31.3.19

Le epifanie di Babylon. Gadda e “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana” (Filippo Polenchi)


Per la nuova edizione Adelphi del Pasticciaccio di Gadda (dicembre 2018), una recensione sintetica che propone come chiave una sorta di omologia tra racconto, struttura e lingua, “il caos raccontato con il caos”. Utilissime le notizie sulla genesi travagliata del capolavoro gaddiano. (S.L.L.)

Campione senza rivali fra i romanzi del modernismo italiano e della letteratura italiana tout court del secondo Novecento torna in libreria Quer pasticciaccio brutto de via Merulana di Carlo Emilio Gadda, a cura di Giorgio Pinotti per Adelphi. Da qualche anno a questa parte la casa editrice milanese sta provvedendo alla ristampa delle opere dell’ingegner Gadda, con nuovi apparati critici, forti anche degli scandagli effettuati nell’Archivio Liberati (anche in questa occasione non mancano i carotaggi di Pinotti: da leggere le sue introduzioni o clausole critiche come veri e propri romanzi-nel-romanzo).
Gadda iniziò a scrivere il suo giallo programmaticamente “conandoyliano” intorno alla fine della seconda guerra mondiale, ne pubblicò alcuni tratti sulla rivista “Letteratura” e, poi, come molti suoi altri lavori – cantieri aperti che, per la maggior parte, sono stati consegnati a noi impossibili da chiudere – lo lasciò andare, tuttavia senza abbandonarlo mai. Tant’è che in seguito, stretto al muro dagli editori, dalle difficoltà di campare (perché, attenzione, Gadda è uno scrittore scapigliato, un bohémien senza la bohème, uno scrittore che ha patito disagio e precarietà, che fino alla vecchiaia ha vissuto d’anticipi, di debiti, in ristrettezze, scrivendo sotterraneamente, sempre con la valigia pronta a traslocare, tra stanze in affitto, pensioni, pigioni, romitaggi amicali), insomma, in una situazione dalla quale era, come di consueto per lui, difficile uscire, riprese il suo romanzo giallo e, in un clima di perpetua guerra psicologica con l’editore Livio Garzanti, diede finalmente alle stampe Quer pasticciaccio brutto de via Merulana nel 1957. Immediato successo di pubblico (15.000 copie in 6 mesi di vita), un Gadda ormai sessantenne inopinatamente ritratto nelle cronache mondane, premi letterari e fama che mai aveva avuto: difficile uscirne illesi e difatti il nostro ne uscì depresso e insterilito. Con il Pasticciaccio, infatti, si chiude l’attività creativa gaddiana, interrompendo quella che, nelle intenzioni dell’autore, era soltanto la prima puntata di un giallo in due volumi.
Impossibile comunque chiudere l’architettura entropica che cresceva in un arcipelago sempre più eterogeneo e centrifugo, una fuga terrestre, una pericolosa china verso l’informale, a meno di non voler essere incoerenti. Un pasticciaccio-giallo, la dinamica del mistero della conoscenza in una Roma mai così caput mundi come ora e mai più così magnete di destini, politica, con l’ombra del “Predappiofezzo”, cioè Mussolini, a minacciare lo spazio e il tempo. Siamo nel 1927 e al 219 di via Merulana, nel “palazzo degli ori”, un orrendo delitto – anticipato da un “rubalizio degli ori” del giorno prima, ai danni della vedova Menecacci, anziana ereditiera veneta con più di una fantasia di stupro – chiama il detective don Ciccio Ingravallo, “comandato alla mobile”, a indagare. La vittima è Liliana Balducci, signora dell’alta borghesia romana, figlia di quei “pescecani” che durante la prima guerra avevano accumulato notevoli fortune: il capitalismo, si sa, è una maledizione. Liliana, vittima prim’ancora che di un coltellaccio diabolico di un disturbo narcisistico (messo a fuoco nel laboratorio di Eros e Priapo: Gadda infatti iniziò a comporre quell’altra sinfonia apocalittica negli stessi anni del Pasticciaccio di “Letteratura”); il suo cadavere viene ritrovato sgozzato, cruentemente raffigurato come un Rembrandt, prima di Bacon, come un tocco di carne da farne scempio, in una scena di un lirismo melodrammatico assoluto, ineguagliato. L’indagine di don Ciccio sarà irradiazione, diffrazione, diramazione, scoppio di piste ed epistemologie: s’intreccerà con il furto subito dalla contessa, con i carabinieri e soprattutto con l’extra muros delle campagne romane, dove la vita ribolle infernale e calda, dionisiaca e istintiva.
Gadda narra il caos con il caos: l’enigma insolubile della “ragione del mondo”, vorticosamente stritolata da una specie di “depressione ciclonica” (così anche nel libro più puramente filosofico del Gran Lombardo, ovvero la giovanile Meditazione milanese), dalla serie delle “concause” che hanno avvoltolato il filo d’Arianna della realtà fino a renderlo un “gomitolo” o meglio ancora, uno “gnommero”, raccontato con una lingua che è essa stessa gemmazione dell’incontrollato: Roma è Babylon: il diapason gaddiano rammenta la proliferazione dei linguaggi che affollano questo terminal delle anime; sotto la Roma eterea della ricca borghesia brucia la cenere di una romanità/umanità selvaggia e incoercibile, felice di essere carne da cannone mussoliniano – è sempre lui, il “Kuce” di Eros e Priapo – che trova il suo habitat nella campagna laziale: l’ecologia di Albano Laziale, del Divino Amore ecc. è già deflagrazione dei sensi e del Male, che per Gadda, è anzitutto allontanamento dal Bene della ragione. Le piste che porteranno Ingravallo e i colleghi carabinieri (fra i quali il motorizzato Pestalozzi, protagonista di un sogno del “topazio” ancora oggi memorabile per pirotecnia onirica) in una discesa ctonia fra elettricisti farabutti, marchettari, servette, donne-demoniche saranno destinate a chiudersi con il più celebre finale della letteratura italiana contemporanea, in quella che Gadda stesso chiamava “apocope drammatica”, ovvero in una sostanziale assenza del colpevole.

L'Indice, marzo 2019

Trovo Verona avara ... Una poesia di Toti Scialoja


Trovo Verona avara 
di aironi e in avaria
fin dal mio arrivo - a sera
riprenderò la via.

In mezzo alle rovine
tra i rovi e il capelvenere
sul muro è scritto in nero:
VERONA NEVERMORE.

da LE SILLABE DELLA SIBILLA 1983-1985, Libri Scheiwiller, Milano, 1988

30.3.19

Il viandante. Una poesia di Giorgio Straccivarius


porto a perugia i miei giorni brulli
senza lilleri non si lallera più
tana impazzita avara di fanciulli
tra nubi perlate color eossoblù
un tocco di sole proprio là in cima
e tutto è come prima ...

da Poesie Rosse (1964 - 1994)

L'Italia di Camus (Piergiorgio Bellocchio)


Vecchio pezzo, vivamente consigliato. (S.L.L.)


Ogni volta che in questi ultimi tempi sentivo blaterare di disunire l’Italia, la mia reazione era quella di chi subisce un’offesa profonda. Non importa che quei biechi spropositi venissero successivamente ridimensionati o smentiti: il solo fatto di averli formulati era intollerabile. Ma che cosa reagiva immediatamente in me? Qual era il punto sensibile? Quale idea o sentimento del mio Paese? Devo rispondere: Dante, Machiavelli, San Francesco, Michelangelo, Leopardi, Manzoni, Verdi... Non Garibaldi, Mazzini, Cavour. La lingua, l’arte, la cultura, ben prima e al di sopra della politica. Solo chi non ha amato i versi di Dante, le chiese romaniche, i corpi e i volti che i nostri artisti hanno fissato negli affreschi, nelle tele, nella pietra, nel bronzo, solo chi non sente tutto questo come patrimonio fondamentale dell’anima, può concepire di dividerlo e disperderlo, come farebbe un bambino o un barbaro. Ma a parte la bruta ignoranza, l’abissale incultura della nostra classe politica vecchia e nuova e di chi ci governa dal video, che cosa resta di questo patrimonio nella società, nella vita del Paese?
M'è capitato recentemente di leggere i Taccuini di Camus, una sorta di “diario di lavoro” dove i fatti privati prendono pochissimo spazio. Paradossalmente le pagine più intime, di maggior abbandono sentimentale, sono quelle che si riferiscono ai suoi viaggi in Italia, tra il 1937 e il 1955. La lista degli scrittori e artisti stranieri innamorati dell’Italia è lunghissima e prestigiosa: l’inglese, il tedesco, lo scandinavo, cercano anzitutto e trovano «il paese dove fioriscono i limoni e brillano le arance d’oro», come canta la Mignon di Goethe. Ma Camus non viene dal Nord, il sole e il mare dell’Algeria sono stati il suo elemento nativo e formativo. Ciò che più lo colpisce e l’affascina in Italia è il rapporto miracolosamente armonico tra i tesori d’arte, il paesaggio, gli abitanti. «Qui ogni città conta, col suo volto e la sua verità profonda». Dal «volto» delle città a «quei gravi volti di donna, improvvisamente sciolti in una risata». Ancora:«Avviandomi verso Firenze, mi sono soffermato su certi volti, ho bevuto certi sorrisi». Dopo aver visitato una mostra dedicata a Giotto, constata che «i volti dei primitivi fiorentini sono gli stessi che si incontrano per strada ogni giorno».
Ho citato dalle impressioni del primo viaggio, di un Camus appena ventiquattrenne. Quasi vent’anni dopo, ormai famoso, Camus torna in Italia per un lungo giro di conferenze. «Mi sembrava che in Italia mi aspettassero la mia giovinezza e nuove forze e la luce perduta». Si rinnova il miracolo. Commozione, «gioia misteriosa», felicità. «Ora bisogna cambiar vita». «Mi pento qui degli anni neri e stupidi che ho vissuto a Parigi». Passeggiando sulla Via Appia, «mi sentivo con il cuore talmente pieno che in quel momento sarei potuto morire».
L’anno successivo è ancora in Italia. La pagina di congedo, di cui riporto qualche passo, è una testimonianza d’ammirazione e d’amore così intensi e incondizionati da riuscire perfino imbarazzanti. «Al termine della mia vita vorrei tornare sulla strada che scende nella valle di San Sepolcro, percorrerla lentamente, camminare fra i fragili ulivi e i lunghi cipressi e trovare, in una casa dai muri spessi e dalle stanze fresche, una camera nuda dalla cui st retta finestra io possa guardare la sera che scende sulla vallata».
L’elenco dei luoghi che desidera ritrovare prosegue con Arezzo e Gubbio. Non può fare a meno di avvertire qualche elemento di disturbo: vorrebbe rivedere Assisi, ma «senza turisti e senza Vespe», e Perugia «senza le case che le costruiscono intorno»...
“Ma soprattutto, soprattutto, rifare a piedi, con lo zaino sulle spalle, la strada da Monte San Savino a Siena, costeggiare quella campagna di ulivi e di viti, di cui sento ancora l’odore, percorrere quelle colline di tufo bluastro che s’estendono sino all’orizzonte, e vedere allora Siena sorgere nel sole che tramonta con tutti i suoi minareti, come una perfetta Costantinopoli, arrivarci di notte, solo e senza soldi, dormire accanto a una fontana ed essere il primo sul Campo a forma di palmo, come una mano che offre ciò che l’uomo, dopo la Grecia, ha fatto di più grande. Sì, vorrei rivedere la piazza inclinata di Arezzo, la conchiglia del Campo di Siena e mangiare ancora i cocomeri per le strade calde di Verona. Quando sarò vecchio, vorrei che mi venisse concesso di tornare su quella strada di Siena, che non ha eguali nel mondo, e di morirvi in un fossato, circondato soltanto dalla bontà di quegli italiani sconosciuti che io amo”.
Non fosse morto nel ’60, e della più moderna delle morti (incidente automobilistico), oggi Camus avrebbe ottant’anni. Il Campo di Siena lo troverebbe ancora, e Assisi, Gubbio, Urbino, Firenze... anche se, altro che Vespe! Altro che quelle poche brutte case che quarantanni fa cominciavano a deturpate una civiltà millenaria! Nelle chiese e nei musei ci sono ancora i Duccio, i Donatello, i Masaccio, i Caravaggio. Ma gli uomini e le donne? Escludo, ahimè, che Camus potrebbe riconoscere i tratti di Giotto e di Piero nelle facce ebeti e soddisfatte del nuovo italiano telecomandato.

Da Al di sotto della mischia. Scritti e saggi, Libri Scheiwiller, 2007

29.3.19

Il caso Saviano (Andrea Inglese)


Nel sito Il primo amore Roberto Gerace estrae da una recentissima raccolta di saggi, come significativo dell'approccio del suo autore, Andrea Inglese, alla realtà e alla letteratura, il brano che segue, di cui sottolinea l'attualità, ricordando tra l'altro che Saviano sarà processato per aver definito Matteo Salvini “ministro della Mala Vita”. (S.L.L.)



... il caso di Saviano ha finito per costituire un rilevatore prezioso del diverso grado di consapevolezza che il paese ha del suo male maggiore. Mi limito qui a considerare le reazioni di due gruppi sociali ben distinti, quello dei politici e quello dei letterati. La classe politica di governo, attraverso il suo maggiore rappresentante, ossia il presidente del Consiglio, si è espressa in modo inequivocabile sulla popolarità della campagna antimafia di Saviano. Nel corso di una conferenza stampa il 16 aprile 2010, Berlusconi accusò fiction televisive come la Piovra e autori come Saviano di enfatizzare il fenomeno mafioso in Italia agli occhi dell’opinione pubblica mondiale. Non potendo più essere nella negazione pura e semplice (“la mafia non esiste”), il potere politico assume quelle che Di Girolamo chiama responsabilità omissive: “quando si sottovaluta il fenomeno mafioso ritenendolo un problema marginale della politica nazionale, di natura solo criminale e relativo ad alcune aree meridionali”. Naturalmente queste responsabilità non sono prerogativa dei soli politici del centrodestra, ma emergono ovunque l’insistenza della denuncia è screditata come eccessiva, e si richiede che venga ridimensionata, magari in nome dell’orgoglio napoletano o campano…
L’altro caso significativo è costituito dalla reazione dei letterati. Che in un paese di lettori riluttanti come il nostro, esistano ancora dei letterati, è in un certo senso merito di Saviano avercelo ricordato. Gomorra e il lavoro giornalistico successivo restituiscono centralità, nel dibattito pubblico, al fatto che milioni di cittadini italiani non siano ancora passati, nel XXI secolo, dall’arcaico “Stato dei favori” al moderno “Stato di diritto”. Questa circostanza, agli occhi dei letterati, è del tutto secondaria, in quanto i problemi importanti sono tutti e sempre di ordine esclusivamente letterario. Un letterato, d’altra parte, si distingue da uno scrittore proprio perché dimostra che il “mondo può attendere”, e che prima di tutto vengono le questioni del bello scrivere e del buon intreccio. Non si vuole qui riesumare l’opposizione solita tra “impegno” e “disimpegno”, ma riconoscere quanto sosteneva Fortini: “Non c’è lettura-scrittura, per degradata che sia, che non contenga, foss’anche in minima parte, un appello alla libertà-azione”. Se Saviano ha fatto di questo appello il motore della propria scrittura, ciò non toglie che anche l’opera letteraria meno immediata e accessibile custodisca in sé il medesimo sogno d’emancipazione e giustizia. Soltanto i letterati se ne dimenticano, vedendo come una minaccia il rapporto troppo stretto tra la scrittura e il mondo.
In un’epoca dove tanto si lamenta la marginalità della parola letteraria, Saviano, con i suoi libri e i suoi interventi, ha smosso montagne, strappando la mafia dalla zona anestetizzante del risaputo. I letterati, dal canto loro, si sono soprattutto dati da fare perché venga contrastata la comune opinione che Gomorra sia un’opera letteraria importante. Questo costituisce, per loro, il male maggiore della cultura italiana.

Da La civiltà idiota, Valigie Rosse, 2019 nel sito “Il primo amore”.

USA. Voglia di socialismo (Massimo Maggi)

Alexandria Ocasio Campos, deputata alla Camera dei rappresentanti USA


DA NEW YORK
«Siamo una nazione fondata sulla libertà e l’indipendenza, non sulla coercizione e il controllo. Stasera rinnovo il mio impegno: l’America non sarà mai un Paese socialista: siamo nati liberi e resteremo liberi». Donald Trump ha deciso: per essere rieletto nel 2020 alla Casa Bianca punterà, come nel 2016, sul fattore fear: la paura. Stavolta alimenterà negli americani quella del socialismo. E, per dare solennità alla sua promessa, il presidente l’ha formulata davanti al Congresso di Washington e all’America intera quando, all’inizio di febbraio, ha pronunciato il discorso sullo stato dell’Unione.
Nessuna distinzione tra welfare state di tipo europeo, socialdemocrazie scandinave e soviet della defunta Urss: a lui è bastato evocare un termine, socialismo, che per la maggioranza degli americani ha sempre avuto un suono sinistro. Da allora gli slogan sul marxismo vengono ripetuti da Trump in tutti i comizi. Democratici accusati di essere liberticidi, collettivisti, gente pronta a ridurre l’America come il Venezuela. Le sue consuete forzature, certo. Ma stavolta il crescente peso dei radicali nella sinistra gli fornisce un grosso appiglio. E lui, comunque, è in linea con il Partito repubblicano che, ben prima della sua discesa in campo, aveva dipinto come socialista anche Barack Obama: crocifisso per aver proposto una riforma sanitaria che dà copertura medica anche agli esclusi, ma mantenendo un sistema di gestione della salute più privatistico di quelli europei.
Proprio lo scarso successo di quelle politiche di Obama, accompagnato dalla frattura sociale prodotta dalla Grande Recessione di dieci anni fa, ha, però, alimentato un malessere profondo, soprattutto tra i giovani. La reazione politica che ne è derivata ha rimesso in circolazione una parola — socialismo, appunto — a lungo bandita dal vocabolario politico americano. La novità è stata colta con spregiudicatezza e strumentalizzata da Trump, lesto a fiutare l’opportunità per la sua campagna. Ma la novità — la voglia di socialismo di alcuni ceti sociali — c’è: è testimoniata dai sondaggi e dallo spostamento a sinistra di quasi tutti i leader democratici più in vista. C’è anche un fermento culturale che passa per riviste come «Jacobin» e che investe la scienza economica dove spopola la nuova Mmt (sta per Modern Monetary Theory), sviluppata da alcuni studiosi post-keynesiani: i socialisti la usano per spiegare come finanzieranno i loro costosissimi programmi sociali. Ma gli economisti mainstream — compresi quelli di sinistra, come Larry Summers — la condannano senza appello: è voodoo economics.
Il termometro delle indagini demoscopiche dice (rilevazione Gallup di qualche settimana fa) che il socialismo affascina, ormai, la maggioranza dei millennial americani: il 51 per cento dei cittadini tra i 18 e i 29 anni dice di avere un’opinione positiva sul socialismo. Il fenomeno non è nuovo, ma si sta accentuando: il primo segnale venne prima delle elezioni del 2016 quando, da un sondaggio promosso dalla Harvard University, emerse un’ostilità nei confronti del capitalismo da parte del 51 per cento dei giovani di 18-29 anni. Ma allora solo il 33 per cento di loro mostrò simpatia per il socialismo.
Numeri che vanno presi con le molle per due motivi. Intanto perché le risposte cambiano molto a seconda di come vengono poste le domande. Ad esempio la proposta di introdurre una copertura sanitaria universale per tutti raccoglie circa il 70 per cento di giudizi positivi, ma se ad essa viene aggiunta l’espressione «medicina socializzata», i consensi risultano dimezzati. E, poi, le simpatie socialiste dei giovani non sono affatto condivise dagli elettori di età più avanzata (che vanno alle urne molto più dei ventenni).
Pur con tutte queste cautele, è chiaro che la perdita di incisività dei democratici e i successi della destra populista hanno cambiato lo scenario politico del mondo progressista. Determinata, giovane, abilissima nella comunicazione, la neoeletta Alexandria Ocasio-Cortez, vera rockstar del partito democratico, è il motore di questa nuova stagione: è iscritta anche al Dsa, l’«organizzazione» dei socialisti americani, propone riforme radicali e costosissime per la sanità e la tutela ambientale, vuole tassare i ricchi con un’aliquota del 70 per cento. Con la sua dialettica tellurica sta scuotendo il Partito democratico insieme a un’altra pasionaria socialista: la neodeputata di Detroit Rashida Tlaib. Gongola Bernie Sanders:«Quattro anni fa certe cose le dicevo solo io e facevano scalpore. Adesso le senti ovunque, sono patrimonio di tutta la sinistra».
Altri candidati di prima fila alla Casa Bianca, come Kamala Harris o Elizabeth Warren, non si dichiarano socialisti, ma condividono punti-chiave dell’agenda di Ocasio-Cortez: dall’introduzione di un sistema sanitario universale con un pagatore unico (lo Stato), basato su un’estensione a tutti i cittadini del Medicare, la mutua pubblica per gli anziani, all’adesione al Green New Deal. Quest’ultimo è un ambizioso (e costosissimo) piano per la tutela dell’ambiente che vuole trasformare l’economia e la vita degli americani: da una rivoluzione dei trasporti alla trasformazione di tutte le abitazioni per renderle ecocompatibili.
Alle prese con una base impaziente, che non si accontenta più dei limitati risultati «incrementali» promessi dal riformismo di Obama e dei Clinton, oggi i candidati alla Casa Bianca più in vista tra i democratici (ad eccezione di Biden) si stanno spostando più a sinistra. Mentre gli esponenti moderati, quelli ancorati a posizioni centriste, magari perché parlamentari di Stati che hanno un elettorato prevalentemente conservatore, pur essendo schierati per l’economia di mercato, faticano a dichiararsi capitalisti da quando la Ocasio-Cortez, parlando all’Sxsw, il festival delle nuove tendenze di Austin, in Texas, ha definito il capitalismo «irrecuperabile».
In questo nuovo clima politico, in attesa che a difendere le posizioni democratiche moderate sia Joe Biden, il vice di Obama alla Casa Bianca che dovrebbe ufficializzare a breve la sua candidatura per le presidenziali, la bandiera del pragmatismo dell’establishment progressista è finita nelle mani di un altro candidato alla Casa Bianca, John Hickenlooper. L’ex governatore del Colorado è il prototipo del mercatista progressista in un partito democratico Usa a suo tempo definito dal politologo Kevin Phillips «il secondo partito più entusiasta del capitalismo al mondo». Eppure, quando in un talk show gli è stato chiesto di dichiararsi capitalista, Hickenlooper si è tirato indietro, sostenendo che vanno rifiutate etichette che possono alimentare le divisioni. Ma è chiaro che pensava anche ad altro, a cominciare dal timore di essere fatto a pezzi dai social media dove spopolano Ocasio-Cortez e gli altri leader liberal.
Ma, allora, quanto è profondo il mutamento degli umori nella sinistra americana? Quanto ha inciso la rivoluzione della comunicazione digitale sulla radicalizzazione in atto? E cos’è questo «socialismo americano» abbracciato da tanti ragazzi che di marxismo sanno poco o nulla?
Il socialismo, si sa, in America non ha mai attecchito per vari motivi: dalla guerra fredda e dalla contrapposizione dell’intero Paese al blocco sovietico, all’allergia allo statalismo sempre manifestata dai pionieri e dai loro discendenti. È su questo istinto libertario che punta Trump quando proclama: «Siamo nati liberi e resteremo liberi». La differenza tra marxismo-leninismo e socialdemocrazie nordeuropee, così chiara ai nostri occhi, lo è molto meno per gli americani: soprattutto quelli che vivono lontani dalle metropoli della costa orientale — New York, Boston, la stessa Washington — più sensibili agli influssi di Oltreatlantico.
Non aiuta il fatto che negli Usa il Dsa (Democratic Socialists of America) il partito dei socialisti americani, sia, oltre che molto piccolo, su posizioni radicali e, di fatto, alleato con il (minuscolo) Partito comunista. Già in passato, anche senza richiami espliciti al socialismo, nel Partito democratico americano si era fatta strada, a tratti, una corrente favorevole a una presenza molto più estesa dello Stato in economia e a una rete di protezione sociale molto robusta, accompagnata da un’elevata tassazione. Le politiche di questo tipo vennero, però, abbandonate prima ancora dell’era reaganiana, della caduta del Muro di Berlino e della dissoluzione del blocco comunista dell’Est europeo. A pesare fu soprattutto lo choc della sconfitta di George McGovern alle elezioni presidenziali del 1972. Opposto a Richard Nixon, il candidato, alfiere della sinistra liberal, non aveva molte speranze, ma la sua fu una disfatta storica: vinse solo in Massachusetts e nella città di Washington, perdendo in tutti gli altri 49 Stati, compreso il suo, il South Dakota. Nel voto popolare ottenne appena il 37 per cento, perfino meno del 40 per cento racimolato nel 1984 da Walter Mondale nel tentativo di detronizzare Ronald Reagan.
Da allora il Partito democratico cambiò rotta scegliendo ricette meno seducenti ma più pragmatiche, solidamente ancorate all’economia di mercato. E, dopo il trionfo di Reagan negli Usa e della Thatcher in Gran Bretagna, cominciò a cercare risposte, come le sinistre europee, nella Terza Via.
I democratici si presero la loro rivincita negli anni Novanta con Bill Clinton, ma non riuscirono a fermare il declino dei ceti medi: l’aumento delle diseguaglianze continuò e divenne insostenibile dopo il crollo finanziario del 2008. Una crisi di sistema dell’era Bush, ma della quale è stato corresponsabile Clinton che nei suoi anni alla Casa Bianca assecondò la deregulation estrema di Reagan.
Malessere ed erosione dei consensi rimasero a lungo sottotraccia, fino alla svolta del 2016. Prima la sorprendente forza della candidatura del socialista Sanders, battuto a fatica da Hillary Clinton nelle primarie democratiche. Poi l’elezione di Donald Trump, interpretata dalla sinistra radicale del Partito democratico come una smentita della regola non scritta delle presidenziali americane: per arrivare alla Casa Bianca bisogna correre al centro per conquistare gli indipendenti. Trump ha vinto da posizioni estreme, sostituendo l’ideologia con il populismo. Ora i «socialisti» pensano di poter ripetere la stessa operazione da sinistra, battendo Trump con una miscela di radicalismo progressista e populismo.
La spinta è forte, così come i rischi: per Rahm Emanuel, sindaco uscente di Chicago e braccio destro di Obama alla Casa Bianca, con i richiami al socialismo i liberal americani stanno consegnando a Trump le armi per vincere di nuovo nel 2020. I democratici, poi, non devono preoccuparsi solo della presidenza: usando lo «spettro» socialista i repubblicani stanno già assediando i deputati democratici degli Stati dell’America conservatrice che hanno consentito alla sinistra di riconquistare il controllo della Camera. La cui leader, Nancy Pelosi, allo stato dell’Unione ha applaudito Trump quando il presidente ha promesso che l’America non diventerà socialista. Il rischio principale per la sinistra americana è, oggi, quello della spaccatura.

“La lettura” del “Corriere della Sera”, 24 Mar 2019

“In nome del popolo italiano”. I ricordi di Resistenza di Anna Maria Levi

Anna Maria Levi con il fratello Primo negli anni 40 del Novecento

Ho trovato nel sito “il Ciottasilvestri”, dei due storici redattori cinefili del “manifesto”, materiali relativi alla sorella minore di Primo Levi, Anna Maria Levi Zimet, combattente partigiana e poi militante del Partito d’Azione, storica dell'arte e urbanista, tra le prime studiose a voler riqualificare i Sassi di Matera, morta nel 2013. Anna Maria Levi aveva sposato nel 1967 lo sceneggiatore newyorkese comunista Julian Zimet Halevy, vittima del maccartismo e costretto negli anni 50 e 60 a utilizzare vari pseudonimi per lavorare. Dal “post” di Ciotta e Silvestri riprendo i frammenti di una conversazione di Anna Maria Levi con Anna Chiampano, in Voci della Resistenza ebraica italiana, Le Chateau, 2011. (S.L.L.)
Anni 30. A destra Anna Maria e Primo Levi a Torre Pelice con due amiche
…Volevo ascoltarla ancora perché Anna Maria è l’unica testimone rimasta ed ha un ruolo in quasi tutti i racconti di questa raccolta. Come sempre c’è stata all’inizio un po’ di ritrosia, ma poi mi ha raccontato tante cose, senza nascondersi.
Anna Maria Levi è nata a Torino il 27 gennaio del 1921. Ha frequentato il liceo d’Azeglio fino all’emanazione delle leggi razziali e ha conseguito la maturità classica presso la Scuola ebraica. Ha potuto frequentare l’Università, laureandosi in Storia dell’Arte, solo alla fine della guerra… Dopo la guerra Anna Maria ha lavorato prima come segretaria del Partito d’Azione nel CNL del Piemonte, poi presso l’Istituto della Resistenza di Torino, collaborando con Giorgio Vaccarino, in seguito per il Movimento di Comunità di Adriano Olivetti, in un centro a Borgo San Paolo diretto da Renato Zorzi, dove si occupava della biblioteca. Dal 1953 si trasferisce a Roma e ha seguito, sempre per conto di Adriano Olivetti, allora presidente dell’istituto di Urbanistica, un progetto di riqualificazione dei Sassi di Matera: l’idea era di costruire una città satellite in cui trasferire i contadini che vivevano nei Sassi insieme alle loro bestie. In questa fase Anna Maria ha vissuto a lungo a Matera, una realtà completamente diversa da quelle a lei note… A Roma Anna Maria ha diretto la rivista “Centro sociale” per conto del CEPAS, scuola fondata da Guido Calogero e ha mantenuto il ruolo di direttore fino al 1980. Si è occupata tuttavia anche di traduzioni, soprattutto di libri d’arte… Nel 1967 si è sposata con Julian Zimet, un ebreo americano dalla complicata storia famigliare, con lui ha viaggiato intensamente e si è fatta buona compagnia. Julian faceva lo sceneggiatore.

E dopo l’8 settembre cosa è successo?
Dopo l’8 settembre siamo andati tutti ad Amay … Poi ho cominciato a pensare che lassù, con la neve, in inverno per mia madre sarebbe stato troppo difficile. Così ho mandato un uomo, non era un partigiano, ma era stato impiegato di mio padre e l’ha portata in pianura. Primo era contrario: diceva che la mamma là stava bene, che era diventata amica dei padroni della pensione in cui abitavano. In realtà non molto tempo dopo Primo, Luciana e Vanda sono stati arrestati. Erano giovani ed incoscienti, ma eravamo tutti così.

E la tua attività nella Resistenza?
Franco Momigliano mi ha presentato Ada Gobetti ed era lei a dirmi quello che dovevo fare. In genere mi occupavo di trasportare e consegnare la stampa clandestina. Una volta dovevo consegnare della stampa ad Aosta, ma non ho trovato il contatto e ho buttato tutto il carico nel giardinetto della miniera. Mi rendevo conto che rischiavo doppiamente: come clandestina e resistente e come ebrea, ma eravamo tutti un po’ incoscienti allora. Poi dopo l’arresto di Primo e degli altri mi sembrava giusto fare qualcosa: eravamo sicuri che Hitler avrebbe perso la guerra. Dormivo sempre in posti diversi, in particolare ricordo di un appartamento in corso Re Umberto, quasi vicino a casa mia, un rischio enorme perché qualcuno avrebbe potuto riconoscermi e denunciarmi. Faceva freddissimo ed era pieno di scarafaggi. Bisognava stare attentissimi con i portieri che si trasformavano in spie micidiali. Anche mia madre ha dato il suo contributo: una volta visitando Irma Levi Della Torre l’ho trovata per la strada che attaccava manifesti di stampa clandestina per la strada! Era forte!

Qualche avventura particolare?
Una volta avevo la borsa piena di stampa clandestina e la stazione di Borgofranco era circondata e stavano facendo delle perquisizioni. Penso: “Che faccio? Lascio la borsa o no?” Ma poi mi sono accorta che si trattava di soldati non troppo intelligenti che cercavano armi. Così quando è arrivato il mio turno ho detto che i giornali che trasportavo ossia “Il Partigiano Alpino” e “Italia Libera” che erano tutti arrotolati erano carta per mia zia che aveva un negozio…
Mi hanno rubato la bicicletta, che era fondamentale, allora mi sono messa un impermeabile e sono andata davanti ad una fabbrica, alla mattina molto presto, e ho fatto finta di avere una rivoltella in tasca e ho detto ad una donna: “In nome del popolo italiano mi deve dare la bicicletta, mi dia il suo nome e il suo indirizzo così quando finirà la guerra gliela restituirò”. Lei me l’ha data ed io ho mantenuto la parola.

Come avete saputo dell’arresto di Primo?
L’abbiamo saputo da Bianca Guidetti Serra. Poi dopo la partenza da Fossoli è stato terribile non sapere più nulla. Mi ricordo che una sera ero con mia madre a Borgofranco e i padroni di casa ascoltavano Radio Londra. Mia madre sferruzzava sempre e diceva che Primo avrebbe avuto bisogno di calze di lana, quando fosse tornato. Ad un certo punto alla radio hanno detto: “Sappiamo che nel campo di Auschwitz c’è stato un grande massacro di prigionieri” ed io ho visto che mia madre è impallidita e per un momento ha smesso di sferruzzare.
È stato molto importante per noi ricevere quelle poche cartoline, del loro arrivo l’abbiamo saputo da Bianca.
Anna Maria è stanca. Guarda lontano e sicuramente ci sono altre cose che ricorda, ma che non vuole dire. Mi sorride e mi dice “Sei una incantatrice, mi fai parlare di quello che non voglio…”.
Scusa Anna Maria. Non ti considero un monumento ma una deliziosa signora che mi ha accolto con amicizia e affetto e di questo ti sono grata.

Florence Nightingale,«l’infermiera inglese». Una icona ottocentesca rivisitata da Masolino d’Amico (Viola Papetti)



È meglio godersi un breve, piccante, saggio biografico o percorrere il lungo interessante iter che una biografia standard, informatissima, ci propone?
Molto dipende da chi scrive e da chi è l’oggetto della scrittura, ovviamente. Ma personaggi ardui, verticali come i vittoriani inglesi, tutti d’un pezzo nelle loro pazzie e nelle loro virtù, anch’esse sospette, è meglio servirli in piccole dosi: freddi, sepolti sotto una salsa esotica. Un biografo raffinato come Lytton Strachey cuoce a fuoco lento un soggetto durissimo, Florence Nightingale (nata nel 1820 a Firenze, da cui il nome), la segue nella sua lunga vita – morì a novanta anni –, illustrando le numerose imprese, mosse dalla sua potente vocazione infermieristica. Ora, Masolino d’Amico sfida il grande biografo in un saggio ancor più breve del suo, ma che si avvantaggia di una prospettiva diversa, L’infermiera inglese (Skira, pp. 92, e13,00). Strachey aveva a disposizione l’ottima biografia di Edward Cook e una memoria ancora viva di quella che veniva chiamata la «dama con la lampada», mentre d’Amico si avvale, oltre agli scritti lasciati da lei, di studi più recenti. Strachey sferra un colpo da maestro proprio all’inizio: «Tutti conoscono la popolare figura di Florence Nightingale, la santa donna che si sacrificava per gli altri… consacrando con lo splendore della sua bontà il giaciglio del soldato morente… Ma la verità è un’altra . Un dèmone la possedeva... Così accadde che la vera Nightingale fosse più interessante di quella leggendaria e anche meno gradevole».
D’Amico inverte i termini: la donna leggendaria oggi si rivela funzionale alla nostra mania igienica e salutista, mentre il suo dèmone, la sua magrezza, il suo vago misticismo, la sua sessualità ancor più vaga, non ci provocano. I due ragazzi che ne parlano, i consueti dialoganti di d’Amico, il giovane De Witt III, americano sempre in cerca di un soggetto adatto alla televisione, e la sua informatissima fidanzata Saffron, al momento ricoverata in una clinica svizzera, la inquadrano con un linguaggio nuovo, agile e disinvolto, entro una visione tutta attuale della sua frenetica attività riformatrice delle strutture ospedaliere, militari, della stessa cultura assistenziale di tutto il paese. L’icona ottocentesca, troppo ovvia, si è esaurita nei primi film su di lei all’epoca del muto, due lungometraggi, del 1936 e del ’51, una commedia data a Broadway negli anni trenta, uno sceneggiato televisivo inglese recente. La sua improvvisa apparizione nell’ospedale di Scutari (Istanbul), il 4 novembre 1854, dieci giorni dopo la disastrosa battaglia di Balaclava, con un piccolo battaglione di infermiere, provvista di una congrua somma di sterline raccolte dal Times, con cui acquistò le attrezzature elementari per rimediare alle raccapriccianti condizioni in cui erano ammassati morti, morenti, feriti, aveva del miracoloso. E gettò luce non solo sulle responsabilità che portarono a quella disastrosa sconfitta, ma sull’intera gestione della guerra e dell’esercito. Alla fine della guerra «si calcolò che in sei mesi il 73 per cento dei caduti non erano morti in combattimento, ma per malattia».
Quella di Florence Nightingale fu anche una esasperante battaglia contro l’ostruzionismo delle gerarchie militari, la macchina amministrativa, le avversità politiche. Usò per le sue sacrosante battaglie amici e amiche e li ebbe accanto a sé fino alla fine. I suoi consigli o meglio i suoi dogmi si rivelarono sempre utilissimi, eccetto quando chiese agli ospedali militari indiani di tenere aperte le finestre. Ma a causa del caldo straordinario, tutto era tappato fino a sera, e solo allora si aprivano le finestre. «Glielo dissero, ma lei non volle sentire ragioni, e fu inflessibile».

Alias – il manifesto, 5 luglio 2015

28.3.19

“Dalla marea che un popolo ...”. Il “Primo congedo” di PRELUDIO E FUGHE (1928)



Dalla marea che un popolo ha sommerso,
e me con esso, ancora
levo la testa? Ancora
ascolto? Ancora non è tutto perso?

Ora in Il Canzoniere, Einaudi, 2014

Album Capitini (Salvatore Lo Leggio per “Il Ponte”)



La presentazione solenne e affollata di questo Album Capitini (Anna Alberti, Lanfranco Binni, Gabriele De Veris, Marco Pierini, Album Capitini, Aguaplano, Perugia, 2018) si è svolta all'interno della Galleria Nazionale dell'Umbria, nello “spazio recuperato” che era stato – a Palazzo dei Priori, proprio sotto la torre campanaria – la prima abitazione di Aldo Capitini, la casa povera di un modesto impiegato comunale che tuttavia apriva “la vista, sopra i tetti, della campagna e dell’orizzonte umbro, specialmente del monte di Assisi, di una bellezza ineffabile”. La cerimonia svoltasi nel luogo da cui il filosofo della non-violenza lancio il suo primo, acuto sguardo sul mondo - una festa, si potrebbe dire, riprendendo uno dei temi a lui più cari - corona un anno (nel 2018 ricorreva il cinquantenario della morte) a Perugia particolarmente ricco di iniziative “dal basso”, quelle che al politico del “potere di tutti” più sarebbero piaciute.
Il libro è frutto di una collaborazione insolita, ma esemplare, di personalità rappresentative di istituzioni assai diverse, tutte in qualche modo interessate e convergenti nel compito importante di conservare, tramandare e valorizzare la complessa personalità di Aldo Capitini. Si tratta di Anna Alberti, dell'Archivio di Stato di Perugia, che ha curato tra l'altro la catalogazione, il riordino e la fruibilità dell'Archivio di Capitini che vi è conservato, di Gabriele De Veris che è responsabile della Biblioteca Comunale di San Matteo degli Armeni a Perugia, specializzata sui temi della pace e della non violenza e sede della Fonfazione Centro Studi Aldo capitini, di Marco Pierini che dirige il Polo Museale e la Galleria Nazionale dell'Umbria e di Lanfranco Binni, del Fondo Walter Binni.
La parte più nuova e originale del libro è rappresentata dalla scelta, ricca e varia, della documentazione, in gran parte inedita: fotografie che coprono tutta l'umana esperienza di Aldo Capitini, copertine e frontespizi di alcune tra le opere più importanti, riproduzioni di manifesti, volantini, avvisi di convocazione, l'anastatico di manoscritti (lettere e appunti personali soprattutto), pagine di giornale, documenti di Questura. A me ha destato una speciale impressione una pagina privata (ma in Capitini tra pubblico e privato non ci sono muraglie cinesi, ma continuità e coerenza), una lettera alla madre da Pisa nel difficile momento che precede la sua cacciata dalla Normale per le scelte antifasciste. Vi si parla con semplicità e profondità di religione, del suo diverso modo di intenderla e praticarla e della sostanza etica della sua fede: “Dio è sempre quello, per tutti noi, e per me e per te; quel Dio che c'insegna che dobbiamo amare tutti, fare del bene, non essere mai tristi (questo è importante molto), non farsi prendere dai pregiudizi della gente che trova ridicolo chi è religioso, salvo poi a rifugiarsi sotto di Dio quando se la vede brutta. A Dio bisogna pensarci tutti i giorni...”. Ma i materiali belli e importanti contenuti nel libro sono così numerosi da consentire a ciascuno di fare di qualcuno di essi un centro di riflessione, l'origine di un percorso di ricerca.
La parte scritta contenuta nel libro ottimamente si collega a quella documentaria. Si divide in tre sezioni: una sorta di autobiografia intellettuale, corta e sugosa, di Capitini (Attraverso due terzi del secolo), un profilo (La vita e le le opere) e una breve guida (Per leggere e studiare Capitini), curate da Lanfranco Binni.
Il testo di Capitini, redatto nel 1968, alla vigilia della morte improvvisa in un momento di grande impegno e creatività, diventò una sorta di testamento. La cosa che più affascina è la complessità di un'esperienza intellettuale che spazia dalla filosofia alla politica, dalla religione alla pedagogia, dalla poesia al diritto ed insieme la capacità di connettere questi momenti, di ricondurli ad unità senza le artificiose distinzioni di Benedetto Croce. A questo il racconto, intenso e simpatetico, di Lanfranco Binni aggiunge l'implicita documentazione di un paradosso che sottolinea la grandezza assoluta di Capitini, della sua peculiare “maestria”. Binni racconta della vastità e varietà di contatti del grande perugino, a partire dalla schiera dei suoi amici e collaboratori più stretti (Water Binni, Bruno Enei, Maria Luisa Schippa, Aldo Stella, Pietro Pinna) per giungere alle grandi personalità della cultura e della politica nazionale e internazionale con cui seppe tessere relazioni e instaurare collaborazioni. Il paradosso consiste in questa straordinaria capacità di incontro e di ascolto, di dialogo e di collaborazione che gli permette di coinvolgere nelle sue battaglie persone con cui, in altri campi, francamente polemizza e nel contemporaneo rifiuto di ogni compromesso sui principi, nella sua intransigenza etica.
Un'ultima nota riguarda l'oggetto libro, molto ben curato nell'iconografia e nella grafica. Un libro bello, oltre che utile. Un libro da guardare e da leggere, da conservare e riprendere. Perché della compresenza di Capitini, nei tempi insieme difficili ed esaltanti cui andiamo incontro, avremo tutti molto bisogno.

Il Ponte, gennaio-febbraio 2019

“Le parole sono nuove” - “As palavras são novas”. Una poesia di José Saramago



Le parole sono nuove: nascono quando
le proiettiamo nell'aria in cristalli
di risonanze delicate o dure.

Siamo uguali agli dei, quando inventiamo
nel deserto del mondo questi segni
come ponti che colmano distanze.

-

As palavras são novas: nascem quando
No ar as projectamos em cristais
De macias ou duras ressonâncias

Somos iguais aos deuses, inventando
Na solidão do mundo estes sinais
Como pontes que arcam as distâncias.

Balli nella storia. L’espressione del corpo nel mondo contadino e altrove (Massimo Firpo)



La danza ha sempre accompagnato la storia umana come un ineludibile linguaggio del corpo, come uno strumento di espressione – quasi sempre collettivo – fondato su una gestualità variamente codificata e in grado di manifestare sentimenti, tramandare miti, tenere lontani nemici, esorcizzare pericoli, ritualizzare eventi e consuetudini sociali, definire codici di comportamento e via dicendo. E in quanto fenomeno sociale e culturale largamente presente nel tempo e nello spazio se ne può fare la storia, anche se con la consapevolezza di muoversi su un campo minato, dove le fonti sono poche e non di rado ambigue, di difficile lettura, cariche di insidie.
Fonti iconografiche, anzitutto, scene di balli campestri e feste di paese (si pensi per esempio alle incisioni di Albrecht Dürer e di Sebald Beham o ai dipinti dei Brueghel o di Rubens) in cui è tuttavia difficile capire il significato di quelle tumultuose feste contadine. Su di esse, infatti, sembra posarsi uno sguardo talora paternalistico, ma alla fin fine condiscendente e simpatetico nei confronti di un mondo semplice, naturale, incorrotto, e talaltra sprezzante e ostile invece, nel solco della satira del villano, dei suoi tratti grotteschi e caricaturali che ne denunciano in termini moraleggianti la rustica rozzezza, gli eccessi nel mangiare, nel bere e nel sesso. Ma «a ballare danze campestri non sono sempre pastori o contadini veri – scrive Arcangeli (L’altro che danza. Il villano, il selvaggio, la strega nell’immaginario della prima età moderna, Unicopli, Milano, 2018) –; la complessità dei rapporti città-campagna in un’epoca di trasformazioni economiche e crisi demografiche, e la serie delle mode culturali con variazioni sul motivo arcadico, condizionano la dinamica di queste vicende».
Da maneggiare con analoga cura sono anche le fonti letterarie, non solo e non tanto i manuali di ballo della civiltà delle buone maniere, ma soprattutto le descrizioni di danze delle popolazioni amerindie o dei neri africani fatte da viaggiatori, esploratori, missionari. Un’immensa letteratura etnografica e antropologica, per così dire, non di rado fantastica e inattendibile, talora di seconda mano, condizionata dal suo stesso voler presentare mondi lontani all’insegna del meraviglioso, del mostruoso, del primitivo, rinchiudendo nel contempo il nuovo, l’inatteso, il diverso nei canoni del noto, imponendo ad essi il proprio sistema di valori e ingabbiandoli nei codici etici e religiosi dell’Europa classica e cristiana, a partire dalla sentenza di Cicerone secondo cui solo i matti ballano e dalla condanna della danza da parte dei Padri della Chiesa per le sue potenziali valenze trasgressive, erotiche e lascive, le sue contaminazioni pagane, le sue implicazioni demoniache o idolatriche attestate anche dalla tradizione ebraica (l’adorazione del vitello d’oro).
Lungi dall’essere descrizioni obiettive, in realtà, tali immagini altro non sono che costruzioni culturali dell’osservatore, che impongono allo storico il non facile compito di decostruirle. Ed è questo lo scopo che si prefiggono le raffinate indagini di cultural history confluite in questo libro, volto a chiarire come attraverso la danza, in particolare tra Cinque e Seicento, si sia guardato all’altro e al diverso, ai mondi lontani disvelati dalla grande espansione europea, o ai mondi vicini e temuti dei contadini, dei marginali, dei diseredati, dei folli, o ancora al mondo demoniaco del sabba stregonesco, contribuendo così a crearne i connotati artificiali, a dar vita a una realtà immaginaria, a trasformare un’ermeneutica in un fatto. In questa prospettiva, limitandosi a tratteggiare le ritualità coreutiche delle corti d’antico regime o della civiltà borghese, la percezione del sé, dello spazio e della disciplina del corpo che sembrano affacciarsi nel Rinascimento, il libro indaga sul significato della danza – o meglio, sui significati ad essa attribuiti dalla cultura dominante – nel mondo contadino, tra i selvaggi portati alla luce dalle grandi scoperte geografiche, dalle esplorazioni, dall’impegno missionario, e infine in quelle temibili presenze stregonesche che trovavano i loro momenti culminanti nei balli sfrenati e diabolici del sabba, che tra Cinque e Seicento Stati e Chiese cercarono di estirpare con violenza.
Del tutto evidente, infatti, è rapporto tra danza e religione, a volte sotto la guida di stregoni e sciamani, con accompagnamento di canti, musica, rullare di tamburi, e con effetti non di rado dionisiaci o visionari (si pensi ai tarantati pugliesi per non andare troppo lontano). Danze talora destinate a protrarsi per giorni e notti intere, a volte sotto l’effetto di droghe, a testimonianza del grande piacere che ne traevano i partecipanti, e quasi sempre motivo di scandalo per gli osservatori europei, capaci di scorgervi solo superstizione, paganesimo, idolatria. Ai loro occhi il ballo era solo uno dei modi in cui quegli esseri primitivi dalla pelle scura sprecavano il loro tempo «in prendere da mattina a sera tabacco in fumo; [...] in darsi alle crapole, a’ bagordi, all’ubbriachezze, alle lascivie et alle dishonestà; e finalmente in gire alla guerra et esercitar la militia, per rubare, saccheggiare, distruggere, ammazzare e satiarsi di carne humana». Un giudizio feroce, ben diverso da quello espresso nel Trecento dal grande viaggiatore arabo Ibn Khaldūn, secondo il quale «i negri sono generalmente caratterizzati dalla leggerezza di carattere, dalla incostanza e dalla emotività. Essi hanno desiderio di danzare appena sentono una musica. Potrebbero sembrare perciò poco intelligenti, ma invece secondo gli studiosi la gioia e il sentirsi felici dipendono dalla dilatazione e dalla diffusione in tutto il corpo degli spiriti animali».
Al ballo delle corti rinascimentali, all’insegna «di eleganza, sobrietà e decoro», caratteri tipici del gentiluomo (nel 1581 Fabrizio Caroso pubblica Il ballarino), si contrappone dunque quello ben diverso dei villici e degli indigeni, all’insegna di «gioia, libertà e sregolatezza», la cui trasgressività esercita tuttavia un’evidente attrazione sulle élites. Una trasgressività che giunge al culmine, fino a caratterizzarsi come consapevole apostasia, nel sabba demoniaco (peraltro non privo di analogie con le forme della festa popolare) in cui la dominante presenza femminile accresce la dimensione dell’alterità. Sarà in una dimensione del tutto rovesciata, invece, che in futuro – e compiutamente nell’Ottocento – la danza si connoterà sempre di più in senso femminile, come arte di creature angeliche capace di sublimare seduzione e corteggiamento, mentre diventa per converso segno di effemminatezza per i maschi. Percorsi complessi, qui appena accennati, che questo libro aiuta a comprendere.

“Il Sole 24 Ore” 15 luglio 2018

Ambaradam (Francesco M. Cataluccio)



In Etiopia, a sud di Macallè e 700 chilometri a nord di Addis Abeba, nella zona del Debra Behan, c e un massiccio montuoso chiamato Amba Aradam, (da «amba», rilievo montuoso) dove, dal 10 al 19 febbraio del 1936, le truppe degli invasori italiani, comandate dal maresciallo Pietro Badoglio, combatterono una cruenta battaglia contro gli etiopi guidati dal ras Mulugeta Yeggazu.
L’aviazione italiana, che aveva il dominio incontrastato del cielo, utilizzò su larga scala il gas iprite irrorandolo a bassa quota, con la precisa finalità di terrorizzare sia i soldati che la popolazione civile e piegarne ogni resistenza, mentre le truppe italiane a terra lanciavano con l’artiglieria proiettili al fosgene e arsina.
Ma il soldato-giornalista Indro Montanelli, non vide e non volle vedere nulla, e negò per tutta la vita quei crimini italiani. Eppure, già a partire dal 22 dicembre 1935, l’esercito italiano usava le armi chimiche, contravvenendo al Protocollo di Ginevra del 17 giugno 1925 (sottoscritto anche dall’Italia).
Nel luglio del 1936 il deposto imperatore Hailé Selassié aveva denunciato, all’assemblea della Società delle Nazioni, che: «Mai, sinora, vi era stato l’esempio di un governo che procedesse allo sterminio di un popolo usando mezzi barbari, violando le più solenni promesse fatte a tutti i popoli della Terra, che non si debba usare contro esseri umani la terribile arma dei gas venefici».
Durante la battaglia di Amba Aradam le truppe italiane erano alleate con alcune tribù locali ma, a seconda delle trattative in corso, alcune di queste si schieravano a loro volta con il nemico, per poi riaffiancare i soldati italiani.
Al loro ritorno in patria, i soldati «italiani brava gente», di fronte a una situazione disordinata e caotica, cominciarono a definirla «come ad Amba Aradam»: «è un’Amba Aradam». Nell’uso, le due parole si sono fuse in una sola, col cambio della lettera finale, diventando Ambaradan.
Tre anni dopo, tra il 9 e 1’11 aprile 1939, una carovana di partigiani guidati da Abebé Aregai, leader del Movimento di Liberazione Etiope, fu individuata dall’aviazione italiana e si rifugiò nella grotta di Amezegna Washa (Antro dei Ribelli) del monte Amba Aradam. La carovana era composta da membri della resistenza, ma anche dai loro parenti, che garantivano la cura dei feriti, oltre che da donne, vecchi e bambini. Il plotone chimico della divisione Granatieri di Savoia attaccò i partigiani di Aregai, usando bombe a gas d’arsina e iprite. Solo quindici persone riuscirono a scappare dalla grotta. Morì la maggior parte di coloro che vi si erano rifugiati. Ottocento persone arresesi all’alba dell’11 aprile vennero subito fucilate. Coloro che all’interno della grotta continuarono la resistenza furono uccisi con i lanciafiamme. Le estese ramificazioni della grotta resero pero molto difficile esplorai la pei stanare i membri della resistenza che ancora vi si rifugiavano. Il comando militare italiano diede quindi l’ordine di ostruirne l’imboccatura.
In quella grotta di una montagna ormai dimenticata è sepolta la nostra buona e confusa coscienza nazionale, ricordata oltre che a Roma, anche a Genova, Lainate e Mestre, dove ancora esistono strade che si chiamano via Amba Aradam.

da L'ambaradan delle quisquilie, Sellerio 2012 

26.3.19

Troppi Rousseau (Daniele Giglioli)



Su Rousseau circola da due secoli una vulgata che sarebbe caritatevole chiamare liberal-conservatrice, quando invece è francamente reazionaria: pura propaganda. Suona così: Rousseau è il cattivo maestro dei giacobini. Un precursore del totalitarismo. Da Rousseau si va diritti al gulag. Fosse per lui cammineremmo tutti a quattro zampe (questa a dir il vero era di Voltaire, e infatti almeno fa ridere). Ricostruzione che non sta né in cielo né in terra: se i giacobini fecero quel che fecero non fu per fanatismo rousseauiano, ma perché costretti a inventarsi soluzioni in fretta e furia nella brutale emergenza in cui versavano. Chi voglia comunque farsene un’idea può ricorrere al libro di un vecchio arnese da Guerra Fredda come lo storico israeliano Jacob Talmon, Le origini della democrazia totalitaria (Il Mulino, 1952) screditatissimo tra gli studiosi, ma incredibilmente citato ancora oggi come autorità in molti articoli di giornale: i luoghi comuni non muoiono mai.
Ma il buffo è quanto il falso Rousseau dei reazionari somigli, nella pratica se non negli intenti, almeno espliciti, al Rousseau cui il Movimento 5 Stelle ha intitolato la sua nuova piattaforma informatica in omaggio al cofondatore Casaleggio recentemente scomparso, il quale considerava Jean-Jacques «il padre della democrazia diretta». Ora, a un movimento che si pretende rivoluzionario e però chiama «direttorio» il suo organismo dirigente (laddove il Direttorio non segnò l’inizio, ma la fine della Rivoluzione francese), non si ha cuore di chiedere troppe pezze d’appoggio filologiche. E poi la politica cerca il suo bene dove lo trova e ha tutto il diritto di non andare troppo per il sottile.
Ciò che sorprende non è dunque questo, ma lo scarto tra le dichiarazioni (Rousseau profeta di una democrazia «più democratica» di quella rappresentativa) e la prassi: decisioni inappellabili dall’alto, trasparenza pretesa solo in basso, autorità carismatica dei fondatori, ossessione per una corruzione che alberga non tanto nel sistema, ma nel cuore stesso degli esseri umani, tutti criminali in potenza da sorvegliare in ogni singolo aspetto della vita, quando Rousseau diceva invece che l’uomo nasce buono ed è la società che lo perverte. Più che Rousseau questo è De Maistre, un reazionario della più bell’acqua; o al massimo, appunto, il Rousseau sfigurato (forse perché segretamente desiderato?) dalla propaganda reazionaria. Da cui la domanda: cosa accomuna le due interpretazioni?
Non certo il piatto adagio che gli estremi si toccano. Piuttosto il rifiuto, il rigetto, l’orrore per la contraddizione. Il pensiero di Rousseau è contraddittorio. Lui stesso lo sapeva. Non ha mai preteso di spacciare formule pronte per l’uso. Le soluzioni che avanzava servivano più a criticare lo stato di cose che a proporne in concreto uno diverso (è questa, da sempre, la funzione dell’utopia: additare le crepe del presente, non indicare un ordine perfetto che, se realizzato, diverrebbe un incubo incriticabile).
Il problema attorno a cui si è sempre arrovellato è il seguente: come rendere gli uomini liberi se sono loro i primi a non volerlo? A questo rispondono le finzioni teoriche e narrative del pedagogo nell’Emilio, del legislatore nel Contratto sociale, di Wolmar in un romanzo come La nuova Eloisa, che allestisce un microcosmo familiare dove la menzogna è bandita e tutti vivono all’insegna di una trasparenza che implica assoluta fiducia nella veridicità altrui.
Esperimenti di pensiero. Casi limite, così come un caso limite era per Rousseau quello «stato di natura» originario di cui lui stesso diceva che «probabilmente non è mai esistito e probabilmente non esisterà mai». E così come altrettanto un caso limite è la pretesa, nelle Confessioni, di essere stato l’unico a tentare l’«impresa senza esempi» di mostrarsi esattamente com’era, con tutto il suo bene e il suo male, episodi vergognosi compresi. Pretesa in cui era trasparente un ricatto: se vi racconto anche i miei lati più ripugnanti siete obbligati a credermi su tutto. E del resto già nelle opere politiche Rousseau insisteva su quanto il pedagogo e il legislatore debbano spesso ricorrere a suggestioni, mezzucci e perfino imposture per conseguire i loro scopi: il pedagogo che finge di smarrirsi con Emilio nella selva in modi che questi impari a sbrigarsela da solo; Numa Pompilio che consulta la Ninfa Egeria nella grotta o Mosè che chissà quanto a lungo si sarà girato i pollici sul Sinai prima di ridiscendere con le tavole della legge.
Ciò che Rousseau, in altre parole, ha pericolosamente messo a nudo, un secolo e mezzo prima di Nietzsche e di Max Weber, è l’origine infondata e irrazionale di ogni istituto razionale, l’abisso inscrutabile che presiede alla genesi di ogni soggettività individuale e collettiva. E tutto ciò in pieno Illuminismo, quando le migliori menti della sua generazione si beavano di credere che la ragione fosse un processo naturale, progressivo e irreversibile che avrebbe finito per imporsi da sé. Un ottimismo che Rousseau non ha mai condiviso: non a caso l’utopia di Wolmar nella Nuova Eloisa finisce male; lui stesso diceva che nessun popolo europeo avrebbe mai potuto mettere in pratica il Contratto sociale; in un abbozzo di continuazione dell’Emilio, cioè Emilia o I solitari, il suo pupillo viene tradito dalla sposa che il precettore gli aveva allevato come anima gemella; mentre nelle opere autobiografiche successive alle Confessioni (Rousseau giudice di Jean-Jacques, Le fantasticherie di un passeggiatore solitario) è costretto ad ammettere che la trasparenza promessa era impossibile e non aveva potuto fare a meno di abbellire, integrare, ritoccare. Contraddizioni penetrate nelle fibre più intime della sua psiche, negli anni sempre più minata dalla paranoia e dalla mania di persecuzione, fino all’ipotesi di un complotto universale ai suoi danni che vedeva coinvolti i suoi ex amici enciclopedisti e i gesuiti, i magistrati di Ginevra e le corti europee…
Che cosa fanno invece i maldestri esegeti di Rousseau? Laddove Jean-Jacques crea metafore geniali per mostrare quanto rischiosamente si articolino desiderio e pericolo, loro prendono le metafore alla lettera, scambiano le finzioni per verità, elevano a norma un esperimento. Alla contraddizione preferiscono la paranoia. Qualcosa di simile accadde a un altro sperimentatore abissale poi sprofondato nella demenza come Nietzsche: tra il cantore della bestia bionda celebrato dai nazisti e il conciliante fricchettone dei postmoderni (niente fatti, solo interpretazioni, tana libera tutti) ci sono più punti di contatto di quanto non si creda. La semplificazione è tanto necessaria in politica — dove bisogna scegliere: repubblica o monarchia, divorzio sì o no, nazionalizzare o privatizzare — quanto stupida nel pensiero. Ma più stupido ancora è confondere i due piani: chi lo fa si condanna all’impotenza o al disastro; nel migliore dei casi, al ridicolo.

La lettura / Corriere della sera 29/05/2016

"Perché no?" Una storiella ebraica raccontata da Moni Ovadia

Un gentile, cioè un non ebreo, domanda a un ebreo: "Perché voi ebrei rispondete sempre a una domanda con una domanda?".
E l'ebreo: "E perché no?". In Yiddish suona molto bene: far vos nisht?

da Perché no? L'ebreo corrosivo, asSaggi Bompiani, 1996

La Basa. Una poesia in dialetto emiliano di Cesare Zavattini con la traduzione in lingua dell'autore



O vést an funeral acsé puvret
c'an ghera gnanc'al mort
dentr'in dla casa,
La gent adré sigava.
A sigava anca mé
senza savé al parché
in mes a la fümana.

LA BASSA
Ho visto un funerale / così povero / che non c'era neanche / il morto nella cassa. / La gente dietro piangeva, / piangevo anch'io / senza sapere il perché / in mezzo alla nebbia.

Da Stricarm' in d'na parola (Stringermi in una parola) in Opere, Bompiani, 1991

Pellegrini e viandanti (Francesco M. Cataluccio)

Due sono i modi di stare al mondo: da pellegrini o da viandanti. I primi hanno un traguardo sicuro e vanno, seppure con qualche comprensibile esitazione, diritti per il loro percorso. I viandanti invece perdono quasi subito la strada maestra, non hanno ben chiaro l'obiettivo del loro movimento, per curiosità o timore, imboccano altre vie, passano per itinerari e paesi lontani, spesso tornano sui propri passi. Forse, come disse Samuel Beckett a Charles Juliet, tutti dobbiamo trovare la strada sbagliata che ci conviene.

da Vado a vedere se di là è meglio. Quasi un breviario mitteleuropeo, Sellerio 2010

Ieri, oggi e domani. Carmela Ferro, detta «Marechiaro», che partoriva figli per evitare la galera (Monica Bottino)

Carmela Ferro negli anni 60 del Novecento
Carmela in galera non ci andò. Non subito, almeno. Restò libera per anni. Grazie ai suoi figli, dieci, portati in grembo uno dopo l’altro per amore, sì, ma anche per sfuggire al carcere. Per evitare quella cella che aspettò invano per anni una donna, contrabbandiera magari, ma pur sempre una madre. Che la legge protegge dalla galera. E lei, Carmela, questa cosa la sapeva bene.
Carmela Ferro, 74 anni, si è spenta due giorni fa nei vicoli di Genova proprio accanto a una dei suoi figli, una di quelli che le sono rimasti. Qualcuno portato via dal destino, qualcuno dalla malavita. Quella malavita della quale lei, napoletana trapiantata nei carruggi, era stata regina incontrastata fino alla fine degli anni Sessanta e anche più avanti. Quando si diceva che nei vicoli di Genova la legge la dettava Marechiaro. Quello era il nomignolo di sua madre, ma poi le era scivolato addosso e le era rimasto appiccicato anche quando era diventata la moglie di Francesco Fucci «Mano ’e pece», boss storico della Napoli trapiantata sotto la Lanterna, un uomo sempre con la pistola in mano.
Il rispetto Carmela, lineamenti fini, capelli biondi e occhi verdi, se lo era conquistato. Tanto che addirittura la sua fama aveva scavalcato gli ambiti ristretti dei carruggi ed era arrivata a Roma, fino a uno come Vittorio De Sica, che la storia di Marechiaro e di come fece venire al mondo i suoi dieci figli, l’aveva fatta diventare un film. Ieri, oggi e domani, il titolo. E Marechiaro aveva ispirato un’indimenticabile Sophia Loren nel ruolo di Adelina, mamma contrabbandiera, moglie di Carmine, Marcello Mastroianni, disoccupato. Adelina-Loren vive a Napoli e per sfuggire alla galera fa figli e ancora figli, vivendo in uno stato di gravidanza perenne. Fino a che...
Come Carmela. Chi la conobbe da giovane dice che bastava una sua parola e Genova, quella Genova che vive da piazza De Ferrari in giù, sotto via Garibaldi fino al mare, si fermava. All’epoca nei vicoli c’era la legge dei boss napoletani e tanti immigrati conoscevano Marechiaro che si beccò 19 mesi per contrabbando di sigarette. I genovesi, invece, non ci andavano nei carruggi, a meno di non abitarci. Allora era un’altra cosa. Carmela era una donna «d’onore». Chi l’ha incontrata negli ultimi anni la descrive ormai come una bisnonna, una signora anziana con molti acciacchi, divenuta anche sensibilmente devota. Una sola cosa restava di quell’antica fierezza. Nello sguardo con il quale guardava i suoi figli, e poi i nipoti e i pronipoti, c’era lo stesso profondissimo amore.
Sulla porta del suo palazzo ora c’è appeso un biglietto attaccato con un fiocchetto viola: «Funerali martedì alle 11», recita. La gente passa indifferente. Marechiaro è un nome che non dice niente ai più giovani e anche quelli di mezz’età hanno i ricordi appannati. Non è più come quando, a decine e decine, i napoletani-genovesi si erano radunati alla stazione per vederla portare via. E tentare di fermare quei poliziotti che dovevano condurla - finalmente - in galera. Era il 1968. L’avevano beccata Carmela, tra una gravidanza e l’altra. Quando non era latitante. «Scappavo, se non restavo incinta», disse lei. E, fiera, salutò i suoi parenti salendo sul treno che la portava a Napoli, in carcere. Una napoletana ha scritto un capitolo nella storia dei vicoli di Genova. Strano. Ma vero. Quel pezzo di Napoli che viveva dietro e grazie al porto oggi è offuscata. E la morte di Marechiaro chiude un capitolo.

il Giornale, 25 ottobre 2004

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