5.8.19

La morte di Savonarola (Dino Baldi)


Dalle Vite efferate di papi di Dino Baldi (Quodlibet 2015) recupero quello che nel libro è intitolato l'Ottavo Intermezzo, uno dei frammenti di storia ecclesiastica che l'autore ha posto tra la morte di papa e l'investitura di un altro. Codesti intermezzi, come del resto le vite, redatti alla maniera delle storie antiche, sono costruiti rigorosamente su fonti coeve o vicine nel tempo. I testi di riferimento sono, in questo caso, la Storia d'Italia del Guicciardini, i Vulnera diligentis di Benedetto Luschino, un domenicano che con il protagonista della storia visse a stretto contato, la Vita di Girolamo Savonarola di fra' Pacifico Burlamacchi, anche lui domenicano e priore a Viterbo e Lucca, la Vita di fra' Bartolomeo nelle Vite del Vasari. (S.L.L.)

Girolamo Savonarola nel ritratto di fra' Bartolomeo


Di come papa Alessandro scomunicò Savonarola dopo aver cercato inutilmente di farlo riconciliare con la Chiesa. Col resoconto del falò delle vanità nel quale si bruciarono le cose più belle di Firenze.

Quando Girolamo Savonarola cominciò a scagliare infamie contro il papa e contro tutta la curia per i costumi dissoluti e la vergogna della religione calpestata e offesa, e alimentò il fuoco delle prediche col vento di profezie terribili e spaventose, Alessandro Borgia lo invitò a Roma perché, gli scrisse, «ci aiuti a far meglio quello che piace a Dio, che tu conosci per grazia sua»; ma il priore di San Marco, vedendo l’inganno, replicò che non si sentiva bene e preferiva non viaggiare, e in cambio gli mandò il suo Compendio delle rivelazioni, dove il papa avrebbe potuto trovare i suoi migliori consigli per riformare la Chiesa. Alessandro accusò allora il frate di eresia e di false predizioni, poi gli proibì di parlare al popolo e di somministrare la comunione, e infine, a maggio del 1497, lo scomunicò. Sembra però che in segreto gli avesse proposto il cappello da cardinale, purché si astenesse dall’annunciare l’imminente rovina della Chiesa; ma anche questo fu inutile, perché Savonarola disse che l’unico cappello rosso che gli piaceva era quello del martirio. Il frate continuava a predicare, e nelle sue prediche diceva che la Chiesa era un mostro abominevole, e che la scomunica del papa non valeva niente, perché non si deve obbedire a un ordine dei superiori quando è contrario ai comandamenti di Dio.
All’inizio di febbraio del 1497 sulla piazza della Signoria venne innalzato un albero di carnevale, e tutto intorno furono ammassati moltissimi oggetti preziosi che i bambini e i ragazzi di Firenze avevano raccolto per tutta la città, esposti come in un museo della frivolezza umana. C’erano stoffe piene di figure senza veli, ritratti di donne per mano di artisti eccellenti, busti antichi in marmo e statue di uomini nudi, carte da gioco, dadi, scacchiere d’alabastro, libri di musica, arpe, liuti, clavicembali, cornette e ogni altro genere di strumento musicale. In un altro lato della pira erano esposte le vanità delle donne: ciuffi di capelli per estendere quelli naturali, ampolle e profumi, polvere di cipria, specchi e cappelliere; e poi opere di poeti latini e volgari, Morganti, libri di battaglie e canzonieri, un Petrarca miniato e decorato in oro che da solo valeva cinquanta scudi, Decameroni; e ancora maschere, livree, barbe e altri capricci per camuffarsi durante il carnevale. Fra’ Bartolomeo portò in piazza tutti i suoi disegni di nudo, e lo stesso fecero Lorenzo di Credi e molti altri pittori, tanto che il Vasari disse che quel pentimento collettivo fu un danno grandissimo per l’arte di Firenze. Un mercante veneziano, vedendo quel ben di Dio, si offrì di comprare tutto per ventimila scudi, e in quel modo si guadagnò l’onore di essere rappresentato al naturale in cima alla pira come principe delle vanità, accanto a una figura di Carnevale deforme e mostruosa.
Migliaia di persone presero la comunione per mano del frate davanti alla macchina da ardere, dopodiché fu dato fuoco alle fascine, mentre le campane del palazzo suonavano a distesa e ovunque si vedeva far festa e cantare il Te Deum Laudamus in onore di quella distruzione. Savonarola guardava tutto e ne godeva, e il giorno seguente in una sua predica fece molti complimenti al popolo di Firenze, per essersi finalmente lasciato alle spalle i beni materiali che rendono l’uomo la più spregevole fra le creature del Signore.

Di come Savonarola venne preso e condannato a morte.
Non passò molto tempo che i fiorentini, delusi di non vedere nessuna delle profezie del frate farsi vera, e preoccupati che il papa lanciasse l’anatema contro la loro città, con la scusa di una rivolta popolare assediarono Savonarola nel convento di San Marco, lo presero e lo rinchiusero nel bargello. Alessandro Borgia quando lo seppe ne fu molto contento, e tolse la scomunica a tutti quelli che avevano ascoltato le prediche del domenicano. Tuttavia non riuscì ad ottenere che lo consegnassero a lui, e dunque mandò da Roma due commissari papali, perché esaminassero le sue colpe e consigliassero i giusti provvedimenti.
Il frate prima fu interrogato, poi fu torturato ed ebbe tre tratti e mezzo di fune che gli slogarono le ossa. Non mostrò quasi mai la forza d’animo che diceva di avere a parole. Gli fu dato da scrivere, confessò, pianse, fu di nuovo interrogato e confermò quanto aveva scritto. Ammise che tutte le profezie con le quali spaventava il popolo e scandalizzava la Chiesa non gli erano state rivelate dal cielo, ma erano idee sue basate sullo studio delle sacre scritture. Aggiunse però che tutto quello che aveva fatto non era per un fine malvagio o perché desiderava qualche carica ecclesiastica, ma perché voleva che la Chiesa di Dio tornasse ad essere il più possibile pura e vicina a quella degli apostoli. Disse ancora che per lui questo valeva molto di più che diventare papa, perché per fare il bene occorrono dottrina e virtù e amore degli uomini, mentre per fare il papa bastano spesso i maneggi o la fortuna.
Gli inviati di Alessandro Borgia sentenziarono che Savonarola, insieme ai frati Domenico e Silvestro presi insieme a lui, erano da considerarsi eretici e scismatici, e li affidarono alle cure del braccio secolare. Non era infatti compito della Chiesa eseguire le sentenze, perché Ecclesia abhorret a sangune. Domenico sembrava meno colpevole degli altri, e c’era chi avrebbe voluto salvarlo; ma uno dei commissari tagliò corto dicendo che un frate in più o in meno importava poco, e che per non sbagliare era meglio condannarli tutti e tre.

Del modo in cui venne eseguita la sentenza.
Il 23 maggio del 1498, alla vigilia dell’Ascensione, i tre frati furono condotti in piazza della Signoria, dove sarebbero stati impiccati e poi bruciati. Per ordine di Alessandro vennero degradati, gli fu tolto ogni segno di tonsura e gli venne raschiato il pollice e l’indice che avevano toccato l’olio santo. Quindi un uomo del papa si fece avanti e disse: «Piace alla santità di Alessandro VI liberarvi dalle pene del purgatorio offrendovi la plenaria indulgenza dei vostri peccati e restituendovi alla prima innocenza. Accettate questa grazia?»; e loro, chinando il capo, dissero che accettavano.
Nella piazza era stato costruito un grande palco, riempito sotto e tutto intorno di legna da ardere, pece e polvere di bombarda. Mentre i condannati passavano, i bambini da sotto infilavano bastoncini appuntiti tra le assi per ferirgli i piedi, che erano nudi. Silvestro fu il primo a salire la scala che portava alla forca; non parlava, ma aveva le lacrime agli occhi. Gli fu messo il capestro e il collare di ferro con la catena legata al patibolo, e il carnefice dette la spinta; poi fu il turno di Domenico, e per ultimo di Girolamo. Il frate saliva e recitava il Credo, e quando arrivò in cima voltò la faccia verso la gran massa di fiorentini che fino a pochi mesi prima gli baciavano i piedi e si accalcavano pei ascoltare le sue prediche. Qualcuno gridò: «Savonarola, fallo adesso il miracolo!».
Subito dopo, erano le dieci del mattino, fu dato fuoco alla pira. Inizialmente si levò del vento che allontano le fiamme. Tra la folla si cominciò a gridare al miracolo, e in moltissimi scapparono spaventati dalla piazza. Poi il venni si calmò, il fuoco avvolse i corpi, tutti si tranquillizzarono e la piazza tornò piena. I bambini si divertivano a lanciare lassi a quel che restava dei cadaveri per tirarli giù e giocare un poco, ma erano troppo in alto e le fiamme ancora fitte. Quando l’incendio ebbe consumato tutto, le ceneri furono raccolte con cura e buttate in Arno dal Ponte Vecchio, perché non rimanesse nessuna reliquia da venerare.

Colonialismo italiano. Etiopia 1936, la cattura di ras Immirù (Vittorio Gorresio)

Vittorio Gorresio

Ho tratto il brano che segue dall'autobiografia di Vittorio Gorresio, giornalista e scrittore molto piemontese, che – acquistata per un euro in una bancarella, al mercato di Pian del Massiano – mi è sembrata, oltre che interessante, davvero bella, perché il racconto è sostenuto da una scrittura elegante e fluida, da una lucida ironia, da una nostalgia distaccata che non esclude momenti di controllata commozione, ma non scade mai nel patetismo. Quello che qui si racconta è un episodio dell'avventura coloniale dell'Italia fascista: il progetto italiano, mai del tutto realizzato nonostante la solenne proclamazione dell'Impero, di eliminare ogni focolaio di resistenza. (S.L.L.)


Ras Immirù
Toccò anche me, in un pomeriggio del dicembre 1936, recitare la parte del leone. Ero un giornalista, ma in qualità di corrispondente di guerra ero stato richiamato col mio grado militare, sicché fungevo a volta a volta da cronista o da ufficiale, a seconda dei casi e delle necessità. «Lei sarà animale da uova e da latte», mi aveva predetto a Roma Mario Missiroli che amava le battute, e infatti a Gimma fui aggregato a una sezione di artiglieria someggiata — due obici da montagna calibro 65/13 — di accompagnamento a una colonna di ascari che andava all’inseguimento di ras Immirù.
Ne sarei stato lo storico ma anche il comandante perché quella sezione era rimasta senza ufficiale da quando il mio predecessore era morto a Mai Ceu, a mezza strada fra l'Amba Aradam e il lago Ascianghi. Si era comportato da valoroso, la sua memoria continuava ad essere onorata. Io raccoglievo quindi un’eredità impegnativa, ed in quel pomeriggio di dicembre dovetti fissarmene bene in mente l’idea, se non volevo sfigurare davanti agli ascari, al battaglione, al ricordo del morto, ed a me stesso. Ci sono momenti che il coraggio, anche se obbligato, è il solo possibile rifugio.
Eravamo arrivati sulla sponda del fiume Ghisciò, e appena le pattuglie della nostra avanguardia ne ebbero iniziato cautamente il guado, ecco dall’altra parte cadere su di noi la grande pioggia delle pallottole. Come esigevano gli ascari rimasi in piedi dopo aver fatto disporre i pezzi in batteria: «Apra il fuoco, tenente», mi fu ordinato. Sparammo non ricordo quanti colpi contro la riva opposta del Ghisciò che era coperta da un canneto molto fitto. Nemici non ne vedevamo, e cessò quasi subito la grande pioggia delle pallottole contro di noi, sicché nemmeno ci fu bisogno che i graduati della sezione mi coricassero per terra. Come se fossimo ad una esercitazione continuammo a sparare fino a quando non scese il buio: «Cessate il fuoco», mi fu trasmesso. Il mio battesimo di guerra non era stato molto emozionante, e tanto meno rischioso. Piuttosto in vena di scetticismo, andai a rapporto dai superiori e rispettosamente domandai: «Signor colonnello, abbiamo vinto?». «È quello che sapremo domani, alla luce del giorno» rise lui.
L’indomani, sull’altra sponda del fiume non trovammo nessuno, né vivi né morti, né alcuna traccia di uomini che si fossero impegnati in combattimento. Doveva essere stata una retroguardia leggera al comando di un astuto degiasmacc a spararci addosso al nostro primo tentativo di guado, subito poi dileguandosi paga di averci ritardato la marcia. Immirù era difatti ormai lontano, e noi lo raggiungemmo solo dopo che si era già arreso ad un altro reparto.
Un ufficiale del genio, il tenente colonnello Giuseppe Minniti che con una squadretta di ascari stava stendendo linee telefoniche verso l’Ovest, il 15 dicembre si imbattè casualmente nella banda di Immirù bloccata sulla riva del Gogeb. Il fiume era in piena, impossibile il guado. Sopraggiunse Minniti con i suoi guerrieri, che tuttavia erano pochi e rischiavano di essere sopraffatti. Minniti era un calabrese furbo e coraggioso; giocò d’astuzia e gli andò bene: «Ci sei cascato» disse a Immirù. «Colonne italiane sono qui da tutte le parti. Sei accerchiato senza scampo. Ti consiglio di arrenderti.»
La banda di Immirù era ridotta malissimo. Di militare non aveva più nulla, scarse le munizioni per le poche armi ancora in efficienza, equipaggiamento in pessimo stato, riserve di viveri e medicinali esaurite. Erano forse ottocento uomini, con cinque mitragliatrici in tutto, e meno di un fucile per ciascuno. Rassegnati, li consegnarono, e poi Minniti mi raccontò che ilsuo problema quella sera era stato di collocare sentinelle di guardia ai mucchi di armi e al soverchiante numero di prigionieri. Dovette sentirsi l’emulo di quel favoloso maggiore Randaccio del quale si racconta che nella prima guerra mondiale, solo con sette uomini, riuscì a catturare un intero battaglione di honvéd ungheresi.
Ma gli abissini presi da Minniti non erano nemmeno più in grado di scappare. Nostri aeroplani avevano bombardato ad iprite certe zone di bosco dove gli uomini di Immirù si erano in quei giorni infrascati in cerca di salvezza. Ipritati, piagati, accecati, erano stati messi fuori combattimento e ormai si trascinavano senza più speranza. Gli abitanti dei luoghi, o per paura di noi italiani che stavamo avanzando, o per le tribali inimicizie sempre pronte a riaccendersi fra le diverse popolazioni dell’Etiopia, non parteggiavano per i ribelli, anzi facevano il deserto attorno a loro conducendo lontano il bestiame, portandosi via le provviste. Se qualche gruppo di fuggiaschi non abbastanza grosso per imporsi con la forza capitava isolato in un villaggio, poteva anche accadere che i locali ne facessero giustizia in nome del nostro menghestì, il grande governo italiano che stava dimostrando la sua potenza con i bombardamenti sulla zona. Certi piccoli capi villaggio facevano legare agli alberi gli sfortunati in rotta, ed era un pubblico divertimento prenderli a bersaglio con escrementi di vacca, fino a che non ne fossero tutti coperti.
Erano queste le storie che si raccontavano durante la nostra avanzata, e ce le confermavano gli incontri con disgraziati che apparivano digiuni da settimane. Gettavano le armi, se ne avevano ancora, e ci guardavano con occhi di animali braccati.
I nostri ascari si inferocivano, ed era difficile trattenerli; a lasciarli fare li avrebbero sterminati. Per gli eritrei che noi conducevamo alla conquista dell’Ovest, come per gli abitanti del luogo che si consideravano estranei alla causa di Immirù, non esistevano problemi umanitari. A concepire la guerra come un fatto di natura, chi vince vince e chi perde paga.
Giovane e ingenuo, io non ero insensibile alla sorte del nemico sconfitto. Una sera mi trovai a mensa con Immirù presso il villaggio di Bonga dove finalmente eravamo arrivati anche noi a dare man forte a Minniti. Persona civilissima e di gran dignità, il ras a tavola ci raccontò la sua storia. Aveva avuto l’ordine dal negus di continuare a resistere perché a Ginevra, allora sede della Società delle nazioni, le potenze europee si erano accordate contro l’Italia, e gli avrebbero fatto arrivare armi e denari. Fosse stata un’illusione o un inganno, comunque la fortuna gli si era volta contro. Ora Immirù accettava il suo destino: «Riconosco la forza del governo italiano», ci disse a mensa nel correttissimo francese imparato nella scuola di Saint Cyr dove aveva fatto i suoi studi militari. Io fungevo da interprete perché non tutti i nostri ufficiali capivano la lingua che parlava il prigioniero. «Riconoscete anche i benefici che il governo italiano può arrecare in Etiopia?» gli domandò il colonnello Malta comandante dei battaglioni che lo avevano inseguito. «In questo caso il viceré maresciallo Graziani potrebbe chiedere al duce un trattamento di particolare favore per voi.» Tradussi, ed Immirù rispose con una specie di cantilena che pareva avesse imparata a memoria: «Accetterò qualsiasi punizione. Rinuncio ad ogni idea ambiziosa contro l’Italia che è potentissima e che non ha più niente da temere da chi la ha combattuta con onore ».
Sotto il tendone della mensa di Bonga l’atmosfera era abbastanza cavalleresca e lo sconfitto Immirù, piccolino, minuto, il volto tondo incorniciato da capelli crespi e da una breve barba, lo sguardo quieto, non mancava di qualche regalità. Intanto aspettavamo gli ordini di Roma sulla sorte da riservare all’importante prigioniero e ai suoi seguaci sottomessi ed innocui. L’ordine fu di concedere a tutti salva la vita e di spedire Immirù in Italia, dove lo assegnarono al confino nell’isola di Ponza. Mussolini avrebbe molto gradito che egli si dichiarasse formalmente sottomesso, e perciò il direttore della colonia penale andò più volte a far visita al ras per estorcergli una conveniente dichiarazione. «Ma che giudizio dareste voi» sbottò un giorno Immirù «di un italiano che durante il Risorgimento avesse fatto atto di sottomissione all’Austria?» E quindi fu lasciato in pace nella casetta che gli avevano assegnato sulla riva del porticciuolo di Santa Maria fino alla mattina del 28 luglio 1943, quando arrivò un maresciallo dei carabinieri a sfrattarlo di furia perché la casetta serviva per alloggiarvi Mussolini appena deposto. La storia ha di queste ironie. Per quanto poco abbia potuto conoscerlo, sono sicuro che il malizioso Immirù non mancò in quel momento di apprezzare il significato del proprio fulmineo trasloco.

La vita ingenua, Rizzoli 1980

“limerick littorio” (Sergio Pasquandrea)

Roma, dicembre 2018. Assalto di Forza Nuova alla sede vuota dell'ANPI

Un ras di Forza Nuova a Torvajanica
aveva sempre un asso nella manica:
se menava qualcuno
era otto contro uno,
quel virile fascista a Torvajanica.

Dal blog di Sergio Pasquandrea “ruminazioni”, 18 giugno 2019

4.8.19

Altro compleanno. Una poesia di Vittorio Sereni



A fine luglio quando
da sotto le pergole di un bar di San Siro
tra cancellate e fornici si intravede
un qualche spicchio dello stadio assolato
quando trasecola il gran catino vuoto
a specchio del tempo sperperato e pare
che proprio lì venga a morire un anno
e non si sa che altro un altro anno prepari
passiamola questa soglia una volta di più
sol che regga a quei marosi di città il tuo cuore
e un'ardesia propaghi il colore dell'estate.

Da Stella variabile (1979) in Poesie e prose, Oscar Mondadori, 2013

Sciascia e Macaluso, le vite parallele (Rino Formica)



La sorgente è unica, il corso della vita è binario.
Sono due figli eletti del profondo Sud, nati negli anni venti in due province periferiche della Sicilia, terra di acuti e profondi conflitti sociali dove la gioventù può solo lavorare la terra, andare in miniera o fare gli studi più essenziali per vivere e per affrontare una precaria esistenza.
I figli dei contadini, degli operai e dei minatori, quando possono frequentano le scuole tecniche per salire un gradino nella rigida scala sociale; i figli della piccola borghesia impiegatizia e delle professioni marginali frequentano l’Istituto magistrale perché nella gerarchia sociale la cultura umanistica precede l’apprendistato tecnico.
La scuola è la comunità dove l’individuale si mescola con il collettivo e dove i ragazzi entrano in contatto per la prima volta con la complessa società vivente.
Ma nella formazione umana di Sciascia e di Macaluso non c’è solo la scuola, c’è l’universo delle zolfare.
“La miniera non uccideva solo con il grisù, ma anche con l’isolamento della brutalità di una esistenza trascorsa tra uomini che lavoravano come bestie”.
Gli anni trenta sono gli anni già difficili per la gioventù italiana: sono gli anni degli inganni imperiali e della nefasta preparazione della prospettiva di guerra totale.
Sciascia e Macaluso, nati con l’avvento del fascismo, appartengono a quella generazione che non conobbe la felicità e la spensieratezza dell’adolescenza e della giovinezza. La dittatura, la doppia guerra, la liberazione e la repubblica anticiparono la maturazione di una generazione: fu generazione primizia chiamata a straordinarie assunzioni di responsabilità, con un passato vero da non poter utilizzare e con un futuro incerto da costruire.
Nella generazione degli anni venti il desiderio di capire si confondeva con la necessità di agire. Le divergenze nacquero dopo la fase della lotta clandestina. Durante il periodo fascista la rete cospirativa del partito comunista era forte e suggestiva. L’operaio Calogero Boccadutri per Sciascia e per Macaluso fu simbolo di purezza e sicurezza rivoluzionaria. Sciascia nel Pci vide una stella, Macaluso, invece, vide nel partito organizzato e disciplinato una grande famiglia politica più salda della stessa famiglia naturale.
Qui si scorge la vera dissomiglianza tra Sciascia che vota comunista e si rifiuta di aderire al Pci, e Macaluso che accetta il peso del partito per far vincere l’idea.
Con una ricerca al limite dell’ostinazione Macaluso in un agile libro (Leonardo Sciascia e i comunisti, ed. Feltrinelli), passa in rassegna l’opera letteraria dello scrittore siciliano ed estrae dai suoi scritti le molte coerenze di fondo e le veniali incongruenze (contraddisse e si contraddì).
Macaluso nel sottolineare la coerente passione politica e civile che costituisce l’anima della produzione di Sciascia, garbatamente apre il capitolo del dissenso occasionale ed operativo con il Compagno di una vita sempre in sintonia sui temi della giustizia e della ricerca della verità.
Il primo dissenso vero è sull’operazione Milazzo. Nel 1958 è pubblicato il Gattopardo e Sciascia riprende il pensiero del Principe di Salina e stronca il governo di Milazzo (opera che porta il segno della direzione politica di Macaluso nel Pci) con un lapidario giudizio: “ è il governo del cambiare tutto per non cambiare niente, è stato una sorta di consustanziazione politica”.
Macaluso nel libro riprende il tema: fa una analisi della situazione sociale e politica della Sicilia, sottolinea il significato di rottura e di movimento che ebbe la dirompente iniziativa del Pci nel dividere la Dc e nell’ allearsi con il MSI; e così conclude: “Sciascia voleva un Pci di combattimento sempre all’opposizione. Sciascia era uno scrittore con una forte passione civile, le sue intuizioni, i suoi giudizi, le sue critiche, mi hanno coinvolto anche emotivamente perché avevano motivazioni alte e a volte il tempo gli ha dato ragione. Ma una forza politica come il Pci, quale comportamento avrebbe dovuto assumere verso posizioni con un elevato impatto anche sull’opinione pubblica di sinistra? E’ stato proprio questo il nodo non risolto nei rapporti con Sciascia”.
Ma è nel 1975 che avviene la svolta politica di Sciascia con il Pci quando si candida a Palermo al Consiglio Comunale. Egli è travolto da una grande illusione: battere la Dc ed ogni compromesso con il Pci. Sciascia non si accorge che è vittima di un inganno, forse, preparato da Occhetto e non contrastato da Berlinguer per liquidare il vecchio gruppo dirigente del Pci siciliano.
Sciascia nel maggio del 1975 così motiva la sua partecipazione alle elezioni: “Bisogna essere intransigenti. Bisogna evitare assolutamente, nettamente, il gioco della doppia verità. Le cose non sono buone quando le facciamo noi e cattive quando le fanno gl altri. Sono o sempre cattive o sempre buone. E se noi facciamo cose cattive per arrivare alle buone, non solo non arriveremo mai, ma ci abitueremo a fare cattive cose e così resteranno. Di questa politica netta ha bisogno il Sud. E questo hanno capito i giovani che dirigono oggi il Pci in Sicilia”.
L’entusiasmo di Sciascia è infranto dalla più vasta e globale iniziativa post ’75 del Pci con le larghe intese negli enti locali dove la Dc è garante del Pci nell’area di Governo e nel potere locale.
A questo punto Macaluso si chiede: “Come faceva Sciascia a conciliare la sua posizione di sempre (il Pci all’opposizione e niente compromessi) con le larghe intese” che in Sicilia voleva dire anche la Dc di Lima?
Sciascia capì di aver commesso un fatale errore di credito e così si espresse nella intervista a Marcelle Padovani: “I miei rapporti col Pci sono stati assai complessi, quasi quanto quelli che intrattengo con la Sicilia. Di amore e odio, per semplificare. Nel 1974-75, mi sono avvicinato o, più esattamente, il Pci si è avvicinato a me; e questo accostamento mi ha indotto a credere che fosse diverso. Sono assai sensibile ai rapporti umani, ai contatti personali: certi giovani funzionari del Pci mi hanno dato l’impressione che il partito fosse mutato, o che era sul punto di farlo. L’esperienza del Consiglio Comunale è stata una totale delusione. Il partito non cambiava. E anzi, in un certo senso, peggiorava. Ho quindi commesso un errore di valutazione, ma si è trattato anche di un’esperienza liberatrice. Non nutro più, nei confronti del Pci, rispetto di sorta. Sono ancora affezionato a coloro che vi militano, ma ritengo che quel partito sia il più vecchio che ci sia: più vecchio ancora del Partito liberale”.
Il distacco definitivo tra Sciascia ed il Pci avviene con il caso Moro e con le elezioni politiche ed europee nel 1979 quando entra nelle liste radicali e vive all’interno di un movimento vasto contro il Potere, il Palazzo, la partitocrazia, la giustizia giusta e contro il Pci dove prevaleva l’obbedienza al Partito su la ricerca della verità.
Intorno al tema della mafia l’analisi di Sciascia è seducente e convincente.
Macaluso cita un articolo di Sciascia sul Corriere della Sera del 19 settembre 1982. È un testo da rileggere integralmente. Riporto la conclusione: “È qui il caso di chiarire che molto probabilmente gli uomini politici indicati generalmente come mafiosi – dall’Unità ad oggi – non lo sono mai stati propriamente: l’hanno protetta e ne sono stati elettoralmente protetti, ne hanno agevolato gli affari e sono stati compartecipi dei profitti: che poi i loro successi, nelle fazioni interne di partito e nelle elezioni, e i loro profitti negli affari, comportassero violenze e omicidi, loro hanno finto di ignorare: così come il Sant’Uffizio ignorava la sorte degli eretici affidati al braccio secolare...”
La stessa validità politica della teoria del compromesso storico Sciascia la mette in connessione con la necessità per la Dc di liberarsi delle vecchie complicità. “Teoria che non ha fatto bene al Partito comunista, ma ne ha fatto alla Democrazia cristiana. Coloro che, nella Democrazia cristiana, alla realizzazione del compromesso aspiravano, hanno coinvolto tutto il partito nell’ansietà di farsi assolvere, dal rigoroso e quasi ascetico Partito comunista, dai tanti peccati commessi dal 1948 a oggi, il peccato di mafia incluso”.
Sul tema della giustizia, sul suo uso politico, sulle interferenze della politica sulla giustizia e su una giustizia “che assume un che di ieratico, di religioso, di imperscrutabile e con conseguenti punte di fanatismo, la convergenza di valutazioni e di critica tra Sciascia e Macaluso sfiora la organica identificazione.
È proprio dall’esplorazione di questo tema che si arriva a dare una risposta alla domanda che ci siamo posti quando abbiamo iniziato la lettura di questo prezioso libro: “Perché Macaluso sente il bisogno di scrivere su Sciascia ed i comunisti a 26 anni dalla morte di Sciascia e a 21 dalla fine del comunismo?” Perché Macaluso ha voluto dare il via alla stesura di una autobiografia della generazione che fu chiamata a fare l’Italia repubblicana. Fu la generazione più fortunata perchè la più coinvolta, ma fu anche la più infelice perché pagò sempre con la distruzione degli affetti la sua esposizione di prima linea.
La generazione nata durante il fascismo lascia irrisolte molte questioni che nel libro di Macaluso sono tenute in ombra, perché la educata e discreta formazione umana dell’autore lo impone. Sappiamo che l’irrisolto appartiene più alla serie dell’eterno mutevole che a quello del definitivo. Ancora oggi si ripresentano le eterne questioni che leggiamo nelle vite parallele di Sciascia e di Macaluso.
La politica è prosa o poesia? Il potere e la libertà sono compatibili? È componibile il conflitto tra democrazia organizzata (i partiti) e la democrazia fluida (i movimenti e l’anarco-individualismo?)
Intorno a queste domande ruota il rovello di Macaluso perché sa che il difficile non è porre la questione ma è quello di saper individuare dove è il punto di fusione delle contraddizioni.

Critica Sociale, 5 novembre 2010

Canfora: «Serve una vera socialdemocrazia, solo così la sinistra tornerà rivoluzionaria» (Daniela Preziosi)



«Non stanno governando per nulla. Un fallimento». Se al professore Luciano Canfora – filologo, storico, comunista «senza partito» – si chiede del governo, si riceve una risposta senza attenuanti. «La politica sociale di Di Maio è stato un bluff, conati rovinosi. I navigator, non ne parliamo. L’altro, il duro, ha promesso di rimpatriare 600mila persone, clandestini, e naturalmente non l’ha fatto; ha deciso di chiudere i porti come del resto voleva già Minniti; ha fatto un po’ di braccio di ferro per lo più perdendo, sia con l’ottima Rackete, sia nel caso della nave Diciotti, da ultimo con la Gregoretti. Nel frattempo, com’è giusto, tantissimi sbarcano su barchette di fortuna. Sul versante fiscale, che è un topos, per ora solo parole vane. Ne parlano, litigano e accantonano l’argomento. Così sulla giustizia, una sceneggiata».

Professore, non hanno combinato proprio niente?
Non è accaduto nulla. La conflittualità perenne, ostentata, è uno scenario elettorale per entrambi. Sanno che la legislatura non finirà finché non si matura la pensione per i parlamentari. Non è una malignità, è senso comune. I deputati dei 5 stelle non torneranno mai più, perché avranno un bruttissimo esito elettorale e anche perché stanno tentando di ridurre gli eletti. Fino a quel momento la legislatura durerà, quindi si preparano alla campagna elettorale subito successiva, dicendo di fare, al governo, ognuno dei due quello che ritiene utile in vista del voto. È un quadro realistico, non malizioso o ostile. Con danni per tutti noi che è inutile sottolineare.

Le sinistre hanno regalato voti ai 5 stelle ma anche alla Lega. Un travaso contro natura?
Non credo. Quanti disoccupati disperati weimariani votarono per il fuhrer piantando il partito comunista tedesco? Tantissimi. Piuttosto il vero travaso è stato di chi votava a sinistra e nel marzo del 18 ha votato 5 stelle. È stato l’errore strategico, colossale, di Napolitano, che è il vero padre dei 5 stelle, quando ha costretto Bersani per un anno e mezzo alla coabitazione con Berlusconi sotto l’egida Monti per le misure più impopolari del mondo, largamente non motivate e incomprensibili per le persone comuni. Quelli che votavano a sinistra, o che non votavano più sinistra perché disamorati, hanno creduto che i 5 stelle fossero la nuova sinistra. il sociologo De Masi, un uomo simpatico e acuto ma troppo ottimista, all’indomani del voto propose l’alleanza fra Pd e M5S per fare «la più grande socialdemocrazia d’Europa». Si illudeva. Il movimento è stato messo, dai capi, in mano ad un ultramoderato centrista come Di Maio. L’ipotesi, frustrata da Renzi con la sua consueta brutalità, naufragò subito.

Oggi il Pd, che non è più quello di Renzi, si tormenta sull’alleanza con i 5 stelle.
Il Pd non è più niente. È paralizzato. Purtroppo, perché ha tanta brava gente che spera in una riscossa. È amareggiante per tutti il fatto che l’Emilia Romagna si è messa accanto alle regioni leghiste sull’autonomia. Anche questo disgusta. Ma come può il Pd pensare di recuperare nel centro-sud con una proposta simile a quella di Zaia e di quello che voleva «la razza bianca» (Fontana, presidente del Veneto, ndr)?

Non esiste un’autonomia ‘sostenibile’?
Autonomia è una parola ridicola, fastidiosa nella sua bassezza demagogica. Due figure fra loro molto diverse alla Costituente, Togliatti e Croce, erano fra i più convinti negatori dell’opportunità di introdurre l’istituto regionale. C’è un discorso di Croce memorabile. E poi c’erano i federalisti hard, come il Partito d’azione. Le regioni furono una mediazione. Ma furono tenute ferme, entrarono in vigore solo nel 1970. Perché – ora lo sappiamo anche da documenti d’archivio declassificati – l’ambasciata americana ci diceva: non potete fare le regioni perché – con l’Emilia, la Toscana e l’Umbria rosse – se c’è la guerra il nemico sovietico ha la sua quinta colonna nel paese. Allora il Pci chiese di applicare la Costituzione. All’inizio non fu entusiasmante, ma nel 1975 fu un trionfo. Poi però le regioni sono diventate carrozzoni inquietanti. Ora aggiungiamo l’autonomia? È quello che chiedeva Bossi, la macroregione Ticino che si sarebbe unita alla Baviera. Bossi riteneva che il principale criminale della storia d’Italia fosse Garibaldi. È inaccettabile.

Il sociologo De Rita dice però che il pericolo democratico per il paese non è Salvini ma i 5S.
Ma no, i 5 stelle sono bloccati dai loro dissensi interni, fanno sciocchezze anche penose perché peccano di incompetenza. Invece Salvini ha un disegno chiaro: una vera forza di destra aggressiva che si mangia tutte le destre esistenti, con la Meloni nei panno del tamburino sardo.

I 5 stelle non hanno il disegno di smontare il parlamento?
Ma la loro caratteristica è la difformità di propositi all’interno, celata dall’autoritarismo dei due signori che detengono la piattaforma Rousseau e di lì formano la «volontà del popolo». Questo è l’elemento oscuro e inquietante di quel partito. Ma dentro c’è gente dabbene, come il presidente Fico, che cerca di dire cose di buonsenso. Ma viene imbavagliato.

Esploderanno?
È probabile. Ma certo se dall’altra parte, ogni volta che c’è un Franceschini che dice che i 5 stelle potrebbero essere i interlocutori, la banda renziana strepita e ricatta, tutto resta fermo.

Professore, lei, un comunista ormai deve gioire per le posizioni di un democristiano?
Quando Franceschini fece il segretario del Pd fu l’unico che giurò sulla Costituzione. Ha ascendenze partigiane. Sono cose che lasciano effetti nelle vite. Non gli sto facendo un monumento ma hic Rhodus hic salta. Se uno vuole fare politica e non l’eremita, deve scegliere fra ciò che c’è, anche se non sempre è l’optimum.

La sinistra radicale è eremita?
Respingo la definizione buffissima di sinistra radicale. Fa pensare alle guardie rosse del 1919 a Berlino: si spara, la rivoluzione fallisce, Rosa (Luxemburg, ndr) viene massacrata. Ma dal 1946 in Italia c’è una sana socialdemocrazia. Il Pci lo è stato a lungo e con successo. Ora il Pd ha abbandonato quella tradizione. Se gli avanzi della sinistra, che non vogliono stare in quel calderone assurdo che è il Pd, avessero senso politico, dovrebbero riproporre le parole d’ordine fortissime della vera socialdemocrazia: giustizia sociale, restituire ai sindacati la loro funzione, contrattazione nazionale e non la frantumazione che piace a Confindustria. Sarebbero definiti radicali ma farebbero quello che faceva Willy Brandt.

Invece sembrano condannati all’estinzione?
Perché il Pd non ne vuole sentire parlare e questi, pur simpatici, hanno ritegno a usare quel termine socialdemocrazia, che invece io uso con tanto rispetto. Perché da noi è legato a Saragat, al tradimento, a Palazzo Barberini. Ricordo sempre che il partito di cui Lenin fu il capo si chiamava partito socialdemocratico russo. E quello di cui Engels fu padre nobile era la socialdemocrazia tedesca. È inutile avere paura delle parole per colpa di Saragat, Tanassi e Cariglia.

Gli ex comunisti dovrebbero dichiararsi socialdemocratici per tornare rivoluzionari?
Sì, oggi avrebbe quest’effetto e sarebbe una parola unificante, se la sinistra avesse il coraggio di fare politica, di darsi un obiettivo, di spiegarlo chiaro e tondo, non reagire al seguito della cronaca, commentare i fatti magari con gesti nobili. Se il cittadino comune interessato alla politica, una minoranza, si chiede ‘ma quelli che vogliono‘, non saprebbe dare una risposta.

Per De Rita l’Italia ha perso la spinta vitale.
Bergson parlava di slancio vitale, mi meraviglia che un sociologo serio usi questo termine impreciso. Il nostro paese ha vissuto fasi di grande slancio collettivo, nel dopoguerra, poi contro il terrorismo nero eversivo in risposta all’autunno caldo. Ora la situazione è resa molto più difficile – e con questo tocco un altro tema tabù – dal fatto che molte decisioni fondamentali trascendono i governi nazionali. Oggi l’antagonista è irraggiungibile e onnipotente, salvo farti fare la fine di Tsipras, luglio 2015. Dire che manca lo slancio fa sorridere. La lotta è impari.

C’è dell’euroscetticismo in lei? Non è preferibile avere un’Europa forte fra la Russia di Putin e gli Usa di Trump?
Sono sempre stato un internazionalista. E non è che se uno non è europeista è un sovranista. Una persona non sospettabile di estremismo come Sergio Romano dice: finché siamo nella Nato, la politica estera e militare europea la fanno gli Usa. Abbiamo sempre obbedito a tutti gli ordini che venivano di là. Ora speriamo che la crisi crescente sullo scacchiere internazionale non ci travolga al carro della politica aggressiva dissennata degli Stati uniti.

Il manifesto, 2 agosto 2019

“La periferia incollata alla pelle”. In morte dello scrittore cileno Pedro Lemebel, la «loca» (Francesca Lazzarato)



Vestito di bianco, seduto su una sedia a rotelle e con la testa avvolta in una delle sue femminilissime sciarpe, qualche settimana fa Pedro Lemebel ha fatto una sorpresa a quanti si erano dati appuntamento per rendere omaggio alla sua vita e alla sua opera con un collage di letture e teatro intitolato «Noche Macuca». Commosso e ormai silenzioso per via del cancro alla laringe che dopo quattro anni di ininterrotta battaglia gli aveva rubato la voce, Lemebel ha potuto così congedarsi dai suoi lettori e dalla folla di quanti lo amavano: giusto in tempo, perché colui che viene oggi riconosciuto come uno degli scrittori più significativi del panorama culturale cileno è morto lo scorso venerdì nella clinica dov’era ricoverato da mesi, e sabato è stato accompagnato al Cimitero Metropolitano di Santiago da un corteo in cui non mancavano, come sarebbe piaciuto a lui, musica, canzoni, bandiere rosse, lustrini e petali di fiori spontaneamente sparsi dalle pergoleras, le fioraie della Recoleta.
Del corteo faceva parte anche Claudia Barattini, attuale ministro della cultura, che dello scrittore era amica sin da quando Lemebel collaborava a Radio Tierra, una piccola radio femminista fondata nel 1991. E anche Michelle Bachelet, presidente della Repubblica, ha salutato un artista «coerente fino al suo ultimo giorno», la cui voce «non ha mai smesso di rappresentare i dimenticati, i molti che si sentono orfani in un paese che non li rappresenta né li accoglie». Simili omaggi, Pedro Lemebel non li avrebbe certo immaginati quando era un bambino poverissimo, nato – come ricorda il poeta argentino Fernando Noy, suo grande amico – «nel fango», ai bordi dello Zanjón de la Aguada, il canale che attraversa Santiago, e cresciuto nei quartieri più miseri e violenti della città, dove la sua omosessualità lo rendeva bersaglio di feroci prese in giro e frequenti pestaggi.
Capace di conquistarsi una laurea in «arti plastiche» nonostante fosse destinato a diventare un operaio, e rapidamente cacciato – per via del suo aspetto femmineo che non esitava a sottolineare con il trucco e gli abiti – dalle scuole in cui aveva cominciato a insegnare, Lemebel si è rivelato, verso la fine degli anni ’80, come un artista visuale di considerevole potenza: insieme a Francisco Casas, con il quale aveva fondato il collettivo Las Yeguas del Apocalipsis, e mentre la dittatura di Pinochet ancora dominava il paese, percorreva Santiago per dare vita a performances audacissime contro la violazione dei diritti umani e la cultura ufficiale, evocando apertamente i desaparecidos e le infamie del regime, ma presenziando anche alle manifestazioni della sinistra, per rivendicare la propria differenza e il diritto a viverla pienamente e fuori da ogni ipocrisia (celebre è rimasto il suo l’intervento, nel 1986, a uno dei primi convegni del partito comunista, quando apparve con i tacchi alti e coperto di lustrini, una falce e martello dipinta sul viso, per leggere una lunga poesia-manifesto, Hablo por mi diferencia).
Documentate da video e foto, quelle memorabili «azioni» – che a partire dal 1997, sciolto il collettivo, Lemebel ha proseguito da solo finché la malattia glielo ha permesso – di recente sono state oggetto di una giusta rivalutazione e oggetto di grandi mostre a Città del Messico, Madrid, Lima e San Paolo, il cui curatore Gerardo Mosquera sottolinea: «Sono opere forti, creative, che in quel momento erano davvero necessarie».
Opere intensamente politiche, soprattutto, perché come ha ricordato Carlos Monsiváis nel presentare Lemebel alla Fiera del libro di Guadalajara, nel 2001, tutta la sua attività di scrittore e di artista è così strettamente intrecciata alla militanza da esserne indistinguibile.
A dimostrarlo c’è, in particolare, la sua opera letteraria (apprezzatissima da Roberto Bolaño, che cercò di diffonderla in Europa, e in parte ci riuscì): un incantevole romanzo, Ho paura torero (Marcos y Marcos, 2004), e soprattutto le otto raccolte di crónicas uscite tra il 1995 e il 2013, dopo un esordio favorito da scrittrici come Diamela Eltit e Pia Barros, e che restano praticamente ignote in Italia, a parte la breve antologia pubblicata nel 2009 da Marcos y Marcos con il titolo Baciami ancora, forestiero. La scelta di una forma come la crónica, oggi esageratamente di moda in America Latina e spesso adoperata in modo maldestro, non deve però trarre in inganno: Lemebel è molto più scrittore che giornalista, ci restituisce la realtà urbana della Santiago più desolata e periferica (quella degli emarginati, della locas ammalate di Aids, dei travestiti, dei sottoproletari) attraverso una reinvenzione costante, uno sguardo autobiografico e una splendida prosa neobarocca, caustica e violentemente risentita quanto immaginosa e poetica, piena di invenzioni linguistiche e di localismi suggestivi, che la rendono «più vera del vero», ben diversa da quella che oggi filtra compostamente da crónicas impeccabili e oggettive, ma «di design» (la definizione è dello stesso Lemebel), senza sangue né corpo. Perché sta nel corpo, non ci sono dubbi, la forza di Lemebel: in un corpo travestito, dipinto, ornato, sofferente, pieno di cicatrici, traboccante di dolori e di passioni.
Un corpo esibito come messaggio di rivolta, come il veicolo della rabbia senza riguardi e senza peli sulla lingua di qualcuno che aveva «la periferia incollata alla pelle», che non si inchinava a nessuno e che non era mai stato addomesticabile, nonostante i media avessero tentato in tutti i modi di trasformarlo in un personaggio fokloristico, nel «gay di corte», in una sorta di buffone alla moda. Ma, diceva Lemebel, la società borghese non sarebbe mai riuscita a cooptarlo tramite «la miserabile elemosina dei diritti civili»: la sua scelta era quella di essere «così rossa, così frocia, così piena di risentimento da collocarmi in un territorio arcaico dove non possano raggiungermi con la loro beneficenza ortopedica di uguaglianza sociale».
Il suo Cile periferico e dolente, marginale ed escluso, ha risposto a tutto questo con travolgente amore: non per niente Lemebel era uno dei pochi scrittori al mondo che non potevano camminare per strada senza essere fermati e abbracciati non dai molti intellettuali, di cui pure aveva contribuito a mutare il punto di vista sulle cose e sul mondo (e ai quali aveva dato più di una lezione, rifiutandosi di rinunciare alla memoria e di adattarsi all’ipocrisa della concertación), ma dalla gente come lui, nata «nel fango».

il manifesto, 27 gennaio 2015



3.8.19

Beati i normali. Una poesia Roberto Fernández Retamar (L'Avana, 1930 – 2019)



Beati i normali, quegli esseri strani,
Quelli che non hanno avuto una madre pazza, un padre ubriaco, un figlio delinquente,
Una casa da nessuna parte, una malattia sconosciuta,
Quelli che non sono stati ridotti in cenere da un amore devastante,
Quelli che hanno vissuto le diciassette facce del sorriso e qualcuna di più,
Quelli pieni di scarpe, gli arcangeli col sombrero,
I soddisfatti, i sazi, i belli,
I rintintin e i loro seguaci, quelli che “come no” “per di qua”,
Quelli che vincono, quelli che sono amati fino in fondo,
I flautisti seguiti da topi,
I venditori e i loro clienti,
I cavalieri leggermente sovrumani,
Gli uomini vestiti di tuoni e le donne vestite di lampi,
I delicati, i sensibili, i raffinati,
Gli amabili, i dolci, i commestibili e i potabili.
Beati gli uccelli, il letame, le pietre.

E però lascino spazio a coloro che creano i mondi e i sogni,
Illusioni, sinfonie, parole che ci demoliscono
E ci costruiscono, quelli più pazzi delle loro madri, più ubriachi
Dei loro padri e più delinquenti dei loro figli
E quelli ancora devastati da amori che inceneriscono.
Che li lascino al loro posto, all'inferno, e basta.

---

Felices los normales
Felices los normales, esos seres extraños,
Los que no tuvieron una madre loca, un padre borracho, un hijo delincuente,
Una casa en ninguna parte, una enfermedad desconocida,
Los que no han sido calcinados por un amor devorante,
Los que vivieron los diecisiete rostros de la sonrisa y un poco más,
Los llenos de zapatos, los arcángeles con sombreros,
Los satisfechos, los gordos, los lindos,
Los rintintín y sus secuaces, los que cómo no, por aquí,
Los que ganan, los que son queridos hasta la empuñadura,
Los flautistas acompañados por ratones,
Los vendedores y sus compradores,
Los caballeros ligeramente sobrehumanos,
Los hombres vestidos de truenos y las mujeres de relámpagos,
Los delicados, los sensatos, los finos,
Los amables, los dulces, los comestibles y los bebestibles.
Felices las aves, el estiércol, las piedras.

Pero que den paso a los que hacen los mundos y los sueños,
Las ilusiones, las sinfonías, las palabras que nos desbaratan
Y nos construyen, los más locos que sus madres, los más borrachos
Que sus padres y más delincuentes que sus hijos
Y más devorados por amores calcinantes.
Que les dejen su sitio en el infierno, y basta.

Dal sito A  MEDIA VOZ - Traduzione di Salvatore Lo Leggio 




1.8.19

La spiaggia di Lignano. Una poesia di Cesare Genovese



La spiaggia di Lignano
libera s’apre al vento
che fa l’aria pulita
di limpido cristallo
ed il colore vivido
predominante: il giallo
subisce un momentaneo
tipico adattamento.

È sventolio improvviso
trepido di bandiere,
tumultuoso garrire,
fiammeggiare alternante
ed un lieto innalzarsi
degli aquiloni e tante
vele che in mare s’aprono
sollecite e leggere.

Che vadano le vele
nell’ampie lontananze
e ritorno felice
più loro non si accordi
e portino con esse
i pensieri e i ricordi
perché non mi tormentino
nostalgie né speranze.

Le ragazze ravviano
le ciocche dei capelli
con gesti misurati,
discoprendo la faccia;
al vento di Lignano
pare che il gioco piaccia:
s'eclissa, si rivela
con lenti mulinelli.

Di Micene, del tempo e d'altre cose, Cultura Duemila Editrice, 1991

Grazie a tutti quelli. Una poesia di Maram al-Masri (Lattaria, Siria, 1962)



Grazie a tutti quelli
che mi hanno amato
e a tutti quelli che mi hanno detestato
a quelli che mi hanno abbandonato
e a quelli che ho abbandonato

Ogni volta mi hanno ridato fuoco
e riacceso in me il desiderio

Ci sono quelli che ho dimenticato
e quelli che non dimenticherò mai

Non mi hanno impedito
d’avventurarmi
ogni volta
ad amare di nuovo.

In Non ho peccato abbastanza. Antologia di poetesse arabe contemporanee, Mondadori, 2007

Perugia. L'assessore, i templari e le mezze calzette (Salvatore Lo Leggio - “micropolis”, luglio 2019)



I modi di Leonardo Varasano, presidente del Consiglio Comunale di Perugia tra il 2014 e le elezioni del Consiglio Comunale nel maggio scorso, ora assessore alla Pubblica Istruzione possono apparire fuori moda. Presenzialista come dev'essere chi è investito di funzioni di rappresentanza, non mostra tuttavia l'insolenza che oggi tanti politicanti ostentano e si presenta, anche visivamente, in punta di piedi, con un tono educato e un sorriso che appare sincero, in questo simile al sindaco Romizi di cui si proclama estimatore.
Allievo di Campi, l'ideologo di destra che è tuttora influente accademico e ispiratore di molte scelte della ricca Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia, Varasano si è dedicato con passione alla storiografia, pubblicando, dopo lunghe ricerche, un libro sull'Umbria in camicia nera; in esso, con il supporto di una documentazione scelta e utilizzata con unilateralità, il ventennio in Umbria e nel capoluogo appare una modernizzazione e un positivo ampliamento dei gruppi dirigenti, al fuori dalla cerchia delle vecchie famiglie. La simpateticità con quel mondo è forte al punto che Varasano con gli occhi lucidi a un convegno ricordava di occupare, da presidente del Consiglio Comunale, la scrivania di non so quale gerarca. Orgoglioso dell'eredità fascista, egli non ne fa tuttavia proprio il becerismo oggi di moda e non appare settario: spesso partecipa con cortesia e spirito dialogante a iniziative che ricordano figure e opere della sinistra cittadina.
Rieletto consigliere a maggio, Varasano ha vinto la contesa per la poltrona di assessore alla cultura, succedendo a Teresa Severini che gli consegna come lascito principale della sua gestione, peraltro piuttosto oneroso, la sagra pseudoculturale - in realtà strapaesana - di “1416”. L'intervista che ha rilasciato per il suo insediamento a Maurizio Treccoli conferma l'immagine a cui è affezionato: un bravo ragazzo di formazione storica, che tiene fede agli insegnamenti familiari, un po' tradizionalista, ma disponibile a proposte innovatrici: “Ascolterò molto, mi lascerò consigliare, rispetto a quello che può rappresentare una novità per me... E lo farò con grande piacere”. Quando gli chiedono se Palazzo Penna potrà tornare ad essere un laboratorio sulla contemporaneità dice sì, se lo interrogano su “1416” dice che tutto va bene (ma sui finanziamenti non s'impegna). Di Umbria Jazz, del Festival del Giornalismo e di Eurochocolat dice che procurano lustro e pubblico. Accenna anche a un quinto evento da aggiungere ai quattro in programma, importante per la città. Alla domanda “quale?” non risponde, come forse qualcuno si aspetta e lui in cuor suo vorrebbe, “la rievocazione della marcia su Roma che da Perugia partì”, ma “ci sto pensando... dia un occhio a quello che fanno i francesi sul percorso dei Templari…”.
Non è un male, in verità, che la Chiesa di San Bevignate, legata all'Ordine dei Templari (quelli veri), di recente restaurata e riconsegnata alla città, la cui area è scampata a uno sciagurato progetto di cementificazione universitaria, abbia una sua valorizzazione culturale e turistica. Ma leggendo delle pensate di Varasano torna in mente subito l'invito all'attenzione di Umberto Eco: «Quando uno tira in ballo i Templari è quasi sempre un matto».
Già nel suo Il Pendolo di Foucault, sul finire degli anni 80 del Novecento Eco aveva satireggiato l'insieme di profacole, mistificazioni, intrighi immaginari, magarìe settarie, trasmutazioni alchemiche e consimili baggianate di cui si nutre l'immaginario del “templarismo” dopo lo scioglimento papale (Clemente V, 1312) dell'ordine “monastico-militare”. In una “bustina” dei primi anni Duemila egli ne racconta così la storia: “ Fate nascere un ordine monastico-cavalleresco, fatelo diventare straordinariamente potente sia militarmente che economicamente. Trovate un re che voglia sbarazzarsi di quello che è ormai diventato uno Stato nello Stato. Individuate gli inquisitori adatti, che sappiano raccogliere voci sparse e comporle in un mosaico terribile: un complotto, crimini immondi, innominabili eresie, corruzione e una buona dose di omosessualità. Arrestate e torturate i sospetti. Chi ammette e si pente avrà salva la vita, chi si dichiara innocente finirà sul patibolo. I primi a legittimare la costruzione inquisitoriale saranno le vittime, specie se innocenti. Infine, incamerate gli immensi beni dell'Ordine. Questo fondamentalmente ci insegna il processo intentato ai cavalieri Templari da Filippo il Bello”.
Dopo venne soprattutto la leggenda, quella che è al centro di tanti libri tra cui il fortunatissimo Codice da Vinci di Dan Brown. Eco commenta : “Nel 90 per cento dei casi (mi correggo, 99) si tratta di bufale, perché nessun argomento ha mai maggiormente ispirato le mezze calzette di tutti i tempi e di tutti i paesi quanto la vicenda templare. E via con la continua rinascita dei Templari, con la loro costante presenza dietro le quinte della Storia, tra sette gnostiche, confraternite sataniche, spiritisti, ordini pitagorici, rosacrociani, illuminati massoni e Priorato di Sion”.
Ma Varasano non sembra preoccuparsi e vuole rincorrere le mode, che invitano a cercare a Perugia i legami segreti tra templari occulti e altre sette, magari in Corso Garibaldi. Forse lo ispira il mix reazionario tra misticismo, tradizionalismo e militarismo che anima codesti culti medievaleggianti, forse vuole piacere a un pezzo di massoneria.
D'altra parte – lo ha ottimamente documentato Giorgio Galli – c'è nei movimenti novecenteschi d'estrema destra, centrale nel nazismo, importante anche nei fascisti alla Julius Evola, un richiamo al templarismo. Membro dei Cavalieri Templari si dichiarò peraltro Anders Behring Breivik, il nazionalista di estrema destra che il 22 luglio 2011 uccise 77 persone nel più grave massacro che abbia colpito la Norvegia dopo la II guerra mondiale.
Varasano, lasci perdere, non insista in questa follia. Se non vuol ascoltare Umberto Eco, ascolti uno storico dichiaratamente di destra, ma di grande dottrina, acume e buon senso come Franco Cardini che così definisce “quel tipo di tendenza paraculturale che ordinariamente viene definita templarismo” : “Tutto il blaterare di segreti, di tesori, di mappe, di cappelle di Rosslyn e di Rennes-le-Château nasce da lì, da quei grotteschi grumi d’ignoranza che Eco ha satireggiato... Si tratta di storielle contorte, noiose e prive di valore, delle quali ormai da anni è stata dimostrata l’inconsistenza ma che tuttavia continueranno ancora a lungo a prosperare e a circolare perché la madre degli imbecilli è sempre gravida”.

Le tegole dei colli... Una poesia di Iosif Brodskij dalle “Elegie Romane”



Le tegole dei colli che il mezzogiorno estivo infuoca. E sopra
nuvole che paiono angeli per via dell’ombra fugace.
Così il selciato libertino scopre lo slip azzurro
della mia amica dalle lunghe gambe.
Io, cantore d'inezie, linee rotte, assurdità,
nel grembo della città eterna mi nascondo
dall’astro che ha imposto ai cesari la loro cecità
(raggi che basterebbero per un secondo universo).
Piazza gialla; stordimento meridiano.
Il padrone di una Vespa tormenta la frizione.
Stringendomi la mano contro il petto, conto
della vita vissuta le monete di resto.
E come un libro, aperto ad ogni pagina, che si legge
d’un fiato, il lauro fruscia su una balaustrata riarsa.
Il Colosseo è come il teschio di Argo;
nelle sue occhiaie vuote nuotano
le nuvole, ricordo dell’antico gregge.

In Poesie italiane, Adelphi, 1996

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