5.3.13

Io ti amo. Un'altra poesia di Stefano Benni


Io ti amo
e se non ti basta
ruberò le stelle al cielo
per farne ghirlanda
e il cielo vuoto
non si lamenterà di ciò che ha perso
che la tua bellezza sola
riempirà l'universo

Io ti amo
e se non ti basta
vuoterò il mare
e tutte le perle verrò a portare
davanti a te
e il mare non piangerà
di questo sgarbo
che onde a mille, e sirene
non hanno l'incanto
di un tuo solo sguardo

Io ti amo
e se non ti basta
solleverò i vulcani
e il loro fuoco metterò
nelle tue mani, e sarà ghiaccio
per il bruciare delle mie passioni

Io ti amo
e se non ti basta
anche le nuvole catturerò
e te le porterò domate
e su te piover dovranno
quando d’estate
per il caldo non dormi
E se non ti basta
perché il tempo si fermi
fermerò i pianeti in volo
e se non ti basta
vaffanculo

da Ballate, Feltrinelli 1991

Liri (di Gaio Valerio Marziale)

Pompei. Affresco nella "casa del saturnino".
Quid faciat volt scire Lyris. Quid? Sobria fellat (Epigrammi, II, 73)

Liri vuole sapere cosa fa.
Niente, quand'è sobria succhia cazzi.

La traduzione è mia. (S.L.L.)

Mangiano... Una poesia di Paul Éluard

Tutti costoro mangiano
Sono ghiottoni sono contenti
E se ridono mangiano di più.

Da La vie immédiate, Gallimard, 1995 (1^ ed.1951)
La traduzione è mia (S.L.L.)

Il filosofo. Una poesia di Stefano Benni.

Stefano Benni
Non riesco a capire:
le cose continuano a finire.

da Ballate, Feltrinelli, 1991

Biblioteca Augusta di Perugia. L’ossessione del bibliofilo (Mario Baudino)

Un bell’articolo su una prestigiosa istituzione perugina. (S.L.L.)

Ci sono, fra i tesori della Biblioteca Augusta, alcuni libri piuttosto bizzarri, almeno a prima vista. Sembrano collage, e che collage: le figurine apposte sul bordo di alcune pagine sono state ritagliate da codici miniati del Trecento. Santi e madonnine, perché di questo si tratta, non c’entrano per nulla coi testi che affiancano, molto di più invece con quelli che coprono. Si tratta infatti di libri proibiti, censurati dal Sant’Uffizio con un sistema che da un lato si potrebbe definire barbaro, ma dall’altro inconsapevolmente sublime, visto che ha distrutto tomi preziosi e nello stesso tempo ne ha creati di nuovi, proprio come quando per costruire una chiesa si usavano le pietre e i marmi di un tempio romano.
Le censure, poi, erano nello stesso tempo meticolose e irrilevanti, roba di taglio più stalinista che clericale: si trattava di far scomparire da testi anche innocenti e ritenuti accettabili ogni riferimento a stampatori o autori protestanti, magari presente in qualche nota a margine: come ci racconta Alessandra Panzanelli, bibliotecaria e archivista dell’Università di Perugia, che la Biblioteca Augusta ha molto studiato. Lì i volumi proibiti non mancavano di certo. Ce n’era in abbondanza, perché facevano parte della collezione iniziale, e vennero difesi con discrezione dalle mire di Roma. La Biblioteca, del resto, aveva un’anima orgogliosamente «laica», come diremmo oggi, o meglio umanistica. Era un biblioteca comunale in attività dalla fine del Cinquecento.
Si discute anche, ma è un argomento tutto sommato di secondaria importanza, se possa fregiarsi del titolo di più antica biblioteca pubblica d’Italia, che le è conteso per esempio dalla Malatestiana di Rimini. Il direttore Maurizio Tarantini non è troppo appassionato all’argomento. Se si guarda alla donazione da cui nacque, spiega, è la prima. Se invece si fa il conto dall’apertura vera e propria non lo è, perché fu aperta ufficialmente al pubblico dopo quarant’anni di attività e di polemiche, che lette oggi sembrano particolarmente attuali, almeno alla luce dello scandalo recente nell’antica Biblioteca dei Girolamini, a Napoli, il cui direttore è stato arrestato con l’accusa di aver organizzato un sistematico saccheggio delle preziose collezioni.
Le biblioteche sono inquieti labirinti dove si intersecano tutte le storie del mondo, le farse e le tragedie; dove si combattono guerre e si consumano passioni magari poco carnali ma certo molto cartacee, e cioè non meno intense, esaltanti o rovinose. L’Augusta nasce da qualcosa che somiglia a un’ossessione: la passione smisurata per i libri di Prospero Podiani, grande bibliofilo perugino, che realizzò per primo, pur non essendo un porporato o un principe, un’idea cara agli umanisti ma di difficilissima attuazione. La sua vita era leggere e trovare libri. Ne aveva già accumulati settemila spendendo cifre immense (con conseguenti infelicità e liti matrimoniali, e cause interminabili per la dote delle due successive mogli) quando nel 1582 sottoscrisse un accordo col Comune di Perugia: avrebbe donato tutti i suoi libri, almeno settemila, più quelli che nel tempo si fosse procurato. In cambio la città doveva predisporre un palazzo dove ospitarli, e corrispondere a lui uno stipendio come curatore.
Ci aveva già provato Petrarca con la Serenissima, due secoli prima (senza chiedere niente per sé): ma l’accordo era naufragato dopo essere stato sottoscritto, a causa della taccagneria dei governanti veneti. Anche a Perugia si rischiò di non farne nulla: i Priori interpretarono le clausole a modo loro, Podiani si arrabbiò, si accesero frizioni, accuse furono sussurrate a mezza voce, la faccenda andò a rilento. La sede doveva essere pronta in due anni, ma ce ne vollero nove. Alla fine, però, proprio dai documenti studiati da Alessandra Panzanelli risulta che nel 1591, quando lo stesso Podiani era diventato Priore, le collezioni erano sistemate in un’ala nuova del Palazzo Municipale debitamente affrescata e decorata, e che la biblioteca dunque funzionava. Non per tutti: solo per gli «amici» del bibliofilo, che però faceva circolare i libri con munifica generosità, soprattutto fra i colleghi della Accademia degli Insensati. E annotava i prestiti.
All’epoca i buoni volumi costavano cari, e soprattutto non era sempre così facile procurarseli. I rigori della Controriforma ostacolavano la circolazione dei volumi, mettere le mani su un Erasmo poteva essere impresa rischiosa, conquistare una buona edizione di Tito Livio ma stampata nelle eretiche Fiandre era quantomeno pericoloso. Podiani eccelleva nel risolvere proprio questi problemi, grazie alle sue ottime relazioni con tutti. Era amico persino dell’Inquisitore di Perugia che, tutto sommato, lo lasciava fare, visto che per combattere i libri proibiti bisogna pur conoscerli. La biblioteca prosperava, anche se non fu così a lungo. Quando Podiani morì, nel 1615, il clima politico stava velocemente cambiando. E su di lui già circolavano pettegolezzi malevoli: per esempio, che avesse venduto molti libri.
Venne istituita una commissione per il riordino delle collezioni e il recupero dei volumi dati in prestito, o scomparsi. Erano molti. Per rendere le cose più spedite, si ricorse a un’arma assai clericale: chiunque non avesse restituito i volumi trattenuti (a volte da moltissimi anni) sarebbe stato scomunicato seduta stante. A quanto pare, fece effetto. Ma davvero Podiani era stato così disinvolto? Forse sì, conferma Alessandra Panzanelli. Si trattava però di un commercio parallelo, che non danneggiava la Biblioteca. Il grande bibliofilo consigliava, stimolava, aiutava gli studiosi, e non resisteva alla tentazione di esser quello che risolveva i problemi: così trovava, acquistava e rivendeva all’occorrenza i libri «impossibili». Era un cacciatore, eruditissimo e geniale. Non era un eterodosso: la sua vera eresia erano i libri, e la libertà di studiarli.
Resta di lui un’immagine dipinta nella sede del 1623, aperta sotto l’egida di papa Urbano VIII, che aveva cancellato l’autonomia di Perugia e umiliato la città. Tutti i riferimenti al passato, all’idea ancora pre-Riforma del fondatore, erano stati cancellati. Non la sua eredità, che è ora una biblioteca comunale con un tesoro di 400 mila documenti di cui 3400 manoscritti, 1300 incunaboli, 16500 «cinquecentine», come ci spiega il direttore Maurizio Tarantino. Una ricca biblioteca di conservazione, che essendo però anche civica offre in lettura soprattutto nelle sedi distaccate i più svariati testi contemporanei. «Il Comune di Perugia non ce la fa più a sostenere un gioiello come questo - spiega ancora il direttore -. Bisognerà separare la conservazione dalla pubblica lettura, per poterle fare al meglio».
Intanto però i codici miniati del primo francescanesimo convivono allegramente, alla debita distanza, con Dan Brown. E con altre meraviglie, se è per questo. Per esempio, ed è il pezzo di cui il direttore va giustamente più fiero, col manoscritto originale della Costituzione della Repubblica Romana. Quella del ‘48.
«Uno dei segretari era di Bevagna. Fuggì e mise in salvo il documento. Rientrato a Perugia, ne fece dono al Comune».
Che lo passò con tutti gli onori alla Biblioteca. Alla faccia dei Papi.

“La Stampa”, 25 luglio 2012

Svezia 1935-1971. Sterilizzazioni socialdemocratiche

Sul finire del secolo scorso venne alla luce come nell’avanzata e progressiva Svezia, ad opera dei governi socialdemocratici, fosse stato realizzato, con tutti i crismi di legge, un programma di sterilizzazioni forzate a fini eugenetici, durato quasi quarant’anni. Gli studi di Maija Runcis, allora ricercatrice e archivista, oggi storica accademica, svelarono, sul finire del secolo scorso, l’ampiezza del programma, corroborando i dati quantitativi con testimonianze orali impressionanti. Il testo che segue è parte di un servizio realizzato da Gianni Cirone per il mensile "Italian Leadership" nel 1997. Erano già noti i risultati della ricerca, ma non era ancora stato pubblicato integralmente lo studio della Runcis. Cirone intervistò lei e due anziane donne, forzatamente sterilizzate. Riprendo qui l’intervista alla studiosa. (S.L.L.)
La storica svedese Maija Runcis
Cosa ha scoperto nell'archivio di stato presso cui lavorava?   
Trovai del materiale sigillato. Quando lo aprii vidi che erano domande e cartelle di sterilizzazioni. Il primo caso che attirò la mia attenzione era quello di un prete che denunciava una sua scolara di 15 anni perché, durante i compiti, lei non riusciva a concentrarsi.   

A quali anni risaliva questa documentazione?    
Agli anni '30 e '40. Pensai che fosse una storia generata dal fondamentalismo religioso, una storia di preti che - a quell'epoca, forse grazie ad un grande potere - riuscivano a compiere scelte di questo genere, magari nell'ambito dell'attuazione di una strategia per lo stato di salute. Allora mi interessavo di questo.   

Quando cambiò idea?   
Quando riconsiderai quel materiale con maggiore attenzione. A quel punto mi accorsi che i preti non c'entravano niente. Si trattava, invece, di un progetto molto radicale, di stampo socialdemocratico...   

Socialdemocratico?   
Sì. A quell'epoca il dibattito sulla razza pura, sull'eliminazione delle tare genetiche, era un dibattito che investiva e vedeva impegnati molti soggetti, sia a destra che a sinistra.   

Quali erano le opinioni più diffuse?   
Beh, quelli di destra erano dell'avviso che l'individuo dovesse essere protetto dalle autorità e dalle istituzioni. I socialdemocratici, invece, sostenevano che, in alcuni casi, l'individuo - facendo parte della società - poteva anche essere vittima di ciò che fosse stato considerato “meglio” per la società.   

Nacque così la legge del 1935?   
In buona parte sì. Prima, anche la destra aveva tentato di approntare una legge simile, ma non aveva raggiunto una proposta unitaria. I socialdemocratici raggiunsero invece l'obiettivo perseguendo una precisa strategia di welfare state...   

Stato sociale?   
Può suonare strano... ma è così. La legge del '35 fu scritta dopo 15 anni di dibattito. Al tempo stesso l'Istituto di Uppsala ne approfittò per mettere in atto le sue ricerche sulle malattie ereditarie; anzi, per finanziare i propri progetti, quell'Istituto chiese anche maggiori fondi allo stato. Fondi che però non arrivarono mai per il contraccolpo che il paese subì quando il nazismo prese il potere in Germania.   

Quando la legge fu varata quale fu la reazione degli operatori?    
All'inizio i medici non erano molto soddisfatti.   

Perché?    
Perché la legge prevedeva che fossero sterilizzati solo i malati di mente e gli handicappati.    
Per favorire una “maggiore selezione”, al fine di migliorare la politica per lo stato sociale, i medici volevano intervenire anche su altre persone.    
Con la legge, allora, iniziò la sua attività anche una commissione che doveva sondare altri gruppi che potessero subire l'intervento.   

Ad esempio?   
Ad esempio già in quell'epoca si davano molti contributi a mamme single: ebbene, si potevano riequilibrare queste spese avviando un programma di sterilizzazioni per questi casi.   

Queste teorie a cosa portarono?   
Nel '41 gli effetti della legge furono ampliati a soggetti considerati asociali e a quanti conducessero una vita sregolata.   

Possibile?   
Sì, è così: il governo decise che chi non viveva secondo canoni riconosciuti come “normali” poteva e doveva essere sterilizzato. Concretamente, visto che si davano molti contributi a quanti non erano in grado di sostenersi autonomamente per svariate ragioni, il governo scelse questa via per risparmiare.   

E chi fu denunciato?   
Furono denunciate molte persone povere, molte ragazze madri o single, molti soggetti rinchiusi in orfanotrofi.   

In pratica si perpetrò un assurdo controllo sulla vita di ogni individuo?   
Beh, a rimetterci furono in gran parte le donne. Quelle di cui si diceva che conducessero una vita sessuale troppo libera: a volte era sufficiente che una donna si mostrasse in pubblico da sola, in compagnia di un uomo, per essere oggetto di denuncia.    
Era invece raro che gli uomini venissero sterilizzati: capitava ai carcerati, ai violenti, a chi lasciava la scuola in giovane età.   

Quali sono le cifre per uomini e donne?   
Nei primi anni della legge furono sterilizzati 10 mila individui, di cui il 60% donne e il restante 40% uomini.    
Intorno al 1945 si verificò un aumento degli interventi che si consolidò nel 1946, quando fu varata una legge di sostentamento economico agli indigenti e alle famiglie numerose.    
A questo punto, però, il rapporto percentuale si appesantì notevolmente a sfavore delle donne: dal 60 al 95%.    
E così rimase sino agli anni '70, quando la legge è stata tolta di mezzo dopo aver fatto sentire i suoi effetti su 63mila soggetti.   

In tutti questi anni nessuno ha mai reagito contro l'applicazione della legge?   
Sì, le donne negli anni '60. Si sono dette: "Perché dobbiamo essere sterilizzate solo noi?”. Hanno così tentato di far riscrivere la legge in modo da poter intervenire su uomini che violentavano o si rivelavano non adatti alla vita sociale. In realtà si fece ben poco. Riscrivere la legge significava rimettere pubblicamente in ballo tutto quanto era stato fatto sino ad allora. Non conveniva, quindi si diede in parte ragione a quanto sostenevano le donne, dichiarando che forse era meglio iniziare a sterilizzare solo le donne che avevano avuto troppi figli.   

Per lei tutte queste persone sono state costrette a subire?    
E' difficile dirlo. Probabilmente sì, ma la costrizione era molto più raffinata di quanto non appaia.    
Pensi che molte donne sono state indotte a subire la sterilizzazione nel momento in cui chiedevano consiglio a qualche specialista. Molte, in crisi matrimoniale, non volevano avere figli o non volevano avere rapporti sessuali con il proprio marito. Frequentemente, chi chiedeva aiuto in questo senso apparteneva a ceti non abbienti, a famiglie povere, il più delle volte condizionate da mariti alcolizzati. Ecco, davanti a questi casi, si preferiva la sterilizzazione della donna pur di non sciogliere il nucleo familiare.    

Come ritiene possibile che il popolo svedese abbia accettato tutto questo?    
La giustificazione sta nel fatto che gli svedesi, in quell'epoca, credevano molto nello stato e in ciò che sosteneva il partito socialdemocratico per migliorare le condizioni di salute e lo stato sociale.   

E' pronta alle critiche che le pioveranno sulla testa quando pubblicherà il suo studio?    
Sì sono pronta. So che mi accuseranno tutti quelli che hanno contribuito a costruire quella che è stata da sempre definita la “casa del popolo”. La mia critica, però, resta indelebile. 

4.3.13

Governo. E' l'ora della responsabilità.

Il senatore Domenico Scilipoti, eletto in Calabria nella lista Pdl
Una soluzione seria e duratura
Dopo i sorprendenti risultati delle elezioni del 24 e 25 febbraio, le discussioni e le ipotesi sulla natura e composizione del nuovo governo, nonché sulle forze che dovrebbero assicurare la fiducia in Parlamento, si moltiplicano e si prolungano.
Com’è noto, la coalizione politica di centro-sinistra guidata da Bersani, grazie al Porcellum che garantisce un premio di maggioranza spropositato (e perciò criticato dalla stessa Corte Costituzionale), con meno del 30 per 100 dei voti validi, ottiene un’amplissima maggioranza, più di 340 seggi su 630. Al Senato, questo assurdo meccanismo premiale, assegnato regione per regione, viene però diviso tra la coalizione che fa capo a Bersani (124 seggi con poco più del 31% dei voti) e quella della destra che fa capo a Berlusconi (118 seggi con poco meno del 31 per cento dei voti).
In entrambi i rami del Parlamento risulta sacrificato dall’ottuso maggioritarismo il Movimento a 5 Stelle, che debutta da vero e proprio vincitore ed è alla Camera il primo partito con circa il 25 % dei voti validi, ma appena 110 seggi (il Pd, con meno voti, ne ottiene 290).
Al Senato i senatori cosiddetti “grillini”, dal cognome dell’ex intrattenitore che fa da portavoce e megafono al movimento 5 stelle, sono 54 (il Pdl di Berlusconi, con due punti percentuali in meno, elegge ben 99 rappresentanti).
A queste forze vanno aggiunti gli eletti di un raggruppamento centrista che fa capo a Monti, alla testa del governo di “tecnici” tuttora in carica, che al Senato raccoglie 18 seggi.
Ottenere un voto di fiducia dalla Camera dei deputati non dovrebbe essere un problema per un governo espresso dalla coalizione di Bersani, dove i deputati Pd e Sel sono in netta maggioranza; ma al Senato il fiducia a un governo Bersani è cosa molto difficile, anche perché la coalizzabilità tra le forze politiche rappresentate al Senato è molto scarsa. Tanto più che il Movimento 5 Stelle non sembra temere l’ingovernabilità e si comporta come forza antisistema decisa a mandare a casa tutti gli altri prima possibile. Il Pd e Sel, dal canto loro, escludono ogni sorta di accordo con la destra di Berlusconi e con la Lega Nord. L’unico accordo (relativamente) facile appare quello tra il centro-sinistra di Bersani e la Scelta Civica di Monti: la probabile riottosità di Vendola e del suo piccolo partito (Sel) si smorzerebbe rispetto allo stato di necessità.
Ma neppure un governo Pd-Sel-Civici può ottenere la fiducia senza altri apporti. La coalizione parte da uno zoccolo duro di circa 140 senatori, ma per raggiungere la maggioranza assoluta nel voto di fiducia ne occorre ancora una ventina di senatori, disposti a consentire l’insediamento del governo di minoranza. E non mi pare possibile che i Grillini conceda la fiducia.
Allora, più che ai partiti e ai gruppi, bisognerà rivolgersi alla coscienza dei singoli senatori. Bersani, o un altro presidente incaricato del centro-sinistra, potrebbe costituire il governo e rivolgere in Parlamento un forte appello al senso di responsabilità di ognuno. Si tratta di convincere una ventina di senatori tra grillini, leghisti e berlusconidi, ad accordare la fiducia, anche tecnica, al nuovo governo. Il grosso dovrebbe venire dal Pdl, il partito di Berlusconi. Molti si aspettano, conoscendo il suo passato di attaccamento alle istituzioni, un atto di coraggio del senatore Scilipoti, già dipietrista, questa eletto in Calabria nelle file del Pdl al sesto posto. Nella scorsa legislatura, quando la scissione finiana faceva ritenere imminente la fine del governo Berlusconi, lo Scilipoti si sentì richiamato dal senso di responsabilità a votare la fiducia per evitare la crisi. Grazie a lui e a qualche altro deputato di opposizione il governo del Cavaliere poté proseguire nella sua opera. Lo Scilipoti fondò, subito dopo, alla Camera dei deputati, il “gruppo dei Responsabili”.
Ora le sue prime dichiarazioni da senatore sono per il dialogo tra tutti gli schieramenti e critiche verso i veti di Bersani e Grillo, ma aggiunge che comunque “il paese ha bisogno di un governo”. Una volta persuaso lo Scilipoti, il centro-centro-sinistra potrebbe affidare a lui un ruolo di persuasione nei confronti di altri senatori: potrebbe nascere un nuovo gruppo parlamentare di Responsabili, questa volta al Senato, più bello e più forte che pria.

La poesia del lunedì. Gabriella Modica

Fb

Tutte ai piedi
innamorate. A cascate
frasi d'altri
in
maschera e profusione.
Giornate a gonfiarsi il dito
a implorare
un "mi piace".
Prima della tv i miei nonni avevano la società,
il tabacco si masticava,
e la chiacchiera era compost.

Da Futuro non locale, Poesiaoggi, Marco Saya Editore, 2012

Yves Klein. Nel blu dipinto di blu (Patricia Corbett)

Quella che segue è la recensione di una mostra da un vecchio numero de “La rivista dei Libri”, utile a rammentare a me stesso la vicenda artistica di Yves Klein, un devoto di Santa Rita. Il Mondo cane è un famigerato documentario di Gualtiero Jacopetti, in cui – tra tante umane e disumane aberrazioni - è presentata una performance dell’artista. Il primo dei tre successivi infarti che condussero Klein a morte avvenne subito dopo la presentazione del film al festival di Cannes nel 1961. Jacopetti, che è morto mezzo secolo dopo, nel 2011, ha sempre sostenuto che la scena con Klein era concordata con lui e che l’artista era una sorta di ciarlatano. Non si sa quanto sia attendibile la sua testimonianza: il documentarista, un ex partigiano che si era buttato a destra, fu colto con le mani nella marmellata in un suo successivo documentario, Africa addio, una razzistica apologia del colonialismo morente, ove più di una scena, di quelle tese a dimostrare la crudele inaffidabilità dei “negri”, risultò montata ad arte. Quanto al giudizio su Klein, autore certamente problematico che io tendo a considerare geniale e profondo (seppure non privo di una certa dose di ciarlataneria), ognuno pensi quel che vuole, ma senza dimenticare la “merda d’artista” di Manzoni, i tagli e le muffe di Fontana, le scatolette di Wharol, i tanti esperimenti di Schifano, insomma le tante e diverse radicali rotture che caratterizzano l’arte del Novecento, primo e secondo. Credo che una buona chiave di lettura sia quella mescolanza tra arte e vita di cui Patricia Corbett ragiona all’inizio del suo articolo. (S.L.L.)

Per rivedere (con voce in inglese) la sequenza da “Mondo Cane” vedi
Per la versione di Jacopetti vedi
C’è chi sostiene che conoscere la vita di un artista non serve, o peggio, serve soltanto a creare equivoci tra lo spettatore e l'opera, che basta a se stessa, non abbisognando di dotte chiose, né
tanto meno di interpretazioni parapsicologiche. Ma quando la vita fa parte dell'opera, quando - come insisteva Yves Klein - l'arte assoluta è la vita stessa, allora è doveroso raccogliere tutti gli indizi che l'autore sparge lungo il suo camino. E la tattica desueta ma vincente adottata dai curatori della retrospettiva di Yves Klein attualmente in corso a Nizza, che a settembre verrà presentata al Museo Luigi Pecci di Prato. Il loro impegno ha cancellato definitivamente il ritratto riduttivo e sfottente dell'artista proposto nel film Mondo cane, che lo ferì profondamente e senza dubbio ne affrettò la morte prematura nel 1962.
Ma ancor oggi la vita breve che Klein si inventò nel giro di soli trentasette anni conserva il suo irripetibile alone ludico. Diplomato cintura nera - "4° dan di kodokan", come viene precisato sui biglietti da visita -, Klein pubblica trattati sulle arti marziali, che peraltro insegna agli studenti del Centro Americano di Parigi; chissà come avranno reagito i tosti ragazzi del Wyoming e del Nebraska sbattuti per terra da questo esuberante, enigmatico folletto? Egli ama il judo perché gli regala le prime intuizioni relative all'esistenza di uno "spazio spirituale", quella dimensione atmosferica che presto immortalerà in una serie di quadri ispirati alle grandi metropoli: un rettangolo rosa rappresenta Tokyo, mentre Londra è tutt'azzurra, Nizza arancione e Madrid verdolina. I soggetti sono comunque assai più austeri dei monocromi proposti, mezzo secolo prima, da Alphonse Allais - tra i quali la Raccolta dei pomodori da parte di cardinali apoplettici in riva al Mar Rosso.
Diciottenne. Klein aveva apposto la sua firma virtuale sulla volta celeste, additandola allora come «la più bella e la più grande delle [sue] opere». Rivendicherà sempre la superiorità del blu giottesco, anzi del Blu, che racchiude in sé «la scala di tutti i tesori affettivi del colore... il blu domina, comanda, vive». Questo particolare "Blu signore" viene denominato dall'artista IKB (International Klein Blue). Klein ama il pigmento puro tanto da non volerlo adulterare, impastandolo con l'olio: preferisce invece spargere un velo di colore per terra affinché si fissi al suolo grazie alla forza dell'attrazione. Allo scopo di eliminare ogni impronta personale, realistica e quindi effimera, sostituisce il pennello con il rotolo da imbianchino, abbandonato a sua volta a favore dell'ancor più tornito e gradevole corpo femminile. A poco a poco, forse inconsapevolmente, Klein si trova coinvolto - e non sempre con esiti felicissimi - nell'antico combattimento della linea e del colore, al quale nel 1954 aveva dedicato uno scenario, in precario bilico tra Pater e De Pero. Devotissimo a Santa Rita, nel 1961 Klein offre alla patrona delle cause disperate un prezioso ex voto originale, il quale venne casualmente alla luce quasi vent'anni dopo la morte dell'artista. Si tratta di una scatola di plastica con tre cassetti contenenti pigmenti blu, rosa e oro; in uno scomparto separato, sono sistemati diversi lingotti d'oro in un mare di blu IKB. Klein aveva chiesto, con la sua consueta incoerente sincerità, di «abitare le sue opere» e di «scoprire continuamente e regolarmente nell'arte cose sempre nuove, ogni volta più belle». Percorrendo la mostra, abbiamo la conferma che Qualcuno gli ha fatto la grazia, seppure a caro prezzo.

Cardinali in riva al mar Rosso

Alphonse Allais (1854 – 1905) fu un estroso scrittore e giornalista francese proveniente da studi scientifici e dalla professione di farmacista. E' apprezzato  soprattutto per le brevi storie, i brillanti  paradossi, gli aforismi che gravitano sull’assurdo, i giochi linguistici e verbali, che ne fanno un precursore delle avanguardie letterarie novecentesche.
Si propose anche come compositore musicale minimalista: la sua Marcia funebre composta per i funerali di un grand’uomo sordo, è costituita da un foglio da musica vuoto, perché  «i grandi dolori sono muti».
Ancora più interessanti e profetici i suoi lavori nel campo delle arti visive. Negli anni Ottanta dell’Ottocento espose dei «monocromi » che sembrano anticipare le sperimentazioni che Kasimir Malevic propose negli anni Venti e Yves Klein negli anni Cinquanta del secolo successivo. Tra di essi un curioso  Raccolta del pomodoro da parte dei Cardinali apoplettici in riva al mar Rosso (1883).

3.3.13

Shakespeare (di Alphonse Allais)

Shakespeare non è mai esistito. Tutte le sue opere sono state scritte da uno sconosciuto che aveva il suo stesso nome.


Triste paese. Una poesia di Carlo Levi


Carlo Levi
Sotto stendardo nero
stanno le porte e le soglie
il becchino nel cimitero
fra l'erbe stente raccoglie
la scapola d'un cristiano
suonano le campane
per qualche morto americano
nella farina, vestite di nero
le donne nere fanno il pane.

ottobre 1935

Da Bosco di Eva. Poesie inedite (1931-1972), Carlo Mancosu editore, 1993

Un Altan d'annata


Da "Linus", Anno XVII - n.11 (200) - novembre 1981

Il figlio congetturato. Se non sono gigli... (S.L.L.)

A Fontivegge, davanti alla Coop, sul B che mi porta a Settevalli sale un vecchio e con accento mediorientale chiede: "Capanni?". Ottenuta la risposta affermativa si siede.
Tarchiato, indossa un giaccone chiaro Sergio Tacchini, probabilmente taroccato, e sul capo una cuffia di lana blu con una scritta che non distinguo. Porta i baffi e il viso scuro, ramato, è grave, teso. Potrebbe anche essere turco, o iraniano, non so distinguere, ma mi convinco che dev'essere nordafricano, maghrebino, e che è diretto al carcere di Capanne per visitare un figlio cui porta il pacco giallo che tiene in mano. 
Mi accorgo che, mentre inseguo questi pensieri, una lacrima è spuntata fuori dai miei occhi.
Cerco di frenare l'impulso: magari il figlio è un orribile trafficante, un criminale senza scrupoli, un violento. Niente da fare: la pulsione alle lacrime non s'allenta, ma si intensifica.
È un'onda di pietà, dolcissima. Per quell'uomo che non conosco, per il figlio congetturato, per me, per tutti noi. 

2.3.13

L'ex intrattenitore Grillo e il suo movimento (SLL - Stto di fb)

L'ex intrattenitore Beppe Grillo (comico non è mai stato) è da diversi anni a capo di un movimento politico populista, che non ha alla sua base la vecchia piccola borghesia bottegaia, ma un mondo di piccoli imprenditori, impiegati, diplomati e laureati senza lavoro o con lavori precari, acculturati e frequentatori della rete. Nella marcescenza della crisi di regime, favorita dal minigolpe Napolitano-Monti-Berlusconi, il movimento guidato da Grillo (5 stelle) ha accentuato i suoi caratteri antisistema. Oggi Grillo e il grillismo si candidano alla presa del potere (non soltanto al governo), un potere da costruire sulle macerie della Seconda Repubblica.
Movimenti di questa natura si presentano come interclassisti e postideologici e raccolgono una stanchezza diffusa in tutti i settori della società verso la corruzione e la corsa all'arraffamento che spesso accompagnano le crisi di regime. Generalmente (ma non sempre) essi buttano a destra, sia sul piano sociale che sul piano politico; e di questo scartare verso destra nel caso del grillismo c'è già qualche segno.
Usare come termine di paragone il fascismo può aiutare a vedere come funzionino le crisi e come movimenti ambigui e magmatici possano determinarne la soluzione a vantaggio di nuovi gruppi politici dirigenti; ma immaginare oggi uno sbocco analogo al fascismo è una sciocchezza. A parte la vocazione al potere e la tentazione autoritaria, i movimenti populisti ben diretti (e questo di Grillo e Casaleggio lo è) sono molto pragmatici, non fanno progetti organici, ma modificano obiettivi e pratiche secondo il procedere della lotta per il potere. (Neppure il Mussolini del dopoMarcia, del resto sapeva dove sarebbe andato a parare).
L'unico modo di contrastare questo populismo aggressivo e distruttivo è sfidarlosul terreno del cambiamento radicale del vecchio ordine. Nell'attuale crisi italiana nessuno dovrebbe fare affidamento sulla rete di protezione democratica costituita dall'Unione Europea. La rete è piena di buchi e anche l'Unione s'avvia verso una crisi drammatica.

1.3.13

"E se improvvisamente" Una poesia di Piero Parrini

Al mare
l'incauto villeggiante
porta sempre con sé il costume
gli occhiali da sole la crema abbronzante
il telo da bagno le carte da ramino.
Mai gli scarponi
lo zaino i chiodi da parete
il maglione le funi.
E se improvvisamente?

Da Non era bionda Marilyn, Era Nuova, Perugia, 2011

Imu, Berlusconi e voto di scambio. C'è del marcio a Reggio Emilia? (S.L.L.)

Riprendo dal sito del “Sole 24 Ore” una notizia diffusa ieri, 28 febbraio 2013. A quanto pare la Procura di Reggio Emilia ha aperto un fascicolo di indagine contro Berlusconi Silvio con l'accusa di voto di scambio. La decisione nascerebbe dall’esposto di alcuni cittadini e non sarebbe un “atto dovuto”, ma una libera scelta dei magistrati. Prevedibile è la reazione dei berlusconidi, con Lupi e Capezzone che si strappano i capelli e la Santanchè che si strappa le vesti.
In verità ipotizzare un voto di scambio per la berlusconiana promessa di restituire l'IMU risulta una castroneria giudiziaria, la cui inconsistenza appare evidente perfino al profano, se appena riflette che quell'IMU sarebbe stata restituita (col cavolo, forse) a tutti quelli che l'avevano pagata e non solo a quelli che avevano votato per il Cavaliere. Di questo passo sarebbe voto di scambio ogni impegno elettorale che comporti un qualche vantaggio economico per certe categorie di elettori: non si potrebbe proclamare l'aumento delle pensioni minime o dello stipendio degli insegnanti né l'abolizione dei ticket sanitari. Sarebbe stata più ragionevole un'accusa di pubblicità ingannevole o addirittura di truffa per la famigerata lettera agli elettori, ma quella del voto di scambio è accusa davvero campata in aria e l’indagine è destinata a sgonfiarsi.
Pertanto qui gatta ci cova.
Che ci sia in magistratura qualche amico che con queste trovate vuole alimentare il vittimismo di Sua Emittenza? qualcuno che solleva questi ridicoli polveroni per nascondere le cose serie e gravi (corruzioni e collusioni) per cui Berlusconi potrebbe (e forse dovrebbe) andare in galera?
O si tratta di incompetenza mista a megalomania?
In entrambi i casi c’è da preoccuparsi.
Di una cosa però sono certo: i magistrati che hanno aperto l'indagine resteranno lì dove stanno, nessuno li manderà in Guatemala.

“Così fan tutte”. Mozart: due passi avanti e uno indietro (di Joseph Kerman)

In un articolo dal titolo Mozart genio intermittente, lo storico del melodramma Joseph Kerman recensisce nel 2000 alcune biografie e monografie mozartiane pubblicate negli Usa tra il 1997 e il 1999. Il brano “postato” è l’intrigante interrogativo che apre l’articolo. (S.L.L.)
Una messa in scena USA di "Così fan tutte"
Capita che la terza opera del sodalizio Mozart-Da Ponte, Così fan tutte, venga definita da Gay un «tardivo omaggio all'Ancien Régime»; debuttando nel 1790, solo pochi mesi dopo l'assalto alla Bastiglia, «c'era ancora tempo di essere frivoli, specie se al pubblico la frivolezza veniva propinata da un genio». Meglio si esprime a riguardo, nella sua non meno stringata biografia, lo storico inglese John Rosselli: «Il più perfetto lavoro drammatico di Mozart racchiude una società in cui uomini e donne sono tenuti a occuparsi esclusivamente di piacevoli stravaganze, e dove a tutto pone riparo la conciliazione in nome del buon senso. L'eterea bellezza della musica solleva l'ironia del racconto ad altitudini leggiadre .. . Così fan tutte è il fiore supremo dell’Ancien Régime nel suo punto di dissoluzione. Come l'arte, anche la vita di Mozart lo vede cavalcare il punto di svolta dal vecchio al nuovo mondo».
D'accordo - si penserà -, osservazione ben poco peregrina. Eppure, a ripensarci, non poi tanto scontata, se è vero che il gesto riverente del Così fan tutte giunse solo dopo che Mozart e Da Ponte avevano dato prova di sovversione in due opere ben più scottanti: l'aperta provocazione delle Nozze di Figaro (a dispetto del tocco vellutato della musica) e la meno vellutata di tutte le opere d'arte del Settecento, Don Giovanni, apparso sulla scena nel 1787. Perché questa ricaduta?

“La Rivista dei Libri” – Luglio / Agosto 2000

Il mito e il Novecento. L'Ulisse di Savinio (di Piero Cudini)

Da un articolo dell'italianista Cudini (Normale di Pisa) dedicato ad alcuni romanzi sul football e la scuola, recupero un pezzetto acuto e stimolante. (S.L.L.)
Capitano Ulisse alla Biennale di Venezia  del 2009 (foto Bortot - Nicoletti)

Il Novecento ha decostruito e ricostruito i miti classici facendoli reagire con la contemporaneità, con ciò trasformandoli proprio nel riaffermarne la validità archetipica, di riferimento, al momento stesso in cui ha inteso distanziarsene.
L'Ulisse che, al termine della pièce di Savinio (Capitano Ulisse,1925 – ed. Adelphi, 1989) sceglie di non rimanere a Itaca accanto alla sua Penelope e di non affrontare il "folle viaggio", ma, borghesemente abbigliato, scende dal palco e s'allontana, insieme con uno spettatore, verso il fondo della sala, rinuncia alle possibili realizzazioni del suo destino mitico, e rende realizzabile una normale vita da essere umano.
Come scrive Savinio, «le apparenze tentatrici, le seducenti assurdità, Ulisse se le è buttate dietro le spalle. Ora che dopo tanto ha finalmente imparato a vivere, Ulisse, quando ne avrà voglia, potrà anche morire».
E, a me sembra, un modo esemplare di attualizzare - non necessariamente, secondo certi malintesi canoni novecenteschi, di "degradare" - il mito; che del resto ha insieme, nella sua stessa essenza, i caratteri dell'attualità continua, non meno che quelli della storicità.

da "La Rivista dei Libri" - Luglio/Agosto 2000

Cain contro Chandler (di Piero Sanavio)

Lana Turner in "Il postino suona sempre due volte" (1946)
E’ malvezzo diffuso quello delle recensioni divaganti, che consiste nel parlare di quello che si vuole o di quello che si sa dedicando poco più di un accenno al libro di cui si dovrebbe scrivere. Ad esso fa più di una concessione Piero Sanavio, recensendo un libro postumo di James Cain su l’ultimo “alias-talpa” di febbraio 2013, ma il suo divagare risulta tuttavia colto e interessante.
L’articolo, di cui riprendo un ampio stralcio, è in realtà un confronto tra Cain e Chandler, autori di gialli e soggettisti di celebri film, con una netta preferenza per il primo.
Non sono d’accordo con la stroncatura di Chandler, ma l’aspro giudizio di Sanavio sul suo sentimentalismo e le indicazioni sulla “naturalità”  e credibilità di Cain possono essere punto di partenza per una feconda rilettura di questi due grandi. (S.L.L.)
Robert Mitchum in "Farewell, my Lovely" (1975
Edmund Wilson disprezzava il romanzo giallo e le sue estensioni (detective, mystery, crime novel) relegandolo nella sottocultura. Trovava inetto Hammett ma dichiarava che The Lady in the Lake di Chandler lo aveva «divertito». Chandler, dal canto suo, incontestato ammiratore di Dashiell Hammet, detestava James Cain (1892-1977) definendolo «un falso naïf, un Proust in tuta da operaio». Naturalmente, affermare che Cain, il più «naturale» pulp writer della sua generazione e del quale è appena stato pubblicato il postumo La ragazza dei cocktail (Isbn), non raggiunge le altezze formali di Proust, non è un discorso critico – e Cain, che sosteneva di non appartenere alla scuola dei duri, la hard-boiled school del gruppo Chandler-Hammett, non pretese mai di confrontarsi con lo scrittore francese.
Doveva invece pensarlo di sé, per le sue colte citazioni e le sinistre, suggestive, spesso verbose descrizioni di Bay City (un compendio di San Francisco e L.A.), Chandler con il quale il tempo non è stato clemente, lo stupore per l’esotismo dei luoghi esauritosi con il moltiplicarsi dei viaggi organizzati. Sotto la porporina hard boiled prepotente è un sentimentalismo che definire adolescenziale è dire il meno e investe (The Little Sister; The Lady in the Lake; Farewell my Lovely) anche il personaggio-icona, il fumettistico Philip Marlowe. Cavaliere «senza macchia» la cui scorza di duro trabocca nell’autoparodia azzerando l’apprezzabile umorismo di certi dialoghi, Marlowe non ama le brutalità poliziesche o la corruzione dei politici ma è al di sopra della legge visto che non esita a violarla o a procurarsi clienti con operazioni che sfiorano il ricatto (The Little Sister). La
sua credibilità appartiene a qualche recitazione cinematografica: più che al saltellante Humphrey Bogart de Il grande sonno (1945) di Howard Hawks, all’ingombrante presenza fisica, corrosa dalla stanchezza degli anni, di uno straordinario Robert Mitchum in Farewell my Lovely (1975) di Dick Richards. I limiti del personaggio, comunque, erano apparsi già a Robert Montgomery, attore e regista di The Lady in the Lake (1947) e dove Marlowe compare fisicamente una sola volta, riflesso in uno specchio – per il resto del film sostituito dalla voce narrante di un «Io» che è la macchina da presa.
È possibile che il migliore romanzo di Cain sia Il Postino suona sempre due volte (1934), ripetutamente portato sullo schermo e la cui versione che ne diede Tay Garnett (1946) colpì Pavese al punto da fargli trasporre la scena di John Garfield e Lana Turner sulla spiaggia in qualche nostalgico paragrafo de La luna e i falò. Pavese intravedeva Maupassant alle spalle di Cain e l’accostamento è possibile, né soltanto nel senso che anche Maupassant, come Diderot e M.me de Genlis, e come Cain, naturalmente, ha un suo posto nel filone del roman noir. Figlio di un insegnante e di una cantante lirica, occasionalmente minatore in una miniera di carbone, lui stesso per un certo periodo insegnante di letteratura inglese, Cain credeva che al suo stile non fosse estranea l’esperienza di cronista per il «Baltimore American» e il «Baltimore Sun». L’inizio del Postino è straordinario, uno scheletrico susseguirsi di fatti che ricorda lo Hemingway dei migliori racconti. «Mi buttarono dal camion di fieno verso mezzogiorno. Mi c’ero infilato giù al confine la notte avanti, addormentandomi appena sotto il telone. Dopo tre settimane a Tia Juana ne avevo un gran bisogno». È comprensibile che nell’Italia di Papini, Panzini, Répaci, dello stesso Bontempelli, Pavese restasse affascinato – per rendere palpabile il movimento persino gli za-bùm di Marinetti apparivano obsoleti. Il problema, con Cain, stava nell’incapacità di trasmettere un’emozione mantenendo per tutto il romanzo gli incalzanti, mutevoli equilibri dell’inizio – ma questo è imputabile anche a Chandler, per non parlare di Hammett dall’invincibile rozzezza.
[…]
Nel romanzo giallo la novità non risiede nell’invenzione linguistica, a meno che l’elemento poliziesco non sia, come in Faulkner, escamotage per un’opera di letteratura. L’alternativa, per il giallista che voglia rinnovare il racconto, è cambiare il milieu, fare ricorso al meraviglioso, l’esotico, il non-usuale. Per ovviare alla ripetitività Simenon spostava la fabula in province sempre diverse dell’Exagone e tuttavia sempre identica restava la meccanica dell’azione, prevedibile il susseguirsi dei fatti, identiche le personae. Non bastava cambiare i nomi. In Cain e in Chandler troviamo la stessa ripetitività narrativa – dopo il successo dei primi romanzi e la loro trasformazione in film la scrittura non è più invenzione, il romanzo non più romanzoma sceneggiatura. Ne fa fede la crescente, dettagliata descrizione degli interni (ossessiva in Chandler), dell’abbigliamento, dei gesti anche più insignificanti, e non risponde a nessuna economia drammatica ma alla prossima traduzione della fabula in film – sono indicazioni per i costumisti e gli attori. Nessuna obiezione, soltanto la considerazione che non si tratta più di letteratura. Nessun happy end in Chandler se non la soluzione del puzzle iniziale («who done it?», «chi l’ha fatto?») e l’immortalità di Marlowe che, dopo l’imbarazzante The long Goodbye, svelerà l’inconsistenza delle sue durezze comportamentali cedendo alle melasse hollywoodiane del matrimonio d’amore con ereditiera.
Nessun happy end in Cain, neppure – ma con quanta maggiore credibilità. Interprete della disperazione del sottoproletario, di quell’icona del diseredato che fu lo hobo anni trenta, delmarginale (lo è l’assicuratore di Double Indemnity, ’38, appena una tacca sopra al commesso viaggiatore; lo è Jess Tyler de La Farfalla, ’48; lo è la «dark lady» de La ragazza dei cocktail), Cain sembra esemplificare la formula fitzgeraldiana che «non esistono secondi atti nella società americana» e che ogni vittoria è in realtà una sconfitta. In Mildred Pierce (1941), il successo economico della protagonista ha il suo parallelo nel disprezzo che per lei prova la figlia: per il lavoro con il quale la madre l’ha mantenuta nell’agiatezza. Decisa a affrancarsi dalla sua condizione di subalterna, Joan Medford, la «ragazza dei cocktail», deve scegliere tra un giovane povero e un vecchio ricco – conscia che il risultato sarà comunque un fallimento.

“talpa – alias” 24 febbraio 2013

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