7.2.19

Quando Lucio Magri era democristiano (Luciana Castellina)

Per “Il Saggiatore” uscì nel 2011, a un anno dalla morte, una antologia di saggi di Lucio Magri che copriva un arco temporale piuttosto lungo, dal 1962 (l'intervento al convegno sul neocapitalismo in cui discuteva e polemizzava alla pari con Giorgio Amendola) al 1993 (la Relazione al Congresso di Rifondazione Comunista del 1993, di fatto ignorata dall'Assemlea che avrebbe incoronato Bertinotti, al tempo innamorato del subcomandante Marcos). La scelta tende a rivendicare per Magri una sostanziale linearità, a presentare la sua esperienza di intellettuale e dirigente comunista come una ricerca travagliata e non priva di intoppi ma, nondimeno, coerente e tenace. È una lettura che non condivido del tutto, ma che è alla base del titolo del volume: Alla ricerca di un altro comunismo.
I testi sono preceduti da una intervista a Lucio Magri di Aldo Garzia e Famiano Crucianelli, suoi amici e compagni, una sorta di “ultima conversazione”, più bilancio che testamento prima dell'addio alla vita e da una prefazione di Luciana Castellina, che è molto più di una prefazione. È un contributo importante, tanto affettuoso quanto denso di notizie a molti sconosciute, alla biografia di un dirigente atipico, ma importante del comunismo italiano, certamente una delle intelligenze più vive di un movimento che di intelligenza, a mio avviso, non mancava affatto. 
Dallo scritto di Luciana Castellina riprendo alcune pagine che raccontano le origini cattoliche e “democristiane” dell'impegno politico di Lucio Magri e, con lui, di altri importanti figure della nostra storia comunista. (S.L.L.)


Fra i suoi difetti Lucio aveva anche l’intransigenza. Rigidissima, non integralismo, perché, anzi, era capace di continue autocritiche politiche; ma non sopportava l’incoerenza, l’eclettismo, l’assenza di rigore. Tutto doveva avere una logica e si arrabbiava con chi non riusciva a spiegare come da un certo inizio si sarebbe arrivati a certe conseguenze. Poiché in politica questo esercizio è assai frequente ha finito per litigare con molte persone.
Non si trattava, naturalmente, di integralismo religioso. Se le origini della sua formazione avevano radici nelle organizzazioni cattoliche era solo perché a Bergamo la sinistra era difficile incontrarla. Non c'era quasi. «I preti e i comunisti» che - come constatarono gli americani appena sbarcati, erano gli esclusivi abitanti dell’Italia - erano geograficamente aggregati, in regioni bianche e rosse. E Bergamo era fra le province più bianche. La dialettica politica postbellica, che era quanto a Lucio interessava dalla prima giovinezza, si esauriva dunque nella sventagliata galassia della Democrazia cristiana, che allora comprendeva, oltre a una destra consistente, anche una sinistra rilevante, l’ala dossettiana. E fu cosi che Lucio Magri cominciò con l’essere un dirigente dei gruppi giovanili Dc, che più di ogni altro settore di quel partito cresceva all’ombra del deputato che poi abbandonò tutto, in opposizione alla definitiva scelta neocapitalista della Dc di Fanfani; e si fece prete, presto esiliandosi a Gerusalemme.
I gruppi giovanili erano allora guidati da Franco Maria Malfatti, in seguito ministro e addirittura presidente della Commissione europea, che però all’epoca scriveva sulla rivista ufficiale dell’organizzazione – “Per l'Azione”, diretta da Bartolo Ciccardini - «non credo di sbagliare se dico che l'uscita delle opere di Gramsci ha rappresentato un avvenimento atteso e un lievito culturale importantissimo per la gioventù Dc». Malfatti aveva grande stima di Lucio e, quando a nome di Enrico Berlinguer gli andai a chiedere di andare a Varsavia come osservatore al Congresso dell'Unione internazionale degli studenti (entro cui si era ormai consumata la rottura con le organizzazioni non socialcomuniste), mi rispose che per lui, delegato nazionale, era impossibile, ma che vi avrebbe mandato una persona di sua piena fiducia, uno di Bergamo, Lucio Magri. Le circostanze in cui si stabilì questo accordo furono curiose: allora, era il ’53 e la guerra fredda imperava, che io andassi nel suo ufficio in piazza del Gesù, o che lui venisse nella sede della Fgci, a Botteghe Oscure, era impensabile. Terreni neutri non ce n’erano, tantomeno era adatto un bar. E fu così che salii sulla macchina di Malfatti e andammo a parlare, chiusi nella vettura, in piazza del Quirinale, disturbati da un ambulante che voleva mi comprasse una rosa, che infatti, per togliercelo di torno, mi regalò.
Occorreva, per Magri, il visto per la Polonia e così la prima volta che lo vidi in faccia fu attraverso le foto tessera e il passaporto che mi inviò a Roma affinché portassi a buon fine la pratica. Dovetti recapitarglielo a Milano, in tempo perché prendesse il treno di mezzanotte per Varsavia, mentre io non potei partire perché all’ultimo il questore di Roma mi negò per l’ennesima volta il passaporto, essendo io già una pluriarrestata. Ci incontrammo al bar Zucca, in galleria, e la conoscenza ebbe come quasi tutti sanno qualche seguito: politico, perché è insieme che abbiamo fatto “il manifesto”, e sentimentale, perché anni dopo e per parecchio tempo, siamo stati compagni di vita. Non prima, ovviamente, che lui si fosse iscritto al Pci, altrimenti sarebbe stato impensabile per ambedue.
I giovani Dc, così come la corrente dossettiana da cui traevano ispirazione, erano dominati dalla questione comunista: aprire al Pci era considerato il solo modo di avviare una politica anticapitalista e contrastare la scelta borghese ormai compiuta dai fanfaniani. Le incertezze che ancora in quegli anni percorrevano il mondo cattolico spiegano come sia stato possibile che su “Per l’Azione” siano potuti apparire articoli impensabili solo qualche anno dopo. E così troviamo proprio in quelle pagine un articolo di Lucio Magri, intitolato I limiti del riformismo, più o meno lo stesso di un saggio scritto vent’anni dopo sul “manifesto”, in cui è detto: «La nostra dimensione rivoluzionaria è stata crudelmente compromessa dal ricatto di una politica angusta, che ci obbliga a una spossante attesa del futuro».
Com’era evidente la Dc fanfaniana non poteva sopportare una organizzazione giovanile di questo tipo e infatti il suo esecutivo venne sciolto, alla vigilia del congresso del partito, nel giugno del ’54 a Napoli. Magri, che dal ’53 era succeduto a Ciccardini alla direzione di “Per l’Azione”, non era riuscito a far uscire neppure un numero della rivista: ogni bozza venne da Fanfani gettata nel cestino, fino a quando la rivista stessa non cessò le sue pubblicazioni.
E però una parte dei giovani Dc non si rassegnò: consumata la separazione con chi fra loro aveva scelto di adeguarsi e intraprendere brillanti carriere governative, promosse altre pubblicazioni: "Il ribelle e il conformista", diretta da un altro bergamasco, Carlo Leidi, molti anni dopo militante del manifesto. E poi la rivista “Prospettive”, in cui ritroviamo i nomi di tutti coloro che alla fine abbandonarono la Dc per approdare nelle file comuniste: Chiarante, Baduel, Guerzoni e tanti altri. Ciccardini e Baget Bozzo dettero invece vita a “Terza generazione”, in cui un ruolo importante fu giocato da Felice Balbo, una rivista che per una breve fase cercò di collocarsi fuori dalla De ma non contro di essa.
La vicenda dei gruppi giovanili Dc non fu un caso anomalo. Una crisi analoga subì la ben più corposa Gioventù dell’Azione cattolica, la Giac, i cui presidenti, Carlo Caretto e poi Mario Rossi, furono obbligati a dimettersi in contrasto con la linea integralista e fortemente anticomunista di Gedda, ambedue seguendo la strada di un appartato sacerdozio missionario, già imboccata da Dossetti.
Il Pci, e tanto più la Fgci, non capirono il travaglio della nuova generazione cattolica. Continuarono a proporre riduttive tematiche rivendicazioniste (i campi sportivi per i proletari, la riduzione delle tasse universitarie per gli studenti) come terreno di incontro, laddove il problema posto dal gruppo di giovani Dc che alla fine abbandonò il partito conteneva una domanda assai più ampia e strategica. Lucio Magri fu molto ferito da questa incomprensione, lo racconta anche nella conversazione con Garzia e Crucianelli, quando riferisce del deludente incontro che lui e Chiarante ebbero, proprio a casa mia, con Enrico Berlinguer. E sulla questione cattolica è poi tornato spesso, sia quando entrò nel Pci, sia, in seguito, quando divenne segretario del Pdup, come prova un convegno promosso sulla questione nel ’75. Una problematica anomala rispetto alla cultura molto «classista» della nuova sinistra, in cui peraltro finirono per militare molti ragazzi provenienti dalle organizzazione cattoliche.
In polemica con la cultura laico-radicale Magri insistette nella sua relazione su un dialogo che si fondi su valori e bisogni, quelli di una riforma intellettuale e morale. Contro la rimasticatura di un’etica individualistica, contro un punto di vista anarchico libertario, di mera insubordinazione in cui si va involgendo la spinta del ’68.
Scrive Del Noce, in merito a questa vicenda rimasta assai in ombra nella storiografia che racconta i primi anni cinquanta (in Genesi e significato della prima sinistra cattolica italiana post-fascista), che si trattò di «un fenomeno singolarissimo, di cui l’esempio senza paragone più importante sta nella vicenda della sinistra Dc di Dossetti in cui il capo abbandonava, per rigorosa coerenza intellettuale, e per nient’altro, la politica. Ora la gioventù Dc era stata influenzata in maniera decisiva da questo indirizzo. A chi rivolgersi ormai dopo il silenzio politico del maestro? Sta di fatto che negli anni approssimativamente tra il ’53 e il ’58, l’unico pensatore cattolico che ebbe udienza presso la gioventù Dc fu Felice Balbo. Né può essere sottovalutata l’importanza che ebbe la rivista “Terza generazione”, ispirata da lui anche se la sua durata fu breve».
In realtà l’incontro con Balbo fu importante soprattutto perché fu attraverso di lui che la parte più decisa dei Gruppi giovanili entrò in contatto con il leggendario Franco Rodano, indiscussa autorità dei cattolici comunisti ma anche assai influente presso il Pci stesso, sebbene Rodano sia rimasto sempre appartato. E però con Balbo i giovani Dc si trovarono su una soglia attraverso la quale stavano procedendo in direzione inversa: un gruppo importante di catto-comunisti (Balbo, Fedostiani e altri) abbandonava il Pci, loro andavano alla sua scoperta.
E così che Magri, assieme a Baduel e a Chiarante, approda al “Dibattito politico”, il settimanale (in seguito quindicinale) diretto da Mario Melloni (futuro Fortebraccio, il popolarissimo corsivista dell’Unità) e Ugo Bartesaghi, deputati Dc espulsi dal partito per avere votato contro la creazione della Ueo (riarmo europeo), ma di fatto da Franco Rodano.
La pubblicazione, in cui Magri scrive moltissimo (e con una molteplicità di pseudonimi) di tematiche sempre più connesse con il confronto politico e teorico interno al Pci, ebbe una sorte singolare: pensata come sede di dialogo fra cattolici e comunisti, finì per avere grande influenza nelle file stesse del Pci, dove si cominciava a discutere dell’ipotesi di centro-sinistra, un’opzione cui Rodano era fortemente contrario. Egli sospettava infatti del rapporto Dc-Psi e forze laico-borghesi, privilegiando un rapporto diretto Dc-Pci, fondato sul fatto che gli appariva assai più anticapitalista, per valori e interessi sociali, la base popolare e ancora contadina di quel partito rispetto ai ceti medi borghesi rappresentati da Psi, Pri, Psdi. Una posizione, questa, che si incontrava per molti versi con quella della sinistra comunista e che però portò Rodano, molti anni più tardi, a sostenere il compromesso storico, che era in realtà tutt’altra cosa.
È un fatto che in quegli anni Lucio Magri si trovò così a essere un eretico del Pci ancor prima di iscriversi a quel partito, cui avrebbe voluto aderire già subito e non potè. Come racconta lui stesso a Garzia e Crucianelli, resterà fuori dal Pci più a lungo di quanto avrebbe auspicato perché gli stessi dirigenti del partito, in nome di un accorgimento tattico un po’ miope, preferivano di gran lunga che si occupasse di dialogare con la sinistra Dc piuttosto che vederlo intromettersi nei propri delicati confronti interni.
Ci riesce, finalmente, nel 1958. E subito decide di abbandonare Roma per affrontare una prova sul terreno, nella piccola Federazione della sua città, Bergamo.

Lucio Magri, Alla ricerca di un altro comunismo, A  cura di Luciana Castellina, Famiano Crucianelli, Aldo Garzia, Il Saggiatore, 2011

Plastica usa e getta. I danni che fa, le soluzioni che tardano (Luigi Ippolito)

A gennaio dello scorso anno, Luigi Ippolito, corrispondente da Londra per il Corriere della Sera, prendendo spunto da un'iniziativa legislativa del governo inglese, espose in un articolo i gravi problemi di inquinamento che l'uso massiccio della plastica negli imballaggi e nell'usa e getta determina e le misure in vari paesi prospettate per ridurlo considerevolmente. Il pezzo andrebbe aggiornato, ma non mi pare che i passi avanti fatti nel mondo attenuino la gravità del problema. Non parliamo dell'Italia. (S.L.L.)


La premier Theresa May ha annunciato ieri la creazione nei supermercati di corridoi liberi dalla plastica, ha proposto una tassa su tutte le confezioni monouso, incluse posate e cannucce, e ha esteso a tutti i negozi la tassa di cinque centesimi sui sacchetti di plastica, già in vigore nei supermercati. Per dare il buon esempio, gli uffici governativi dovranno fare a meno di piatti e posate di plastica, mentre parte dei 13 miliardi di sterline (circa 15 miliardi di euro) di aiuti allo sviluppo saranno destinati a ripulire gli oceani. «Dobbiamo ridurre la domanda di plastica — ha detto la May — ridurre la quantità di quella in circolazione e migliorare il livello di riciclo. Agiremo a ogni passaggio della produzione e del consumo».
A partire dagli anni Cinquanta nel mondo sono state fabbricate oltre 8 miliardi di tonnellate di plastica: una cifra destinata a quadruplicarsi nei prossimi trent’anni. La gran parte di questo materiale finisce nei fiumi e negli oceani: la conseguenza è che nel mondo un milione di uccelli e almeno 100 mila tartarughe e altri mammiferi marini muoiono per aver ingerito plastica o per esserci rimasti impigliati. Nel canale della Manica, un pesce su tre che viene pescato contiene plastica: e perfino nella fossa delle Marianne, il punto più profondo del Pacifico, sono state trovare creature che avevano ingerito particelle di plastica.
Sulla scia del governo di Londra, le regioni del Regno Unito hanno annunciato provvedimenti simili: la Scozia metterà al bando la produzione e la vendita dei cotton fioc di plastica, dopo che le sue spiagge sono state inondate di bastoncini.
Anche l’Europa si muove: Bruxelles sta considerando una tassa comunitaria sulla plastica. Il commissario al Bilancio Guenther Oettinger ha comunicato che il provvedimento sarà varato in maggio, anche se non è stato ancora deciso se il balzello sarà a carico dei consumatori o dei produttori. Ma il fronte più difficile della battaglia resta quello cinese. Già dieci anni fa Pechino aveva provato far pagare i sacchetti di plastica, ma mercati e negozi hanno praticamente ignorato la disposizione. Lo sviluppo tumultuoso di questi ultimi anni ha dato il colpo di grazia all’ambiente: basti pensare alla popolarità delle consegne di cibo a domicilio, che nelle città hanno raggiunto i 20 milioni di ordini al giorno. Se si calcolano tre contenitori di plastica per ogni consegna, abbiamo 60 milioni di scatole quotidiane che vengono gettate via senza essere riciclate. I fiumi cinesi sono inondati di spazzatura che si riversa nel Pacifico: ora Pechino sta pensando a provvedimenti radicali e ha bandito l’importazione di rifiuti per concentrarsi sullo smaltimento interno. Ma potrebbero essere misure tardive.

Corriere della sera, 11 gennaio 2018

La poesia nel giardino di casa. La foto di un umbro premiata da National Geografic (Massimo Gramellini)


Di un umbro, David Francescangeli, è la foto più bella per il National Geographic 2018. Ritrae un uccellino di Terni, un esemplare di verdone, un uccellino poco più grande di un passero che con tutte le sue forze tenta di resistere alla violenza del vento, del gelo e della neve. Francescangeli, 40 anni, professione informatico in un ente collegato alla Regione Umbria ha due grandi passioni per il tempo libero: la natura e la fotografia. La sua immagine è stata giudicata la migliore in un lotto di circa 20.000 partecipanti al concorso nella categoria «mondo animale».
Ha raccontato lui stesso il modo un po' rocambolesco che ha consentito lo scatto. Nei primi giorni di febbraio del 2018, un vento dall'est che aveva fatto precipitare le temperature e a casa sua, alla periferia di Terni, sbocca una valle donde arrivava teso un vento di tramontana. Per di più era caduta la neve. Con molti sforzi e molti scatti è riuscito a fotografare in pose a modo loro drammatiche il piccolo animale. Non ha vinto denari, ma – e ne è felice - la pubblicazione della foto nella home di NG e la partecipazione a un master di fotografia a Milano, cui non sa se potrà andare.
Qui riprendo il bel commento di Massimo Gramellini. (S.L.L.)


Chilometro zero
Per vincere l’ambitissimo premio del National Geographic dedicato ai soggetti del mondo animale, decine di migliaia di fotografi in erba e in carriera setacciano la natura alla ricerca dei luoghi più esotici e delle specie più rare. Prendono aerei, affittano jeep, si arrampicano sulle vette e si calano lungo i burroni. Un vitalismo e una frenesia che, osservate dal mio divano, suscitano più ammirazione che desiderio di emulazione. Invece il fotografo dilettante David Francescangeli deve appartenere alla specie protetta dei pigri cronici e recidivi. Vive inchiavardato alla periferia di Terni e dice che già Milano gli sembra un posto parecchio lontano. Una mattina d’inverno vede dalla finestra di casa un uccellino sballottato dalla tormenta.
Esce dal retro, stende una coperta sul prato, prepara la macchina fotografica e immortala quel passero — un verdone — mentre si erge solitario contro la tempesta di ghiaccio che gli sferza le penne, serrando gli occhi e gonfiando il petto con un coraggio eroicamente sproporzionato alle sue dimensioni. David spedisce la foto e vince il primo premio.
Ha trovato la poesia nel giardino di casa, senza doverla andare a cercare in chissà quale altrove. Forse perché la poesia era già nel suo sguardo. Forse perché è ovunque. Talmente vicina che noi, presi dalla smania di guardare sempre lontano, neanche ce ne accorgiamo.

Corriere della sera, 4 febbraio 2019

Tragedie del nostro tempo. La morte di Florian D.



Di anni 46, rumeno, cacciato di casa dalla moglie con l'aiuto della polizia, si ripresenta il giorno dopo e non viene fatto rientrare. Si procura allora una tanica di benzina, si chiude nella Nissan e si dà fuoco il 2 gennaio del 2018 dopo le 7.30 del mattino, all'altezza del n.8 in via Flecchia, zona sud di Torino. (dalle cronache)

Poesia d'amore. Una lirica di Salvatore Quasimodo

Uno degli ingressi al Parco Sempione, d'inverno

Il vento vacilla esaltato e porta
foglie sugli alberi del Parco,
l'erba è già intorno
alle mura del Castello, i barconi
di sabbia filano sul Naviglio Grande.
Irritante, scardinato, è un giorno
che torna dal gelo come un altro,
procede, vuole. Ma ci sei tu e non hai limiti:
violenta allora l'immobile morte
e prepara il nostro letto di vivi.

da Tutte le poesie, Oscar Mondadori. 1995

Direttrice d'orchestra. Valentina Peleggi al debutto sul podio a Londra per la Bohème (Flavia Landolfi)

Una bella intervista e una bella storia, da valorizzare non solo per i suoi risvolti femministi, ma anche per una riflessione sulle sorti italiane della lirica, una delle più importanti tradizioni culturali del nostro Paese, un “bene comune” assai trascurato. (S.L.L.)


Prendi una pluripremiata che ha marciato a passo di carica nella crema delle accademie musicali italiane macinando diplomi, specializzazioni, attestazioni e riconoscimenti. Prendi nonna Clori, anni Venti, Roma, voce splendida, selezionata da Puccini in persona per Musetta nella Bohème al Teatro Costanzi. Prendi la scelta, il bivio, lo spartiacque: o la famiglia o la carriera, il dubbio, il dramma e infine la rinuncia a un ruolo che Clori non interpreterà mai per sposare un ufficiale.
Ecco servita la grande occasione per Valentina Peleggi, 35 anni, direttrice d’orchestra al suo gran debutto il 20 febbraio a Londra dove salirà sul podio con la English National Opera proprio con Bohème. Direttrice d’orchestra, si diceva. Una professione che in Italia per le donne è praticamente un miraggio dominata com’è da protagonisti tutti al maschile se si si esclude qualche ospitata dall’estero.
Ribaltando il destino di nonna Clori, Valentina ha fatto le valigie ed è andata via dall’Italia. Oggi la sua vita si divide su tre continenti: lavora di base a Londra dove ha vinto un concorso per il ruolo biennale di direttrice associata alla Eno. È direttrice musicale del teatro dell’Opera di San Paolo (Theatro São Pedro) in Brasile, dove è direttore principale anche del Coro sinfonico di Stato. E impugna la bacchetta negli Stati Uniti dove collabora con la Baltimore Simphony Orchestra.

Maestra Peleggi, come è arrivata a questo risultato a soli 35 anni?
Nel 2018 ho vinto questa posizione di direttrice associata in collaborazione con la Mackerras Conducting Fellowship. È un ruolo molto impegnativo che mi porterà a debuttare il 20 febbraio con Bohème. Contemporaneamente sto seguendo un’altra produzione di Philip Glass, fra due mesi toccherà al Didone ed Enea di Purcell e poi in autunno Offenbach.

Che rapporto ha con Bohème?
Ho una storia molto personale con quest’opera. Nella mia famiglia nessuno è musicista a eccezione della mia bisnonna materna, Clori Pierangelini, che veniva da una famiglia medio borghese. In quelle famiglie le donne venivano iniziate agli studi musicali, un po’ di pianoforte e un po’ di canto, più per intrattenere gli ospiti nei dopo cena che non per avviarle a una carriera artistica. Piccolo particolare, la mia bisnonna aveva una voce veramente fuori dal comune e voleva fare la cantante. Così di nascosto si presentò alle audizioni per Bohème al Teatro Costanzi di Roma, dove in commissione c’era Puccini che la scelse per la parte di Musetta. Erano gli anni ‘20, la mia bisnonna aveva 17 anni ed era promessa in sposa a un ufficiale di marina.

Immagino come andò a finire….
E sì, ovviamente fu messa davanti a una scelta, o il matrimonio o la carriera. Clori decise di sposarsi e da quel momento non ha mai più cantato. Quando ero piccola andavo a casa sua e lei suonava il pianoforte, suonava Bohème ma senza mai cantare.

Questa Bohème che dirigerà si annuncia già intensa, con un’impronta molto forte
Si, sono davvero emozionata. Ma per me, per la mia storia familiare, ha proprio il sapore di un riscatto, quello di nonna Clori, con i suoi vestiti pieni di merletti, le sue unghie che ticchettavano sui tasti del pianoforte e la sua dolorosissima rinuncia al canto.

Siamo partite dalla storia di sua nonna e ora veniamo a lei. Donne che vivono in contesti completamente diversi. Ma diciamocelo, una donna sul podio è una rarità anche oggi, soprattutto in Italia.
Il direttore di orchestra ha un ruolo di leadership e quindi come tutti i ruoli di leadership è per la maggior parte appannaggio maschile. E’ una questione di costume, di abitudine, fa comodo pensare che il ruolo maschile sia il ruolo predominante. Ma non solo: nell’immaginario collettivo il direttore d’orchestra è anche anziano, ha i capelli bianchi ed è maschio.

E quindi se sei giovane e donna la strada è tutta in salita. È così?
Sì. E’ proprio una questione culturale. Il dio maschio è un entità di potenza, saggezza, esperienza. Ma può non essere necessariamente cosi. Una donna che sale sul podio non può e non deve scimmiottare il suo collega uomo. Altrimenti tutto diventa ridicolo. Deve trovare lei un proprio modo di avere una leadership forte ma che non sia presa in prestito dall’altro sesso. Questa è la sfida che io e le mie colleghe ci troviamo di fronte: reinterpretare il ruolo di leadership al femminile.

Lei parla di leadership e banalmente il pensiero va alla bacchetta. Lei la usa quando dirige?
Sfatiamo questo mito, la bacchetta non è un simbolo di comando. In realtà dipende dalla composizione dell’orchestra, se hai cento strumentisti da dirigere la bacchetta serve perché è un riferimento visivo che aiuta. Nel caso della Bohème alla Eno, per esempio, avrò sessanta musicisti in buca e userò la bacchetta per farmi individuare dai cantanti sul palco che sono lontani da me decine e decine di metri.

A quanti anni ha deciso di fare sul serio con la musica? Quando ha capito che quella era la strada che voleva percorrere?
Questa è una domanda veramente importante, soprattutto per una donna. Per me è stato a 26 anni, dopo la laurea, quando ho deciso di andare all’estero, e cioè se venire a Londra alla Royal Academy oppure no. In quel momento mi sono posta per la prima volta la domanda delle domande: voglio investire tutto su questo? Anche perché non possiamo nasconderci che la vita della direttrice d’orchestra è impegnativa, multicentrica, sempre con la valigia in mano.

La scelta di andare all’estero è stata dettata da un percorso di formazione?
Sì. Avevo già un lavoro in Italia, ero direttrice del Coro Universitario di Firenze, che amavo molto. Nel frattempo frequentavo il Conservatorio, ho studiato a Fiesole, al Conservatorio di Santa Cecilia, alla Chigiana di Siena. Quindi tutto quello che potevo fare al top della formazione in Italia l’avevo fatto. Ma a me non bastava, non vedevo possibilità in Italia per continuare a migliorare. E invece avevo sete di continuare a imparare, volevo allargare i miei orizzonti. E così ho puntato su Londra perché pensavo che la Royal Academy potesse offrirmi quello che cercavo. Mai scelta è stata più difficile e, con il senno di poi, giusta per me.

Lei è stata la prima italiana a riuscire a entrare in un programma della Royal Academy. Cosa ha imparato da quell’esperienza?
A Londra ha trovato un contesto diverso da quello italiano per una donna che voleva salire sul podio. All’estero la situazione è meno ingessata, si scommette moltissimo sulla meritocrazia, quindi maschio o femmina che tu sia se sei bravo vai avanti, altrimenti ti fermi. In Italia qualche segnale inizia a intravedersi ma i tempi sono lunghi. E per chi come me voleva venire fuori subito non era cosa. Anche perché dirigere un’orchestra ha molto a che vedere con il corpo, il fatto che tu sia donna è qualcosa che non puoi certo nascondere.

Facciamo un gioco. Prendiamo i gesti dei direttori e facciamo un confronto.
Se un direttore fa un gesto delicato, quello è un direttore sensibile. Se una direttrice fa lo stesso identico gesto, si dirà che ha poco carattere, che è troppo sensibile. Se un direttore fa un gesto volitivo si dice che è grintoso, se lo fa una direttrice invece si dirà che è aggressiva, scomposta. Siamo messi cosi, inutile raccontarla in un altro modo.

Come sarà la sua Bohème?
Penso che sarà intensa. Spero davvero di restituire la freschezza dei ragazzi che sono i protagonisti della storia pucciniana. La immagino leggera, a volte, perché senza leggerezza non c’è l’affondo del dramma. Ma per una definizione sincera aspettiamo: glielo dirò quando poggerò la bacchetta sul leggìo alla fine dell’ultimo atto.

Finiamo con la classica domanda. Cosa consiglierebbe alle giovani aspiranti direttrici?
Non accontentatevi mai. Crescete, sempre. Non rimanete in un posto per comodità, per assuefazione: se si deve partire si parte, poi magari si torna. E mi raccomando: non mollate mai.

Il Sole 24 Ore, 31 gennaio 2019

Animali «guaritori» di uomini: gli insetti alchimisti (Mirella Delfini)



Se durante un viaggio in Sud America o in Uganda ci capitasse di vedere un indigeno che si fa mordere dalle formiche per purificarsi il sangue e stimolare - come dicono per esempio gli indios boliviani - il piacere di vivere in buona salute penseremmo che è gente selvaggia e piena di superstizioni. Invece hanno ragione loro: un morso di formica al giorno ti leva il medico di torno.
Grazie a una ricerca che ha impegnato per cinque anni un gruppo di studiosi dell'Università di Sydney, in Australia oggi sappiamo per esempio che la terribile formica detta bulldog toro, bisbetica e grossa quanto una vespa secerne almeno venti sostanze diverse capaci di sconfiggere miceti e batteri e quindi molti agenti responsabili di malattie anche umane.
Il problema che ci può affliggere è come facessero a saperlo i contadini australiani o gli indios della Guyana o gli ugandesi delle rive del Nilo bianco i quali si curavano cosi già da parecchi secoli magari con altre formiche brave anche loro a produrre antibiotici (lo sono tutte, benché usino formule diverse). Prima o poi dovremo ammettere che la tradizione popolare ha acquisito col tempo molte verità anche senza servirsi di quei metodi che noi, giustamente, consideriamo razionali e scientifici.
Il fatto è che provando e riprovando oggi con un erba, domani con la cera d'api e poi ancora dopodomani con la muffa e con qualche altra diavoleria, se uno per caso azzecca la strada giusta sopravvive, e la insegna agli altri. Quello che ha sbagliato è facile che vada invece al Creatore e del suo rimedio non se ne fa più nulla. Le formiche, evidentemente, avevano dato buoni risultati.
Infatti nelle antiche ricette si trovano infusi impacchi, distillati vapori puree macerazioni e spesso anche morsi di formica suggeriti come cura. Nel famoso Tesoro degli Arcani Farmacologici scritto da un religioso bergamasco nel XV secolo, frate Felice, si consiglia una certa Acqua di Magnanimità, ossia un vino medicato con estratto di formiche e addolcito con miele. Massimiliano d'Asburgo ne beveva sempre un bicchiere quando gli toccava andare in battaglia e mostrarsi coraggioso. Poi, nel 1670 lo studioso tedesco Fischer scoprì che la formica ruta produce l'acido formico, che non è solo disinfettante, ma ha molte altre virtù. Lo elaborano anche certe piante come le ortiche ed è presente negli aghi d'abete.
Nel secoli passati si conoscevano motte sostanze fabbricate dagli insetti per esempio la pericolosa cantaridina (isolata da Robiquel nel 1810) che si era fatta una fama come afrodisiaco. Qualcuno ricorderà che un tale un paio di anni fa, si è lasciato convincere a prendere polvere di cantaride per passare una “notte brava” ed è motto tra atroci dolori. Applicata sulla cute, e con cautela, sembra invece che la sostanza sia utile in caso di perdita dei capelli. Nella farmacopea dell’antica Cina esistevano molti medicamenti costituiti in parte da insetti essiccati e polverizzati, oggi esposti in preziose bottigliette nel Museo di Storia naturale di Pechino.
La medicina popolare, campagnola ha sempre usato il veleno delle api contro i reumatismi, la seta con cui il ragno fabbricala sacca delle uova come emostatico e il povero odiato pidocchio per bocca, come cura nelle epatiti acute e croniche. Secondo studi recentissimi il pidocchio, o meglio la modificazione dell'emoglobina umana compiuta dal pidocchio, che si nutre di sangue, stimolerebbe gli interferoni capaci di inibire la moltiplicazione dei virus all'interno delle cellule Ma siamo ancora all'abbicì di questa ricerca.
I gentiluomini del Settecento mettevano dentro le loro tabacchiere polvere di Aroma moschata, un coleottero verde con lunghe coma, deliziosa mente profumato, per migliorare il gusto del tabacco Oggi sappiamo che l’Aroma produce sostanze capaci di combattere molti batteri, e sicuramente quei nobili signori fiutando il loro tabacco aromatizzato si difendevano anche dai germi del raffreddore e del mal di gola.
In realtà la scienza non sa ancora un granché di queste sostanze animali, ne conosce pochissime e neppure troppo bene. Facciamo un ipotesi, immaginiamo che i misteri della biologia molecolare siano riuniti in cento volumi, grandi ognuno come un comune dizionario. No, non sono troppi. La biologia molecolare fonde insieme due scienze la biochimica, che studia le sostanze costitutive degli organismi viventi e le loro complesse interrelazioni e la biofisica che studia le forze fisiche e i fenomeni implicati nei processi biologici. Anzi, è probabile che cento volumi non bastino
Finora l'uomo ha decifrato poche frasi qua e là e non è riuscito neppure a capire l'indice che gli darebbe almeno un'idea del piano dell'opera. Ogni tanto, come in un rebus, qualcuno afferra una parola. Ma come in un rebus le parole isolate non bastano. Ed ecco che gli studiosi della facoltà di Scienze biologiche di Sydney, diretti dal professor Andrew Beattie, hanno decodificato qualche altra frase. Il capitolo nel quale sono andati a frugare non era proprio un campo vergine. Diciamo che è demivierge: sono almeno cinquant'anni che naturalisti e ncercatori curiosi, con l'aiuto di nuovi e sofisticati mezzi come il microscopio elettronico, stanno indagando sui misteri dell'ultrastruttura e della biochimica cellulare, e cercano di apprendere qualcosa di più sulle innumerevoli sostanze prodotte dagli invertebrati,
Nel 1947 lo studioso Mario Pavan, oggi direttore dell Istituto di entomologia dell Università di Pavia, aveva trovalo una sostanza chimica nuova per la scienza nella termica argentina, la piccola e insopportabile Iridomyrmex humilis che invade sempre le nostre case Si trattava del primo antibiotico e insetticida di origine animale, e fu battezzato iridomirmecina. Non ha nulla a che vedere con l'acido formico, che la Indomyrmex non produce. Pavan e Nascimbene si accolsero che l'estratto mostrava una notevole attività antibatterica verso numerose specie di microbi come quelli del tifo, paratifo, carbonchio, melitense, colera e tubercolosi, ma soprattutto era efficacissimo come insetticida.
La struttura completa della indomirmecina venne poi pubblicata nel 1955 e in pochi anni centinaia di specie di insetti e di altri artropodi cominciarono a essere studiate inn Italia e all'estero Valcuroni e Vita Finsi recensirono verso la metà degli anni Settanta circa 500 lavori di biòlogi che si erano dedicati a questa ricerca, e oggi sappiamo che le sostanze nuove, oltre agli iridoidi (simili all'iridomirmecina), sono moltissime.
Negli stesti anni Pavan aveva studiato la secrezione delle formiche della specie Dendrolasius fuliginosus che nella cavità degli alberi fabbrica grandi nidi scuri con centinaia di cunicoli e «stanzette». La sostanza, detta poi dendrolasina, serve probabilmente alle formiche per difendere e disinfettare le loro case. Là dentro intatti non si formano mai le muffe, nonostante l'umidità e l'ambiente favorevole, e nessun seme o spora può germogliare, perché le formiche sanno come bloccarne l'attività. Perfino le aggressive formiche razziatrici di schiave (tra le formiche lo schiavismo esiste ancora) scansano quel fortilizi con molta cura. Se per caso un operaia di altra specie dovesse venire contaminata con quel «profumo», al ritorno in patria verrebbe assalita dalle consorelle, che non la riconoscerebbero più come una di loro. In pratica, l’odore estraneo fungerebbe come una divisa da soldato nemico». Bisogna ammettere che le formiche ci battono sempre: una guerra così diabolica non l'avevamo ancora pensata. Allora perché non usare anche noi questi insetticidi, che non sono affatto tossici per gli animali a sangue caldo?
Quello delle sostanze prodotte da invertebrati di terra e di mare è un campo sterminate ed A un lavoro al quale un gterane ricercatore potrebbe dedicarsi con successo. Tutto è nuovo, e tutto è possibile, specialmente con I mezzi che la tecnica oggi ha a disposizione.
Pochi sanno, per esempio, che due ospedali del nord Italia (l'ospedale Maggiore di Novara e Arciospedale di Reggio Emilia) usano già una sostanza ricavata da un insetto per guarire piaghe resistenti a qualunque trattamento. Si tratta di un «veleno, capace di provocare dermatiti con necrosi che può Invece - se utilizzato in dosi inferiori al milionesimo di grammo - guarire anche grandi ulcere persistenti da anni, Su questa linea stanno lavorando gruppi di scienziati in Giappone, Inghilterra e Usa. Ma per il momento la sostanza - chiamata pedenna dal Paederus fuscipes, un coleottero che la produce - non si può ancora riprodurre in laboratorio. In natura, dicevano gli antichi, c’è proprio tutto. Basterebbe cercarlo.

“l'Unità”, 3 febbraio 1989

5.2.19

SERA DI FEBBRAIO. Una poesia di Umberto Saba


Spunta la luna.
                         Nel viale è ancora
giorno, una sera che rapida cala.
Indifferente gioventù s’allaccia;
sbanda a povere mete.
                                     Ed è il pensiero
della morte che, infine, aiuta a vivere.

'NNI LU STRATUNI. Una poesia triestina di Virgilio Giotti tradotta in campobellese e in italiano (S.L.L.)


Iammu taliannu, iu e ma figlia
l'ummiri 'nni lu vricciulinu,
ummiri nichi d'un culuri
mmienzu tra rosellu e cilistinu.
Taliammu 'nsusu; e n'Oh!

iddra mi fa cuntenta.
Ora ora affacciati
ci su li pampineddri
'nni la ramaglia, apierti
ancora una sì e una no.

Arridi; e lu so arridiri
di picciliddra s'ammisca
ccu lu virdi ca nascì
ddra 'ncapu stamatina
ccull'ummri nichi nichi di 'cca ssutta. 

SUL VIAL
Vardemo, mi e mia fia,
le ombre su la giarina:
pice ombre de 'na tinta
tra rosa e zelestina.
Vardemo in suso; e un Oh!

ela la fa contenta.
Vignude apena fora
ghe xe le foietine
sui rami, averte ancora
una sì una no.

La ridi: e quel su' rìder
de fiola se combina
col verde che xe nato
là susa stamatina,
co' 'ste ombrete qua zo.

SUL VIALE
Guardiamo, io e mia figlia
le ombre sulla ghiaia;
piccole ombre di una tinta
tra rosa e celestino.
Guardiamo in su; ed un Oh!

lei fa contenta.
Venute appena fuori
ci sono le fogliettine
sui rami, aperte ancora
una sì una no.

Ride; e quel suo ridere
di bambina si mescola
con il verde che è nato
lassù questa mattina
con queste ombre di quaggiù.

da Colori, Longanesi, 1972

Adesso ci sono computer... Una poesia di Charles Buwkoski



Adesso ci sono computer e ancora più computer
e presto tutti ne avranno uno,
i bambini di tre anni avranno i computer
e tutti sapranno tutto
di tutti gli altri
molto prima di incontrarli
e così non vorranno più incontrarli.
Nessuno vorrà incontrare più nessun
altro mai più
e saranno tutti
dei reclusi
come me adesso…

Richard Burton, il gallese. Un aneddoto raccontato da Antony Hopkins



A Port Talbot, nel Galles (35.000 abitanti), sono nati sia Richard Burton che Anthony Hopkins. Hopkins, figlio del panettiere, aveva diciotto anni e vide passare davanti al negozio la jaguar grigia di Burton, che era venuto in città e stava a casa della sorella. Era il 1955 e il ragazzo Hopkins, che adesso sta per compiere 80 anni, corse a casa di questa sorella di Richard Burton per rimediare un autografo e trovò Burton nel bagno che si faceva la barba. Burton (continuando a radersi): «Sei il figlio di Dick Hopkins?». Hopkins: «Sì». Burton: «Parli gallese?». Hopkins: «No». Burton: «Allora non sei gallese».

L'Espresso, n.1 gennaio 2018

4.2.19

Capodanno 2018. Renzi in montagna


Dalle cronache del 2 gennaio 2018:
Renzi, ieri mattina, ha postato su twitter una cartolina dell'Alpe di Siusi innevata e le parole: «Stamattina alzati presto per andare a sciare. Ma nevica alla grande, tutti a letto di nuovo. Primo giorno dell'anno imbiancato, bellissimo. Auguri, viva il #2018». I terremotati di Amatrice gli hanno risposto con un altro tweet: «Anche qui tanta neve e non possiamo sciare». 

La poesia del lunedì. Charles Bukowski (USA 1920 - 1994)

Charles Bukowski con la moglie Linda Lee cui è dedicata la poesia Confessione


Confessione
Aspettando la morte
come un gatto
che sta per saltare sul letto
mi dispiace così tanto per
mia moglie
lei vedrà questo
corpo
rigido e
bianco
lo scuoterà una volta, e poi
forse
ancora:
"Hank!"
Hank non
risponderà.
Non è la mia morte che
mi preoccupa, è lasciare
mia moglie con questa
pila di
niente.
Però vorrei che
lei sapesse
che tutte le notti
dormite
accanto a lei
anche le discussioni
inutili
erano sempre
cose splendide
e le più difficili
delle parole
che ho sempre avuto paura
a dire
ora possono essere
dette: "Ti amo".

3.2.19

Mestieri scomparsi: ’a tincitura (la tintora). Dal "Museo d'ombre" di Gesualdo Bufalino


Allora il nero del lutto era legge: nero era il cuore, nero il panno. Compresi fazzoletti e camicie. A me dunque a ogni morte di nonno davano da portare i grossi fagotti legati, colore dell’arcobaleno, perché li annerisse d’un subito, appena dietro l’angolo, Donna Stella tincitura. La trovavo in cucina, curva, con le belle braccia nude, su un calderone di aniline, che fumava e pareva vivo. Sapevo di non dovermi affacciare a guardare: un paiuolo di diavoli come quello, dove bollivano e si strizzavano tutte le infamità della terra... Ma non mi spaventavano meno, alzando gli occhi, le lingue d’ombra che tremavano lassù, sulla volta; e il borbottio delle fiamme che voleva persuadermi a tutti i costi una cosa, ma non sapevo che cosa. Strega accigliata e benigna, Donna Stella mi consolava, chiamandomi a mangiare, come una capra, nel suo palmo caldo di Esperide o Èva, i grani scuri di un melograno.

’U musicanti. Il suonatore di serenate. Dal “Museo d'ombre” di Gesualdo Bufalino

Franz Hals, Suonatore di liuto, Museo del Louvre, Parigi

Sia gloria a Turi Murruzzu, chitarrista di qualità! Lo assumevano per una notte i giovani più focosi e pelosi, ch’erano.poi spesso i più timidi, perché li aiutasse a sedurre con la musica le belle testarde dormienti! E quante romanze e stornelli salirono sotto la sua mano magra e veloce dalle corde ruffiane; quante melodie turbarono nell’ombra delle alcove cosi la vergine come la
sposa, cosi la savia come la folle! Palpiti e veglie e deliri senza numero commentò quella voce tenera e ineducata, e propiziò nozze e ratti e alleanze colpevoli della carne e del cuore. Ché se poi talvolta uno scroscio d’acqua o di peggio su di lui dall’alto villanamente precipitava, più forte e sicura e irridente si sentiva, dopo un minuto, la sua canzone levarsi nella notte, un isolato più in là, a perpetuo vituperio dei mariti troppo vecchi e dei tutori gelosi.

Dalla sezione Mestieri scomparsi

Sogno. Una poesia di Giuseppe Ungaretti



Vallone il 17 agosto 1917
Ho sognato
stanotte
una
piana
striata
d’una
freschezza

In veli
varianti
d’azzurro’oro
alga

da L’allegria in Ungaretti, Il Sole 24 Ore, 2007

Quando la sterminatrice era uno spettacolo. Un libro sul Trionfo della morte di Palermo (Antonio Scurati)


I cimiteri sono deserti, anche nel giorno dei morti, le chiese evacuate da weekend in riviera, gli ospedali confinati nelle suburbie. Per secoli la civiltà cristiana ha messo la morte al centro della vita, ora noi l’abbiamo confinata ai suoi margini oscuri. Mai come in questa nostra epoca è stato possibile assistere quotidianamente, abbondantemente, immediatamente, accendendo un computer o un televisore, alle immagini mediate di morti altrui e mai come in questa epoca l’immagine della morte ci ha lasciati orfani di una meditazione sulla morte. Da sempre, nessuna cultura, in qualsiasi epoca e luogo, è nata senza un culto dei morti, fino alla nostra epoca, alla nostra cultura. Un rivolgimento antropologico profondo, una novità senza precedenti. Eppure la morte non ha mai smesso di trionfare.
Il «Trionfo della morte» di Palermo è il titolo dell’ultimo libro di Michele Cometa, studioso di letterature comparate e cultura visuale all’Università di Palermo (Quodlibet editore, pp. 170, € 16), dedicato al formidabile affresco originariamente collocato nel cortile dell’Ospedale Grande e Nuovo di Palazzo Sclafani e ora custodito nella Galleria Regionale della Sicilia. Indimenticabile per chiunque lo abbia visto, il gigantesco dipinto (sei metri per sei) racchiude l’intera enciclopedia iconografica della meditazione sulla morte di un’epoca ossessionata da essa, lo specchio dell’Europa medievale funestata dalla peste da più di un secolo eppure sorprendentemente aperta a un futuro ignoto e diverso.
Cometa esordisce con una ékphrasis, una meravigliosa descrizione verbale dell’opera d’arte visiva, un esercizio retorico antico eppure modernissimo, nella convinzione che l’attuale trionfo della visualità non comporti - come credono i reazionari, i malinconici masturbatori di libri defunti, i torvi della retroguardia accademica inutili a sé stessi e al mondo - la competizione storica con la parola, né tanto meno l’emarginazione della cultura libresca, ma una superiore sintesi di entrambe.

Solo pochi osano guardare
E, così, la parola sapiente ed evocativa interroga trentaquattro tra uomini e donne, più quattro cani, un cavallo e altri minuscoli animali, tutti sovrastati dalla freccia sterminatrice che solo pochi tra loro osano guardare. E sono i mendicanti, gli storpi, i derelitti che dal margine dell’affresco implorano una liberazione. Cometa li interroga nel vertiginoso gioco reciproco di sguardi che si scambiano reciprocamente e che scambiano con noi che, a secoli di distanza, li stiamo ad ammirare. Qui una prima rivelazione colpisce l’occhio che interroga ciò che gli occhi non osano guardare: già nel Medioevo, incantato dalla grande sterminatrice, il trionfo della morte era il trionfo dello spettatore. Soltanto che allora, prima della rimozione del tragico, fissare i propri occhi in quelli del morituro significava che l’abisso ci avrebbe restituito lo sguardo. Allora, come oggi, la morte ci ri-guarda. Oggi, però, voltiamo la testa.
Consapevole di ciò, Cometa interroga il grande spettacolo del mondo nell’istante della sua fine, ammaliato dalle sue tessiture narrative più che dalle disquisizioni erudite sulle sue fonti. Non si chiede «chi lo ha dipinto?» ma «quale storia vi si narra?». E qui cade la seconda rivelazione: vi si narra una storia che giunge fino a noi. Sì, perché nelle immagini di un’Europa medievale perseguitata dalla peste come in quelle dei migranti odierni che vengono a morire sulle nostre coste, ciò che davvero conta, al di là di ogni disquisizione attributiva o distributiva («chi lo ha dipinto?», «che ne facciamo?”), «è il riconoscimento del segnale che da questa immagine si diparte, una luce che intercettiamo e comprendiamo a distanza di secoli perché ci parla di un’esperienza che s’irradia nel nostro mondo, nel nostro tempo», ciò che conta davvero è l’onda immemoriale che attraversa tutte le esperienze della morte, la storia che comprendiamo oltre ogni cronologia, la nostra storia senza fine.

Il «nulla» che dà un senso
L’occhio del critico, sempre puntato sull’elemento fatale, ci accompagna a scoprire le forme dell’affresco - ellissi, onde, quadri, personaggi, cataste, orti - fino alla penultima scoperta, quella della donna morente che non implora più salvezza ma solo compagnia, quella del grido che dal fondo dei secoli non implora più Dio ma gli uomini e chiede soltanto «Non lasciarmi!». È la scoperta di quelle struggenti figure di consolatori pietosi che soccorrono gli amici morenti senza aver più nulla da dire né da opporre alla morte, eppure li soccorrono, animati da una devozione moderna che non ha più nulla del sentimento ultraterreno che la religione ha coltivato per secoli ma è diventata semmai «la forma specifica del prendersi cura dell’altro nel mondo abbandonato da Dio».
Ecco l’ultima rivelazione di questo libro abbagliante: il culto dei morti non è estinto, prosegue e prospera nell’attuale, dilagante storytelling. La pulsione narrativa che eccita ogni organo del nostro mondo disertato dagli dei si rivela come la principale manifestazione di quella devozione moderna che ci spinge a soccorrere l’amico morente offrendogli come antidoto alla pestilenza, in mancanza di altro, un racconto, una narrazione del suo nulla, che restituisca alla vita tutto il suo senso.
Come ha scritto Stephen Greenblatt, nelle arti e in letteratura tutto cominciò con il desiderio di parlare con i morti. Il libro di Michele Cometa dimostra che non solo tutto continua con quel desiderio nei nostri modesti romanzi e nelle nostre nottate davanti alle serie tv, ma anche che in qualche raro, felice caso, come il suo, i docenti di letteratura si guadagnano fino in fondo lo stipendio di «sciamani di ceto medio».

La Stampa 31 maggio 2017

Mio zio litiga sempre con mia zia. Una poesia di Aldo Nove



Mio zio litiga sempre con mia zia;
mia zia litiga sempre con mio zio,
perocché in fondo in fondo esiste Dio,
e tutto torna sulla retta via.

Mio zio lavora in Svizzera, a Mendrisio,
non sa nulla di Kant né di Platone,
ma non è deficiente né coglione,
e nell’Olimpo opta per Dionisio

(infatti beve): troppo descrittivo?
Come poesia, però, non è scadente:
almeno testimonia che son vivo

e che ragiono, o forse no (la gente
capisce poco di quello che scrivo
ma quello che capisce è sufficiente).

da Fuoco su Babilonia! – Crocetti editore, 2003

1.2.19

Dono. Una poesia di Czesław Miłosz (Polonia 1911 - 2004)



Un giorno così felice.
La nebbia si alzò presto, lavoravo in giardino.
I colibrì si posavano sui fiori del quadrifoglio.
Non c’era cosa sulla terra che desiderassi avere.
Non conoscevo nessuno che valesse la pena d’invidiare.
Il male accadutomi, l’avevo dimenticato.
Non mi vergognavo al pensiero di essere stato chi sono.
Nessun dolore nel mio corpo.
Raddrizzandomi, vedevo il mare azzurro e vele.
Berkeley, 1971

da Dove sorge e dove tramonta il sole, in Poesie, Adelphi, 1983- Traduzione di Pietro Marchesani

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