27.3.18

«Soffiando la polvere». Sull’attualità di Franco Fortini (Francesco Diaco)

Quando mi sono avvicinato a Fortini per la prima volta partivo – come accade quasi sempre – da un bagaglio di pregiudizi, da un’immagine scolastica dell’autore, da un ritratto che, per esigenze didattiche, non poteva che essere monolitico e semplificato. Fortini mi appariva, dunque, come un amante della mediazione e del gelo, della vecchiaia e del Superego, della norma metrica e della lingua borghese. In seguito, approfondendo la conoscenza del corpus fortiniano, mi sono reso conto che nelle sue scritture è sempre possibile riscontrare almeno due proposte, due poli opposti eppure dialetticamente intrecciati. In altre parole, l’immagine che avevo scorto prima della lettura diretta era sostanzialmente corretta ma trascurava l’esistenza di alcune necessarie e feconde coppie antinomiche: Fortini è insieme poeta della vecchiaia e della giovinezza, della mediazione e dell’immediatezza, della pazienza e dell’impazienza.
Ma Fortini non è solo un poeta, anzi è un esponente di una generazione di intellettuali completi, capaci di essere insieme romanzieri, lirici, giornalisti, polemisti, traduttori, insegnanti, copywriter, sceneggiatori, recensori, ideologi. Ecco allora il primo punto di forza e ricchezza di opere come Asia Maggiore, I Cani del Sinai, L’ospite ingrato, Un giorno o l’altro: si tratta di scritture ibride, il cui genere è incerto e sfuggente. Il più classicista tra gli autori del secondo Novecento conduce, sotterraneamente, un’ardita sperimentazione e propone delle spiazzanti contaminazioni. I suoi testi sono un incrocio tra memorialistica, diario, autobiografia, critica letteraria, trattato storiografico, pamphlet, reportage. La cifra unificante è quella del saggismo come saggezza distinta tanto dall’arbitrio idiosincratico quanto dalla certezza positivistica. La sua proposta, forse, conserva una sua validità; il suo modello può essere ripreso e continuato.
Di conseguenza, una prima ineliminabile duplicità – che è fortiniana solo perché è di ciascuno di noi – è quella tra io e mondo. Da una parte, Fortini rivendica le istanze di emancipazione soggettiva, reclama il valore della felicità qui-e-ora, non dimentica la sfera dei sentimenti, dell’amicizia, dell’amore, ma anche della morte, della follia, della malattia. Dall’altra, la sua analisi ha sempre la spietata lucidità di chi ricerca la posizione oggettiva occupata dal singolo in un campo di forze che lo trascende e lo determina. Una tensione simile innerva il rapporto tra morale e politica. Da una parte, abbiamo il dovere assoluto di dire la verità e di perseguire il proprio fine utopico, di affrontare la scelta frontale della tragedia e di non scendere mai a comodi compromessi. Dall’altra, c’è la necessità di valutare i risultati delle proprie azioni, c’è l’orizzontalità degli organismi collettivi, c’è l’incarnazione nelle istituzioni e nei partiti.
Anche il metodo con cui l’intellettuale fiorentino guarda all’alterità rispecchia una duplicità di atteggiamenti. Infatti, Fortini compie due operazioni antitetiche e complementari: da un lato storicizza, legge la lettera, precisa il contenuto di fatto; dall’altra attualizza, costruisce l’allegoria, compie lo scatto ermeneutico indispensabile alla scoperta del contenuto di verità. Per esempio, il suo guardare alla Cina al fine di cambiare l’Italia e di criticare lo stalinismo non lo esimeva dal compito di comprenderne a fondo la cultura e le trasformazioni. Un paese allegorico non perde la propria realtà drammatica: per comprenderlo è necessario incontrare persone, visitare luoghi, leggere documenti, studiare economia, diritto, agronomia. Lo stesso accade con i testi letterari del passato: dalla parafrasi e dalla minuziosa ricostruzione delle varianti manzoniane della Pentecoste esce – potente e inaspettata – l’immagine rivoluzionaria del «bellico coltivator d’Haiti».
Come in Benjamin, perciò, il passato non è un archivio sicuro, un possesso tranquillo e garantito per l’eternità: Fortini ha visto le biblioteche bruciare e crollare. Inoltre, il patrimonio culturale è quello dei vincitori, l’arte è splendore e orrore allo stesso tempo. Di conseguenza, la storia deve essere passata a contropelo e deve essere scritta nel momento di massimo pericolo, nell’urgenza di quell’istante in cui si scardina il continuum socialdemocratico del tempo, la successione meccanica delle ere verso il progresso. Sono fondamentali, allora, le tecniche dello straniamento, della citazione e, soprattutto, del montaggio.
Prima di tutto, il montaggio è un procedimento stilistico, dato dai bianchi tipografici, dai silenzi, dagli stacchi, dal non-detto: cioè da quella scrittura “difficile” che richiede al lettore uno sforzo e un impegno costanti. Fortini non parla a tutti; il suo è un pubblico parziale, selezionato non da un privilegio di casta ma da una comunanza di intenti. Il montaggio, però, risiede soprattutto nelle macrostrutture e nella prospettiva mondiale adottata: esso coincide con la capacità di spezzare quanto è falsamente unito dall’ideologia dominante e di collegare quanto è falsamente separato. Siamo di fronte a un’operazione che è insieme razionale – perché in grado di svelare le leggi, le costanti economico-politiche dei fenomeni – ed emotiva – perché mirante a un coinvolgimento passionale del fruitore. Per Fortini, il Congo, l’Angola, Cuba, il Vietnam, Reggio Emilia, l’Algeria non erano che episodi di un’unica guerra, manifestazioni di un conflitto di fondo che è l’ultimo per visibilità in quanto primo per importanza: quello di classe. Se la sua attenzione si rivolge all’Asia, all’Africa e all’America latina è perché ogni ipotesi socialista attuale deve porsi in una dimensione globale, deve saldare la precarizzazione e la proletarizzazione di ogni attività – anche quelle intellettuali e del terziario – allo sfruttamento brutale e occultato dei veri dannati della terra. Lo sguardo è rivolto al futuro, non a un terzomondismo romantico e regressivo.
Negli anni Settanta, contro l’“oblio indotto” promosso dal sistema, contro la fluidità indistinta del Surrealismo di massa, contro la perdita dei nessi spazio-temporali diffusa da televisione, pubblicità e stupefacenti, Fortini conduce una vigorosa campagna per la memoria. La sua memoria, però, è sempre orientata verso una meta, è sempre partigiana e selettiva. Quando Troia è in fiamme, Enea deve decidere cosa salvare. La selezione avviene sulla base di una scala di valori e di un’assiologia gerarchica. Nulla di più distante dal supermarket postmoderno in cui ogni elemento del passato è una merce, un prodotto appiattito su uno scaffale privo di profondità diacronica, ugualmente disponibile all’io-consumatore della società dello spettacolo. Per Fortini, chi sceglie una tradizione sceglie una discendenza: la vertiginosa sequenza dei predecessori, i millenni alle nostre spalle, si ribaltano nella pulsione verso un avvenire messianico, nella speranza di nipoti capaci di superare, e inverare, i propri nonni. «Proteggete le nostre verità» non è, ovviamente, un invito alla conservazione, ma è una preghiera di cambiamento completo, di trasformazione radicale dello stato di cose presente. Tuttavia, la difficoltà dei trapassi e delle eredità, della comunicazione intergenerazionale, delle traduzioni e degli aggiornamenti, è enorme. Fortini lo sapeva. Se la distinzione brutale e brechtiana tra chi sta in alto e chi sta in basso è sempre valida, se i classici del marxismo continuano a descrivere l’oggi, è però necessario capire volta per volta cosa bisogna riformulare, che nuove analisi bisogna svolgere, che dati raccogliere, che sintesi elaborare. Se il tempo lungo della modernità, probabilmente, non è finito, la creazione di un mercato unico, il problema ecologico, il neocapitalismo finanziario, la deriva neoliberista delle sinistre ci pongono degli interrogativi e invocano un faticoso processo di verifica dei poteri e delle teorie.

Gli ospiti (da Questo muro)
I presupposti da cui moviamo non sono arbitrari.
La sola cosa che importa è
il movimento reale che abolisce
lo stato di cose presente.

Tutto è divenuto gravemente oscuro.
Nulla che prima non sia perduto ci serve.
La verità cade fuori della coscienza.
Non sapremo se avremo avuto ragione.
Ma guarda come già stendono le loro stuoie
attraverso la tua stanza.

Come distribuiscono le loro masserizie,
come spartiscono il loro bene, come
fra poco mangeranno la nostra verità!
Di noi spiriti curiosi in ascolto
prima del sonno parleranno.

Volendo tirare le fila, cosa può insegnarci Fortini oggi? Il nucleo della sua lezione sta nella delicata dialettica tra tattica e strategia, nell’articolazione tra tempi brevi e tempi lunghi. Al versante apocalittico, agonistico, profetico, egli seppe affiancare un impegno concreto e diuturno, un servizio umile e paradossalmente riformista.
Come ha recentemente sostenuto Daniele Balicco – nel primo incontro del ciclo Memorie per dopodomani – la lettura di Fortini ha, poi, una funzione di ecologia politica, di pulizia della mente. In altre parole, le sue pagine consentono di affrancarsi dai luoghi comuni, dalla persuasione occulta, dall’indottrinamento subdolo divulgati dai mass media. Le sue semplificazioni provocatorie distruggono il mito di una incomprensibile complessità del mondo; la sua ricerca di una ideologia unitaria si oppone allo specialismo come frantumazione elitaria del sapere. Tutto ciò non implica, però, un mero riduzionismo della sovrastruttura alla struttura – per usare termini desueti; né un elogio dell’improvvisazione e dell’ignoranza. La sua parzialità non è settarismo. In opposizione all’“informazione inutile” della televisione – che equipara gli eccidi e le guerre alle eruzioni e ai terremoti –, Fortini interpreta il presente come un processo, sottraendo la storia a una mistificatoria naturalizzazione. Le caratteristiche ambientali, certo, spiegano gli individui; le scienze sociali sono dunque fondamentali per comprendere appieno il potere delle circostanze. Eppure, il loro carattere descrittivo non deve divenire segretamente apologetico. Il donde deve sempre connettersi al dove, a una prospettiva di lukácsiana memoria: a Fortini e Sartre non interessa cosa è stato fatto all’uomo, ma cosa egli sa fare di ciò che ha subito. Contro ogni determinismo biologico e ogni storicismo volgare, Fortini rivendica sempre un margine di libero arbitrio e di responsabilità individuali.
Fortini ci rammenta che ogni liberazione affrettata del soggetto priva di una trasformazione della società si risolve in narcisismo edonistico. Parimenti, egli sostiene che la contemplazione elegiaca di un’utopia perfetta rischia di sfociare in un nobile ma innocuo tragicismo o in un quietismo attendista. Pertanto, occorre rifiutare sia il rinvio perpetuo a un domani inverificabile sia la promessa di una soluzione facile e immediata.

La gioia avvenire (da Foglio di via)
Ma prima di giungervi
Prima la miseria profonda come la lebbra
E le maledizioni imbrogliate e la vera morte
Tu che credi dimenticare vanitoso
O mascherato di rivoluzione
La scuola della gioia è piena di pianto e sangue
Ma anche di eternità
E dalle bocche sparite dei santi
Come le siepi del marzo brillano le verità.

In conclusione, se le parole d’ordine e lo strumentario retorico di Fortini possono suonare, a qualche orecchio odierno, lontani e datati come l’eloquenza del Risorgimento, tuttavia il conflitto, le diseguaglianze, gli sfruttamenti esistono ancora e anzi continuano a inasprirsi. E se siamo tutti succubi delle manipolazioni mediatiche, tuttavia bisogna distinguere ostinatamente tra produttori e vittime, tra venditori e consumatori di un universo simbolico demoralizzante e depoliticizzato. Fortini ci insegna che dal presente c’è sempre una via d’uscita, che qualunque situazione può essere mutata, che il futuro – nonostante l’impressione sempre più forte di impotenza e frustrazione – rimane affidato nelle nostre mani. «Il combattimento per il comunismo è il comunismo. È la possibilità (scelta e rischio, in nome di valori non dimostrabili) che il maggior numero possibile di esseri umani viva in una contraddizione diversa da quella odierna». Ai propri amici piacentini, egli ricordava che il socialismo non è inevitabile. A noi ripete che, nonostante tutto, non è impossibile.

La gronda (da Una volta per sempre)
Scopro dalla finestra lo spigolo d’una gronda,
in una casa invecchiata, ch’è di legno corroso
e piegato da strati di tegoli. Rondini vi sostano
qualche volta. Qua e là, sul tetto, sui giunti
e lungo i tubi, gore di catrame, calcine
di misere riparazioni. Ma vento e neve,
se stancano il piombo delle docce, la trave marcita
non la spezzano ancora.

Penso con qualche gioia
che un giorno, e non importa
se non ci sarò io, basterà che una rondine
si posi un attimo lì perché tutto nel vuoto precipiti
irreparabilmente, quella volando via.

Il lavoro culturale, 6/12/2014

L’epocale eccezione del populismo Cinque stelle (Militant)


Ho trovato prima delle elezioni nella rassegna “Sinistra in rete” questa analisi, che – seppure non convincente in ogni aspetto – mi è sembrata utile e interessante. Mi pare che elezioni e post-elezioni non abbiano modificato il quadro. (S.L.L.)

La straordinaria e ininterrotta sequela di abbagli, errori, madornali gaffe, pastrocchi politici, sbandamenti ora a destra ora a destra, incapacità di governo, incapacità d’opposizione, che vede protagonista il M5S, è qualcosa di raro visto in politica. Per di più, il fuoco di sbarramento a media unificati – da Repubblica al Manifesto, dal Fatto al Corriere – contribuisce a raccontare il M5S come male principale della politica italiana. Giornalisti pagati unicamente per svelarne la natura corrotta e para-nazista trovano alloggio presso ogni testata, ogni televisione, per non dire delle case editrici, blog, settimanali. La maggior parte di queste critiche sono suffragate da fatti incontrovertibili. L’incapacità del M5S di essere forza politica credibile è un dato di fatto. Eppure, da più di cinque anni rimane saldamento il primo partito italiano. Anche fosse il secondo, o il terzo, il discorso non cambierebbe. La Lega o il Pd, Forza Italia o Rifondazione: tutti i soggetti politici hanno pagato elettoralmente il prezzo della propria incoerenza e incapacità, nel presente o in passato. Tutti tranne il M5S. Chi da anni si accanisce contro il partito di Grillo, svelando non si sa più a chi la sua natura reazionaria, ancora oggi non riesce a spiegare i motivi di questa tenuta elettorale, che è anche una tenuta politica, se non dando la colpa all’elettorato.
Tutti, compreso noi, credevamo in una sua rapida rovina elettorale passata la fase movimentista e dirompente. La realtà ci ha clamorosamente smentito, almeno fino ad oggi. Perché? La comodità intellettuale di raccontare le tare politiche del M5S è tale che consente a tutti (proprio a tutti) di scrivere su qualche giornale, presentandosi peraltro come chissà quali indagatori della realtà. “Ecco svelata la natura contraddittoria del movimento”, ci raccontano ogni giorno i nuovi Montanelli, senza rendersi conto del ridicolo che li avvolge. La fase in cui il partito di Grillo poteva essere scambiato per un soggetto “di sinistra”, anzi, di “sinistra radicale”, è finita più o meno nel 2013. Fino a quell’anno è stato necessario svelarne il trucco, le sue contraddizioni, la natura apparentemente destabilizzante e concretamente pacificante e regressiva. Fino al 2013 è stato giusto concentrare l’attenzione sul M5S come soggetto politico, proprio per la sua carica ambivalente, quindi poco comprensibile. Dopo no. Dopo, e progressivamente scivolando nell’evidenza dei fatti, la natura soggettiva del M5S è divenuta chiara anche agli analfabeti funzionali. Da quel momento la domanda chiave, e i conseguenti approfondimenti del caso, avrebbero dovuto riguardare il M5S come oggetto della politica: perché un soggetto così platealmente contraddittorio e così smaccatamente regressivo continua a essere percepito da milioni di italiani come nuovo, sconvolgente, diverso, forse rivoluzionario, sicuramente anti-establishment, anti-casta, anti-palazzo? Questa è la domanda che il suddetto mondo giornalistico, unificato e unidirezionale, non riesce ancora a farsi, figuriamoci a rispondere.
Alcuni dati, in questi anni, si sono accumulati e permettono una parziale (parzialissima) risposta. Anzitutto: il M5S non trova la sua forza elettorale nel vasto bacino dell’astensione, ma in quello dell’elettorato ostinato, che ancora oggi – ormai minoranza – decide comunque di votare ma indisponibile a votare “per i soliti partiti”. Quel che dovremmo chiederci non è tanto se questo elettorato sia “più di destra” o “più di sinistra”, dove dirigerebbe i propri voti in assenza del partito grillino e in presenza di soggetti politici più credibili o meno compromessi con esperienze di governo. Il fatto interessante è capire quali soggetti di classe votano il M5S. In quanto forza populista, il bacino elettorale del M5S è per forza di cose composto da soggetti sociali differenti, a volte opposti. C’è però un dato che sembra chiaro: non vota per il M5S la media-grande borghesia, istruita e globalizzata. Il M5S è, ancora oggi, l’unico soggetto politico apertamente contrario agli interessi di quel pezzo, ristretto ma economicamente egemone, di borghesia. Questo il motivo per cui c’è ancora oggi una inscalfibile diffidenza politica verso il M5S. Di Maio può dichiarare ogni giorno di amare l’Unione europea, può andare a Cernobbio e inginocchiarsi di fronte al banchiere di turno, volare a Washington e deprivarsi di fronte all’ultimo dei portaborse Usa, e non cambierebbe di una virgola di questa diffidenza. Il M5S al governo è lo spettro della borghesia europeista, che spera in un governo di grande coalizione proprio per evitare al M5S di guidare il paese in solitudine.
Il decennio di crisi economica, sommato al rafforzamento del progetto euro-liberista, hanno provocato un fatto sociologico di notevole portata: pezzi di proletariato e di piccola borghesia hanno cominciato a percepirsi uniti in una serie di rivendicazioni sociali, volte tutte ad arginare l’inarrestabile processo di impoverimento economico prodotto, per l’appunto, da crisi ed europeismo. Questo fatto non è solo percepito, ma ha in sé parti di verità. Il rafforzamento dell’Unione europea non si è rivelato solamente uno straordinario strumento di controllo e repressione delle lotte di classe. Ha anche falcidiato economicamente il mondo della piccola borghesia fatto di partite iva e imprese rivolte al mercato interno, poco internazionalizzato, visceralmente anti-statale, evasore. Attorno alla confusa, ambigua e per certi versi narcotizzante tematica del “recupero di sovranità”, si sono andati agglutinando interessi socio-politici un tempo divisi e diversi, oggi invece sempre più sfumati nella loro diversità. È un fatto questo che riguarda la percezione di sé e della propria condizione, non la realtà materiale dei fatti ma, bisogna riconoscerlo, poggia su alcuni dati di fatto che abbiamo poc’anzi ricordato. L’impoverimento, per farla, breve, è stato in questo senso trasversale: pezzi di borghesia sono usciti dalla crisi con le ossa rotte tanto quanto il mondo del lavoro salariato nel suo insieme. Questa è la dinamica che ha portato tali soggetti diversi a esprimere una loro preferenza per il famigerato “populismo”, incarnato nella sua forma più coerente dal M5S (la Lega nord, pure populista, ha una sua connaturata differenza: è chiaramente percepita come soggetto di destra, al contrario del M5S, che volentieri mantiene una sua ambiguità in proposito).
Questo il motivo dell’ambiguità e contraddittorietà strutturale del M5S: la sua forza elettorale è, ancora oggi, il risultato di spinte contrastanti ma socialmente presenti e possenti nella società italiana. Spinte diverse e contrastanti, che in questi anni hanno trovato un punto di compromesso nella rivendicazione di “maggiore sovranità”, una maggiore sovranità che ovviamente è stata espressa in vario modo, non sempre esplicito o cosciente, ma tant’è: esiste, e bisogna farci i conti non solo come fatto regressivo, ma anche come fatto progressivo.
L’incapacità assoluta di fare i conti con la sovranità come fatto progressivo, come fatto popolare, è uno dei motivi per cui la sinistra è scomparsa dallo scenario politico in questo decennio e, al contrario, mantiene la forza del populismo Cinque stelle elettoralmente intatta, anzi addirittura crescente. C’è uno straordinario vuoto di proposta nella politica italiana, un vuoto che altrove, ad esempio in Francia o in Inghilterra e, sotto altre forme, in Spagna e prima ancora in Grecia, è stato temporaneamente e parzialmente colmato. Finché rimarrà tale, questo vuoto spiegherà la forza elettorale del M5S, così come della Lega nord, e insieme a ciò spiegherà anche la nullità politica della sinistra. Il vuoto politico non è però un vuoto elettorale, ed è il motivo per cui non basta semplicemente dirsi anti-europeisti, comunisti, rivoluzionari, socialdemocratici, eccetera, per ricavarne dei dignitosi risultati alle elezioni. Perché le elezioni registrano la realtà, non innescano processi di alcun tipo. Sono un termometro, come diciamo spesso, e non un termostato. Prendono atto di ciò che esiste, non concorrono a far nascere qualcosa che non c’è.
Tutto questo non conclude le spiegazioni della forza elettorale del M5S né della scomparsa delle sinistre. Ma sono dati di realtà che andrebbero tenuti in considerazione. A quel pezzo di società che, ancora oggi, nonostante i mostruosi livelli d’inconcludenza, vota M5S, non interessa l’incoerenza, le gaffe e gli errori di quel partito. Quella società crede – a torto, inutile ripeterlo – che il M5S, per la sua forza elettorale, le sue disponibilità economiche, la sua presenza mediatica, possa essere sabbia negli ingranaggi di quella grande borghesia vista come principale artefice delle proprie disgrazie economiche. Non importa di che colore sia il gatto, avrebbe detto Mao, l’importante è che prenda il topo. Questo fatto è visceralmente percepito molto più dalla popolazione che dalle sue presunte avanguardie politiche. Questo il motivo per cui il partito grillino cresce elettoralmente nonostante la campagna d’odio portata avanti da destra a “sinistra”, in politica e sui media. È proprio per quello che cresce! Per l’incapacità di leggere nel populismo un fatto oggettivo, e non (solo) una scelta soggettiva. È lì che andrebbero concentrati gli sforzi interpretativi. Ma questo significherebbe mettere in discussione decenni di stantii schematismi ideologici, primo fra i quali la malcelata soddisfazione per una globalizzazione in grado di disarticolare le funzioni dello Stato nazionale. Sarà ripensando noi stessi che contribuiremo alla soluzione del dilemma populista, non guardando altrove. Fino ad allora, la forza elettorale del M5S reggerà all’ennesima figuraccia di qualche suo esponente. Crescita economica permettendo.

Sinistra in rete 14 gennaio 2018

Pasolini senza pasolinismi (Rino Genovese)


[Questo breve saggio è tratto dal volume collettivo Lo scrittore al tempo di Pasolini e oggi. Tra società delle lettere e solitudine, a cura di Angela Felice e Antonio Tricomi, Venezia, Marsilio, 2017.]

Certo, se si assimila il neoliberalismo, o la liberaldemocrazia in genere, a un capitalismo imperiale privo di attriti consistenti, a un impero del mercato, a una variante del totalitarismo, beh, allora ci sta che la cosiddetta globalizzazione altro non sia che l’intensificazione e lo sviluppo di ciò che Pasolini denunciava a suo tempo come omologazione culturale. Ma i fatti, nei decenni trascorsi dalla morte del poeta corsaro a oggi, si sono incaricati di mostrare che la sua era una diagnosi sbagliata. Come inesatte si sono rivelate, in un senso più ampio, le teorie sociologiche circa la secolarizzazione e la modernizzazione incessanti a cui sarebbe stato destinato l’intero globo terrestre.
Si comincia già nel 1979, a soli quattro anni dalla scomparsa di Pasolini, con la rivoluzione iraniana che nacque senza dubbio da un sollevamento popolare antimperialista, ma quasi subito prese una piega imprevedibile stando al dogma di una modernizzazione planetaria. Fu infatti segnata da una svolta teocratica (su cui un osservatore come Foucault aveva inizialmente scommesso, parlando di una «spiritualità politica», salvo prenderne rapidamente le distanze), né marxista né liberale ma neotradizionale, nel senso di una tradizione culturale e religiosa reinventata in maniera immediatamente politica.
E il consumo, allora? Non implica necessariamente l’omologazione. Le culture particolari lo attorcigliano, lo inglobano all’interno della loro ricerca identitaria. È il caso, per esempio, della coca-cola islamica, la Mecca-cola, una bevanda presente non soltanto nei paesi arabo-musulmani ma in Europa, in Francia, dove peraltro è stata inventata, diffusa nei quartieri dell’immigrazione. La modernità capitalistica dimostra così di essere ibridante, il che è altra cosa dall’omologazione. Com’è avvenuto del resto in Giappone – paese occidentalizzato ma mai del tutto omologato, perché ha reinserito la modernizzazione nella propria tradizione –, o come sta avvenendo oggi in Cina nel mix di dispotismo orientale e ideologia dell’“arricchitevi!”. Tradizioni culturali e sviluppo economico e tecnologico si tengono; oppure si constata l’aperta negazione della loro mescolanza in un radicalismo purificatorio (nell’Afghanistan dominato dai talebani s’impiccavano gli apparecchi televisivi agli angoli delle strade).
Si potrebbe dire che la «scandalosa forza rivoluzionaria del passato» sia stata comunque distrutta: la devastazione è andata avanti, ognuno può vedere le nostre antiche città trasformate, sfigurate. La mistura di tradizione e modernità che abbiamo dinanzi, infatti, non è la loro riconciliazione armonica, è il loro amalgama informe. Le brutture, le ferite impresse nel paesaggio, sia urbano sia naturale, vengono da qui: da questa forza ibridante e caotica che non annulla il passato ma ne depotenzia la pretesa rivoluzionaria. Cadono, insieme, e l’idillio e la modernizzazione trionfante che quell’idillio avrebbe cancellato. E cade quindi Pasolini, con il suo avere accarezzato l’idillio e averne annunciato la fine, mancando l’uno e l’altra, mentre la storia stava andando da un’altra parte. Ma coloro che a suo tempo gli opponevano la lotta di classe, di cui lui intravedeva invece l’esaurimento, sbagliavano anch’essi rifriggendo un marxismo ormai a corto d’idee. Lo scontro, il conflitto – lo si è visto dopo – non sono affatto aboliti, anzi sono più vivi e violenti che mai; soltanto hanno imboccato strade diverse da quelle previste e prevedibili. Il terrorismo islamista sta lì a ricordarcelo: né lotta di classe né omologazione culturale consumistica (che spingerebbe piuttosto a vivere). Forma di vita anticonsumistica, allora, con il suo ethos del sacrificio suicida? Lo definirei come la forma informe del conflitto postcoloniale: contro l’Occidente in quanto cultura dominante, e sottotraccia ancora colonialista, ma senza una prospettiva anticapitalistica. Il jihadismo impugna la religione come un’arma, ne fa lo strumento di una ripresa della tradizione in chiave identitaria, sovrapponendo alla sfera economica occidentale moderna – de-differenziata e fattasi cultura antropologica in virtù dello sfolgorio delle merci estetizzate – una sua propria estetizzazione come culto politico-religioso della morte, proponendo di fatto un’inversione del processo di secolarizzazione con la cancellazione della differenziazione funzionale moderna tra politica e religione; laddove a prevalere in Occidente è la tendenza alla perdita di autonomia della politica sotto il primato di un’economia culturalizzata.
Tutto ciò è il portato di una modernità che mette capo a una formazione di compromesso con il passato arcaico-tradizionale. Pasolini non colse la trasformazione – che del resto nessuno dei diagnostici del suo tempo riuscì a cogliere – della presunta storia universale in un agglomerato di storie che, già ai suoi tempi, iniziava a palesare i tratti non-contemporanei di un passato che non passa e di un futuro che sprofonda. Risultato: una sorta di eterno presente con cui le culture particolari sono oggi alle prese ciascuna a suo modo, senza che l’Occidente riesca più a esercitare quella egemonia unificante aperta al futuro, “progressiva” a doppia faccia, alternativamente liberaldemocratica o marxista, che riusciva così bene nell’epoca del mondo diviso in blocchi. Quello dell’Algeria è il caso più macroscopico: una rivoluzione anticoloniale, che aveva rivolto contro la metropoli francese le sue stesse armi “giacobine”, andata a male, sfociata nel predominio di una casta burocratico-militare filosovietica prima, e poi nel caos degli anni novanta tra islamismo radicale e repressione statale.
Pasolini vedeva se stesso come ultimo difensore del passato in una post-storia fondata su uno sviluppo economico e tecnologico privo di qualsiasi progresso civile. Ma il documentario del 1971, Le mura di Sana, con il suo appello all’Unesco affinché intervenga a salvare la bellissima capitale dello Yemen da una modernizzazione distruttiva, oggi fa sorridere se si pensa ai bombardamenti che hanno ferito quell’antica città in profondo nel quadro del confronto armato (tuttora in corso mentre scrivo) tra la coalizione guidata dalla potenza regionale saudita e l’Iran sotto le spoglie degli Huthi, detti anche Partigiani di Dio. È una guerra confessionale tra sunniti e sciiti, quella che sta devastando lo Yemen in un cortocircuito con il passato che avrebbe lasciato senza parole Pasolini (e che, d’altronde, nemmeno sarebbe possibile decifrare in termini di classi sociali). La post-storia si salda con la preistoria – nel caso specifico con quella delle guerre di religione. Non diversamente vanno le cose negli altri paesi protagonisti della cosiddetta primavera araba del 2011: come si legge sull’Huffpost (11 giugno 2017), a firma di Umberto De Giovannangeli, «[…] il futuro della Libia sembra essere nel suo passato. Se si vuole contrastare “l’ordine” del Califfato [cioè dell’organizzazione denominata Stato islamico], occorre puntare sull’ordine tribale». Quindi tribù tradizionale versus neotradizionalismo islamista.
Assente è quel proletariato industriale mondiale, proiettato in un’unica storia universale, che avrebbe avuto la missione di rovesciare il capitalismo. Su ciò Pasolini non si era sbagliato: da buon terzomondista (in linea, su questo, con una parte non secondaria del pensiero sessantottesco) aveva ben visto l’integrazione della classe operaia in Occidente – che di lì a poco, con i mutamenti nell’organizzazione della produzione e il superamento della fabbrica fordista, si prolungherà in una sua sostanziale scomparsa. Bisogna però collocare Pasolini nel contesto intellettuale della sua epoca: lui se la prendeva con l’operaismo italiano (che fu anche studentesco) degli anni sessanta e settanta, quello che tra i suoi esponenti aveva il temibile Asor Rosa, l’autore di Scrittori e popolo, e alcuni rappresentanti della detestata neoavanguardia letteraria di quegli anni. Alla loro mitologia della classe operaia aveva opposto la sua propria mitologia, insistendo sul sottoproletariato romano e poi mondiale, e sulla civiltà contadina, con accenti populistici (nel senso del populismo russo) se non addirittura strapaesani. Ma ciò gli era stato possibile fino a un certo punto, poi la delusione lo aveva sopraffatto. L’aspetto umorale non va sottovalutato. Pasolini non ragionava con mente pura, il momento emotivo fa parte a pieno titolo del suo pensiero – ed è la sua parte migliore, all’origine della sua permanenza oggi. Perché Moravia è stato risucchiato nel gorgo del tempo e Pasolini, al contrario, vive? Perché il primo era una sferragliante macchina narrativa e saggistica e il secondo un intreccio di nervi e passioni.
Io leggo la particolare combinazione di visceri e intelletto tipica di Pasolini (essa stessa una forma d’ibridazione, in fondo) nella lente del concetto ossimorico di impegno scettico: non punto di partenza ma approdo pressoché involontario da parte del poeta corsaro, inizialmente votato a una poesia civile tutt’altro che scettica. Se ciò in cui da giovane aveva creduto gli si sfarinava tra le dita, alla fine non gli restava altro se non una passione che consumava l’ideologia. Questa tonalità emotiva diventava completa sfiducia nei confronti della civilizzazione e critica della civiltà in genere. Pasolini poteva stigmatizzare di volta in volta la moda giovanile dei capelli lunghi, o una legge sul diritto all’interruzione della gravidanza, come pericolosissimi segni della “decadenza” – se si volesse usare il termine proprio di una critica della cultura di marca conservatrice – o, piuttosto, della devastazione neocapitalistica secondo una visione ancora orientata da un super-io in senso lato marxista.
Ma né l’una né l’altra terminologia possono rendere pienamente conto della condizione scettica in cui la rottura delle precedenti certezze fa precipitare Pasolini. Essa oggi si offre ai lettori nella grande opera incompiuta chiamata Petrolio, illustrazione di un finale atteggiamento sadomasochistico generalizzato ma anche esemplificazione maggiore di quello che chiamo impegno scettico. Né la forma romanzesca né quella più strettamente autobiografica si salvano da un umore atrabiliare che pervade l’intera costruzione affidandole un grandioso compito impossibile, fortemente autocritico rispetto alla precedente poetica dell’autore. Il romanzo – ed è questo a renderlo importante ai nostri occhi – è agli antipodi sia della (a quei tempi) incipiente sindrome che sarebbe stata detta “il postmoderno”, sia dell’“opera mondo” priva di un punto di vista vero e proprio. È la registrazione di una crisi – di un autore e di un intero paese intorno a lui –, ed è un romanzo a tesi privo di una tesi che non sia il Kulturpessimismus. Un libro sull’Italia di quegli anni, il paese delle stragi neofasciste abilmente pilotate da un potere così sciocco da non rendersi conto di avere già vinto la partita grazie al diffondersi dei consumi. Anche se proprio qua, nella concezione del potere e della sua anarchia, i difetti del sociologo appaiono evidenti: quel Potere, che Pasolini scriveva con la maiuscola o rappresentava mediante la metafora del Palazzo, non esiste: piuttosto ci sono i poteri al plurale. Tra questi, quello legato a un passato totalitario che l’Italia ha ben conosciuto; accanto a esso l’interesse, anche solo strettamente elettorale, di un partito, la Democrazia cristiana, nel tenere in tensione costante gli “opposti estremismi” per ottenere una stabilizzazione al centro dello schieramento politico. Finanche nell’interpretazione di un fenomeno estremo come quello delle stragi, nel contesto dell’Italia di allora e del mondo diviso in blocchi, il passato riprende quota come un nucleo germinale dei possibili, un serbatoio di significati riattivabili sotto le condizioni di una selettività storica che li riprende in modo regressivo e reazionario, o al contrario progressivo e rivoluzionario, a seconda della situazione e degli equilibri tra i poteri in campo. Nulla di rivoluzionario in sé, quindi. Ma neppure qualcosa che possa semplicemente essere inghiottito e scomparire nel corso del tempo.
Pasolini, in definitiva, è un autore cui ritornare al di fuori dell’icona postuma costruitagli attorno sia dalla insulsaggine della estetizzazione diffusa sia dai suoi troppi critici acritici. E questo malgrado le carenze del suo discorso, ma non malgrado quella che, con Fortini, può essere detta la sineciosi della sua presenza letteraria e civile. Sotto questo aspetto ha ancora senso confrontarsi con Pasolini. Prendere parte e insieme ritirarsi dal premio Strega, con una protesta contro l’industria culturale che renderebbe gli scrittori servi, come lui fece nel fatidico 1968 (anno che, com’è noto, non gli fu gradito, ma di cui accolse molte più istanze di quello che si potrebbe credere), è un esempio vivente di sineciosi. All’epoca, il ragazzino di quattordici anni che ero fu colpito dalla sua presa di posizione. Teorema – il libro ritirato dalla competizione, non il film che non potei vedere perché vietato ai minori – fu così la sua prima opera con cui ebbi modo di misurarmi, e conservo ancora quella prima edizione Garzanti. Oggi nessun autore si sogna più di protestare contro i premi letterari. Tutti ormai definitivamente servi? Certo è che, da allora, un libro presentato allo Strega per principio non lo prendo in considerazione.
Un impegno scettico, in se stesso intrinsecamente paradossale, spinge a sbagliare e a correggersi, e poi a correggersi ancora e magari a sbagliare ancora. Si tratta di una tensione morale prima che politica, non sorretta da un’ideologia a tutto tondo in grado di conferire una qualche presunzione d’infallibilità. Questo impegno è perciò diverso dall’attivismo dei giovani sessantottini. Ma non gli è opposto. In un certo senso ne è la coscienza critica. Se Pasolini ebbe torto nella sua polemica contro il movimento studentesco (salvo poi per un periodo fare il compagno di strada di Lotta continua), il piccolo mondo della cosiddetta nuova sinistra sbagliò a considerarlo un artista “borghese”. Demitizzare la milizia politica, investita in quegli anni da uno spirito de-differenziante pressoché religioso, e, d’altro lato, non chiudersi alla chance di progresso che baluginava nei movimenti dell’epoca – fu quanto mancò, a considerarle insieme, alle due parti.

dal sito “Fondazione per la critica sociale”, 8 dicembre 2017

La vibrazione delle cose. Una poesia di Donatella Bisutti


Quando l’anima come un cane
si lascia accarezzare, inerme
allora è tutta concentrata nel piacere
che dà la vibrazione delle cose
allora è facile staccare sé da sé –
si insinua, poi irrompe
l’esterno nell’interno.

In Dal buio della terra, Empiria 2015

26.3.18

La chimica dell’amore. Liv Ullmann: “Caro Ingmar Bergman ...”. Intervista di Simonetta Fiori

Liv Ullmann e Ingmar Bergman

BERGAMO
Davanti all’obiettivo dei fotografi, non sembra a suo agio. Cerca l’espressione giusta, inclina la testa di lato, accenna un sorriso incerto, come le persone che non sanno fingere.
Non si direbbe che questa splendida signora con la maglia rossa, il fisico slanciato da ragazza, abbia alle spalle una quarantina di film, un paio di candidature all’Oscar e un lungo sodalizio con un mito del cinema. Forse perché Liv Ullmann non ha mai indossato maschere, e ancora oggi se ne fa un vanto. «Il mio Stradivari», la chiamava Ingmar Bergman, alludendo al timbro prefetto con cui sulla scena riusciva a esprimere emozioni, angosce, solitudine dei suoi personaggi. Gli occhi sono quelli di sempre, lo sguardo di Marianne in Scene da un matrimonio o di Maria in Sussurri e grida, un azzurro profondo nel quale è possibile leggere ciò che le passa in mente, senza infingimenti. Gratitudine, passione, rimpianto.
Quando si incontrarono sul set di Persona – alla metà degli anni Sessanta – lei aveva 28 anni, lui venti di più. La loro storia d’amore è durata cinque anni, l’intesa artistica tutta la vita. Ospite del Bergamo Film Meeting, Liv Ullmann ne parla con la serenità interiore di chi ha fatto un lungo viaggio. E dall’alto dei suoi quasi ottant’anni – li compirà a dicembre - tutto le sembra acquistare una giusta misura, anche il furore d’un genio.

Signora Ullmann, nella sua autobiografia lei ha scritto che siete entrati l’uno nella vita dell’altro troppo presto e troppo tardi. Cosa intendeva?
«È ciò che si pensa sempre quando finisce una storia. E io ho scritto Changing subito dopo la rottura con Ingmar, più di quarant’anni fa. Oggi tendo a pensare che quello fu il momento giusto. Dal nostro incontro è scaturita un’amicizia destinata a durare tutta la vita, al di là dei nostri nuovi matrimoni».

Cosa non ha funzionato?
«Entrambi avevamo bisogno l’uno dell’altro. Ma Ingmar cercava la madre, braccia aperte solo per lui, senza complicazioni. E io non potevo essere questa figura protettiva perché anche io cercavo comprensione e sicurezza. Lui sognava la donna tutta d’un pezzo; io mi sbriciolavo in mille pezzi se non avevo la sua attenzione».

Questo da cosa derivava?
«Il nostro amore era figlio di una duplice solitudine. Ne soffrivamo entrambi, anche se eravamo già sposati. Non è un caso che a questa condizione esistenziale Ingmar abbia dedicato i primi film da me interpretati, Persona, La vergogna e Passione. Quando ci siamo conosciuti, per la prima volta abbiamo sentito di avere qualcuno che fosse lì a rassicurarci: “ti ascolto”, “ti vedo”. Ci siamo aperti completamente l’uno all’altro».

Eravate molto simili.
«Sì. Anche ciò che Ingmar ignorava di sé stesso cominciò a vederlo in me, nonostante fossi una donna e molto più giovane di lui. Ma forse vedeva anche quella parte di sé che magari non gli piaceva. E, come uno specchio, io ero sempre lì a ricordargliela. Questa simbiosi psichica è molto evidente nei film che le ho citato prima».

In che senso?
«Io ero lui. Rappresentavo la sua immagine riflessa».

Quanto è durato questo gioco di specchi?
«Già ne L’ora del lupo, il film uscito nel 1968, smisi di essere Ingmar per cedere il ruolo a Max von Sydow, che incarnava tutti i suoi demoni. E io non capivo niente. “Ma cos’è questo? Cosa significa?”, continuavo a chiedere durante le riprese. Il mio sperdimento restituiva la relazione con lui».

Si sentiva sovrastata dai suoi fantasmi?
«Ero già incinta di nostra figlia Linn e pensavo: “Quest’uomo è troppo complicato per me”. Finito il film, me ne tornai a casa, in Norvegia. Ma Ingmar mi inseguì. Andò da mio marito e gli disse: “Io la rivoglio indietro”. E io tornai da Ingmar. Come vede, i tempi della liberazione della donna erano lontani…». (Liv esplode in una delle sue risate liberatorie, come a disperdere tutti gli incubi del passato).

Vivevate nell’isola di Farö, una sorta di prigione.
«Ingmar costruì intorno a me un gigantesco muro. Amici e famigliari erano vissuti come una minaccia al nostro rapporto. La sua gelosia poteva essere violenta, capace di troncare ogni relazione che potesse mettersi tra noi. Mi sarei potuta ribellare, e non lo feci. E quindi sono stata io costruirmi la prigione, non Ingmar».

Come se ora volesse giustificarlo.
«Per me sono stati cinque anni straordinari. Ho imparato anche dai suoi silenzi. Ho capito che dovevo emanciparmi dalla dipendenza da lui. Certo non avrei potuto resistere oltre perché avevo bisogno di altre relazioni, mentre per Ingmar l’isola era un rifugio. Ingmar stesso era un’isola».

A un certo punto la vostra relazione trovò un equilibrio.
«Fu quando smisi di adorarlo e cominciai a vederlo. A scoprirne le insicurezze. Ad avvertire il suo spaesamento in mezzo agli altri. Potevo sentirlo dire all’improvviso: “O dio mio, vieni, tienimi la mano”. Iniziava l’amore più grande, quello che accoglie le ferite dell’altro».

Da dove venivano questi suoi demoni?
«Non so rispondere. Era capace di svegliarsi nel cuore della notte scosso da sensi di colpa, rabbia, ansietà. Oppure l’insicurezza, la paura di non essere protetti: penso ad alcune foto di Ingmar adolescente, l’aria smarrita di chi non ha amici. Il mio istinto era di abbracciarlo, senza troppe domande».

Ma questa fragilità aveva a che fare con i genitori?
«Non lo sapremo mai. Sia il padre che la madre erano persone adorabili. Suo padre era un pastore della chiesa luterana molto sapiente sia nell’arte del racconto che nell’ascolto, qualità ereditate da Ingmar. Ma lui parlava del padre non sempre in termini entusiastici».

Le sue ossessioni finirono per logorare il vostro rapporto. Lei una volta disse che non c’è dolore più grande di essere lasciati.
«Sì, è doloroso sentire una porta che si chiude e sapere che non si aprirà mai più. Io ho avvertito questa sofferenza, ma anche Ingmar l’ha provata. E dopo sarebbe tornato, ma a quel punto era troppo tardi perché avevo già attraversato tutto il dolore e finalmente ero libera. Lui non aveva ancora fatto lo stesso percorso. Ma fu quello il momento giusto per lasciarsi: eravamo ancora in tempo per costruire la nostra splendida amicizia».

Quanto della vostra storia d’amore è stato trasportato in “Scene da un matrimonio”, un film fondamentale per l’educazione sentimentale di più generazioni?
«È il film che ho amato di più tra quelli fatti con Ingmar. Ed è certo quello più vicino alla nostra relazione, anche per la progressiva emancipazione della figura femminile. Però il film non parlava solo di noi, ma delle tantissime coppie che vi si sarebbero identificate. Ed è questa la grandezza di Bergman».

All’inizio del vostro amore c’era stato un sogno.
«“Ho sognato che io e te siamo dolorosamente legati”, mi disse un giorno Ingmar. E fu davvero così. Siamo stati dolorosamente legati fino alla fine».

Cosa intende?
«Sapevo che Ingmar non stava bene, ma non era così grave. Eppure una mattina di luglio, 11 anni fa, sentii all’improvviso che dovevo correre a Farö. Noleggiai un aereo privato, la prima volta nella mia vita. Entrai nella sua stanza, lui era già assopito. Gli presi la mano e gli dissi alcune cose su di noi, sul nostro rapporto, quanto era stato importante. Non so se abbia sentito, forse la sua anima sì. Sono stata l’ultima persona a vederlo. Ingmar è morto quella notte».

Come se l’avesse aspettata.
«No, non posso dire questo. Ma è stato il dolore a portarmi da lui: non riuscivo a immaginarmi una vita senza Ingmar».

A distanza di tanti anni, ha capito chi era Bergman?
«Un uomo buono che per tutta la vita ha cercato di dare un senso all’esistenza. Lui non amava l’indifferenza tra le persone. Nel “Settimo sigillo”, quando gioca a scacchi con la morte, il Conte dice: per favore, non portarmi via prima che io abbia compiuto almeno un’azione buona. Questo era Bergman: diceva di non credere in Dio, ma tutto quello che ha fatto è stato il tentativo di trovarlo».

Se tornasse per un giorno soltanto, cosa gli direbbe?
(Liv si commuove, come se vivesse davvero quel momento). «Ti prego, aiutami ad avere uno splendido rapporto con nostra figlia. Siediti con noi, parlale di te e di me. Sono sicura che Linn capirà. Io amo nostra figlia. Ma ci serve una terza persona. E sei tu, Ingmar, la persona giusta».

"la Repubblica", 23 marzo 2018

La poesia del lunedì. Giorgio Vigolo (Roma 1894 - 1983)


Mi commuovono i fili d’erba,
i fiori della malvarosa,
spuntati per aria, sui tetti
delle chiese, sul ciglio delle cupole.
Lo spirito soffia dove vuole,
ma lì ha dolcemente soffiato.
Mi commuovo perché credo
che in quelle umili piante
rivive qualche anima gentile:
e forse spero
che una parte di me
possa così durare
in questa luce.

Da Fili d'erba, in “Poesia. Quaderni internazionali”, Arnoldo Mondadori editore, 1946

Storie. Un paese vuoto con un poeta dentro (Franco Arminio)


SAN MAURO FORTE (Matera)
Arrivo a Ferrandina verso mezzogiorno. Vado in una salumeria dall'arredo antico. Scaffali di metallo coi legumi dentro, mobilio verniciato di bianco. Con dieci euro esco con una busta piena. La piazza del paese mi dà un senso di pace. Avverto una clemenza definitiva, non ho rancore per nessuno. E Ferrandina mi aiuta, è una dolce mattina di febbraio. Sento che in questa zona dell'Italia c'è ancora qualcosa, non so bene cosa sia, ma la sento. E la sensazione è ancora più intensa quando prendo la strada per San Mauro Forte. Vado a trovare il poeta Alfonso Guida.
La prima visione è una montagna con dei ruderi in cima che sembrano una corona. Mi fermo a fotografare. Nessuno me ne aveva parlato, mai tra le immagini della Lucania avevo visto questa montagna merlata. Andrò a vederla da vicino, ma non oggi, ora devo andare da Alfonso. Intanto il paesaggio diventa commovente. Non ci sono case, non ci sono insegne. Il grano appena nato luccica. Vedo pezzi di terreno che sembrano piccole zattere nel mare dei calanchi. Non ho fretta di arrivare. Ovviamente non passa nessuna macchina. Mi sembra di aver trovato il cuore solenne della Lucania.
Quando arrivo al paese mi sento insolitamente agile e forte. Tutto in un certo senso è come ovunque, case chiuse, due ragazzi davanti al bar, quattro vecchi nel punto della piazza dove si può avvistare qualcuno. Eppure avverto un di più. Ci sono palazzi molto belli, il paese è ben piantato, la sua pacata desolazione mi arriva dentro come un dono. Arrivo a casa di Alfonso. La madre mi bacia come se ci conoscessimo da anni. Dopo qualche minuto chiedo ad Alfonso di leggere. In verità, preso da un filo della mia vecchia ansia, faccio un po' fatica a seguire i suoi versi.
Li riprendo adesso che sono a casa e posso tranquillamente sfogliare i suoi libri. Oggi è domenica, è il giorno delle elezioni. Nevica da sud. Il lato della testa che mi duole è sempre lo stesso. Prima ho lungamente abbracciato la mia sposa. La tristezza di pulire sotto il divano e trovare tante cose spinte là sotto dal gatto: una noce, una penna, un euro.
Sfoglio a caso uno dei libri che mi ha dato Alfonso. Leggere le sue poesie è come mettere le mani in un armadio ad occhi chiusi: puoi prendere una camicia, il bavero di una giacca, un bottone. Prima di andarlo a trovare non avevo i suoi libri, ma mi mandava le poesie col telefonino, le poesie che scrive ogni giorno, a oltranza. La bellezza per me è tutta nel guizzo imprevisto e improvviso, come se il grande verso fosse sfuggito di mano, qualcosa che arriva a rompere l'ordito, la lingua che s'impunta, che prende una strada sconosciuta.
Quando viene la tristezza ora queste/ fiabe potrai raccontartele. I morti/ lo fanno se è inverno, specie se giunge/ l'inverno e il fuoco costruisce cento isole/ di neve. Sulle tue spalle c'è un paese che dorme.
Ecco comparire più avanti un semplice bacio che il figlio getta contro le ossa del topo. Alfonso scrive solo in endecasillabi. Ma qui d'ora in poi voglio tradirlo. Citerò i suoi versi senza indicare gli accapo (come mi arrivano via sms); citerò frammenti, scapole volanti, tibie spezzate della sua poesia.
A casa sua mentre lo filmavo la madre si lamentava del fatto che lui le fa leggere in continuazione le poesie e lei non sempre le capisce. Si lamentava anche del fatto che non fa niente in casa e non vede l'ora che vada a vivere da solo.
Intanto non mi piace questo dolore alla testa, sempre lo stesso, come se la mia angoscia fosse gelosa del fatto che vorrei occuparmi di quella di Alfonso. Ieri sera mentre ero nel letto ho sentito nel buio che entrava dal balcone un raggio nero, più cattivo degli altri, la spiga, la spina di un grano notturno.
A volte si solleva dall'ombra il dubbio che la morte esista. Finisce così una sua poesia. E io penso che la poesia non va scrutata con la ragione, ma assaggiata coi sensi, presa a morsi, a brandelli. Morderla più che leggerla, per vedere se dentro c'è sangue o segatura. Trovo impossibili e fallimentari gli esercizi critici intorno ai suoi versi. Alfonso lo puoi pescare a caso: Quando sono giunto ho visto le vigne matematiche del sud... Ci si sporca indossando l'aria consunta... S'incupisce la vecchia zuccheriera di ottone... Una serie di ansie bellicose... Vergogna in fondo alla stanchezza... Il desiderio di spogliare i morti...
Uno così andrebbe liberato dal dovere di fare il maestro elementare. Anche se spesso ricorre al congedo per malattia è comunque assurdo che il mondo non riesca a pagare in nessun modo le sue parole. Anzi, le paga lui, interamente. La follia buona è senza mercato. Girano nel mondo follie scadenti, basti pensare alla campagna elettorale, follie ampiamente rimborsate.
Alfonso abita con la madre e la sorella in una casa popolare alla periferia di San Mauro. Dice che è nato da una suora e da uno zingaro.
Dopo il pranzo domenicale ritrovo Alfonso e il suo oceano illuminato con le scimmie nere. Continuo a leggere, quasi in tutte le poesie c'è una misteriosa equazione, un piccolo tumulto verbale, un'insurrezione alla logica: L'assedio è verso la nuca, conosci la neve, le sue forbici ricamano robuste finestre. E ancora: Chiedo invece una fine. Non sia dato un limite preciso al sangue, all'estate.
Lui non scrive al computer. Tutto a mano, prima la brutta copia e poi la bella. I versi, i farmaci, l'inverno, la schiena dolente. Ora la parola emaciata non designa chi abita dentro la parola. Ormai quasi non cammina, e comunque non ha con chi uscire. E nel sangue uno snodarsi di spine e più oltre anche i lacci del sangue. Continuo a leggere, so che ogni tanto nelle sue parole troverò una crepa. Leggere poesie o scriverle è cercare un precipizio, uno squarcio, un tremore. Alfonso aveva sette anni quando ci fu il terremoto nella mia terra non lontana dalla sua. Leggo Irpinia, un suo lungo poema. Fuori, si corre ai ripari e salvi sono solo i morti, solo i morti parlano lingue di salvezza, un ateismo di frontiera. Prendo un altro libro, Il dono dell'occhio, anche questo, come Irpinia, stampato da un piccolo editore che si chiama Poiesis. Continuo il mio viaggio senza meta tra i versi. L'alba non vuole io mi congeda dal suo fosso, nel buio. Ma Dio s'impara in silenzio.
Intanto sono andato a votare, non avevo mai votato con tanta tristezza. Oggi Alfonso è un riparo, vagare tra i suoi versi mi pare un modo per sfuggire alla miseria di questa giornata. Adesso sento la mia testa come un frutto pesante e marcio appeso a un ramo secco e storto.
Cerco altri versi sul telefonino: Abbiamo custodito le case nel ventre. Ora la terra si è chiusa. Unzione degli inferi. Ecco cosa trovo in mezzo a una poesia: Severe le ossa. Severe le capacità fiabesche del sangue. Ci si insinua nella morte come per nascondere le orme nella neve.
La neve ha il colore tranquillo dello sperma ed è retrograda. Mi raggiunge in un'altra questo non dormo più nel mio corpo. Vado avanti a cercare ciò che mi aveva colpito nella lettura frettolosa sullo schermo. Dio esiste a brandelli - lentamente - è la carcassa di un cane morto sull'asfalto per troppa luce.
Intanto è arrivato il buio. Ho paura che arrivi il nero cattivo di ieri sera. Non so, è come se fossi sguarnito, come se la stanchezza avesse bruciato ogni resistenza. In un verso perfino Alfonso mi appare consolatorio, ma subito la poesia riprende l'interminabile clausura di chi la scrive: Tutto, prima o poi, viene schiuso. Anche i muri si aprono. Velati da una notte interminabile. Che ogni cosa copre. Nell'oscurità, dove mi si uccide, sto in cima alla mia sete.
Alfonso è ingrassato da vent'anni di psicofarmaci. I tratti belli del suo viso sono annegati nel grasso. La sua voce oggi è lieta, può leggere, è arrivato un orecchio. Mi ero ridotto a mangiare il pulviscolo che esce dai tappeti quando li sbatti sul muro al mattino. Secondo i medici sarebbe psicotico. E allora la sua poesia è l'incrocio di paesaggio e follia. Alfonso Guida sembra un Paul Celan, con gli psicofarmaci al posto del lager. E poi c'è il Sud che ha perso la civiltà contadina e ha trovato una piccola borghesia meschina e rattrappita. La fortuna e la bellezza della Lucania è nel fatto che ci sono poche persone e dunque non si avverte l'intossicazione che si portano dietro oggi le persone. San Mauro Forte è bellissimo nonostante le palazzine anni settanta, nonostante l'incuria che ha lasciato il posto ai pasticci della ricostruzione post terremoto. La bellezza è nel fatto che il paese è immerso in un paesaggio silenzioso e selvatico. La natura che canta Alfonso non è molto diversa da quella che poteva contemplare un poeta dell'Ottocento.
Voglio tornare di maggio a San Mauro, in un giorno di sole. Ci voglio tornare molte volte. Voglio portare i miei figli e la mia sposa e tante altre persone. Non è cosa comune un paese vuoto con un poeta dentro.

“il manifesto”, 26 marzo 2013

Cadere nel pozzo. Ritratto di Alba de Céspedes (Marina Zancan)


I tratti che connotano la biografia intellettuale di Alba de Céspedes - difficili da raccontare perché a tutt'oggi conservata quasi esclusivamente in frammenti di memoria da lei stessa consegnati a due interviste (S. Petrignani, Le signore della scrittura, 1984; A. P. Carroli, Colloqui con Alba de Céspedes, 1993) - sono quelli di una figura itinerante, poliglotta, internazionale e nello stesso tempo profondamente radicata nel tessuto politico e culturale del Novecento italiano.
Nata a Roma nel 1911 da Laura Bertini, di cui ha conservato nella scrittura l'identità linguistica, e da Carlos Manuel de Céspedes, figura di rilievo nella realtà cubana, tramite per lei di identità e di passione politica, Alba ha vissuto infanzia e adolescenza a Roma, nel quartiere Prati, lo sfondo di una parte importante del romanzo Dalla parte di lei (1944). Roma è dunque la città d'origine e sarà nel tempo una città d'elezione, luogo di esperienze essenziali: la permanenza al pensionato Ravasco dal '30 al '32, il tempo a lei concesso dal padre - dopo la scelta di vivere sola con il piccolo Franzi - per dimostrare di essere in grado di sostenere la propria autonomia (esperienza poi trasfigurata in chiave letteraria nel romanzo Nessuno torna indietro,1938; il lavoro come passaggio obbligato per una vita di libere scelte (nel ‘34 pubblica Il dubbio, il suo primo racconto; del '36 è l'assunzione al «Messaggero»), e come luogo privilegiato per una forte affermazione di sé; l'impegno politico nella Resistenza e nella ricostruzione del paese: de Céspedes è nel '43 Clorinda alla Radio Libera di Bari e dal '44 dirige a Roma «Mercurio», la rivista che si fa carico di lavorare a quella nuova cultura di cui a Milano, dal '45, si farà promotore «Il Politecnico» di Elio Vittorini.
Ma accanto a Roma, nella geografia intellettuale di Alba de Céspedes, prendono corpo altri due luoghi: la Francia, che la vede prima itinerante nei rapporti con la famiglia, poi residente a lungo nella Parigi dove si è spenta il 14 novembre, città viva, oltre che in Chansons des filles de mai (Le ragazze di maggio, 1970), nel romanzo Sans autre lieu que la nuit (Nel buio della notte, 1976); e Cuba, amatissima altra terra d'origine, a cui Alba ha dedicato gli ultimi suoi anni di lavoro e di scrittura.
Il profilo che emerge da questa geografia della vita, del cuore e del pensiero, è quello di una intellettuale cosmopolita, in sintonia con un mondo in movimento, osservato con libertà e profonda pietà, rappresentato nella sua scrittura come il contesto della propria esistenza. Il suo sguardo percorre, dunque, un ampio orizzonte: de Céspedes guarda, a partire da sé, i percorsi di donne e di uomini, i loro intrecci in passioni ed esperienze pubbliche e private, e li racconta in una storia che si compone di tante piccole storie.
Lo dimostra ognuno dei suoi testi. Così, Nessuno torna indietro è un romanzo di formazione in cui il processo di emancipazione dalla famiglia d'origine e di costruzione di una identità individuale si articola in otto storie diverse, giocate tra l'interno (del collegio Grimaldi) e l'esterno. Dalla parte di lei (1949) è una storia familiare che ripercorre, nella memoria di Alessandra, le vicende di tre generazioni, e nello stesso tempo è un romanzo sulla Resistenza, dove il racconto della esperienza politica procede intrecciato ad un percorso d'identità, anche in questo caso giocato tra un esterno - la città, uomini e donne dell'antifascismo - e una serie di interni. Quaderno proibito (1952), il diario di Valeria Cossati, è una storia «privata» che dall'interno della quotidianità di una famiglia piccolo borghese racconta la crisi del dopoguerra: tema riproposto da Il rimorso (1963), uno straordinario romanzo sull'Italia del benessere e il degrado di ogni passato ideale tutto costruito sull'intreccio di scritture «private» (epistolari e diaristiche). Storie, dunque, che attraverso esperienze di donna raccontano la Storia. Questo, però, non basta ancora a dire la specificità della scrittura letteraria di Alba de Céspedes, la sua modernità, il carattere innovativo che essa rivela nei quadri letterari del Novecento italiano. Per una lettura di questo tipo, in grado di andare oltre le storie e di raggiungere il lavoro dell'autrice sulla parola scritta, bisogna dare il giusto valore ad almeno tre elementi che possiamo indicare come costanti della sua produzione letteraria: l'ottica particolare da cui Alba osserva l'esperienza umana per ricrearla poi nella scrittura; le tematiche che, nella riproposizione di testo in testo, si configurano come costanti della sua poetica; il lavoro continuo e consapevole che ha definito il suo stile.
Lo sguardo di Alba de Céspedes è uno sguardo che parte dal profondo, che da un interno transita verso l'esterno riproponendo con ostinazione la realtà e il valore del proprio immaginario. Scrive su «Mercurio»: «Ogni volta che cadiamo nel pozzo noi scendiamo alle più profonde radici del nostro essere umano, e nel riaffiorare portiamo in noi esperienze tali che ci permettono di comprendere tutte quelle che gli uomini - i quali non cadono mai nel pozzo - non comprenderanno mai». Da questo osservatorio la rappresentazione del mondo passa attraverso alcuni grandi campi tematici. La diversità - tra uomo e donna; tra donna e donna; tra frammenti diversi di una stessa identità – è il tema che fa da perno ad ogni racconto, ed è una diversità che distingue e moltiplica i punti di vista.
Alla rappresentazione della diversità si lega il secondo grande tema, quello della solitudine delle donne, esito di una diversità negata, non amata, inascoltata: l'urgenza del sogno d'amore e l'impossibilità di resa alla quotidianità domestica che i personaggi maschili ripropongono con ottusa indifferenza rendono la solitudine delle protagoniste come l'esito di una scelta obbligata, consapevole e accettata. Le portano al silenzio. E dal silenzio nella vita prende corpo, nella scrittura, la voce negata dell'immaginario delle donne. La scrittura è il terzo grande tema che attraversa i testi di Alba de Céspedes: abbozzate in Nessuno torna indietro dalla figura di Augusta, il tema è implicito in Dalla parte di lei. E diventa esplicito in Quaderno proibito, dove la scrittura è il luogo segreto e privato, e quindi proibito, di espressione e di identità. «Voglio creare parole d'amore/ per dirle a me stessa - scrive Alba in Solitudine - (...) Sono una donna sola:/ lasciatemi godere/ della mia solitudine».
A questo percorso di coscienza de Céspedes ha intrecciato un rigoroso lavoro di sperimentazione sulle strutture narrative e di continua ridefinizione della parola poetica. La scelta di dare forma, in storie di vita quotidiana, al proprio immaginario di donna non si traduce infatti in nessun modo, nel suo lavoro, in una scrittura intimistica documentaria o autobiografica: non traggono in questo senso in inganno i temi del quotidiano, le tipologie narrative adottate. Essi sono i materiali di un immaginario che, senza tradire il senso della propria esperienza, si esprime per tutti e per sempre: «I problemi cambiano nel tempo, i personaggi non sono più attuali. Dunque ciò che attraversa il tempo è lo stile, lo stile è tutto».

“l'Unità”, 27 novembre 1997

25.3.18

Una metà della finestra... Una poesia di Marina Cvetaeva


Una metà della finestra s'è spalancata.
Una metà dell’anima s'è mostrata.
Su, apriamo anche l’altra metà,
anche l’altra metà della finestra!

25 maggio 1920

da Poesie, a cura di Pietro A. Zveteremich, Feltrinelli, 1979 

Tu non mi caccerai via ... Una poesia di Marina Cvetaeva


Tu non mi caccerai via in nessun posto:
non si respinge la primavera!
Tu non mi toccherai, nemmeno con un dito:
troppo teneramente io canto verso il sonno.
Tu non mi diffamerai:
il mio nome è acqua per le labbra!
Tu non mi lascerai:
la porta è aperta, e la mia casa è vuota!

Luglio 1919

da Poesie, a cura di Pietro A. Zveteremich, Feltrinelli 1979

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