1.3.16

Aldo Capitini e le sue verità (Walter Cremonte)

Davvero benvenuta questa raccolta (Un’alta passione, un’alta visione, ed. Il Ponte) degli scritti politici di Capitini, che attraversano la fase più attiva della vita del filosofo, dal 1935 (“ho visto che c’era qualche cosa che dovevo fare”) agli ultimi testi di quel fecondissimo 1968, appena prima della morte. E sacrosanta la battaglia – culturale e politica – dei due curatori, Lanfranco Binni e Marcello Rossi, volta a restituire a Capitini la qualifica di “rivoluzionario”, che gli spetta e che è anche scritta sulla sua tomba, e a chiarire una volta per tutte il carattere “socialista” del suo liberalsocialismo: contro gli equivoci di natura azionista o, peggio, socialdemocratica.
Questo libro ricchissimo e a tratti commovente (si veda la pagina dedicata a Primo Ciabatti, per esempio) è motivo di un vero, grande respiro di sollievo, liberatorio: dopo le oscillazioni tra una prevalente e un po’ vile tendenza all’oblio e qualche più rara rievocazione anche commossa e coinvolgente, ma per lo più priva del necessario riferimento al pensiero politico di Capitini, abbiamo infine l’opportunità di fare i conti seriamente con questo pensiero complesso (in cui “tutto si tiene e tutto si apre”, si dice nell’Introduzione). Che è anche un fare i conti con noi stessi, con quello che di Capitini ci è rimasto, al di là di una un po’ generica adesione “sentimentale” al ricordo di questa persona straordinaria e del suo esempio. E questo è tanto più vero quanto più – come dice la Premessa – “i temi di Capitini (…) sono oggi attuali, da conoscere, da studiare e da sviluppare”. I temi di Capitini: la nonviolenza, l’omnicrazia, la compresenza… Ed è quanto mai opportuno, allora, aver premesso agli “scritti politici” (politici in un senso più stretto, ma dire così per Capitini è quasi un controsenso: tutto, ogni singola pagina, è ispirato ad una dimensione più alta, direi trascendente) un testo più complessivo come Attraverso due terzi del secolo, un’autobiografia intellettuale scritta da Capitini poco prima della morte: una sorta di consuntivo esistenziale e di testamento morale. Giustamente questo testo mirabile è collocato all’inizio, perché da qui, da questa posizione, getta una luce e un senso su tutto quello che segue, e tutto quello che segue (la vita, l’impegno e la battaglia politico-religiosa, la teorizzazione) ritrova qui, in questo ripensamento generale, il suo senso più compiuto e profondo. A un certo punto, verso la conclusione di questo testo, di fronte alla parola “compresenza” Capitini torna alla poesia, ricordando un brano del suo Colloquio corale, quello che inizia con il verso “La mia nascita è quando dico un tu”, nel quale, come lui dice, si esprime la “tensione fondamentale” del suo “animo”: come è apparso chiaro a chiunque di noi si sia accostato al suo pensiero o, appunto, al suo animo. Questo splendido brano poetico è tutto scandito da versi-frasi che si chiudono ognuno con il punto: come verità inoppugnabili, che non ammettono replica (perché vengono prima di una distinzione vero-falso, così come Antigone viene prima di Socrate). Capitini, alla fine del suo percorso, ritorna alla poesia (da cui era partito), leopardianamente consapevole del potere di persuasione che ha la poesia – agendo su una sfera diversa dalla pura razionalità – rispetto anche a termini teorici che potrebbero, a volte, lasciarci perplessi. Come tutta la tematica della compresenza (la compresenza dei morti e dei viventi), meravigliosamente consolante ma tale da richiedere uno”scatto” di natura religiosa che non tutti siamo disposti a riconoscere. Ricordiamo, a proposito, una Nota decisiva di Walter Binni nel suo La tramontana a Porta Sole: “In alcuni di noi, suoi amici e collaboratori etico-politici, il problema ‘religioso’ e quello stesso della nonviolenza non avevano il valore (del resto ben coerente in lui) che avevano in Capitini”.
Ma di fronte a questa dimensione del pensiero di Capitini, che contempla il “puro dopo”, la nostra finitezza, sentiamo veramente che le nostre parole sono insufficienti. Una cosa però vorrei dirla ancora: dalla lettura di questo libro, degli scritti politici di Capitini, viene una forte nostalgia “politica” per un tempo – e per le personalità che quel tempo hanno abitato – davvero migliore: per la chiarezza delle posizioni con le quali confrontarsi, o scontrarsi, così lontana dall’amalgama indistinto da cui a mala pena riemergiamo. Anche noi, la nostra “parte”: vogliamo tutti, e ne siamo tutti in qualche misura partecipi, la nascita (o rinascita) di un partito della sinistra, del lavoro, ma prevale, chissà perché, questa un po’ stucchevole polemica antiidentitaria, che sembra voler negare la memoria – anche simbolica – di quello che siamo. E quello che siamo ha le sue radici nel campo di un socialismo (nel senso che tante volte ci ha ricordato il nostro Maurizio Mori di “socialismo o barbarie”) libertario, o di un comunismo antidogmatico e antiautoritario. Guai, ho letto da qualche parte, a parlare di “cosa rossa”. Non dovrà più essere rossa neanche la bandiera agitata (inconsapevolmente) dal proletario Charlot in Tempi moderni? Ma già, viviamo in tempi postmoderni…


“micropolis”, 27 febbraio 2016

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