8.4.12

Da Marx a Bush e oltre. I nouveaux philosophes secondo Gianni Vattimo.

Un articolo di “bilancio” di Gianni Vattimo. Stroncatura perfetta (S.L.L.)
1977, Bernard-Henri Levy e André Glucksmann in tv
Ecco un anniversario - trentennale - di cui pochi si sono ricordati, e che ci viene rammentato da un breve articolo su "Le Monde" del 23 luglio: trent'anni fa, mese più mese meno, esplodeva in Francia e poi nel resto dell'ecumene occidentale la moda dei nouveaux philosophes. Chi erano, e in certi casi ancora, un po' stancamente, sono: André Glucksmann, Bernard-Henri Levy, e poi Alain Finkielkraut, Pascal Bruckner, e (ma molto a parte) Christian Jambet, con altri di cui abbiamo dimenticato nomi e opere.
Una scuola? Bah. Piuttosto un gruppo di giovani studiosi variamente legati al mondo dei media; soprattutto il corifeo principale - ma anche filosoficamente più irrilevante - Bernard-Henri Levy, era già inserito nell'editoria come redattore della casa editrice Grasset.
Altro fondamentale tratto comune era l'aver «fatto» il maggio '68, un precedente biografico di cui usavano vantarsi in modo anche esagerato, ma che fu un ingrediente decisivo della loro popolarità. Allora come oggi, infatti, essa si spiega con il loro esser divenuti portavoce di un occidentalismo senza riserve - Glucksmann è stato tra i sostenitori di Sarkozy alle recenti elezioni presidenziali francesi - fondato sulla (giusta) rivendicazione del rispetto dei diritti umani (prima nella Russia staliniana; poi nelle varie regioni del mondo dove essi continuano a essere violati, la Cecenia anzitutto; e oggi il mondo islamico; non risulta che si siano mai occupati di Guantanamo); e anche, un po' come presso i radicali italiani, sulla convinzione che gli Stati Uniti siano un indiscutibile faro di democrazia e che il loro avamposto mediorientale, Israele, debba essere difeso e approvato qualunque cosa faccia (anche contro gli stessi diritti umani che stanno loro tanto a cuore).
Insomma, più che una nuova filosofia, la ripresa di un pensiero liberale largamente fondato sui principi dell'89, sulle idee dell'illuminismo francese, su un repubblicanesimo che non metteva e non mette in discussione l'appartenenza della Francia all'Occidente centrato sugli Stati Uniti e, oggi, la lotta al «terrorismo internazionale». Di recente, Glucksmann ha pubblicato un pamphlet in cui si schiera contro il «nichilismo», e cioè l'odio per la vita, di chiunque non sia allineato con i «buoni» come li pensano Bush e Rumsfeld: di modo che i kamikaze palestinesi o iracheni che si fanno saltare in aria, presumibilmente per mancanza di altre armi efficaci contro i loro invasori, non sono solo dei criminali, ma anche dei nemici del pensiero umano e di ogni possibile convivenza civile.
Del resto, prima delle ultime sparate pseudo-teoriche, Glucksmann era stato anche un partigiano della tesi sulle armi di distruzione di massa in possesso di Saddam Hussein, cioè della bugia su cui Bush e Blair fondarono la loro decisione della guerra se non infinita, certo ancora ben tragicamente in atto.
La filosofia francese più seria - pensiamo a Derrida, a Deleuze, a Lyotard, a Foucault - non ha mai voluto aver niente da spartire con questi intellettuali mediaticamente rampanti e teoricamente vuoti. La loro lotta per i diritti umani, dati gli alleati che fin dall'inizio si e' scelti, fa l'impressione di una retorica di pronto impiego e di facile consumo. Dovessimo trovare un parallelo - certo meno filosoficamente motivato, Glucksmann più degli altri ha le carte in regole anche come studioso di filosofia - diremmo che le loro battaglie sono un po' come l'anticomunismo anacronistico di Berlusconi, che indubbiamente continua a funzionare, ma che non e' il massimo in termini di visione del mondo e di progettualità politica. Semmai, quanto a possibili paralleli italiani, ci domandiamo come mai non si sia ancora completamente saldata una alleanza esplicita tra Glucksmann e Giuliano Ferrara; a meno che non si tratti del fatto che il primo è troppo affezionato al proprio retorico sessantottismo, che Ferrara, da sempre più «istituzionale», non ha mai avuto in simpatia.
Ma perché non discutiamo i contenuti «filosofici» della scuola, o quel che è, invece di abbandonarci a queste considerazioni di polemica spicciola? Semplicemente perché di spiccioli, soltanto, si tratta. Con tutto il rispetto per la indubbia buona fede e passione anche filosofica di alcuni di loro, non troviamo nei vecchi-nuovi filosofi, né alle origini né oggi, alcuna tesi filosofica da discutere. Sono ancora oggi interessanti come esempio di quell'abbandono puramente passionale del marxismo e dell'utopia comunista che ha coinvolto anche tanti intellettuali «liberal» italiani, i quali per lo più si descrivono come ex «estremisti» (maoisti, Potere Operaio, Lotta Continua, ecc.) che a un certo punto sono cambiati perché sono «maturati». Senz'altra spiegazione che questa, riduttivamente «biologica» - nemmeno biografica , che implicherebbe già una qualche forma di motivazione razionale. Come nel caso dei nouveaux philosophes, insomma: un puro fatto «stagionale».

"La Stampa", 26 luglio 2007 

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