3.7.19

Una scrittrice nel Seicento francese. “Giù la maschera Madame” (Benedetta Craveri)


“Monsieur de La Rochefoucauld e Madame de La Fayette hanno fatto un romanzo sulle avventure galanti della corte di Enrico II, scritto, pare, in modo mirabile”. Così, in una lettera del dicembre 1677, Madame de Scudéry annunciava a Bussy Rabutin, uno degli uomini più pettegoli di Francia, l'imminente apparizione della Principessa di Clèves.
Sebbene inesatte, eco dei si dice della cronaca mondana, le illazioni di Madame de Scudèry rinviano a due problemi centrali per penetrare l'enigmatica personalità di Madame de La Fayette: la sua concezione dell'amore e il suo rapporto con la scrittura. Nel 1677 Madame de La Fayette ha quarantatré anni e La Rochefoucauld sessantaquattro. Da quando hanno preso l'abitudine di conversare insieme tutti i giorni, lui le ha riformato lo spirito e lei il cuore. La natura del loro sodalizio non dipende quindi dall'età, ma da una scelta precisa: è una relazione volontaria. Quanto alla Principessa di Clèves, il libro, destinato ad apparire anonimo, è opera della sola Madame de La Fayette; l'esempio del duca le è stato, semmai, di incoraggiamento a scrivere il suo capolavoro, fidando esclusivamente in se stessa.
Nella vita sentimentale come in quella intellettuale, Madame de La Fayette è comunque prudente: vuole coltivare l'amore senza esporsi ai suoi rischi, vuole scrivere senza svelarsi come scrittrice.

Un apparente paradosso
A riproporre questi temi ormai classici, è un'ottima biografia di taglio divulgativo di Roger Duchene (Madame de La Fayette, Editions Fayard). Dopo aver curato per la Pléiade la nuova edizione delle lettere di Madame de Sévigné ed averne in seguito scritto la vita (Fayard, 1982), Duchene si è dedicato alla migliore amica della celebre epistolografa.
Lo studioso ricostruisce, in particolare, con molta finezza, il percorso intellettuale di Madame de La Fayette. L'apparente paradosso di questa scrittrice, che si ostina a considerarsi una dilettante e si trincera dietro l'incognito, ma le cui opere costituiscono una svolta fondamentale per la letteratura francese e per il dibattito teorico che sta all'origine dello statuto del romanzo moderno, è in realtà un esempio altamente emblematico di una cultura in profonda evoluzione. Il valore sovrano della società dell'Antico Regime è quello della nascita, del patrimonio, delle alleanze familiari. In nome di questa logica, a incominciare da un matrimonio senza amore, Madame de La Fayette tesse tenacemente la sua rete di relazioni, segue gli interessi del marito e dei figli, tutela il proprio prestigio.
Questa dura disciplina è alleviata da una forte curiosità intellettuale. Le due cose non sono necessariamente in contrasto: fin dai primi decenni del Seicento, la letteratura è entrata a far parte degli svaghi della civiltà aristocratica francese. Sulla spinta del celebre salotto di Rambouillet, tutta una generazione di dotti si è spogliata di un eccesso di erudizione e di tecnicismo e, bandendo la pedanteria, si è messa al servizio della vita mondana. A loro volta, nobildonne e grandi signori si accostano alla letteratura come a un art badin et léger e imparano a tenere la penna in mano e a scrivere e rimare con grande naturalezza. Se, giovane sposa relegata in provincia, Madame de La Fayette intrattiene una corrispondenza epistolare con dei celebri eruditi e, seguendo i loro consigli, studia il latino e l'italiano, si dedica a un programma sistematico di letture e coltiva con il dotto abbé Gilles Ménage un'amicizia platonica, tutto questo rientra, ad eccezione della qualità della sua intelligenza, nella voga mondana dell'epoca.
Ma le mode spesso finiscono con la stessa perentorietà con cui si impongono. L'entusiasmo congiunto dei professionisti e dei dilettanti aveva conquistato alla letteratura un posto mai avuto prima nella vita di società, non un riconoscimento di valore. Sarebbe infatti bastata, di lì a poco, la satira di Molière per sancire il tramonto del regno delle Preziose e rendere sospette le femmes savantes. La giovane contessa avverte immediatamente il cambiamento in atto. Ha pagato troppo caro il suo prestigio sociale per correre il rischio di esporsi al ridicolo: d'ora in avanti saprà dissimulare i suoi interessi intellettuali, eviterà di essere coinvolta nelle dispute degli amici scrittori, imparerà a seguire l'attualità letteraria senza compromettersi. Tornata per sempre a Parigi nel 1658, Madame de La Fayette pubblica, è vero, la sua prima opera, l'unica che mai apparirà con la sua firma: il ritratto dell'amica Madame de Sévigné. Ma lo scritto che le è stato commissionato dalla Grande Mademoiselle per la raccolta dei suoi Portraits, fa parte di un gioco di società organizzato da una principessa di sangue reale. Con le Preziose Ridicole, Molière, però non si limitava a mettere alla gogna un costume sociale, dava battaglia ai «piccoli generi» letterari inflazionati dalla voga mondana e si faceva portavoce, in nome del gusto classico, di una generazione di giovani scrittori professionisti decisi ad espugnare il potere, scalzando le vecchie celebrità. «Per Molière», scrive Duchène, «come per Racine, e più tardi La Bruyère, la nuova parola d’ordine è "la letteratura agli scrittori”».
Madame de La Fayette si mostra sensibile anche a questa lezione. Se la professione letteraria è inconciliabile con la dignità dello status aristocratico, è però impensabile che un dilettante possa progettare di pubblicare un’opera senza favellio di uno scrittore professionista. Così, non diversamente da La Rochefoucauld che, con Madame de Sablé, era stato incoraggiato a comporre le Massime da Jacques Esprit, la contessa si decide a scrivere la prima opera narrativa destinata alla stampa sotto l'egida dell’amico Ménage.

Con l'aiuto dei professionisti
Senza la presenza di questi due «intellettuali patentati», probabilmente tanto la Principessa di Montpensier quanto le Massime sarebbero rimaste un gioco mondano. Così due aristocratici che non firmano le loro opere, e che «non potevano volersi scrittori», lo sono diventati grazie all'aiuto di professionisti della scrittura: seri eruditi di mediocre talento hanno reso possibile la metamorfosi di due dilettanti in scrittori sommi.
Anche il successivo romanzo di Madame de La Fayette, Zaide, nasce come «opera collettiva», frutto delle conversazioni con La Rochefoucauld e con il dottor Jean Segrais ma, soprattutto, delle correzioni dell’illustre studioso Pierre-Daniel Huet. Tuttavia, con l’andare del tempo, Madame de La Fayette e La Rochefoucauld sembrano avere sempre meno bisogno degli altri, sempre più si influenzano e si bastano a vicenda.
Dopo aver lavorato con degli scrittori di professione, con Ménage, Segrais, Huet, letterati coltissimi che conservavano la nostalgia dei modelli antichi e credevano nell'imitazione, Madame de La Fayette ha scoperto il modo di scrivere di un gran signore autodidatta e, venuto il momento della Principessa di Clèves, lo fa finalmente suo. «Per creare un genere nuovo», osserva Duchène, «l'autore delle Massime era partito dalla lettura dei moderni, dalla corrispondenza personale e dalle conversazioni di salotto. Da lui Madame de La Fayette ebbe la conferma che non era necessario essere scrittore di professione per avere successo e rivoluzionare la letteratura».

“la Repubblica”, 9 luglio 1988

Giardini. Storia e letteratura dal Medioevo al Novecento (Benedetta Craveri)

Giardino all'inglese

Nella città ideale di Tommaso Moro, dove la proprietà privata è bandita, ogni casa deve possedere un giardino. Assunto così dalla Utopia come elemento essenziale di un modello universale ed astratto, il giardino pare a sua volta obbedire, nella concreta varietà dei suoi modelli storici, a una forte esigenza utopica. Esso può essere lo specchio in cui una intera civiltà si compiace di rimirarsi, ma anche il luogo di estraneamento e di fuga in cui ogni individuo è libero di dettare le proprie leggi.
L'utopia è solo una delle tante chiavi possibili con cui affrontare La Letteratura e i Giardini, il tema del bel volume edito da Olschki (pagg. 436, s.i.p.) che raccoglie gli atti del convegno internazionale di studi tenutosi a Verona nell'ottobre del 1985. Così, nell'introduzione, Enea Balmas ci guida attraverso le metamorfosi di questo luogo privilegiato che partecipa simultaneamente al mondo dei sensi e dello spirito e che, ricco di mille valenze, non si risolve nel fenomenico, ma prolunga il suo significato in direzioni infinite. Ecco, nella relazione di Anna Maria Finoli, il giardino seminato di fiori di giglio della poesia di Charles d'Orléans, che ci introduce nell'hortus conclusus medievale. Qui, un breve spazio protetto da alte mura, con al centro una fontana, simbolo della vita, accoglie una pergola, delle piante esotiche, degli alberi da frutta, qualche grazioso animale, e fiori in gran profusione. È il locus amoenus della tradizione classico-letteraria, lo stesso in cui prenderà l'avvio il Decamerone, ma anche il rifugio dove ci si ripara dal tumulto della vita, dove si celebra il mito del paradiso perduto.
Con il Rinascimento la concezione del giardino cambia radicalmente. Esso cessa di essere una metafora della creazione divina e si trasforma nel banco di prova delle capacità demiurgiche dell'uomo, del suo trionfo sugli elementi. È in questa ottica che Montaigne, in viaggio in Italia nel 1580, ammira, a Pratolino, il giardino creato da Bernardo Buontalenti per Francesco I de' Medici. Il celebre parco, scrive Rosa Maria Frigo, si impone come opus contra naturam, fatto di pietra, di grotte artificiali, di fontane alimentate da sorgenti remotissime, di automi, di figure antropomorfe. Dando forma geometrica ai pochi alberi tollerati, il giardiniere rinascimentale si è trasformato in architetto.
Tuttavia la letteratura non si limita a celebrare i giardini reali, o a disegnarne di fantastici, in sintonia con l'estetica dell' epoca: talvolta, con netto anticipo sul suo tempo, essa crea le premesse per una rivoluzione del gusto. In Inghilterra, per esempio, osserva Esther Menascé, in pieno trionfo del formale, geometrico giardino Tudor, una dinastia di poeti protestanti, da Edmund Spenser a John Milton, difendono la causa della natura contro quella dell'artificio. E, fin dal 1625, Bacone teorizza quella natural wilderness, quella natura spontanea, che trionferà un secolo dopo con il così detto giardino all' inglese.
Paul Vernière illustra il nesso che può intercorrere tra arte dei giardini e propaganda politica. Mentre, sotto la spinta dell'imperialismo di Luigi XIV, tutta l'Europa imita il giardino alla francese creato a Versailles da Le Notre, l'Inghilterra, emersa dalla incruenta rivoluzione del 1688 con la nuova dinastia protestante di Guglielmo d'Orange, rifiuta il modello imposto dal Re Sole e gli contrappone il landscape garden, l' arte di creare il paesaggio. Esaltato dalla rivalità politica, il contrasto che si dichiara tra i due paesi in fatto di giardini ha, in realtà, origini complesse. Il giardino alla francese rispecchia la geometrizzazione cartesiana dell'universo, quello all' inglese la tradizione empirista e il pensiero sensualista, che tendono entrambi a privilegiare il rispetto della natura contro l'artificio dell'uomo.
I molti saggi raccolti nel volume ci invitano tuttavia a diffidare dalle schematizzazioni e dalle formule. Il parco di Versailles non è riconducibile solo al trionfo della ragione e della geometria, ma simbolizza una concezione politico-religiosa incentrata sul mito del Sole. A sua volta, il creatore del landscape garden, William Kent, spinge il culto della naturalezza fino all'estremo artificio di piantare alberi morti per rendere più veri i suoi giardini. E, sebbene antitetici, i due modelli, francese e inglese, finiscono col coabitare, spesso affiancati, per tutto il XVIII secolo. Il giardino è, nel Settecento, il luogo di acclimatazione da cui prende l'avvio l'esplorazione romantica della natura. Saranno le serre ad accogliere, un secolo dopo, i viaggiatori stanchi e delusi dalla grande avventura. E i jardins d'hiver di Huysmans, di Zola, di Maeterlinck, di Gourmont, come osserva Valeria Ramacciotti, diventeranno uno dei simboli più chiari del mal du siècle decadente. La natura ha fatto il suo tempo, proclama il protagonista di A Rebours, Des Esseintes, che, demiurgo perverso, accumula nella sua serra tutto ciò che il mondo della natura ha di malato, di mostruoso, di deforme. Ma questa trasgressione estrema dell' ordine naturale non è forse soltanto l' incubo con cui finisce l' antico sogno utopico dell'uomo del Rinascimento?

“la Repubblica”, 18 novembre 1987

2.7.19

Sea Watch e migranti: Pilato, Nerone e il suo popolo (Angelo Tonnellato)

L'articolo, tratto dal sito della rivista fiorentina "Il Ponte", è di qualche giorno fa e – almeno in parte – si riferisce a una situazione superata dai fatti. Non è male tuttavia leggerlo. Sulla Corte Europea dice cose pesanti, ma giuste; tali da rendere ridicole le illusioni degli ignavi che sperano e dicono “ci penserà l'Europa”. E dice cose interessanti sul Veneto cattolico. (S.L.L.)

È vero, la Corte di Strasburgo non ha dato ragione al nostro ministrello dell’Interno quando, qualche giorno fa, pronunciandosi sul ricorso presentato dalla coraggiosa capitana della Sea Watch 3 e da una quarantina di migranti, invocanti gli articoli 2 (diritto alla vita) e 3 (divieto di trattamenti inumani e degradanti) della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, si è in pratica rifiutata di chiedere al governo italiano un provvedimento provvisorio d’urgenza che consentisse ai migranti di sbarcare e, conseguentemente, di presentare proprio alle autorità italiane una richiesta di protezione internazionale.
La Corte ha parlato attraverso un ventriloquo che ha un nome tragicamente antico: Ponzio Pilato. Evidentemente per dare corpo a un vero e proprio diniego di giurisdizione, se non addirittura di negata giustizia, la Corte non poteva appigliarsi a diverso precedente. Il tecnicismo ha funzionato ancora una volta: da un lato si dice che la situazione dei migranti dopo alcune settimane di stallo non è tale da integrare il rischio di vulnerabilità, dall’altra si raccomanda al governo italiano di prestare assistenza; talché, funzionando eventualmente il meccanismo escogitato dalla Corte per cavarsi d’impiccio, la situazione di fatto potrebbe anche protrarsi all’infinito.
Il rancido retrogusto politicistico della decisione credo che si avverta a naso; e non v’è bisogno alcuno di insistervi su più di tanto. Del resto sono queste le occasioni in cui le istituzioni europee si degradano agli occhi sia di chi ancora conserva un sogno europeo che di quanti, invece, lavorando con alacrità alla catena di montaggio degli incubi, ritengono di aver domato anche l’unica per quanto imperfetta giurisdizione continentale.
I risvolti italiani sono quelli che era facile aspettarsi. Il prototipo aggiornato dell’ausiliaria di Salò di cui non ricordo mai il nome: arrestiamoli tutti e affondiamo la nave! Sale non si chiede di spargerne perché il mare è già salato di suo e quindi almeno quello si può risparmiare. Il ministrello dell’Interno invoca – anzi ingiunge – ai giudici di intervenire per reprimere un non meglio specificato (e specificabile) “atto ostile” di una nave (comunitaria) disarmata e piena di migranti. E dileggia l’opposizione che va in gita turistica nell’isola: proprio lui che da un anno e mezzo fa gite turistiche a spese dell’erario.
Di rincalzo, l’inverecondo balilla berlusconiano straparla in stile: come diceva Benedetto Croce, la vecchiaia se non prende alle gambe prende alla testa. Amen.
Stamattina (27 giugno) «L’Arena di Verona» spara in prima pagina, su tutt’e sei le colonne di cui dispone, Verona, il giorno più caldo di sempre. In fondo pagina una foto sul ritrovamento dei cadaveri di un padre e della sua bambina annegati mentre cercavano di raggiungere gli Stati Uniti: il Messico è lontano, Lampedusa è relativamente più vicina; e quindi in prima pagina parliamo del Messico. Il nord-est cattolico, solidarista e con quel tanto di universalismo romano che pure lo ha caratterizzato a lungo, diventa sempre più venetista; e ogni giorno deve liberarsi di qualche pezzo di quella cattiva abitudine che si chiama Vangelo. Qui la Lega prende il 50% dei voti. Qui più che altrove il nuovo Nerone da operetta può trovare il suo popolo; e viceversa. Cristo o Barabba? Barabba, naturalmente. Lo dice anche la Corte di Strasburgo

pubblicato nel sito de “Il Ponte”, il 28 Giugno 2019

Stroncature. Alberto Moravia (Guido Almansi)

Alberto Moravia

Negli ultimi anni il prolifico romanziere ha invaso quasi ogni anno il mercato con un nuovo romanzo, uno più brutto dell'altro, alcuni decisamente ignobili. Io e lui e La vita interiore aspiravano ad essere romanzi di soggetto turpe, ma quello che è veramente turpe in questi prodotti è la scrittura: sciatta, volgare, piatta, monotona.

dalla selezione di stroncature curata da Francesco Erbani e Simonetta Fiori, con la collaboradione di Maurizio Bettini e Mario Quesada - "la Repubblica, 8 settembre 1990

Per il camposanto. Una poesia di Rocco Scotellaro

Rocco Scotellaro a passeggio per Tricarico (Matera)
Quando passo, per la passeggiata,
avanti il tuo cancello,
papà mio bello
che stai di casa oltre la murata,
allora c’è la pica, se è sera, che ride,
sono scostumato ché non ti saluto:
mi rimandavi indietro sulla porta,
avevi ospiti e forestieri,
perché imparassi a dirti buonasera.

Da È fatto giorno in Tutte le opere, Mondadori 2019

Dal gioco al carnevale quotidiano (Umberto Eco)

Conigliette

Il dibattito sull'illuminismo ha generato come proprio figlio, più o meno legittimo, il dibattito sul gioco. Confesso che ho avuto un senso di fastidio. Avevo scritto come cosa ovvia, in un articolo precedente, che uno dei bisogni umani fondamentali, oltre al nutrimento, al sonno, all'affetto e alla conoscenza, è il gioco, e mi sono visto rilanciare l'idea come (cito da un titolo di “Repubblica” dell'Epifania) una mia "provocazione". Eh, santa pace, come se nessuno si fosse mai accorto che bambini, gattini e cagnolini si esprimono anzitutto attraverso il gioco e come se, accanto alla definizione di uomo come animal rationale, non circolasse da gran tempo quella di homo ludens.
Talora si ha l'impressione che i mass media scoprano sempre l'acqua calda, ma poi, a rifletterci bene, bisogna ammettere che "riscoprire" l'acqua calda è una delle loro funzioni fondamentali. Un giornale non può uscire così, all'improvviso, dicendo che vale la pena di leggere i Promessi Sposi. Deve aspettare che appaia una nuova edizione dei Promessi Sposi e poi intitolare su molte colonne: "Mode culturali. Il ritorno di Manzoni". Nel fare così fa benissimo, perché tra i suoi lettori ci sono quelli che Manzoni lo avevano dimenticato e molti giovani che ne sanno assai poco. Come dire che, visto che ormai i ragazzi credono che l'acqua calda scenda da sola dal rubinetto, ogni tanto bisogna trovare un pretesto per ricordare che per ottenerla occorre o farla bollire o andarla a cercare sottoterra.
E va bene, riparliamo del gioco. Rileggendo i vari interventi apparsi su questo giornale mi sono reso conto che in modi diversi alludevano tutti a una profonda mutazione antropologica che ci sovrasta. Il gioco, come momento di esercizio disinteressato, che giova al corpo o, come dicevano i teologi, toglie la tristitia dovuta al lavoro, e sicuramente affina le nostre capacità intellettive, per essere tale ha bisogno di essere parentetico. E un momento di sosta in un panorama giornaliero di diversi impegni, non necessariamente il duro lavoro manuale, ma persino l'intensa conversazione filosofica tra Socrate e Cebete.
Uno degli aspetti positivi della felix culpa è che se Adamo non peccava non avrebbe dovuto guadagnarsi il pane col sudore della fronte, e a gingillarsi tutto il giorno nell'Eden sarebbe rimasto uno zuzzurellone. Dal che emerge la provvidenzialità del Serpente.
Tutte le civiltà hanno tuttavia riservato alcuni giorni dell'anno al gioco totale. Era un periodo di licenza, che noi chiamiamo Carnevale e per altre civiltà è o è stato qualcosa d'altro. Durante il Carnevale si gioca senza interruzione, ma perché il Carnevale sia bello e non faticoso, deve durare poco. Anche qui prego “Repubblica” di non aprire un altro dibattito su questa "provocazione", perché la letteratura sul Carnevale è amplissima.
Ora una delle caratteristiche della civiltà in cui viviamo è la carnevalizzazione totale della vita. Questo non significa che si lavora meno, lasciando fare alle macchine, perché la incentivazione e organizzazione del tempo libero è stata una sacrosanta preoccupazione e delle dittature e dei regimi liberal-riformisti, ma perché si è carnevalizzato anche il tempo di lavoro.
È facile e ovvio parlare di carnevalizzazione della vita pensando alle ore spese dal cittadino medio di fronte a uno schermo televisivo che, al di là di tempi brevissimi dedicati all'informazione, provvede eminentemente spettacolo, e tra gli spettacoli predilige ormai quelli che rappresentano la vita come eterno carnevale, dove giullari e fanciulle bellissime non lanciano coriandoli bensì una pioggia di miliardi che chiunque può guadagnare giocando (e poi ci lamentiamo perché gli albanesi, sedotti da questa immagine del nostro paese, fanno carte false per venire in questo Luna Park permanente).
È facile parlare di carnevale pensando al danaro e al tempo dedicato al turismo di massa che propone isole di sogno a prezzi charter, e ti invita a visitare Venezia lasciando al termine della tua carnevalata turistica lattine, carta appallottolata, avanzi di hot dog e mostarda, proprio come alla fine di un Carnevale che si rispetti. Ma non si considera abbastanza la completa carnevalizzazione del lavoro dovuta a quegli oggetti polimorfi di cui parlava Calabrese, robottini servizievoli che tendono (mentre essi fanno quello che una volta dovevi fare tu) a far sentire come tempo di gioco il tempo del loro impiego. Vive il carnevale perenne l'impiegato che al computer, di nascosto dal capufficio, fa giochi di ruolo o visita il sito di “Playboy”. Vive il suo carnevale chi guida una macchina che ormai gli parla, gli insegna la strada da prendere, lo espone al rischio della vita impegnandolo a schiacciare pulsanti per riceve informazioni sulla temperatura, sulla benzina rimasta, sulla velocità media, sul tempo di percorso.
Il telefonino (vera coperta di Linus dei giorni nostri, come suggeriva Bartezzaghi) è strumento di lavoro per coloro che fanno professione di pronto intervento, come medici o idraulici. Per gli altri dovrebbe servire solo in quelle circostanze eccezionali in cui, trovandoci fuori casa, dobbiamo comunicare una urgenza improvvisa, il ritardo a un appuntamento a causa del deragliamento di un treno, di un' alluvione, di un incidente di traffico. Se così fosse, tranne che per esseri scalognatissimi, il telefonino come strumento dovrebbe essere usato una, al massimo due volte al giorno. Pertanto il novantanove per cento del tempo speso da coloro che vediamo serrare il loro "oggetto transizionale" all'orecchio, è tempo di gioco - come per l'imbecille che davanti a noi in treno conduce transazioni finanziarie ad alta voce come se si pavoneggiasse con una corona di piume e un anello multicolore al pene.
È ludico il tempo passato al supermercato o nei motel dell'autostrada, che ti offrono un empireo multicolore di oggetti in gran parte inutili, così che alla fine eri entrato per comperare un pacchetto di caffè, ti sei trattenuto un'ora, ed esci avendo acquistato anche quattro confezioni di biscotti per cani (naturalmente il cane non ce l'hai - se lo avessi, sarebbe un delizioso Labrador, il cane più alla moda, che non sa far la guardia, non sa andare a caccia né trovar tartufi, è pronto a leccare la mano a chi ti sta pugnalando, ma è un meraviglioso giocattolo, specie se lo metti in acqua).
Ricordo negli anni Settanta l'invito rivoluzionario, rivolto da Potere Operaio, del rifiuto del lavoro - perché tanto l'automazione trionfante ne avrebbe ridotto la dura necessità. Si obiettava allora che se la classe operaia rifiutava il lavoro, chi avrebbe sviluppato l'automazione? In un certo senso aveva ragione PotOp, l'automazione si è, come si suol dire, implementata da sola. Salvo che il risultato non è stato una nobilitazione della classe operaia che realizzava la condizione utopica vagheggiata da Marx, in cui ciascuno sarebbe stato al tempo stesso - e liberamente - pescatore, cacciatore eccetera. Al contrario, la classe operaia è stata assunta dall'industria della carnevalizzazione come suo proprio utente medio. Non ha più da perdere soltanto le proprie catene. Oggi (se ci fosse un black out rivoluzionario) avrebbe da perdere la puntata del Grande Fratello, e dunque vota per chi gliela dà, e continua a lavorare per offrire plusvalore a chi la fa divertire.
Se poi si scopre che in molte parti del mondo ci si diverte poco, e si muore di fame, la nostra falsa coscienza sarà acquietata da un grande spettacolo (giocoso) di beneficenza per raccogliere fondi per bambini neri, paraplegici e ischeletriti.
Si è carnevalizzato lo sport. Come? Lo sport non è gioco per eccellenza, come può carnevalizzarsi un gioco? Diventando, da parentetico che doveva essere (una partita alla settimana e le Olimpiadi solo ogni tanto), pervasivo e, da attività fine a se stessa, attività industriale. Si è carnevalizzato perché nello sport non conta più il gioco di chi gioca (trasformatosi tra l'altro in durissimo lavoro che si riesce a sopportare solo drogandosi) ma la gran carnevalata del prima durante e dopo, dove di fatto gioca per tutta la settimana chi guarda, non chi fa il gioco.
Si è carnevalizzata la politica, per la quale si usa ormai comunemente la dizione di politica-spettacolo. Esautorato sempre più il Parlamento, la politica si fa in video, come gioco gladiatorio, e per legittimare un Presidente del consiglio lo si fa incontrare con Miss Italia. La quale tra l'altro, non appare vestita da donna normale (e piuttosto intelligente come è apparsa a molti), ma in costume da Miss Italia (si arriverà al giorno che anche il presidente per legittimarsi dovrà apparire mascherato da presidente).
Si è carnevalizzata la religione. Una volta sorridevamo su quelle cerimonie che si vedevano nei film, in cui uomini di colore vestiti di paramenti variopinti, danzavano il tip tap gridando "Oh yes, oh Jesus!" (e le opere, e le opere, ci chiedevamo noi di educazione cattolica, dove sono finite le opere in questi carnevali post-protestanti della sola fede danzante?).
Oggi, absit iniuria, molte manifestazioni giubilari a suono di rock ci hanno ricordato la discoteca. E d'altra parte alcuni gay hanno creduto di trovar risarcimento alla loro millenaria e sofferta emarginazione nel Carnevale del Gay Pride. Alla fine sono stati accettati, perché nei giorni del Carnevale si accetta tutto, anche una cantante che si muove con l'ombelico scoperto davanti a Giovanni Paolo (non fingete di averlo scordato, è accaduto, e solo pochi hanno provato pietà per quell'infelice e nobile vegliardo).
Essendo creature ludiche per definizione, e avendo perduto il senso delle dimensioni del gioco, siamo nella carnevalizzazione totale. La specie ha tante risorse, forse si sta trasformando, e saprà accettare questa nuova condizione traendone persino vantaggi spirituali. E forse è giusto che il lavoro non sia più maledizione, e che non si debba passare il proprio tempo a fare l'esercizio della buona morte, che anche la classe operaia vada finalmente in paradiso ridendoci su. Allegria!
O forse ci penserà la Storia, una bella guerra mondiale con tanto uranio impoverito, un bel buco dell' ozono più grande che pria, e il Carnevale finirà. Ma occorre riflettere sul fatto che la carnevalizzazione totale non soddisfa, bensì acuisce il desiderio, prova ne sia la sindrome della discoteca, che dopo tanto danzare e tanti decibel si vuole ancora correre, chiuse le porte, la gimcana notturna della morte.
La carnevalizzazione totale rischia di produrre la situazione mirabilmente descritta da quella vecchia barzelletta, del tizio che avvicina insinuante una tizia e chiede: "Signorina, che cosa fa dopo l'orgia?".

“la Repubblica”, 8 gennaio 2001

Un istinto di stella. Incontro ravvicinato col villano Bertoldo e il suo autore cantimbanco (Alfredo Giuliani)

Un saggio-recensione acuto e brillante, una prosa che dà gusto e stimola curiosità. Vivamente consigliato. (S.L.L.)



Compiango tutti coloro che non hanno conosciuto da ragazzini le astuzie del rustico Bertoldo e le ridicolaggini di suo figlio Bertoldino, più fintotonto che scimunito, alla corte di re Alboino. Quando leggevamo il memorabile libro di Giulio Cesare Croce, in edizioni adattate e accomodate nella lingua, non avevamo la benché minima idea circa l'epoca in cui i due strambi personaggi - il buffone saggio e il balordo lunatico che scombina ogni logica - erano stati concepiti. Li avvolgeva un'aura buffamente remota, di medioevo fiabesco, e tanto bastava per nutrire stupori e divertimento. Con Bertoldo e Bertoldino ci capitavano nella fantasia voci inaudite, entravamo senza saperlo nella mitologia comica, nell'allegoria carnevalesca, nella dimensione della giullarata.
L'opera del Croce è una favola farsesca, un singolare abbecedario di paradossi, pagliacciate e acrobazie verbali, un repertorio di controsensi, equivoci, dialoghi strampalati, scemenze surreali, burle e irriverenze. Fantocci ben congegnati di una intramontata commedia dell'arte, Bertoldo e Bertoldino li si apprezza, è ovvio, anche da adulti. Ma letti quando si è ragazzini lasciano una traccia, aprono uno scenario che non si richiude più del tutto.

I due bislacchi
Rileggendo magari dopo decenni il libro dei due bislacchi, stavolta nel testo integrale corredato di dotte informazioni, ci si rende conto di un debito contratto inconsapevolmente, nell'infanzia. Parlando per me stesso, e lo dico con tranquilla convinzione, devo a loro, a Bertoldo e Bertoldino, in forte anticipo su Rabelais, Jarry o Il buon soldato Sc'vèik, una predilezione per la letteratura che ride di sé e vede il mondo alla rovescia. Si capisce che ho in uggia quei letterati che ancora oggi giudicano rozza e troppo elementare la comicità del Croce. Per convincermi dovrebbero anche spiegarmi ciò che non hanno capito: la forza allegorica del testo, che ne ha fatto la fortuna popolare per quasi quattro secoli, la quale consiste nella insolubile ambiguità tra la morale e lo spirito della favola.
La morale sembra accomodante, ma lo spirito non lo è. Basta pensare all'episodio centrale della disputa sui modi villaneschi di Bertoldo aizzata dal re, che pretende riverenze e inchino, mentre Bertoldo sostiene dignitosamente che l'uomo "non deve inchinarsi all'altr'uomo". Ora, nella disputa, il re perde due volte. Prima, col brutale e arrogante paragone tra i vasi odoriferi e balsamici e i vasi destinati a orina e feci, si mostra lui il vero villano. E la seconda quando ricorre al meschino espediente di far abbassare l'uscio, perché l'indomani Bertoldo sia costretto per passarlo a inchinarsi. Espediente che tutti ricorderanno gli si ritorce contro, giacché l'astuto Bertoldo entrerà piegato all'indietro onorando il re con le natiche.
Se questa immagine ci esilarava da ragazzini, da adulti la interpretiamo. Mostrandogli il deretano, Bertoldo è come dicesse al re: guarda che alla bassezza non si sfugge. Si dirà che questo è lo spirito della buffoneria, che lascia le cose come stanno. Eh, già. Ma i potenti passano e il controsenso resta. Quanto allo spirito del Bertoldino, è del tutto evidente che è assai più libero e filosofico: non si sfugge, ed è un bene, alla "pazzia". Qui morale e spirito della favola sono assai più vicini, quasi si confondono.
Dopo il tempo vissuto a corte, Marcolfa chiede il permesso di tornare col figlio sul suo monte aspro e selvaggio, perché è venuto il momento di "mutare alquanto aria": "Forse che quella di là su lo farà alquanto più svegliato, benché io non lo posso credere..."; ma siccome ogni uccello canta meglio nel suo nido, conviene riportare lo stolto a casa, "e poi facci che verso egli vuole". L'importante non è di riconoscere se la stoltezza di Bertoldino è vera o finta, temporanea o insanabile. Ciò che conta è dubitare che sia conveniente guarirne. Svegliarsi dalla stoltezza, guarire dalla mattocchieria, per diventare più infelici, non sarebbe un bel guadagno.
Queste, dette molto in sommario, le suggestioni allegoriche prodotte alla buona e con felice mestiere da Giulio Cesare Croce nel suo modesto e vispo capolavoro. Chi era dunque costui? Piero Camporesi già tra il ' 76 e il ' 78, con il saggio La maschera di Bertoldo e con l' edizione einaudiana del Bertoldo e Bertoldino, aveva mostrato un interesse intrigato e intrigante per la figura del Croce. Credo che, tra tante altre ricerche, non l'abbia più perduto di vista. Ha perlustrato in lungo e in largo le sue innumerevoli operette e opericciuole, ha frugato nei manoscritti del cantimbanco bolognese, e da storico fantasioso ne è venuto evocando l'esistenza in quel tempo di Controriforma e di primi umori barocchi, che egli conosce così bene. Ora, nell'appassionante ritratto Il palazzo e il cantimbanco (Garzanti, pagg. 152) l'erudizione diventa racconto e la personalità di Giulio Cesare Croce appare quella del più volenteroso, intelligente e onesto istrione che si possa immaginare. È un'immagine assai complessa, mobile, originale. Tanto complessa e mobile che lo stesso Camporesi, affascinato dalle proprie scoperte, oscilla spesso tra l'ammirazione per il talento del Croce e la percezione inevitabile dei suoi limiti. Questa oscillazione è un pregio del disegno di Camporesi, sia chiaro. Il nostro Giulio Cesare è davvero un tipo fuori del comune e dentro il comune, un giullare problematico. Un talento per niente affatto grossolano, speso ininterrottamente in operosità frenetica. Un temperamento prudente, ma non servile, semmai utilitarista a scopo di sopravvivenza. Un carattere che mirava a esercitare e preservare la propria indipendenza fantastica, di artigiano-artista, facendo tanto di cappello agli attori della commedia sociale: "fò di berretta al ricco e al poveretto", è il motto araldico del suo rispetto ammiccante e della sua sorniona accortezza. Non ci sentite un che di oraziano, anzi di manzoniano?

Un ragazzino povero
Camporesi coglie il Croce in età matura e da vecchio, nella parte della sua vita più interessante da ricostruire. Sorvola sulla giovinezza o vi accenna appena perché i dati sono noti e derivano tutti da un'autobiografia in terza rima, scritta per compiacere un "signore" curioso. Nato a San Giovanni in Persiceto, piccolo centro del contado bolognese, nel 1550, ci tiene a rilevare che la sua venuta al mondo fu "in dì di carnevale, - quando più d'esser pazzo ogn'un si vanta". Niente da stupirsi se un'ombra di quella pazzia festosa gli è rimasta attaccata dalla nascita. Il padre, che stentava la vita facendo il fabbro, pensa di avviare Giulio Cesare agli studi e lo manda da un valente precettore. Ma il ragazzino "atto ad imparare" e pieno di fervore, a sette anni deve lasciare la scuola, perché il padre muore e la famiglia cade in miseria. Lo prende con sé uno zio paterno, anche lui fabbro a Castelfranco Emilia, il quale gli fa proseguire gli studi presso un solennissimo pedagogo, che invece di addottrinare i suoi discepoli li fa lavorare nel campo e nell' orto con minacce di bastone. Sicché, visto il profitto nullo, lo zio lo mette in fucina, nel "ginnasio di Vulcano".
Nel 1563 zio e nipote si trasferiscono a Medicina in qualità di fabbri e maniscalchi di ricchi proprietari bolognesi. Qui a Giulio Cesare cominciano a saltar fuori dalla zucca "i grilli, i parpaglioni e le chimere". Quando i signori sono in villa chiamano alla loro mensa il "poeta campestre" e se ne dilettano. Ma poi i signori partono, finisce la vita pasciuta e tranquilla, il ragazzo torna tra l'incudine e il martello, spesso cibandosi di solo pane e "poma crude". Dopo cinque anni, avendo peraltro imparato bene a "martellare", Giulio Cesare non ne può più e se ne va a Bologna. Qui s'impiega da un buon fabbro, che capisce i suoi umori e non lo affatica troppo. Si dà accanitamente alla lettura facendo le ore piccole, e smania di abbandonarsi alla sua "vena naturale" di cantastorie, frottoliere di piazza e burlatore. Non si sa come, impara ad accompagnarsi con la lira, uno strumento a corde da braccio, una specie di protoviolino. Ben presto sceglie questo secondo mestiere, di intrattenitore ambulante, dagli introiti aleatori, ma che lo lascia libero di seguire "un istinto di stella".
La propensione alla libertà arrischiata, da povero cristiano epicureo, giovialone e compagnone d'osteria, girandolone che va vendendo per strade e mercati le sue operette stampate in fascicoletti e fogli volanti (probabilmente ben oltre 500), nasconde un'intensa e affastellata sperimentazione di tecniche espressive, un lavoro incessante. Questo insolito letterato ha l' orecchio fino e una bizzarra capacità di manipolare linguaggi. Dagli studi di Camporesi risulta che il Croce è uno straordinario poligrafo e riscrittore: compone capitoli in versi, canzonette, dialoghi, commedie in lingua e in dialetto, trionfi carnevaleschi, farse di ogni genere (novelle, favole, viaggi immaginari, "testamenti", "avvisi" di mirabili notizie); raccoglie proverbi e "barcellette"; e all'occasione scrive operette e religiose e "versi spirituali" (era un buon cattolico).
In Croce si rivela in età matura e in vecchiaia un abile impresario di se stesso. Sebbene non riuscisse mai a procurarsi il sublime mecenate che sognava, si creò un buon mercato e una diffusa "penetrazione in tutti i ceti". Poeta di servizio e verseggiatore cortigiano "sia per bisogno sia per umano desiderio di salire nella scala sociale", dice Camporesi, con la sua faccia allegra, la voce suadente e modulata, "al suono della lira da braccio maneggiata da gran virtuoso, intratteneva i gentiluomini d'inverno nei loro palazzi, nelle ville durante i 'trastulli' estivi, e la gente comune nelle piazze nei giorni di mercato e durante le lunghe e grandi fiere stagionali attingendo al suo inesauribile repertorio". Infaticabile fabbro del mestiere che s'era scelto, questo "sofisticato cantastorie" sorprende lo storico che ne ha studiato gli autografi, che "attestano un insospettabile lavoro di tornitura, di limatura, di rifacimento, una selva di correzioni e di aggiustamenti".
Letterato, musico e cantore, Croce s'era fatto "specchio e voce della sua città". Camporesi lo descrive nei lunghi anni di carestia che squassarono Bologna (dal 1590 al 97), intento a ingraziarsi con la sua arte le potenti famiglie senatorie, e nello stesso tempo a captare e ritrasmettere i lamenti dei "poverelli", degli sfrattati, della gente senza legna e senza coperte, affamata, falciata dall' influenza perniciosa, assediata dagli usurai.

Cronista di piccola storia
Con tutto ciò Camporesi lo vede allineato col moralismo dei predicatori, che invece di indagare e denunciare le cause sociali del disastro, lo attribuivano alla collera divina. Certo, non fu il Giulio Cesare uomo di protesta e di denuncia; piuttosto un cronista di "piccola storia", pronto a cogliere e trasformare, da "funambolico acrobata della parola", il colore di eventi privati e pubblici. È tuttavia difficile, a mio parere, pensare che il "cinismo" e la doppiezza di Bertoldo siano soltanto una maschera. L'opera che scrisse da vecchio, il Bertoldo nel 1604 e il Bertoldino nei due-tre anni successivi, non è soltanto un copione per far ridere, è forse anche una interrogazione sul perché di tanti lazzi e lunaticherie. Nella seconda parte del suo libro, davvero bellissima, Camporesi restituisce con grande acutezza e dottrina la figura del cantore pubblico, dell'aedo sociale identificato anche nella cultura alta della sua città: vedi i rapporti non casuali con i fratelli Carracci, soprattutto il versatile Agostino, col grande naturalista Ulisse Aldovrandi e con il maestro di Cappella Orazio Vecchi, tutti suoi estimatori. La stella di Giulio Cesare si spense a Bologna il 17 gennaio del 1609, era come alla nascita una giornata di Carnevale.
"Per Bologna, per i suoi lettori, per i suoi ascoltatori, ma soprattutto per il suo tipografo, la perdita fu irreparabile".

"la Repubblica", 8 gennaio 1995

Il cocomero. Una poesia di Giambattista Maccari (Frosinone, 1832 – Roma, 1868)



È un picciol orto fresco d’acqua viva
e d’un’erba verdissima che trema
al vento della sera. Un pergolato
tutto lo cinge; vi son frutta, il fico
molle di latte; pendono conserte
alle pere, le mele variopinte
e sotto il verde di sue foglie il pesco
mostra le vaghe poma. In mezzo è un chiuso
d’arboretti che curvansi ne’ rami,
e dentro al fresco stan garzoni e donne
assisi innanzi ad una pietra, e tutti
riguardano un cocomero che aperto
sulla pietra bianchissima fiammeggia.
Un villanello empie i bicchieri: incontro
guida la danza il mandolino, ed entra
a poco a poco il chiaro della luna.

Dal portale dell'Enciclopedia Treccani

Curdi. La lunga guerra ignorata nelle montagne della Turchia e dell'Irak (Miriam Sarti 1967) - con un'amara premessa

Ho ritrovato in una copia dell'Unità di oltre 50 anni fa questo articolo (con annessa carina illustrativa) che faceva, allora, il punto sulla questione curda, molto bello e molto chiaro, credo persino utile a comprendere l'oggi di quelle terre martoriate. E ho fatto tra me e me qualche considerazione. 
Primo: la situazione non è per niente migliorata, anzi ... 
Secondo: quelli che ci avevano promesso dopo la fine dell'URSS un mondo unificato e pacificato dal mercato e dal benessere capitalistico si ingannavano e/o ci ingannavano. Forse non è sempre il capitalismo a generare le guerre, che talora hanno radici molto lontane, ma di sicuro le alimenta e se ne alimenta.
Terzo: l'Unione Sovietica, pur con i suoi errori ed orrori gravissimi e tragici, conservava un nocciolo duro delle sue origini internazionalistiche, pacifiste e umanitarie, che immettevano feconde contraddizioni nelle sue stesse politiche imperiali. Non dirò certo "ardatece l'URSS", perché quella specie di comunismo non è crollato solo per l'iniziativa dei suoi nemici, ma perché era fatto molto male; ma credo di poter dire che, senza l'URSS, e nonostante i progressi tecnologici che potrebbero sconfiggere dappertutto la miseria, il mondo è peggiorato. (S.L.L.) 


Un popolo di pastori che lotta per l’indipendenza

Si chiamano « Pesh-merga » (« a favore della vita ») i soldati dell’esercito del leggendario Barzani — Dal crollo dell’Impero Ottomano ai trattati di Losanna — La feroce politica di repressione dei turchi — Le prime rivolte iniziano nel 1930 — La storia del Kurdistan irakeno: dalla vittoria alla nuova clandestinità — Un problema che deve essere risolto all’interno del mondo e dell’unità araba

«Pesh-merga significa nella nostra lingua a favore della vita. Ma sarebbe più giusto tradurre votato alla morte. Votato alla morte per il Kurdistan ». Cosi si definiscono i Pesh-merga. i soldati regolari dell’esercito di Mollati Moustafa Barzani, il leggendario capotribù curdo che ha diretto, attorno agli anni 30, la rivolta contro re Faysal. che ha fondato una libera Repubblica curda nel 1946 su territorio persiano, che è stato costretto all’esilio con alcune centinaia di suoi uomini per quasi dodici anni, che è rientrato come un eroe nazionale a Bagdad nel 1958 e che dal 1961 è in guerra dichiarata contro il governo centrale. Un fanatico separatista? Un «signore della guerra»? Un capo religioso? Un conseguente rivoluzionario? Non è facile dare una risposta a questi interrogatici. E non è nemmeno facile raggiungere i protagonisti di questa guerra, che vivono e combattono nella zona più impervia del massiccio montuoso che sta tra Turchia. Iran e lrak, là dove nascono il Tigri e l’EuJrate e dove la Bibbia vuole sia andata ad infrangersi, dopo il Diluvio, l’Arca di Noè.
René Mauriès, un giornalista francese che, circa un anno fa. è riuscito a raggiungere i guerriglieri e a vivere per alcune settimane nelle zone controllate dal « Consiglio del Comando della Rivoluzione curda» e che ha assistito alla sanguinosa battaglia di Ruwanduz, ha pubblicato recentemente un ampio resoconto del suo viaggio (R. Mauriès: Le Kurdistan ou la mort , ed. Laffont). C’è in queste pagine di reportage da una zona di guerra, una sincera commozione ma anche il tentativo, abbastanza scoperto, di interpretare in chiave nettamente antiaraba (ed antisovietica) una questione come quella curda la cui soluzione non può essere che affidata all’accordo politico.
Anche R. Abdel Rader, in un saggio già recensito dall’Unità. ha collocato la questione curda in questa prospettiva. Anzi, egli pretende addirittura di tracciare un singolare segno di uguaglianza tra il problema curdo e quello israeliano. Si tratta, dice Abdel Rader di « due nazionalismi non arabi che costituiscono in seno al mondo arabo la contraddizione principale capace di determinare un rovesciamento rivoluzionario imminente ». La proposta appare quanto mai arbitraria. Non si vede infatti proprio cosa abbiano in comune il nazionalismo israeliano, con la sua carica aggressiva antiaraba e il suo collegamento internazionale con l’imperialismo, con la battaglia nazionale di un popolo come quello curdo, che colloca le proprie rivendicazioni di autonomia ben all’interno del mondo e dell’unità araba.
Quanti sono i curdi? Persino su questo c’è incertezza. Autorevoli pubblicazioni inglesi parlano di poco più di tre milioni di persone, B. Venier, uno studioso francese di questioni irakene, li fa ammontare a oltre sette milioni. 1 dati statistici, anche quelli che si riferiscono alla popolazione, sono sempre piuttosto approssimativi, in queste zone. Fatto sta che colonie curde più o meno consistenti sono presenti in tutto il Medio Oriente; ma in Irak essi sono circa due milioni, un terzo circa della popolazione complessiva del paese, il più grosso problema nazionale di un paese che è un mosaico di nazionalità.
«Morire per te. Kurdistan, niente è più bello...»: popolo di pastori e di guerrieri (non parlano delle loro gesta perfino Erodoto e Senofonte? non era curdo il Saladino?), i curdi cantano una vigorosa poesia epica. Eppure il Kurdistan, come Stato, non è mai esistito, anche se unità di linguaggio (una variante del persiano), di cultura e di razza ha alimentato per lungo periodo le aspirazioni nazionalistiche di alcuni gruppi.
Ci fu anche un momento, subito dopo la prima guerra mondiale, in cui parve che queste speranze potessero trovare concreta realizzazione. Il Trattato di Sèvres infatti mentre sanciva il crollo e lo smembramento dell’Impero ottomano non si preoccupava di alimentare in funzione antiturca le aspirazioni nazionalistiche di popoli nuovi. Venne quindi stabilito, a favore dei curdi una autonomia estremamente larga fino a prevedere la possibilità di formazione di uno Stato curdo indipendente ove tale volontà fosse stata espressa dalla maggioranza delle popolazioni interessate. Il Trattato di Sèvres venne annullato dai successivi accordi di Losanna; ma che il problema curdo non potesse ricondursi alla irrequietezza di alcuni capitribù è provato anche dal fatto che in quella sede il capo della delegazione turca, Ismet Inonu, fosse costretto a fare dichiarazioni concilianti di questo tipo: «La Turchia è il paese di due popoli. turchi e curdi, e tutti e due hanno ugualmente diritto a governare il paese». Le cose andarono molto diversamente. e la politica kemalista di turchizzazione conobbe episodi di una ferocia inaudita. Persino la parola curdo venne praticamente bandita e sostituita dall’ipocrita termine «turco della montagna ».
Il Kurdistan irakeno comprende la zona di Mossoul, ricca di petrolio. Sì spiega quindi l’attenzione che fin da allora l’Inghilterra portò alla questione, ottenendo finalmente l’inclusione della regione nellTrak sottoposto a suo mandato. Mossoul venne definitivamente assegnata all'lrak nel dicembre del 1925. con una decisione della Società delle Nazioni che sottolineava tuttavia la esigenza di misure particolari per il rispetto della etnia curda.
I curdi furono tanto poco soddisfatti di questa soluzione che si rifiutarono, tra l’altro, di prendere parte al referendum plebiscito con cui l’Inghilterra fece eleggere Re l'Emiro Faysal. E viste costantemente disattese le loro rivendicazioni, diedero vita attorno al 1930 alle prime vere e proprie rivolte. Alta testa di queste si posero i capi di una delle più antiche e «turbolente» tribù della montagna, i Barzani, insieme capi religiosi politici e militari. I fratelli Barzani erano due: il primo, Mahmoud trovò la morte in combattimento. Il secondo, Moustafa. dirige la rivolta dal 1933. Sono passati da allora trentacinque anni. Moustafa Barzani ha conosciuto la vittoria e la ritirata, l’esilio e il trionfo. Ha fondato, nel 1946 la libera Repubblica di Mahabad schiacciata dopo nemmeno un anno dalla repressione congiunta inglese irakena e persiana. Mentre i capi della Repubblica venivano impiccati dopo un processo sommario, Moustafa Barzani con un migliaio di fedelissimi riusciva a sfuggire all’accanito inseguimento nemico attraversando. in pieno inverno, una catena montuosa di duemila metri di altezza per strade impervie da lui solo conosciute, raggiungendo cosi il territorio sovietico.
L’esilio e la clandestinità non impedivano al movimento di riorganizzarsi e di far sentire la sua voce, anche a livello intemazionale, in tutte le possibili sedi. Così dopo la rivoluzione del 14 luglio che rovesciava la monarchia, Moustafa Barzani rientrava trionfalmente a Bagdad dove si incontrava pubblicamente con Kassem. Intanto il poeta curdo Golan. da molti anni in carcere veniva liberato assieme ad altri protagonisti della repubblica di Mahabad, sopravvissuti alla lunga detenzione. La costituzione provvisoria riconosceva l’etnia curda come associata con gli arabi nella nazione irakena, aboliva le vecchie norme che proclamavano l’arabo lingua ufficiale dello stato, apriva ai curdi possibilità larghe di avanzamento e di carriera negli impieghi e nell’esercito, mentre si istituiva una cattedra di lingua e storia curda nell’Università. Il disco d’oro, emblema del Saladino trovava posto sulla bandiera irakena, mentre nello stemma dello Stato, a simboleggiare questa raggiunta unità, si incrociavano il pugnale curdo e la spada araba.
Con il nuovo regime avevano vita legale anche i partiti e tra questi il Partito Democratico del Kurdistan Irakeno (PDK1). Ne era segretario generale lo stesso Moustafa Barzani, naturalmente. (Egli mantiene ancora questa carica, nonostante alcuni fenomeni di crisi che si sono verificati recentemente). Il partito si richiamava alla dottrina scientifica del marxismo leninismo, respingeva in modo esplicito la tentazione nazionalistica precisando le rivendicazioni nazionali «sulla base dell’autonomia interna nel quadro dell’unità irakena», era assai dettagliato infine per quanto si riferiva alle misure di carattere economico da adottare per far uscire il Kurdistan dalle sue più che secolari condizioni di arretratezza (richiedeva ad esempio che una parte delle risorse del sottosuolo venisse dedicata alla industrializzazione della zona). La questione curda si definiva quindi non come uno strumento eversivo della unità irakena, ma come un elemento di tensione per il raggiungimento di obiettivi più avanzali sul piano sociale e politico. Questi obiettivi, che erano del resto comuni al movimento democratico irakeno in quel periodo, non vennero raggiunti, e mentre aumentava il disagio delle popolazioni per le crescenti difficoltà economiche, cresceva anche il disagio di coloro che avevano creduto negli impegni di Kassem. Dalle polemiche di stampa si passò rapidamente alle misure di polizia, alle prime repressioni, finché nell’ottobre del 1961 il PDK1 venne di nuovo messo fuori legge e i suoi beni confiscati.
Moustafa Barzani aveva già lasciato la favolosa villa alla periferia di Bagdad che il regime aveva messo a sua disposizione (era la villa del vecchio Nouri Saìd, consigliere di Re Faysal che la popolazione aveva linciato all’alba del 14 luglio), ed era tornato tra le sue montagne. Da allora, reparti regolari dell’esercito irakeno sono impegnati nell’opera di repressione, ma senza risultato. I Pesh-merga subiscono dure perdite, e ne infliggono, controllano vaste zone dell’interno e della montagna organizzando la vita civile ed economica di quelle popolazioni, resistono agli attacchi frontali ed ai bombardamenti. Ma sette anni di guerra sono duri: villaggi e paesi interi sono distrutti dai bombardamenti e svuotati dalla carestia, migliaia di feriti sono privi di cure e di medicine. Sulle montagne del Kurdistan d’inverno la temperatura scende ai 20 gradi sottozero.
L’ultima grande offensiva contro i guerriglieri curdi è stata lanciata senza successo lo scorso anno; e a Ruwanduz. i Pesh-merga e le armate regolari hanno avuto migliaia di morti. « Ogni famiglia irakena — notava allora il corrispondente di Le Monde — ha ormai un parente o un amico morto o ferito nella guerra contro i curdi ». Il governo centrale sembra aver fatto, da allora, alcuni passi con creti avanti per giungere ad una regolamentazione pacifica del conflitto attraverso una presa di contatto con Barzani per definire le condizioni non solo del cessate il fuoco — praticamente in atto da allora — ma anche di un rientro del movimento curdo nella legalità. Lo stesso Moustafa Barzani dichiarava: « Non è possibile nessuna soluzione militare, Nè per noi nè per Bagdad. Bisogna convincersene ».
Probabilmente il governo Bazzaz n’è convinto, anche se non è un mistero che gruppi consistenti di militari si oppongono ad una soluzione politica del conflitto che necessariamente significa garanzie e concessioni al movimento curdo. Il tentativo di colpo di Stato della fine del giugno 1966, tentativo fallito per la pronta reazione governativa, ne è una riprova.
Anche per trattare, non solo per combattere, ci vuole coraggio.
Tra le molte contraddizioni e problemi che lo travagliano il movimento democratico arabo ha di fronte anche questo, non il più piccolo nè il più trascurabile.

"l'Unità" , 18 ottobre 1967

Aprile 2018. Le fake news di Eugenio Scalfari e il licenziamento di Odifreddi


La “spremuta di notizie” di Giorgio Dell'Arti è un servizio utilissimo che il noto giornalista svolge a pagamento per gli utenti della rete: utilizzando quasi esclusivamente citazioni dalla stampa quotidiana diffonde ogni due o tre giorni una rassegna ricca e varia. Ho tratto dalla “spremuta” del 4 aprile 2018 le citazioni che seguono, relative a una delle interviste con papa Bergoglio che Eugenio Scalfari nel tempo ha pubblicato, agli interventi polemici del matematico Giorgio Odifreddi e infine al licenziamento di costui da “Repubblica”, deciso da Giorgio Calabresi (che al tempo dirigeva il quotidiano ed è stato a sua volta licenziato in questo 2019). (S.L.L.)

Scalfari, Bergoglio,Odifreddi, Calabresi

Inferno
A proposito dell’intervista di Scalfari a papa Bergoglio, pubblicata da “Repubblica” lo scorso 28 marzo, la domanda-scandalo era questa:
Santità, nel nostro precedente incontro lei mi disse che la nostra specie ad un certo punto scomparirà e Dio sempre dal suo seme creativo creerà altre specie. Lei non mi ha mai parlato di anime che sono morte nel peccato e vanno all’inferno per scontarlo in eterno. Lei mi ha parlato invece di anime buone e ammesse alla contemplazione di Dio. Ma le anime cattive? Dove vengono punite?
Secondo Scalfari, a questa domanda Bergoglio ha risposto così:
«Non vengono punite, quelle che si pentono ottengono il perdono di Dio e vanno tra le fila delle anime che lo contemplano, ma quelle che non si pentono e non possono quindi essere perdonate scompaiono. Non esiste un inferno, esiste la scomparsa delle anime peccatrici».
La risposta, come sappiamo, nega tutti i catechismi che studiamo da parecchie generazioni.
Odifreddi
Tra i vari commenti seguiti all’intervista di Scalfari, da segnalare questo, del matematico Piergiorgio Odifreddi, pubblicato l’altro giorno sul blog che Odifreddi tiene sul sito di Repubblica (il non senso della vita 3.0).
«[...] Com’è ormai noto urbi et orbi, Scalfari ha ricevuto nel settembre 2013 una lettera dal nuovo papa. Fino a quel momento, per chi avesse seguito anche solo di lontano la cronaca argentina, Bergoglio era un conservatore medievale, che nel 2010 aveva scandalizzato il proprio paese con le proprie anacronistiche prese di posizione contro la proposta di legge sui matrimoni omosessuali, riuscendo nell’ardua (e meritoria) impresa di coalizzare contro di sé un fronte moderato che fece approvare in Argentina quella legge, ben più avanzata delle timidi disposizioni sulle unioni civili approvate nel 2016 in Italia.
Dopo la sua lettera a Scalfari papa Francesco si è trasformato per lui, e di riflesso anche per “Repubblica”, in un progressista rivoluzionario, che costituirebbe l’unico punto di riferimento non solo religioso, ma anche politico, degli uomini di buona volontà del mondo intero, oltre che il papa più avanzato che si sia mai seduto sul trono di Pietro dopo il fondatore stesso [...] Il fatto è che Scalfari non si è limitato alle proprie abiure personali, ma ha incominciato a inventare notizie su papa Francesco, facendole passare per fatti: l’ha fatto in tre “interviste” pubblicate su Repubblica il 1 ottobre 2013, il 13 luglio 2014 e il 27 marzo 2018, costringendo altrettante volte il portavoce del papa a smentire ufficialmente che i virgolettati del giornalista corrispondessero a cose dette da Bergoglio [,,,] Il primo problema è perché mai il papa continui a incontrare Scalfari, che non solo diffonde pubblicamente i loro colloqui privati, ma li travisa sistematicamente attribuendogli affermazioni che, facendo scandalo, devono poi essere ufficialmente ritrattate».
Odifreddi
«Il secondo problema è perché mai “Repubblica” non metta un freno alle fake news di Scalfari [...] Io capisco di giornalismo meno ancora che di religione, ma la mia impressione è che in fondo ai giornali della verità non importi nulla. La maggior parte delle notizie che si stampano, o che si leggono sui siti, sono ovviamente delle fake news: non solo quelle sulla religione e sulla politica, che sono ambiti nei quali impera il detto di Nietzsche “non ci sono fatti, solo interpretazioni”, ma anche quelle sulla scienza, dove ad attrarre l’attenzione sono quasi sempre e quasi solo le bufale. Alla maggior parte dei giornalisti e dei giornali non interessano le verità, ma gli scoop: cioè, le notizie che facciano parlare la maggior parte degli altri giornalisti e degli altri giornali. E se una notizia falsa fa parlare più di una vera, allora serve più quella di questa. Il vero problema è perché mai certe cose dovrebbero leggerle i lettori. Che infatti spesso non leggono le fake news, e a volte alla fine smettono di leggere anche il giornale intero. Forse la meditazione sul perché i giornali perdono copie potrebbe anche partite da qui».
Calabresi
Dopo queste parole, il direttore di “Repubblica”, Mario Calabresi, ha licenziato Odifreddi: «Tu sai di aver sempre goduto della massima libertà, ma l’unica libertà che non ci si può prendere è quella di insultare o deridere la comunità con cui si lavora». Odifreddi ha risposto che se lo aspettava, gli ha dato quasi ragione e ha salutato e ringraziato gli amici di Repubblica: «È forse dunque una mia “colpa sociale”, l’aver sempre cercato di dire ciò che pensavo, anche quando sarebbe stato più comodo o più utile (e a volte, forse, anche più corretto o più giusto) tacere. Ma ciascuno di noi è fatto a modo suo, e io sono fatto così. Dunque, un grazie a tutti, e a risentirci magari altrove».

1.7.19

Don Bosco e don Orione. Il miracolo del dito tagliato


Il 17 dicembre 1887, assieme agli alunni della 5a ginnasio, Luigi Orione si confessò per l’ultima volta da don Bosco infermo. Anzi, rientrato come gli altri nella sala di studio, Orione uscì di nuovo e tornò da don Bosco. Fu quello il suo ultimo colloquio con il Santo.
Morto don Bosco, tra i giovani che vegliano accanto alla sua salma esposta ai fedeli, il 1° febbraio 1888, c'è anche Orione, che prende dalla folla gli oggetti da posare sul corpo del Santo. Ad un tratto, Orione (come scrive egli stesso) ha una curiosa idea: pensa di affettare del pane, ridurlo in pillole da posare sul corpo di don Bosco, per poi distribuirle. Entrato nella sala di refezione prende un grosso e affilato coltello e si accinge ad affettare un filone di pane. Dalla fretta, vibrando il primo colpo, si spacca verticalmente l’indice della mano destra (egli è mancino). Angosciato, pensa subito che senza quel dito non potrà diventare sacerdote, come già aspirava. Avvolge allora nel fazzoletto il dito tagliato stringendolo bene e lo sostiene con l’altra mano. Corre presso la salma di don Bosco e con viva fede accosta il dito sanguinante alla mano di don Bosco. A quel contatto la ferita si rimargina all’istante. .
Narrando il fatto prodigioso, don Orione era solito mostrare la cicatrice rimastagli nell’indice destro, assicurando il perfetto funzionamento del dito.

Don Bosco che ride.I “fioretti” di san Giovanni Bosco, Edizioni San Paolo, 1998

Millenarismi. Quando il mondo non finì con la temuta catastrofe (Valerio Castronovo)

Miniature. Papa Urbano II  benedice l'altare dell'Abbazia di Cluny

Mille e non più Mille. L'anno Mille come la fine dei tempi. In prossimità di questa fatidica data, la paura si sarebbe perciò impadronita dell'umanità, atterrita dalla predizione di un'imminente fine dei mondo. Senonché l’assunto secondo cui gli uomini di allora fossero caduti in preda a una sindrome del genere non erastato altro, per dirla con Lucien Febvre, che una «gigantesca falsa credenza», una leggenda storiografica divulgata molti secoli dopo.
È vero invece che nel corso dell'undicesimo secolo cominciarono a prendere forma e consistenza alcuni orientamenti tali da determinare un progressivo cambiamento di scenario rispetto al passato. E che da allora gli uomini iniziarono pertanto a misurarsi con le implicazioni di segno diverso che di volta in volta ne scaturivano.
Che il Mille abbia rappresentato una sorta di spartiacque per l’Europa, è quanto avvenne grazie al fatto che non fu più scossa incessantemente da guerre, invasioni, saccheggi e carestie. E che fu quindi possibile, in condizioni di maggiore tranquillità, procedere all’estensione delle terre coltivate, all’introduzione di nuove tecniche agricole e fonti di energia, nonché a una vivace ripresa dei commerci e delle manifatture, con un conseguente aumento della popolazione. Ma se questi furono i risultati più tangibili della rinascita delineatasi all'indomani del Mille, altrettanto importanti furono quelli che andarono via via maturando sul versante politico e istituzionale. E che Glauco Maria Cantarella (Manuale della fine del mondo. Il travaglio dell’Europa medievale, Einaudi, 2015) pone debitamente in luce nelle pagine di un saggio che si raccomanda per la finezza dell’analisi congiunta a un brillante stile narrativo.
Al centro della sua trattazione spicca la trama complessa e mutevole dei rapporti fra Impero e Papato durante quella lunga e serrata disputa, per l’affermazione di una potestà universale, del «dominium mundi», che sfociò nella lotta per le investiture e che sembrò doversi concludere con il concordato di Wormsdel 1122 per poi riaccendersi, con ancor maggior violenza, dopo l’ascesa al seggio imperiale e a quello pontificio di figure dalla fortissima personalità come Federico Barbarossa e Alessandro III.
Ma pagine interessanti sono anche quelle dedicate dall’Autore al sorgere delle monarchie, in particolare agli esordi dei regni di Inghilterra e di Spagna, dopo il consolidamento di quello francese; agli sviluppi delle autonomie comunali in Italia in connessione con le aspirazioni di libertà e i nuovi statuti di vari centri urbani del nord Europa; ad alcuni aspetti significativi della dottrina religiosa e della cultura di corte; ai movimenti riformatori e a quelli ereticali. Nella temperie di quell’epoca assunsero un ruolo di rilievo nuove comunità monastiche, derivanti dalla famiglia benedettina: i cluniacensi e i cistercensi. Soprattutto il primo di questi due Ordini svolse una funzione preminente nella costruzione di un modello di riferimento ideale nella vita religiosa ed ebbe una larga influenza nell’evoluzione intellettuale e artistica dell’Occidente. C'era nell’Ordine fondato nel 910 dal monaco Bemone nel convento di Cluny in Aquitania, le cui propaggini si estesero poi in ogni angolo d’Europa, uno spirito cosmopolita e insieme fortemente centralizzato, consistente in un sistema concettuale sempre più organico, che, secondo Cantarella, rese Cluny una sorta di «ombelico del mondo» e di «garante degli equilibri e della pace fra il secolo e l’eternità». Del resto, dalle fila dei cluniacensi provennero due papi del livello di Gregorio VII, assertore di una concezione teocratica del potere e perciò risoluto antagonista dell’imperatore Enrico IV, e Urbano II, il promotore nel 1095 della prima crociata. Inoltre, ai monaci di quest’ordine si deve la prima traduzione, nel corso del XII secolo, del Corano in latino. La regola cluniacense aveva ridotto le ore del lavoro manuale a vantaggio della preghiera e delle cerimonie liturgiche e processionali durante le quali la musica, in quanto elemento incorporeo e spirituale per eccellenza, costituiva un fattore di sublimazione nelle celebrazioni corali di fede e consacrazione a Dio dei cluniacensi.
Nel cangiante mosaico di quei due secoli fra l’undicesimo e il tredicesimo che videro il passaggio dal mondo primo-medievale a quello tardo-medievale, un altro tassello emblematico nella gestazione di un nuovo universo più aperto e articolato, fu l'avvento di una nuova cultura politica. Si trattava di una cultura elaborata dagli ambienti di corte (come mai era avvenuto precedentemente in modo così ampio) in cui convivevano motivi della classicità, indagini teologiche e filosofiche, dissertazioni giuridiche, riflessioni sul passato e sul presente ma anche sul futuro, a cui era complementare una cultura letteraria in forme di intrattenimento e di esibizione. In questo stesso tornante il francese d’oil, quale lingua delle corti, divenne la nuova lingua internazionale.

"Il Sole 24 ore - Domenica", 1 marzo 2015

La poesia del lunedì. Clemente Rebora (Milano 1885 - Stresa 1957)



Dall'imagine tesa
vigilo l’istante
con imminenza di attesa –
e non aspetto nessuno:
nell’ombra accesa
spio il campanello
che impercettibile spande
un polline di suono –
e non aspetto nessuno:
fra quattro mura
stupefatte di spazio
più che un deserto
non aspetto nessuno:
ma deve venire,
verrà, se resisto
a sbocciare non visto,
verrà d’improvviso,
quando meno l’avverto:
verrà quasi perdono
di quanto fa morire,
verrà a farmi certo
del suo e mio tesoro,
verrà come ristoro
delle mie e sue pene,
verrà, forse già viene
il suo bisbiglio.

da Canti anonimi, 1922 in Poesie, Scheiwiller, Milano, 1961

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