26.6.19

Congedo del viaggiatore cerimonioso. Una poesia di Giorgio Caproni.



Amici, credo che sia
meglio per me cominciare
a tirar giù la valigia.
Anche se non so bene l’ora
d’arrivo, e neppure
conosca quali stazioni
precedano la mia,
sicuri segni mi dicono,
da quanto m’è giunto all’orecchio
di questi luoghi, ch’io
vi dovrò presto lasciare.

Vogliatemi perdonare
quel po’ di disturbo che reco.
Con voi sono stato lieto
dalla partenza, e molto
vi sono grato, credetemi,
per l’ottima compagnia.

Ancora vorrei conversare
a lungo con voi. Ma sia.
Il luogo del trasferimento
lo ignoro. Sento
però che vi dovrò ricordare
spesso, nella nuova sede,
mentre il mio occhio già vede
dal finestrino, oltre il fumo
umido del nebbione
che ci avvolge, rosso
il disco della mia stazione.

Chiedo congedo a voi
senza potervi nascondere,
lieve, una costernazione.
Era così bello parlare
insieme, seduti di fronte:
così bello confondere
i volti (fumare,
scambiandoci le sigarette),
e tutto quel raccontare
di noi (quell’inventare
facile, nel dire agli altri),
fino a poter confessare
quanto, anche messi alle strette,
mai avremmo osato un istante
(per sbaglio) confidare.

(Scusate. È una valigia pesante
anche se non contiene gran che:
tanto ch’io mi domando perché
l’ho recata, e quale
aiuto mi potrà dare
poi, quando l’avrò con me.
Ma pur la debbo portare,
non fosse che per seguire l’uso.
Lasciatemi, vi prego, passare.
Ecco. Ora ch’essa è
nel corridoio, mi sento
più sciolto. Vogliate scusare.)

Dicevo, ch’era bello stare
insieme. Chiacchierare.
Abbiamo avuto qualche
diverbio, è naturale.
Ci siamo – ed è normale
anche questo – odiati
su più d’un punto, e frenati
soltanto per cortesia.
Ma, cos’importa. Sia
come sia, torno
a dirvi, e di cuore, grazie
per l’ottima compagnia.

Congedo a lei, dottore,
e alla sua faconda dottrina.
Congedo a te, ragazzina
smilza, e al tuo lieve afrore
di ricreatorio e di prato
sul volto, la cui tinta
mite è sì lieve spinta.
Congedo, o militare
(o marinaio! In terra
come in cielo ed in mare)
alla pace e alla guerra.
Ed anche a lei, sacerdote,
congedo, che m’ha chiesto se io
(scherzava!) ho avuto in dote
di credere al vero Dio.

Congedo alla sapienza
e congedo all’amore.
Congedo anche alla religione.
Ormai sono a destinazione.

Ora che più forte sento
stridere il freno, vi lascio
davvero, amici. Addio.
Di questo, sono certo: io
son giunto alla disperazione
calma, senza sgomento.

Scendo. Buon proseguimento.

Tutte le poesie, Garzanti, 1986

Leonardo e Galileo (Lucio Lombardo Radice)



Commemorando un grande del passato, si è quasi naturalmente portati a cercare nel suo pensiero e nella sua opera ciò che anticipa i successivi risultati della ricerca, le intuizioni e le “divinazioni” delle future conquiste della conoscenza umana. Commemorando Leonardo da Vinci, del quale si celebrerà il 15 aprile prossimo il quinto centenario della nascita, la tentazione di cedere a una simile tendenza è particolarmente forte e avvincente. Parliamo, s’intende, di Leonardo ingegnere e scienziato; di quel Leonardo segreto ideatore di macchine e di teorie che i contemporanei poco o nulla conobbero, e che ci è stato rivelato, a distanza talora di secoli, dallo studio dei suoi appunti, dei quaderni che egli scriveva e disegnava per sé stesso o per una ristrettissima cerchia di scolari. Ecco presentarsi a noi l'ingegnere che disegna macchine per volare cinque secoli prima del primo volo di Wright; il consulente militare inascoltato che progetta, alla fine del 1400. per Ludovico il Moro, cannoni a retrocarica, carri armati e mitragliatrici, ancora una volta con.un anticipo di secoli; ecco il gronde fisico che enuncia, sia pure in forma oscura o intuitiva, alcuni dei principi fondamentali della moderna meccanica; ecco il genio che precorre, intuisce o “divina” le meraviglie e gli orrori della scienza e della tecnica più moderne... Difficile resistere alla tentazione di esaltare il “genio”, di dare alla parola genio il significato romantico e antistorico di uomo al di sopra del suo tempo, di demiurgo che anticipa in sé i secoli a venire.
Noi pensiamo che non si sminuisca affatto la grandezza di Leonardo reagendo alla tentazione di fare di lui un solitario precursore dell’avvenire, indicando i limiti e le debolezze delle sue pur affascinanti e mirabili divinazioni, ricercando se vi siano motivi meno appariscenti ma più profondi che ci portano a collocare Leonardo tra le più grandi figure dei fondatori della scienza moderna. A noi sembra infatti che i “progetti” di Leonardo siano, per tanti loro aspetti, legati al loro tempo, al carattere artigiano, arretrato della scienza e della tecnica appena ai loro inizi. Occorre non dimenticare le date che segnano i limiti della vita di Leonardo: 1452-1519. Siamo agli albori della ricerca scientifica moderna, che impiegherà ancora più di un secolo, dopo la morte di Leonardo, per costruire gli strumenti di osservazione e di calcolo ad essa indispensabili. Vi è senza dubbio una linea continua di sviluppo che va da Leonardo a Galileo, ma vi è pure una differenza sostanziale, un vero salto qualitativo tra la scienza al principio del ’500 e la scienza attorno alla metà del ‘600. l‘epoca di Galileo è l'epoca del cannocchiale, che Galileo stesso ha se non inventato, certo per primo costruito come strumento capace di aprire nuovi mondi alla ricerca; è l’epoca della Géométrie di Descartes, della teoria degli indivisibili di Galileo stesso e dei suoi allievi Cavalieri e Torricelli, che precede e promuove quei metodi infinitesimali che Leibniz e Newton introdurranno qualche decennio dopo nella loro forma moderna. L’epoca di Leonardo è contrassegnata dal contrasto tra la modernità delle idee, degli orientamenti scientifici, e la povertà e l’arretratezza degli strumenti della scienza. Per osservare il cielo Leonardo non ha il cannocchiale. ma solo l'occhio, o qualche congegno del tutto primitivo: per calcolare Leonardo ha a sua disposizione solo le regole dell'aritmetica, conosce poco anche quella parte dell'algebra che oggi a noi sembra elementare, e che allora era faticoso studio e geloso segreto della scuola bolognese. Questo contrasto acquista un rilievo tutto particolare appunto nei progetti più arditi di Leonardo: macchine, disegni, teorie nelle quali un’idea nuova, moderna è costretta ad incarnarsi in una tecnica elementare, arretrata, artigiana.
Tuttavia, anche quando i suoi consegni sono ingegnosi ma primitivi e scarsamente realizzabili, anche quando le sue deduzioni fisiche e meccaniche sono errate, vi è in Leonardo qualcosa che fa di lui un uomo nuovo, un rivoluzionario nel mondo della scienza e della tecnica. È l'atteggiamento di Leonardo nei confronti della scienza, è la sua stessa concezione della ricerca scientifica. Siamo, con Leonardo, veramente al di là del Medioevo: non come patrimonio tecnico e strumentale, non per quel che riguaarda l’organizzazione della scienza e la posizione dello scienziato nella società, ma per quel che concerne l'orientamento del pensiero scientifico. Leonardo disprezza coloro che “vanno gonfiati e pomposi, ornati non delle loro ma delle altrui fatiche”, coloro che disputano «allegando l'autorità», i dotti del Medioevo, ricchi solo di citazioni aristoteliche e tomistiche. Contro essi polemizza nei suoi appunti quasi con le stesse parole, certo con gli stessi argomenti che Galileo adopererà un secolo e mezzo più tardi nella sua grande battaglia, non più segreta ma aperta, contro aristotelici e tornisti. I a sapienza, per Leonardo, è “figliola della sperienzia”; e a lui sembrano «vane e piene d’errori» quelle scienze “le quali non sono nate dall’esperienza, madre d'ogni certezza, e che non terminano in nota esperienza, cioè che la loro origine o mezzo o fine non passa per nessuno dei cinque sensi”. Quale fosse l'intimo pensiero di Leonardo sul sovrannaturale, come «l'assenzia (essenza) di Dio e dell’anima e simili», non è facile dire: certo è però che Leonardo scienziato segue un metodo rigorosamente materialistico. Egli fa svanire dal mondo della natura gli angeli e gli spiriti, le "virtù” e i miracoli dei miti tnedioevali; dedica pagine e pagine a dimostrare che in natura non può esistere «quantità incorporea» («questa quantità è detta vacuo, e il vacuo» - cioè il vuoto -«non si dà in natura»); esclude dall’indagine scientifica ogni elemento di trascendenza, ogni mito sovrannaturale «ribelle ai sensi». È violentissimo contro i negromanti i quali affermano che gli spiriti esistono “sanza lingua parlino e sanza strumenti organici sanza i quali parlar non si può!”; apertamente ironico nei confronti “de' frati, padri de’ popoli, li quali per inspirazione san tutti li secreti”.
Agli albori delln ricerca scientifica moderna, vedendo aperti di fronte a sé sterminati rami di indagine, Leonardo si sofferma spesso ad esaltare le meraviglie dell’universo. Ma a noi non sembra che in Leonardo vi sia la «poesia del mistero», il turbamento di fronte all'inconoscibile, come a qualcuno è parso. In Leonardo vi è la esplicita affermazione della conoscibilità della natura e delle sue leggi, al di là di ogni «inspirazione» e di ogni misticismo, e della possibilità di conoscere e dominare la natura. Per Leonardo, così come per Galileo, il libro della natura è scritto in linguaggio matematico («la proporzione non solamente nelli numeri e misure fia ritrovata ma etiam nelli suoni, pesi, tempi e siti e in qualunque potenzia sia»), ed i fenomeni naturali seguono, inoltre, certi principi generali, che — una volta intesi — permettono di prevedere e anticipare i risultati sperimentali. Si tratta per esempio del principio secondo il quale «tutti li effetti» partecipano «delle lor cause», è della legge del minimo mezzo (in particolare del minimo tempo). Non si tratta però di una ripetizione delle idee platoniche né di una anticipazione delle categorie kantiane. «La natura è costretta dalla ragione della sua legge, che in lei infusamente vive»: il razionalismo di Leonardo è legato al suo materialismo scientifico. La ragione non trascende l’universo, ma è ad esso connaturata.
Certo, si tratta di un pensiero complesso. di una ricerca faticosa. piena di contrasti, di chiaroscuri, anche di contraddizioni. Tuttavia, il nucleo del pensiero scientifico di Leonardo ci pare contenuto nelle affermazioni che abbiamo sommariamente esposto. Leonardo è perciò alle origini di quella grande corrente di pensiero che troverà la sua piena espressione in Galileo, e che preparerà uno dei più grandi periodi del pensiero moderno: quello che, nella seconda metà del XVIII secolo, prenderà i nomi appunto dal razionammo e dal materialismo, e avrà il suo centro nella Francia alla vigilia della sua grande rivoluzione. Il seme, certo, non è il frutto, e non è lecito ricercare nel germe le parti perfette dell'organismo completo, ma commemorare a distanza di secoli Leonardo scienziato. deve pur significare — al di là della retorica del genio e del superuomo — ricercare e ritrovare la linea secondo la quale, nei secoli a venire, si svilupperanno e si dispiegheranno le sue concezioni e le sue intuizioni.

“l'Unità”, 20 marzo 1952

25.6.19

Quella cannuccia d'argento. In morte di Riccardo Bacchelli (Domenico Porzio)



Tra l'indifferenza dei lettori che da anni disertavano la forte moralità della sua eloquenza stilistica e la quasi smodata cultura letteraria, politica, storica delle sue pagine, Riccardo Bacchelli se ne è andato, concludendo in un ospedale di Monza la sua lenta e lunga agonia. È stato, il grande vecchio, un malato imbarazzante: per l'amministrazione del Comune di Milano, che generosamente lo aveva per anni ospitato a proprie spese in una clinica cittadina; per i legislatori, i quali sul suo "caso" avevano finalmente, varato, tra polemiche che ancora si trascinano, una civile legge assistenziale a favore di chi, avendo meritoriamente operato per la nostra cultura, venga a trovarsi, in tarda età, impedito e indigente; per gli amici anche intimi, che negli ultimi tempi desistevano dal fargli visita per l'afflizione di dover riconoscere, nella muta, cieca ma ancora maestosa corporalità dello scrittore, del tutto arresa ormai alla vecchiaia, il già imprevedibile compagno di festosi e illuminanti colloqui.
Il fiume Bacchelli, un fiume di oltre diciottomila pagine in prosa di romanzi, commedie, saggi e in versi (la bibliografia di Maurizio Vitale per i soli anni 1909-1961 si stende su 150 pagine) è naturalmente giunto alla sua foce e si disperde nel mare infido della memoria delle generazioni. Il grande tavolo nello studio di via Borgonuovo è da molti anni privo del suo protagonista, della prodigiosa manualità dello scrittore.
L'ultima volta che lo vidi al lavoro, in quella stanza silenziosa e luminosa, disadorna di libri (li aveva tutti regalati alla Biblioteca comunale), ma ben fornita di enciclopedie e di vocabolari, Bacchelli, in giacca da camera sotto la quale spiccava una camicia a largo collo con la ben annodata cravatta a farfalla, scriveva, come da sempre usava, su di un grande foglio protocollo rigato, lasciando un ampio margine laterale. Scriveva con la mai smessa cannuccia d'argento e con uno dei suoi leggendari pennini inglesi marca Perry: ne aveva una grossa riserva regalatagli da un anonimo lettore, il quale aveva appreso, da un suo elzeviro, della difficoltà che incontrava nel procurarseli. "Ne ho per una ventina di libri", diceva; e senza esagerare nel computo e nel programma, lui che di libri fin da giovane era abituato a scriverne due o tre all'anno. "Anche il Manzoni", mi ripetè in quella occasione, asciugando col tampone il foglio appena scritto, "ricorreva a grandi margini laterali. Piegava il foglio in due e scriveva sul lato sinistro della piegatura; a destra, spesso senza cancellare l'originale, riscriveva, correggendoli, periodi e frasi". E inarcando ancor più i suoi sopraccigli a virgola e già innescando una risata, aggiunse: "E quello sciocco del Visconti, curando l'edizione del Fermo e Lucia, non se ne accorse: stampò, insieme, l'originale e le correzioni!".
Sorprendente, nella sua conversazione, era una immedesimazione nel tempo e nei luoghi della sua cultura: riferiva del Leopardi e del Tommaseo (uno "schiavone" che un po' detestava) come se li avesse visti e ascoltati la sera prima al ristorante. Nella clinica di via Lamarmora, dove mi ero adoprato per farlo ospitare, ancora riusciva a colloquiare senza amnesie, con felici spigolature nella memoria delle sue letture: ancora lo visitavano fantasmi di personaggi, tanto che più volte lo sorpresi a dettare alla moglie Ada ("la più devota e santa delle donne") frasi di favole e fantasticherie. Gradiva qualche bottiglia di vino e gli alberi di Natale fatti di pane cotto che gli portavo per quella festività; e molto teneva ad assicurarmi che la clinica disponeva di un ottimo cuoco, mentre degustava soddisfatto le smorte e obbligate pappine, le patate lesse, la pallida frutta cotta. Raramente e con pudore accennava a ciò che aveva dettato alla moglie, più volentieri parlava della sua esperienza di narratore, ribadendo che i buoni soggetti per un romanzo non sono mai quelli belli per se stessi, ma quelli che nascono "a frusto a frusto, a parola per parola, e quasi costretti a nascere". Mangiava a quel suo desco di malato con la stessa gratitudine di quando si sedeva ad una tavola ben imbandita, rammentandomi, tuttavia, che mai era stato, come gli amici sostenevano, un forte mangiatore; una pura leggenda nata dal fatto - spiegava - che quando a Milano, negli anni Trenta, scriveva il Mulino, restando diciotto ore di fila seduto alla scrivania e sorbendo solo caffè tra le molte sigarette arrotolate a mano, di necessità la sera, al Bagutta, doveva riassumere in uno solo i suoi dovuti tre pasti quotidiani.
Fin quando la malattia gli ha concesso di ordinare ed esprimere pensieri, Bacchelli, negli ultimi tempi, accennava con frequenza a sue meditazioni spirituali. Quasi dimentico di ogni trascorsa gloria mondana e letteraria, pareva dialogare ormai solo con l'eterno e con intatta passione di capire e di spiegare. Non lo interessava più la parola già usata per confutare il Progresso, "la maggior menzogna della storia umana", perché fatto "di crudeltà che corrompe e di corruzione che incrudelisce", non più la parola con cui nei romanzi aveva rincorso l'inafferrabile verità della vita, ma la parola che meditava sul tempo che dimostra l'eterno, che aggiunge mistero a mistero, giacché, concludeva, "il mondo prova ed esige Dio".
L'ultima volta che lo andai a visitare fece perfino fatica a riconoscermi: mi scambiò per il pittore Novello, e poi se ne scusò imbarazzato. Andarlo a trovare era aggiungere una pena alla sua pena di liberarsi così faticosamente dalla sua lunga ed operosa vita. Da anni, è certo, i lettori lo hanno dimenticato; altrettanto è certo che le generazioni a venire, se ancora faranno oggetto di studio la letteratura, dovranno riconoscere nelle pagine de Il mulino del Po, in questo suo gran romanzo sulla gente semplice vinta dalla Storia, uno dei capisaldi della nostra narrativa del secolo. E la sbalorditiva vitalità di Bacchelli, come scrisse Gianfranco Contini, apparirà davvero cosa d'altri tempi, "da comparare nel nostro secolo solo a quella, nell'ambito speculativo e storico, del Croce".

"la Repubblica", 9 ottobre 1985

Il dovere dell'intellettuale (Andrea Camilleri)



Oggi c’è solo il «particulare»: lo scrittore racconta del suo ombelico, se vi sta bene, bene, altrimenti pazienza. Magari qualcuno obietterà che sul proprio ombelico Proust ha scritto un capolavoro in più tomi, che ci sono periodi storici in cui si può parlare ampiamente e splendidamente del proprio ombelico, magari anche oggi. Ma allora avanzo una contro-obiezione e chiedo una «separazione delle carriere»: tu come scrittore parli del tuo ombelico, ma coinè cittadino non puoi non accorgerti della situazione di disagio e di ingiustizia in cui vive la maggioranza del paese. Almeno come cittadino, ne vuoi parlare? Vuoi spendere una parte del tuo prestigio almeno per «aggregarti» umilmente con chi prende iniziative per combattere quelle ingiustizie? No, neanche questo. Ecco perché siamo a una sorta di grado zero della funzione dell’intellettuale oggi in Italia. Sono pochissimi gli intellettuali che partecipano come cittadini, e questo è un danno, un danno enorme. E anche una colpa. Perché se bai mia qualche dote, che ti fa in qualche modo distinguere, ritengo un dovere che tu la debba usare impegnandoti come cittadino, è un modo di restituire parte dei privilegi di cui godi.

Da Alla ricerca dell'impegno perduto, "Micromega", n.6 Anno 2013

Leida 1637. La “Géométrie” di Cartesio e la scienza moderna (Lucio Lombardo Radice)



Cartesio scrisse moltissimi libri, piu o meno importanti (alcuni molto importanti), di fisica, di filosofia, di altri argomenti. Di matematica scrisse anche varie cose, ma il suo nome in questo campo resta legato soprattutto a un libriccino di poche pagine, la Géométrie, pubblicato in Olanda, a Leida, nel 1637.
In questo libriccino è esposta un’idea, anzi un metodo, destinato a portare una cosi grande rivoluzione, un così impetuoso sviluppo in tutte le scienze, da far sì che si possa indicare la data della pubblicazione della Géométrie come la data di nascita della scienza moderna. Si deve naturalmente prendere con il solito pizzico di sale, cum grano salis,- un’osservazione di questo genere. Solo per le persone c e un giorno, anzi un’ora, anzi un istante preciso di nascita; solo per le persone si può dire «nato a ... il giorno ... dell anno ... figlio di ... e di ...». Per le idee è un’altra cosa, e tanto piu difficile è la questione quando si parla della data di nascita della scienza moderna. Si tratta non di un giorno, ma di un periodo, non di un’opera, ma di molte, non di un solo genio, ma di numerosi ricercatori e scopritori.
Il periodo è indubbiamente quello: tra il 1630 ed il 1640 molte cose giungono a maturazione. Solo un anno dopo la pubblicazione della Géométrie, nel 1638, ancora a Leida, la famosa casa editrice degli Elzeviri pubblica i Dialoghi attorno a due nuove scienze di Galileo Galilei con i quali nasce la moderna meccanica (la libera Olanda dava la possibilità di stampare i suoi scritti a un perseguitato come Galilei, condannato come «copernicano» dalla Chiesa cattolica e prigioniero in patria). Se, poi, invece di parlare in generale di nascita della scienza moderna vogliamo limitarci all’origine della fecondissima fusione tra algebra e geometria, alle origini, cioè, della geometria analitica, neppure così possiamo fissare proprio quella data, il 1637, e basta; proprio quel libro, la Géométrie, e basta; proprio quello scienziato, René Descartes, e basta.
La nuova felice idea era nell’aria in quel periodo: l’aveva in mente e l’applicava negli stessi anni, e forse prima, un altro geniale francese, un uomo di legge, Pierre Fermat, che nelle ore libere dalle cause si dilettava di matematica. «Essere nell’aria» vuol dire, in fondo, soltanto questo: che esistono, ad un certo momento, tutte le conoscenze ed idee preliminari, necessarie per il sorgere della nuova idea.

La matematica da Pitagora a Newton, Editori Riuniti, 1971

Massimo Troisi. Pensavo fosse amore … (Federico Chiacchiari)

È passato poco più di un quarto di secolo dal giorno della morte di Massimo Troisi, il 4 giugno 1994). Aveva solo 43 anni e, a partire dalla giovanile esperienza della “Smorfia”, aveva fatto a tempo a fare grandi cose, a volte senza neanche accorgersene. Nella nostra memoria resta soprattutto il poeticissimo film d'addio sul postino di Neruda, ma anche degli altri, quelli di cui fu regista e quelli in cui fu protagonista (o quasi) come attore, ricordiamo scene, battute memorabili, espressioni. Nell'agosto di quell'anno uscì un numero di “suq”, che era a quel tempo il magazine del “manifesto”, interamente dedicato a Massimo Troisi (titolo: Massimo del piacere) curato da Flaviano De Luca con la collaborazione di Federico Chiacchiari e Demetrio Salvi, che sul grande cineasta napoletano avevano scritto anni prima un libro molto apprezzato. Riprendo in questo ed altri post del blog alcuni dei testi lì raccolti, soprattutto testimonianze di chi l'aveva conosciuto e parole di Troisi tratte soprattutto da interviste. (S.L.L.)



Ci manca Massimo Troisi. Ci manca la sua dolcezza ed ironia, la capacità tutta napoletana di saper ridere delle proprie debolezze, non di quelle altrui. Ci manca la sua capacità ed umiltà, che gli ha permesso di migliorare sempre, fino a diventare un vero e proprio regista (autodidatta). E ci manca soprattutto quel suo sguardo malinconico sulla realtà, quel suo occhio che leggeva dritto nel cuore delle persone, quella sua innata capacità di raccontare i punti deboli degli esseri umani, ma scavandone così a fondo il sen so da riabilitarli e trasformarli in punti forti fondanti. Ci manca il suo sguardo tenere sul mondo, il suo saperci far divertire su quelli che sono i nostri sensi più vulnerati.
Era un uomo che ha provato per tutta la sua splendida e brevissima vita a parlarci dei sentimenti. Ma non lo ascoltavamo. Tutti ridevamo e basta. Perché Massimo aveva questa virtù incredibile di saperci far ridere. E chi ci riesce più.
Ma purtroppo chi fa ridere raramente viene preso sul serio. È un comico, una marionetta, non qualcuno che può raccontarci le nostre debolezze, le nostre paure, le nostre insicurezze. Eppure avevamo tutti gli occhi per vedere e le orecchie per sentire. Già Ricomincio da tre raccontava la difficoltà di essere teneri, di stare insieme, di vivere appieno senza vergogne e senza chiusure mentali i propri sentimenti. Parlava di noi, della nostra voglia di stare insieme a qualcuno ma anche della nostra paura di perdersi, o di farsi/farci prigionieri. Della libertà del sentire. Della paura di amare. E invece si è letto solo il ritratto generazionale del meridionale che non vuole essere più lo stesso di sempre. Vabbé era anche questo, ma se è per questo anche David Cronenberg apparentemente ci mostra degli orrori terribili, dei corpi in frantumi, che esplodono fuori e dentro. Così la critica li vede e li definisce «horror», e invece sono dei bellissimi romanzi (pardon, film) d’amore, i più inquietanti e belli della nostra epoca. Massimo come Cronenberg (e qui i cinefili lo so, rideranno) usava i suoi attrezzi del mestiere, il suo talento incredibile, appunto il comico, per narrarci storie di amori impossibili, amori disperati, storie banali e quotidiane eppure uniche, vere, sincere e profonde.
Ma Scusate il ritardo è stato per tutti una delusione: già, non faceva ridere come il primo. E ci tagliava dentro, come un coltello affilatissimo. Massimo, era evidente, la sofferenza se la portava dentro da ragazzo, ma non per cose tipo fame, povertà ecc... su cui ha sempre giocato, ironizzando su se stesso. Ma per quella malattia che ce lo ha portato via per sempre. Già, il cuore. Non un muscolo qualsiasi. No, proprio quello dei sentimenti. Di cui Massimo è stato il più grande cantore proprio nell’Italia degli Anni Ottanta, che si rappresentava come ricca, cinica e rampante. E lui ricco lo era, ma soprattutto in quel muscolo che la natura gli avrebbe fermato così presto. Ma certo né cinico né rampante.
Mica ci andava in Tv lui. Solo con gli amici, per gli amici. Quando con Demetrio scrivemmo il libro su di lui, non gli chiedemmo niente per pubblicizzarlo in giro. Non ci importava più di tanto. Ci piaceva che lui lo apprezzasse, che scegliesse con noi la copertina (e con Stefano gliene presentammo tre e che piacere nello scoprire che aveva scelto proprio quella che preferivamo anche noi, che lo rappresentava come un novello, malinconico Pulcinella), che ne cogliesse lo spirito diverso dagli altri libri che circolavano.
Non ci interessava farne un’operazione commerciale (infatti altri li aveva rifiutati) ma forse, ma lo comprendo solo ora, solamente una dichiarazione d’amore nei suoi confronti. Quando ne parlò con Gianni Minà e Pino Daniele in televisione, rimanemmo totalmente sorpresi: era il suo modo di ringraziarci di quello che avevamo scritto di lui. Così, con gli strumenti che aveva lui, la gentilezza, la semplicità e il talento comico insuperabile («tutte queste cose si possono scrivere su di me?», ci disse tra il sorpreso e - sotto sotto - l’orgoglioso, alla lettura del suo libro).
E ora tutti lo rimpiangono, anche quelli che non lo hanno mai capito e lo hanno maltrattato da Scusate il ritardo in poi. Ignoranti e presuntuosi. Che non avevano visto quel meraviglioso film-tv, dal titolo premonitore che ora ci fa accapponare la pelle, Morto Troisi, Viva Troisi. Massimo si era già fatto il suo funerale, gli elogi funebri e tutto il resto. Almeno come uomo di spettacolo. Aveva la morte dentro e la raccontava a noi per farci ridere. Quanto dovremmo essergli grati.
Mai abbastanza. E quando scelse di fare Non ci resta che piangere esclusivamente per l’idea di passare del tempo insieme al suo amico Roberto Benigni?
Questo il bello del fare le cose che ci piacciono, come atti d’amore verso i nostri simili, per stare con loro. Ma i critici guardano solo i grandi discorsi, e il comico non li fa, ma ti fa smuovere le viscere dal ridere. E la comicità di Massimo era finalmente una di cui non doversi vergognare.
È però forse quasi per assecondare inconsciamente una richiesta d’impegno, che Troisi realizza l’«antifascista» Le vie del signore sono finite. Eppure anche lì erano i sentimenti a dominare. L’amicizia e l’amore. In mezzo, sempre, la malattia. Psicosomatica ma «sempre una malattia». Per nascondere la malattia d’amore, vera ossessione di Troisi.
E Pensavo fosse amore invece era un calesse è l’ulteriore tassello della sua ricerca sui sentimenti. Ma Troisi non è Rohmer o Fellini o chissà chi altro. E la sua ricerca seria lui la realizza facendo ridere gli altri. Ma in Pensavo fosse amore ...., l’amarezza, la sofferenza escono in primo piano, Massimo ha smesso di nascondersi dietro il suo grande talento. Infatti, come diranno in molti, «fa meno ridere».
Certo, ci racconta le nostre ansie! I nostri amori perduti, i desideri che cambiano, gli sguardi che si perdono, i sensi che si trasformano, insomma ci racconta di coirie è difficile vivere, amare e capirsi oggi, in una società dove l’amore e i sentimenti sono diventati programmi d’intrattenimento televisivo, dove si mettono in mostra gli amori tra uno spot e l’altro.
Invece Troisi se ne usciva in pieno Natale con un manifesto in cui lui, il comico per eccellenza del cinema italiano, aveva l’aria afflitta e triste (e litigò con la produzione che preferiva un’immagine più distensiva per le famiglie in resta). Tanto hanno fatto i critici che lo stesso Massimo non pareva rendersi conto della politicità dei suoi film («sento che potrei fare di più, prendere posizione, indignarmi di più, ma pubblicamente», diceva).
Eppure, ripeto quello che avevo già scritto. «Come ci parliamo oggi, come ci raccontiamo stancamente, i nostri amori insoddisfatti, la centralità (e l’afasia) dei sentimenti, la famiglia come volano di trasmissione del consenso e della stabilità sociale, l’“impossibilità” (e insieme la necessità) odierna della coppia, e tanto altro ancora: cosa c’è di più politico di questo?»

“il manifesto - suq” sabato 20 agosto 1994

Machiavelli oggi. Élite e popolo, il confronto che dura da secoli (Carlo Galli)


Machiavelli pensa la politica a partire dall’esperienza concreta, e dall’esigenza, del resto ovvia, che l’agire politico sia efficace. Quindi la politica deve obbedire alle esigenze interne alla «cosa stessa», alla logica del successo, della sopravvivenza e dell’accrescimento della potenza, e non può affidarsi a precetti morali astratti, a priori. Machiavelli pensa in una fase storica in cui da tempo il rapporto fra religione e politica non è più vitale – di lì a poco quel rapporto diventerà mortale, sarà la causa delle guerre civili di religione in Europa, che nondimeno egli non fece in tempo a vedere –. Una fase storica in cui la politica si carica di intensità, di autonomia, di rischiosità (quel rischio che egli definisce «fortuna»).
C’è tuttavia in lui, oltre al realismo di chi cerca di conoscere e padroneggiare ciò che «è» – ossia i concreti rapporti di potere, i conflitti, le occasioni per difendersi e per offendere –, anche una sorta di realismo del «dover essere»: l’agire politico non può esporsi al disprezzo e all’odio di chi nella politica è comunque coinvolto, cioè del popolo. Una sorta di «consenso», di condivisione di ideali e di interessi, fra élites e popolo, è sempre richiesto; perché l’agire politico sia vitale e condiviso deve essere concreto, adattarsi alle circostanze, essere iscrivibile in un senso comune, produrre egemonia. La politica non è solo tecnica del potere; o meglio, il potere non è solo tecnica: è accortezza e forza (volpe e leone), è agire efficace condiviso, è prassi comune. Il principe non è un profeta disarmato che crede che gli Stati si governino con i Paternostri, ma non è neppure un tiranno avido e crudele: anzi dà le armi al popolo; la repubblica, poi, vive del conflitto (non totale, ma neppure del tutto neutralizzato) fra le parti sociali per la conquista del potere.
Insomma, il pensiero di Machiavelli non consiste in un manuale di consigli (malvagi) ai potenti, come pure fu interpretato per secoli: sarebbe una sorta di moralismo rovesciato, un’astrazione di segno diverso. Consiste piuttosto nella scoperta della forza e della rischiosità della politica, della sua necessità (non ne possiamo fare a meno) e della sua aleatorietà (è un territorio sempre insidioso, non sorretto da alcuna configurazione etica trascendente, né da alcun ordine razionale). È, questa, una scoperta paragonabile a quella, più o meno coeva, dell’America, di un nuovo mondo.
Tutto ciò è assai lontano non solo dal modo tradizionale di pensare la politica come parte di un’etica religiosamente fondata, ma anche dalla modalità con cui il pensiero moderno mainstream pensa la politica: cioè come contrapposizione fra individuo privato, dotato di diritti morali ed economici, da una parte, e potere pubblico dall’altra. Questa modalità ha avuto una valenza critica verso il potere assoluto, ma più spesso è ormai solo lo strumento della delegittimazione radicale fra avversari. Al contrario, il pensiero di Machiavelli non è individualistico, né moralistico, e neppure economicistico: non si fonda, insomma, su diritti dei singoli, delle persone, da rispettare, da implementare e da difendere rispetto allo Stato. E non prevede neppure la costruzione dello Stato attraverso un contratto razionale che coinvolga tutti i cittadini in vista di un bene comune – la pace, in cui i singoli possano perseguire i propri fini, soprattutto economici, sotto la protezione della legge –. La proprietà, la legalità, il singolo, hanno certamente un posto nel suo pensiero: non li si può violare con leggerezza, li si deve rispettare quando si può, ma la politica non si riduce alla loro affermazione e alla loro difesa: è molto di più. È energia, è determinazione – decisa, e tuttavia sempre incerta – di un destino collettivo; è partecipazione libera alla vita collettiva, ai suoi conflitti di potere, alle sue aspre necessità, alle sue glorie mondane.
Sta qui l’intrinseca moralità della politica. La politica è morale non perché debba rispettare alcuni principi ad essa esterni o superiori, ma perché è principio di se stessa, dovere a se stessa. Non perché si inchina alla trascendenza ma perché prende sul serio l’immanenza. Non perché nasce dai diritti e dalla volontà dei singoli, ma perché l’uomo raggiunge la propria pienezza solo se vive la politica, se vive civicamente; altrimenti è un uomo «privato», diminuito. Oggi diremmo «alienato». Il privato è un uomo dimezzato sia che conduca una vita sociale pensando solo al denaro e alla ricchezza; sia che voglia condurre la vita seguendo la morale religiosa, astratta, perché ciò può avvenire solo se si ritira in convento. Lo schema che contrappone i diritti individuali al potere politico, o la morale alla politica, non fa parte del pensiero di Machiavelli, che si costruisce piuttosto intorno allo schema inerzia-energia, privato-civile.
La grandissima nuova attenzione a Machiavelli, che oggi si constata, significa che si sente un nuovo bisogno di politica. Di una politica che, certo, ripristini il rispetto per l’uomo e per i suoi diritti (che per noi, a differenza che per Machiavelli, sono primari, e che sono spesso violati benché tutto il mondo occidentale li ponga a proprio fondamento), e che li ripristini proprio attraverso la critica della riduzione della politica ad ancella dell’economia, o della morale; attraverso, cioè, la ripresa di una politica attiva, energica, partecipata, non individualistica, economicistica o moralistica. Di una politica, quindi, che non sia solo «richiesta» di diritti, ma che sappia essere «conquista» di una più piena umanità. Insomma, oggi una decente democrazia si conquista grazie alla politica, più che con il ricorso alla morale – fin troppo utilizzata, da tutti, come mezzo di lotta politica –, e certo ben più che con il dominio sfrenato dell’attività economica privata. Cioè grazie alla lotta, alla partecipazione, alla serietà spregiudicata ma non arbitraria, che Machiavelli individua come essenza della politica. A differenza di quanto credeva don Ferrante, il Segretario fiorentino non è «mariuolo, ma profondo»; piuttosto, è «realista, ma umano». Per questo oggi il suo lascito non è più oggetto di critica scandalizzata, e anzi entra a far parte di ogni pensiero veramente critico.

Nella rivista «formiche», n. 147, maggio 2019

L’operaio indio e la sinistra ibrida. Intervista a García Linera, vicepresidente della Bolivia (Marcello Musto)


Álvaro García Linera, vicepresidente della Bolivia e cultore di Gramsci, indica un nuovo orizzonte per le forze progressiste. «Sin dalle rivolte degli indigeni oppressi nel mio Paese, ho capito che occorre mettere insieme le lotte del lavoro e quelle identitarie dei popoli. In America Latina la destra può ottenere successi ma non ha un’idea di futuro».


Teorico marxista ed ex guerrigliero, il vicepresidente della Bolivia, Álvaro García Linera, è tra le voci più originali della sinistra latino-americana. Abbiamo conversato con lui sulla situazione delle forze progressiste in quella regione e nel resto del mondo. Il suo impegno politico è contraddistinto dalla consapevolezza che la gran parte delle organizzazioni comuniste latino-americane, non essendo capaci di parlare alla maggioranza delle classi popolari, erano destinate a una mera funzione testimoniale. In Bolivia, ad esempio, il loro richiamarsi al marxismo-leninismo più schematico ed economicista impedì di riconoscere — e di porre al centro del loro agire politico — la peculiarità della questione indigena. Le popolazioni native furono assimilate a una indistinta massa contadina «piccolo-borghese», priva di potenziale rivoluzionario.

Come ha capito che era necessario costruire una sinistra radicalmente differente?
«In Bolivia, gli alimenti erano prodotti dai contadini indigeni, gli edifici e le case erano costruite dagli operai indigeni, le strade venivano pulite dagli indigeni e ad essi l’élite e la classe media affidavano anche la cura dei loro bambini. Ciò nonostante, la sinistra tradizionale sembrava cieca e si occupava solo degli operai della grande industria, senza prestare neanche attenzione alla loro identità etnica. Questi erano importanti per il lavoro nelle miniere, ma costituivano un settore minoritario al confronto dei lavoratori indigeni, discriminati per la loro identità e sfruttati ancora più dei primi. Dalla fine degli anni Settanta, però, la popolazione aymara organizzò delle grandi mobilitazioni, sia contro la dittatura sia contro i governi democratici nati dopo la sua caduta. Lo fecero orgogliosamente con la loro lingua e simbologia, in maniera autonoma — attraverso comunità confederate di campesinos — e proponendo la nascita di una nazione a guida indigena. Fu un momento di rivelazione sociale».

Lei come reagì?
«Io ero studente al liceo e fui colpito da questa insorgenza indigena collettiva. Mi parve chiaro che il discorso della sinistra classica sulle lotte sociali, incentrato soltanto su operai e borghesia, fosse parziale e insostenibile. Esso doveva incorporare la tematica indigena e compiere una riflessione sulla comunità agraria, ovvero sulla proprietà collettiva della terra come base dell’organizzazione sociale. Inoltre, per comprendere le donne e gli uomini che costituivano la maggioranza del Paese, i quali rivendicavano una differente storia e collocazione nel mondo, era necessario approfondire la problematica etnico-nazionale delle popolazioni oppresse. Per fare ciò lo schematismo dei manuali marxisti mi parve insufficiente e mi misi a cercare altri riferimenti, dall’ideologia indianista al Marx che, con gli scritti sulle lotte anticoloniali e sulla comune agraria in Russia, aveva arricchito la sua analisi sulle nazioni oppresse».

Il tema della complessità del soggetto della trasformazione sociale, che ha caratterizzato la sua riflessione e militanza politica, è divenuto, con il passare del tempo, una discussione imprescindibile per tutti i progressisti. Tramontata la prospettiva del proletariato quale unica forza in grado di abbattere il capitalismo e dissoltosi il mito dell’avanguardia rivoluzionaria, da dove deve ripartire la sinistra?
«Il problema della sinistra tradizionale è stato quello di avere confuso il concetto di “condizione operaia” con una specifica forma storica del lavoro salariato. La prima si è universalizzata ed è divenuta una condizione materiale planetaria. Non è vero che il mondo del lavoro stia scomparendo. In realtà, non ci sono mai stati tanti operai e operaie nel mondo e in ogni Paese. Tuttavia, questa gigantesca operaizzazione planetaria della forza lavoro è avvenuta mentre si dissolvevano le strutture sindacali e politiche esistenti. Così, paradossalmente, in un’epoca nella quale è stato mercantilizzato ogni aspetto della vita umana, pare che tutto si svolga come se non vi fossero più operai».

Come si caratterizzano oggi le lotte sociali?
«La nuova classe operaia non si riunifica prevalentemente attorno alla problematica lavorativa. Non ha ancora la forza organizzativa per poterlo fare e, forse, sarà così per molto tempo ancora. Le mobilitazioni sociali non avvengono più tramite le forme classiche dell’azione operaia centralizzata, ma mediante forme sociali anfibie, nelle quali si mescolano professioni diverse, tematiche trasversali e forme associative flessibili, fluide e mutevoli. Si tratta di nuove forme di azioni collettive poste in essere dai lavoratori, anche se, in molti casi, esse lasciano emergere, più che l’identità lavorativa, altre fisionomie complementari, come quella dei conglomerati territoriali, o dei gruppi nati per rivendicare il diritto alla salute, all’educazione, o ai trasporti. La sinistra, invece di muovere rimproveri a queste lotte perché si sviluppano con modalità diverse dal passato, deve rivolgere attenzione all’ibridazione, all’eterogeneità del sociale. Deve farlo, in primo luogo, per comprendere i conflitti e, poi, per rafforzarli e contribuire ad articolarli con altre lotte a livello locale, nazionale e internazionale. Il soggetto del cambiamento è ancora il “lavoro vivo”: i lavoratori che vendono la loro forza lavoro in modi molteplici. Le forme organizzative, i discorsi e le identità sono, però, molto differenti da ciò che abbiamo conosciuto nel XX secolo».

Lei cita spesso Antonio Gramsci. Quanto è stato importante per l’elaborazione delle sue scelte politiche?
«Gramsci è stato un autore decisivo per lo sviluppo delle mie riflessioni. Ho iniziato a leggerlo che ero molto giovane, quando i suoi testi circolavano tra un colpo di Stato e un altro. Fin da allora, a differenza dei tanti scritti contenenti analisi economicistiche o formulazioni filosofiche incentrate più sull’estetica delle parole che non sulla realtà, Gramsci mi aiutava a maturare uno sguardo differente. Egli parlava di linguaggio, letteratura, educazione, senso comune, ovvero di temi apparentemente secondari, ma che, in realtà, formano la trama reale della quotidianità degli individui, quella che determina le loro percezioni e le inclinazioni politiche collettive. Da quella prima volta, torno regolarmente a leggere Gramsci ed egli mi rivela sempre cose nuove, in particolare rispetto alla formazione molecolare dello Stato. Sono convinto che il rinnovamento del marxismo nel mondo abbia in Gramsci un pensatore indispensabile».

Negli ultimi quattro anni, in quasi tutto il Sud America sono andati al potere governi che si ispirano a ideologie reazionarie e ripropongono l’agenda economica neoliberista. L’elezione di Jair Bolsonaro in Brasile costituisce l’esempio più eclatante di questo fenomeno. Questa svolta a destra è destinata a durare a lungo?
«Credo che il grande problema della destra mondiale sia quello di essere rimasta senza una narrazione del futuro. Gli Stati che propugnavano la liturgia del libero mercato costruiscono muri contro migranti e merci, come se i loro presidenti fossero moderni signori feudali. Quanti chiedevano privatizzazioni si appellano oggi a quello stesso Stato così tanto vilipeso, affinché li salvi dai loro debiti. Coloro che erano in favore della globalizzazione e parlavano di un mondo finalmente unificato, si appigliano, adesso, al pretesto della “sicurezza continentale”. Viviamo in uno stato di caos planetario e, in questo scenario, è difficile prevedere quale profilo assumeranno le nuove destre latino-americane. Saranno in favore della globalizzazione o protezioniste? Attueranno delle politiche di privatizzazione o misure stataliste? A queste domande non sanno rispondere neanche loro stessi, poiché navigano in un mare di confusione ed esprimono solo vedute di corto respiro. Le destre non rappresentano il futuro al quale la società latino-americana può affidare le sue aspettative di lungo termine. Al contrario, causano l’aumento delle ingiustizie e delle diseguaglianze. L’unico futuro tangibile per le nuove generazioni consiste nell’angustia dell’incertezza».

Che cosa deve fare la sinistra latinoamericana per invertire lo stato delle cose e aprire un nuovo ciclo di partecipazione politica e di emancipazione?
«Ci sono le condizioni affinché si sviluppi una nuova stagione progressista che vada oltre quanto è già stato realizzato nello scorso decennio. In questo contesto molto indefinito, c’è spazio per proposte alternative e per una predisposizione collettiva verso nuovi orizzonti, fondati sulla partecipazione reale delle persone e sul superamento, ecologicamente sostenibile, delle ingiustizie sociali. Il grande compito della sinistra è quello di delineare, superando i limiti e gli errori del socialismo del XX secolo, un nuovo orizzonte fondato sulla soluzione delle questioni concrete che procurano sofferenza alle persone. Servirebbe un “nuovo principio speranza” — a prescindere dal nome che gli daremo — che inalberi luguaglianza, la libertà sociale, l’universalità dei diritti e delle capacità quali fondamento dell’autodeterminazione collettiva».

La lettura – Corriere della sera, 9 giugno 2019

Chiesa cattolica. Abuso di castità (Bruno Gravagnuolo)

Articolo di quasi un decennio fa, ma questa lettura della pedofilia clericale (che fu anche di papa Ratzinger) non è stata mai sconfessata. Rino Fisichella, l'amico della Fallaci, non è più il rettore dell'Ateneo Pontificio, ma presiede la Commissione Pontificia per la Nuova Evangelizzazione e specificamente si occupa di santuari: è stato proprio lui ad annunciare pochi giorni fa l'invio di un vescovo ispettore per capire che cosa accade a Lourdes, specialmente nella condizione di pellegrino. 
È di quelli che, se dissentono dal papa argentino, non lo dichiarano; anzi ha proprio detto che non si fa. Insomma preferisce il lavorìo sotterraneo. 
Un bel libro di Polito parla in questi giorni della solitudine di Francesco, il quale per rimediarvi si vede costretto a sopportare amici e compagni del tipo di Fisichella, già cappellano del berlusconismo. Per il papa l'alternativa sembra essere tra “meglio soli che male accompagnati” e “dagli amici mi guardi Iddio”. (S.L.L.)

Fisichella

Dunque per Monsignor Fisichella, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita, pedofilia e abusi sui minori nella Chiesa, dipendono da «una cultura che ritiene che tutto sia ammissibile», diffusasi dagli anni ’60. Ovvero: non è stata la repressione sessuale a favorire certe pratiche. Bensì la libertà sessuale degli anni 60, etc.
Curioso modo di ragionare! Ipocrita e irritante. Che la dice lunga su certi orientamenti culturali di questo pontificato, di cui il teologo Fisichella voluto in quel ruolo da Ratzinger pare espressione, almeno in questo caso. Lasciamo da parte il fatto che la Chiesa di Roma ha sempre secretato gli abusi, facendo divieto di rivelare il contenuto dei processi nei tribunali canonici. E che solo quando certi fatti gravi esplodono è poi costretta a dar mostra di intervenire. Il punto è un altro. E sta nel dato incontrovertibile che la Chiesa-Istituzione è sempre stata impermeabile a qualsivoglia ideologia libertaria relativa a sesso e sessualità. Perseverando nella chiusura ermetica su anticoncezionali, celibato, sacerdozio femminile, divorzio, per non parlare di aborto e fecondazione artificiale. E perseverando nell’additare nella castità un perficere perfectum, una meta ideale pure per i laici, fatto salvo l’obbligo di generare per i coniugati.
Talché prendersela con la liberazione sessuale è un discorso da carceriere, che davanti a certe evasioni se la prende con le catene troppo lasche. Fughe che purtroppo non sono preti che gettano la tonaca alle ortiche, ma spesso preti che esprimono la loro libido repressa in modo distorto, restando ligi al sacerdozio. È il destino dello zelo ipocrita: il diavolo sessuale cacciato dalla porta rientra dalla finestra. Svelando altarini desolanti: sadismi, violenze, abusi. Con esistenze irreparabilmente rovinate. E arcivescovi e vescovi che coprono i misfatti e tacciono, ad maiorem dei gloriam. Per inciso: il colmo della beffa è che a difendere il tradizionalismo c’è il pio Berlusconi, devoto di Don Verzè. Che dichiara di non aver bisogno di dirgli i suoi peccati, quando si confessa con lui!

l'Unità, 17 marzo 2010

Innominabile vecchiaia (Marco d'Eramo)



Se sulla riva nord del Mediterraneo non c’è una «primavera europea», mentre su quella meridionale ci sono state le «primavere arabe», una delle ragioni più spesso addotte è che in Egitto gli under-25 anni sono il 52% della popolazione, in Siria il 55% (e così via), mentre in Italia sono attorno al 24%: lì i giovani sono più della metà, da noi meno di un quarto: i giovani protestano, gli anziani chinano il capo, perché l’Italia è, con il Giappone, il paese sviluppato con più anziani al mondo, Per parafrasare all’incontrario il titolo di un celebre romanzo di Cormac McCarthy (e di un omonimo film dei fratelli Cohen), questa è terra per vecchi.

Catastrofismi demografici
Ma perché si dà per scontato che i giovani si rivoltano e i vecchi subiscono? Una prima spiegazione ce la offriva nel suo seminario Pierre Bourdieu quando parlava della «biopolitica volgare» e spiegava che i giovanissimi sono ancora fuori dal mercato del lavoro - e quindi dal sistema -, e perciò vogliono cambiare completamente il sistema (sono «rivoluzionari»); poi entrano in posizione subalterna nel mercato del lavoro e perciò vogliono cambiarlo dall’interno per migliorare la propria posizione (sono «riformisti»), quindi man mano che s’inoltrano nell’età adulta e fanno carriera giungono all’apice della propria traiettoria lavorativa, e perciò vogliono mantenere lo status quo attuale, lo vogliono «conservare»; mentre, quando sono usciti dal mercato del lavoro - sono fuori sistema -, vorrebbero tornare indietro e quindi sono letteralmente «reazionari» (naturalmente tutto ciò nell’accezione statistica, che contempla fluttuazioni, eccezioni, contraddizioni),
Ed è appena uscito un libro che studia gli anziani di questa nostra terra per vecchi soprattutto dal punto di vista del mercato del lavoro, scritto dal nostro storico collaboratore Enrico Pugliese: La terza età. Anziani e società in Italia (Il Mulino, pp, 212, euro 13), Un libro che smonta una serie di luoghi comuni, sfata molte leggende e mette un grano di sale nelle insulse ricette politiche dei nostri legislatori,
Il primo luogo comune che Pugliese sfata è il catastrofismo della «bomba demografica», sia perché le previsioni si sono rivelate spesso false, e non solo in demografia: basti andare a riguardarsi le previsioni del rapporto del club di Roma del 1972: quell’augusto consesso non ne aveva azzeccata praticamente nessuna, sia perché le curve demografiche non sono una fatalità naturale, ma sono il risultato di situazioni culturali e sociali mutevoli. L’emigrazione di molti giovani contribuisce a invecchiare la popolazione che si lascia indietro, come al contrario l’immigrazione contribuisce a ringiovanirla. Quindi si può svecchiare un paese favorendo l’immigrazione o con politiche che incentivano la nascita di bambini (assegni familiari, strutture di sostegno come asili nido, permessi estesi di maternità e paternità) come è avvenuto in Francia, dove negli ultimi 25 anni sono stati messi al mondo 5 milioni di bambini più che in Italia, E poi nella piramide demografica vi sono veri e propri buchi che derivano dai figli non nati, a causa di guerre o di crisi economiche,
Un secondo cliché sfatato da Pugliese è l’immagine debilitata dell’anziano. L’estensione del sistema pensionistico a tutta la popolazione attiva nel secondo dopoguerra ha di fatto cancellato il miserabilismo che circondava l’immagine del vecchio: nel Meridione i pensionati costituiscono addirittura una risorsa indispensabile per molte famiglie. Pugliese ci ricorda che non solo viviamo statisticamente più a lungo, ma che viviamo meglio e in migliore salute, tanto che ormai si deve distinguere tra una terza età (grosso modo fino ai 75 anni) e una quarta età, tra anziani e grandi vecchi.
Perché la vecchiaia è al tempo stesso in parte stato fisico e in parte costruzione sociale, Pierre Bourdieu insisteva molto sul fatto che l’invecchiamento sociale è il restringersi dello spazio dei possibili. Un giovane di ceto medio può finire a fare il barista a Salvador de Bahia o il ricercatore a Stanford, ma poco a poco le sue possibilità si restringono finché non può essere altro che quello che è stato. Da questo punto di vista, un operaio ventenne dell’800 era già vecchio, perché nella vita non avrebbe mai potuto essere altro, mentre un borghese poteva restare «socialmente giovane» anche fino a 40 anni (oggi si parla di «giovani scrittori» anche per i quasi cinquantenni). Così, la pensione (che è la sanzione legale e formale dell’invecchiamento) riguarda solo le frazioni dominate (anche quelle delle classi dominanti), mentre i dominanti non vanno mai in pensione: grandi medici, politici, grandi banchieri, artisti, finanzieri restano in sella anche da vegliardi,

Segregazione per età
E Pugliese fa notare quanto sia fuorviante il dibattito convenzionale sull’allungamento dell’età pensionabile: tutti discutono, dice Pugliese, come se toccasse al lavoratore scegliere il momento in cui «andare a riposo», ma in realtà quel che sta succedendo è che le persone vengono espulse dal mercato del lavoro sempre più presto, mentre l’età pensionabile si allunga. Già oggi in Italia i 55-65 anni per buona parte non lavorano o perché licenziati o perché non riescono a trovare un nuovo lavoro, e spesso non compaiono nelle statistiche perché vengono cancellati dalla forza lavoro attiva in quanto, scoraggiati, non ricercano più un’occupazione. Così oggi vi sono sempre più persone anziane gettate sul lastrico perché non percepiscono più un reddito da lavoro e non sono ancora eleggibili per una pensione. E in periodo di recessione questo tipo di destino sociale diventa sempre più diffuso.
Tre altri punti sono notevoli nel volume di Pugliese, Il primo riguarda le mutazioni della vecchiaia in un mondo globalizzato. Neanche il futurologo più delirante avrebbe mai potuto prevedere nel 1980 che trent’anni dopo una percentuale consistente di anziani italiani sarebbe stata sposata a donne ucraine. Visti i suoi trascorsi di studioso dell’immigrazione, non stupisce l’attenzione (e la simpatia umana) che Pugliese presta a quel fenomeno tipicamente italiano della «badante» e alla frangia crescente di vecchi immigrati sradicati, che siano italiani in America Latina o stranieri in Italia, che non possono più tornare nel paese d’origine ma si trovano emarginati in quello d’accoglienza.
Il secondo punto è che sempre più nelle nostre società vige la segregazione sociale per età, dovuta in primo luogo al fatto che sempre meno nonni vivono accanto ai nipoti e sempre più le famiglie sono mono- o al massimo bi-generazionali: single o coppie, o al massimo coppie con figli, anche se forse su questo punto Pugliese sottovaluta il peso che ha in Italia il problema abitativo: è impossibile, insostenibile trovare abitazioni che possano alloggiare con agio una famiglia multigenerazionale. Ma la segregazione per età riguarda anche i luoghi di ritrovo, le attività di svago, ed è dovuta alla mancanza d’immaginazione da cui noi umani siamo afflitti. Tutti coloro che vecchi non sono suppongono infatti che l’anzianità esteriore, delle rughe, corrisponda a una vecchiaia interiore, a rughe mentali. Ma così non è: non potete immaginare la sorpresa che mi ha colto le prime volte che dei giovani mi hanno offerto il posto sull’autobus. Sorpresa perché io non mi vedevo affatto come mi vedevano loro: sei marcato di vecchiaia innanzitutto dall’esterno. Come diceva un relatore accanto a me a un dibattito all’università di Padova sull’argomento: «La vecchiaia è una gran fregatura», malgrado le (precarie) migliorie apportate dai sistemi di welfare che Pugliese descrive.
L’ultimo punto riguarda l’ideologia C’è una enigmatica contraddizione tra realtà sociale e ideologia diffusa attorno a questa realtà. Per esempio, in Italia un familismo persino ossessivo e opprimente va di pari passo con politiche che penalizzano le famiglie e le oberano di funzioni non assolte dallo stato, nella cura sia degli infanti che degli anziani. Altro caso: la nostra società sfavorisce in modo pesante i giovani (più alto tasso di disoccupazione, difficoltà d’ingresso nel mercato del lavoro), discriminazione che si riflette nell’uso dell’aggettivo «giovanile» quasi solo in contesti negativi: «subculture giovanili», «criminalità giovanile» (si è mai sentito parlare di «criminalità senile»?), Ma nello stesso tempo la società è pervasa dal giovanilismo, dall’ideologia che ci vuole tutti giovani e che spinge a inseguire la gioventù fino in tarda età, Il reciproco avviene per gli anziani, Da un lato costituiscono il gruppo sociale più potente, più influente, visto che continuano a detenere il capitale (la proprietà) fino alla fine, come si vede negli Stati Uniti: poiché sono la classe di età a più alta partecipazione elettorale, sono coccolati da democratici e repubblicani tanto è vero che sono l’unico gruppo sociale a godere di un servizio sanitario nazionale pubblico.

Vegliardi letterari
Dall’altro lato però «vecchio è brutto», prevale quel che i francesi chiamano l'agisme, «una forma molto diffusa di pregiudizi relativi alla vecchiaia e alle persone anziane, fonte di discriminazioni sociali basate su false credenze e stereotipi». Tanto che a conclusione del suo volume Pugliese cita un ironico passo di Peter Laslett: «Un ottantenne che si trovi a partecipare a un convegno di geriatria o gerontologia sentirà sottolineare con tanta insistenza le sue presunte incapacità che finirà col meravigliarsi del fatto stesso di poter essere presente»,
In realtà, una delle caratteristiche più forti dell'agisme è la rimozione della vecchiaia, una rimozione che varia nelle culture e a seconda dei generi e che va dalla cancellazione al confinamento e alla relegazione, come si vede bene dalla letteratura. Certo, nella narrativa occidentale degli ultimi due secoli non mancano memorabili vecchi: papà Goriot (1834), il vecchio David Séchard ( 1843) e il padre di Eugenie Grandet («vieux tonnélier, vieux vigneron», 1833) di Balzac, Jean Valjean (nei Miserabili, 1862) di Victor Hugo, o il maresciallo Kutuzov in Guerra e pace (1869) di Tolstoj, anche se Séchard viene considerato vecchio già dai 50 anni e ha 61 al tempo della vicenda, Jean Valjean muore a 64 anni e Kutuzov ha 67 anni al momento della battaglia di Borodino (1812).
Di veri vecchi ricordo Dubslav von Stechlin (vedovo da trent’anni) con il suo anziano cameriere Engelke nell’omonimo romanzo (1897) di Theodor Fontane, il Carlino ottantenne delle Confessioni di un italiano (1858) di Ippolito Nievo, il padron ‘Ntoni dei Malavoglia ( 1881) di Giovanni Verga, o il vecchio pescatore di Ernest Hemingway (Il vecchio e il mare, 1952). Ma mi scrive Franco Moretti: «È come se la cultura europea si fosse specializzata in una cosa che si potrebbe chiamare la tarda mezza età». Monsieur Homais e Charles Bovary in Flaubert, molto Henry James (il dottor Austin Sleper in Washington Square, l’avvocato sudista Basii Random nei Bostoniani), e così via.
I vecchi sembrano essere più protagonisti nei romanzi sudamericani: basti pensare a Cento anni di solitudine (1967), o all’Autunno del patriarca (1975) o all’Amore ai tempi del colera (1985) di Gabriel Garcia Marquez, mentre la letteratura giapponese contemporanea è costellata di memorabili vecchi, dalla sessantanovenne Orin del villaggio di Narayama che vuole a tutti i costì affrettare la cerimonia della propria morte nel romanzo La leggenda di Narayama di Schichiro Fukazawa (1956), al settantaseienne Shigekuni Honda protagonista de Lo specchio degli inganni (1970) di Yukio Mishima, all’indimenticabile autoritario suocero ormai in preda all’Alzheimer in quel capolavoro che è Gli anni del crepuscolo (1972) della grande scrittrice Sawako Ariyoshi (il romanzo è stato tradotto in inglese e in francese, ma non purtroppo in italiano) : il curioso è che sia Mishima sia Ariyoshi sono morti suicidi,.
Nella considerazione della vecchiaia vi è poi una frattura di genere, tra uomini e donne. Come si è visto da questa rapida carrellata, le anziane sono minoritarie rispetto agli anziani: la cugina Bette di Balzac non è propriamente vecchia, come non lo è la «vecchia» zia Baby Kochamma nel Dio delle piccole cose (1997) di Arundati Roy,
Le autrici italiane sembrano occuparsi con più attenzione dell’invecchiamento, e soprattutto delle donne che invecchiano. È formidabile la vecchia Alfonsina che vive in una casa di cura, come la descrive mia madre Luce d’Eramo nel romanzo Ultima luna (1993), o l’apparire della vecchiaia a una cinquantanovenne che vive sola, in La fontana della giovinezza di Luisa Passerini (1999)- D’altronde negli Stati Uniti è stato pubblicato un libro dedicato all’argomento: Women of a Certain Age. Contemporary Italian Fictions of Female Aging (2005) di Rita C, Cavigioli,

La paura del futuro
Eppure la rimozione, caratteristica generale nel caso dell'agisme, diventa più evidente per le donne. Esemplare il caso di un libro uscito nel 1987 negli Stati Uniti: si intitola Oursélves, Growing Older. Women Aging with Knowledge and Power (1987) ed è il seguito ideale di un testo che è stato un livre de chevet del femminismo negli anni ’70 e cioè Our Bodies, Oursélves (1971) del Boston Women’s Health Book Collective. Il secondo libro, che affronta i problemi dell’invecchiamento con saggezza e senza eufemismi, si propone come «A Book for Women Over Forty», ma alla fine degli anni ’ 80 questo nuovo libro del collettivo bostoniano si è scontrato con il muto rifiuto da parte delle stesse donne (allora attorno ai quaranta) che avevano tradotto con entusiasmo Noi e il nostro corpo, né è stato tradotto in seguito, perché l’agisme, accoppiato col giovanilismo esteriore, lo subiscono assai più le donne degli uomini. Non solo, ma in questa rimozione è possibile leggere anche l’incerto rapporto che l’anzianità instaura col futuro, un rapporto sempre più traballante che caratterizza l’invecchiamento, una paura di fare progetti a lungo termine, il senso di avvicinarsi a gran passi all’ultimo recinto invalicabile.
Il restringersi dei possibili di cui parla Bourdieu assume qui la forma inesorabile del restringersi dell’orizzonte temporale (è un’altra delle ragioni del conservatorismo senile: gli anziani hanno uno scarso interesse personale in mutamenti di cui pensano di non poter vedere gli effetti). A meno di non essere come il grande sinologo Joseph Needham (1900-1995) che incontrai nel 1982 nella sua indimenticabile stanza al Caius College di Cambridge, quando ottantaduenne stava lavorando alla sua grande storia Science and Civilization in China iniziata nel 1954: da allora in 28 anni aveva pubblicato i primi 5 volumi e quando gli chiesi quanti volumi contava di scrivere ancora, «Sette» mi rispose, come se lo aspettassero altre sterminate praterie di lavoro e ricerca.

“il manifesto”, 8 febbraio 2012

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