5.9.19

La luce di Dante. Una mostra in Abruzzo nel 1993 (Mario Novi)


Federico Zuccari, Giudizio Universale  (part.) - Firenze, S.Maria del Fiore

Torre dei Passeri - Questa volta la Casa di Dante in Abruzzo, che ormai da molti anni dedica mostre al rapporto fra artisti e Dante nelle sale del suggestivo castello di Torre de' Passeri (memorabili quelle di Fussli, di Blake, di Botticelli, di Raffaello per non restare che a pochi esempi), ha scelto un artista non molto noto al di fuori della ristretta cerchia degli specialisti. Si tratta di Federico Zuccari (Sant'Angelo in Vado 1540-41 - Ancona 1609), pittore, architetto, trattatista, scrittore d'arte ed estroso fratello di Taddeo (1529-1566), di cui è allievo e col quale molte volte lavora. Il rapporto tra i due è segnato, da parte del più giovane Federico, che sogna di rendersi autonomo, da un misto di impertinenza e di devozione.
Siamo in epoca di tardo manierismo, termine che Corrado Gizzi, ideatore e infaticabile curatore delle esposizioni di Torre de' Passeri, sottilmente considera un "interludio platonico", tra razionalità e fantasia, tra bellezza naturale e bellezza immaginata (era stato proprio Michelangelo a parlare di "disegno interno", di "forma spirituale"); e Federico, nel libro Idea de' pittori, scultori e architetti che pubblica a Torino l'anno 1607, tratterà appunto di "disegno interno" e "disegno esterno". Federico Zuccari è un inquieto, un assetato di sapere, un viaggiatore: visita città e soggiorna nelle corti di mezza Europa, scrive, prende appunti, esperimenta, disegna. Tra le sue opere più note: Il Barbarossa prostrato davanti al papa (Venezia, Palazzo Ducale), Adorazione dei Magi e Adorazione dei pastori (Spagna, Escorial), Flagellazione di Cristo (Roma, Santa Lucia del Gonfalone). A Firenze, Federico Zuccari completa il Giudizio Universale, iniziato dal Vasari per l'intradosso della cupola della cattedrale di Santa Maria del Fiore (1575-1579). Ed è forse qui, e in questi anni, che gli viene l'idea di Dante.

Le parti del poema
Il poeta diventerà per Federico una specie di emblema: non tanto nel senso di una figura che simboleggia qualche cosa, quanto invece nell'accezione etimologica, dal greco "emballo" (getto dentro). Dante rimane infatti in Federico come un incastro da cui non si può distogliere, come un elemento di rivelazione. Ci ripensa alcuni anni dopo quando, durante un suo soggiorno in Spagna (1585-1588), realizza una serie di illustrazioni della Divina Commedia: ottantotto disegni che, rilegati in volume, vennero dopo varie vicende in possesso di Anna Luisa de' Medici che, nel 1738, li donò alla Galleria degli Uffizi alla quale appartengono; ed ora sono esposti per la prima volta nel nostro secolo: ecco la mostra. I disegni relativi alla prima cantica sono eseguiti con matita rossa e nera; quelli del Purgatorio, in gran parte con penna e bistro; quelli del Paradiso Terrestre e del Paradiso, con sola matita rossa. Ma non è solo la tecnica del mezzo a distinguere le parti del poema. Per ogni cantica, Federico cambia impostazione di spazi e di figure e, soprattutto, di luce. Cerca cioè di rappresentare ogni volta, come mi suggerisce lo studioso Claudio Strinati, una luce-utopia, una sorta di luce che, quando la incontri e la vedi, non è più nulla (e chi non si rammenta delle superbe acrobazie di Dante nel descriverla? O sviene o s'addormenta o non vede e ne è comunque e sempre misteriosamente abbagliato).
Nel riquadro delle illustrazioni Federico inserisce spesso, per iscritto, interi brani della Divina Commedia che, nella relazione tra spazio ed episodio, costituiscono un elemento forse di sottolinea, ma che non esce mai dalla perfezione del ritmo figurativo: lo scritto diventa grafica, diventa effigie. A volte spazi incombenti, oppressi da rupi, da caverne, animati da tratti, da penombre; a volte spazi liberi, astratti, cadenzati da inattese architetture. Se lo spazio, com'è da credersi, esprime in questi disegni il problema fra realtà e immaginazione di essa, le figure che vi sono inserite nel significato dell' episodio (nuvole, alberi, fuoco, piogge, fumo) diventano zigomi, sagome, arabeschi, nudità perfette ed esortanti, orride, anelanti, spirituali, corrotte: contraddizione dannata della vicenda quotidiana; un enigma che il segno stesso di Federico, sinuoso, raffaellesco, trasmette con insolito fervore. Egli infatti non illustra Dante per sé, a vantaggio della propria arte, ma legge Dante perché il poeta è entrato in lui: come d'altronde già si può avvertire nelle scene infernali della fascia più bassa della cupola del duomo di Firenze.

Contemporaneo in ogni epoca
Altre opere esposte a Torre de' Passeri costituiscono una sorta di prefazione ai disegni della Divina Commedia: tre dipinti sul tema della "Pietà" - uno di Taddeo, due di Federico - e, di quest' ultimo, un San Pietro liberato dal carcere da Raffaello. Ci sono poi, di Federico, alcuni disegni di vario soggetto e d'una limpidezza e invenzione veramente avvincenti. Basti rammentare Morte del primogenito (dove la luce s' insinua in una misteriosa penombra) e Donna con bambino in braccio inginocchiata all' altare (si noti il velo e il mirabile scorcio dell' infante).
"Federico svolse - come ha scritto Luigi Serra - un'attività anche più brillante di quella del fratello. Egli avviò le formule manieristiche alla luce dell'arte del Veronese e dei Bassano. Le sue composizioni hanno una salda e chiara architettura... rivelano inoltre brio decorativo, senso di misura, talvolta gusto della tavolozza". Ma questa rassegna, seguendo la tradizione, documenta la sua passione per Dante; e ne vien fuori un Federico ancora più profondo. È curioso notare come l'Alighieri riesca ad essere contemporaneo in ogni epoca. Se non sbaglio anche Mario Luzi, nel corso d'una recente intervista, ebbe a dire che Dante è il più grande poeta contemporaneo di oggi. In questo senso la congiunzione, che ogni volta a Torre de' Passeri unisce il nome dell'artista a quello del poeta, sembra quasi un celato e arguto ammonimento.

“la Repubblica”, 31 ottobre 1993

4.9.19

Storie USA. Bush senior, Michael Dukakis e le porte girevoli di Lee Atwater, detto Boogie Men.


Riprendo le notizie che seguono dalla recensione di Christian Rocca a un romanzo di Antonio Monda (“Tuttolibri”, 9 marzo 2019).
Lee Atwater, detto Boogie Man, cioè l’orco, fu per alcuni anni il più abile e temuto degli strateghi politici d’America. Fu lui a confezionare nel 1988 la vittoria di George Bush senior sul governatore del Massachusetts Michael Dukakis. Costui cominciò a perdere consensi e fiducia quando Atwater produsse uno spot intitolato «porte girevoli» con cui legava il nome del governatore al volto di un efferato criminale afroamericano, l’ergastolano Willie Horton che, durante un permesso premio ottenuto grazie a una norma del governatore Dukakis, aveva stuprato una ragazza.
Era un attacco violento, personale, ingiusto e dai toni razzisti, il vero marchio di fabbrica di Boogie Man, che con «porte girevoli» si era ripromesso di manipolare le coscienze degli americani fino a convincere gli elettori che Willie Horton fosse addirittura il candidato vicepresidente di Dukakis.
Bush fu eletto trionfalmente, ma ad Atwater venne poco dopo diagnosticato un tumore al cervello.
Aveva 39 anni, morirà a 40, nel 1991.

Una barzelletta al giorno (Ascanio Celestini)

Einaudi qualche mese fa ha pubblicato un libro dell'attore Ascanio Celestini dal titolo Barzellette: allegro, ma non troppo. Anche perché l'attore non ha escluso le barzellette razziste o sessiste più scorrette e urticanti, convinto che sia un bene portare a galla lo schifo che abbiamo dentro, e alleggerirlo con una risata. Le barzellette sono organizzate in una sorta di diario e corredate da una sorta di contestualizzazione. Posto qui le tre che “Tuttolibri” ha pubblicato come incoraggiamento all'acquisto del volume. (S.L.L.)


13 luglio 2016
Casa Internazionale delle Donne. Alla fine di una serata comincio a raccontare barzellette. È uno spettacolo serio. Fa ridere, ma è serio.
Mi occupo di letteratura orale. Le barzellette rappresentano l’unico (o quasi) frammento di quella letteratura che non è ancora scritto o che è passato solo marginalmente attraverso la scrittura. Solo per scherzo. Per qualche raccolta di Bramieri o per un libricino attribuito a Totti. O poco più.
Non vorrei che gli spettatori, e soprattutto le spettatrici, pensassero che scelgo le barzellette censurando quelle contro le donne. Sono molte e sarebbe strano se non ne raccontassi nemmeno una.

Ci sta una nave da crociera che naufraga. Sull’isola deserta si trovano Nicole Kidman e un marinaio.
Dopo alcune ore di preoccupazione si accorgono che il posto è accogliente. Il mare è pieno di pesci, la frutta è in abbondanza, il clima è ottimo e trovano più d’una sorgente d’acqua potabile. Non gli manca nulla.
Passa qualche giorno e l’attrice di Hollywood si rivolge all’altro sopravvissuto: «Caro, io sono ancora una donna giovane e bella. Tu sei l’unico uomo su quest’isola. A me non dispiacerebbe fare l’amore, se vuoi».
L’uomo accetta volentieri la proposta e fanno l’amore per più di un mese. Poi il marinaio prende coraggio e le dice: «Nicole posso chiederti se mi concedi di chiamarti Mario?»
La diva pensa che sia una specie di gioco di ruolo e accetta.
Lui sorride e aggiunge: «Potresti fare la voce da uomo? Insomma, rivolgerti a me come fossimo due vecchi amici che chiacchierano al bar o, meglio ancora, nello spogliatoio della palestra?»
Nicole pensa che il gioco diventa più trasgressivo, ma non ha niente in contrario e gli dice con voce virile: «Allora, vecchio mio, come va la vita?»
E il marinaio: «Uno schianto, vecchio mio, è un mese che mi scopo Nicole Kidman!».

Dicembre 2017
Teatro Secci di Terni. Questo spazio è dedicato a Sergio che il 2 agosto del 1980 stava andando a Bolzano. Amava il teatro. Alla stazione di Bologna scoppia la bomba e la sua vita si interrompe lì insieme a quella di altre 84 persone di passaggio. Davanti ai trecento spettatori che riempiono la sala porto in scena il mio spettacolo Pueblo. Al termine del monologo ricordo l’appuntamento per l’incontro del giorno successivo in biblioteca. Un ragazzo mi fa: «Stai scrivendo un libro di barzellette? Domani te ne racconto una». E il giorno dopo mi aspetta in Piazza della Repubblica.
Da un paese lontano partono un prete e una suora. Hanno l’udienza dal papa. Ma è l’anno del Giubileo e il santo padre ha mille impegni. Finalmente si libera e li accoglie. È simpatico e intelligente, un intellettuale, ma anche un sant’uomo. Quando i due si liberano è tardi per prendere il treno, così cercano un albergo nel quale andare a dormire. Trovano solo una stanza libera. Una stanza col letto matrimoniale. Il prete fa: – Sorella, io resto al bar. Dorma lei in albergo. Ci vediamo domattina per tornare al nostro paese –. Ma la suora: – Padre! Siamo due persone adulte. E in più abbiamo la nostra fede! Possiamo dormire nello stesso letto senza avere pensieri impuri –. E si mettono a letto insieme.
Durante la notte la suora fa: – Padre, ho freddo. Potrebbe riscaldarmi?
Il prete si alza, va a prendere una coperta nell’armadio e gliela mette addosso.
La suora però ripete: –Padre, forse lei non mi ha capito bene. Ho freddo. Potrebbe scaldarmi?
E di nuovo il prete si alza e prende una seconda coperta per la suora. Ma lei insiste: – Padre, probabilmente non mi sono spiegata. Ho freddo! Ho bisogno di calore! Potrebbe comportarsi con me come un marito si comporta con la moglie?
E il prete: – Devo fare proprio come il marito si comporta con la moglie?
Certo, – dice la suora.
E il prete: – Allora non rompermi le palle! La coperta sta nell’armadio, prenditela da sola.

Fine agosto 2018
Dovrei mandare il libro di barzellette all’editore. Lo sento al telefono e mi concede altre due settimane. Bene. Affitto un monolocale a Ostia. Gli scrittori veri fanno così. Si isolano e si concentrano sull’opera. Dalla finestra si vede il mare. Sotto c’è il panificio di via delle Zattere, poi il bar a Piazza Scipione l’Africano che apre prestissimo. Di fronte all’ex colonia marina Vittorio Emanuele III c’è una rampa di legno che scende sulla spiaggia libera. Uno che beve mi indica il pontile dei pescatori tagliato a metà da una mareggiata. Qualcuno ci ha messo una Venere.
Ci mettiamo a parlare e gli dico che sto scrivendo un libro. Gli dico anche l’argomento e lui si offre per raccontarmi qualche storiella.
Un gruppo di bambini africani immigrati in Italia viene portato a fare una giornata di mare a Ostia. Sono tutti piccoli e magri, ma uno è più miserello degli altri e si ferma accanto a un grasso bagnino che infila la forchetta in una cofana piena di bucatini. Il tipo gli fa: – Bambino, è tanto che non mangi?
E il piccoletto mostra un ditino. Uno solo.
Un’ora? – chiede il bagnino. Ma la creatura scuote la testa mostrando ancora il suo dito magro.
Un giorno? – dice titubante il mangiatore di bucatini. Il negretto ha le lacrime agli occhi, ma il suo dito è rimasto teso.
Una settimana? – azzarda il tipo. E il piccolo migrante muove la testa in alto e in basso per dire che si tratta proprio di una settimana di digiuno.
Il bagnino sorride paterno e lo accarezza sussurrando: – Allora ti puoi fare il bagno!

Poi mi guarda interrogativo. Dice che le barzellette sono un ascensore per l’inconscio. Scende nello schifo che abbiamo dentro, ce lo riporta a galla e ce lo mostra alleggerendolo con la risata. Ma è pur sempre un modo per mostrarcelo. Sono d’accordo. E infatti è così che vorrei fosse il mio libro. Se non proprio un ascensore almeno una scaletta per farci scendere lì dove gli istinti si mescolano ai pensieri e alle emozioni. Un posto nel quale siamo cattivi, ma anche deboli. Dove ci accettiamo come siamo senza cercare di apparire migliori. E se cominciamo ad accettare le nostre storture forse cominceremo ad accettare anche quelle degli altri.

Tuttolibri La Stampa, 9 marzo 2019

I greci ci hanno lasciato in eredità una sola religione: la letteratura (Antonio Scurati)



L’eroe è una cosa trascinata 
dietro un carro nella polvere
Chi è un eroe? O meglio: che cos’è un eroe?
Un eroe è una cosa trascinata dietro un carro nella polvere.
Così Simone Weil, in piena Seconda Guerra Mondiale, concludeva la sua riflessione sull’Iliade pensata come poema della forza. Nella visione della Weil, anche gli eroi di Omero, anche i formidabili campioni che si batterono per dieci anni contro uomini e dei sulla piana di Ilio, per quanti nemici potessero aver abbattuto con la loro forza indomabile, per quanti ostacoli potessero aver travolto con la loro energia traboccante, un istante dopo esser stati sfiorati da quella stessa forza, da quella medesima energia, divenivano una cosa trascinata dietro un carro nella polvere.
Ed è, perciò, comunque da lì, dall’epica omerica, che si dovrà partire se si vorrà tornare a chiedersi, anche in un’epoca apparentemente post-eroica come la nostra, chi è o che cos’è un eroe?
Questa domanda per me, nella mia oramai piuttosto lunga carriera di uomo e di scrittore, ha sempre coinciso, e coincide ancora, con l’altra domanda fondamentale, quella che ci interroga sull’avvenire dei classici. Che futuro hanno le opere del passato che il passato avrebbe consegnato all’eternità? Esisterà ancora nell’avvenire un «passato che non passa»? «Scrivete per quelli che verranno. Soltanto loro saranno degni di comprendervi, abbastanza forti da vendicarvi». Così urlava nel mezzo dell’Ottocento romantico l’eroe di Foscolo. Lo comprendiamo ancora? Lo vendicheremo? Quella della posterità letteraria è un’idea morta al presente, e al futuro?
Nella nostra supponenza di viventi – provvisoriamente viventi – tendiamo ad attribuirci la facoltà sprezzante di dimenticare, la primogenitura nell’oblio. Ma ci sbagliamo, poveri sciocchi. Se i classici non dovessero avere nessun futuro, non saremmo noi ad aver dimenticato, ma tutto il passato ad averci dimenticati. In altre parole, saremmo soli al mondo. Come orfani. Come gattini ciechi chiusi dentro un sacco destinato alla corrente del fiume.

Che funzione ha l’epica omerica 
nella modernità post-eroica?
Detto in modo ancora più schietto: per come la vedo io, l’avvenire dei classici è essenzialmente legato alla sopravvivenza dell’epica. La narrazione epica è, infatti, canto delle origini sin dall’origine, di un tempo trascorso da sempre, separato da noi da una distanza incolmabile, una distanza non temporale ma di valore, valore assoluto – come ci insegnava Bachtin; la lingua dell’epica è, per questo motivo, l’unica lingua capace di trasformare la cronaca delle nostre vite di poveri morenti in mito.
Per comprendere tutto ciò, dovete seguirmi sugli spalti di Troia, le antiche e imprendibili mura che circondavano la città di Ilio nel XIII secolo avanti Cristo. Siamo, in verità, nel terzo canto dell’Iliade di Omero, siamo nel decimo anno di una guerra interminabile, più vecchia del mondo e non ancora finita.
Siamo, dunque, nel Terzo Canto del poema e il vecchio, saggio Re Priamo, padre spirituale di tutti i Troiani, ha chiamato la bellissima Elena a sedersi accanto a lui sugli spalti delle mura, a prendere posto nel consesso degli anziani patriarchi della città assediata dall’esercito degli Achei. Elena recalcitra. Sa di non essere amata da quei vecchi perché è a causa sua che i loro figli sono morti e moriranno per difendere la città dagli assalitori. È lei, infatti, che ha scatenato la guerra abbandonando il Re greco Menelao per seguire il giovane principe troiano Paride. Ma Elena, pur malvolentieri, accoglie l’invito di Priamo, suo nuovo signore. Soltanto lei, infatti, può soddisfare il desiderio del Re: Priamo vuole che Elena riconosca e nomini i più celebri tra i guerrieri greci che stanno prendendo posizione nello schieramento nemico in fondo alla piana. E soltanto l’ex moglie del Re greco Menelao può farlo. Solo lei, la fedifraga, la bellissima, la dannata, solo lei può avvistare e riconoscere i nemici perché ha vissuto nella loro casa, dormito nei loro letti. Allora Elena, sfidando ogni verosimiglianza ottica, comincia a nominare e a descrivere i campioni achei, riconoscendoli per un dettaglio dell’armatura o della persona.
Fino a questo momento, nell’Iliade non sono ancora state raccontate scene di battaglia. È soltanto ora che la battaglia può avere inizio per i lettori del poema. Soltanto dopo che Omero, per bocca di Elena, ha avvistato, e descritto individualmente, uno dopo l’altro, i più valorosi eroi greci, si può cominciare a uccidere e a morire.
Perché questa tecnica narrativa dell’avvistamento dall’alto delle mura è essenziale alla concezione eroica dell’epica omerica, al punto da dover precedere il racconto delle imprese in battaglia? L’essenza segreta dell’epica antica sta tutta racchiusa nella risposta a questa domanda. E la risposta è che per la cultura antica l’eroismo è, innanzitutto, una qualità della luce: la gloria è un’onda di luce piena che investe l’individuo eroico facendolo splendere agli occhi dei suoi contemporanei e, attraverso il racconto delle sue gesta, trasmesse di generazione in generazione, anche agli occhi dei posteri. Affinché ciò possa accadere, il guerriero a caccia di gloria deve entrare nella zona di piena visibilità, deve guadagnare, si potrebbe dire, il centro della scena. Soltanto lì, sotto l’occhio dei riflettori – diremmo noi oggi – le sue imprese e, soprattutto, la sua morte, l’impresa più gloriosa per un guerriero, potranno distinguersi rispetto a ciò che accade al centro della mischia indistinta, dove si uccide e si muore oscuramente. L’occhio di Elena è l’occhio di Omero, e l’occhio dei riflettori è l’occhio dei posteri.
Ma perché questo sanguinoso desiderio di luce, perché la vita dei fondatori della cultura occidentale culminava nella carneficina? Per capirlo dobbiamo guardare nell’abisso dischiuso sotto i loro piedi, dobbiamo gettare un rapido sguardo alla loro teoria della mortalità. Tutta questa immane costruzione culturale dell’epica poggia sulle fondamenta di una metafisica triste.
Tutto ciò accadeva, infatti, perché gli antichi Greci non concepivano una vita trascendente che attendesse l’individuo dopo la morte. L’unico «al di là» che conoscevano, l’Ade, era pensato come un luogo oscuro e infelice, infelice perché oscuro, dove le ombre di quelli che un tempo erano stati uomini palpitanti di vita, private del corpo che sente, patisce, gioisce, esulta, soffre, sanguina e muore, si aggiravano per l’eternità senza più storia. L’Ade era l’inferno di una cattiva eternità, popolato di ombre prive di storia perché senza luce, e prive di luce perché senza storia.
Per questo motivo, nella visione dei Greci, l’unica autentica immortalità nella quale gli uomini potessero sperare era quella fornita loro dalla gloria imperitura del loro nome, tramandato nei racconti dei posteri. Ma per guadagnarsi fama immortale, per potersi fare polpa di mito, l’uomo mortale doveva distinguere la propria individualità dalle legioni anonime dei suoi simili sprofondati in esistenze ingloriose, negli angoli bui della storia, nei coni d’ombra della memoria. Secondo questa concezione, non esisteva virtù che non si traducesse in comportamenti esteriori perfettamente visibili. L’individuo era tutto nella sua azione e l’azione era sempre, al tempo stesso, un’accettazione e un’insurrezione contro il destino umano. L’antico eroe omerico era l’individuo che, dopo aver abbracciato la consapevolezza di essere atteso da un destino di morte, da un’ineluttabile discesa tra le ombre dell’Ade, si ribellava a quel destino cercando la piena luce della gloria in una morte splendida e memorabile.

Se i classici non hanno futuro 
restiamo soli in questo mondo
Come dire: l’eroe è colui il quale, al pari di ogni altro mortale, sarà trascinato dietro un carro nella polvere come cosa inanimata, e di lì scenderà nella tenebra della morte. Ma, prima di farlo, fosse anche per un solo istante, quell’individuo, a differenza di tutti gli altri, avrebbe brillato. Un istante che sarebbe durato nell’eternità del mito.
Per i Greci l’uomo era brotòs, colui che muore, che sta morendo in ogni istante della sua vita. E allora, se l’unica forma d’immortalità concessa all’uomo è l’immortalità narrativa, perché la leggenda abbia inizio la sua vita deve compiersi. Il mythos è, insomma, l’unico logos appropriato a «colui che muore», l’arte che presiede al racconto di una storia è la sola logica del morente; da ogni altro punto di vista che non sia quello del narratore di una storia, per il quale la fine coincide con l’inizio, l’esistenza umana è insensata. Il canto dell’Aedo è l’unica possibile forma di senso dell’esistenza umana gravata da un destino di morte definitivo. Ciò che noi oggi chiamiamo «letteratura» è, insomma, l’unica religione che i Greci ci abbiano lasciato in eredità. L’unica nostra fede di miscredenti senza fedi trascendenti.

Tuttolibri La Stampa, 27 luglio 2019

3.9.19

La meraviglia dell’amicizia virile (Alessandro Piperno)

Michel Montaigne

Prima o poi può capitare a chiunque di imbattersi nella moglie di un amico in atteggiamenti licenziosi con un altro. Eccola lì – il tavolo più in disparte di un locale fuoriporta – scambiarsi tenerezze con uno sconosciuto! Al primo impulso di andare a salutare, goderti sadicamente il suo imbarazzo – le tempie paonazze, il balbettio di patetiche scuse – ne segue un altro di segno opposto: pagare il conto, filare via furtivi e riflettere sul da farsi.
A me accadde anni fa. Che choc vedere la ragazza di uno dei miei più cari amici – la coppia più affiatata del nostro gruppo – avvinghiata a un tizio in un cinema d’essai. Mi comportai nel modo che ancora oggi giudico il più appropriato. Non dissi niente, tenni quel segreto per me (fino ad ora, almeno). Dopotutto che diritto avevo di intromettermi? Chi mi assicurava di non essermi sbagliato? E qualora ci avessi visto giusto, chi mi diceva che la coppia più affiatata del nostro gruppo non lo fosse proprio in virtù della spregiudicatezza sessuale, un’indulgenza sapiente e reciproca? Del resto, non ho mai giudicato gli adulteri con severità. La monogamia è un oltraggio alla natura così sconsiderato che mai e poi mai mi sarei eletto a censore delle scappatelle altrui.
Ho fatto bene? Chi può dirlo! Se i due oggi sono sposati, hanno un paio di figli e veleggiano verso la maturità con un certo garbo, non lo devono anche un po’ alla mia discrezione? Non so se la signora nel frattempo ha rotto con il suo amante o se l’abbia sostituito, non so se il mio amico è al corrente di questa o altre infedeltà. So che l’amicizia pone dilemmi morali di questo tipo. Se l’amico in questione mi sta leggendo e sospetta che è suo il matrimonio di cui vado cianciando potrebbe giudicare il mio riserbo di allora non meno riprovevole della franchezza odierna (a mezzo stampa, per di più). Potrebbe pensare di essere stato tradito due volte: prima dalla malafede della moglie poi dalla reticenza di uno dei suoi più vecchi amici. La gente non è indulgente né con gli omertosi né con gli ipocriti. Mi chiedo: esiste in certi casi una deontologia comportamentale?
Amicizie virili È difficile spiegare cos’è l’amicizia virile a chi non l’abbia mai vissuta. Per me che ho radicate difficoltà a confrontarmi con l’altro sesso, è un diversivo spensierato, un’oasi alle fruste faccende quotidiane. Le cene, il cazzeggio, la Lazio (allo stadio, in tv, fa lo stesso), le lunghe sedute a Subbuteo o alla PlayStation, il bicchiere della staffa, le diatribe sui massimi sistemi filosofici, le dispute su quel libro che proprio non ti ha convinto e su quello che non riesci a scrivere, i sogni di gloria, le disfide ideologiche, le balle, il pettegolezzo, la maldicenza, le figure di merda, le confessioni più vergognose... Per non dire dei viaggi senza meta, i gesti di benevolenza reciproca, ma anche le prese in giro spietate (cojonella, la chiamiamo a Roma). Tutto questo è impagabile, insostituibile. L’ultimo sorso di adolescenza a disposizione di un adulto. Ho più di un amico che esulta (senza darlo a vedere) quando la moglie va in vacanza come nel famoso film con Marilyn Monroe, e mica perché così potrà darsi alla pazza gioia, ma per dedicare un po’ di tempo agli amici, tornare ragazzo almeno per il weekend. E allora via con il turpiloquio, con la selvatichezza, con la libertà.
Adoro l’ultima scena de L’educazione sentimentale quando Frédéric Moreau e Deslauriers, rinvangando i bei tempi andati, si commuovono su quella volta che andarono al bordello insieme. Frédéric esclama: «È la cosa più bella che ci sia capitata» e Deslauriers non può che convenirne.
Dio sa se li capisco. Mica perché sia un frequentatore di bordelli, ma perché immagino che anche a me tra qualche anno capiterà di rimpiangere il cameratismo, la complicità, i simposi con i pochi amici di una vita.
In un passo famoso di Antropologia pragmatica Kant scrive: «La specie di benessere che sembra meglio accordarsi con l’umanità è un buon pranzo in buona (e, se è possibile, anche varia) compagnia, della quale Chesterfield dice che non deve essere al di sotto del numero delle Grazie, né al di sopra di quello delle Muse». In poche parole, meno di nove e più di tre. E trovo che Chesterfield esageri per eccesso. Il numero perfetto a tavola è quattro, come i Cavalieri dell’Apocalisse.
Solo i misantropi danno valore all’amicizia? Non deve sorprendere che un orso nichilista come Flaubert e un abitudinario incline alla solitudine come Kant tenessero in così alta considerazione amicizie e convivi. Chi se non colui che ha seri problemi a frequentare il prossimo può apprezzare i pochi simili con cui sta bene? Nulla è più raro al mondo che una persona abitualmente sopportabile, pensava Leopardi. E come al solito aveva ragione. Ecco cos’è un amico: un raro esemplare di persona abitualmente sopportabile. Pochi ma buoni, questo è il motto.
Perché era lui; perché ero io Il che spiega perché lo scrittore che meglio ha saputo descrivere l’insostituibilità dell’amicizia, i suoi incanti, l’empatia, è anche colui passato alla storia per la scelta di chiudersi nella sua torre d’avorio, trascurando ogni altra faccenda, a meditare e a scrivere per il resto dei suoi giorni: parlo di Michel Montaigne naturalmente. Il suo amico del cuore si chiamava Étienne de La Boétie e per via della morte prematura di quest’ultimo la loro amicizia durò poco più di un lustro. Montaigne passò i decenni che gli rimanevano da vivere a rimpiangerlo, parlandone sempre con toni più consoni all’amore forse, che all’amicizia, tanto da autorizzare in qualcuno il sospetto di omosessualità. Mai un legame fu più franco, profondo, elettivo. Nel saggio Dell’amicizia, Montaigne scrive infatti: «Se mi si chiede di dire perché l’amavo, sento che questo non si può esprimere che rispondendo: Perché era lui; perché ero io». Conoscete una definizione più efficace e più struggente dell’amore e dell’amicizia? Perché amiamo qualcuno? Perché gli siamo così devoti? Semplice: perché noi siamo noi e loro sono loro. Cos’altro c’è da dire o da spiegare?
In un saggio più tardo, Montaigne, tornando sull’argomento, chiarisce ancora meglio il suo punto di vista. Parlando delle poche cose per cui la vita è degna di essere vissuta (donne, amicizie, libri), confessa di essere un buon conversatore ma di aborrire le amicizie frivole. Le vere grandi amicizie si contano sulle dita di una mano. Sta ancora pensando a La Boétie naturalmente. È per colpa di quell’amico morto da molti anni, quel compagno che lo ha in qualche modo viziato, che Montaigne ha perso interesse per tutti gli altri. Le amicizie, quelle vere e profonde, si basano solo sull’elezione e sull’affinità. Come si vede: solo gli isolati credono davvero nell’amicizia.

Chi aveva ragione tra Montaigne e La Rochefoucauld
Al contrario sono i mondani, gli estroversi, chi conta migliaia di amici su Facebook, chi non si perde un cocktail o una prima al cinema, a non tenere in gran conto l’amicizia, un po’ come i libertini per cui una donna vale l’altra.
E mi viene subito in mente un altro dei Gran Signori delle lettere francesi. Vissuto quasi un secolo dopo Montaigne, il duca di La Rochefoucauld frequentava assiduamente il salotto di Madame de Sablé, circolo parigino tra i più rinomati ed esclusivi nei formidabili anni della Reggenza. Intrecciò amicizie profonde – straordinariamente proficue per la letteratura occidentale – con Madame de La Fayette e Madame de Sévigné. Che trio incredibile! Il duca era bello, ricco, audace, un conversatore strepitoso, divertente e disincantato a un tempo. Oltre alle stupende Memorie gli dobbiamo le famose Massime. Dato il contesto, non ci sorprende che in una di esse scriva: «Per raro che sia il vero amore, è meno raro della vera amicizia». Assai più sorpresa ci suscita questa, altrettanto famosa: «Nelle avversità dei nostri migliori amici noi scopriamo sempre qualcosa che non ci dispiace». La Rochefoucauld mette il dito sulla piaga purulenta dell’amicizia, svela l’oscuro doppiofondo di qualsiasi sodalizio.
Per intenderci, provate a immaginare una telefonata con il vostro più caro amico. Ecco che, dopo il solito cazzeggio, vi annuncia: «Senti, ho una cosa da confessarti». «Tipo?». «Una cosa grossa». «Dai, non tenermi sulle spine». «Hai presente il vincitore della lotteria di Capodanno, quello che non si fa trovare? Il possessore del biglietto da dieci milioni di euro». «Be’, è il tuo benzinaio? La tua colf?». «No, sono io». «Dai, non scherzare». «Parlo seriamente».
Ditemi se non è un’ottima ragione per mettere alla prova la tenuta di una lunga consolidata amicizia. Dovremmo essere contenti per lui, il nostro amico è diventato milionario. Eppure in quel momento lo vorremmo morto. Facciamo di tutto per dissimulare questi impulsi biechi ma è più forte di noi. Siamo sconvolti. Non a caso Oscar Wilde, a suo modo un moralista classico non meno geniale di La Rochefoucauld, diceva: «Ognuno può compatire le sofferenze di un amico, ma è necessaria una natura davvero gentile per simpatizzare con i successi di un amico». Nessuna amicizia è mai davvero limpida. Ecco perché non c’è niente di meglio che parlare male di un amico. Ci piace ammirarlo, ma talvolta ci piace anche disprezzarlo. In fondo è invecchiato peggio di me, ci cogliamo ogni tanto a pensare. E ne proviamo conforto. Ma se muore, o se in qualche altro modo viene meno, lascia una voragine profonda, non un dolore che toglie il fiato, ma una specie di malinconia soffusa e immedicabile.
Insomma, credere o non credere nell’amicizia? Credere o non credere nella sua purezza e onestà? Chi aveva ragione, Montaigne o La Rochefoucauld? A chi dare retta, al solitario o al mondano?

La Lettura – Corriere della sera, 28 gennaio 2018

Le Thor. Una poesia di René Char (Traduzione S.L.L.)

Le Thor in Provenza, nel dipartimento della Valchiusa, non lontano dal Mont Ventoux
Nel sentiero dalle erbe intorpidite dove noi ci stupivamo da ragazzi, che la notte si arrischiasse a passare, le vespe non andavano più ai rovi e gli uccelli ai rami. L'aria apriva agli ospiti del mattino la sua turbolenta immensità. Non erano che filamenti di ali, tentazione di urlare, voltaggio tra luce e trasparenza. Il Thor si esaltava sulla lira delle sue pietre. Il monte Ventoux, specchio delle aquile, era in vista. Sul sentiero dalle erbe intorpidite, la chimera di un'età perduta sorrideva alle nostre giovani lacrime
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Dans le sentier aux herbes engourdies où nous nous étonnions, enfants, que la nuit se risquât à passer, les guêpes n’allaient plus aux ronces et les oiseaux aux branches. L’air ouvrait aux hôtes de la matinée sa turbulente immensité. Ce n’étaient que filaments d’ailes, tentation de crier, voltige entre lumière et transparence. Le Thor s’exaltait sur la lyre de ses pierres. Le mont Ventoux, miroir des aigles, était en vue. Dans le sentier aux herbes engourdies, la chimère d’un âge perdu souriait à nos jeunes larmes

Dal sito "Persèe - Parcourir les collections"

Alvin Kennard. L’incredibile storia del condannato all’ergastolo per aver rubato 50 dollari ((Elena Tebano)

Alvin Kennard

Alvin Kennard aveva appena 22 anni quando, nel 1983, entrò in una panetteria dell’Alabama con un coltello in mano e si fece consegnare dalla cassiera 50,75 dollari in contanti. Nessuno si fece male nella rapina, ma all’epoca in Alabama vigeva l’Habitual Felony Offender Act, nota anche come la «legge dei tre colpi». Visto che era stato già stato condannato a tre anni di libertà vigilata per tre capi d’accusa di furto con scasso (relativi a un solo episodio del 1979), alla quarta condanna ricevette in automatico la pena del carcere a vita senza libertà condizionale. Ora, 36 anni dopo, un giudice ha ordinato che sia liberato dal carcere di Donaldson a Bessemer, racconta il “Guardian”. Quando ha ascoltato la sentenza Kennard, che oggi ha 58 anni, era in manette e vestito con la tuta a strisce del carcere: ha passato così gran parte della sua vita.
La sua storia è talmente assurda, vista soprattutto con lo sguardo della tradizione di diritto europea, da sembrare incredibile. Ma la sua avvocata, Carla Crowder, che è direttrice esecutiva dell’Alabama Appleseed Centre for Law and Justice, dice che ci sono «centinaia» di prigionieri in situazioni simili ancora in carcere perché non hanno avvocati. «È incredibilmente ingiusto che centinaia di persone in Alabama scontino l’ergastolo senza libertà condizionale per crimini non violenti». D’altronde, è bene ricordarlo, è lo stesso Stato che voleva incriminare una donna vittima di una sparatoria perché la pallottola che l’ha ferita ha ucciso il feto che portava in grembo.

Rassegna stampa Corriere della sera, 31 agosto 2019

La Danimarca alza una recinzione al confine con la Germania: oggi per i cinghiali, domani chissà (Sandro Orlando)



Da tre anni la Danimarca ha reintrodotto i controlli alla frontiera con la Germania, ma da poco a separare i due Paesi c’è anche una barriera metallica. Una recinzione di acciaio che corre per 68 chilometri, separando la penisola danese dello Jutland dal Land tedesco dello Schleswig-Holstein. Una rete saldamente ancorata al terreno, ma alta appena un metro e mezzo, perché non è studiata per gli esseri umani, ma per gli animali, nello specifico per i cinghiali, come racconta il settimanale “Der Spiegel”. Perché è con difese come questa che la Danimarca spera di proteggersi dall’epidemia di peste suina africana che dopo essere dilagata da anni nell’Est Europa è arrivata anche in Belgio.
La piccola nazione scandinava ha un’economia che dipende dalla produzione di carne di maiale, e basterebbe solo un capo infetto per decretare automaticamente lo stop alle esportazioni nei Paesi extra Ue, con una perdita di almeno 1,5 miliardi di euro. Il punto è che il virus di questa epidemia viene trasmesso dai cinghiali, e in Danimarca praticamente non ce ne sono: con l’abbattimento di cento capi la popolazione di cinghiali autoctona l’anno scorso è stata dimezzata. Molto diversa invece la situazione in Germania, dove nella scorsa stagione sono stati cacciati più di 800 mila cinghiali.
«La Danimarca non è un Paese razzista, questa recinzione serve solo a combattere un’epidemia potenzialmente devastante — spiega Tariq Halasa, professore di malattie animali all’Università di Copenhagen — e ha senso anche solo se riuscisse a ridurre del 10-20% i rischi di contagio». La precisazione è d’obbligo dopo che Rasmus Paludan, il fondatore del partito anti-islamico Stram Kurs («linea dura») ha chiesto di alzare la recinzione di un altro metro e mezzo, visto che dopo tutto anche gli esseri umani possono trasmettere il virus. Il prossimo anno tedeschi e danesi festeggeranno un secolo di pacifica convivenza, ma di certo si parlerà anche di questa rete che sta guastando il buon rapporto di vicinato.

Rassegna stampa Corriere della sera 28 luglio 2019

Brecht. La valigia sempre in mano (Luigi Forte)


Cinquant'anni fa moriva Bertolt Brecht. Per la precisione, il 14 agosto 1956, poco prima di mezzanotte. Nei giorni precedenti aveva dovuto interrompere per un malore le prove del Galilei nel suo prestigioso teatro di Berlino Est, il Berliner Ensemble. Era ormai uno scrittore di fama internazionale, guardato con sospetto a Ovest e osannato a Est. In tempi di guerra fredda gli uni gli rimproveravano il suo caparbio marxismo, mentre gli altri, nel regime di Walter Ulbricht, esaltavano il genio dell'arte socialista.
In realtà il bavarese Brecht, nato ad Augsburg nel 1898, non aveva mai smesso di sentirsi un emigrante, insofferente a qualsiasi forma di rigida ortodossia. In una poesia del 1949 confessò: «Di ritorno da quindici anni d'esilio / son venuto ad abitare in una bella casa,/ (...) Sull'armadio / coi manoscritti c'è ancora sempre/la mia valigia».
Come molti altri, il povero B.B. percorse il difficile cammino dell’esilio portandosi dietro tutte le grandi contraddizioni della storia tedesca del primo Novecento. Negli Anni Venti era stato l'enfant prodige del teatro tedesco, il nuovo drammaturgo di cui tutti parlavano, Non si può pensare alla cultura della Repubblica di Weimar senza L'opera da tre soldi né al declino di quella drammatica esperienza politica senza i song e le ballate brechtiane musicate da Kurt Weill. Tutto ciò appartiene ormai al museo della modernità che riflette fra le luci della ribalta la totale impotenza di una prestigiosa classe intellettuale.
Brecht non ebbe difficoltà a capire che aria tirava: il giorno dopo l'incendio del Reichstag, il 28 febbraio 1933, partì per Praga con la moglie Helene Weigel e il figlio Stefan. Abbandonava la Germania che avrebbe rivisto solo nel 1948, distrutta e sfigurata, per diventare un esiliato: senza patria, senza lingua né identità. Non è un caso che proprio intorno alla straziata icona della Madre Germania ruoti un'ampia riflessione che fa di Brecht, forse proprio grazie alla sua lungimiranza politica, ben oltre i confine nazionali, un «poeta tedesco» a tutto tondo, in una tradizione illuministica che va da Lessing a Marx.
Da Svendborg, Lidingo, Helsinki, «più spesso cambiando Paese che scarpe», egli non smette di scagliarsi contro Hitler e il nazismo con satire, epigrafi, invettive. Di fronte alla lotta si rafforza la sua vocazione pedagogica e il lirico Brecht mobilita il linguaggio, lo condensa in formule che viaggiano attraverso l'etere trasmesse da radio clandestine. E lo piega verso la satira più feroce con testi teatrali come La resistibile ascesa di Arturo Ui e Terrore e miseria del Terzo Reich. Ma, come mostrano anche gli anni del suo esilio americano, i suoi lavori per lo più rimangono nel cassetto. «Insegnare senza allievi/ - recita un suo verso - scrivere senza fama/ è difficile». E non bastano i riconoscimenti che gli giungono da più parti, al suo rientro in Europa, a superare l'esperienza di privazione che fu l'esilio, quella cesura irreversibile, che gli fece dire in una delle liriche più note, A coloro che verranno, che in tempi tanto bui «discorrere d'alberi è quasi un delitto».
Nel dopoguerra il filosofo Adorno gli rimproverò di non aver salvato l'autonomia dell'arte inquinandola con la politica. Certo, schierandosi egli non poté evitare che la parola degenerasse enfaticamente nei toni dell'apologia. Anzi, il poeta vestì i panni del mentore, del vate, perfino del tribuno. Un'esperienza che fa di Brecht uno scrittore molto legato alla sua epoca. I suoi problemi, in gran parte, non sono più i nostri e i pochi decenni che ci separano dalla sua morte sembrano secoli. La fine delle ideologie ha sfocato perfino le sue ambiguità politiche. Non poche negli ultimi anni trascorsi nella ex Rdt, quando cercò invano di conciliare la libertà delle masse socialiste con lo stalinismo del partito. La distanza ha reso caduca una parte delle sue opera, sollecitando, anche a teatro, il recupero delle sue prime pièces, anarcoidi e antiborghesi, come Baal o Nella giungla delle città, in cui egli gioca con la letteratura quasi con vocazione postmoderna.
Del resto già Max Frisch insinuò, a suo tempo, che il Maestro aveva raggiunto l'innocuità di un classico. E Durrenmatt, a metà degli Anni Settanta, rincarò la dose, affermando che Brecht era affascinato dal dogmatismo, tendeva a installarsi in un sistema, senza avvertire i cambiamenti che si andavano preparando, anche per chi continuava a credere nel futuro di una società senza classi.
Col tempo le critiche hanno investito un po' tutto il pianeta Brecht: a cominciare dal suo cinico maschilismo che seppe sfruttare collaboratrici e amanti di grande livello intellettuale come, ad esempio, Elisabeth Hauptmann, Grete Steffin, Ruth Berlau. È pur vero, inoltre, che il suo modo di riflettere sulla condizione umana, specie sulla scena, risulta un po' troppo semplicistico e schematico. Brecht non conosce chiaroscuri, zone d'ombra ed è mosso da eccessivo zelo pedagogico. Ma oggi al suo teatro epico si preferisce, come dimostra l'interesse di Moni Ovadia per Le storie del signor Keuner, il Brecht aneddotico, gnomico, «cinese». Oggi ritorna alla ribalta anche la sua poesia, un immenso, affascinante diario lirico che il Maestro ha proiettato fra le contraddizioni del mondo. L'ha scritta pensando a modelli facilmente fruibili, utilizzando spesso forme del passato, ma con una sensibilità orientata verso la futura società dei mass media. Basti pensare alle Poesie di Svendborg scritte in parte per la radio o al nesso fra testo e immagine nell'Abici della guerra.
Ce qualcosa dunque nel Brecht lirico che resiste al tempo o si modella sul nostro problematico presente. Come l'idea di un nuovo soggetto antropologico, fluido e leggero, ma persistente nel flusso caotico delle metropoli e nei terremoti della storia. È ciò che racconta il Libro di lettura per gli abitanti delle città. Brecht cerca nuovi spazi per un individuo che si confronta con la modernità e con il progresso senza sacrificare l'idea della mutabilità del mondo. Una lezione di dialettica che conserva intatto il suo valore e ben si concilia - nella splendida poesia Il cambio della ruota - con il dubbio e un'urgenza che ha il volto della vecchia utopia. Senza arroganza, ma con il tocco lieve e ironico del saggio che suggeriva: «Non ho bisogno di una lapide senza tomba / ma, se voi ne avete bisogno, / vorrei ci fosse scritto:/ ha fatto proposte. Noi /le abbiamo approvate. / Una simile iscrizione / onorerebbe tutti quanti».

“Tuttolibri La Stampa”, 12 agosto 2006

Rousseau (S.L.L.)


Se si guardano le cose con un minimo di distacco si capisce che nella "piattaforma Rousseau" si sta consumando un piccolo dramma. Questa "democrazia telematica protetta" e sottoposta a un controllo privato è per molti aspetti una finzione o una burletta, ma ciò non toglie che la scelta che oggi si propone agli iscritti al movimento 5 Stelle, sia tutt'altro che facile e scontata.
Quel movimento aveva avuto un suo primo sviluppo combattendo l'intera classe politica, giudicata ingorda e incapace, ma avendo come bersaglio principale il governo dello "psiconano" (così diceva Grillo, al tempo faro dei 5 Stelle, parlando di Berlusconi).
Ma la crescita più impetuosa l'ha avuta dopo, in opposizione al governo Monti soprattutto, voluto da Napolitano e sostenuto in primo luogo dal Pd, e poi ai governi a guida piddina (Letta, Renzi e Gentiloni). In quella fase, con il tipico metodo grillino, di rado hanno usato contro il Pd, diventato il principale bersaglio, il raziocinio o l'opposizione argomentata, ma son ricorsi soprattutto al "vaffa", dando spazio a tutte le accuse, anche le più strampalate, a tutti i sospetti, a tutte le pulsioni aggressive e forcaiole. L'incontro con la Lega, con cui le differenze programmatiche erano molto grandi, avveniva proprio sulla base degli odi comuni.
Oggi gli attivisti del movimento sono chiamati a pronunciare un sì o un no sulla costituzione di un governo di coalizione proprio con il Pd. Per i 5 Stelle questa partecipazione al governo con un parlamento ancora pieno di loro deputati e senatori mentre in ogni consultazione elettorale si registra una forte caduta di consenso, non rappresenta solo una prova d'appello con un alleato meno prepotente, dopo un'esperienza di governo molto inferiore alle attese, ma forse l'ultima occasione per mantenere una qualche consistenza elettorale e l'ultima speranza di realizzare qualche proposta caratterizzante. Ma non può stupire il voto contrario di pentastellati consapevolmente destrorsi e oggi tifosi di Salvini e la reazione di pancia e poco ragionevole di una parte di quella base attiva che viene solo ora inopinatamente chiamata a consulto, probabilmente per volontà di dirigenti ostili all'accordo, animati da una volontà di autodissoluzione. Se fossi un complottista penserei che si tratta di quinte colonne del salvinismo. Ma forse è solo una reazione alla “Muoia Sansone” di opportunisti frustrati dalle contese interne.

2.9.19

Victor Hugo. Dai corsivi di Fortebraccio (Mario Melloni


Mario Melloni, che fu con il nome di Fortebraccio corsivista de “l'Unità”, amatissimo dai suoi lettori, soleva inserire nei suoi “pezzi” storie e aneddoti tratti dalle fonti più svariate e raccontati in bello stile. Questo ricorda uno scrittore ottocentesco al tempo molto popolare e caro alle sinistre democratiche e socialiste. (S.L.L.)


Nel 1871, dopo il lungo esilio, Victor Hugo fu eletto deputato. Un giorno egli teneva davanti a un’assemblea attentissima uno dei suoi infiammati discorsi. Ed ecco che dal folto degli uditori si alzò una vocetta stridula a interromperlo. Il grande uomo si fermò, e, secondo l’uso, disse: «Monsieur, nommez-vous», nominatevi, dite chi siete. Ma nessuno raccolse l’invito. 
Allora Victor Hugo riprese a parlare, e ancora, per una seconda e una terza volta, la solita vocetta fessa e anonima si fece sentire, finché l’oratore, perduta la pazienza, ripetè rabbiosamente l’invito a nominarsi. 
Ed ecco che finalmente dal folto dell’uditorio si alzò un nome: «Bourbichon». «Bourbichon? — disse il celeberrimo romanziere stupito. — Bourbichon? Je n’espérait pas tant», io non speravo tanto.

l'Unità, 30 aprile 1982

In cambio della vita (Michele Smargiassi)

La cattedrale di Beauvais in una stampa del XVI secolo
La guglia della torre raggiungeva l'altezza di 153 metri

Una leggenda racconta che, quando la guglia della cattedrale gotica di Beauvais crollò, il 30 aprile 1573 (ironia del caso, era il giorno dell'Ascensione), nessuno osasse rimuoverne le rovine. L'incarico fu dato a un galeotto condannato a morte, in cambio della vita. Che fece bene il suo sporco lavoro, e sopravvisse anche a un crollo, aggrappandosi a una fune: la corda a cui doveva essere appeso, dunque, lo salvò. Quella di Beauvais era nata per diventare la più imponente, alta, audace cattedrale gotica del mondo: fu perduta dalla sua ambizione, e non fu mai terminata.

Da Quando le Cattedrali crollano in “Rep: wickend”, 20 aprile 2019

Orecchiette al pesto di erbe aromatiche con melanzane. Una ricetta in versi da "La cucina del buon gusto" (S.L.L.)

Si pubblicano troppi libri da cucina (e si fanno troppe trasmissioni di gastronomia). Il risultato è che quasi tutti quei libri risultano inutili e non pochi indigesti. Non quello che Simonetta Agnello Hornby, di antica e nobile famiglia siciliana, avvocato a Londra e scrittrice, e Maria Rosario Lazzati, milanese e fondatrice a Londra di una rinomata scuola di cucina, hanno messo insieme per i tipi della Feltrinelli, La cucina del buon gusto, che non è tanto un ricettario, ma un libro ricco ove si incontrano memoria, sapienza gastronomica, amore dell'umanità e amore per la scrittura. 
Ho tratto da quel libro la ricetta da mettere in versi secondo il metodo scelto da Alberto Capatti per Alfagola e di cui ho postato in questo blog un esempio, tratto dall'Artusi, alcuni giorni fa: "ingabbiare le parole e la sequenza di una ricetta in versi di otto o nove sillabe". Io ho preferito nettamente i versi di 8 sillabe, per ottenere un ritmo più orecchiabile, ho usato come fa Capatti rime e assonanze, quando non risultino forzate. In più rispetto a lui ho inserito anche le dosi e separato con sottotitoli le diverse fasi del procedimento. 
Il risultato mi pare buono, come del resto quello della preparazione, un incontro tra il pesto (ottenuto però senza rigorismi e senza pestello) di ispirazione ligure, con la pasta alle melenzane siciliana (ma senza il sugo di pomodoro e la ricotta salata della celebre pasta alla Norma). 
Penso che la ricetta si possa eseguire senza difficoltà e spero che qualche visitatore mi annunci di averla preparata con successo. (S.L.L.)




1. Tostatura dei pinoli
Fai saltare in padellina
senza burro o margarina,
né battuti, strutti o oli
due cucchiai di pinoli;
di continuo tu rimesta
con il tuo cucchiaio di legno:
se si fanno biondi è segno
che la tostatura basta.
Or tostati, in una ciotola
allontanali dal fuoco:
non bruciarli è del cuoco
la fondamentale regola.


2. Il pesto
Nella piccola vaschetta
del robot tuo da cucina
metti ora una manciata
della fresca maggiorana,
ed un'altra di basilico,
foglie di fragrante timo,
un cucchiaio di buon origano,
quattro pomodori secchi,
uno spicchio d'aglio rosso,
un cucchiaio grande di capperi
dopo averli dissalati,
delle olive senza nocciolo,
nere o bianche non importa,
un peperoncino secco
e i pinoli ch'hai tostati.
Frulla, frulla, frulla bene.
Metti adesso il risultato
in un piatto di portata,
fondo, e incorpora i formaggi,
trenta grammi pecorino
e cinquanta parmigiano.
Dopo lascia riposare
per mezzora almeno il tutto,
che si possa amalgamare
combinando ogni sapore.

3. Le due padelle
Per cipolla e melenzana
due padelle antiaderenti
una media e una grande:
hanno tempi differenti
e si uniscono alla fine.

4. Cipollata
Una cucchiaiata d'olio
dentro la padella media
metti adesso a riscaldare,
poi soffriggi dolcemente
dentro l'olio una cipolla
rossa, grande, ben pelata,
affettata sottilmente
con un pizzico di sale
per un quarto d'ora buono
a coperto mescolando
col cucchiaio, di tanto in tanto.


5. Melanzana
Nel frattempo sotto sale
avrai posto melenzana,
viola, ovale, bella grande,
a dadini di un centimetro
per far perdere l'amaro.
Asciugati con un panno
i dadini friggeranno
tutti nella gran padella.
Imbionditi che saranno
(ti ci vuole un quarto d'ora)
tu cospargili d'origano,
indi mescola ed aggiungi
la cipolla preparata.

6. Altro amalgama
Sopra il fuoco due minuti
tieni il tutto, non di più;
lascia al caldo a riposare.


7. La pasta
Sono adatte le orecchiette,
danno consistenza al sugo
e felicemente accolgono
melenzane con cipolla.
Quattro etti o poco più
basteran per sei persone
se è previsto anche il secondo.
Vanno cotte per il tempo
indicato in confezione
dentro pentola capiente,
abbondante acqua salata.

8. Preliminari
Prima di scolare togli
un decilitro dell'acqua
di cottura, la metà
verserai dunque sul pesto
mescolando poi l'insieme,
mentre  metterai il resto
all'interno di una ciotola
e con un cucchiaio d'olio.

9. Nel piatto di portata
Scola al dente e nella pentola
tu rimetterai la pasta
aggiungendo l'emulsione
d'acqua e olio e poi rimescola,
con il fuoco medio acceso.
Un minuto e versa il tutto
dentro il piatto di portata
dove ansioso attende il pesto.
Mescolare, mescolare,
mentre aggiungi melenzane
e cipolla alla tua pasta.

10. A tavola
Porta in tavola e comincia
il servizio suggerendo
a chi ne ama il dolce gusto
parmigiano grattugiato.

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