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8.9.19

Quando la scienza batte i proverbi. Non sempre l’occasione fa l’uomo ladro (Gianluca Mercuri)

Alain Cohn, Università del Michigan, Chicago

Uno dei motivi per cui frasi fatte e proverbi andrebbero evitati in un testo di qualità è che, oltre a denotare pigrizia intellettuale e scarsa facondia, esprimono spesso autentiche boiate. Prendete per esempio l’occasione fa l’uomo ladro, manifesto del cinismo italico e della rassegnazione al pessimismo e alla diffidenza. Per fortuna c’è la scienza, quel mix portentoso di pazienza, esperienza e competenza che porta a rovesciare i cliché più radicati. Anche nella scienza stessa, a seconda dei diversi approcci. Quello razionalista, per esempio, sposa di fatto la presunta saggezza popolare nel ritenere che interessi materiali e calcoli personali prevalgano necessariamente su considerazioni di natura collettiva. L’approccio comportamentista, invece, rifugge dalle teorie prefabbricate e valuta la condotta individuale come unica unità di analisi accettabile.
È comportamentista, non a caso, l’artefice di un clamoroso studio pubblicato da “Science” e ripreso dalla Bbc, l’economista Alain Cohn dell’Università del Michigan. Lui e il suo staff hanno condotto per tre anni — dal 2013 al 2016 — uno studio gigantesco, che ha coinvolto 355 città di 40 Paesi e, soprattutto, 17 mila portafogli. I partecipanti alla ricerca li smarrivano apposta, lasciandovi all’interno i bigliettini dei presunti proprietari, partecipanti a loro volta. Ebbene: in 38 Paesi su 40 — cioè tutti tranne Perù e Messico — la probabilità che i portafogli venissero restituiti si è rivelata maggiore quando contenevano denaro. Non solo: più soldi c’erano, più aumentava il tasso di restituzione. L’onestà e l’altruismo sono le ragioni primarie: anche portafogli contenenti chiavi, per esempio, venivano restituiti spesso. Ma la spiegazione psicologica più profonda la dà Lukas Zünd, economista dell’università di Zurigo e co-autore dello studio: «È facile non sentirsi disonesti quando ci si tiene un portafogli senza soldi perché non si guadagna niente. Ma diventa più difficile se si tratta di soldi». Il costo psicologico del sentirsi ladri, insomma, è spesso più forte del vantaggio materiale. Lo aveva già scritto un altro economista comportamentista, Dan Ariely, nel libro The (Honest) Truth About Dishonesty: «Noi esseri umani siamo pronti a rubare qualcosa che non abbia un esplicito valore monetario. Ma ci tratteniamo dal rubare direttamente soldi in una misura che renderebbe orgoglioso il più pio insegnante di catechismo».

Rassegna Stampa del Corriere della sera, 26 luglio 2019

3.9.19

Alvin Kennard. L’incredibile storia del condannato all’ergastolo per aver rubato 50 dollari ((Elena Tebano)

Alvin Kennard

Alvin Kennard aveva appena 22 anni quando, nel 1983, entrò in una panetteria dell’Alabama con un coltello in mano e si fece consegnare dalla cassiera 50,75 dollari in contanti. Nessuno si fece male nella rapina, ma all’epoca in Alabama vigeva l’Habitual Felony Offender Act, nota anche come la «legge dei tre colpi». Visto che era stato già stato condannato a tre anni di libertà vigilata per tre capi d’accusa di furto con scasso (relativi a un solo episodio del 1979), alla quarta condanna ricevette in automatico la pena del carcere a vita senza libertà condizionale. Ora, 36 anni dopo, un giudice ha ordinato che sia liberato dal carcere di Donaldson a Bessemer, racconta il “Guardian”. Quando ha ascoltato la sentenza Kennard, che oggi ha 58 anni, era in manette e vestito con la tuta a strisce del carcere: ha passato così gran parte della sua vita.
La sua storia è talmente assurda, vista soprattutto con lo sguardo della tradizione di diritto europea, da sembrare incredibile. Ma la sua avvocata, Carla Crowder, che è direttrice esecutiva dell’Alabama Appleseed Centre for Law and Justice, dice che ci sono «centinaia» di prigionieri in situazioni simili ancora in carcere perché non hanno avvocati. «È incredibilmente ingiusto che centinaia di persone in Alabama scontino l’ergastolo senza libertà condizionale per crimini non violenti». D’altronde, è bene ricordarlo, è lo stesso Stato che voleva incriminare una donna vittima di una sparatoria perché la pallottola che l’ha ferita ha ucciso il feto che portava in grembo.

Rassegna stampa Corriere della sera, 31 agosto 2019

30.8.19

Ipocrisie sulla mobilità sociale. Riflessioni intorno a un provocatorio articolo di Martin Wolf



Dalla sintesi che ne ha fatto per la rassegna stampa del Corriere Luca Angelini recupero le tesi principali di un articolo di Martin Wolf sul “Financial Times”, dell'inizio del maggio scorso (2019), che confuta le ipocrisie che circondano il tema della mobilità sociale.
La prima è non ammettere che «il principale ostacolo alla mobilità sociale è la famiglia. La gente non investe una gran mole di tempo e risorse nei propri figli per vederli fallire. Chi ha le possibilità materiali, sociali e intellettuali per evitare tale fallimento, le userà».
La seconda ipocrisia è che, quando invochiamo più mobilità, intendiamo quella verso l’alto. Ma, come ha sottolineato anche un recente rapporto della Social Mobility Commission britannica, se la struttura economica della società non cambia, la mobilità verso l’alto si può avere soltanto se ce n’è una uguale e contraria verso il basso.
Tutto ciò deve, per Wolf, farci concentrare sull’economia come fattore chiave della mobilità. Ad esempio, la percentuale di lavoratori maschi salariati in ruoli manageriali o professionali era dell’11% nel 1951, è salita al 25% nel 1971, al 35% nel 1991 e al 40% nel 2011. La struttura economica ha ampliato (ma con incrementi percentuali via via minori) i posti in alto nella scala sociale, generando molta mobilità «gradita» e poca mobilità «sgradita».
«L’istruzione — avverte Wolf — ha avuto poco a che fare con tutto ciò. Si otteneva una promozione sociale anche senza il “pezzo di carta”. Non è che all’epoca la società fosse più aperta, è che l’economia veniva maggiormente in aiuto». E se i figli della working class hanno oggi più possibilità di ottenere un titolo di studio, ne hanno meno di ottenere, attraverso quello, un lavoro qualificato e ben pagato, perché «i genitori delle classi più in alto aiuteranno sempre i propri figli a tagliarli fuori».
Wolf sembra contestare anche le teorie assai diffuse, dall'OCSE ai dirigenti pubblici italiani per non dire dei politici “luogocomunisti”, che, imputando all'inefficienza dei sistemi scolastici pubblici la riduzione progressiva della mobilità sociale, ne affidano alla loro riqualificazione, anche nel senso dell'equità, la ripresa. Wolf non è affatto sicuro che più istruzione e competenza aiutlno l’economia a generare più «posti al sole»: «Se, come qualcuno predice, l’intelligenza artificiale demolirà molti lavori professionali, la mobilità verso il basso supererà quella verso l’alto. Le conseguenze politiche sarebbero devastanti».
Concludo io che una scuola pubblica qualificata e di massa – come si diceva una volta - può aiutare a modificare la situazione di stagnazione sociale, ma occorrono anche dei cambiamenti profondi nella struttura sociale e produttiva, la cui leva non può essere che il conflitto sociale, la lotta di classe si diceva una volta. È un caso che gli anni di maggiore incremento della mobilità sociale verso l'alto siano quelli in cui maggiore era la forza del movimento operaio organizzato e dei partiti che ad esso si collegavano?


27.8.19

L'Artusi messo in versi. Insalata di patate (Alberto Capatti per Alfagola)



Il gioco è da letterati pseudocucinieri. Prendere una ricetta, dimostrarne la reversibilità mettendola in versi. La n° 444 de La scienza in cucina di Pellegrino Artusi fornisce una lista di parole e una sequenza, resta da ingabbiarle in otto o nove sillabe a riga. Il risultato, mettetelo alla prova leggendo e cucinando, con un avvertimento, a scanso di equivoci: capperi, peperoni, cetriolini, cipolline erano sottaceti, e avete libertà di acquisirli tali, e di astenervi dal condir con altro aceto. Le dosi, immaginatele.

Le patate van lessate
oppure cotte col vapore
e tutte belle e sbucciate,
tagliatele ed ogni fettina
finisce nella terrina.
Se poi le vuoi condire
usa capperi a non finire
peperoni e cipollini,
sottaceti e cetriolini,
acciughe e sedano usuale.
Trita ora il tutto a prova
e non ti scordare due uova
sode, olio, aceto e il sale.
Alle patate in insalata
origano e prezzemolo
dan flagranza assai garbata.

Alfabeta 2 – luglio 2019

22.8.19

Il boom del part-time (Salvatore Cannavò)



Quando si parla di occupazione e mercato del lavoro è bene fare attenzione ai numeri. Anche perché i dati influenzano scelte generali di politica economica e anche le scelte dei banchieri centrali, come dimostra l’ossessione Usa per il tasso di disoccupazione quando si tratta di fissare il livello dei tassi di interesse in chiave anti-inflazione. E la lotta all’inflazione, del resto, costituisce la mission centrale della Bce, contenuta nel suo mandato.
Fare attenzione significa però saper “pesare” i dati occupazionali perché ormai – questa è una caratteristica strutturale del mercato del lavoro – dire occupati non significa che tutti sono occupati allo stesso modo. E dire che i posti di lavoro aumentano non significa che aumenti il tasso di attività di quelli compresi tra i 18 e i 64 anni.
Un elemento disturbatore, ad esempio, è il part-time: formalmente designa un lavoratore o una lavoratrice occupati, ma la sua espansione corre accanto alla stagnazione dei salari complessivi e la sua incidenza sul monte ore lavorate è ovviamente importante. Tra le ragioni della riduzione progressiva dei contratti a tempo indeterminato – che viene ribadita anche dall’ultimo rapporto annuale dell’Inps – c’è il fatto che le altre tipologie contrattuali aumentano. “Infatti nel 2017 – scrive l’Inps – quasi il 20% delle giornate lavorate nel settore dipendente privato risulta afferente ai rapporti di lavoro diversi dal tempo indeterminato classico”. L’incidenza del tempo determinato sul totale “è passata dal 9,9% del 2016 all’11,8% del 2017, l’apprendistato dal 3% al 3,2%, il somministrato dal 2% al 2,4%, lo stagionale dall’1,1% all’1,2%, l’intermittente dallo 0,4% allo 0,6%”.
I dipendenti coinvolti in rapporti di lavoro a tempo determinato e di apprendistato, quindi, “sono aumentati significativamente, passando da 3,7 milioni a 4,6 milioni (quasi un milione di dipendenti in più, +24%)”. E poi c’è il part-time il cui peso è salito “dal 27,4% del 2016 al 28,1% del 2017”. Ma se “si restringe l’osservazione al contratto standard tempo indeterminato-full time verifichiamo che esso assorbe nel 2017 il 59,3% della quantità di lavoro contro il 61,4% del 2016”. Quindi il 40% delle giornate lavorate “è inquadrato con rapporti di lavoro a termine e/o a part-time”.
Nel suo rapporto, l’Inps elabora una misura omogenea del tasso di occupazione, prendendo come unità soltanto la giornata lavorativa e la tipologia di contratto. In tal modo, costruendo una tabella basata sugli “anni-uomo” permette di vedere esattamente l’andamento del mercato del lavoro tra il 2016 e il 2017. Il tempo indeterminato si riduce sia nel full time (-0,7%) che nel part-time (-0,6%), ma il tempo determinato cresce del 15,5% nel full time e, addirittura, del 35,5% nel part-time raggiungendo il 40% degli “anni-uomo” di quella categoria. Forte crescita anche nel settore stagionale dove il part-time cresce del 21% contro un +9,6% per il full time. Mentre solo il lavoro intermittente, che cresce del 49,8%, lo batte.
Si tratta di una rivoluzione lenta ma progressiva del mercato del lavoro e spiega chiaramente perché la curva dei salari sia stabile da almeno 25 anni a questa parte e perché nonostante la formale riduzione della disoccupazione – gli ultimi dati la stimano al 9% – non si verifichi un miglioramento percepibile delle condizioni di vita. Il fenomeno dell’emigrazione dei giovani italiani continua e l’ingresso nel mercato del lavoro continua ad avvenire in forme lentissime e con contratti, come abbiamo visto, sempre meno garantiti.
L’incidenza del part-time, spiega l’Inps, “non risulta tanto correlata al grado di terziarizzazione quanto a configurazioni territoriali dell’attività produttiva”.Così è Prato la provincia con la massima incidenza del part-time nel settore manifatturiero: “Il 40% contro un valore medio nazionale del 12,4%”. I livelli più bassi, invece, si riscontrano in alcune province piemontesi e lombarde: “Il minimo si raggiunge a Vercelli (meno del 7%) ma anche a Milano l’incidenza del part-time nel settore manifatturiero è molto contenuta (meno del 9%)”.
Secondo l’Inps, questa differenza così rilevante del grado di incidenza è indicativa sia di una “diversa vulnerabilità delle strutture produttive”, ma anche dei rischi di irregolarità: “Non di rado, infatti, il part-time è la formula preferita per organizzare il lavoro secondo modalità solo parzialmente regolari”. Tutto ciò, poi, si scarica sulle retribuzioni complessive. L’Inps indica quattro ragioni che spiegano la riduzione o il mancato incremento della retribuzione annua: la quantità di giornate lavorate; la retribuzione media giornaliera; le variazioni nell’orario di lavoro (passaggi da part-time a full time e viceversa); la continuità di prestazione con la medesima azienda. La causa principale delle riduzioni di retribuzione è la contrazione della retribuzione media giornaliera. Ma quasi un milione di lavoratori nel 2017 hanno lavorato meno e percepito una retribuzione media giornaliera inferiore a quella del 2014: “Tra essi il 51% ha cambiato azienda e poco meno della metà lavora a part-time”.
I dati sull’occupazione, scomposti e ricanalizzati alla luce delle effettive dinamiche, sono più che utili per cogliere le tendenze generali dell’economia. Negli Stati Uniti, ad esempio, la Borsa, la Fed e lo stesso governo, prendono la riduzione consistente della disoccupazione come un dato di grande forza economica. Ma se si guarda al tasso di attività, cioè delle persone che sono davvero al lavoro, si nota che il tasso americano, nel 2018 al 62,8%, è ancora più basso di quello del 2007 che era al 63%. Quindi ci sono meno persone al lavoro e ci sono più lavoretti, più situazioni frammentate, sacche di marginalità e di sottoccupazione.
La stessa cosa si può rilevare in Italia, dove l’occupazione sembra aumentare, ma succede con più lavoro parziale, più lavoro intermittente e meno contratti a tempo indeterminato. Poi dice che non si cresce.

Il Fatto Quotidiano 21 agosto 2019

28.7.19

Lavoro 1997-2017. Da Treu al Jobs act, cronistoria del precipizio dei diritti (Manfredi Alberti)



Negli anni Sessanta e Settanta
le leggi davano diritti e il reddito cresceva.
Agli inizi dei Novanta
la grande discesa dei salari
e la lunga marcia della precarietà

I recenti dati diffusi dall’Istat sulla crescita della disoccupazione e della precarietà, specialmente fra i giovani, chiariscono come la deregolamentazione del mercato del lavoro, che imperversa da vent’anni, ha prodotto i risultati devastanti a cui assistiamo.
Già durante i “ruggenti” anni Ottanta si era tentato intaccare le tutele dei lavoratori introdotte negli anni precedenti, ma con scarsi risultati. Si dovette aspettare il crollo del comunismo, il Trattato di Maastricht e il nuovo vento liberista degli anni Novanta per giungere a risultati concreti. Il pacchetto Treu (legge 196 del 1997), che compie ora vent’anni, costituì una svolta decisiva verso la flessibilità contrattuale: il provvedimento introdusse infatti la possibilità di utilizzare il rapporto di lavoro interinale, ampliando notevolmente i margini di applicabilità del lavoro a tempo determinato.
Alla fine degli anni Novanta il dilagare di forme di lavoro subordinato mascherate da contratti di collaborazione portò alla necessità di un’ulteriore regolamentazione normativa, la legge Biagi.
Da un lato delimitò l’ambito di applicazione dei rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, dall’altro allargò ulteriormente le tipologie contrattuali «atipiche». I livelli di protezione normativa del lavoro, secondo la misura che ne dà l’Ocse, si sono via via ridotti negli anni più recenti, a seguito dell’introduzione di ulteriori livelli di flessibilità in entrata e in uscita dal mercato del lavoro.
Dapprima la riforma Fornero (la legge 92 del 2012) ha ridotto la possibilità di reintegro del lavoratore in caso di licenziamento ingiustificato. Da ultimo il Jobs act varato dal governo Renzi ha previsto sia una maggiore libertà nell’uso del contratto di lavoro a tempo determinato, sia l’abolizione di fatto dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.
I provvedimenti renziani sono il triste epilogo di una storia ventennale, segnata sia da un progressivo indebolimento della classe lavoratrice, sia, non casualmente, da una generale penalizzazione dei salari. I limiti e le contraddizioni dell’ultima stagione che abbiamo vissuto emergono con maggiore chiarezza se tentiamo un confronto con le vicende degli anni Sessanta e Settanta, quando l’allargamento dei diritti (che per il capitale sono solo “rigidità”) andava di pari passo con la crescita economica e la bassa disoccupazione.
Molti dei principi costituzionali in tema di protezione del lavoro e parità fra i sessi trovarono per la prima volta applicazione, in un contesto di espansione del reddito, stabilità dei livelli generali di occupazione e in particolare, a partire dal 1973, di crescita dell’occupazione femminile. Non mancarono certo le criticità, specialmente per i giovani e le donne, ma è anche vero che in quegli anni il tasso di disoccupazione maschile si mantenne sempre inferiore al 5%. La vivace stagione di riforme di quegli anni si aprì con la legge 1369 del 1960, che vietava l’intermediazione nelle prestazioni di lavoro. Seguì nel 1962 la legge 230, la quale fissava vincoli stringenti per la stipula di contratti a termine, stabilendo la centralità del rapporto di lavoro a tempo indeterminato.
La legge 7 del 1963 vietò il licenziamento per matrimonio, una pratica molto diffusa che costituiva un fattore discriminante nei confronti delle donne. La legge 604 del 1966 riconobbe il principio della giusta causa nei licenziamenti individuali, anticipando quanto stabilito dallo Statuto dei lavoratori del 1970. Dopo anni di lotte, nel 1969 si arrivò anche all’abolizione delle «gabbie salariali», i differenziali retributivi per area geografica introdotti nel 1945.
Nel 1975 i sindacati ottennero poi il totale adeguamento dei salari all’inflazione, una riduzione della differenza retributiva fra categorie e un’estensione della Cassa integrazione come ammortizzatore sociale dei licenziamenti.
Nel 1977 si giunse infine a una legge che stabilì la parità fra uomo e donna nell’accesso al lavoro e nella retribuzione. Un’altra epoca, si dirà. Ma lo studio del passato serve proprio a questo: a offrire termini di confronto, a dimostrare che altri scenari sono sempre possibili e a confutare i dogmi che le classi dominanti ci impongono.
Come la presunta necessità di barattare i diritti in cambio dell’occupazione e del benessere economico.

“il manifesto”, 14 luglio 2019

25.7.19

Sorpresa: le auto elettriche servono soprattutto in campagna (Elena Tebano)


Scordatevi le città: è nelle campagne che c’è bisogno di auto elettriche. Lo sostiene la “Süddeutsche Zeitung”, perché lì « il trasporto pubblico non riuscirà a offrire un’alternativa all’automobile nel prossimo futuro. E perché le auto elettriche, in particolare, possono essere integrate molto più facilmente nella vita quotidiana. Non importa quante stazioni di ricarica sono ancora in costruzione nelle città - se non avete un garage o un parcheggio con possibilità di ricarica, dovrete sempre far fatica. Migliaia di persone già girano ogni giorno alla ricerca di un posto auto. Se il parcheggio deve offrire anche una struttura per ricaricare l’auto elettrica, diventa una ricerca quasi senza speranza». In campagna è molto diverso: in Germania ci sono almeno 17,5 milioni di case unifamiliari che crescono al ritmo di 100.000 circa all’anno: si trovano in maggioranza fuori dalle città e spesso hanno un garage, un posto auto coperto o un altro parcheggio vicino alla casa «dove un’auto elettrica può essere ricaricata durante la notte senza problemi». Perché si diffondano, però, è necessario che lo Stato finanzi l’acquisto di stazioni di ricarica per i privati. Oltretutto questo tipo di abitazioni permettono anche di istallare in autonomia i pannelli solari, per produrre energia elettrica in modo indipendente. Né deve spaventare che nelle zone rurali si percorrano distanze più lunghe: «Gli spostamenti medi sono attualmente di 17 chilometri, anche le auto elettriche più piccole possono percorrere almeno 100 chilometri con una sola carica della batteria».

Rassegna “Corriere della sera”, 26 giugno 2019

Nelle zone industriali e di frontiera degli USA. L’epidemia degli oppioidi e le colpe di Big Pharma (Gabriele Genah)



L’origine, l’evoluzione e la portata della catastrofica epidemia degli oppioidi negli Usa sono appena diventate più chiare. Inizia così il lungo articolo di inchiesta del “Washington Post”, che si basa su centinaia di migliaia di dati, ottenuti dopo una lunga battaglia legale condotta dal giornale, e resi per la prima volta disponibili la settimana scorsa.
Il quadro che ne esce è desolante e può essere riassunto così: l’industria farmaceutica - dai produttori, ai distributori ai rivenditori - ha trovato profitto nell’inondare di antidolorifici alcune delle comunità più vulnerabili d’America. Medici e agenzie governative non sono riusciti a prendere contromisure adeguate, neanche quando diventò chiaro che queste pillole creavano dipendenza e molte finivano spacciate per le strade. Il flusso di oppioidi si è riversato soprattutto nelle zone industriali e di frontiera, dove l’economia si basa sui lavori pesanti, portando molti a cercare il conforto degli antidolorifici. Dal 1996 sono oltre 200 mila i morti a causa di overdose per questi farmaci.
I dati ottenuti dal “Post” mostrano una tendenza nella distribuzione di oppioidi che non può passare come un trattamento medico ragionevole: l’epidemia non è mai stata un fenomeno oscuro, era in piena vista. Semplicemente, secondo il giornale, qualcuno non poteva o non voleva fermarla. Dal 2006 al 2012 (il periodo cui si riferiscono i dati) il numero di pillole consegnate è schizzato da 8,4 a 12,6 miliardi, senza alcuna gradualità. La legge impone alle industrie di autoregolarsi e di riferire su eventuali ordinativi sospetti, ma molte non si sono adeguate: una di queste aziende per esempio, la Teva, dal 2013 al 2016 ha riportato solo 6 ordini sospetti su 600 mila. Il problema è che anche quando la legge rileva queste anomalie, le sanzioni sono ampiamente alla portata: nel 2017 uno dei più grandi distributori, la McKesson, venne multata per 150 milioni di dollari. I suoi ricavi netti di quell’anno ammontarono a 5 miliardi.

Rassegna “Corriere della sera”, 22 luglio 2019

7.7.19

Crescita economica e “climate change”: una questione di paradigma? (Antonio Ughi)

La dico breve. All'interrogativa finale non si può che rispondere no. E ciò perché è sbagliata l'identificazione tra aumento del benessere e crescita economica ed è fuorviante credere e far credere che la crescita economica si identifichi con le opportunità di valorizzazione del capitale, con la crescita delle attività “profittabili”. Articoli così, pertanto, utili nella parte di denuncia, non servono a niente se non si mette in discussione a fondo il vero paradigma in vigore, quello per cui il capitale deve trovare occasioni di incremento anche quando si tratta di rimediare ai danni che produce. (S.L.L.)

Parlare di cambiamento climatico è complesso. Non solo perché il tema coinvolge una pluralità di problematiche interconnesse, e difficili da districare, ma soprattutto perché ha una dimensione marcatamente sociale ed economica: tutto ciò che ruota intorno al tema del cambiamento climatico - e quindi dell’impatto dell’uomo sull’ambiente - coinvolge direttamente i modi produzione, le modalità di consumo e lo stile di vita delle persone. Un insieme, cioè, di processi, micro-comportamenti e azioni - dalla fabbricazione dei prodotti, al loro smaltimento; dalla dieta alimentare ai mezzi di trasporto - che, a livello aggregato, non sono affatto neutri in termini di impatto ambientale.
Nonostante il recente Nobel attribuito a Nordhaus abbia posto con più forza l’attenzione (non solo) degli economisti sulle questioni ambientali - dopo che per decenni il tema è stato considerato come marcatamente marginale e, a tratti, naïf - colpisce come in realtà le manifestazioni e scioperi per il clima degli ultimi mesi siano in realtà gli ultimi di una lunga serie, e che l’inerzia sembri essere uno degli attributi principali del tema cambiamenti climatici. Lo dimostra ad esempio il report del Club of Rome, un think thank dell’MIT che cercò di stimare l’impatto dell’aumento della produzione, della popolazione e dell’inquinamento ambientale in termini di crescita economica di lungo periodo. Il lavoro, intitolato The Limits to Growth (I limiti delo sviluppo), metteva per la prima volta in evidenza l’impatto estremamente negativo delle emissioni e del cambiamento climatico sulla crescita economica di lungo periodo. Ebbene, il lavoro venne pubblicato nel 1972: e nonostante sia stato più volte aggiornato, se si riflette oggi sul “quando” sia stato concepito si riconosce subito l’attualità “inattuale” del tema “cambiamenti climatici”.
L’impatto dell’uomo sull’ambiente ha comunque radici più lontane nel tempo: è sulla scia della prima rivoluzione industriale e in particolare dalla seconda, infatti, che si è avuta una crescita esponenziale delle emissioni di CO2 e conseguentemente un graduale aumento delle temperature. Se si osservano i tre grafici di seguito - dal primo al terzo - colpisce come, nel periodo 1870-2016, la crescita del reddito pro capite, quella delle emissioni e la crescita delle temperature seguano la stessa tendenza.

Emissioni cumulative di CO₂, 1870-2014



Da questi grafici emerge chiaramente la dimensione sociale ed economica dei cambiamenti climatici: l’aumento delle emissioni è l’altra faccia della medaglia dell’aumento del benessere. Infatti, le società (occidentali in primis) hanno visto crescere considerevolmente, nel periodo che va dal 1800 oggi - coincidente con quello di aumento esponenziale delle emissioni - il proprio reddito pro capite, con un incremento nell’aspettativa di vita e una incredibile espansione delle possibilità e dei livelli di consumo. È quindi forse da imputare alla stretta connessione tra la crescita economica (e quindi la crescita del benessere) e l’aumento dell’impatto ambientale la difficoltà latente nel ripensare certi modelli di produzione e consumo, e cioè a sradicare la convinzione che non si possa agire sul secondo aspetto - le emissioni - senza intaccare negativamente il primo - la crescita economica. E non deve ingannare la tesi secondo cui le economie in via di sviluppo siano le principali responsabili dell’inquinamento: se infatti il ruolo di queste - Cina in particolare - viene visto in una prospettiva diacronica (dal 1870 al 2014) rispetto a quello dei paesi occidentali, confrontando i livelli di emissioni cumulate emerge chiaramente come ad esempio gli Stati Uniti abbiano una responsabilità molto maggiore in termini di emissioni (si veda il terzo grafico), e senza considerare i livelli pro-capite. Per non toccare, poi, la questione per cui le emissioni della Cina - diventata “manifattura del mondo” - non sono solo connesse al miglioramento delle condizioni di vita dei cinesi, ma anche allo stile di vita dei paesi occidentali, che importano i suoi prodotti.
Questo per dire che, oggi, dato per certo il ruolo della società umana sul cambiamento climatico, e al netto delle possibili dispute sulle responsabilità e su chi debba essere “first mover” rispetto a una incisiva riconversione economico-produttiva, la vera sfida sembri essere il vedere tale riconversione, e più generalmente una transizione verso modelli sostenibili, come un’occasione di sviluppo, e non più come una inevitabile “decrescita”. Essere in grado, cioè, di intendere il problema come un’opportunità. Un primo passo in questo senso è rappresentato dalle possibilità offerte dalla circular economy. Se generalmente il sistema economico-produttivo è infatti basato su un modello lineare cosiddetto take-make-dispose, che comporta - dal lato produzione e consumo - un ciclo di vita dei beni di consumo a senso unico (dalla fabbrica alla discarica), alla base della economia circolare sta l’idea del recupero e del riutilizzo degli scarti che si producono durante il ciclo produttivo e alla fine del ciclo di vita dei prodotti. In altre parole, se il modello classico comporta un utilizzo inefficiente delle risorse, poiché produce scarti che corrispondono a uno spreco economico e a delle esternalità negative per la società nel suo complesso, il modello circolare opera nel senso opposto. Questo ha degli effetti rilevanti in termini di riduzione dell’impatto ambientale, poiché tutto ciò che riguarda una riduzione degli scarti e un riutilizzo di materiali implica minori emissioni connesse al loro smaltimento e alla nuova produzione. Un recente lavoro stima come un utilizzo consistente del modello circolare potrebbe ridurre di oltre il 50% le emissioni di CO2 dei paesi europei entro il 2050. Così facilitando il raggiungimento del target dei 2° C aumento delle temperature impostato dalla COP21, che prevede di ridurre le emissioni dagli attuali 32 miliardi a 24 miliardi di tonnellate di CO2 entro il 2030.
Sebbene sia comprovato come l’utilizzo degli schemi della circular economy possano generare notevoli opportunità economiche, nonché benefici in termini di benessere sociale, meno immediato è il favorire la transizione verso questi tipi di modelli, considerando i costi - iniziali - che possono riversarsi sulle imprese (e sui consumatori) e le problematiche per i settori industriali che da questi nuovi modelli verrebbero sostituiti. E da qui la difficoltà di accettare e implementare generalmente un nuovo paradigma di crescita economica. Ad esempio, è stata recentemente approvata la Direttiva Europea che mette al bando la plastica monouso a partire dal 2021: nonostante le ovvie implicazioni in termini di tutela ambientale (il WWF stima che ogni minuto si disperdano nel mar Mediterraneo 33mila bottiglie di plastica monouso), le implicazioni economiche sono tutt’altro che positive. L’Italia è leader in Europa per la produzione di plastica monouso, e si stima che nel settore lavorino circa 3000 persone: le quali, entro il 2021, senza un piano di riconversione, si ritroverebbero disoccupate. Mutatis mutandis, se c’è qualcosa che il movimento dei gilets jaunes insegna, è come dichiararsi contro il cambiamento climatico possa essere facile, ma che le conseguenze di certe misure tese al suo contrasto (in questo caso l’aumento dei prezzi dei carburanti) non siano affatto di semplice gestione, soprattuto se a essere colpite sono fasce sociali già deboli. Qui si apre ancora una volta la dimensione strettamente sociale del tema, e la difficoltà per i decisori politici di implementare soluzioni efficaci e accettabili. Un ruolo fondamentale in questo frangente è giocato - e potrebbe esserlo sempre di più - dall’Europa. Se già misure importanti sono state adottate - ad esempio con l’adozione, nel 2015, del pacchetto europeo sulla economia circolare - uno schema efficace al contrasto dei cambiamenti climatici potrebbe essere ancor più coordinato a livello centrale per evitare schemi di dumping ambientale - il trasferimento di imprese in paesi con meno costi connessi a regolamentazioni ambientale - e sociale, garantendo al tempo stesso supporto per le fasi di riconversione e transizione. Sarà quindi il risultato delle recenti elezioni in grado di assicurare un Green New Deal per l’Europa, un piano per assicurare che le esigenze sociali vadano di pari passo con nuove opportunità di crescita sostenibile, senza colpire le fasce di popolazione più fragili?

Treccani – Portale dell'Istituto della Enciclopedia Italiana – pubblicato il 26 giugno 2019

3.7.19

Sanità. L'Italia impara dagli USA


Ho trovato nel mio archivio un ritaglio dal “manifesto” di quasi 25 anni fa. Un breve articolo dà notizia di certe voluminose guide, made in USA, che suggeriscono alle Compagnie assicuratrici, soprattutto a quelle delle assicurazioni sanitarie più diffuse, legate ai rapporti di lavoro, e ai datori di lavoro, le strategie e le strade per l'efficienza, o – più esattamente – per il taglio della spesa sulla pelle degli assicurati e dei lavoratori. Ho il sospetto che i manager sanitari italiani, in questo venticinquennio, abbiano molto imparato dagli Stati Uniti nell'escogitare trappole per ridurre le coperture del servizio sanitario nazionale. E – adesso che ci avviamo verso il mostruoso federalismo differenziato – ancor di più terranno presente quella lezione nelle regioni del Centro, del Sud e delle Isole maggiori. (S.L.L.)


Parti, infarti, operazioni, guide al risparmio. Sui malati (Giulia D’Agnolo Vallan)
A trecento dollari a volume e con vendite anuali intorno alle seimila copie, sono gli assoluti best seller del genere. Si tratta delle guide McMillan, cinque volumoni di suggerimenti per compagnie di assicurazione e datori di lavoro su come rendere più efficienti (vedi economici) i vari piani di copertura sanitaria a disposizione. Una horror story come tante nello spaventoso panorama della sanità americana.
Prodotte da una compagnia di consulenza sanitaria di Seattle, la McMillan and Robertson, le guide (rispettivamente dedicate a visite mediche, ammissioni all’ospedale, medicine, dentisti e pazienti al di sopra dei 65 anni) stanno scatenando l’ira dei medici, ma sono la delizia degli assicuratori. «Crediamo che la qualità dell’assistenza e la sua efficienza debbano convergere», è il pragmatico credo di Richard Doyle, il principale autore dei libroni. Servendosi per la consulenza di (18) dottori e infermiere, piuttosto che di ricercatori, e di statistiche ricavate dalla cartelle cliniche e ospedaliere, MacMillan produce quello che, i membri della American Medicai Association hanno definito con disprezzo «medicina da libro di cucina».
Secondo Doyle e la sua equipe, per esempio, un piano di assicurazione non deve concedere una seconda operazione alla cataratta se non si tratta di pazienti giovani e in grado di dimostrare che hanno bisogno degli occhi per il lavoro. Un’operazione di tonsille non è permessa a meno che non ci sia un sospetto cancro o sei casi ben documentati di tonsillite all'anno. Per trattare l’epilessia basta un medico generico, non un neurologo e, se ti viene un infarto, non puoi stare all’ospedale più di tre giorni anche se hai bisogno di una sedia a rotelle per farti portare fuori. Scordarsi il bypass a meno che le condizioni non siano disperate e, per un trapianto di cuore..., a casa dopo una settimana. Rilascio dall’ospedale dopo 24 ore anche per la maggioranza dei parti. Due giorni di degenza sono ammessi in caso di cesareo, la metà esatta di quelli raccomandati dall'American College of Obstetrician and Gynecologists. Perché, allora, non avere bambini senza scendere dall’automobile, come quando si va da MacDonald?, ha commentato sarcastico Robert McGhee, uno dei dottori che conducono la lotta contro la McMillan, sulla rivista della American Medical Association.
Ma le vendite della guida salgono velocemente (solo 600 copie nel 1990, quando è nata) e le soluzioni efficientiste di Doyle, che eliminano fino a due terzi dei costi d’ospedale (senza, dice lui, alterare la qualità dell’assistenza), vengono usate regolarmente da megacompagnie come la General Electric. Più grave ancora il fatto che piani di assistenza sanitaria a costi ridotti, come «Blue Cross», «Blue Shield» e persino «Medicare» stiano iniziando a considerare le stesse equazioni.

“il manifesto”, 25 marzo 1995

24.6.19

Non è male ... (S.L.L.)



Non è male che lo Stato aumenti il suo debito e paghi interessi più forti per abbassare le tasse ai grandi reddititieri. Così costoro non avranno problemi sul come investire i milioni e milioni risparmiati. 
Li impresteranno allo Stato. 
A strozzo.

19.6.19

Il business del dolore (Alessandra Coppola e Gianni Santucci)

La dipendenza da oppioidi è la più devastante crisi di salute pubblica degli Usa: 70 mila morti di overdose nel 2017. Sotto accusa la Purdue Pharma e la prescrizione di OxyContin. 
Per la prima volta in Europa, a Parma, è stata aperta un’inchiesta che ha portato a 19 arresti. Figura chiave un medico, all’epoca ordinario di Anestesia e «padre» della legge sulle cure palliative.


Il letto matrimoniale è a poppa, comodini a specchio, armadi di legno, forno a microonde, frigo grande in cucina e pure a pozzetto nel gavone, scarico del Wc silenziato, scafo di un elegante color crema a mollo nel porto di La Spezia. Un bello yacht, il Pasimafi V, non c’è che dire. A consultare l’elenco delle dotazioni nella scheda di «Nautipedia» lo capisce anche un profano. Vale parecchie migliaia di euro e il dottore Guido Fanelli lo esibisce compiaciuto. Il sodale fa una battuta: sulla prua andrebbe stampigliato il logo della Mundipharma. Il medico replica altezzoso che piuttosto dovrebbero essere le sue iniziali, «G.F.», a comparire sul conto di un dirigente della casa farmaceutica per tutti i milioni che è riuscito a portare in cassa.
I carabinieri sono in ascolto: rappresentazione plastica dei profitti illeciti a danno dei malati, «Pasimafi» diventa il nome di un’inchiesta che a maggio del 2017 porta all’arresto di 19 dirigenti, imprenditori e medici (in corso le udienze preliminari per decidere il rinvio a giudizio). Tra gli indagati, Guido Fanelli, all’epoca ordinario di Anestesia, direttore della struttura dedicata alla terapia antalgica all’Ospedale Maggiore di Parma. «Re» della lotta al dolore; «padre» della legge sulle cure palliative: ma anche — secondo l’accusa — dominus di un sistema perverso per spingere il consumo di farmaci «pesanti» (oppioidi) anche in Italia.
Fino a qui, sarebbe solo un capitolo di presunta corruzione nella sanità italiana. Nelle pagine di quell’inchiesta c’è però un filo che si collega a un’ecatombe: i 70 mila morti di overdose negli Usa (anno 2017), la più imponente strage di droga nella storia del mondo occidentale. Tutto è iniziato dai farmaci. Gli stessi farmaci: curano il dolore, ma possono creare una dipendenza pari a quella dall’eroina. L’agenzia americana« Associated Press» ha appena riletto le carte del procedimento di Parma per mettere in luce un aspetto finora sottovalutato: non si tratta solo di una grossa indagine della Procura e dei Carabinieri del Nas; «Pasimafi» è il primo caso conosciuto fuori dagli Stati Uniti in cui viene implicata (tra le altre) la Mundipharma, ramo europeo della Purdue Pharma, l’impero farmaceutico della famiglia Sackler, sotto accusa per aver innescato l’«epidemia degli oppioidi».
Quella che è in corso in America è la più devastante crisi di salute pubblica degli ultimi decenni, peggiore del contagio da Hiv negli Ottanta. Per due anni di seguito si è abbassata l’aspettativa di vita della popolazione: non accadeva dalla Seconda guerra mondiale. La causa è in un numero spropositato di overdose. Il disastro è maturato in meno di vent’anni e in tre ondate: punto uno, il dilagare delle prescrizioni di antidolorifici oppioidi (parenti da laboratorio di morfina ed eroina) che ha creato una base di dipendenza nella popolazione; su questo, i trafficanti di droga hanno iniziato a inondare le strade di eroina; infine, hanno mescolato all’eroina il Fentanyl, la più potente medicina di quella famiglia. In tre anni i morti sono triplicati.
L’atto di incriminazione della Purdue Pharma davanti alla Corte del Massachusetts (pubblicato a gennaio dal «New York Times») racconta origine e progressione dell’epidemia: «Le case farmaceutiche hanno creato questa tragedia ingannando medici e pazienti sugli effetti dei farmaci». L’innesco è legato allo sbarco sul mercato dell’OxyContin, medicina contro il dolore con la molecola quasi identica all’eroina. «Da maggio 2007, Purdue ha venduto più di 70 milioni di dosi di oppioidi nel Massachusetts, guadagnando oltre 500 milioni di dollari. Per la Purdue, le prescrizioni nel Massachusetts sono state una miniera d’oro. Per i pazienti è stato un massacro. Allo scopo di guadagnare, l’azienda ha studiato una strategia illegale e mortale per ingannare medici e pazienti». In pratica: un esercito di rappresentanti/informatori per visite continue (e spinte) ai medici; convegni e raduni; diffusione di opuscoli, saggi e articoli medici a proprio vantaggio; contrasto «scientifico» ad ogni allerta diramata dalle autorità sull’uso eccessivo di oppioidi.
Lo scenario italiano è completamente diverso, ma è interessante mettere a confronto i meccanismi, che rivelano una strategia globale simile. «La Lettura» lo ha fatto studiando il lavoro del procuratore di Parma, Alfonso D’Avino, e del pubblico ministero Giuseppe Amara, che ha seguito le indagini e che ora è co-delegato per la fase del giudizio assieme alla collega Paola Dal Monte.
L’inchiesta spiega che è lo stesso Fanelli, intercettato, a vantarsi del «sistema»; usa esattamente questa parola: «Io ho creato un sistema, io solo rispondo di quello, che è tutto “il business del dolore”, e lì mi sembra che le cose le abbiam sistemate». E proprio quando riceve l’incarico di coordinatore del gruppo di lavoro per la stesura della legge (2009), convoca le case farmaceutiche e salda una rete di relazioni, una sorta di gruppo di lavoro clandestino che con ironia nera battezza Pain League («lega del dolore» in parallelo alla Champions League di calcio). Niente di paragonabile agli Stati Uniti, anche grazie al sistema italiano molto più severo sulle prescrizioni. Ma se quei farmaci hanno un valore riconosciuto per alleviare il dolore in caso di malattie drammatiche, è comunque sconcertante ascoltare frasi di questo genere: «Io ho convocato le aziende, gli sto spiegando le cose, cioè il ministro è incazzato sugli oppioidi, cioè questi qui devono capire che devono affidarsi alle nostre amorevoli cure per uscire dalla crisi».
Quando la struttura della Sanità pubblica frena e individua il rischio nell’uso disinvolto di alcuni antidolorifici, la rete tessuta da Fanelli appare pronta alla controffensiva, per invertire la rotta e ingrassare le case farmaceutiche. «Intanto abbiamo messo su un sistema parallelo molto forte in questo momento». C’è anche una parte di vanteria, che discende probabilmente dal rilievo della posizione del medico, fino a quel momento stimato luminare: «Noi siamo quelli che decidono la tipologia di ricerca e di applicazione tramite i Ptda (Percorso diagnostico terapeutico assistenziale, ndr) della legge sul dolore, questo è il concetto».
Nell’inchiesta statunitense esiste un passaggio analogo, che però arriva nella fase ultima, quella di degenerazione. Quando nel 2016 il Center for Disease Control dirama un’allerta ai medici per contenere le prescrizioni di alte dosi di oppioidi, l’azienda calcola quanto perderebbe se i medici si attenessero alle indicazioni: solo nel Massachusetts, 24 milioni di dollari l’anno. Le strategie di marketing dell’azienda puntavano ad alzare le dosi dei farmaci, per prolungare il periodo di utilizzo: l’investimento migliore, stando ai documenti sequestrati, era una sorta di «carta fedeltà» che assicurava sconti sul primo periodo di prescrizione, con l ’obiettivo di portare l’uso dell’OxyContin sopra i 90 giorni (a quel punto sarebbe stata la dipendenza a tenere il cliente «attaccato» al farmaco).
«Per ogni milione di dollari “perso” con gli sconti, Purdue avrebbe guadagnato oltre 4 milioni perché i pazienti usavano per più tempo la medicina». L’azienda ha pubblicato e distribuito anche degli articoli in cui si parlava di «pseudo-dipendenza», una condizione definita non come anticamera di una dipendenza, ma come disagio per «oppioidi prescritti in dosi inadeguate».
L’inchiesta italiana indica che Fanelli avrebbe agito su questa linea, minimizzando gli effetti e asservendo la propria attività pubblica alle industrie del farmaco in vario modo: ricerca scientifica in conflitto di interessi, condivisione delle scelte manageriali delle aziende, pubblicità del farmaco, sperimentazioni cliniche senza autorizzazioni, spinte alle prescrizioni terapeutiche anche ai medici ospedalieri. «Io sono pronto a far quello che volete, nel mio piccolo abbiamo scritto articoli scientifici», dice in un’intercettazione. Ma diventa poi aggressivo in caso di dissidi: «Io vi sposto 10 milioni di euro di fatturato in due secondi, perché io sparo due siluri e abbatto tutto il sistema».
Durante l’indagine, un rapporto dell’Osservatorio sull’impiego dei medicinali evidenzia una tendenza alla crescita nell’uso di antidolorifici oppioidi e poco dopo il ministero (all’epoca guidato da Beatrice Lorenzin) richiama i medici alla vigilanza contro abusi o situazioni di dipendenza. Nel 2015 Fanelli partecipa a un convegno dell’Onu a Vienna dove gli Stati Uniti prendono una posizione critica: «Gli oppioidi non sono la giusta opzione per la gestione del dolore cronico». «E poi gli sono andati dietro i tedeschi», commenta il medico deluso. «È gravissima ’sta roba», risponde il suo interlocutore. Fanelli si affretta ad assicurare di aver difeso il «sistema»: «Ma io ero in minoranza eh...».
In risposta a un’email de «la Lettura», la Mundipharma precisa che «gli individui indagati (incluso il general manager) sono stati immediatamente sospesi e non lavorano più per l’azienda». Aggiunge che un’inchiesta interna non avrebbe riscontrato pagamenti di mazzette ma altre irregolarità e che comunque sono state prese misure a riguardo. Soprattutto, sottolinea: «Mundipharma ha interrotto la promozione di oppioidi in Europa». Il che, però, sottintende anche che in passato sì li ha «promossi».

La lettura - Corriere della Sera, 9 Giugno 2019

18.6.19

E poi dicono che uno diventa leghista... (Giorgio Amico)

Questo articolo è ripreso dal sito “Vento largo” alimentato da un compagno ligure Giorgio Amico, che vive oggi a Savona e che così scrive di sé:
Giorgio Amico (Imperia, 1949)- Dopo una gioventù movimentata e una lunga carriera scolastica, si dedica attualmente alla ricerca storica e alla scrittura. Fra le sue opere: Operai e comunisti, Il rinnegato Korsch, Un comunista senza rivoluzione, Wifredo Lam, Futurismo a Savona, Le illusioni d'Itaca, Guy Debord e la società spettacolare di massa. (Per contatti: cedoc.sv@gmail.com)
L'articolo che segue nasce a commento di un docufilm su Savona, Crisi complessa. Ma a me pare che, mutatis mutandis, si possa applicare a molte realtà economico-sociali. Anche qui nel perugino. (S.L.L.)

Giorgio Amico

Il Re di Prussia e la Val Bormida, ovvero come andare al cinema e uscirne leghista
Crisi complessa, docufilm sulla crisi economica che da anni travaglia Savona e la sua provincia. Film intenso, bellissimo, persino commovente che racconta di un territorio in crisi, di famiglie distrutte dalla crisi,di vite spezzate
Immagini di rovine, capannoni sfondati, palazzoni disabitati, luoghi di vita e di aggregazione ridottia a contenitori di immondizie. Scenari di guerra, da città bombardate, da terzo mondo. Ferrania come Aleppo.
Un bel film, ma...
Ma non una parola su perché tutto questo è avvenuto, sulle responsabilità di un padronato che ha fatto soldi, tanti, quando era facile farli, senza innovare, eludendo il fisco, sfruttando al massimo i lavoratori, inquinando. Per chiudere poi, quando, si doveva investire in innovazione, garantire salari adeguati, pagare le tasse, rispettare l'ambiente e tutelare la salute in fabbrica.
Non una parola sulle banche, sulle concessioni allegre di crediti, poi rivelatisi inesigibili, a lor signori, mentre si rendeva impossibile l'accesso a un finanziamento anche modesto ai piccoli artigiani, ai commercianti, ai giovani che volevano metter su casa.
Non una parola sul partito del cemento che ha puntato lucidamente sulla chiusura delle fabbriche per liberare spazi soprattutto sulla costa per costruire milioni di metri cubi di nuovi appartamenti (e questo mentre la popolazione diminuiva).
Non una parola sulle complicità della politica, sulla mancanza di una qualunque idea di sviluppo, su un ragionare amministrativo miserabile misurato sui tempi del mandato. E poi andasse come doveva andare.
Non una parola sulle enormi ricchezze che in questi anni si sono accumulate sulla miseria crescente, sulla perdita del lavoro, sulle famiglie sfasciate dalla crisi. Niente sui capitali che da Savona sono stati portati all'estero.
Niente sugli scandali, sulle indagini giudiziari sui processi che hanno visto coinvolti imprenditori e politici.
Non una immagine sulle costruzioni di lusso nella darsena di Savona, né sul proliferare degli sportelli bancari, né sui porti turistici stracolmi di megayachts.
Tante immagini, invece, sui centri commerciali, accostate alle centinaia di serrande abbassate di piccoli e piccolissimi negozi.
Tanti discorsi su piani di rifinanziamento approvati, ma bloccati dai ritardi e dalle inefficienze della burocrazia.
Ed infine, a ingentilire il tutto, quasi una favola, che qualcuno ha definito esopica, su un'impresa tecnologicamente avanzata e in buona salute che non può espandersi a causa degli ecologisti che vogliono difendere una colonia di ranocchie che vive nel sito prescelto per l'ampliamento.
Tirando i fili del discorso... La crisi è un evento naturale, come una grandinata o un terremoto. È successo, inutile chiedersi perché (qualcuno di parte sindacale nel dibattito lo ha anche detto). Il sistema in sé è sano, ma bloccato dalla burocrazia, dai troppi vincoli, dagli eccessivi controlli. I piccoli commercianti sono in rovina a causa dei centri commerciali. Gli ecologisti bloccano lo sviluppo.
Ma se le cose stanno davvero così, allora non stupiamoci poi dell'ondata populista.

PUBBLICATO DA VENTO LARGO GIOVEDÌ 23 MAGGIO 2019

6.6.19

La corruzione pulviscolare. Modelli criminali e nuove mafie nel libro di Pignatone e Prestipino (Raffaella Calandra)

Il magistrato Giuseppe Pignatone

Una borsa, sempre aperta sulla scrivania. Così che senza neanche chiedere, gli imprenditori lasciassero le buste con il denaro. Siamo nell'ufficio di una dirigente d' azienda e quest'immagine rende, in modo plastico, la «deprimente quotidianità della corruzione», emersa in molte indagini sparse per l'Italia. Una corruzione che si sviluppa sempre più attraverso «reti estese e articolate, particolarmente pericolose nella fase attuale di debolezza della politica».
È un'analisi puntuale e allo stesso tempo una denuncia rivolta alla collettività, quella mossa da Giuseppe Pignatonee Michele Prestipino - procuratore della Repubblica di Roma il primo, procuratore aggiunto il secondo, per anni insieme a Palermo, Reggio Calabria e ora nella capitale - nell'analisi del “mondo degli affari”, uno dei capitoli del saggio Modelli criminali. Mafie di ieri e oggi (Laterza, 2019), in libreria da giovedì 21 febbraio.
Se a colpire in genere sono soprattutto gli scandali, legati a grandi opere pubbliche – come il Mose, Grandi Eventi, Expo - o a personaggi noti, la corruzione prevalente è invece quella «pulviscolare»: una «miriade di fatti basati sullo scambio di somme anche modeste con condotte o omissioni del pubblico ufficiale, che costituiscono a loro volta quasi una routine». Uno schema, in cui sempre più spesso si ritrovano anche dei magistrati; dove la dazione di denaro non di rado viene sostituita da altre utilità (compresi dei carciofi, com'è emerso in un'inchiesta a Reggio Calabria o dalle minacce di distruzione della carriera) - rendendo ancor più difficile la scoperta del reato, oltre alla circostanza che su un piano strettamente giuridico, una delle principali criticità è rappresentata dall'inquadramento della figura del faccendiere, ricorrente intermediario tra il decisore pubblico e il corruttore.
«La corruzione resta il principale problema di Roma», ha ripetuto anche durante la cerimonia di inaugurazione dell'ultimo anno giudiziario il procuratore Pignatone. E la corruzione da tempo e sempre di più viene utilizzata anche dalle mafie come strumento di infiltrazione, ricordano i due magistrati, che dopo aver dato la caccia ai latitanti di Cosa Nostra, alle trame della ‘ndrangheta e agli affari del Mondo di Mezzo romano, in queste pagine descrivono i diversi volti della mafia, vecchia e nuova, grande e piccola, secondo la definizione della Cassazione. Nella consapevolezza, però, più volte ripetuta anche in queste pagine, che «l'idea di legare indissolubilmente mafia e corruzione organizzata è falsa in punto di fatto ed è estremamente pericolosa».
Anche se spesso collegati, infatti, restano fenomeni diversi, da contrastare con diversi strumenti. Tuttavia, proprio a proposito del Mondo di Mezzo, il processo a Massimo Carminati, Salvatore Buzzi ed altri, condannati in appello anche per associazione mafiosa a Roma, la Cassazione ha riconosciuto come «una sistematica attività corruttiva può determinare l’acquisizione della forza intimidatrice che caratterizza le organizzazioni mafiose, purché vi sia una riserva di violenza». L'analisi del modello criminale di Roma dimostra però come, anche su questo fronte, nella capitale tutto sia più complesso. Ci si trova ad esempio di fronte al «proliferare di strutture criminali, costole di gruppi a matrice camorristica, di ‘ndrine e famiglie mafiose che si sono radicate sul territorio romano e vi esercitano il metodo mafioso, partendo dal controllo non solo di piccole porzioni di territorio, ma in alternativa di settori di affari, ovvero di pezzi di mercato». Ed è questa la vera novità nell'evoluzione del modello criminale tradizionale, al confronto ad esempio delle spartizioni, territorialmente ben definite, tra mandamenti e famiglie di Cosa Nostra o tra cosche di ‘ndrangheta.
Un nuovo modello, che poggia anche sulla convenienza e sullo scambio tra mafie tradizionali e gruppi criminali locali, come avvenuto all'ombra del Cupolone. Ma come insegna innanzitutto la storia della lotta ai boss siciliani, le mafie non sono niente affatto invincibili. E dopo decenni di costante lotta dello Stato la stessa percezione sta cambiando. Le mafie «sono un fenomeno umano, che ha un inizio e avrà una fine», ripeteva infatti Giovanni Falcone. Ma per contrastarle, è fondamentale conoscerle a fondo, usare gli strumenti giusti - per togliere ad esempio il consenso ai boss, insieme alle ricchezze - e tenere alta la guardia. In ogni parte del Paese. E questo libro, “Modelli Criminali”, figlio dalla lunga esperienza in trincea di due magistrati protagonisti della recente storia giudiziaria, aiuta a farlo.

“Il Sole 24 ore”, 20 febbraio 2019

3.6.19

Governo (e televisione) di classe (S.L.L.)



A sentire la Tv nel Palermitano i carabinieri avrebbero acchiappato 26 persone che lavoravano in nero nei cantieri edili, mentre le loro mogli o - in qualche caso - loro stessi godevano del cosiddetto "reddito di cittadinanza" (chissà perché hanno la sfacciataggine di chiamarlo così e non "sussidio di disoccupazione").
Vengono definiti "furbetti".
Ma di quei "furboni", nei cantieri dei quali costoro lavoravano, nulla si dice.
Sospetto che, in base alle vigenti normative per incoraggiare il lavoro nero, abbiano dichiarato "l'avrei regolarizzato domani" e di questo i carabinieri si siano accontentati, tanto più che far lavorare in nero, evadendo previdenza e fisco, non è abuso di loro competenza, ma di un ispettorato del cui funzionamento efficace sembra non importare nulla a nessuno.
Insomma due pesi e due misure: per gli operai furbetti la condanna e la gogna, per i "datori di lavoro" furbastri (una volta Grillo diceva "prenditori di lavoro") tutte le scappatoie.
M'è tornato alla mente un vecchio slogan "Come mai, come mai sempre in c. agli operai?". (stato di fb, 1 giugno 2019)

25.5.19

Il mafioso Giulio Andreotti (Gian Carlo Caselli)

Assolto! Assolto! Assolto!”: così urlava al telefono al suo cliente Giulio Andreotti, l’avvocato - oggi ministro - Giulia Bongiorno. Era l'avvio di una spregiudicata campagna innocentista che ha truffato la stragrande maggioranza del popolo italiano, in nome del quale le sentenze sono emesse. Una campagna che aveva e ha tuttora un obiettivo preciso: minimizzare i rapporti fra mafia e politica che hanno drammaticamente segnato la storia di questo paese.
È questo il sommario dell'articolo di Giancarlo Caselli, presidente onorario di “Libera”, contenuto nel recente numero speciale di “Micromega” intitolato Il paese dell'impunità e dedicato a Mafia, corruzione e non solo (n.3/2019). Il fascicolo è proprio da leggere, possibilmente per intero, poiché i vari articoli compongono un mosaico terrificante. Dall'articolo del giudice Caselli riprendo qui l'inizio, che ha qualche aggancio con il presente. (S.L.L.)


Le tappe del processo
Ecco, per sommi capi, lo svolgimento del processo di Palermo al senatore Giulio Andreotti, sette volte presidente del Consiglio e 33 volle ministro (nel suo curriculum anche 26 volte davanti alla Commissione parlamentare inquirente e 26 volte archiviato).
In primo grado (23 ottobre 1999) c’è stata assoluzione, sia pure per insufficienza di prove (la vicenda processuale, invece di essere valutala nella sua interezza, è stata segmentata e dispersa in mille rivoli; per cui, a fronte di vari giudizi sostanzialmente negativi su singoli gravi episodi, è mancato un bilancio conclusivo coerente). In appello (2 maggio 2003) la sentenza del tribunale è stata parzialmente ribaltata. Mentre per i fatti successivi alla primavera del 1980 Andreotti è stato nuovamente assolto per insufficienza di prove, per quelli antecedenti è stato ritenuto colpevole per aver COMMESSO il reato contestatogli (associazione a delinquere con Cosa nostra). Il reato COMMESSO è stato dichiarato prescritto, ma resta ovviamente COMMESSO.
La Cassazione (28 dicembre 2004) ha confermato la sentenza d’appello anche nella parte in cui si afferma la penale responsabilità dell'imputato fino al 1980. Processualmente è questa la verità definitiva ed irrevocabile.
La sentenza della Corte d’appello consta di una motivazione di circa 1.500 pagine e di un dispositivo di poche righe, lette come di regola in pubblica udienza (presenti quindi giudici, pm, segretari, cancellieri, avvocati, giornalisti e pubblico). Chiara e forte nel silenzio di tutti, è risuonata la parola «COMMESSO» e tutti in quell’aula l’hanno chiaramente udita. Ma pochissimi - allora e poi - l’hanno voluta capire. A partire dall’avvocato Giulia Bongiorno, allora difensore di Andreotti e oggi ministro, attenta solo a quel che le conveniva. E così, subito dopo aver ascoltato il dispositivo, eccola esibirsi spensierata e felice - in favore di telecamere in un triplice urlo: «Assolto! Assolto! Assolto!», in collegamento telefonico col suo cliente. Peccato che una parte essenziale del dispositivo ascoltato pochi istanti prima dicesse tutto il contrario. Era l’avvio di una spregiudicata campagna innocentista che ha truffato la stragrande maggioranza del popolo italiano, in nome del quale le sentenze sono emesse. Un macigno sulle spalle dell’imputato è stato sminuzzato se non dissolto a colpi di manipolazioni e insulti al buon senso. Perché la formula «assolto per aver commesso il reato» non esiste in natura. È un ossimoro da capogiro. Una contraddizione logica prima che tecnica.
La Corte d’appello (confermata, ripeto, in Cassazione) si è basata su prove sicure e riscontrate. In particolare ha ritenuto provati - insieme ad altre decisive parti dell’impianto accusatorio - due incontri in Sicilia del senatore (accompagnato da Salvo Lima e dai cugini Nino e Ignazio Salvo) con Stefano Bontade, all’epoca capo dei capi, e altri mafiosi di «rango». Negli incontri (il secondo si svolse nella primavera del 1980, la data del dispositivo della sentenza che indica il «dies ad quem» del commesso reato) si discusse di fatti criminali gravissimi relativi a Piersanti Mattarella, capo della Dc siciliana, politico onesto che pagò con la vita l’essersi opposto a Cosa nostra. Principale fonte di prova il collaboratore di giustizia Francesco Marino Mannoia (teste oculare di un incontro): un «pentito» rivelatosi sempre analiticamente preciso (già con Giovanni Falcone) e mai smentito. La Corte d’appello ha sottolinealo in particolare che l’imputato non ha denunziato le responsabilità dei mafiosi «in relazione all’omicidio di Mattarella, malgrado potesse al riguardo offrire utilissimi elementi di conoscenza». In sintesi, la Corte d’appello ha ritenuto che Andreotti abbia contribuito «al rafforzamento della organizzazione criminale», ravvisando a suo carico «una vera e propria partecipazione all’associazione mafiosa apprezzabilmente protrattasi nel tempo».
Meritano inoltre di esser ricordati alcuni specifici punti.
- Contro la sentenza d’appello la difesa di Andreotti fece ricorso in Cassazione. Ecco la prova provata, secondo una logica elementare, che non vi fu «assoluzione» per i fatti fino al 1980. Mai visto, in quasi cinquant’anni di magistratura, un difensore o imputato che ricorra contro la sua assoluzione. Non esiste.
- La prescrizione è per legge rinunziabile, ma l’imputato non lo fece, sperando di poter essere assolto anche per i fatti fino al 1980; la Cassazione gli diede però torto.
- Tommaso Buscetta (che di Andreotti non volle dir nulla a Giovanni Falcone: sennò ci prendono per pazzi...) già nel 1985 ne aveva parlato al pm statunitense Richard Martin nell’indagine «Pizza connection». Martin, che non aveva utilizzato la rivelazione su Andreotti in quanto ininfluente nella sua inchiesta, confermò la circostanza (sotto giuramento) in pubblica udienza al processo Andreotti. Con il che diventa ridicola qualunque accusa di «teorema».
- Ricorrendone tutti i presupposti, la procura di Palermo esercitò l’azione penale (obbligatoria) contro Andreotti. Non farlo sarebbe stato illegale, disonesto e vile. Nessuno ha mai pensato di riscrivere la storia d’Italia.
- Chi ha nascosto la verità sull’esito del processo di Palermo non ha voluto elaborare la memoria di ciò che è stato perché teme il giudizio storico su come in una certa fase si è (almeno parzialmente) formato il consenso; è evidente il pessimo servizio che in questo modo si rende alla trasparenza democratica del nostro paese.
Quest’ultimo punto aiuta a capire perché l’incontestabile verdetto di colpevolezza fino al 1980 sia stato sistematicamente stravolto, occultando la responsabilità penale - accertata con riferimento a un vergognoso delitto - con un «sapiente» processo di beatificazione mediatica. Fino al punto di celebrare il centesimo anniversario della nascita di Andreotti con una solenne cerimonia a Palazzo Madama, col patrocinio del Senato, alla presenza della compiaciuta e ilare presidente Maria Elisabetta Alberti Casellati. Così completando la trasformazione di un colpevole definitivo in un povero perseguitato innocente, costretto a un calvario di una decina d’anni da un gruppetto di magistrati politicizzati, sconsiderati e malvagi: giustizialisti irriducibilmente prevenuti e accaniti nei suoi confronti.

"MicroMega" 3/2019

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