24.7.15

Serradifalco e dintorni. Segreti nelle miniere (Saul Caia e Rosario Sardella)

La miniera di Bosco Palo nel Comune di Serradifalco
Nella villetta dei misteri sepolti
A qualche chilometro da Serradifalco, in provincia di Caltanissetta, c’è una villa abbandonata. La casa è a pochi passi da una miniera, quella di Bosco Palo. Nel giardino giacciono lastre d’amianto e rifiuti urbani. La struttura sembra essere sopravvissuta a un terremoto. Dell’interno non sopravvive più nulla. Quel che invece resta sono un centinaio di fogli buttati in terra. Documenti. Alcuni sono in buono stato, altri meno. Raccontano di una vicenda fosca. Sono certificati di provenienza e avvenuto trattamento di rifiuti speciali. In alto, in bella vista, il logo e il nome della società operatrice, la Aria srl. Da uno dei documenti, compilato dal direttore sanitario, si deduce di che materiale si tratti: siringhe, garze, liquidi speciali e farmaci scaduti. E poi servizi di dialisi e delle camere operatorie, solventi, reflui di radiologia, materiale di medicazione e trasfusionale monouso. In basso, c’è il riferimento al luogo di destinazione finale, il Consorzio Igiene Ambiente di Coriano, Forlì. In evidenza il timbro del firmatario e dell’Usl di riferimento, mentre a fine pagina troviamo anche il riferimento all’impianto di smaltimento che ha contro-bollato il documento.
In un altro documento c’è solo un elenco di località e date: Rimini, Riccione, Cattolica, Misano Adriatica, San Giovanni. Finanche la Repubblica di San Marino. Secondo questo foglio, c’è un carico di 565mila chilogrammi di rifiuti ospedalieri speciali da smaltire.
Oltre ai fogli, nella casa c’è quel che sembra un libro contabile. All’interno sono conservati un elenco di assegni, cambiali, fatture, assicurazioni di furgoni, biglietti di viaggi in aereo e treno, pernottamenti in albergo, ma anche scontrini di gioiellerie e bollette della luce. Il tutto riferito alla Aria srl di Catania, che oggi però non esiste più. La documentazione fa riferimento alla titolare e amministratrice della società, Maria Di Gioia. Nel 1995, il suo nome è stato coinvolto nell’operazione Asterix1, condotta da Erminio Amelio e Salvatore De Luca, allora sostituti procuratori di Palermo. L’inchiesta aveva portato ad emettere 15 ordinanze di custodia cautelare e 9 provvedimenti di sospensione dalle cariche pubbliche in seguito ad accertamenti sull’irregolarità dello smaltimento dei rifiuti solidi e tossici delle Usl di Palermo e provincia, che venivano ritirati e stoccati violando le norme vigenti. In carcere era andato anche Nicolò Cammarata, all’epoca commissario straordinario della Usl provinciale di Palermo, che, secondo la ricostruzione, aveva una relazione con l’amministratrice dell’Aria srl e che avrebbe favorito illecitamente per aggiudicarsi il servizio di smaltimento dei rifiuti ospedalieri delle Usl siciliane. L’azienda, secondo i magistrati, “non disponeva dei requisiti necessari per svolgere il servizio”, protrattosi per oltre due anni nonostante la concessione fosse prevista per soli sei mesi.

Le testimonianze.
Salvatore Alaimo, ex assessore della provincia di Caltanissetta, è convinto che molti dei rifiuti speciali e ospedalieri siano stati sepolti all’interno della miniera di Bosco Palo. «Di notte, arrivavano dei grossi tir che sostavano in una piazzola poco distante dalla casa – ci racconta – poi con i camioncini piccoli da un quintale e mezzo, prendevano la merce contenuta nei camion più grandi e la trasportavano qui, all’interno della villa». L’andirivieni, durato fino al 1994, è confermato dagli abitanti della zona e nel marzo 1991 i carabinieri della stazione di San Cataldo verificarono e accertarono la presenza di rifiuti speciali ospedalieri nella villetta. In seguito alla segnalazione dei militari, l’amministratrice dell’Aria srl (ex Sicilconsa) venne iscritta nel registro degli indagati in un processo penale svoltosi a Caltanissetta, nel quale le fu contestata la violazione di alcune norme in merito allo smaltimento di rifiuti. La vicenda però si chiuse subito con l’oblazione richiesta dalla stessa imputata.
Quel che non si conosce invece è la destinazione finale dei rifiuti transitanti dalla villetta. «Secondo me li portavano là – spiega Alaimo indicando le gole della vicina miniera di Bosco Palo». Dopo il blocco dell’attività produttiva, le miniere sono state tombate e, in molti casi, i pozzi allagati. «Non si può escludere a priori che questi siti siano stati utilizzati per smaltire rifiuti più o meno pericolosi – ci spiega Salvatore Caldara, dirigente dell’Azienda Regionale per la Protezione dell’Ambiente Sicilia – Questo lo si potrà verificare solamente quando sarà possibile accedere alle cavità sotterranee che al momento, per ovvi motivi di sicurezza, sono state tombate con delle piattaforme di calcestruzzo».
Impossibile accedere, dunque. Come impossibile è effettuare analisi e carotaggi in profondità. Per questo, durante la prima ispezione nel sito, i tecnici dell’Arpa si erano fermati solo a un’analisi di superficie, che non permise “di identificare l’emettitore delle radiazioni prodotte”. Per chiarire perché il sopralluogo dell’Arpa sia stato parziale e limitato solo a un’area della miniera, abbiamo chiesto spiegazioni a Caldara. «Utilizzando altra strumentazione, è stata fatta una seconda campagna di controlli tra il 2011 e il 2012 che sembrerebbe confermare la nostra prima valutazione: la radioattività rilevata è riferita alla presenza del potassio che si trova negli scarti di lavorazione della miniera».
Nel frattempo, la Direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta ha in mano un fascicolo intitolato Smaltimento illecito di rifiuti speciali, e sta portando avanti le proprie indagini. Al momento, l’unica certezza è la presenza delle coperture degli impianti realizzate con pannelli di amianto che, deteriorati a causa delle intemperie, sprigionano nell’aria le fibre tossiche. A questo bisogna aggiungere la perdita di olio dielettrico, fuoriuscito dai macchinari di trivellazione e le masse di sale accumulate nei capannoni o in apposite aree della miniera.
«Andrebbe caratterizzata l’area e poi bisognerebbe fare tutta una serie di valutazioni – ci spiega il dirigente Caldara – perché rimuovere quei quantitativi di rifiuti è un’opera ciclopica. Stiamo parlando di una discarica di proporzioni enormi, di dimensioni pari a più campi di calcio. Quindi sarebbe opportuno valutare che tipo d’intervento svolgere».

Mafia e miniere
Il binomio che lega le cave estrattive siciliane a Cosa nostra ha una storia lunga. Parliamo di un’epoca in cui gli “uomini d’onore” avevano grossi appezzamenti di terreni e in molti casi si erano guadagnati la fama di imprenditori. Uno di questi, Calogero Vizzini, è stato tra i più influenti capi mafia della storia siciliana e azionista di maggioranza della miniera di Gessolungo, in provincia di Caltanissetta, oltre che di altre attività estrattive. Si racconta che nel 1922 avesse fatto parte di una missione internazionale a Londra, con i dirigenti della Montecatini e il futuro ministro delle finanze Guido Jung. Scopo: trattare con altri industriali il prezzo dello zolfo.
Un memoriale redatto dal Partito Comunista in Sicilia e trasmesso nel 1964 alla Commissione parlamentare di inchiesta sulla mafia, raccoglie minuziosamente ogni singola infiltrazione mafiosa presente nelle cave della provincia di Caltanissetta. Qualsiasi attività che ruota attorno all’estrazione dei minerali è d’interesse della mafia, dalla manutenzione degli impianti al trasporto, passando per l’assunzione dei lavoratori.
Nel complesso di Bosco e Palo, i sali potassici viaggiano sui camion di Vincenzo Arnone, uomo d’onore e compare di Genco Russo. La sua azienda aveva vinto la gara d’appalto realizzata dalla Montecatini Spa, con un notevole ribasso del prezzo stabilito. Poco distante c’è Trabia Tallarita controllata dalla famiglia Di Cristina di Riesi; a Trabonella invece sono ancora una volta gli uomini di Vizzini e i mafiosi di Racalmuto a comandare.

Telecomandi e tritolo
«Sa quanti uomini d’onore lavoravano a Pasquasia? Una quindicina. E facevamo anche le riunioni all’interno della miniera; faccia il conto di quante miniere ci sono in Sicilia. Le cave nell’isola sono tutte in mano nostra». È il 4 dicembre 1992, seduto davanti la Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia c’è Leonardo Messina, detto Narduzzo, figura di spicco della famiglia di Cosa nostra a Caltanissetta e da alcuni mesi collaboratore di giustizia. Messina era stato dipendente dell’Idrofont, una ditta pulita di San Cataldo, nella quale ricopriva la mansione di assistente al sottosuolo a Pasquasia, una delle più grandi miniere di sale potassico d’Europa, situata tra Enna e Caltanissetta.
Durante l’audizione, presieduta da Luciano Violante, il boss, soffermandosi sull’attentato di Capaci confessa: «Non abbiamo bisogno di comprare l’esplosivo all’estero perché le cave in Sicilia sono tutte in mano nostra». Un concetto ribadito anche durante il processo Leopardo celebrato a Caltanissetta: «Tutto quello che volevamo io l’ho uscito dalla miniera – le parole di Messina – da detonatori elettrici a dinamite. Noi rubavamo tutto all’Italkali, un anno l’azienda disse che gli mancavano dalla contabilità 400 kg di dinamite». Lui è l’ultimo pentito ascoltato da Paolo Borsellino.

1992, l’anno delle stragi.
Messina racconta che tra febbraio e marzo di quell’anno si era tenuta una riunione nel territorio di Enna, alla quale aveva preso parte la Cupola – Riina, Provenzano, Giuseppe Madonia e Santapaola – e che nel corso di quella riunione era stata decisa l’eliminazione di Giovanni Falcone. Con molta probabilità il vertice di Cosa nostra aveva deciso di attuare una nuova strategia stragista e di colpire anche vecchie amicizie, come l’onorevole democristiano Salvo Lima e l’esattore Nino Salvo. Narduzzo era stato aggiornato sugli esiti del summit dal suo amico Liborio Micciché, detto Borino, all’epoca consigliere per la Provincia di Enna.
Lima era stato anche il referente della mafia negli affari che ruotavano attorno a Pasquasia, aiutando la cooperativa La Pietrina che si occupava della pulizia dei nastri dei macchinari e che era amministrata proprio da Miccichè e da Raffaele Bevilacqua, esponente della corrente andreottiana della Dc e considerato sotto-capo della stessa ‘provincia’ mafiosa. Secondo la ricostruzione di Messina, agli atti del processo Andreotti, Salvo Lima, contattato da Bevilacqua, aveva a sua volta fatto pressioni su Francesco Morgante (presidente dell’Italkali), per convincerlo a dare dei lavori anche a La Pietrina, che da qualche mese era stata esclusa dalle commesse. Dopo l’intermediazione, la cooperativa di Micciché e Bevilacqua fu reinserita.
«Noi (inteso come Cosa nostra, ndr) eravamo i padroni della miniera – racconta Messina – perché loro (riferito all’Italkali, ndr) si occupavano di scavare il sale e noi invece ci occupavamo di controllare le gallerie». Le miniere erano i fortini di Cosa nostra. «A Pasquasia c’erano tutti: Miccichè, Mazzarisi, Arnone», spiega il collaboratore di giustizia.
Degli altri due abbiamo già parlato prima, Arnone invece era riferito a Paolino, titolare di un’azienda di trasporti e considerato uomo d’onore della famiglia di Serradifalco, arrestato durante l’operazione Leopardo condotta dalla Procura di Caltanissetta nel 1992.

La miniera atomica
Da circa vent’anni sono tante le inchieste giudiziarie che si sono susseguite sulla miniera di Pasquasia. Tuttavia, ad oggi, non sappiamo cosa nascondano quelle gallerie. Secondo uno studio dell’Arpa Sicilia, delle Asp di Enna e Palermo e i rilevamenti dei vigili del fuoco (commissionati dalla Procura di Enna), nella miniera ci sarebbero 9 mila quintali di amianto per 15 milioni di chili di terreno contaminati. Nel 2011, erano finiti sotto indagine Raffaele Lombardo (che ricopriva la duplice funzione di governatore e commissario delegato in materia di bonifica e risanamento ambientale), gli assessori Piercarmelo Russo e Giosuè Marino, e il consegnatario della miniera Pasquale La Rosa. Per loro, l’accusa contestava i reati di omissione d’atti d’ufficio e la gestione di rifiuti – amianto, nello specifico – non autorizzata. Il processo è attualmente in corso.

La chiusura e l’abbandono
Nel 1992 la miniera, attiva dal ’59 e terzo polo estrattivo al mondo per sali potassici, ferma la produzione. Ufficialmente perché gli scarti di lavorazione finivano nei fiumi Salso e Salito. Nel ’91 la Regione stanzia 70 miliardi di lire per la costruzione di impianti di depurazione a scarico controllato. I concorrenti tedeschi della Kali und Sulz, però, impugnano la proposta siciliana a Bruxelles, perché ritengono che favorisca l’Italkali (società a capitale misto che la gestiva insieme alla Regione Sicilia), ponendola in una posizione privilegiata sul mercato. Ne segue una lunghissima battaglia giuridico-legale tra la commissione europea e la Regione Sicilia, conclusasi a favore dell’Italia. Nel dicembre del 1992 la Giunta regionale rende pubblico l’appalto, aggiudicato dal raggruppamento di imprese Astaldi spa. Ma di nuovo tutto si blocca perché, secondo gli uffici regionali, la “disponibilità economica non risultava sufficiente per l’insieme delle opere del progetto”. Il tempo passa, i lavori non iniziano mai, i soldi scompaiono.

Gli studi dell’Enea
Parallelamente all’estrazione mineraria, alla fine degli anni ’70, la Comunità Europea chiese a tutti i Paesi membri di realizzare degli studi per cercare siti idonei a ospitare minerali radioattivi, di bassa e di alta intensità, con un decadimento che poteva raggiungere i 25 mila o i 100 mila anni. L’elenco prevedeva 134 siti, e tra i 12 situati in Sicilia c’era Pasquasia. Negli anni ’80, l’Ente nazionale per l’energia atomica (Enea) e l’Italkali firmarono un accordo quinquennale che consentiva agli scienziati di realizzare nella cava un laboratorio a 400 metri di profondità, per studiare le argille del sottosuolo e capire se era possibile costruire un deposito nucleare. I quotidiani riportano la notizia e la popolazione, spaventata dall’ancora recente disastro di Chernobyl, insorge. A farsi portavoce della battaglia è il sindaco di Enna, il democristiano Emanuele Lauria, che spinge la Regione a intervenire. Si apre un dibattito che portera alla revoca dell’autorizzazione allo studio. Nello stesso tempo, la Procura di Enna pone i sigilli al laboratorio. «Il nostro era uno studio sperimentale – spiega a Narcomafie il professor Enzo Farabegoli, che negli anni ’80 prese parte agli studi – non c’era niente di nascosto o di segreto, realizzavamo dei report che sono ancora oggi consultabili all’Enea. Le posso confermare che non c’è neppure un granello radioattivo dentro la miniera». Diversi anni dopo, ancora Leonardo Messina racconta al Procuratore antimafia Luigi Vigna che il Sisde si era interessato parallelamente allo studio dell’Enea. Pare infatti che i servizi segreti in forma ufficiosa avrebbero chiesto ai funzionari pubblici locali il nulla osta per seppellire materiale di natura militare altamente nocivo.

In Commissione antimafia.
Alcuni anni dopo la chiusura, nel 1997, l’avvocato agrigentino Giuseppe Scozzari, deputato de La Rete e componente della Commissione antimafia, porta all’attenzione del Governo la vicenda di Pasquasia e il possibile occultamento di rifiuti speciali. «Avevo parlato con molti minatori del luogo – ci racconta Scozzari – i quali mi avevano segnalato un movimento di camion che entravano e uscivano in orari e giorni inconsueti, considerando soprattutto che la cava era chiusa e abbandonata già da alcuni anni». Scozzari scrive un’interrogazione parlamentare per informare e chiedere chiarezza al Governo, consegnando lo stesso atto alla Procura di Caltanissetta e alla Commissione di cui era componente.
Il Procuratore della Repubblica nissena è Giovanni Tinebra, che in quegli anni si sta occupando delle stragi di Capaci e via D’Amelio e che viene convocato a Roma dalla Commissione. Durante l’audizione, il magistrato spiega che di Pasquasia «i giornali se ne erano occupati a sproposito» e che la fuga di notizie avrebbe «ingenerato un allarme superiore alla portata della questione». Ma tornando a parlare dei possibili sospetti che ruotavano attorno alle cave, spiega che «abbiamo tutta una serie di indicatori che ci portano a sospettare una pesante presenza di Cosa nostra nell’attività di raccolta, stoccaggio e smaltimento di rifiuti speciali e tossici». A un certo punto però il magistrato chiede di passare alla seduta segreta. A distanza di anni, Scozzari, presente all’audizione, ha spiegato che «probabilmente all’epoca dire che si stava indagando su Pasquasia poteva essere un fattore di rischio».
Fu l’ultima occasione ufficiale in cui si parlò di occultamento di rifiuti nelle cave. Solo nel 2003 Giuseppe Regalbuto. presidente della Commissione speciale sulle miniere dismesse dell’Unione regionale province siciliane (Urps), chiese ai magistrati di Caltanissetta lumi sugli sviluppi delle indagini. Sergio Lari, procuratore capo, rispose che c’erano stati degli accertamenti su «noti indagati» per reati di «smaltimento illecito di rifiuti anche radioattivi all’interno della miniera», ma che «tali atti tuttavia non sono ostensibili in quanto coperti da segreto».
«Questo – aggiunge Scozzari – è un altro dei dilemmi di questo Paese: come mai il Governo non ha mai fatto chiarezza sulla triste storia delle miniere, chiuse per volontà privata e per complicità pubblica».

Mamma Regione e gli enti informali
Aveva già capito tutto l’ingegnere Domenico La Cavera, detto Mimì, uno dei promotori della So.Fi.S. (Società Finanziaria siciliana), nonché ideatore di Sicindustria, il ramo distaccato nell’isola di Confindustria: «Il sale e il potassio erano da considerarsi il nostro tesoro. Dopo che si dimostrò che lo zolfo non era più economicamente valido e troppo costoso anche in termini di vite umane. Inoltre l’impossibilità della burocrazia regionale di agire in senso imprenditoriale e tanto altro ancora, fece scomparire il sale dalle nostre produzioni. Insomma la Sicilia dopo lo zolfo poteva diventare la regina del sale. Non fu così».
Siamo negli anni Cinquanta, la Regione ha affidato il timone del nuovo programma economico all’avvocato Vito Guarrasi, nominato Segretario generale del piano quinquennale per la ricostruzione della Sicilia. Ha il compito di gestire in maniera autonoma e diretta qualsiasi decisione o trattativa in merito alle vicende economico-finanziarie che riguardano il territorio isolano. Vito è figlio di Raffaele, ricco proprietario terriero di Alcamo, dal quale eredita i vigneti del famoso vino Rapitalà. Guarrasi ha amicizie importanti: Enrico Mattei e Eugenio Cefis, e i banchieri Enrico Cuccia e Michele Sindona. L’avvocato appartiene inoltre alla sezione siciliana dell’antica loggia della Massoneria universale di rito scozzese antico e accettato, Supremo Consiglio d’Italia, che si riunisce segretamente a Palermo, dove incontra boss mafiosi, ma anche magistrati, imprenditori, avvocati. Conosce per esempio i fratelli Ignazio e Nino Salvo (considerato l’esattore di Cosa nostra), Salvatore Greco Ciaschiteddu, ovvero il capo della prima ‘commissione’ della mafia, ed il cugino Totò Greco detto l’ingegnere, entrambi appartenenti alla famiglia di Ciaculli.

La So.Fi.S
A dieci anni dalla sua costituzione, l’ente regionale conta 55 partecipazioni azionarie in svariate società e debiti stimati intorno ai 3 miliardi di lire. L’idea di una Regione imprenditrice scricchiola. Ma invece di rivedere le strategie economiche, la politica dà vita a nuovi enti. Nascono l’Ente minerario ciciliano (Ems), la Società chimica mineraria ciciliana (So.Chi.Mi.Si) e l’Ente sviluppo industriale (Espi). A gestirne i fondi è Graziano Verzotto, democristiano di area Fanfani, veneto di nascita ma siciliano d’adozione, che qualche anno prima aveva accompagnato Enrico Mattei nella direzione dell’Eni. Verzotto non ha solo importanti contatti politici e imprenditoriali. Nel settembre 1960 insieme al boss catanese Giuseppe ‘Pippo’ Calderone, detto Cannarozze d’argento per via di una protesi metallica alla gola, è testimone di nozze del padrino Giuseppe Di Cristina, capo dell’omonima famiglia di Riesi e figura di spicco di Cosa nostra in Sicilia. Molti anni dopo, proprio in una società regionale controllata da Verzotto, il boss Di Cristina viene assunto come tesoriere.
La famiglia di Riesi controlla anche la miniera Trabia Tallarita, a metà strada tra i paesi di Riesi e Sommatino, nell’entroterra della Sicilia. In contrasto con le leggi regionali e i regolamenti, usavano per il trasporto degli operai camion malsicuri anziché gli autobus come da legge prescritto. A Riesi tutti conoscevano la situazione, ma le autorità competenti non intervennero. Le autorità erano loro, i Di Cristina.
La carriera di Verzotto è stroncata negli anni Settanta da un’inchiesta congiunta delle procure di Milano e Palermo sui fondi neri che l’Ems aveva dirottato sui conti svizzeri di Sindona. Viene spiccato un mandato di cattura e per evitare l’arresto fugge latitante in Libano.
Dalla ricostruzione degli inquirenti emerge che l’Ente minerario, il quale già disponeva di una concessione di finanziamenti con il Banco di Sicilia, deposita svariate somme in altri due istituti di credito: la Banca Unione di Michele Sindona e la Banca Loria, successivamente confluita nella Banca di Milano, di cui lo stesso Verzotto risultava consigliere d’amministrazione. Nell’inchiesta si fa riferimento a una parte di pagamenti d’interessi – tra il 5 e 6% – che venivano contabilizzati nei bilanci dell’Ems, mentre la parte restante – tra il 1,25 e il 2,5% – era versata direttamente in nero. Secondo gli inquirenti, circa 120 milioni di lire vengono intascati da uomini vicini a Verzotto, tramite assegni e contanti.

Il business delle bonifiche
Il primo vero passo per la bonifica di una miniera in Sicilia è stato fatto a Pasquasia, quando la Regione ha incaricato la società Sviluppo Italia di redigere un piano di messa in sicurezza del sito. Gli interventi prevedevano la possibilità di realizzare una nuova discarica all’interno del perimetro della miniera. Tuttavia, la presenza di 9 quintali di eternit e il fatto che tutti i capannoni fossero realizzati in cemento-amianto, resero impossibile ogni attività. Senza contare il fatto che mancavano i siti per accogliere un tale quantitativo di rifiuto speciale. Il sito è stato inoltre oggetto di ripetuti sabotaggi: l’ultimo è accaduto nel dicembre 2013, quando ignoti provocarono la fuoriuscita di olio dielettrico. Nessuno sembrò accorgersi di nulla, neanche il servizio di vigilanza che, interpellato dal consegnatario dei siti minerari dismessi Pasquale Larosa (attualmente sotto processo per omissioni di atti d’ufficio e disastro ambientale), riferì di non aver notato alcuna anomalia nell’area interessata.
Per la bonifica, il ministero dell’Ambiente stanziò venti milioni di euro. Ad aggiudicarsi l’appalto fu la 1 Emme soluzioni ambientali srl di Bergamo. Ma l’azienda Consap di Milano decide di fare ricorso al Tar, sostenendo che i suoi avversari bergamaschi «non avrebbero i titoli» per aggiudicarsi la gara. Dopo alcuni mesi di dibattito, fu il Tar del Lazio a confermare la decisione presa dal ministero e a consentire l’inizio dei lavori. Quando tutto però sembrò risolto, ad intervenire fu la Direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta, poiché notò anomalie nel lavoro della 1 Emme. Le indagini portano all’arresto di cinque persone trovate con un grosso quantitativo di rame e altri rifiuti ferrosi che secondo gli inquirenti sono stati rubati nel sito minerario. In particolare, i giudici dispongono dei campionamenti su cinque semirimorchi che trasportavano 106 tonnellate di “cemento-amianto” prelevato nella cava. I tecnici dell’Arpa e del Noe analizzano un pacco di onduline per ogni semirimorchio, constatando che “la superficie delle lastre non è stata preliminarmente trattata per rendere efficace il riferimento incapsulante” e che “la vernice incapsulante, necessaria al fine di evitare l’aero-dispersione delle fibre di amianto, risulta non uniformemente distribuita” . In altre parole, la bonifica realizzata sui pannelli d’amianto è stata parziale e incompleta.
Ad avvalorare la tesi degli inquirenti ci sono anche le intercettazioni ambientali. Nel corso di un dialogo tra un dipendente e un tecnico della 1 Emme si fa riferimento proprio al trattamento dei pannelli in amianto, che “per risparmiare” viene fatto solo “su una parte” e non su tutta la lastra.
Queste dichiarazioni evidenziano, secondo i giudici, “l’esistenza di un più ampio sistema di illegalità all’interno del sito con la consapevolezza e l’iniziativa dei referenti della società appaltatrice”. Nel corso delle operazioni viene sequestrata una somma di denaro trovata all’interno di automezzi provenienti dal casertano, sul quale si sarebbe dovuto trasportare il rame. Le ipotesi di reato su cui si procede vanno dal traffico illecito di rifiuti tossico-nocivi all’associazione per delinquere finalizzata alla frode in pubbliche forniture e a vari reati contro la pubblica amministrazione e la fede pubblica.
«Non c’è dubbio che le miniere – spiega a Narcomafie il procuratore della Repubblica di Caltanissetta Sergio Lari – in Sicilia come in altri luoghi, siano oggetto di grande interesse. Il problema della messa in sicurezza delle cave abbandonate e dell’eliminazione dei rifiuti tossici e nocivi, soprattutto l’amianto, costituisce una grande attrazione per le imprese che operano in questo settore». Camion pieni di tonnellate di rame prelevate dalle miniere e trasportati da corrieri in Campania. Un nuovo business tra mafia e camorra casertana.

Commissioni, interrogazioni e atti parlamentari
La complessa vicenda delle miniere siciliane è stata più volte portata all’attenzione del governo nazionale, sollecitato da numerose interrogazioni parlamentari. La prima in assoluto, come già detto, è stata quella dell’ex deputato della Rete Giuseppe Scozzari, interessato alle vicende societarie dell’Italkali, azienda a capitale privato e detentrice per il 49% delle miniere dell’isola gestite insieme alla Regione Sicilia per mezzo dell’Ente minerario siciliano. Diversi anni più tardi, agli inizi degli anni 2000, il deputato palermitano Vincenzo Fragalà, del gruppo Alleanza Nazionale, chiede al Governo Berlusconi di far luce sulle motivazioni che hanno portato alla chiusura di Pasquasia. Nel testo dell’interrogazione, l’avvocato era convinto che il blocco produttivo fosse stato provocato da “un condizionamento venuto da altri due protagonisti dell’oligopolio”, all’epoca Canada e Germania. Al termine della carriera politica, Fragalà torna a interessarsi delle vicende minerarie dell’isola scrivendo – nel gennaio 2010 – una lettera ad Adolfo Urso (suo compagno di partito e sottosegretario dello Sviluppo economico) per invitarlo ad un incontro a Enna per discutere della possibile riapertura di Pasquasia. Un mese dopo l’avvocato viene aggredito a colpi di mazza uscendo dal suo studio legale vicino al palazzo di giustizia di Palermo. Muore in ospedale dopo tre giorni di coma. Malgrado le tante ipotesi fatte dagli inquirenti, le indagini non hanno portato a identificare esecutori e mandanti.
Un contributo alla verità sulle miniere siciliane è arrivato con la realizzazione della video inchiesta Miniere di Stato, trasmessa su RaiNews e finalista del premio ‘Roberto Morrione’, che traccia un possibile quadro sullo smaltimento di rifiuti all’interno delle miniere.
I documenti trovati nella villetta dei misteri a Serradifalco sembrano avvalorare quest’ultima tesi, e per questo motivo il deputato Erasmo Palazzotto di Sinistra ecologia e libertà, interroga i ministeri dell’Ambiente e dell’Interno affinché facciano luce sulla vicenda, chiedendo inoltre di spiegare i tempi relativi alle bonifiche. «Nell’interrogazione, che non ha ancora ricevuto risposta – aggiunge lo stesso Palazzotto successivamente – appare logico ipotizzare che l’area mineraria dismessa tra le provincie di Enna e Caltanissetta, a causa della totale mancanza di vigilanza, possa essere identificata come l’area finale dello stoccaggio illegale dei rifiuti speciali. Anche per via di una forte presenza mafiosa nel territorio».
I componenti del Movimento 5 Stelle dell’Assemblea regionale siciliana hanno chiesto e ottenuto l’istituzione di una sottocommissione di studio sui siti minerari siciliani legata alla terza commissione (quella alle Attività produttive). «Siamo in una fase di studio – spiega Giancarlo Cancelleri, capogruppo M5S all’Ars – inizialmente procederemo con la mappatura dei siti, poi incroceremo i dati con le informazioni relative agli studi sanitari dei luoghi, per capire se c’è una correlazione tra l’inquinamento del territorio e le malattie, soprattutto oncologiche. Infine, abbiamo intenzione di proporre un piano di bonifica che possa portare successivamente alla riapertura dei siti e usufruire delle miniere come luoghi turistici»


Dalla rivista “Narcomafie” - Luglio 2015

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