30.8.19

Ipocrisie sulla mobilità sociale. Riflessioni intorno a un provocatorio articolo di Martin Wolf



Dalla sintesi che ne ha fatto per la rassegna stampa del Corriere Luca Angelini recupero le tesi principali di un articolo di Martin Wolf sul “Financial Times”, dell'inizio del maggio scorso (2019), che confuta le ipocrisie che circondano il tema della mobilità sociale.
La prima è non ammettere che «il principale ostacolo alla mobilità sociale è la famiglia. La gente non investe una gran mole di tempo e risorse nei propri figli per vederli fallire. Chi ha le possibilità materiali, sociali e intellettuali per evitare tale fallimento, le userà».
La seconda ipocrisia è che, quando invochiamo più mobilità, intendiamo quella verso l’alto. Ma, come ha sottolineato anche un recente rapporto della Social Mobility Commission britannica, se la struttura economica della società non cambia, la mobilità verso l’alto si può avere soltanto se ce n’è una uguale e contraria verso il basso.
Tutto ciò deve, per Wolf, farci concentrare sull’economia come fattore chiave della mobilità. Ad esempio, la percentuale di lavoratori maschi salariati in ruoli manageriali o professionali era dell’11% nel 1951, è salita al 25% nel 1971, al 35% nel 1991 e al 40% nel 2011. La struttura economica ha ampliato (ma con incrementi percentuali via via minori) i posti in alto nella scala sociale, generando molta mobilità «gradita» e poca mobilità «sgradita».
«L’istruzione — avverte Wolf — ha avuto poco a che fare con tutto ciò. Si otteneva una promozione sociale anche senza il “pezzo di carta”. Non è che all’epoca la società fosse più aperta, è che l’economia veniva maggiormente in aiuto». E se i figli della working class hanno oggi più possibilità di ottenere un titolo di studio, ne hanno meno di ottenere, attraverso quello, un lavoro qualificato e ben pagato, perché «i genitori delle classi più in alto aiuteranno sempre i propri figli a tagliarli fuori».
Wolf sembra contestare anche le teorie assai diffuse, dall'OCSE ai dirigenti pubblici italiani per non dire dei politici “luogocomunisti”, che, imputando all'inefficienza dei sistemi scolastici pubblici la riduzione progressiva della mobilità sociale, ne affidano alla loro riqualificazione, anche nel senso dell'equità, la ripresa. Wolf non è affatto sicuro che più istruzione e competenza aiutlno l’economia a generare più «posti al sole»: «Se, come qualcuno predice, l’intelligenza artificiale demolirà molti lavori professionali, la mobilità verso il basso supererà quella verso l’alto. Le conseguenze politiche sarebbero devastanti».
Concludo io che una scuola pubblica qualificata e di massa – come si diceva una volta - può aiutare a modificare la situazione di stagnazione sociale, ma occorrono anche dei cambiamenti profondi nella struttura sociale e produttiva, la cui leva non può essere che il conflitto sociale, la lotta di classe si diceva una volta. È un caso che gli anni di maggiore incremento della mobilità sociale verso l'alto siano quelli in cui maggiore era la forza del movimento operaio organizzato e dei partiti che ad esso si collegavano?


29.8.19

Andiamo! Una poesia di Walt Whitman (1819 - 1892)



Andiamo! La strada è per noi!
È sicura - io l'ho provata, i miei piedi l'hanno bene provata - nulla più vi trattenga!
Il foglio resti bianco sul tavolo, il libro chiuso nello scaffale!
Gli utensili restino nell'officina! I denari non vengano guadagnati!
Lasciate le scuole! Non badate al grido del maestro!
Predichi il predicatore dal pulpito! Arringhi in corte l'avvocato, il giudice esponga la legge.

Compagno, ecco qui la mia mano!
T'offro il mio amore prezioso più del denaro,
T'offro me stesso in luogo di prediche e leggi;
Ti darai a me? Viaggerai tu con me?
Ci resteremo fedeli, quanto dura la vita?

Canto della strada, 15 in Fogli d'erba, Einaudi, 1976

Postilla
Ho utilizzato la traduzione di Enzo Giachino, ma ho sostituito Camerata con Compagno. Si tratta di termini sovrapponibili, l'uno e l'altro provenienti dall'uso militare, ma camerata, nell'uso politico che se ne è fatto in Italia (non in Francia, per esempio), ha una forte connotazione di destra. Compagno ha invece una connotazione di sinistra, legata alla storia del socialismo e del comunismo italiani, ed anche per questo mi piace di più. (S.L.L.)

Amo i gesti imprecisi. Una poesia di Valerio Magrelli (Roma, 1957)

Pitratto del poeta da giovane (da una fotografia di Dino Ignani)
Amo i gesti imprecisi,
uno che inciampa, l’altro
che fa urtare il bicchiere,
quello che non ricorda,
chi è distratto, la sentinella
che non sa arrestare il battito
breve delle palpebre,
mi stanno a cuore
perché vedo in loro il tremore,
il tintinnio familiare
del meccanismo rotto.
L’oggetto intatto tace, non ha voce
ma solo movimento. Qui invece
ha ceduto il congegno,
il gioco delle parti,
un pezzo si separa,
si annuncia.
Dentro qualcosa balla.

da Nature e venature, Mondadori, 1987

28.8.19

Libri nella vita. “La farandola di fanciulli sul greto”. Intervista ad Attilio Bertolucci (Elena Marco)



Divoratore di libri, bibliofilo eclettico, Attilio Bertolucci, uno dei grandi poeti del Novecento, ama i libri con la stessa malizia con la quale un gatto si cura del padrone.

Qual è stato il suo primo libro?
Il primo libro di cui ho memoria, rapinato a mio fratello Ugo, ‘internato’ con me nel convitto nazionale Maria Luigia di Parma, e più grande di me che avevo solo otto anni, e dunque più atto a leggerlo, è stato Iolanda, la figlia del Corsaro Nero. Ricordo appena l’incipit, notturno mi pare. Allora, come anche in seguito, ero dalla parte di Salgari. Più tardi però ho sognato anche sulle illustrazioni dei grandi romanzi di Verne del quale peraltro ho un ricordo particolare: i suoi libri piacevano particolarmente ai miei compagni bravi in matematica.

Ci sono libri nella vita di un uomo, soprattutto certi testi letti negli anni della gioventù, che lasciano nella memoria tracce indelebili. Quali sono i suoi libri-totem?
Senza dubbio I fiori del male di Baudelaire, letti una prima volta sulla prima, prosastica, umile traduzione italiana. E riletti di continuo nel testo, tanto che mi accorgo di sapere a memoria versi e versi dei quali mi approprio rinnovando i più tenebrosi. ‘La servante au grand coeur dont vous étiez jalouse, / Et qui dort son sommeil sous une humble pelouse, / Nous devrions pourtant lui porter quelques fleurs. / Les morts, les pauvres morts, ont de grandes douleurs…’. (‘Alla serva dal gran cuore che t’ingelosiva, e che dorme il suo sonno sotto un’umile aiuola, dovremmo qualche volta portare un po’ di fiori. I morti, i poveri morti hanno grandi dolori…’ [trad. di Attilio Bertolucci, ndr]).

Il suo lungo viaggio di poeta è contraddistinto da molteplici letture: lo testimoniano ampiamente gli omaggi che si affacciano nei suoi versi. Quali sono le opere che hanno determinato le tappe più importanti?
Senza dubbi la Recherche, il libro che ho letto tutta la vita; il libro che mi ha inebriato e istruito, soprattutto sull’amore, provocandomi talvolta anche reazioni fortissime di rigetto. L’edizione che possiedo è quella in quattordici volumi degli anni venti, con le copertine bianche consunte e quasi staccate dal dorso, filettate in rosso con il logo ‘nrf’, che ho letto la prima volta; e quella stessa che anche i miei amici, Pietrino Bianchi e Vittorio Sereni, hanno letto. I libri che hanno segnato tappe importanti sono comunque moltissimi e i più disparati. Ma non so sino a che punto mi hanno guidato nel mio viaggio di uomo e di poeta che non è stato rettilineo, determinato, coerente.

Quale libro non è mai riuscito a leggere per intero?
Le storie bibliche di Thomas Mann, troppo lunghe e confuse per avvincere il lettore.

C’è qualche volume che ha smarrito? O qualche testo prezioso che ha prestato e che non le è mai stato restituito?
Se ho smarrito qualche libro confesso di non ricordarmene proprio, forse perché, qualora fosse accaduto, doveva trattarsi di un libro a me non particolarmente caro. Non ho mai perduto invece, malgrado molti traslochi, gli Ossi di seppia acquistati a quattordici, quindici anni in una libreria del centro di Parma, a quei tempi fornitissima. Era un’edizione a fogli chiusi che mi affascinò subito per le prime, sorprendentemente familiari, parole che lessi alzando il lembo di una pagina. ‘La farandola dei fanciulli sul greto’, comincia così uno degli Ossi che mi fece tornare negli occhi l’immagine dei ragazzi sul greto di un fiume, i fiumi dell’Emilia, poco profondi, dal letto largo, piatto, pieno di ghiaia che io amavo molto. Ma può anche darsi che in quell’occasione più semplicemente mi rapì il suono gioioso della parola ‘farandola’. Quella stessa edizione degli Ossi oggi la conservo in un cassetto dell’armadio in corridoio: è la prima ovviamente, datata del 1925 ed edita da Piero Gobetti. È un po’ sdrucita, ma mi si è detto che vale otto-dieci milioni di lire.

Ha mai sognato un libro?
Se pure angosciosissimo, una volta ho sognato Tenera è la notte di Francis Scott Fitzgerald. E chissà, forse sarà sulla scia di questo sogno che, più tardi, ho recuperato la boa descritta all’inizio del romanzo e l’ho trasportata nei versi della Camera da letto all’inizio del canto intitolato Le sorelle: ‘L’Europa si risveglia a un altro giorno / doppiata la boa di minio e di cobalto del terzo decennio, / i mari sono fermi in regate indecifrabili / mansuetamente sostitutive di un sole insidiato / tutto il mese dalle formazioni brumose del mattino'.

Quale libro vorrebbe ricevere in regalo?
I libri di Rex Stout, con la casa di arenaria, nella vecchia New York. Per anni questo finissimo scrittore è stato dimenticato; un destino segnato fin dall’esordio con un romanzo sperimentale, Due rampe per l’abisso, pubblicato nel ’29, ingiustamente poco considerato. Oggi finalmente hanno capito che questo scrittore nel suo genere è insuperabile; premierei chi mi procurasse uno dei suoi libri che non ho mai letto.

Quale stagione vivono i libri oggi in Italia?
Una stagione pessima, piena di pubblicazioni inutili e costose; ciò non significa che negli scaffali delle librerie non ce ne possano essere alcuni buoni, o buonissimi. Ma come chiudere gli occhi davanti al fatto che oggi le librerie sono sovraccariche…

Quali titoli consiglierebbe a un apprendista lettore?
Il buon apprendista di solito se li sceglie da sé; tuttavia, nel caso in cui per ragioni pratiche gli fossero sfuggiti, consiglierei Casa d’altri di Silvio D’Arzo, Le spoglie di Poynton di Henry James, le poesie di William Butler Yeats, da leggere in inglese, e ne aggiungerei un quarto, alla pari, le liriche di Antonio Machado; due grandi che non fanno parte della stagione modernista.

Nel sito de “L'Indice dei libri del mese” dal numero di novembre 1995

Buonaparte. Una poesia di Friedrich Hölderlin


Antoine-Jean Gros, Napoleone al Ponte di Arcole

Vasi sacri sono i poeti,
dove il vino della vita, lo spirito
degli eroi si conserva.

Ma lo spirito di questo giovane,
fulmineo, non farebbe schiantare
ove volesse contenerlo, il vaso?

Lo lasci intatto il poeta, come lo spirito della natura,
è materia in cui diventa allievo il maestro.

Egli non può vivere e rimanere nella poesia,
vive e perdura nel mondo.

1797

In chiesa. Una poesia di Constantinos Kavafis

Paphos, Cipro - La Chiesa di Agia Kyriaki
Amo la chiesa – i suoi stendardi,
l’argento degli arredi, i candelabri,
le luci, le sue icone, il suo pulpito.

Quando entro là, nella chiesa dei Greci:
col profumo d’incenso,
con le voci, le sinfonie liturgiche,
la maestosa presenza dei prelati
in cadenza solenne in ogni moto –
risplendenti nei ricchi paramenti –
il pensiero vola alla nostra grandezza,
alla nostra gloriosa eredità bizantina.

In Itaca, AIPSA, Cagliari, 2011 - Traduzione Giangavino Irde

Contro i professionisti dell'anticonformismo (Luigi Manconi)

Alberico Lemme

Fateci caso: quando in un qualunque dibattito, un tipo, in genere brillante e dalla parlantina sciolta, afferma «farò una provocazione», non accade mai nulla del genere. E si ascolteranno, piuttosto, interminabili e tediosi proclami ispirati al senso comune più ordinario. Si manifesta, così, una delle varianti della sindrome del Bastiancontrarismo, la più innocua. Ma quella stessa sindrome può manifestarsi attraverso un' altra variante più nociva.
Per esempio il dottor Alberico Lemme, nato nel 1958 ad Archi (Chieti), farmacista per titolo e dietologo per proterva aspirazione, nel corso di una puntata del Grande Fratello ha pronunciato le seguenti parole: «Quando è nata mia figlia tutti mi dicevano: "Vedrai che emozione proverai". Lei è nata, io ho assistito al parto e non ho provato nessuna emozione. Quando ha fatto sei mesi l' ho guardata e ho pensato: "Se morisse mi dispiacerebbe?" Ho risposto di no».
Nella migliore delle ipotesi si tratta delle frasi di un esibizionista patologico, nella peggiore della manifestazione narcisistica di un disadattato. Ma ciò che davvero conta è che quelle frasi siano state accolte da alcuni conduttori radiofonici e televisivi come esercizi di «sincerità» o, addirittura, di «coraggio». E sul web il dottor Lemme - già noto per altre scellerate affermazioni e per le modeste perversioni del suo pensiero, si fa per dire - è diventato un eroe, in quanto avrebbe rotto «il velo della retorica dell'amore familiare» e avrebbe rifiutato «l'ipocrisia delle convenzioni sentimentali».
La ragione di un simile successo è semplice: quelle affermazioni, in apparenza tanto oltraggiose, corrispondono, in realtà, a un umore sempre presente nell'animo umano e a una pulsione oscura e profonda che, una volta emersa, si scopre di condividere con molti altri. Forse la maggioranza. Insomma, quella presunta trasgressione esprime un antico e solido conformismo. E se con Lemme siamo in un campo trascurabile, pur se sfrontato, in quanto insignificante sotto il profilo intellettuale, numerosi sono i casi di tutt'altra consistenza.
Un giornalista colto, talvolta acuminato, come Filippo Facci, espressione di una tradizione reazionaria ma non codina, a proposito di Greta Thunberg così si è espresso: «A me tutte le persone che hanno bisogno di riscoprire le questioni ambientali attraverso quella specie di mostriciattolo di Greta... Lei, mi viene da investirla con la macchina». Anche in questo caso, sul web si sono intessuti trepidanti elogi per la «sincerità» e per il «coraggio». Se questo metodo si dimostra così efficace, si possono suggerire una serie di dichiarazioni capaci di ottenere consensi e ricevere omaggi.
Basta individuare un predicato sufficientemente condiviso e negarlo con brutalità, a prescindere dalla quota di ragionevolezza che contiene. Ecco. 1. «La vita dei nostri figli ci è cara» 2. «Non è bello mettersi le dita nel naso» 3. «È un dovere tutelare l' ambiente» 4. «Gli esseri umani sono tutti uguali» 5. «È meglio evitare di ruttare in pubblico». Proclamare o attuare il rovesciamento (il ribaltamento da cima a fondo), con le parole o i gesti, di quei semplici princìpi appare oggi come il massimo dello Scandalo Pubblico. Dunque, siamo in una fase culturale in cui sembra che l'affermazione della propria diversità di opinione e la lotta contro il politicamente corretto debbano passare di necessità attraverso la negazione, indifferentemente, di uno di quei cinque punti (meglio se di tutti e cinque).
È una storia lunga, tutt'altro che lineare. Non ho mai condiviso anche uno solo dei brevi corsivi che, sotto la testatina Controcorrente, Indro Montanelli pubblicava quotidianamente sul «Giornale». Eppure, almeno una volta su tre, quei commenti - a me, giovane militante della sinistra radicale - facevano davvero male. Dopo di che è stato tutto un rincorrersi affannato di rubriche simili (o che volevano essere simili). Rubriche che issavano la bandiera dell'anticonformismo. Una sfilza lunghissima e che cerca tutt'ora di riproporsi ricorrendo al dizionario dei sinonimi: Diverso parere (o, in una sciagurata versione calcistica, Diverso parare), Al contrario, Verso diverso, L'antipatico, Fuori gioco, Non ci sto, Controverso, L'iracondo, Retropensiero, Fuori dal coro, Controcanto. Il dissenso diventa, in tal modo, manierismo, compiacimento di sé e della propria sconvenienza (vera o presunta che sia) e finisce fatalmente col mimare i tratti e le movenze, i tic e le ossessioni del suo negativo (il conformista), scambiandosi i ruoli con esso.
Tutto ciò risulterebbe quasi innocuo e comunque poco rilevante se non intervenissero due fattori «agevolanti» che possono rendere significativo ciò che significativo è quasi mai. Il primo fattore è rappresentato dall'entusiasmo che la sindrome del Bastiancontrarismo suscita in alcuni soggetti della comunicazione (giornalisti, conduttori televisivi e radiofonici, opinion maker e influencer vari). Il secondo fattore è rappresentato dalla cornice virtuosa in cui quella patologia viene collocata quando se ne appropria il web. È un'aura eroicistica, con tonalità epiche, che richiama categorie o formule come «schiena dritta» e «forza», «posizione scomoda» e «intransigenza».
Così Spararla Grossa diventa una virtù agonistica che riempie i canali della comunicazione e li gonfia, che invade il linguaggio domestico e quello pubblico, che travolge gli argini come una esondazione lutulenta, diffondendo ovunque le immagini, i gesti e le parole di un nuovo Conformismo della Devianza Deluxe.
Ne consegue che la trasgressione autentica, quella dei veri e rari irregolari, come Elsa Morante e Pier Paolo Pasolini e, successivamente, Goffredo Fofi, Guido Ceronetti, Lea Melandri, Aldo Busi e Walter Siti (non me ne vengono in mente altri) viene sopraffatta dal gran vociare degli anticonformisti a rimborso spese. Professionisti della materia che coltivano la malacreanza intellettuale ed esistenziale con lo stesso compiacimento con cui, alle scuole medie, scrivevamo parolacce sulla lavagna.

“la Lettura - Corriere della Sera”, 5 maggio 2019

27.8.19

La festa della Madonna e la “riétina” (S.L.L.)



Al mio paese, Campobello di Licata, la festa della Patrona, la Madonna dell'Aiuto, si celebrava un tempo la prima domenica di settembre. La festa concludeva un momento importante della vita dei campi, per via dei numerosi mandorleti, di cui a fine agosto si raccoglieva il prodotto. 
Le offerte per la festa e per la Chiesa, in onore della Madonna, erano spesso in natura: frumento o, appunto, mandorle. Cavalli e muli bardati, talora trascinando un carretto variopinto giravano per i quartieri del paese accompagnati da gruppi di bandisti che suonavano allegre marcette come l'orecchiabile e richiestissima Lariana o canzonette di successo da Volare a Chella llà: numerosi contadini donavano  piccoli quantitativi del frutto della loro fatica; bisacce e carri si riempivano. Non ho mai saputo dove portassero il carico, se in sagrestia e in qualche locale annesso alla Matrice o in magazzini di raccolta o direttamente in quelli dei commercianti. 
Il lunedì era ancora giorno di festa; c'era la riétina, una sorta di sfilata di cavalli e carri bardati; ma non era allora il “clou” della festa, rappresentato piuttosto dalla processione della domenica, in cui la statua della Madonna, seguita dai devoti e dalla banda al gran completo, percorreva le vie del paese, mentre la sua veste veniva ricoperta da banconote da cinquecento o mille lire, appuntate dai rappresentanti del Comitato incaricati della fatica. Si diceva che ce ne fosse uno abilissimo nel fare scomparire nelle proprie tasche qualcuno dei biglietti di banca offerti dai fedeli: aveva il soprannome di spogliamadonni, ma nessuno si sognava di sollevarlo dall'incarico. 
Al termine della processione, sul grande palco davanti alla Matrice, l'arciprete comunivava i risultati della raccolta. Negli anni di più forte emigrazione, sul finire degli anni 50 e poi nei primi 60, ogni anno cresceva la somma complessiva, “sette milioni”, “dieci milioni”, “tredici milioni”, e considerevole era l'apporto degli emigrati. I più tra loro dovevano tornare al lavoro alcuni giorni prima della festa, ma lasciavano, secondo le loro possibilità, un'offerta in denaro, segno del loro legame con il paese natio, offerta più consistente in collegamento con la guarigione di un familiare, l'assunzione in un buon posto di lavoro, il matrimonio di una figlia o il diploma di un figlio o una qualunque altra “grazia ricevuta”. Anche l'elenco dei donatori veniva letto sul palco dall'arciprete, un vecchietto freddoloso soprannominato Patri Tancinu (“padre scaldino”). 
Seguiva la musica a parcu, generalmente il concerto della rinomata banda forestiera (più di una volta chiamarono quella di Acquaviva delle Fonti) che nel servizio musicale dei giorni di festa si alternava con quella municipale: un'opera lirica orchestrata per la banda e perciò dominata da fiati e percussioni, con il clarinetto a far da soprano, o un'antologia di arie d'opera. Il lunedì, oltre alla “riétina”, c'era un altro concerto bandistico e a notte uno spettacolo pirotecnico, lu castieddhu di fuocu, con lo stummi stummi finale. 
Negli ultimi anni della mia adolescenza al secondo concerto operistico, in genere assicurato dalla banda paesana, andava sostituendosi, nonostante la resistenza del vecchio arciprete, uno spettacolo di musica leggera in cui la cantante mostrava un po' di coscia. Un maestro elementare, uomo di chiesa democristianissimo, si cimentò con altri nella composizione e nel canto leggero: “A Campobello le ragazze son graziose / hanno il profumo delle fresche rose”. L'arciprete non diceva nulla, ma si capiva che non era contento e imperterrito continuava la sua guerra domenicale contro scollature e maniche corte femminili.
Oggi la festa è anticipata ad agosto e cuore della festa è diventata proprio la riétina: caretti e cavalli non provengono solo dal paese o dai centri più vicini, ma arrivano da tutta la Sicilia gruppi di “cavallari” con allestimenti di grande impegno organizzativo ed economico: non solo equini bardatissimi e carretti decoratissimi, ma anche gruppi musicali, danzatori e danzatrici in costume, su palchi mobili o a piedi. C'è in paese un'associazione di amici del cavallo e della riétina, o forse più d'una, e non mancano finanziamenti pubblici e private sponsorizzazioni. La sfilata dura ore e ore, con un chiasso enorme di voci, suoni, rimbombi, cigolìi di ruote, scampanellare di tamburelli e ciancianeddhi (i tipici sonagli di Sicilia). In alcuni posti strategici i gruppi si fermano, dando vita a un breve spettacolo. 
Ieri sera proprio sotto casa di mia madre su un camion, un tenorino dalla voce buona eseguiva Parla più piano, la canzone costruita sul tema musicale del Padrino. Subito dopo, accompagnato da fischietti e altri strumenti, circondato da saltellanti ragazze in costume, il coro eseguiva alla maniera siculo-americana C'è la luna 'mmienz'o mari / mamma mia m'a maritari. Era una vera e propria citazione dal film, senza alcuna presa di distanza: non c'era neanche un filo d'ironia. Non so dire donde il gruppo provenisse e non credo che quella citazione comportasse di necessità una qualche solidarietà di famiglia, ma una simpatia ideologica, per quanto vaga, sì. Ho forte il sospetto che tra i "cavallari" ci sia qua e là un'infiltrazione di fetentoni.

L'Artusi messo in versi. Insalata di patate (Alberto Capatti per Alfagola)



Il gioco è da letterati pseudocucinieri. Prendere una ricetta, dimostrarne la reversibilità mettendola in versi. La n° 444 de La scienza in cucina di Pellegrino Artusi fornisce una lista di parole e una sequenza, resta da ingabbiarle in otto o nove sillabe a riga. Il risultato, mettetelo alla prova leggendo e cucinando, con un avvertimento, a scanso di equivoci: capperi, peperoni, cetriolini, cipolline erano sottaceti, e avete libertà di acquisirli tali, e di astenervi dal condir con altro aceto. Le dosi, immaginatele.

Le patate van lessate
oppure cotte col vapore
e tutte belle e sbucciate,
tagliatele ed ogni fettina
finisce nella terrina.
Se poi le vuoi condire
usa capperi a non finire
peperoni e cipollini,
sottaceti e cetriolini,
acciughe e sedano usuale.
Trita ora il tutto a prova
e non ti scordare due uova
sode, olio, aceto e il sale.
Alle patate in insalata
origano e prezzemolo
dan flagranza assai garbata.

Alfabeta 2 – luglio 2019

“Il mio funerale sarà al Foro Italico: venite numerosi”. Intervista a Nicola Pietrangeli (Margherita de Bac)

Nicola Pietrangeli


«Ogni sera gli rivolgo un saluto. Era un gatto fantastico, generoso compagno di vita per vent’anni. Non mi ha mai mollato finché ho dovuto sopprimerlo. Uno strazio terribile. Farlo cremare per tenerlo accanto a me è costato 700 euro. Avrei speso la metà se avessi aspettato che arrivassero altri gatti da unire a lui nel forno. Ma io volevo che le ceneri fossero sue e basta». Nicola Pietrangeli solleva delicatamente il coperchio della coppa più bella. Quella d’argento vinta a Montecarlo, regalata a lui per sempre dal principe Ranieri. Ne estrae i resti di Pupino, racchiusi in un sacchettino rosso. Abita all’ultimo piano di una palazzina in un comprensorio nel quartiere Balduina, arredato del suo passato tutto sport e viaggi. Al posto di Pupino c’è Pupina 2 che avanza sinuosa tra tappeti e bassi tavoloni ingombri di coppe e targhe.

Se la sua vita fosse un film come lo intitolerebbe?
«Nicola contro Pietrangeli e costerebbe un botto produrlo, c’è troppo da raccontare. Dentro di me c’era abbastanza atleta e abbastanza buon mascalzone. Un continuo contrasto. Dicono che se mi fossi allenato poco di più avrei vinto molto. Ma non mi sarei divertito».

Che bambino è stato Nicola?
«Sereno. Parlavo russo, la lingua di mamma, e francese. Mai sofferto la fame, mai mancato nulla anche a livello affettivo pur non andando d’accordo con papà Guido, colpevole di avermi messo la racchetta in mano. Quando siamo venuti a Roma da Tunisi non spiccicavo una parola di italiano. Andammo ad abitare in via delle Carrozze e subito diventai popolare per il pallone. Gli amici mi chiamavano Er Francia. Cenavo alle 8 e poi scendevo per la partita serale a piazza di Spagna. Giocavo a tennis sui campi del circolo Venturini e al Tennis Club Parioli, ma questa è storia nota, riportata in tutte le biografie».

E il Pietrangeli playboy? Leggenda?
«Ho avuto quattro storie che contano. Susanna, che poi ho sposato, non era bella. Di più. Sua madre non voleva che mi frequentasse perché sperava per la figlia in un uomo ricco. Io non lo ero, non lo sono mai stato. All’epoca giravo in tram e bus. Gli uomini morivano per lei, uno le regalò un brillante grosso come una casa che lei gli restituì. Voleva me. Mi sposai a 27 anni per amore e sottile ripicca nei confronti della madre arrampicatrice. Abbiamo avuto tre figli Marco, Giorgio e Filippo. Fedele io? No, ma per nulla al mondo avrei messo a rischio la famiglia».

E dopo Susanna?
«La storia del playboy è un po’ romanzata. Sì, è vero, amavo accompagnarmi a belle donne, però non lo facevo per interesse anche se ho avuto diverse occasioni per attaccare il sombrero con compagne ricchissime. A me i soldi non interessavano. Dopo Susanna, è arrivata Lorenza, indossatrice milanese. Non volevo sposarmi e mi lasciò. Sempre lasciato, io. Poi ecco Licia Colò. Cinque anni di splendida convivenza. Aveva 30 anni meno di me. Quando mi ha lasciato mi ha giurato che non lo faceva per un altro. Forse si è spaventata della mia età ed è comprensibile. Dicono che quando vuoi le belle devi mettere in conto che gli altri ne siano a caccia. Ho sofferto molto».

E ora Paola. Com’è l’amore dopo gli 80?
«C’è grande affetto. Devi essere paziente tu e lei. Oltre all’amore è necessaria tanta comprensione reciproca altrimenti non vai da nessuna parte. Non viviamo insieme, ma condividiamo parecchie cose, anche Pupina Due».

È vicino agli 86, ci pensa alla morte?
«Sì, ogni tanto. Spero di morire la notte e all’improvviso, mi spaventa la malattia. La mia è un’età per morire. Il mio funerale si terrà al campo centrale del Foro Italico, a me intitolato. Ho già chiesto il permesso al presidente del Coni, il mio amico Giovanni Malagò. C’è un ampio parcheggio e nessuno potrà accampare la scusa di non aver trovato posto per la macchina. In caso di pioggia si rimanda al giorno dopo e speriamo che all’Olimpico non giochi la Lazio altrimenti ci sarebbe confusione e magari qualcuno preferirebbe andare là. Io e il mio amico Remo Zenobi partecipiamo ai funerali solo se lo sentiamo, non per fare passerella come la metà della gente. Veniamo via 5 minuti prima per evitare le facce da circostanza. Al mio però venite tutti, vi voglio numerosi e restate fino alla fine».

Mai in politica, perché?
«Mai fregato niente, eppure giocavo a tennis con La Malfa e frequentavo Renato Altissimo. Ho fatto politica solo quando si trattò di spingere come capitano della squadra per andare a giocare la finale di Coppa Davis a Santiago del Cile nel 1976 dove c’era appena stata la repressione di Pinochet. Pensavo che l’Italia non avrebbe dovuto mancare. Vinsi io. Ci siamo imbarcati di nascosto, come delinquenti. Quando siamo tornati con la Coppa, a festeggiarci c’erano solo i poliziotti».

È lei il più grande tennista italiano della storia?
«Di gran lunga. Panatta, con più talento, è durato molto meno ai vertici. Ora il più forte è Fabio Fognini. Una volta mi incontra e mi fa, sfottendomi, ehi Nicola, ai tempi tuoi correvi quanto me? Io non correvo, gli rispondo. Facevo correre gli altri».

Corriere della sera, 27 luglio 2019

26.8.19

Il fascismo secondo Ennio Flajano



«Il Fascismo conviene agli italiani perché è nella loro natura e racchiude le loro aspirazioni, esalta i loro odi, rassicura la loro inferiorità. Il Fascismo è demagogico ma padronale, retorico, xenofobo, odiatore di culture, spregiatore della libertà e della giustizia, oppressore dei deboli, servo dei forti, sempre pronto a indicare negli “altri” le cause della sua impotenza o sconfitta.

Il fascista è lirico, gerontofobo, teppista se occorre, stupido sempre, ma alacre, plagiatore, manierista. Non ama la natura, perché identifica la natura nella vita di campagna, cioè nella vita dei servi; ma è cafone, cioè ha le spocchie del servo arricchito. Odia gli animali, non ha senso dell’arte, non ama la solitudine, né rispetta il vicino, il quale d’altronde non rispetta lui.
Non ama l’amore, ma il possesso. Non ha senso religioso, ma vede nella religione il baluardo per impedire agli altri l’ascesa al potere. Intimamente crede in Dio, ma come ente col quale ha stabilito un concordato, do ut des. È superstizioso, vuole essere libero di fare quel che gli pare, specialmente se a danno o a fastidio degli altri. Il fascista è disposto a tutto purché gli si conceda che lui è il padrone, il padre».

Don’t Forget in Scritti postumi, Bompiani, 1998

Salvini ha sputato in cielo (S.L.L.)



Una mia amica di rete che su molte questioni esprime valori di sinistra, ma che da qualche tempo un po' per ostilità verso il Pd, un po' perché tentata dalla sirena sovranista, pur continuando (ma non sempre) a definire Salvini il suo “uomo nero” (lo considera tuttavia trattabile), ama farla fuori dal vaso, stavolta fa l'indiana, si chiede il perché di tanto sconquasso. Dice: “In fondo alle elezioni europee, seppure con una diversa ripartizione, le forze governative hanno ottenuto la stessa percentuale di consensi. Non bastava un rimpastino?”
Provo a rispondergli in maniera ordinata e semplificata, scolastica. Perché tanto sconquasso?
Perché tra forze politiche così diverse non potevano mancare motivi di scontro, tant'è che non avevano stretto un organico patto di governo, ma stipulato una sorta di contratto per cui "io faccio le cose mie tu le tue".
Perché per questo i loro voti non erano e non sono intercambiabili.
Ma soprattutto perché Salvini, non contento dell'umiliazione elettorale dell'altro contraente, non si contentava dell'acquiescenza stellata e neppure di un rimpastino, pretendeva elezioni plebiscitarie per ottenere i "pieni poteri" alla guida della destra ribattezzata "Italia del sì".
Era convinto di poter chiudere a destra, sulla base di un programma nazionalista, xenofobo e sanfedista, la crisi di regime, ottenendo quella concentrazione di poteri che né Berlusconi né Renzi erano riusciti ad ottenere per la presenza di contrappesi importanti.
A volte però "i reazionari sollevano un macigno per farselo ricadere sui piedi", per cui gli stellati, forti della loro forte presenza parlamentare, piuttosto che farsi battere in elezioni anticipate, per tentare di riguadagnare il consenso perduto, hanno scelto di provare a costruire una diversa maggioranza. Conte, scelto come capo del governo per far da arbitro nel contratto 5Stelle – Lega, invece di accettare in silenzio il benservito ha pronunciato una requisitoria contro un ministro insieme invadente e infingardo. E il Pd, nonostante le aspettative del Salvini, non ha detto no a un possibile accordo con i grillisti.
Non è detto che questa nuova maggioranza parlamentare si realizzi davvero e non si vada ad elezioni immediate: il grosso del Pd non considera affidabili i 5 Stelle comee il grosso del M5S non considera affidabili i piddini, e le distanza programmatiche sono grandi anche fra queste forze. Intanto la marcia che molti ritenevano inarrestabile dell'uomo forte, quello che per costruirsi consenso alla maniera dei fascisti scatenava odi contro l'Europa, lo straniero, il migrante, il volontariato, il rom, il maghrebino, l'omosessuale ecc, non di rado ricorrendo a "bufale", ha conosciuto una battuta d'arresto.
Per usare un proverbio siciliano "Sputa 'n celu ca 'n facci ti torna".

La poesia del lunedì. Constantinos Kavafis (Alessandria d'Egitto 1863 - 1933)



Muri

Senza riguardi, senza vergogna né pietà,
mi han costruito attorno alti muri, solidi.

E adesso mi dispero, inerte, qui.
Non penso ad altro: mi divora tutto questa dura sorte.

Quante cose dovevo fare là fuori.
Dov’ero mai quando stavan murando?

Non ho sentito mai rumori o voci.
Mi hanno escluso dal mondo a mia insaputa.

In Itaca, AIPSA, Cagliari, 2011 - Traduzione Giangavino Irde

Alle Parche. Una poesia di Friedrich Hölderlin (Leuffen sul Neckar 1770 – Tubinga 1843)


Solo una estate, Onnipotenti, datemi
ed un autunno a maturarmi il canto;
così che, sazio di quel dolce giuoco,
più volentieri mi si fermi il cuore!

L’anima, a cui negò la vita in dono
il suo santo diritto, non ha pace
neppur laggiù nell’Erebo profondo…

Ma se raggiunger mi sia dato un giorno
te, che a cuor mi stai nel mondo sola,
divina Poesia, — ben venga allora
il silenzio dell’ombra sempiterna!

Pago sarò, se pur non mi accompagni
il suono di mie corde… Un solo istante,
vissuto in terra avrò come gli Dei…
Ed altro io piú non chiedo al mio destino.
1797 - 1799

Dal sito “Poesia in rete” – Traduzione di Vincenzo Errante



Raffaele La Capria sul sentimento dell’amicizia

Raffaele La Capria

La parola amicizia e il sentimento dell’amicizia sono due cose differenti. Io credo che il sentimento sia importante quanto l’amore ma dell’amore si parla fin troppo, dell’amicizia si parla molto meno. Anche perché è difficile parlarne, perché l’amicizia è un sentimento delicato ed esigente, che richiede affinità elettiva ed affetto, ed un’intesa di fondo forte come quella di due alpinisti legati ad una stessa corda.
Poi è difficile parlare di amicizia nei Paesi mediterranei perché nei Paesi mediterranei la parola e il sentimento disinteressato che dovrebbe accompagnarla si presentano in forme ambigue, direi «storicamente» distorte, e quando si dice di qualcuno che è un amico spesso si allude a una complicità che nulla ha a che fare con l’amicizia, quella vera. L’Italia, si sa, è il Paese della raccomandazione, la raccomandazione è la chiave che apre tante porte, e la raccomandazione si serve appunto dell’amicizia. Come si farebbe a raccomandare qualcuno se non si potesse contare sull’amicizia di qualcuno? Tutto il sistema clientelare non è fondato sull’amico, sull’amico dell’amico, e così via, come la catena di sant’Antonio? E la burocrazia non è la figlia legittima di questo sistema, l’apparato di cui si serve? Parlare della parola amicizia ci porta lontano, fin nel territorio della criminalità e della mafia.
Altra cosa, come dicevo, è parlare del sentimento dell’amicizia, che è molto raro, e chi lo ha provato sa che può essere determinante e orientare il corso di una vita. È difficile parlarne, e ora io ne parlo, parlo dei miei amici, dei primi incontri con loro, dei libri letti insieme, nella stessa stanza, per poi scambiarci a caldo i commenti: di Billy Budd, gabbiere di parrocchetto, e il capitano Vere, di Benito Cereno e il capitano Delano, del negro Babo capo dei rivoltosi – furono l’avventura e la fantasia nelle pagine di Herman Melville i luoghi più frequentati, quelli incantati dove nacque la nostra amicizia. E poi il Bildungsroman, un romanzo di formazione, fu lo stare insieme per gli anni che seguirono, tanti, fino ai novanta e più: Franco, Peppino, e Antonio, inseparabili e diversi, ognuno con la sua autonomia, ognuno seguendo la sua strada, Franco il cinema, Peppino il teatro, Antonio la storia e l’epica dello sport.
Ma che cosa fu che ci mantenne vicini per tanti anni, uno sempre in vista dell’altro, a volte insieme per scrivere un film, cosa fu se non quel sentimento raro di cui appunto è difficile parlare, quel piacere intellettuale di scambiare idee pensieri e fantasie, quella «cosa» che chiamiamo amicizia? Non ferma, ma sempre in moto per seguire la nostra naturale mutevolezza, le scoperte, gli amori, i contrasti, i successi, i nuovi libri e le nuove idee.
Sono tutti morti i miei amici, Antonio Ghirelli, Peppino Patroni Griffi, Franco Rosi. Senza di loro non sarei quello che sono.
Mi piacerebbe ricordarli in un libro con un titolo tratto da una terzina dantesca, quella famosa che fa: «Era già l’ora che volge il disio/ ai naviganti e intenerisce il core/ lo dì c’han detto ai dolci amici addio».
Lo intitolerò Ai dolci amici addio, e sarà quello il mio addio. «Dolci», un aggettivo sorprendente che il duro Dante dedica loro. E anche per me più che «cari», essi furono «dolci». Che vuol dire il punto più sensibile del sentimento dell’amicizia.

Corriere della Sera, 25 gennaio 2016

Ars amandi. Intervista a Enrico Mele, istruttore di seduzione (Candida Morvillo)



Enrico Mele, in arte «Henry in attraction» e di mestiere istruttore di seduzione, quanto lavora quest’estate?
«Tantissimo. Ho un bootcamp di gruppo a Jesolo, uno a Barcellona, studenti da seguire individualmente, di persona e a distanza. Faccio consulenze via Skype e WhatsApp anche alle due di notte. Io e i miei due collaboratori, ad agosto, ci facciamo in quattro e non abbiamo limiti di orario».

Perché mai le persone si affidano a voi?
«Non per diventare dei playboy, ma per risolvere problemi. I miei studenti si fidanzano, si sposano, hanno figli. Un avvocato di 46 anni, soldi infiniti, estetica gradevole, è venuto perché le donne scappavano. L’ho seguito per tre mesi, ho capito che scappavano perché ostentava troppo. Lei diceva che amava il tennis e lui aveva i migliori biglietti per Wimbledon, lei amava il teatro e lui aveva i posti alla Scala: era come se volesse comprare i sentimenti. Alla fine, è sempre questione di autostima».

Chi sono i vostri clienti?
«Uomini e donne, timidi o che finiscono sempre respinti, età dai 18 in su senza limiti d’età: da un po’, seguo un oncologo di successo di 61 anni, che però non ha mai avuto una relazione vera, e un imprenditore di 46 molto ricco, ma che non ha mai una ragazza».

Il video di presentazione sul suo sito, però, ha per protagonista un giovane sottopagato che la fidanzata lascia con l’sms «sei uno sfigato, addio».
«Ci serviva un’immagine forte che ispirasse riscatto personale, la realtà è più variegata».

Con tante app di dating che bisogno c’è di prendere lezioni da lei?
«Perché le app sono una scappatoia che non risolve le tue paure. Anzi, le persone passano giornate a chattare, idealizzano l’altro e non si decidono a incontrarlo. Temono il faccia a faccia, il rifiuto, hanno paura di non sapere che cosa dire».

Come l’è venuto in mente di darsi a questa attività?
«A 18 anni, avevo ricevuto l’ennesima delusione d’amore e mi ero chiuso in casa, depresso. Un amico mi ha spinto a guardare dei siti di coach americani e ho capito che il problema era legato alla considerazione di me stesso: sono cresciuto in una famiglia tradizionalista, con limiti di mentalità, e ho frequentato costose scuole private pur non essendo ricco e sentendomi perciò sempre diverso e mettendomi da solo nel gruppetto degli emarginati. Da allora, ho studiato moltissime ricerche e testi universitari di antropologia, sociologia, psicologia…».

Primi risultati in amore?
«Ho capito che la donna non è una divinità ma un essere umano, per cui ho iniziato a essere me stesso senza più paura di come avrebbe reagito. Il risultato è che le donne hanno smesso di respingermi o deridermi. Ho cominciato a uscirci, a baciarle, a piacere e ad avere storie belle e profonde di condivisione reciproca».

Da qui a farne un lavoro?
«A vent’anni, studiavo Giurisprudenza e davo consigli di autostima e seduzione agli amici. Quando ho iniziato il praticantato, non mi è piaciuto: facevo lo schiavo e dovevo difendere persone che non lo meritavano. Da qui, la decisione. Nel 2016, ho fondato la mia azienda e vivo di questo. Da Torino, mi sono trasferito a Barcellona, ma viaggio sempre: raggiungo i clienti ovunque, per corsi intensivi di due, tre o sette giorni, con prove sul campo».

Come sono le prove sul campo?
«Prove di approccio per strada, in spiaggia, in discoteca».

E quali sono le frasi magiche per approcciare?
«Non esistono, se prima non hai imparato a confidare in te stesso. Dopo, una frase sempre buona è “ti ho vista e ho pensato che volevo conoscerti”. Se invece lei è con amici, devi coinvolgere anche loro. Per esempio, vai e chiedi “scusate ragazze, ma come fate a sopportare gli uomini?”».

E questa perché sarebbe una buona frase?
«Perché ne nasce sempre un confronto vivace, dove tu che hai lanciato il problema ti presenti anche come la soluzione».

Consigli per conquistare in vacanza?
«Proporsi per conoscere davvero qualcuno. E quindi ascoltare e divertirsi senza aspettative. E sapere che, se non sei prevenuto e non giudichi, ti si aprono mondi: provi a frequentare persone che non avresti mai immaginato e con cui sei terribilmente felice».

Corriere della sera, 25 luglio 2019

La vita. Una poesia di Michele L. Straniero

Michele Luciano Straniero (Milano,1936 – Torino 2000)
La vita è un bel gioco
perché dura poco
e poi di lassù
la tronca Gesù.

da "Ombre rosse" n.22-23, 1977

25.8.19

Tu volevi imporre... Una poesia di Letizia Fortini


Tu volevi imporre
a una cavalla di razza
incomprensibili furbizie,
piccolo mulo scaltro.
Non lo sapevi
che le sarebbe bastato
uno sguardo sincero
e sentirne il coraggio
per farla saltare
senz'altro foraggio?

da Il punto acerbo, All'insegna del Pesce d'oro, 1974

“Così roride stanno qui le rose”. Una poesia di Adam Oehlenschläger (Frederiksberg, 1779 – Copenaghen, 1850)



Così roride stanno qui le rose!
Benevole sorridono nell'ombra le urne chiuse,
mentre dalla luna d'argento raggi freddi s'appressano,
si mischiano con il loro purpureo baluginare.

Profumano fra gli alberi ombrosi,
dove Eros avvelena le sue frecce.
Godono, ardenti, di una quiete propizia
ed incantano tutti anche nel sonno.

Pure nella beata dimora del bosco,
proprio qui, fra questi tetti quieti, ombrosi,
una rosa s'accende, ancora più bella.

Dormi, dolce bocciolo! Dormi tranquilla o dolce rosa!
Oh! se potesse la mia “Buona notte” accompagnarsi a un bacio,
sarei, allora, della notte il figlio più felice.

Da I capolavori della poesia romantica, Mondadori 1986 – Trad. Marco Scovazzi (con lievi aggiustamenti ritmici)

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