26.7.19

Ho sceso, dandoti il braccio... Una (grande) poesia di Eugenio Montale



Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, nè più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr'occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

da Satura in Tutte le poesie, Mondadori, 1984

25.7.19

Il meridionalismo di Scotellaro (Pietro Nenni e Raniero Panzieri - “mondo operaio” n. 4 febbraio 1955)

La redazione del periodico “mondo operaio”, fondato nel 1948 da Pietro Nenni, a quel tempo quindicinale, diede al n. 4 del 1955, datato 19 febbraio, un carattere monografico, dedicandolo quasi interamente a un convegno svoltosi a Matera il 6 febbraio e incentrato alla figura di Rocco Scotellaro, poeta e cantore appassionato del mondo contadino, scrittore meridionalista, militante del Psi, sindaco di Tricarico, scomparso poco più di un anno prima, nel dicembre del 1953.
Il convegno era stato ideato e organizzato da Raniero Panzieri, che senza lasciare l'incarico di Segretario regionale del Psi in Sicilia, aveva assunto nella direzione del partito di Nenni e Pertini il ruolo di responsabile culturale. L'iniziativa, come altre di Panzieri nell'intensissimo 1955 che lo vide protagonista anche delle elezioni regionali siciliane in cui il PSI ottenne un forte successo (ricordiamo un convegno socialista contro la censura ed un altro, a Venezia, sul cinema italiano) rompeva il monopolio di fatto che fino ad allora i comunisti avevano esercitato nella politica culturale della sinistra. Essa realizzava peraltro una doppia apertura: verso il meridionalismo democratico e verso quel complesso mondo liberal-socialista, in gran parte proveniente dal Partito d'Azione, che, organizzato per piccoli gruppi autonomi ma fra loro in rete, già da qualche anno aveva ripreso il dibattito nelle sue riviste e nei suoi giornali sulla questione meridionale, sulle campagne e sul ruolo degli intellettuali. Nenni, che aveva un eccellente fiuto politico, sostenne con entusiasmo l'iniziativa ed al convegno di Matera dedicò sull'“Avanti!” un editoriale in prima pagina, salutandolo come una svolta.
La cura del numero speciale di “Mondo operaio” dedicato a Scotellaro e al convegno di Matera fu affidata da Nenni, che ne era il direttore, a Panzieri, ma l'apertura che qui “posto” e ne rappresenta la sintesi politica, pubblicata con la firma redazionale “m.o.”, fu frutto di un'intensa collaborazione tra i due: gli specialisti potranno probabilmente distinguere con buona approssimazione le parti da attribuire a ciascuno di loro attraverso un'analisi stilistico-tematica, ma anche un non specialista può ragionevolmente pensare che vadano riferiti soprattutto a Panzieri alcuni passaggi propriamente storico-teorici e a Nenni alcune frasi di sintesi politica e di grande efficacia giornalistica.
Leggete perché c'è da leggere. (S.L.L.)

Rocco Scotellaro

Il meridionalismo di Scotellaro
Il Convegno su Rocco Scotellaro, promosso dal PSI e tenutosi a Matera il 6 febbraio con una larga e fervida partecipazione di intellettuali e di contadini e con numerosissime e significative adesioni, è stato, per l’ampiezza e il rigore critico del dibattito, per l’importanza e la precisione delle conclusioni e indicazioni che se ne possono ricavare, la più degna commemorazione di Scotellaro, una commemorazione che non è stata una rievocazione sentimentale, non ha voluto creare o perfezionare un «mito», ma è stata, come ha detto Fortini, la continuazione del discorso stesso di Rocco poeta, uomo di cultura e militante, la cui opera si perpetua e si approfondisce nella ricerca e nell’azione meridionalista.
Nel coerente meridionalismo di Scotellaro il Convegno di Matera ha riconosciuto e dimostrato il significato e l’insegnamento della sua vita e della sua opera letteraria. L’unità della sua azione politica e della sua poesia e delle sue ricerche sul mondo contadino sono il risultato e insieme lo esempio di una posizione meridionalistica viva, attuale, che ha le sue radici nella realtà di oggi del Mezzogiorno, nel risveglio delle masse contadine, nella loro coscienza politica precisa, nelle loro aspirazioni di emancipazione che hanno la forza di tradursi in ideali e scopi di valore nazionale. Questo è l’elemento reale da cui emerge la figura di Scotellaro, ne determina la caratteristica essenziale, opera in modo tale che le incertezze, le contraddizioni, i limiti che pure sono in lui — e sono inevitabilmente nella stessa ancora iniziale affermazione di autonomia delle masse contadine — siano, non certo trascurabili né marginali, ma da valutare tuttavia in rapporto a una coerente fedeltà a un mondo che ha rotto definitivamente con lo oscuro, immobile passato e non abbandonerà la via della liberazione.
Certo, il Mezzogiorno non è mai stato fuori della storia. Ma esso è stato il lato negativo della storia d’Italia, la sua contraddizione permanente. Il divario che lo ha tenuto diviso, sempre più profondamente diviso dal resto del Paese, è la spaccatura, la crisi, il dramma non risolto della storia italiana. Il suo isolamento, certo, non è, se non metaforicamente, un essere fuori della storia; ma esso è l’elemento decisivo della nostra storia nel senso del suo sviluppo faticoso, interrotto. Con l’Unità, la depressione del Mezzogiorno diviene più direttamente la depressione politica di tutto il Paese. E in questa situazione, il mondo contadino non è inerte. Tenta di esprimere la sua estrema sofferenza, e con essa di portare alla luce il nodo capitale della storia italiana. I suoi moti improvvisi, i suoi tentativi di organizzarsi, la sua disperata tendenza all’affermazione di una autonomia esprimono pure il diritto alla liberazione. Nel «perire dei tempi» di cui parla Rocco, la stessa ripetizione di forme di esistenza barbare e pagane, la ripetizione del rifiuto alla civiltà e alla presenza cristiana, producono, poiché esse non avvengono nel vuoto ma nella storia, l’accrescersi della protesta, della energia liberatrice.
Il fallimento della corrente democratica nel Risorgimento trova la sua spiegazione — osservava Gramsci — nella sua estraneità alla questione decisiva che era quella di legare alla rivoluzione nazionale le masse rurali attraverso l’accoglimento delle loro rivendicazioni. Anzi, già prima dell’Unità si delinea il contrasto tra il pensiero e il movimento democratico di ispirazione illuministica, volti troppo spesso alla ricerca di trasformazioni prevalentemente giuridiche e politiche, e il mondo contadino che stenta ad esprimere in forme autonome e organiche le esigenze di trasformazione reale di cui è portatore. Questa scissione, anziché comporsi, si accentua e si aggrava con l’Unità. Ed è proprio sulla base del suo graduale riconoscimento — e del riconoscimento del suo porsi come massimo problema nazionale — che si forma la questione meridionale.
La formazione di una coscienza politica contadina, che è dei nostri anni, si presenta dunque come possibilità di ripresa e di superamento della grande tradizione della cultura democratica meridionale, come già è stato fortemente sottolineato al recente secondo Congresso del popolo meridionale. Ed è certo positivo che su questa linea muovano oggi correnti e gruppi sotto l’insegna di un liberalismo meridionalista. Ma come conciliare allora la sostanza di questo programma con la pretesa di deridere la ricerca di Dorso sugli elementi positivi autonomi di storia meridionale e di dare a intendere che tale ricerca sarebbe mitologica? Uno scrittore di “Nord e Sud” ha persino citato la frase di Dorso su Salvemini come esempio di 'terminologia misterica': « Sotto la crosta del blocco agrario, sotto la cristallizzazione della vecchia società meridionale, sotto l’immobilità istituzionale e politica, bolle il fuoco eterno, e tocca a Gaetano Salvemini iniziare la forzatura del mistero». Ma occorre completare la citazione: «È il problema del socialismo italiano ad attrarlo, la sua insufficienza rivoluzionaria e le sue deviazioni particolaristiche. Si può aprire su questo terreno la prima breccia nel fronte antimeridionalista? Se si riesce a richiamare il socialismo alla sua missione storica, forse — pensa Salvemini — è già nato lo strumento politico per la rigenerazione del Mezzogiorno. I Fasci siciliani, il socialismo pugliese, le prime affermazioni del proletariato napoletano sono ancora nella memoria di tutti. Bisogna ritrovare quel filone nascosto e svolgerlo, bisogna far sboccare il Mezzogiorno nella lotta politica moderna ».
Il contrasto tra meridionalismo e antimeridionalismo raggiunge naturalmente con il fascismo il suo momento più drammatico. Contro il tentativo mostruoso di cristallizzare e di rendere definitiva la immobilità del Mezzogiorno — contro questo tentativo nel quale si rappresenta per intero il carattere barbarico del fascismo — urge il processo di radicale maturazione della democrazia italiana.
Le forze popolari acquistano gradualmente e faticosamente coscienza della loro posizione e dei loro compiti nazionali e tale processo si esprime nella formazione dì una nuova classe politica che, mentre si riconosce erede delle tradizioni liberali democratiche e socialiste, ne brucia le debolezze e le contraddizioni, il pessimismo aristocratico e i residui dottrinari, attraverso lo sforzo di rispecchiare le esigenze di unificazione reale del Paese in concreti programmi dì rinnovamento democratico.
È qui il valore profondo della Resistenza e della Liberazione: la presenza, nell’eroismo, di una precisa coscienza politica che unifica le masse con le élites. Già portato da Gramsci e da Dorso, agli inizi della battaglia antifascista, al grado più alto di elaborazione concettuale storicamente possibile, il meridionalismo diviene motivo centrale della lotta del popolo italiano per l’indipendenza e il rinnovamento democratico. Il meridionalismo diviene, alla Liberazione, il banco di prova della coerenza democratica di ogni corrente politica.
Come la gobettiana intransigenza contro il fascismo e l'unità di questa intransigenza erano (e sono ancora oggi) il fondamento di ogni possibile e concreta differenziazione delle forze per lo sviluppo del libero contrasto democratico, così la fedeltà ai meridionalismo è il più saldo criterio di valutazione circa la effettiva capacità democratica della classe politica che sorge dalla lotta contro il fascismo e dalla Liberazione. Comune fedeltà al meridionalismo non è dunque unità indifferenziata, cioè compromesso tra forze politiche diverse; al contrario, è condizione di sviluppo per ciascuna di esse. Nella concreta esperienza politica degli ultimi decenni, che accomuna popolo e classe politica, si effettua il superamento di quelle astratte opposizioni tra le correnti meridionalistiche che traevano il loro primo motivo di essere della mancata o insufficiente coscienza nazionale delle classi popolari, in primo luogo dal residuo corporativismo della classe operaia e dal contrapposto massimalismo.
Si realizza così il superamento, nell’odierno meridionalismo, della opposizione tra unitari e autonomisti, anche se è doveroso riconoscere, da Colajanni a Salvemini a Dorso, nelle correnti autonomistiche il fermento più vivo, il preannuncio e insieme lo strumento iniziale di realizzazione della concezione più matura.
La esigenza unitaria (Giustino Fortunato) perde il suo carattere «feticistico», conservatore, nel momento in cui diviene esigenza consapevole di unificazione reale presso le forze popolari. L’autonomismo perde il suo carattere astrattamente giuridico, il suo residuo utopismo al quale vittoriosamente gli unitari potevano contrapporre la miserabile realtà della vita politica meridionale in balìa del trasformismo e delle clientele locali, nel momento in cui esso diviene espressione della conquistata fiducia delle masse meridionali in sé stesse.
Si saldano così nel meridionalismo attuale, con accentuazioni e prospettive politiche necessariamente differenziate, le esigenze del riscatto economico, della distruzione dei residui feudali, cioè della riforma agraria e della industrializzazione, con le esigenze della liquidazione del vecchio Stato accentratore-burocratico, della trasformazione della struttura amministrativa, del rovesciamento del rapporto tra Stato e masse rurali, onde l’ordinamento statale, anziché soffocare, favorisca la formazione della coscienza politica e della capacità di autogoverno dei contadini del Sud, condizione essenziale per assicurare la spinta rinnovatrice contro le potenze economiche arroccate nella difesa del privilegio. È questo, oggi ancora, più che mai oggi, il tratto distintivo, il carattere essenziale del meridionalismo, ciò che segna il confine che lo separa e lo oppone irriducibilmente all’antimeridionalismo: la opposizione ad ogni forma di paternalismo che, per quanto si mascheri, in buona o in mala fede, di riformismo sociale, tende inevitabilmente a ripetere le antiche contraddizioni, a ribadire le vecchie catene e, in ultima analisi, a rinsaldare interne con la struttura del vecchio Stato soffocatore, il peso e la oppressione delle forze economiche pirivilegiate.
Siamo oggi ancora dinanzi al problema di fondo su cui Levi richiamava la responsabilità della classe politica antifascista: riuscire a creare uno Stato del quale anche i contadini si sentano parte. Le strutture e la pratica del vecchio Stato — «l'eterno fascismo italiano», diceva Levi - si ripetono oggi, strumento massimo dell’antimeridionalismo. Ma il risveglio contadino c’è stato, e c’è stato come elemento fondamentale del risveglio democratico delle classi popolari in tutto il paese. Il programma meridionalistico nei suoi lati inscindibili di risollevamento economico, di trasformazione statale e di emancipazione sociale, non si è realizzato nella realtà istituzionale del Paese, ma non si è neppure trasformato in una utopia poiché esso e presente in termini sempre più precisi nella coscienza e nell'azione liberatrice delle forze popolari e delle correnti democratiche, in una alleanza nella quale il riconoscimento del valore nazionale delle lotte esclude il compromesso, è garanzia di democraticità, un'alleanza, dunque — come osservava al Convegno di Matera Mario Alleata — che postula finalmente non la soffocazione di una delle forze che la compongono ma il loro reciproco espandersi e rafforzarsi, che diviene in se medesima tanto più salda ed efficace contro il nemico comune quanto piu si sviluppano le autonome energie liberatrici di ciascuna di esse. Non si tratta di mettere in discussione, a proposito dell’alleanza delle forze popolari del Nord e del Sud, la funzione decisiva che spetta alla classe operaia, in quanto ad essa è affidato obiettivamente il compito di affermare nel modo più conseguente i motivi della lotta democratica contro le vecchie potenze egemoniche: è proprio nell’affermarsi di tale funzione, che si creano le condizioni per l’affermazione autonoma delle forze contadine.
Si manifesta così, nella tensione e nella espansione delle forze operaie e contadine, la spinta a superare l’opposizione città-campagna, e in questo stesso sforzo tendono a svilupparsi insieme, in un processo di elementi distinti ma non opposti, le diverse correnti di cultura. Si affermano in esse necessariamente momenti e livelli differenziati dello sviluppo dei diversi strati e aspetti della realtà e del movimento sociale del Paese, del Nord e del Mezzogiorno: proprio nello sforzo di avvicinare ed esprimere il momento drammatico della rottura con il passato ed il risveglio alla storia nazionale e alla lotta del mondo contadino, gli intellettuali recano un contributo decisivo alla formazione della cultura nazionale. In questa consapevole tendenza, attraverso e al di là delle inevitabili incertezze, è la lezione esemplare dell’opera di Rocco Scotellaro.
Nel moto di rinascita mutano dunque profondamente i rapporti tradizionali tra contadini e intellettuali.
Dietro la «rabbia appassionata» dei contadini oppressi del Sud nei confronti degli intellettuali di cui parlava Gramsci, in particolare nei confronti iella piccola borghesia intellettuale del Mezzogiorno c’era il «mistero» della cultura come strumento indispensabile ed inaccettabile di vita e di oppressione insieme. Ma sempre in. questa «rabbia appassionata » c’è stata l’aspirazione alla conquista della cultura, della autonomia. Questa conquista diviene possibile nel momento in cui presso le masse contadine si forma la coscienza precisa dei loro problemi e delle loro rivendicazioni, in cui cioè questi problemi vengono da esse riconosciuti nel loro valore obiettivo e collettivo e nel nesso con le altre questioni del Paese.
Questo riconoscimento positivo, questo inserimento della vita e delle esigenze del mondo contadino nella società nazionale, è per le masse rurali conquista, certo faticosa, di una propria nuoca autonomia e con essa trasformazione della «rabbia appassionata» verso la cultura in rivendicazione e amore positivo di cultura.
È pur doveroso riconoscere — ed è stato sottolineato al Convegno di Matera — che in senso specifico tale processo, di cui l’opera di Scotellaro e momento fondamentale, è ancora ai suoi inizi.
Il Convegno ha perciò auspicato e sollecitato,attraverso lo sviluppo di un ceto politico e intellettuale legato alla nuova realtà contadina, l'affermazione sempre più ricca di una cultura impegnata nella diretta conoscenza della società meridionale, della sua storia, dei suoi problemi e del suo svolgimento attuale. Il libero gioco e contrasto di gruppi e correnti potrà svilupparsi in tutta la sua ampiezza proprio sulla base del comune denominatore del meridionalismo attuale, quale è definito dal legame degli intellettuali con le masse in movimento e dalla prospettiva di una continua espansione di tutte le energie meridionali. Ed è pure su questa linea da promuovere più vigorosamente l’azione verso la rinascita culturale del Mezzogiorno affrontando sistematicamente i problemi della organizzazione della cultura negli aspetti specifici che essi presentano nelle regioni meridionali.
I contadini del Sud — è stato detto a Matera ed è stato dimostrato dalla profonda serietà dell’incontro tra contadini e intellettuali — sono forza matura e capace ormai di far propria e di sostenere questa lotta, con lo slancio e il disinteresse insieme che essa richiede. Le masse meridionali sanno ormai che l’affermazione della loro autonomia può e deve anche realizzarsi in forme precise e sempre più mature nella difesa e nello sviluppo della cultura, sostanza ed arma della loro richiesta di libertà.

Jan Stoklassa: «Ho scoperto chi ha ucciso Olof Palme». Il libro-inchiesta di un ex diplomatico (Daniele Castellani Perelli)



Jan Stocklassa davanti al cinema di Stoccolma da cui Palme uscì prima di essere colpito a morte il 28 febbraio 1986 
STOCCOLMA. L'ex diplomatico svedese che mi sta seduto di fronte dice di aver scoperto, 33 anni dopo, chi ha ucciso Olof Palme, il premier socialdemocratico cui spararono per strada, il 28 febbraio 1986, mentre tornava a casa da un cinema. Jan Stocklassa avrebbe così svelato uno dei più grandi misteri della recente storia europea, l'unico giallo irrisolto nel Paese dei gialli. E il merito sarebbe del suo divorzio. E di Stieg Larsson, l'autore di Uomini che odiano le donne, morto nel 2004.
Direte: non è che questo Stocklassa è uscito pazzo nel suo viaggio al termine della Palmologia? Pare di no, a leggere le 500 pagine in cui ha raccontato la sua spericolata indagine durata otto anni - da Londra a Praga, da Cipro al Sudafrica - e le cui conclusioni stanno ora ispirando la polizia svedese, ancora a caccia dei colpevoli e del movente per l'omicidio di Palme, premier per undici anni, per decenni simbolo della socialdemocrazia scandinava e della Svezia stessa, più di Björn Borg e degli Abba. È un libro d'inchiesta che si legge a tratti come un thriller o come un'opera di new journalism e che, tradotto in 26 lingue, adesso arriva in Italia pubblicato da Rizzoli, con il titolo L'uomo che scherzava col fuoco. L'ultima inchiesta di Stieg Larsson.

Stieg e Jan indagano
Partiamo dal divorzio. Stocklassa, 54 anni, già consigliere dell'ambasciata a Praga, poi scrittore e pure imprenditore dei software delle lotterie (ebbene sì), nel 2012 è travolto dalla separazione da sua moglie e cerca "l'appuntamento con una vita diversa". "Senza quella crisi, non avrei intrapreso quest'avventura. Avevo più tempo a disposizione e potevo prendermi qualche rischio in più" ricorda nel suo ufficio dietro lo splendido Vasaparken in fiore. Quasi per caso scopre che il giallista Stieg Larsson, che da giornalista si era dedicato alla lotta contro l'estrema destra, teneva un archivio segreto e dimenticato.
Grazie al direttore di Expo, la rivista fondata da Stieg, ottiene l'accesso esclusivo ai venti scatoloni: ritagli, analisi condotte con l'aiuto di fonti privilegiate, un mondo di spie, hacker e morti in quantità, come nei suoi romanzi. Un tesoro da cui fa capolino un'ossessione, l'omicidio Palme, su cui Stieg aveva a lungo indagato, giungendo a questa conclusione: fu ucciso dai servizi segreti del Sudafrica, che si servirono di estremisti di destra svedesi tramite l'intermediario Bertil Wedin, agente in congedo che aveva collaborato con i sudafricani ed era entrato in loschi affari con la spia di Pretoria Craig Williamson. Il motivo? Palme finanziava l'Anc di Mandela e aveva avviato una dura campagna contro l'apartheid e i trafficanti d'armi in affari con quel regime. E i neofascisti, beh, odiavano il socialista Palme, che "vendeva il Paese all'Urss".
Stocklassa ha proseguito sulla pista di Stieg, peraltro apertamente sostenuta nel 1996 anche da due agenti sudafricani, che puntarono il dito contro Wedin e Williamson. Ha rischiato la vita per stanare Wedin dalla sua casa nella Cipro turca e lo ha intervistato sotto mentite spoglie per diversi giorni (nota bene: la polizia invece non è mai riuscita a interrogarlo). Ha incontrato la spia Williamson, assassino conclamato. Ha verificato che era falso l'alibi di uno dei sospettati. E avrebbe trovato l'anello mancante della teoria di Stieg, ovvero Jakob Thedelin (nome finto, per proteggerne la privacy), estremista di destra che potrebbe essere il Lee Harvey Oswald di questa storia e che Jan ha messo alle corde grazie a una rocambolesca honey trap di cui diremo alla fine. Tutto questo magma è finito nel suo libro, insieme a trenta pagine di appunti di Stieg, cento interviste e pure delle mail hackerate.
Nel gran complotto, che ruolo ha avuto la polizia? Il suo fallimento è frutto solo dell'incompetenza? "Perlopiù sì. Qui va applicato il 'rasoio di Hanlon': 'Non attribuire mai a malafede quel che si può ragionevolmente spiegare con la stupidità'. Sono andati fuori strada accusando il Pkk, e poi hanno virato pure sul lupo solitario". Oggi, invece, l'omicida verrebbe subito preso? "Oh, sì, immediatamente. I passanti fotograferebbero tutto e si farebbero i selfie con il killer in fuga. Instagram avrebbe già risolto il caso Palme".
Adesso però la polizia sembra aver sposato le tesi di Stocklassa e Stieg. "È stato lo stesso capo del team-Palme a dirmi che sono interessati alla catena Sudafrica-Wedin-Thedelin. E so che figure legate ai servizi del Sudafrica sono venute a Stoccolma per parlare del caso. La polizia ha voluto leggere il mio libro prima della pubblicazione, ci siamo incontrati otto volte". Insomma, forse ci siamo: "Solo in 5 lavorano al caso, e tutti part-time. Ma in un anno o due si può arrivare ai colpevoli. La polizia ne sa più di me sui misteriosi uomini che quella sera comunicavano con i walkie-talkie". E proprio intorno a un walkie-talkie gira l'ultimissimo colpo di scena. Lo ritrovarono dei ragazzi nei giorni successivi al crimine, e lo regalarono a un bambino per il suo compleanno. Ebbene, ora Stocklassa ha ricostruito tutti i passaggi e l'ha fatto consegnare alla polizia, che potrebbe ancora individuare il dna di chi lo usò quella sera.
Wedin e Jakob, invece, non devono essere entusiasti del libro: "L'ho spedito al primo e so che temeva fosse avvelenato. Pensano che io sia stato mandato dal diavolo e che lavori per il Kgb, che però non esiste più. Wedin si è difeso su Contra (rivista di destra che al tempo vendeva bersagli per freccette con al centro la caricatura di Palme, ndr) e ha intimato a Jakob di star zitto".

Il vicerè delle Seychelles
Nell'archivio di Stieg che Stocklassa ci lascia sfogliare notiamo cartelline dai nomi familiari, tra cui quella titolata "Delle Chiaie". Nella mappatura dell'estrema destra europea, l'autore della trilogia Millennium teneva d'occhio anche i neofascisti italiani. Nei suoi appunti troviamo citati Licio Gelli, Pino Rauti e generali vari. C'è un fascicolo pure sulla Lega Nord, ma contiene solo ritagli di giornale.
"Stieg, che contava su fonti importanti, aveva alla fine stralciato nomi come quelli di Stefano Delle Chiaie e Roberto Fiore, comparsi sul suo radar dopo alcune segnalazioni su una loro presunta implicazione nel caso Palme. Penso fossero false piste, ma non è escluso che i neofascisti italiani avessero informazioni sull'omicidio" commenta Stocklassa, secondo cui molto più interessante per l'inchiesta potrebbe essere un altro italiano, Giovanni Mario Ricci, per decenni ritenuto una sorta di vicepresidente delle Seychelles, poi molto chiacchierato per dei traffici con il Sudafrica. "Con la società Gmr (acronimo di Ricci), lui e Williamson commerciavano con l'Iran durante le sanzioni" dice Stocklassa, che racconta di quando l'italiano, in spiaggia, si congedò così, con le mani sporche di sangue di squalo, da un diplomatico americano che lasciava le Seychelles: "Che lei se ne vada è una buona notizia per me, ma soprattutto per lei".
Quanto a Larsson e alla sua passione per il dark side svedese, pochi sanno che, da giornalista, scrisse un libro sui Democratici svedesi, il partito di estrema destra (sì, un nome poco azzeccato) che allora vantavano numeri da prefisso telefonico e oggi sono la terza forza del Paese. Chi sono i loro elettori? "Prima erano solo voti rurali, oggi c'è un po' di tutto, specialmente disoccupati secondo cui lo Stato spende troppo per i migranti, ma pure razzisti e lunatics... Sa che Jakob lavorava per loro?". Cosa penserebbe oggi Larsson del loro successo, che peraltro profetizzò? "Si chiederebbe che cosa hanno sbagliato gli altri partiti. Dopo aver spalancato le porte ai profughi, non hanno saputo gestirli, e sono stati contraddittori. Così i Democratici, invece di essere al 10 per cento, sono al 18".
E cosa ne è oggi di Olof Palme? "Purtroppo viene lentamente dimenticato" risponde Stocklassa mentre ci conduce sui luoghi dell'omicidio, dal Grand Cinema da cui uscì quella sera con la moglie (che rimase solo ferita) fino all'incrocio in cui gli spararono: "Si ricorda il suo impegno per la pace e il Terzo mondo. Ma per il resto divide. Era socialista, pro-immigrazione, antirazzista, insomma l'opposto dei Democratici" (un rappresentante di questo partito a gennaio è stato espulso per aver scritto, con riferimento al tossicodipendente inizialmente condannato per l'omicidio Palme: 'Christer Pettersson, dove sei quando la Svezia ha bisogno di te?'). Figlio dell'alta borghesia, era considerato elitario e arrogante, anche all'interno del suo partito: "Sapeva di avere un quoziente intellettivo altissimo, e spesso mentiva. Nessun politico qui è stato mai odiato come lui".
Oggi Stocklassa è ossessionato dal caso Palme, come ad alcuni succede con JFK o Aldo Moro? "Non più. Sto già indagando su un'altra cospirazione". Se Stieg fosse vivo, cosa gli direbbe? "'Grazie'. Poi gli chiederei se ho fatto un buon lavoro". E lui? "'Non avrei saputo fare di megliò risponderebbe ironico". Stocklassa ha scritto che risolvere il case Palme aiuterà la Svezia a essere un Paese migliore. Ovvero? "Vedremo tutti i nostri errori".

Lisbeth Salander a Praga
Prima di congedarci sulla tomba di Palme, confessiamo che c'è un passaggio del suo libro che non ci ha convinti. Quando tra gli amici di Facebook di Jakob individua una bellissima ragazza ceca, Lída. La contatta, va a trovarla a Praga e la convince a incontrare il presunto killer. Lída, che fa hackerare le email tra Jakob e Wedin, seduce il primo e gli fa quasi confessare l'omicidio. E noi dovremmo credere che questa specie di eroina larssoniana, questa Lisbeth Salander, esiste? "Certo" risponde, "ora è la mia compagna". Davvero? "Sì" e gli si spalanca un sorriso. Da un divorzio all'amore ceco. Signori della corte, il caso è chiuso. Almeno quello di Jan Stocklassa.

Il Venerdì di “Repubvblica”, 31 maggio 2019

La leggenda immortale dello Yeti. L'esercito indiano: "Ecco le sue orme" (Giampaolo Visetti)

Le orme dello yeti fotografate dall'esercito indiano

Dalla scienza sappiamo che quella creatura è un orso, ma in Oriente rimane un simbolo

Molti ridono, altri stupiscono, qualcuno si indigna, ma a oltre seicento anni dal primo annuncio ufficiale del 1407 anche l’India ha infine scoperto lo Yeti. A scovare l’«abominevole uomo delle nevi» nel 2019 e dopo centinaia di libri, film, fumetti e videogiochi, nientemeno che la squadra di una spedizione d’alta montagna dell’esercito di New Delhi. È successo il 9 aprile, ma solo ieri la superpotenza asiatica ha avuto il coraggio di annunciare al mondo che «per la prima volta sono state rinvenute le misteriose impronte del mitico essere». I militari indiani assicurano di averle fotografate nei pressi del campo base del Makalu, la quinta montagna più alta della terra con i suoi 8463 metri di quota, sul versante nepalese, una ventina di chilometri a est dell’Everest. Due immagini delle tracce, per ragioni quasi opposte, hanno fatto impazzire il web sia in Oriente che in Occidente, occupando la giornata di oltre sei milioni di esseri umani aggrappati ai social. L’India ha precisato così che la zampa di quest’ultimo Yeti misura 81 centimetri di lunghezza e 38 di larghezza, evidentemente dilatati dalla fusione della neve: comunque un gigante senza precedenti, nemmeno nella fantasia della realtà virtuale, «in passato avvistato solo nel parco nazionale del Barun», controllato da Kathmandu. Qualche dubbio, sull’effetto scatenato dall’annuncio, è venuto anche ai generali indiani. Un comunicato sottolinea che «le prove sono state fotografate e consegnate agli esperti in materia» e aggiunge, scanso oscillazioni della fede globale nello Yeti, che «si basano su evidenze fisiche, video e racconti».
Sbellicarsi all’idea che le sofisticate forze armate della più popolosa democrazia del pianeta osino diffondere seriamente una notizia simile, è salutare. Non aiuta però a comprendere la serietà e la bellezza del secolare nodo-Yeti, stretto attorno a cultura, scienza, leggenda e politica. Gli appassionati di storia in pillole, con un comodo clic su Wikipedia, possono ingoiare rapidamente le tappe di una saga che nel mondo italiano e tedesco ha assunto il volto «yetesco» di Reinhold Messner. Il «re degli Ottomila», nel pieno della corsa alle vette senza ossigeno, aveva giurato di averlo «incontrato più volte». Ha poi chiarito, nel libro Yeti, leggenda e verità, che il presunto umanoide affetto da ipertricosi altro non è che «una specie di orso himalayano», un incrocio tra la razza bruna dei plateau asiatici e quella bianca dei ghiacci polari, divise per sempre da glaciazioni, sismi e surriscaldamenti atmosferici. «L’annuncio indiano – dice adesso – lo conferma. Lo Yeti è un orso, ma la sua leggenda supera la scienza fino a incarnare una verità popolare che è diventata realtà. In Tibet, Nepal e Bhutan la gente crede da secoli nella materializzazione zoologica di una fantasia comune: è in questo senso ben più vasto e interiore che un orso, in Himalaya, è uno Yeti». In Oriente il mito resta sacro, almeno quanto l’ironia in Occidente. Nata, tra l’altro, da imbarazzanti errori di traduzione rilanciati perfino, nel 1953, dalla decisiva spedizione di Edmund Hillary sull’Everest. Il britannico Yeti storpia il termine «yeh-teh» con cui gli sherpa nepalesi indicano «quella cosa là», ossia «la creatura delle rocce». In Tibet «dzu-teh» significa la «cosa grossa», «meh-teh» una «cosa più piccola». Ogni civiltà nativa, oltre a un dio, conserva un demone nascosto dentro un animale umanizzato: le maschere sfuggite a Mao nei monasteri tibetani, offerte oggi nei mercati nepalesi, esprimono senza equivoci la medievale onnipotenza di sovrani divini. Questi Yeti, o uomini selvatici rappresentati come orsi, tra il Pamir e la Mongolia si chiamano «alma», tra la Cina e l’Indonesia «xuérèn», in Siberia «chuchunaa», tra i nativi americani del Nord «sasquatch», tra quelli del Sud «isnashi». Se ne conservano zampe e pellicce, zanne e ossa.
A stupire davvero, nel 2017, è stato così l’annuncio che uno studio internazionale, guidato da Londra, ha chiuso il rompicapo grazie al Dna. Per via genetica i biologi hanno stabilito che lo Yeti è scientificamente uno speciale orso himalayano, in via di estinzione. Questo vale in Occidente però, perché l’Oriente si aggrappa al suo Yeti metafisico, colonna dell’altra metà del globo. L’India può anche essere un’avveniristica potenza arcaica, ma ingenua non è. Far scoprire all’esercito lo Yeti tra Nepal e Tibet nel 2019 politicamente significa ricordare, non solo a Pechino, che sull’Himalaya i confini e la sovranità del Tibet storico, ossia la terra dello Yeti e la sorgente dell’acqua, restano indefiniti: e che non tutti i trattati di pace, in Asia, sono stati firmati. È velleitario rinchiudere l’«abominevole uomo delle nevi» in una cellula animale da sparare su twitter: sarà un mostro, un orso, oppure un diavolo, ma «l’abominevole uomo delle nevi» resta prima di tutto un’idea meravigliosa che fa sorridere perché si capisce che con il cuore un estremo mito senza tempo va preso sul serio. Del resto non si può immaginare, ricordano anche a Lhasa, ciò che non esiste.

“la Repubblica”, 30 Aprile 2019

Sorpresa: le auto elettriche servono soprattutto in campagna (Elena Tebano)


Scordatevi le città: è nelle campagne che c’è bisogno di auto elettriche. Lo sostiene la “Süddeutsche Zeitung”, perché lì « il trasporto pubblico non riuscirà a offrire un’alternativa all’automobile nel prossimo futuro. E perché le auto elettriche, in particolare, possono essere integrate molto più facilmente nella vita quotidiana. Non importa quante stazioni di ricarica sono ancora in costruzione nelle città - se non avete un garage o un parcheggio con possibilità di ricarica, dovrete sempre far fatica. Migliaia di persone già girano ogni giorno alla ricerca di un posto auto. Se il parcheggio deve offrire anche una struttura per ricaricare l’auto elettrica, diventa una ricerca quasi senza speranza». In campagna è molto diverso: in Germania ci sono almeno 17,5 milioni di case unifamiliari che crescono al ritmo di 100.000 circa all’anno: si trovano in maggioranza fuori dalle città e spesso hanno un garage, un posto auto coperto o un altro parcheggio vicino alla casa «dove un’auto elettrica può essere ricaricata durante la notte senza problemi». Perché si diffondano, però, è necessario che lo Stato finanzi l’acquisto di stazioni di ricarica per i privati. Oltretutto questo tipo di abitazioni permettono anche di istallare in autonomia i pannelli solari, per produrre energia elettrica in modo indipendente. Né deve spaventare che nelle zone rurali si percorrano distanze più lunghe: «Gli spostamenti medi sono attualmente di 17 chilometri, anche le auto elettriche più piccole possono percorrere almeno 100 chilometri con una sola carica della batteria».

Rassegna “Corriere della sera”, 26 giugno 2019

Nelle zone industriali e di frontiera degli USA. L’epidemia degli oppioidi e le colpe di Big Pharma (Gabriele Genah)



L’origine, l’evoluzione e la portata della catastrofica epidemia degli oppioidi negli Usa sono appena diventate più chiare. Inizia così il lungo articolo di inchiesta del “Washington Post”, che si basa su centinaia di migliaia di dati, ottenuti dopo una lunga battaglia legale condotta dal giornale, e resi per la prima volta disponibili la settimana scorsa.
Il quadro che ne esce è desolante e può essere riassunto così: l’industria farmaceutica - dai produttori, ai distributori ai rivenditori - ha trovato profitto nell’inondare di antidolorifici alcune delle comunità più vulnerabili d’America. Medici e agenzie governative non sono riusciti a prendere contromisure adeguate, neanche quando diventò chiaro che queste pillole creavano dipendenza e molte finivano spacciate per le strade. Il flusso di oppioidi si è riversato soprattutto nelle zone industriali e di frontiera, dove l’economia si basa sui lavori pesanti, portando molti a cercare il conforto degli antidolorifici. Dal 1996 sono oltre 200 mila i morti a causa di overdose per questi farmaci.
I dati ottenuti dal “Post” mostrano una tendenza nella distribuzione di oppioidi che non può passare come un trattamento medico ragionevole: l’epidemia non è mai stata un fenomeno oscuro, era in piena vista. Semplicemente, secondo il giornale, qualcuno non poteva o non voleva fermarla. Dal 2006 al 2012 (il periodo cui si riferiscono i dati) il numero di pillole consegnate è schizzato da 8,4 a 12,6 miliardi, senza alcuna gradualità. La legge impone alle industrie di autoregolarsi e di riferire su eventuali ordinativi sospetti, ma molte non si sono adeguate: una di queste aziende per esempio, la Teva, dal 2013 al 2016 ha riportato solo 6 ordini sospetti su 600 mila. Il problema è che anche quando la legge rileva queste anomalie, le sanzioni sono ampiamente alla portata: nel 2017 uno dei più grandi distributori, la McKesson, venne multata per 150 milioni di dollari. I suoi ricavi netti di quell’anno ammontarono a 5 miliardi.

Rassegna “Corriere della sera”, 22 luglio 2019

24.7.19

Socialismo e libertà (Erich Mühsam)


Erich Mühsam, Berlino, 6 aprile 1878 – Lager di Oranienburg, 10 luglio 1934



La libertà è un concetto religioso. Chi è rivoluzionario in nome della libertà possiede una natura religiosa, essere rivoluzionari e non religiosi significa tendere con mezzi rivoluzionari a scopi diversi da quelli della libertà. In altri termini: la risoluzione rivoluzionaria può scaturire da un bisogno interiore, dalla sensazione che la coercizione, la legge e la spersonalizzazione si sono fatte intollerabili - e allora è di natura religiosa; certo, può anche derivare dal basso calcolo della convenienza, quando la rivoluzione si rivela tra tutti il mezzo più inevitabile - e allora è di natura positivista. Il positivista è il bacchettone che va in chiesa rispetto a colui che si nutre di sentimenti religiosi, il negatore dell’impeto, dell’ebbrezza e dell’utopia: il dogmatico e il fatalista, per il quale la libertà rappresenta una fantasia piccolo-borghese e la lotta per l’esistenza un duello studentesco.
Io mi rivolgo a quei rivoluzionari che hanno come scopo la rivoluzione. La libertà è una condizione sociale, il cui fondamento è dato dal volontario consenso degli uomini al lavoro comune, reciprocamente integrato, e alla mutua salvaguardia della vita e dei suoi beni. Lo stato sociale della libertà poggia sull’autodeterminazione dell’individuo, ma l’autodeterminazione dell’individuo incontra i propri limiti nella libertà della collettività; infatti, dove non tutti sono liberi, nessuno può esserlo. La lotta per conquistare questa libertà, inconciliabile con ogni forma di autorità, con le oppressioni legislative, con la disciplina prestabilita o la violenza statalista, è alla base dell’idea religiosa dell’anarchia. Per la sua realizzazione è necessario il sovvertimento rivoluzionario dei presupposti stessi del convivere umano nella società, la creazione della sola base materiale sulla quale la libertà è possibile: vale a dire l’eguaglianza economica. Noi anarchici siamo socialisti, collettivisti, comunisti, non perché vediamo soddisfatte nella ripartizione egualitaria delle prestazioni lavorative e nella suddivisione dei prodotti le esigenze estreme delle aspirazioni umane, ma perché non riteniamo possibile alcuna battaglia in nome dei valori spirituali, per l’approfondimento e la differenziazione della vita - battaglia che costituisce il vero senso della libertà - finché gli uomini verranno al mondo e cresceranno in condizioni di diseguaglianza, finché la ricchezza interiore annegherà nell’indigenza materiale, finché la miseria spirituale e morale potrà travestirsi da ricchezza nel luccichio di una sapienza e di un potere corrotti.La libertà è un concetto religioso. Chi è rivoluzionario in nome della libertà possiede una natura religiosa, essere rivoluzionari e non religiosi significa tendere con mezzi rivoluzionari a scopi diversi da quelli della libertà. In altri termini: la risoluzione rivoluzionaria può scaturire da un bisogno interiore, dalla sensazione che la coercizione, la legge e la spersonalizzazione si sono fatte intollerabili - e allora è di natura religiosa; certo, può anche derivare dal basso calcolo della convenienza, quando la rivoluzione si rivela tra tutti il mezzo più inevitabile - e allora è di natura positivista. Il positivista è il bacchettone che va in chiesa rispetto a colui che si nutre di sentimenti religiosi, il negatore dell’impeto, dell’ebbrezza e dell’utopia: il dogmatico e il fatalista, per il quale la libertà rappresenta una fantasia piccolo-borghese e la lotta per l’esistenza un duello studentesco.
L’eguaglianza non ha nulla a che fare con ciò che oggi si chiama democrazia. L’eguaglianza delle democrazie borghesi si limita a riconoscere come unità votante ogni individuo con diritto di voto. Così la maggioranza di voti è ovviamente garantita a quella classe che, grazie ai propri privilegi economici, domina pressoché l’intero apparato capace di influenzare l’opinione pubblica; inoltre, le istituzioni per le quali il voto viene espresso sono per loro natura deputate a conservare e ad amministrare l’esistente. Se la maggior parte degli aventi diritto votasse con intenti rivoluzionari, gli eletti - qualunque fosse il loro orientamento - non potrebbero far altro nei loro organismi che agire in senso conservativo. Socialismo e libertà non sono praticabili sul terreno della democrazia; ma la democrazia nel senso di libertà ed eguaglianza è possibile soltanto sul terreno del socialismo perfettamente realizzato. Questa autentica democrazia, che equivale al predominio della comunità su se stessa, vale a dire l’autodeterminazione di ogni individuo nella consapevolezza della propria missione sociale, costringe all’eguaglianza economica e sociale, presupposto di ogni altra libertà.

Da Bismarxismus, 1927 in Dal cabaret alle barricate, Elèuthera, 1999

Francesco Berni: la sonettessa contro l'Aretino (1527?)

Pietro Aretino nel ritratto di Tiziano Vecellio

Contra Pietro Aretino
Tu ne dirai e farai tante e tante,
lingua fracida, marcia, senza sale,
che al fin si troverà pur un pugnale
meglior di quel d’Achille e più calzante.

Il papa è papa e tu sei un furfante,
nodrito del pan d’altri e del dir male;
hai un pie’ in bordello e l’altro in ospitale,
storpiataccio, ignorante e arrogante.

Giovan Mateo e gli altri che gli ha appresso,
che per grazia de Dio son vivi e sani,
ti metteran ancor un dì in un cesso.

Boia, scorgi i costumi tuoi ruffiani
e se pur vòi cianciar, di’ di te stesso:
guàrdati il petto, la testa e le mani.

Ma tu fai come i cani,
che, dà pur lor mazzate se tu sai,
come l’han scosse, son più bei che mai.

Vergognati oramai,
prosontuoso, porco, mostro infame,
idol del vituperio e della fame,

ché un monte di letame
t’aspetta, manegoldo, sprimacciato,
perché tu moia a tue sorelle allato;

quelle due, sciagurato,
c’hai nel bordel d’Arezzo a grand’onore,
a gambettar: "Che fa lo mio amore?"

Di quelle, traditore,
dovevi far le frottole e novelle
e non del Sanga che non ha sorelle.

Queste saranno quelle
che mal vivendo ti faran le spese,
e ’l lor, non quel di Mantova, marchese;

ch’ormai ogni paese
hai amorbato, ogni omo, ogni animale:
il ciel, Iddio, il diavol ti vol male.

Quelle veste ducale,
o ducali, acattate e furfantate,
che ti piangon in dosso sventurate,

a suon di bastonate
ti seran tolte, avanti che tu moia,
dal reverendo padre messer boia;

che l’anima di noia
mediante un bel capestro caveratti
e per maggior favor poi squarteratti;

e quei tuoi leccapiatti
bardassonacci, paggi da taverna,
ti canteran il requiem eterna.

Or vivi e ti governa;
ben che un pugnale, un cesso, o ver un nodo
ti faranno star queto in ogni modo.

In Rime burlesche, BUR, 1991

23.7.19

Era d'estate. Una poesia di Jacques Prévert (1900-1977)



Ero nuda tra le sue mani
sotto la gonna alzata
nuda come non mai
Il mio giovane corpo
era tutto una festa
dalla punta dei miei piedi
ai capelli sulla testa
Ero come una sorgente
che guidava la bacchetta
del rabdomante
Noi facevamo il male
il male era fatto bene

Da Fatras (1966), traduzione di Luigi Tundo

Necrologi. La scomparsa di Panzieri (l'Unità, 10 ottobre 1964)



Postilla
Tutto qui. Nei giorni, nelle settimane, nei mesi successivi niente di niente.

Olio di ricino e reti da pesca. Puzze e risorse dell'antico Egitto (Erodoto, Storie, II, 94-95)

Geroglifico

Gli abitanti delle regioni paludose dell’Egitto fanno uso d’un olio che traggono dal frutto del ricino: gli Egiziani lo chiamano “kiki” e lo preparano così. Lungo le rive dei corsi d’acqua e degli stagni, seminano questo ricino, che in Grecia, invece, cresce spontaneo, allo stato selvatico. Seminata, questa pianta produce, in Egitto, frutti abbondanti ma di cattivo odore, che gli abitanti raccolgono: poi alcuni, dopo averli battuti, li premono col torchio; altri, tostatili, li mettono a bollire e raccolgono il liquido che ne distilla. È un olio grasso e adatto per le lucerne non meno di quello d’olivo; ma l’odore che emana è sgradevole.
Contro le zanzare, che sono innumerevoli, hanno escogitato questi rimedi : per quelli che abitano la regione sopra le paludi sono molto utili le terrazze, sulle quali salgono per dormire; dato che le zanzare, ostacolate dai venti, non sono in grado di volare in alto. Quelli che abitano la regione delle paludi, invece delle terrazze, hanno trovato quest’altro rimedio: ognuno di essi possiede una rete, con la quale di giorno prendono i pesci, mentre di notte l’adoperano a questo scopo: collocano la rete tutt’intorno al letto su cui sogliono riposare, e poi, infilandosi sotto, vi si mettono a dormire. E le zanzare che, se uno si avvolge in un mantello e in un lenzuolo, anche attraverso questi cacciano il pungiglione, con la rete puzzolente non ci provano nemmeno.

Traduzione Luigi Annibaletto (Mondadori 1956), con lievi ammodernamenti linguistici.

Mamma, crepo di fame ma gli austriaci mi proibiscono di dirlo. Leo Spitzer tra linguistica e storia (Ernesto Ferrero)



Nel settembre 1915 il ventisettenne Leo Spitzer, linguista e filologo viennese di buona famiglia ebraica, brillante allievo di Meyer-Lubke, e futuro maestro della critica stilistica, prende servizio presso l'Ufficio centrale della censura postale dell'esercito imperial-regio. Lo attende un compito gravoso: filtrare le lettere dei prigionieri italiani (a fine guerra saranno 600.000; solo dopo Caporetto ne erano arrivati 300.000). I quali possono chiedere a casa l'invio di pacchi alimentari, ma non abbandonarsi a «lamentele esagerate» sulla fame che li tormenta. In pratica, è vietato anche soltanto parlarne genericamente, e con il proseguire della guerra la situazione peggiora: la crisi economica falcidia le già magre razioni, i secondini non se la passano meglio dei prigionieri, ma dire «ho fame» non si può. La monarchia non vuole essere accusata di violare le convenzioni internazionali e soprattutto non vuole far conoscere le difficoltà dei rifornimenti alimentari di cui soffre il Paese, spia del collasso che finirà per farlo implodere.
Comincia una partita drammatica tra chi vuol sollecitare un aiuto (sono stimati in 100.000 i morti di stenti e privazioni) e un censore ferratissimo, che conosce a perfezione l'italiano, i suoi dialetti, perfino i suoi gerghi. Per sua e nostra fortuna Spitzer, prima di cassare quello che non può esser detto lo registra febbrilmente, consapevole della ricchezza espressiva dei materiali che si ritrova tra mano. I prigionieri sono poco o nulla alfabetizzati, scrivono come parlano, sgangheratamente, ma danno fondo alle risorse di un'inventiva ingegnosa, furbesca e commovente. Senza saperlo, usano tutti gli artifici della retorica, a partire dagli anagrammi: «fame» diventa «mefa» («La signora Mefa è qui da qualche tempo. Vedessi com'è deperita»). Ricorrono a errori voluti («fame sapere, fame stopiacere»), alle personificazioni («È morto con me il Capitano A. Petito fratello della signorina Magherina»; «Calogero Pititto s'ingrossa»; «Qui come prigioniero c'è l'amico Sepatislafam», «Saluti a Sepatiselfrec e Sestadecan»). Mandano saluti anche al signor Forneris e al signor Marocco (il pane, in gergo). Frequenti le allusioni alle malattie: «Ho una malaria di budele, mi manca anche la solita medicina che prendevo a casa»; «ho il vermo salutare»; «tengo la malatia della febbre mangina». Un milanese lamenta una fortissima tosse, da curare con quelle «caramelle che fa el prestinè, te capì?». C'è chi parla di «nostalgia gastrica», chi echeggia vecchi proverbi («Pancia che marmotta non si trova mai contenta»), chi si lamenta dei denti che arrugginiscono: «perche i miei denti i ciapo larugine».
La fame diventa la Signora, la vedova, la stria, la sozza, la fosca, la negra, la leggera, la carolina, la granda, la leona, la cagna, la lupa , il cammello («patisco un Camel della Madonna»), la morosa, l'amante austriaca, la Signora Slandrona, la signorina Sgaiusa, il signor Stecchetti, il tenente Spazzola («la spazzola suonava le sue note grigie»). I più frequentati sono lo zio Magno e l'Ugolino dantesco («È con me il signor Ugolino che tu non conosci ma che il babbo ricorda certamente»; lo si usa anche spezzato in due, zio Ugo e conte Lino).
Si inventano nuovi santi, come san Cripofan, crepo di fame, o degli agglomerati di parole come christochefamdelader, che nei campi di prigionia diventano popolari. Ma non c'è solo l'urgenza drammatica di comunicare. Chi scrive può arrivare a concedersi dei giochi linguistici (Kriegsgefangen, prigioniero di guerra, diventa Cristochefame), o addirittura irridere direttamente gli occhiuti censori. I più colti citano l'opera («Ciò che spedisce all'Università Bocconi manca, di conseguenza se sifula l'Aida»). Sino al più amaro dei paradossi: «Se è vero che l'aver apetito è segno di buona salute, siamo sanissimi sino a morire di salute».
C'è chi parla di "nostalgia gastrica", e chi cita l'amico "conte Ugolino"
Da questi formidabili giacimenti di trovate ingenue e accorate, di una loro astuzia bertoldesca, Spitzer ha ricavato ben tre poderose ricerche: La lingua italiana del dialogo (1922, tradotto da Il Saggiatore nel 2007), Lettere di prigionieri italiani 1915-1918 (1921) tradotto nel 2016 dal medesimo Il Saggiatore, che ora conclude il cosiddetto «trittico italiano» con Perifrasi del concetto di fame. La lingua segreta dei prigionieri italiani nella Grande Guerra, apparso nel 1920, ma non ancora tradotto. L'ottima cura è di Claudia Caffi, l'impeccabile traduzione di Silvia Albesano, di Antonio Gibelli il saggio d'inquadramento storico sulle scritture della fame nella Grande Guerra. Un'impresa ammirevole, che investe molti ambiti di ricerca, e di cui bisogna dare grande merito al coraggio e alla lungimiranza dell'editore.
A Spitzer interessava cogliere l'anima di un popolo proprio nel farsi spontaneo e disordinato di un linguaggio naïf, costretto a lottare con una lingua nazionale sentita come estranea, la lingua odiosa della casta. A noi oggi questi ex-voto linguistici di miracoli presunti, insieme colorati e strazianti, sembrano anticipare i linguaggi casual dei social, in cui parlato e scritto si confondono. Li assaporiamo con un retrogusto un po' amaro: vero che il grande linguista è stato un pioniere degli studi sull'italiano «basso» e popolare, ma al di là di una generica simpatia per questi italiani lamentosi e furbacchioni, i suoi doveri di suddito leale e i suoi piaceri di ricercatore goloso hanno finito per prevalere sull'umana pietà dovuta ai prigionieri. A concedergli le attenuanti generiche, la considerazione che per una bizzarra eterogenesi dei fini il suo lavoro di censore troppo bravo ha finito per restituire le vittime al loro ruolo di testimoni e attori.


Tuttolibri - La Stampa, 20 luglio 2019

Lucania. Una poesia di Rocco Scotellaro

Rapolla (Potenza)

M'accompagna  lo zirlìo dei grilli
e il suono del campano al collo
d'un'inquieta capretta.
Il vento mi fascia 
di sottilissimi nastri d'argento
e là, nell'ombra delle nubi sperduto,
giace in frantumi un paesetto lucano.

da Tutte le opere, Oscar Mondadori, 2019

22.7.19

La poesia del lunedì. Juan de Tassis y Peralta, Conde de Villamediana (Spagna, XVII secolo)



A una signora che cantava
La peregrina voce e il chiaro accento
che la dolce gola ha liberato
con il soave effetto dell'udito
possono ben fermare ogni tormento.

Ma il nuovo accidente che io sento
ha in sè un altro mistero non compreso,
ché nella gioia più alta del senso
trova causa di pena il sentimento.

Effetti vari: lo stesso canto lascia
nella sospensione che ci aliena
la follia saggia e la ragione folle.

E per nuovo miracolo od incanto
quando più dolcemente voce suona
con echi di dolor l'anima tocca.

-----

A una señora que cantaba
La peregrina voz, y el claro acento
por la dulce garganta despedido,
con el suave afecto del oìdo,
bien pueden suspender cualquier tormento.

Mas el nuevo accidente que yo siento
otro misterio tiene no entendido,
pues en la mayor gloria del sentido,
halla causa de pena el sentimiento.

Efectos varios, porque el mismo canto
deja, en la suspensión con que enajena,
cuerdo el enloquecer, la razón loca.

Y por nuevo milagro o nuevo encanto,
cuando la voz más dulcemente suena,
con ecos de dolor el alma toca.

Dal sito "Biblioteca virtual Miguel De Cervantes" - Traduzione Salvatore Lo Leggio

21.7.19

Etica e politica delle piante. Se gli alberi provano piacere e dolore che diritto abbiamo di potare le loro vite? (Gianfranco Marrone)


Per millenni relegate al gradino più basso nella catena degli esseri, anche le piante diventano soggetti etici ma la questione ambientale non si può ridurre a un semplice antropocentrismo al rovescio


Il mondo delle piante vive una clamorosa rinascita: tutti ne parlano, tutti le vogliono, tutti si ergono a loro difensori. Parlando in loro nome, a qualsiasi livello del dibattito pubblico: da quello filosofico a quello politico, da quello della sensibilità diffusa al mondo, manco a dirlo, dei social media. Di modo che oggi diventa possibile, come mostra il bel libro di Pellegrino e Di Paola Etica e politica delle piante (Editore: DeriveApprodi)
Per millenni le piante – selvatiche, coltivate, ornamentali, edibili, immaginarie o reali che fossero – sono state relegate nel gradino più basso della catena degli esseri. Per quanto il pianeta esista grazie a loro (costituendo l'80% della biomassa della Terra, assorbono carbonio e forniscono ossigeno), l'ideologia zoocentrica dominante – da Aristotele alla biologia contemporanea – le ha considerate, tutt'al più, un puro palcoscenico della vita animale, esseri viventi ma passivi, immobili e incapaci di progettualità, privi di sensibilità e affetti, meno che mai di cognizione e raziocinio. Nella migliore delle ipotesi, le piante hanno funzionato da serbatoio simbolico per le varie culture, restando comunque una sorta di alterità costitutiva della specie umana. Essere ridotti al rango delle piante, puri vegetali, è per gli uomini il massimo dell'abominio o dell'insulto, perché, appunto, comporta un uscir fuori dalla propria natura.
Ora però, ragionano Pellegrino e Di Paola, non solo nella storia del pensiero e della religione sono ben esistite ideologie non zoocentriche (da Teofrasto all'induismo e al giainismo), ma si è sviluppata ai nostri giorni una visione filosofica che attribuisce ai vegetali tutt'altre caratteristiche intrinseche. Falsa l'idea di un'immobilità delle piante (basta avere le lenti giuste per coglierne gli spostamenti). Per non parlare del fatto che, a conti fatti, esse sono dotate di sensibilità, manifestando sentimenti di piacere e di dolore, e partecipando da protagoniste alla costruzione e al mantenimento dell'habitat non solo naturale ma anche sociale.
In un'epoca qual è la nostra, dove ogni separazione fra natura e cultura, ambiente e uomo, appare, piaccia o non piaccia, del tutto superata, la specie umana ha perduto la sua supposta centralità nell'universo. È l'epifania del cosiddetto Antropocene (al quale gli stessi due autori hanno dedicato un importante volume lo scorso anno), che ha portato a riconsiderare, prima, il ruolo degli animali (si pensi all'antispecismo, l'animalismo, al veganesimo etc.) e, adesso, quello dei vegetali. E se, come da qualche tempo si discute, occorre attribuire agli animali loro precisi diritti, non in funzione dell'uomo ma in quanto tali, analogo ragionamento deve essere condotto per quel che riguarda il cosiddetto regno vegetale.
Per farlo, occorre innanzitutto ridimensionare i nostri, di diritti: in nome di che cosa uccidiamo le bestie? che diritto, appunto, abbiamo di sottoporle a quelle immani torture che si svolgono negli allevamenti o, peggio nei mattatoi? Allo stesso modo, ragionano Pellegrino e Di Paola, perché recidere sistematicamente le radici un albero imponente per farne un bonsai? In nome di quali valori potare il bosso nei giardini per ottenere forme stravaganti che dovrebbero colpire l'immaginazione? E anche: perché coltivare le lattughe, gli ortaggi e i cereali per mangiarli?
Da qui l'etica e la politica delle piante, aree di pensiero assai necessarie oggigiorno, se pure tutt'altro che evidenti e pacifiche. Se da un lato infatti sembra ragionevole dotare i vegetali di loro valori e loro diritti, dall'altro va detto che le categorie di valore e di diritto sono istanze propriamente umane che noi, in modo del tutto estrinseco, applichiamo a esseri che non è detto vogliano accettarle. La natura è il luogo delle peggiori nefandezze e delle più atroci violenze: ci si uccide e ci si mangia a vicenda. Tutti prede e tutti predatori, vegetali compresi. Insinuare in essa una qualche morale è quindi una forma di addomesticamento, ossia ancora una volta di assoggettamento all'uomo. Inoltre, come se non bastasse: se decidiamo di non mangiare più le piante, così come s'è fatto per gli animali, che cosa mettiamo nello stomaco? Dotare di valore gli altri esseri viventi significherà, paradossalmente, ridurre quello della specie umana? Antropocentrismo alla rovescia?
Le questioni, si vede, sono tutt'altro che banali. E il libro in questione le discute con intelligenza, conservandone tutta la problematicità. Quel che è certo è che la questione ecologica e ambientale non può essere affrontata in termini, per così dire, kantiani, dove l'uomo è il fine d'ogni azione morale e tutto il resto il mezzo. Il pianeta è una casa comune: allontanare da essa chi non ci piace – uomo, animale o pianta – è soltanto arroganza da stolidi.

Tuttolibri La Stampa 20 luglio 2019

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