Presento qui un importante brano di Eduard Bernstein, il famigerato “revisionista”, la cui vicenda politica mi è simpatica, assai più di quella del suo antagonista principale, il marxista “ortodosso” Kautsky, sostenitore del governo militarista tedesco nella Grande Guerra.
Le tesi esposte in questo brano si rivelarono tragicamente ottimistiche nel primo dopoguerra, in Germania come in molti altri paesi europei (fanno eccezione i paesi scandinavi) ove il carattere classista, repressivo e militarista dello Stato si accentuò con l’avvento al potere di movimenti fascisti o parafascisti. La socialdemocrazia tedesca, ispirata da Bernstein, partecipò all’esperienza di Weimar che aprì le porte a Hitler. Le idee del pensatore socialista sullo Stato trovarono tuttavia positiva attuazione nel secondo dopoguerra, quando furono alla base del “compromesso socialdemocratico” in molti paesi europei. Lo stesso Pci togliattiano e berlingueriano, pur senza dirlo esplicitamente, fu assai vicino al “revisionismo” di Bernstein sulle possibilità di evoluzione in senso “popolare” e sociale del ruolo dello Stato.
Probabilmente la tesi sul carattere “metamorfico” dello Stato, le cui trasformazioni esprimono il modificarsi dei rapporti sociali, andrebbe tenuta presente anche oggi, un tempo in cui la dura e perdurante sconfitta del movimento operaio nei paesi occidentali sta permettendo un rimodellarsi delle funzioni statuali nell’interesse delle classi proprietarie. Credo che per il movimento socialista, espressione di un più complesso e articolato proletariato, sia ormai inevitabile un nuovo inizio, una ricostruzione ab imo come “Stato nello Stato”, qual era, secondo Bernstein, il movimento operaio nella sua prima fase. In questa lunga, dura e faticosa fase di rinascita bisognerà combattere la tendenza a considerare predominante o addirittura esclusivo l’impegno della sinistra classista nelle istituzioni statuali (S.L.L.).
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