legate alla costruzione dello stato nazionale e le differenze interne al mondo femminile, troppo spesso presupposto come omogeneo e monocorde (altro stereotipo lungo a morire!).
Che la partecipazione al Risorgimento sia stata per molte liberali fattore di innesco di nuove forme di identità e consapevolezza di diritti, è un dato da tempo assodato e confermato dalle ricerche, ma le differenze anche tra le patriote risultano assai più profonde di quanto ipotizzato. Se per tutte a incarnare il nuovo modello femminile è la figura della madre-cittadina (un modello alla cui costruzione esse stesse concorrono attivamente), le sue declinazioni politiche si divaricano in direzioni diverse: per molte il rilievo civile e morale di questa figura rimane circoscritto alla sfera familiare e alla funzione educativa, pur nella rilevanza che questa acquista nel nuovo stato liberale; per altre (poche) questa figura diventa leva di rivendicazione di diritti civili e politici, in un’ottica che intreccia autorevolezza morale e parità giuridica, differenza e uguaglianza.

Diritti rivendicati
Si tratta di prospettive divergenti, sulle quali incidono molteplici fattori: appartenenze politiche, genealogie familiari, ma anche vicende e esperienze particolari, contesti e luoghi. La «differenza repubblicana» emerge qui con forza, non solo come orientamento di pensiero, ma come spinta a una mobilitazione popolare che porta sulla scena pubblica donne di diverse classi sociali, a sperimentare forme di azione e partecipazione e perfino incarichi pubblici (come succede per l’assistenza ai feriti a Venezia, con Elisabetta Michiel Giustinian e Teresa Mosconi Papadopoli o a Roma, con Cristina di Belgiojoso ed Enrichetta Di Lorenzo). Non è un caso che in queste esperienze del 1848/49 fioriscano i primi giornali scritti interamente da donne, dalla «Tribuna delle donne» (Palermo), a «Il Circolo delle donne italiane» (Venezia), a riprova di come l’impegno politico si traduca anche in consapevolezza e rivendicazioni di diritti, in un «risorgimento delle donne e della nazione», come scrivono le palermitane.
Né è accidentale il fatto che proprio a Venezia si organizzi la prima manifestazione suffragista d’Italia, in occasione del plebiscito del 1866, con tanto di documenti di protesta inviati al re, o che i primi Comitati per l’emancipazione delle donne italiane siano stati promossi da repubblicane (come quello di Napoli, a sostegno dei disegni di legge per l’estensione del suffragio di Salvatore Morelli).
Dalle fonti traspare anche un altro aspetto importante: il rapporto che lega le masse femminili alla Chiesa e il suoi riflessi nella storia delle donne e del Risorgimento: dall’entusiasmo iniziale per le aperture di Pio IX, il «papa liberale», che smuove le incerte e prefigura come «santa» la guerra di liberazione, al disorientamento di fronte al suo voltafaccia, che spinge alcune a una riflessione più articolata sulle necessità di rinnovamento spirituale della Chiesa; altre invece (come Nina Serego Allighieri o Giulia Caracciolo) verso un anticlericalismo più marcato (altro aspetto poco indagato).
Ma interrogarsi sul Risorgimento vuol dire anche fare i conti con l'antirisorgimento delle donne: con le cattoliche non liberali, per le quali l’unico riferimento rimase la Chiesa e l’unica patria quella celeste, o le brigantesse, che furono - come sottolinea Laura Guidi - non solo «manutengole», ma componenti a pieno titolo delle bande.

L’involuzione moderata
Il mondo silenzioso delle prime è attraversato da un fremito quando la «questione romana» si pone con forza e il Sillabo Quanta (1864) sancisce una spaccatura radicale con lo stato liberale; si fanno esercito attivo in difesa della Chiesa, dando vita, in molte realtà del Veneto all’inizio degli anni ‘70, alle Società delle donne cattoliche per gli interessi cattolici e promuovendo ovunque iniziative devozionali ed educative volte a contrastare il processo di secolarizzazione.
Muove da qui quella divisione interna al mondo femminile destinata ad avere così pesanti ripercussioni anche sul movimento di emancipazione italiano, e a sfociare nella spaccatura del Congresso nazionale delle donne italiane del 1908, seguita dalla creazione dell’Unione Donne cattoliche, voluta da Pio X in funzione anti-emancipazionista.
Tuttavia anche molte liberali, conclusa la fase risorgimentale («il tempo della poesia», come scriveva Erminia Fuà Fusinato), divenute parte della classe dirigente, si attesteranno su posizioni moderate, assumendo un ruolo pubblico di educazione sì, ma anche di disciplinamento delle donne, che incanalale istanze di cambiamento serpeggianti nel mondo femminile in forme più domestiche e consone ai ruoli sessuali prefigurati dal codice civile Pisanelli. Eccole dunque a distinguere tra patriottismo e politica, disegnando campi d’azione diversificati per genere; eccole a delimitare il concetto di emancipazione entro precisi steccati prefigurati da differenze «naturali» stabilite dalla Provvidenza; a redarguire come «scalmanate emancipatrici» quante avevano l’ardire di rivendicare pienamente i diritti civili e politici, da Anna Maria Mozzoni a Gualberta Alaide Beccari.
Quanto abbia pesato in questa involuzione moderata l'esser divenute parte della classe dirigente, con incarichi pubblici anche rilevanti nel campo dell’educazione, un’omologazione al nuovo clima politico, e perfino una lettura del pensiero di Mazzini in chiave conservatrice, decisamente sbilanciata sui doveri (come sembra suggerire la lettura del recente libro di Simon Levis Sullam, L’Apostolo a brandelli. L’eredità di Mazzini tra Risorgimento e fascismo, 2010), rimangono interrogativi del tutto aperti. La debolezza dell’Italia nel panorama emancipazionista europeo invece resta un dato di fatto fino allo snodo del secolo, come sottolineava con amarezza Sibilla Aleramo.

Progressi e regressi
Quello che è certo è che il significato e il valore di questa fase storica cruciale non può essere pienamente colto e analizzato in un’ottica di genere, se non inquadrandolo in una prospettiva diacronica che consenta di cogliere alla distanza guadagni e perdite, radici e sviluppi, assonanze e contrapposizioni, progressi e regressi nel succedersi delle generazioni. È quanto ha cercato di fare la Società Italiana delle Storiche nell’importante convegno nazionale Di generazione in generazione. Le italiane dall’Unità ad oggi (Firenze, 24-25 novembre 2011), mettendo a confronto storici/che, sociologi/ghe, lettera-ti/e. Perché è da questo percorso complessivo che bisogna partire per capire meglio il presente.

il manifesto, 11 febbraio 2012

20.2.19

Qualcuno l'ha fatto per me (Marcello Marchesi)



Avere milioni di milioni, amanti belle e crudeli, automobili sproporzionate, qualcuno l’ha fatto per me. Scrivere capolavori, dirigere film da Oscar, vincere i cento metri stile libero fermare cavalli in corsa, prendendoli così con due dita, qualcuno l’ha fatto per me. Suonare la tromba come un drago, ballare il tip-tap su lastre d’argento, comporre canzoni di successo, essere scortato da guardie armate, qualcuno l’ha fatto per me.
Ma morire...
“Ognuno muore per conto suo” diceva A. G. Rossi.

da Diario futile di un signore di mezza età, Bompiani 2014

19.2.19

"E se un mattino ci svegliassimo". Una poesia di Walter Cremonte con una mia postilla (S.L.L.)

Roma 1966 - Manifestazione per il Vietnam a Piazza Navona

E se anche un mattino ci svegliassimo
e con dolore dovessimo sapere
di non essere più giovani:
chi potrebbe mio amore toglierci questo
essere andati nelle strade stringendo la mano nel pugno
e sollevando sopra le bandiere un lungo grido: 
"Ho Chi Minh!"
ed essere stati come una festa
dentro nelle cose.

Postilla. 
È già tempo
La poesia è tratta dalla prima raccolta di Walter Cremonte Poesie d'amore 1966-1968, stampata nel giugno del 1979 dal tipografo anarchico Brenno Tilli nella sua bottega di via Bartolo a Perugia. Non è stata più ripubblicata, né lo sono state le poesie che la compongono, definite nella lettera dedicatoria "minorenni" dallo stesso Cremonte. Questi versi "insicuri" (anche questo aggettivo è del poeta) non sono stati ripudiati o rimossi e quando mi capita di citarne qualcuno in conversazioni con Walter, egli non nega ad essi quell'indulgenza che al tempo della pubblicazione gli piacque invocare con parola tedesca (Nachsicht). Sono stati piuttosto archiviati, conservati a futura memoria, forse per quando qualcuno cercherà di seppellire definitivamente, di cancellare la sua (e la nostra) giovinezza ribelle, il tempo in cui tante e tanti siamo stati - o ci siamo sentiti - "una festa dentro nelle cose". Spero che Walter non si dolga di questo recupero, non lo consideri improvvido e intempestivo. Se lo farà gli risponderò come il Troisi postino, gli dirò che una poesia non è di chi la fa ma è a disposizione di chi ne ha bisogno perché possa usarla. E a me sembra tempo di usarle queste "poesie d'amore" - questa ed alcune altre per lo meno - per sollevarle come bandiere. (S.L.L.)

Canto del re innamorato. Un corsivo di Fortebraccio (1982)

Margaret Thatcher

Poiché abbiamo ripetutamente detto ai nostri lettori quanto personalmente detestiamo il premier inglese, virtuoso e spietato (come non abbiamo mai taciuto la nostra profonda avversione per i generali argentini, tiranni e omicidi), riteniamo doveroso avvertire chi, bontà sua, ci segue, che c’è qualcuno, incomparabilmente più potente e più autorevole di noi, addirittura innamorato della signora Thatcher. Ce ne dà notizia il compagno Enea Cerquetti, deputato al parlamento, un comunista che ci è doppiamente simpatico: e perché è milanese e perché è stato sindaco, per ben nove anni, di Cinisello Balsamo, il centro lombardo che ha conosciuto il più impetuoso e popolare sviluppo mai, se non andiamo errati, registrato in Italia.
Il compagno on. Cerquetti ci ha fatto avere un ritaglio del quotidiano inglese “Herald Tribune” del 22 giugno u.s, che senz’altro vi traduciamo: «Secondo quanto scrive il Sunday Times, re Fahd, sessantaduenne, salito di recente sul trono dell’Arabia Saudita, è stato a tal punto colpito dal primo ministro inglese Margaret Thatcher, cinquantaseienne, quando la conobbe a Londra un anno fa, che lui ordinato al proprio poeta di corte di comporre un’ode in onore di lei. Il giornale non rivela come sia venuto in possesso della lirica che riportiamo qui di seguito: "Venere è stata scolpita da un uomo / ma Margaret Thatcher / donna ben più piacente / è stata scolpita da Allah. / Il mio cuore si è messo a correre quando l’ho vista faccia a faccia / la sua pelle era liscia come l’avorio / le sue giance rosee come una rosa inglese / e i suoi occhi soavi come quelli di una giumenta. / Il suo viso è più seducente del viso di qualsiasi moglie amata / e concubina ardentemente desiderata” ». Fine della poesia.
Preferiamo non commentare. Ma lasciateci dite che ci vengono i brividi se pensiamo al canto che la consorte del re saudita avrebbe ordinato al poeta di corte il giorno in cui, tutto essendo possibile, si fosse innamorata di Spadolini, «scolpito da Allah / e che forse se ne va ».

“l'Unità”, 29 giugno 1982

Esequie - e nozze - d'onore (Saul Caia)

Sul finire del 2015, “narcomafie”, la rivista del “Gruppo Abele” pubblicò un articolo di Saul Caia, che – partendo dall'allora recente e chiacchieratissimo funerale del boss Casamonica – mise in file alcune notizie, già note al pubblico più attento alla materia, su esequie e nozze “d'onore” in Italia e in America. Sebbene ridotto (contiene solo alcune esemplificazioni) e non aggiornato agli ultimi 3 anni, mi pare ancor oggi un utile promemoria. (S.L.L.)

Giuseppe Genco Russo ai funerali di Calogero Vizzini detto don Calò (Villalba 1954)

Funerali e matrimoni sono da sempre, per la malavita, un'occasione per costituire alleanze o per esternare il proprio potere. Bare di bronzo o placcate in oro, carrozze borboniche trainate da cavalli, sfarzose corone di fuori e bande musicali. Per l'ultimo saluto ai boss della criminalità organizzata non si bada a spese. E per i matrimoni, tanti scelgono per testimone un amico politico.

Il carro funebre per Vittorio Casamonica detto "lo Zio" (2015)
Carrozza nera con decorazioni dorate trainata da sei cavalli neri e accompagnata da una banda che suona la colonna sonora de Il Padrino. All'entrata della chiesa la gigantografia del defunto e uno slogan: “Hai conquistato Roma, ora conquisterai il paradiso”. Un elicottero sorvola la zona, cospargendola di petali di rosa.
Potrebbe sembrare solo una cerimonia funebre troppo fastosa, in un pomeriggio afoso di agosto nella periferia di Roma. Se non fosse che il defunto si chiamava Vittorio, di cognome Casamonica, per tutti “lo Zio”, considerato il capo indiscusso dell'omonimo clan. Tanto clamore, ma quello del clan d'origine sinti non è il primo caso in cui la Chiesa è direttamente o indirettamente coinvolta con uomini d'onore e criminali, sia in Italia sia all'estero.
Le organizzazioni criminali manifestano una forte devozione e fanno un largo uso di rituali con santi e Madonne. Molti riti di iniziazione prevedono l'utilizzodi santini: la ’ndrangheta usa quello di San Michele Arcangelo, la camorra quello della Madonna di Pompei. Gli uomini d’onore sfoggiano vistosi crocifissi e rosari, si tatuano immagini sacre, s’incontrano in luoghi di culto. Il Santuario della Madonna di Polsi, del comune di San Luca, in provincia di Reggio Calabria, è stato meta di pellegrinaggio dei boss della ’ndrangheta in occasione della festa. La famiglia Santapaola e numerosi suoi affiliati facevano parte della candelora del circolo Sant’Agata, protettrice della città di Catania. E la cronaca degli ultimi anni ha posto l’accento sulle processioni e gli inchini delle statue di fronte alle case dei boss. Come nelle dinastie reali, da sempre le mafie stringono accordi attraverso matrimoni e omaggiano i propri defunti con fastosi funerali.

Riposa in pace.
Le esequie di Vittorio Casamonica hanno fatto riemergere vecchi ricordi. Come quelli che portano la data del 1962, anno in cui a Napoli fu celebrato il funerale di Lucky Luciano. Il padrino, originario di Lercara Friddi, piccolo comune palermitano, era emigrato giovanissimo negli States per poi esserne espulso nel ‘46 per le sue attività criminali. Il giorno dell’estremo saluto, lo sfarzoso carro funebre con decorazioni borboniche in oro, rigorosamente nero e trainato da otto cavalli dello stesso colore, attraversò il quartiere partenopeo per giungere prima alla chiesa della Trinità e poi al cimitero inglese. Il carro funebre aveva trasportato in passato anche un altro uomo d’onore, il camorrista Giuseppe Navarra, meglio conosciuto come ‘il Re di Poggioreale’.
Più recentemente, nel luglio del 2010 ha destato scalpore la messa dedicata in Sicilia ad Agostino Cuntrera, boss e noto trafficante di droga, originario di Siculiana ed emigrato in Canada dove era entrato in stretti rapporti con la famiglia dei Rizzuto. Quando il ‘Signore di Saint Léonard’ (come lo avevano ribattezzato i quotidiani canadesi) fu ucciso a Montreal, padre Leopoldo Argento celebrò una funzione riservata ai parenti del mafioso. “Mai girare le spalle alla fede - disse padre Leopoldo nel corso dell’omelia - che rappresenta l’unica ancora di salvezza per l’umanità”.
Con più riservatezza, invece, è stato celebrato a Catania il funerale di Giuseppe Ercolano, conosciuto come ‘u Zu Pippo’ o ‘il boss degli ortofrutticoli’ per le sue attività nel settore. Ercolano era cognato di Nitto Santapaola, nonché padre di Aldo Ercolano, esecutore materiale dell’omicidio di Giuseppe Fava, e di Enzo Erco-lano, imprenditore specializzato nel settore degli autotrasporti e arrestato recentemente nell’inchiesta Caronte. Nell’afoso agosto del 2012, alla chiesa di Ognina della città etnea erano presenti solo i familiari più stretti arrivati con berline e macchine di lusso. Il feretro era stato trasportato dalla ditta D’Emanuele, di proprietà di Sebastiano e Natale, cugini di Nitto Santapaola e coinvolti in diverse inchieste giudiziarie di mafia, accompagnato da quattro furgoni contenenti corone di fiori, omaggi di diverse famiglie e amici vicini al clan. “È morto Pippo Ercolano, grande esempio per la famiglia”, si legge nel necrologio apparso su La Sicilia, il più diffuso quotidiano nell’isola di proprietà dell’imprenditore Mario Ciancio Sanfilippo, che in passato aveva però negato la pubblicazione del necrologio del commissario di polizia Beppe Montana ucciso dalla mafia nel 1985.

Onorevoli testimoni.
“È noto ormai a tutti che sono stato testimone di nozze del Di Cristina, molto prima che in Sicilia e in Italia si cominciasse a parlare di lotta alla mafia e di antimafia”. A parlare, correvano gli anni Settanta, è l’onorevole Graziano Verzotto. Il deputato andreottiano della Dc ammette di essere stato testimone di nozze di Giuseppe Di Cristina, la ‘tigre di Riesi’, boss dell’omonima famiglia del comune in provincia di Calta-nissetta e figlio di don Cicco Di Cristina, uno dei patriarchi della mafia campieristica al pari di Calogero Vizzini e Genco Russo. L’altro testimone dello sposo era Giuseppe Pippo Calderone, detto ‘cannarozze d’argento’ per via di una protesi alle corde vocali, fondatore della prima famiglia di mafia a Catania.
Nell’ottobre del 1977, nella chiesa del Santissimo Crocifisso di Siculiana, in provincia di Agrigento, si celebrano le nozze tra Gerlando Caruana, figlio del capomafia Leonardo, e la giovane Maria Silvana Parisi. Nel certificato di matrimonio, spicca come testimone dello sposo il nome di Calogero Mannino, da poco eletto deputato nazionale con la Dc. Lo stesso Mannino che, nell’agosto 1988, insieme con il suo collega di partito nonché ex sottosegretario Giuseppe Sinesio, farà da testimone alle nozze tra Giuseppe Calandrino e Anna Maria Di Maida, figlia di Vito (il quale aveva Mannino come testimone di nozze) e nipote di Angelo Ciraulo, ritenuto capomafia di Ravanusa.
E nei registri non mancano i nomi di politici che sarebbero poi diventati presidenti. Nel 2000, Totò Cuffaro fa da testimone a Francesco Campanella, già presidente del consiglio comunale di Villabate e condannato per reati di mafia. Secondo testimone dello sposo è Clemente Mastella, politico pluri-partitico e ministro dei governi Berlusconi e Prodi. E a proposito di presidenti, nel 1983 Raffaele Lombardo è a Niscemi perché invitato da Salvatore Paternò, figlio del capomafia del paese, che convoglia a nozze con Renata Rizzo, sorella dell’ex sindaco democristiano e cognato di Salvatore Giungo, boss della mafia locale. Il futuro inquilino di Palazzo d’Orléans farà compagnia sull’altare al boss Giuseppe ‘Piddu’ Madonia, capomafia di Vallelunga e componente della commissione regionale di Cosa nostra, oggi all’ergastolo. Il certificato di nozze è presentato nel corso del processo Iblis, tenutosi a Catania, che ha in seguito portato alla condanna in primo grado a 6 anni e 8 mesi per concorso esterno in associazione mafio-sa proprio Lombardo. Anche l’ultimo presidente della Regione, Rosario Crocetta, è stato testimone di nozze di un uomo d’onore. “Siamo stati amici d’infanzia, abitava vicino casa mia, era orfano di madre”, racconta Crocetta quando parla dell’amico Alessandro Barbieri, conosciuto nel quartiere Bronx di Gela in cui era cresciuto. Entrambi lavoravano come dipendenti del polo petrolchimico gelese, e nel 1973 accetta la richiesta dell’amico di fargli da testimone. “Per circa 15 anni non l’ho visto, poi è stato arrestato, ha preso una via sbagliata. Sapere che un amico d'infanzia è diventato un capomafia mi ha provocato un grande dolore, ma io con lui non ho mai avuto a che fare”.
Mentre Crocetta da sindaco di Gela diventa eurodeputato e presidente della Regione, l'amico Barbieri scala i vertici della mafia gelese, diventando capomandamento e consuocero di Piddu Madonia.
La partecipazione a un matrimonio importante val bene la fatica di un viaggio all'estero. Marcello Dell'Utri, fondatore di Forza Italia con Silvio Berlusconi, nel 1987 volò a Londra per partecipare alla celebrazione nuziale di Girolamo Maria Fauci, detto ‘Jimmi', narcotrafficante internazionale. Tra i commensali ci sono molti amici e parenti dello sposo, tra cui Francesco Di Carlo, coinvolto nel processo per l'omicidio del banchiere Roberto Calvi. Capelli corti e ricci, occhiali da vista tondi, Angelino Alfano ha ventisei anni e da poco è stato eletto deputato e capogruppo all'assemblea regionale di Sicilia. Si reca a Palma di Montechiaro per prendere parte al matrimonio di Gabriella Napoli e Francesco Provenzani. Nel corso dei festeggiamenti saluta il padre della sposa, Croce Napoli. Il frammento di quell'immagine è immortalato nel filmino matrimoniale e pubblicato alcuni anni dopo dal quotidiano “la Repubblica” che per l'occasione sottolinea che Croce Napoli era anche considerato il boss di Palma di Montechiaro. Inizialmente Alfano nega di essere stato al matrimonio, poi davanti l'evidenza corregge il tiro: “Sono stato invitato dallo sposo, mio conoscente. Non conoscevo la sposa, men che meno suo padre”.


Riti d'onore d'Oltreoceano.
Nel novembre 1924, a Chicago, diecimila persone (tra cui il sindaco, il procuratore di Stato, il capo della polizia e quello della contea) diedero l'ultimo saluto a “don Michele”, all'anagrafe Michele Merlo, originario di Sambusa di Sicilia ed emigrato negli States in cerca di fortuna. E di fortuna, oltreoceano, Mike ne aveva fatta tanta, arrivando a controllare il mercato nero degli alcolici durante il periodo proibizionista. Un'attività che ne fece il potentissimo e rispettato capo della criminalità della città che presto avrebbe visto la scalata di Al Capone. Per celebrare don Michele, l'Unione Siciliana, associazione d'alleanza tra i residenti in Sicilia e quelli emigrati negli States, donò 30 mila dollari per i fiori e una statua di cera a grandezza naturale raffigurante il volto del boss. Nel maggio dell'anno successivo, in centinaia presenziarono ai funerali del suo successore, Angelo Gemma, alias ‘Bloody Angelo'. Una bara interamente di bronzo, del peso di 1.200 chilogrammi e del costo di tremila dollari, fu accompagnata da un corteo di una decina di auto, con bandiere e striscioni. Stando alle cronache dell'epoca, furono spesi 75 mila dollari in fiori e tutti i principali boss avevano inviato un omaggio floreale: i gigli di Al Capone, le peonie di Giuseppe ‘Diamond Joe' Esposito, i garofani di John Torrio.
Bisognerà attendere molti anni per rivedere in America una cerimonia simile. Precisamente l'ottobre del '76 quando morì il capo dei capi della mafia statunitense, Carlo Gambino, fulminato da un infarto mentre guardava la partita dei New York Yankees in tv. La sua salma fu accompagnata da cento macchine e nella chiesa di Saint John's Cemetery del quartiere del Queens, erano stipate un migliaio di persone. A Montréal, considerata da molti la patria di Cosa nostra, in tre anni si sono celebrati in sequenza gli estremi onori per i Rizzuto, i padrini del Canada. Il primo in ordine cronologico - il 28 dicembre 2009 - è stato quello di Nick Rizzuto junior, figlio di Vito e nipote del patriarca Niccolò, sepolto in una bara placcata in oro e accompagnata da centinaia di amici e parenti. Ma quando a morire è Niccolò, l'uomo d'onore per eccellenza, emigrato da Cattolica Eraclea e diventato una delle costole dell'organizzazione mafiosa dei Bonanno di New York, le spoglie del padrino sono accompagnate solo dal silenzio nella chiesa di Notre Dame de la Défense nel quartiere della Little Italy di Montréal. Nel dicembre 2012 si spegne l'ultimo Vito. Settecento persone (scrive il “The National Post”) vegliano la sua salma nella cappella di famiglia a St. Léonard. Anche in questo caso, la bara è in oro, accompagnata in corteo da decine di limousine, ciascuna con una corona. Le televisioni riprendono l'arrivo dei familiari, mentre agenti in borghese e uomini dei reparti speciali filmano tutto. Il funerale di Vito Rizzuto dà la stura al dibattito. Lo scrittore e giornalista del “The National Post” Adrian Humphreys intervista Monsignor Incaltalupo che ha celebrato la messa e che rimarca come “la Chiesa non rifiuta nessuno. Era cristiano e aveva il diritto di avere un funerale nella Casa di Dio”. Anche il portavoce dell'Arcidiocesi di Toronto, Neil Mac Carthy glissa: “Un funerale non è una valutazione della vita di un individuo. È un'opportunità per noi di pregare per il defunto e la famiglia che ne piange la scomparsa”.

narcomafie” numero 5 novembre/dicembre 2015 edizioni Gruppo Abele

18.2.19

Kariba, la diga che ridiede onore all’Italia (Andrea Goldstein)

Un interessante articolo rievocativo, finale ideologico a parte (si collega la morte dell'ing. Baldassarini in Svizzera alle diffidenze che oggi in Italia circonderebbero le grandi opere). Va ricordato peraltro che la diga sullo Zambesi che creò il più grande lago artificiale del mondo soffre oggi per i ritardi nelle manutenzioni straordinarie che la mettono in pericolo. (S.L.L.)

Un giovane ingegnere toscano che sfida Nyaminyami, il dio fiume dello Zambesi; un consorzio di agguerrite imprese italiane che prevale su prestigiose multinazionali; un Paese che ha perso la Seconda guerra mondiale che fa concorrenza alle potenze vincitrici e diventa un alleato prezioso dei governi post-coloniali in Africa australe. La costruzione della diga di Kariba negli anni 50 fu qualcosa di più del semplice racconto di una immensa realizzazione tecnica, il cui sbarramento creò il più grande lago artificiale al mondo, 13 volte il Garda.
All’origine di tutto ciò stava Impresit (Imprese italiane all’estero), del gruppo Ifi-Fiat, che le dighe le sapeva fare (aveva costruito in Val Venosta), ma i cui tentativi di conquistare i mercati esteri (Pakistan, Oceania) si erano saldati con sconfitte, in parte dovute all’assenza di ingegneri anglofoni. L’Africa, dove la società iniziò a costruire strade negli anni 40, offriva nuove opportunità in un momento in cui in Italia rallentava la ricostruzione post-bellica. Altre due società si trovavano nella stessa situazione: Lodigiani aveva costruito la sua prima diga nel 1906, Girola ne contava 30 al proprio attivo. Insieme allo studio dell’ingegnere Giuseppe Torno, crearono Impresit South Africa nel 1955, che presto si aggiudicò tre progetti in Rhodesia e Mozambico, un carnet di lavori con cui dare vita al patto Gilt e concorrere all’appalto per Kariba. Un progetto da 82 milioni di dollari al confine tra le due Rhodesie (attuali Zambia e Zimbabwe) finanziato dalla Banca Mondiale (36%), dai produttori di rame (25%) e dalla Colonial Development Corp. (19%).
Per un ritardo dell’aereo dall’Europa, ad aprile 1956 la busta tricolore arrivò a Sainsbury (l’odierna Harare) 10 minuti prima della chiusura dei termini, con poche speranze di prevalere sul meglio dell’ingegneria civile britannica (John Laing & Son, Cementation, Richard Costain). A giugno l’annuncio creò la sorpresa e a sancire la forza del Sistema Italia concorse il contratto per le linee di trasmissione aggiudicato a Rhodesia Power Lines, filiale della Sae. Si combinavano qualità di giovani professionisti (che nel frattempo avevano imparato l’inglese!), basso costo della manodopera e modesta marginalità della proposta Impresit (3%, contro 14% dei concorrenti anglosassoni). Se l’appalto finì a Impresit è perché in ogni caso le maestranze sarebbero state italiane, chiunque avesse vinto, un punto che enfatizzò Godfrey Huggins, primo ministro della Central African Federation, quando i sovranisti dell’Impero criticarono la scelta, temendo che gli immigrati italiani in Africa ci sarebbero restati...
Quando Mario Baldassarrini si trasferisce nell’odierno Zambia per dirigere i cantieri, poco sa dell’Africa. Ha 35 anni, si è laureato a Pisa dopo che i suoi studi erano stati interrotti dalla chiamata alle armi, e ha lavorato con l’ingegner Peppino Lodigiani in quatto cantieri italiani (Lovero, Recco, Val Zebrù e Cancano). Ma l’avventura è nei geni dei Baldassarrini. Da Baldassarre Baltazarini, musicista che nel 1572 organizzò la joute mascarade per le nozze di Enrico di Navarra con Margherita di Valois, all’architetto e ingegnere, Alula, emigrato in Argentina negli anni 1910 e a cui si devono le ville che fecero di Mar del Plata la Biarritz dell’Atlantico del Sud.
Grazie alle doti professionali e umane, Baldassarrini, nel frattempo raggiunto a Kariba dalla moglie e dai giovani figli, riesce a portare a termine il più grande progetto di ingegneria civile del dopoguerra. Gestisce la relazione con Angus Paton («One of the most able civil engineers of the modern era» secondo il necrologio dell’Independent nel 1999), Sir Henry Olivier (Chief Engineer) e il francese André Coyne. Regna su una forza lavoro che arrivò a contare 8mila africani e 1.600 europei. Gli operai venivano dal Nord Italia (bergamaschi e friulani, in particolare), ma anche da Motta San Giovanni, in Calabria.
Certo non tutto fu rose e fiori. Le condizioni di lavoro erano dure, gli stipendi appena accettabili, i contratti incomprensibili anche per i manovali italiani, dozzine dei quali perirono sul cantiere e nel cui ricordo fu costruita la chiesa di Santa Barbara. L’African National Congress era fortemente contrario a Kariba, che per oltre 55mila indigeni Tonga (Batonka) significò il trasferimento coatto. Non mancarono i momenti di tensione, ma, secondo Sir Olivier, Baldassarrini era «grosso, molto duro e con la stretta di mano di un gorilla».
Ancora più insidiose si rivelarono le piogge del marzo 1957, le più intense mai registrate nella zona, che ingrossarono a dismisura lo Sanyati, un affluente dello Zambesi, provocando danni ingenti. Eppure a fine anno i lavori rispettavano perfettamente il cronoprogramma, tanto che a inizio 1958 si iniziò a bonificare il fondo del futuro lago in modo da popolarlo di pesci e creare un’industria ittica. Poco dopo arrivò però un’altra piena, altrettanto devastante, ma nel corso dell’anno tutto il ritardo venne recuperato e la diga venne completata a dicembre 1958. A far parlare di Kariba nel mondo concorse anche l’Operazione Noè, il salvataggio di 6mila animali minacciati dal risalire delle acque, tra cui 23 elefanti e 44 rinoceronti.
Il 17 maggio 1960, per l’entrata in funzionamento del «biggest piece of masonry in Africa since the Pharaohs built the Pyramids» (scripsit il Sunday Mail) venne pure la Regina Madre, mentre in Italia le celebrazioni furono più sotto tono – anche se in Senato il 12 maggio 1960 Emanuele Samek Lodovici celebrò «il coraggio, l’abilità, la fatica, la tenacia e la fede che permisero la realizzazione [della] “diga degli italiani”». In compenso l’anno successivo Kariba apparve in Italia 61, il documentario realizzato dalla Walt Disney per conto della Fiat per celebrare le italiche glorie riprese dal cielo.
Degli italiani, privi di boria coloniale, i locali apprezzarono la disponibilità a condividere e insegnare. Aveva ragione Samek Lodovici ad affermare che Kariba «ci ha fatto guadagnare in Africa più prestigio di qualsiasi guerra imperiale» e presto venne la conferma «dello spirito di fraternità e cooperazione umana, tra bianchi e negri (sic) che ha presieduto alla sua realizzazione».
Nel 1966, sul Guardian apparve un articolo intitolato “Italian Economic Invasion of Zambia”, che raccontava come la Fiat avesse venduto 450 camion, la Snamprogetti stesse costruendo un oleodotto e l’Agip avrebbe presto «dominate the petroleum markets of Tanzania, Zambia and the Congo». Tutto ciò grazie alla disponibilità del Sistema Italia a concedere finanziamenti e lasciare il controllo sulle infrastrutture nelle mani delle neonate nazioni.
Anche Baldassarrini rimase in Africa, a dirigere cantieri di competenza di Lodigiani (Akosombo in Ghana, Roseires in Sudan, Kainji in Nigeria), per poi passare a Mantaro in Perù, Tarbela in Pakistan e Lar in Iran, prima di rientrare a Milano nel Comitato esecutivo di Impregilo. E di spegnersi a 93 anni, in Svizzera, forse per non assistere allo spettacolo della sua Italia sospettosa di ogni opera infrastrutturale.

Il Sole 24 Ore, 2 settembre 2018

“Mi interesso alle terre di nessuno”. La Domus Aurea e gli artisti rinascimentali. Parla Nicole Dacos (Franco Miracco 1986)


Una vecchia, poco nota e bellissima intervista a una grande storica dell'arte, dal “manifesto”, quotidiano comunista. Il ritaglio è senza data, ma l'anno è certamente il 1986. (S.L.L.)

Nicole Dacos (Bruxelles 1939 - Roma 2014)
Studiando l'affascinante vortice di osservazioni critiche, di dati, di idee, raccolte da Ernst H. Gombrich in Il senso dell’ordine (Einaudi) succede di leggere il nome della studiosa Nicole Dacos. Il grande storico dell’arte parlando della grottesca dice:«È ben noto che la fonte più ricca di tali motivi si trovava nelle stanze e nei corridoi della cosiddetta Domus Aurea di Nerone, tanto profondamente seppelliti nel terreno da esser noti come le grotte. Il diffondersi della grottesca può essere seguito quasi passo per passo, e così è stato di fatto seguito in uno studio ammirevole di Nicole Dacos». In una nota Gombrich ripete: «Ho seguito da vicino Dacos».
Decorazione della Domus Aurea neroniana
L’occasione dei lavori di restauro in corso alla Domus Aurea ci ha riportato alla grottesca, a quel «motivo mostruoso o buffo», ma soprattutto a quel nome di storico dell’arte capace di studiare un argomento «passo per passo». Così siamo arrivati a Nicole Dacos.
«La mia prima laurea — dice la Dacos — è in filologia classica, ma già mentre ero impegnata in quel genere di studi sentivo di essere attratta verso altro, insomma verso la storia dell’arte, l’archeologia. Però, dal momento che ero partita dalla filologia era necessario, prima di ogni altra scelta, chiudere quel capitolo. Dopo, cioè dopo questa formazione molto accademica, ho sentito l’urgenza di rivolgermi a cose profondamente diverse. Avendo letto i libri di Ranuccio Bianchi Bandinelli, fui spinta a lasciare il Belgio e a venire in Italia per seguire i corsi, i seminari, tenuti da questo grande archeologo».
Ad un certo punto della nostra lunga conversazione è stato fatto il nome di Marguerite Yourcenar, un’altra donna partita da Bruxelles, un’altra infanzia fiamminga. Spesso nelle pagine della scrittrice troviamo indicato il momento in cui avvengono strani miscugli, quelli che poi consentono che dalla semplice conoscenza si passi all’immaginazione, dall’archivio al romanzo. L’arida filologia certamente non ha mai chiuso nessun argomento per la Yourcenar, meravigliosa indagatrice di storia e di archeologia. Le sculture, quanto ora noi chiamiamo in questo modo, hanno veramente conosciuto una lunga «avventura» che provoca la scrittrice.
Gli elementi naturali o gli uomini le hanno consunte, mutilate, sfigurate. Osservando ciò che è rimasto «intimamente unito all’avventura» di una statua, non si può che dire: «Ogni sua ferita ci aiuta a ricostruire un crimine e a volte a risalire alle sue cause». Così, nell’archeologia e nell’andar per favole, la scrittrice riafferra la storia.
Dunque risalire l’avventura e per imparare a far questo la giovane Dacos da Bruxelles va a Roma.
«Con Bianchi Bandinelli ho imparato il valore di un metodo basato sulla attenta lettura delle opere, mai disgiunta però dalla conoscenza di altre e diverse discipline: artistiche, letterarie, filosofiche, storiche, sociologiche».
La giovane studiosa belga segue le lezioni di Bianchi Bandinelli perché lì trovano conferma i suoi sospetti contro la filologia. E assieme alla Dacos torniamo per un momento al fascino e alle parole di una di quelle lezioni: «Occorre dunque ripetere ciò che abbiamo detto già molte volte. Forse lo abbiamo detto con poca chiarezza o con non sufficiente determinanzione. Forse è vero quello che diceva un vecchio scrittore — Gide, mi pare — che bisogna ripetere sempre le stesse cose, perché nessuno sta ad ascoltare — gli archeologi e i filologi classici meno che mai. E forse proprio nel campo specifico della cultura classica, tra filologi e archeologi, vi è una particolare ottusità e diffidenza verso i problemi generali e un particolare distacco dalla cultura viva: ma ciò è imputabile non alla scienza che essi professano, bensì soltanto a chi la rappresenta. Occorre dunque ripetere che anche negli studi di antichità bisogna distinguere i due momenti, le due istanze: l’una specifica, tecnica; e l’altra universale, formativa, culturale; e che i due morpenti vanno, sì tenuti distinti; ma che il secondo deve rimanere presente alla mente dello studioso quale fine ultimo e scopo sostanziale della indagine specifica: altrimenti viene a mancare, come tante volte è accaduto, la capacità, e la possibilità addirittura, di distinguere tra problemi veri e problemi fittizi.
Sarebbe come se, nella trama di un racconto poliziesco, ci si perdesse nella raccolta dei dati e degli indizi e si dimenticasse che lo scopo finale è la scoperta dell’autore del delitto».
Nicole Dacos nasce, in quanto studiosa, dall’accettazione proprio di questo passaggio, identico sia per la Yourcenar, scrittrice-archeologa, che per Bianchi Bandinelli, archeologo colto, la scoperta dell’autore del delitto.
E dopo Ranuccio Bianchi Bandinelli?
«Cerco di orientarmi sempre più verso la storia dell’arte e allora inizio a occuparmi della Domus Aurea. Entro cioè in quel mondo sotterraneo frequentato molto attentamente da Pinturicchio, Signorelli, Aspertini, Giovanni da Udine, e poi ancora da tanti altri pittori europei durante il Cinquecento. Per questo motivo, a quel punto, mi avvicino a Roberto Longhi.
Se con Bianchi Bandinelli ho avuto un rapporto molto amichevole, quasi familiare, andare da Longhi invece era una specie di esame. Mi faceva una grande impressione. Ma da Longhi ho imparato la vera storia dell’arte, quella senza chiacchiere».
La storia dell’arte senza chiacchiere, intanto, si stava trasferendo nelle prime pubblicazioni, dava impulso a nuovi studi. “Ma venendo comunque da una formazione di filoioga classica — dice Dacos — sentivo il desiderio di fare alcune verifiche, di appronfondire gli elementi dei miei studi. Così sono andata all’istituto Warburg di Londra. Lì ho portato le mie ricerche sulla Domus Aurea».
Siamo dunque giunti nel tempio Warburg, nel mitico luogo. Qual è il suo giudizio su Warburg?
«Fu un grande stimolatore e una persona molto affascinante. Ma era un dilettante, dotato però di una grandissima cultura, soprattutto di tipo filologico. Oggi mi pare che in certi ambienti ci sia un eccessivo entusiasmo verso questo studioso. Chi volesse imitare Warburg correrebbe seri rischi nel caso non possedesse la sua notevole cultura filologica. Senza la cultura di Warburg c’è il pericolo di scrivere saggi da salotto, perché il limite che vedo in questo complesso personaggio è dovuto al negativo di un’erudizione che non porta a nulla. Insomma: è il caso di un’erudizione scollegata dalla storia. D’altra parte lo stesso Gombrich ha avuto più di una difficoltà nel sistemare il pianeta Warburg».
Da quel pianeta però, da Aby Warburg (1866-1929), dai suoi studi iconologici e mitologici, dalla sua astrologia, sono usciti interrogativi come il seguente che pur devono avere interessato Nicole Dacos: «Ecco il problema: che cosa significa l’influsso degli antichi per la civiltà artistica del primo Ri-nascimento?» O non era questa la domanda di fronte agli affreschi della Domus Aurea dipinti dai pittori di Nerone?
Nicole Dacos è anche l’autrice di libri come Le Logge di Raffaello, maestro e bottega di fronte all’antico (indagando sulla decorazione delle logge del Vaticano la studiosa scopre quali sono stati gli allievi di Raffaello che vi hanno lavorato; scopre che Giorgio Vasari ha scritto il vero dicendo che non furono solo otto gli autori raffaelleschi; dà un nome anche agli anonimi, che allinea accanto a Giovanni da Udine, Giulio Romano, Gianfrancesco Penni, Perin Del Vaga, Polidoro da Caravaggio). Altri suoi studi: i pittori romanisti, i rapporti artistici tra i Paesi Bassi e l’Italia durante il Rinascimento.
Ma quali e quanti furono gli artisti che si calarono nelle grotte della Domus Aurea?
«A partire dagli anni Ottanta del XV secolo e per quasi tutto il Cinquecento non c’è artista importante che non conosca le pitture della Domus Aurea. Parlo dei pittori che realizzarono la Cappella Sistina prima di Michelangelo, cioè di quelli attorno al Perugino. Dopo ci sono i raffaelleschi, e dopo ancora i pittori fiamminghi che giungono a Roma, come Heemskerck o Hermannus Posthumus. E fino al 1540 si scende nella Domus Aurea per copiare. Si deve sapere che prima di allora gli artisti non conoscevano la pittura, i colori, dell’antico. Nel vedere tutte quelle frivolezze, quelle stranezze, gli artisti del tardo Quattrocento e del Cinquecento, trovano la prova di un’antichità libera, ricca di spunti anticlassici. Per loro le grottesche della Domus Aurea sono l’universo della fantasia, il libro dell’inconscio. Quel luogo ha avuto il compito di stimolare la fantasia. È un rifugio nell’immaginario per chi possedeva già un grande bagaglio di conoscenze classiche, diciamo di tipo vetruviano».
Orazio e Vitruvio, ci ricorda Dacos, non amano le follie, le frivolezze. Nelle parole di Orazio la condanna di ciò che invece è proprio la pittura della Domus Aurea: «Se un pittore scegliesse di aggiungere un collo di cavallo a una testa umana e di far crescere piume multicolori ovunque su un miscuglio di membra, così che quanto in cima è una bella donna finisca in basso in un brutto pesce oscuro - amici, a questa vista, cercate di non ridere. Pittori e poeti hanno sempre il privilegio di osare qualsiasi cosa... ma non fino al punto di unire il dolce al selvaggio, o che i serpenti si ac-coppiino con gli uccelli, gli agnelli con le tigri». Esattamente ciò, che a loro modo, fecero Pinturicchio, Ghirlandaio, Giovanni da Udine, ecc.
«Attenzione però — avverte Dacos — copiano ma si apprestano a inventare altro. Sono stimoli per discorsi assolutamente nuovi».
Nicole Dacos, che per anni è vissuta nei sotterranei della Domus Aurea, dopo avere scovato tutte le firme graffite dagli artisti su quelle superfici, ora davanti a noi in condizioni di estremo degrado, frugando in archivi, biblioteche, musei, collezioni pubbliche e private, ha individuato ciò che quegli artisti disegnarono o dipinsero a partire dagli affreschi della Domus Aurea.
Dunque, ogni volta, è avvenuta «la scoperta dell’autore del delitto». È come se Amico Aspertini (1475-1552) o il Pinturicchio fossero stati colti «con le mani nel sacco» e qualcuno li avesse riportati nella casa di Nerone e sottoposti all’evidenza che tutte le loro invenzioni, le loro grottesche, soltanto in quel luogo avevano avuto origine.
E Nicole Dacos ha avuto anche l’immensa gioia di scoprire un quadro che fotografa la scena del delitto, cioè il momento in cui alcuni pittori con delle torce in mano stanno per calarsi nelle grotte della Domus Aurea. In una di quelle, nella grotta nera per l’esattezza, alcuni anni fa Dacos decifra diverse firme graffite sulla volta. Appartengono a quei pittori provenienti dai Paesi Bassi e attivi a Roma attorno al 1536. I graffiti sono la testimonianza del passaggio nella Domus Aurea di Martin van Heemskerck, Lamberto d’Amsterdam, Herman Postma. Ed è il nome latinizzato di quest’ultimo, cioè di Hermannus Posthumus, che Dacos legge a firma di un quadro, solo un paio d’anni fa apparso misteriosamente nelle collezioni del principe di Liechtenstein.
L’opera rappresenta una fantasia archeologica sul tema «Il tempo divoratore delle cose» e ciò che colpisce di questo fantastico paesaggio, molto moderno per l’epoca in cui fu dipinto (1536), è la presenza di un universo di frammenti archeologici, di sculture e architetture, teste colossali, rovine di templi, capitelli, urne, anfore, ma soprattutto ad emozionarci è la visione di alcuni artisti, che studiano e prendono le misure di quelle reliquie dell’antico o che si apprestano a discendere nella Domus Aurea per copiare l’immaginario colorato dei pittori di Nerone.
Abbiamo detto che Nicole Dacos si occupa dei pittori cosiddetti romanisti, artisti cioè che lavorarono tra i Paesi Bassi e l’Italia e che nessuno storico dell’arte di formazione accademica studia, perché si tratta di materia dalla problematica collocazione. Sono pittori «italianizzanti» e che durante il XVI secolo, sia nei Paesi Bassi che in Spagna, sono «impregnati di cultura italiana». Dice Dacos: «Essi appaiono come degli eterni stranieri e sono 'sospettati’ sia dagli storici dell’arte fiamminga che da quelli dell’arte italiana. Lo studio di questi artisti in effetti presuppone la conoscenza della pittura dei Paesi Bassi, ma anche dalla pittura italiana».
Ma più precisamente cosa spinge Nicole Dacos a questo genere di studi? — «M’interesso alle terre di nessuno — è la risposta — alle culture ibride, cioè doppie, Paesi Bassi e Italia, l’antico e il rinascimento».

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