15.3.16

1958. La Cina di Edoarda Masi rifiutata da Einaudi (Paolo Di Stefano)

L'articolo che segue, del 1993, è insieme recensione di un libro sulla Pechino degli anni 50, prima ancora della Rivoluzione culturale, e rievocazione di un caso di censura editoriale. (S.L.L.)

"Le forme si dissolvono". Sono le forme della vecchia Cina, raccontata da Edoarda Masi, maoista della prima ora, sinologa e insegnante all'Istituto orientale di Napoli. Nel 1957, poco più che trentenne, ottenne una borsa di studio per un soggiorno di un anno a Pechino. Ne venne fuori un diario in cui l'autrice, oltre a narrare la vita nel campus e l'esperienza scolastica, si soffermava sulla condizione degli intellettuali - docenti, studenti e scrittori - sottoposti al sospetto e alla repressione della nomenklatura cinese. Era il tempo della cosiddetta campagna contro gli elementi di destra: la grande apertura politica e culturale seguita ai fatti di Ungheria metteva in crisi la burocrazia, che cominciò a escogitare soluzioni di trasferimento dai centri intellettuali verso i campi periferici della fatica manuale. Edoarda Masi e i due compagni italiani che la affiancarono nell'avventura pechinese, furono i primi studenti approdati in Cina dall'Europa occidentale dopo il 1949. L'esperienza fu sconvolgente, tanto più per chi, come loro, aveva cullato il sogno maoista come la possibile alternativa tra il socialismo sovietico e il capitalismo rampante occidentale. Ma intanto si allungavano le liste di nomi con fregi rossi e oro affisse agli albi dell'Università , erano i nomi dei "xiafang", coloro a cui l'amministrazione centrale imponeva, come malcelata punizione, l'immersione "nella base" proletaria. Senza questa premessa non sarebbe possibile spiegare la bocciatura che il diario di Edoarda Masi subì, al ritorno in Italia dell'autrice, presso un editore come Einaudi.
Se si aggiunge che il libro viene pubblicato solo adesso da Feltrinelli, con il titolo Ritorno a Pechino (pagg. 205, lire 30.000), non si può negare che siamo di fronte a un caso insolito nell'editoria italiana. Che cosa accadde dunque nel lontano 1958, quando Edoarda Masi decise di affidare il suo diario all'autorità di Franco Fortini? Accadde che Fortini, consulente della casa editrice torinese, sottopose il manoscritto al comitato editoriale, sollecitandone la pubblicazione. Si formarono subito due schieramenti: quello, minoritario, di Fortini e Raniero Panzieri (che sarà, dopo la militanza socialista, il fondatore dei "Quaderni rossi") e quello "istituzionale". I nomi che aderirono a quest'ultimo fronte sono arcinoti e nel 1958 dovevano essere più o meno gli stessi di quelli che cinque anni dopo avrebbero rifiutato l'inchiesta di Goffredo Fofi sugli immigrati meridionali a Torino: da Bobbio a Bollati, da Calvino a Davico, a Venturi, a Vivanti, allo stesso Giulio Einaudi, ai più "possibilisti" (almeno nel caso Fofi) Mila, Solmi, Strada. Edoarda Masi commenta, nel primo capitolo di Ritorno a Pechino, la tormentata vicenda editoriale del suo diario: "fu bloccato da alcuni intellettuali Pci: da un pezzo avevano smesso di credere che 'la verità è rivoluzionaria'. O forse lo credevano e proprio per questo la temevano".
Non è difficile intuire le ragioni del rifiuto, visto che il libro avrebbe offerto un'immagine della Cina poco allineata rispetto alle idee circolanti nella sinistra europea. Fatto sta che Edoarda Masi rinunciò del tutto a pubblicare il suo diario: "Sapevo che, nelle condizioni imposte dalla guerra fredda, dare quel testo a un editore anticomunista avrebbe significato passare dall'altra parte del fronte. Decisi di condurre la mia critica per altre vie. Seguii il consiglio di Panzieri, trattare in forma saggistica il tema della Rivoluzione cinese - approfondire la problematica che essa rivelava e imponeva al mondo, con le sue contraddizioni manifeste e gli esiti drammatici". "Le forme si dissolvono", dunque.
Nel capitolo iniziale di Ritorno a Pechino (che curiosamente esce ora come il Diario 1960 di Fofi) la palude cinese viene rivisitata a trent'anni da quel primo viaggio: "la vecchia Cina resta come folklore impoverito o monumento archeologico museizzato, sempre più scisso dal presente... Gente smarrita, privata di identità e di speranza, che fa le cose per imitazione. Dietro la maschera, sembra il vuoto". Ma nel suo nucleo centrale, il diario (in terza persona) ha l'andamento del romanzo, in cui al di là degli incontri semiclandestini con gli studenti del posto e tra le appassionate discussioni e riflessioni politiche, affiorano i paesaggi, le luci, i pomeriggi invernali, le notti fredde, i sentieri di fango, le botteghe dell'antiquariato, i cieli senza luna che coprono la città.

Corriere della Sera, 29 aprile 1993

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