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8.9.19

Gennaio 1967. Luigi Tenco e Mike Bongiorno al Festival di Sanremo (Enrico Deaglio)

Luigi Tenco con Dalida

Dalida entra nella stanza 219 nella dépendance dell’Hotel Savoy di Sanremo in piena notte. Trova il cadavere di Luigi Tenco con il cranio attraversato da un proiettile, da tempia a tempia. Qualche ora prima, al salone delle feste del casinò, Tenco ha cantato una versione lenta, quasi fuori tempo, di Ciao amore ciao, il brano che ha portato al 17° Festival della canzone italiana, proprio in coppia con Dalida. È apparso stravolto, come assente, e alterato da qualche sostanza. “Questa è l’ultima volta,” ha detto a Mike Bongiorno che lo ha presentato sul palco.
Nemmeno l’esibizione di Dalida, con un arrangiamento più ritmato, è riuscita a fare arrivare la canzone in finale. Ciao amore ciao si piazza solo dodicesima su 16 brani in gara, viene eliminata e la commissione speciale che avrebbe potuto ripescarla le preferisce La rivoluzione di Gianni Pettenati e Gene Pitney. Dopo il verdetto Tenco si sfoga con rabbia, si addormenta dietro le quinte su un tavolo da biliardo, parla in macchina con Dalida, diserta la cena organizzata dalla casa discografica al ristorante Il Nostromo e torna solo in albergo.
Nessuno dirà di aver sentito lo sparo, né Lucio Dalla, né Tony del Monaco, né altri vicini di stanza. Accanto al suo corpo viene ritrovato un biglietto scarabocchiato di suo pugno: “Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente 5 anni della mia vita. Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt’altro) ma come atto di protesta contro un pubblico che manda Io tu e le rose in finale e una commissione che seleziona La rivoluzione. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao. Luigi".
Tenco avrebbe compiuto 29 anni il 21 marzo. Era l’autore di brani come Mi sono innamorato di te (perché non avevo niente da lare), Un giorno dopo l’altro e Lontano, lontano che hanno contribuito all immagine di uomo irrequieto, un po’ esistenzialista e misterioso.
Aveva scoperto da adulto che quello che credeva suo padre non era suo padre. Si era dedicato alla musica tra Milano e Genova nel mezzo di una vita sentimentale ricca e tormentata, con Dalida e altre. Era un uomo impegnato, iscritto al Partito socialista prima, simpatizzante comunista poi. Amava il gioco d’azzardo e le armi, possedeva un fucile e tre pistole. Una, la Walter Ppk che portava con sé per difesa personale, è stata ritrovata nella camera dell Hotel Savoy.
Ma le indagini sulla scena del delitto partono tardi e male. Il commissario capo di Sanremo, Arrigo Molinari (tessera P2 numero 767, si scoprirà), fa rimuovere frettolosamente il cadavere che viene trasportato all’obitorio del cimitero. Solo dopo il corpo verrà riposizionato nella stanza d'albergo per i rilievi, in una scena ormai contaminata senza rimedio. Il referto di polizia parla di evidente suicidio. L’autopsia, a quanto pare, non serve.
Sul Festival cala una cappa di incredulità e sgomento ma non dura molto. Scrive Natalia Aspesi, inviata de “Il Giorno”:

Nessuno o meglio quasi nessuno del baraccone, si è lasciato coinvolgere al di la della faccia di circostanza, nel tremito di un solo momento di autocritiche e verità. [...] In questi giorni nessuno gli aveva dimostrato particolare affetto: era un ragazzo scontroso, antipatico a molti, cosi tanti lo evitavano, i colleghi si sentivano a disagio con lui. Dopo tutti hanno pianto, si sono disperati, hanno gridato al suo valore, alla sua intelligenza, alla sua incomunicabilità, hanno parlato del loro affetto per lui. Ma l’autentico sgomento, che anche solo per poco ha soffocato tutti, era più che per la sua fine, per il riflesso del suo gesto: in questo gesto ognuno si è specchiato e ha avuto paura per sé. [...] Nel pomeriggio mentre le spoglie di Luigi Tenco viaggiano verso Recco, il parrucchiere Cele Vergottini lavora senza tregua: stira i capelli a Dionne Warwick, pettina la povera Caterina Caselli, dà un colpo di spazzola a un numero imprecisato di signore. Il capellone Antoine prosegue le prove e anche i Los Drasus con la loro divisa d’oro riprovano il pezzo. Senza rendersene conto la gente canticchia, lascia che il corpo si muova a tempo di shake. Le canzoni moderne sono davvero irresistibili.

Il carrozzone del Festival quindi non si ferma, la Rai sceglie l'understatement. 
Sanremo 1967. La proclamazione dei vincitori
Mike Bongiorno sale sul palco e guarda in camera; “Signore e signori buonasera, diamo inizio alla seconda serata con una nota di mestizia per il triste evento che ha colpito un valoroso rappresentante del mondo della canzone. Anche questa sera per presentare le canzoni è con me Renata Mauro. Allora, Renata, chi è il primo cantante di questa serata?”.
La terza serata culmina con la proclamazione dei vincitori. Sono Claudio Villa e Iva Zanicchi con Non pensare a me.

Patria 1967 – 1977, Feltrinelli 2017

Il ruolo degli intellettuali. Tabucchi insegna: chi studia si impegni per il bene comune (Salvatore Settis)


Il testo che segue, di Salvatore Settis, prestigioso archeologo e storico dell'Arte in prima linea nella difesa del patrimonio artistico e culturale italiano, è la prefazione al libro di Antonio Tabucchi Gli Zingari e il Rinascimento. Vivere da Rom a Firenze pubblicato per la prima volta nel 1999 e ristampato qualche mese fa (2019) dalle Edizioni Piagge di Firenze. Parla solo marginalmente dello scritto di Tabucchi e piuttosto si sofferma sulla sua figura intellettuale, che gli appare tuttora un esempio da seguire. (S.L.L.)

Nessuno dubiterà che il tema dell’impegno degli intellettuali nella vita civile del nostro Paese fu tra quelli più cari ad Antonio Tabucchi, come è documentato nei numerosi articoli che pubblicò, mentre intanto s’impegnava lui stesso, anche con estrema decisione e durezza, in battaglie civili su temi difficili e controversi.
Della forza d’impatto di Antonio è esempio significativo il breve scritto che qui si ripubblica, Gli Zingari e il Rinascimento. Vivere da Rom a Firenze (1999), dove egli condanna senza appello la suprema volgarità di certa industria culturale fiorentina, che facendo leva sul Rinascimento ne frantuma e commercializza gli ideali, ignorando intanto il messaggio centrale di ogni umanesimo, l’integrale rispetto per l’uomo. I Rom ai confini della città, i meccanismi di rigetto, lo strisciante disprezzo, l’abitudine a chiudere gli occhi rimuovendo dall’orizzonte i poveri e i diseredati: abitudini e pratiche che suscitavano in Antonio uno sdegno senza confini. Questa sua “mossa”, da grande intellettuale, di obbligarci a pensare al Rinascimento guardando un campo Rom, e viceversa, ricorda il gesto altrettanto radicale di un grande storico della cultura, Aby Warburg, che sul finire del secolo XIX provò a intendere il Rinascimento fiorentino attraverso la danza del serpente e le ceramiche decorate dagli Indiani Hopi dell’Arizona. Una tale radicalità lascia solo due alternative: voltare vilmente le spalle, o fermarsi a pensare. Può permettersi di essere così radicale chi non abbia solo ricchezza culturale, ma (qualità molto più importante) libertà interiore. Come Tabucchi.
Ricordo di aver parlato con lui, in particolare, dell’eclisse dell’intellettuale impegnato in Italia. Gli “intellettuali impegnati” abbondarono a lungo da noi, quando poteva darsi per scontato che i problemi della società dovessero trovare nei partiti (soprattutto di sinistra) una camera di decantazione, una “macchina per l’interpretazione” in cui tutto venisse analizzato dagli intellettuali di mestiere. In quei decenni non c’era lista elettorale che non si cercasse di arricchire di un qualche nome più o meno in vista, intellettuali «prestati alla politica», si diceva, che spesso accettavano l’elezione come «indipendenti di sinistra», e scalpitavano a ogni richiamo alla disciplina di partito. Da anni non è più così. Oggi, con poche eccezioni, gli intellettuali si impegnano qualche volta su temi etici (per esempio l’eutanasia), molto meno sul terreno della politica, diventato insidiosissimo. I partiti non li cercano, in Parlamento non ce n’è quasi più, e nessuno lo trova strano. Perché una mutazione tanto profonda, in soli vent’anni?
Per citare solo una delle ragioni di questa trasformazione, vorrei qui evocare il tramonto della cultura del bene comune, un tema che ha in Italia una storia lunghissima. Partendo dal bonum commune di tanti statuti delle città medievali e dalla publica utilitas spesso richiamata dai giuristi, dai filosofi e dai teologi, si puntò per secoli a tramandare di generazione in generazione un sistema di valori civili, un costume diffuso che valesse più di ogni costrizione mediante le norme, insegnando a riconoscere la priorità del bene comune, subordinando ad esso ogni interesse del singolo, quando col bene comune sia in contrasto.
Ma l’idea di bene comune, con la sua dimensione al tempo stesso etica e politica, comporta un forte senso di responsabilità intergenerazionale. Comporta la piena consapevolezza che bisogna lavorare oggi per le generazioni future. È qui che l’“intellettuale impegnato” dovrebbe far sentire la propria voce, mostrando, come Antonio Tabucchi ha saputo fare senza sconti per nessuno, la necessità e i vantaggi di uno sguardo lungimirante. Il suo impegno ci dà l’esempio di una singolare eloquenza, quella dell’intellettuale che adopera come un’arma la lingua letteraria e la conoscenza storica. Antonio non è mai caduto, come tanti intellettuali, nella tentazione di reagire alle difficoltà del presente chiudendosi in un dignitoso silenzio. Non ha taciuto, credo di poter dire, perché temeva che anche il silenzio può rivelare complicità inconfessabili. Non ha mai cercato di entrare in nessuna “stanza dei bottoni”, perché gli fu estranea ogni ambizione di potere: gli bastava il potere della scrittura, la forza della libertà di parola, la dignità del cittadino.
Se mai c’è un futuro in Italia per la figura ormai antica dell’intellettuale impegnato, è sulla linea indicata nei fatti da Antonio che dobbiamo cercarlo. Perché la generale eclissi dell’intellettuale impegnato, anzi la sua lenta estinzione, può esser forse capovolta in vantaggio. Questa eclissi toglie status, ma anche arroganza, a un gruppo sociale che in Italia fu anche troppo avvezzo a guardare gli altri dall’alto in basso: ciò che Antonio non ha fatto mai. La sfortuna degli intellettuali nell’Italia di oggi ha questo di positivo, che li restituisce a quello che sono (o siamo): cittadini fra i cittadini.
Questa è dunque la domanda, a cui nelle pagine di Antonio possiamo cercare una risposta forte e vibrante: è possibile l’impegno civile di un cittadino che (anziché ad altri lavori) si dedichi alla ricerca o alla letteratura? O diremo che ogni intellettuale deve limitarsi alla propria specializzazione, lasciando i temi di attualità ai politici di mestiere?
La risposta a questa domanda che la vita di Antonio, e non solo la sua scrittura, ci suggerisce, è molto semplice: bisogna rivendicare, ed esercitare pienamente, il diritto di parola non dell’intellettuale, bensì del cittadino; o meglio, dell’intellettuale in quanto cittadino. Perché «politica» è o dovrebbe essere, per la stessa genealogia della parola, il libero discorso fra cittadini, che abbia per tema gli interessi e il futuro della comunità, della polis.
Nel degrado dei valori e dei comportamenti che appesta il tempo presente, è sempre più urgente che i cittadini si impegnino in una riflessione alta, non macchiata da personali interessi e meditata, sui grandi temi civili del nostro tempo, e li affrontino armati di conoscenze professionali, ma anche animati da un forte senso del bene comune, cuore della nostra Costituzione.
Di fronte alla crisi della politica, oggi anche troppo evidente, è dunque ai cittadini che deve tornare la parola d’iniziativa. Questa è (credo) la grande e precoce lezione di Antonio Tabucchi nei suoi scritti e nelle sue battaglie civili: un intellettuale che non si è mai proposto come un cittadino “speciale”, più savio e più autorevole degli altri. Che, al contrario, ha saputo vigorosamente parlare da cittadino ai cittadini, utilizzando con umiltà e con rigore il suo acume nel giudicare il mondo, le sue straordinarie abilità nel raccontarlo.


Il Sole 24 Ore, 18 agosto 2019

28.8.19

Contro i professionisti dell'anticonformismo (Luigi Manconi)

Alberico Lemme

Fateci caso: quando in un qualunque dibattito, un tipo, in genere brillante e dalla parlantina sciolta, afferma «farò una provocazione», non accade mai nulla del genere. E si ascolteranno, piuttosto, interminabili e tediosi proclami ispirati al senso comune più ordinario. Si manifesta, così, una delle varianti della sindrome del Bastiancontrarismo, la più innocua. Ma quella stessa sindrome può manifestarsi attraverso un' altra variante più nociva.
Per esempio il dottor Alberico Lemme, nato nel 1958 ad Archi (Chieti), farmacista per titolo e dietologo per proterva aspirazione, nel corso di una puntata del Grande Fratello ha pronunciato le seguenti parole: «Quando è nata mia figlia tutti mi dicevano: "Vedrai che emozione proverai". Lei è nata, io ho assistito al parto e non ho provato nessuna emozione. Quando ha fatto sei mesi l' ho guardata e ho pensato: "Se morisse mi dispiacerebbe?" Ho risposto di no».
Nella migliore delle ipotesi si tratta delle frasi di un esibizionista patologico, nella peggiore della manifestazione narcisistica di un disadattato. Ma ciò che davvero conta è che quelle frasi siano state accolte da alcuni conduttori radiofonici e televisivi come esercizi di «sincerità» o, addirittura, di «coraggio». E sul web il dottor Lemme - già noto per altre scellerate affermazioni e per le modeste perversioni del suo pensiero, si fa per dire - è diventato un eroe, in quanto avrebbe rotto «il velo della retorica dell'amore familiare» e avrebbe rifiutato «l'ipocrisia delle convenzioni sentimentali».
La ragione di un simile successo è semplice: quelle affermazioni, in apparenza tanto oltraggiose, corrispondono, in realtà, a un umore sempre presente nell'animo umano e a una pulsione oscura e profonda che, una volta emersa, si scopre di condividere con molti altri. Forse la maggioranza. Insomma, quella presunta trasgressione esprime un antico e solido conformismo. E se con Lemme siamo in un campo trascurabile, pur se sfrontato, in quanto insignificante sotto il profilo intellettuale, numerosi sono i casi di tutt'altra consistenza.
Un giornalista colto, talvolta acuminato, come Filippo Facci, espressione di una tradizione reazionaria ma non codina, a proposito di Greta Thunberg così si è espresso: «A me tutte le persone che hanno bisogno di riscoprire le questioni ambientali attraverso quella specie di mostriciattolo di Greta... Lei, mi viene da investirla con la macchina». Anche in questo caso, sul web si sono intessuti trepidanti elogi per la «sincerità» e per il «coraggio». Se questo metodo si dimostra così efficace, si possono suggerire una serie di dichiarazioni capaci di ottenere consensi e ricevere omaggi.
Basta individuare un predicato sufficientemente condiviso e negarlo con brutalità, a prescindere dalla quota di ragionevolezza che contiene. Ecco. 1. «La vita dei nostri figli ci è cara» 2. «Non è bello mettersi le dita nel naso» 3. «È un dovere tutelare l' ambiente» 4. «Gli esseri umani sono tutti uguali» 5. «È meglio evitare di ruttare in pubblico». Proclamare o attuare il rovesciamento (il ribaltamento da cima a fondo), con le parole o i gesti, di quei semplici princìpi appare oggi come il massimo dello Scandalo Pubblico. Dunque, siamo in una fase culturale in cui sembra che l'affermazione della propria diversità di opinione e la lotta contro il politicamente corretto debbano passare di necessità attraverso la negazione, indifferentemente, di uno di quei cinque punti (meglio se di tutti e cinque).
È una storia lunga, tutt'altro che lineare. Non ho mai condiviso anche uno solo dei brevi corsivi che, sotto la testatina Controcorrente, Indro Montanelli pubblicava quotidianamente sul «Giornale». Eppure, almeno una volta su tre, quei commenti - a me, giovane militante della sinistra radicale - facevano davvero male. Dopo di che è stato tutto un rincorrersi affannato di rubriche simili (o che volevano essere simili). Rubriche che issavano la bandiera dell'anticonformismo. Una sfilza lunghissima e che cerca tutt'ora di riproporsi ricorrendo al dizionario dei sinonimi: Diverso parere (o, in una sciagurata versione calcistica, Diverso parare), Al contrario, Verso diverso, L'antipatico, Fuori gioco, Non ci sto, Controverso, L'iracondo, Retropensiero, Fuori dal coro, Controcanto. Il dissenso diventa, in tal modo, manierismo, compiacimento di sé e della propria sconvenienza (vera o presunta che sia) e finisce fatalmente col mimare i tratti e le movenze, i tic e le ossessioni del suo negativo (il conformista), scambiandosi i ruoli con esso.
Tutto ciò risulterebbe quasi innocuo e comunque poco rilevante se non intervenissero due fattori «agevolanti» che possono rendere significativo ciò che significativo è quasi mai. Il primo fattore è rappresentato dall'entusiasmo che la sindrome del Bastiancontrarismo suscita in alcuni soggetti della comunicazione (giornalisti, conduttori televisivi e radiofonici, opinion maker e influencer vari). Il secondo fattore è rappresentato dalla cornice virtuosa in cui quella patologia viene collocata quando se ne appropria il web. È un'aura eroicistica, con tonalità epiche, che richiama categorie o formule come «schiena dritta» e «forza», «posizione scomoda» e «intransigenza».
Così Spararla Grossa diventa una virtù agonistica che riempie i canali della comunicazione e li gonfia, che invade il linguaggio domestico e quello pubblico, che travolge gli argini come una esondazione lutulenta, diffondendo ovunque le immagini, i gesti e le parole di un nuovo Conformismo della Devianza Deluxe.
Ne consegue che la trasgressione autentica, quella dei veri e rari irregolari, come Elsa Morante e Pier Paolo Pasolini e, successivamente, Goffredo Fofi, Guido Ceronetti, Lea Melandri, Aldo Busi e Walter Siti (non me ne vengono in mente altri) viene sopraffatta dal gran vociare degli anticonformisti a rimborso spese. Professionisti della materia che coltivano la malacreanza intellettuale ed esistenziale con lo stesso compiacimento con cui, alle scuole medie, scrivevamo parolacce sulla lavagna.

“la Lettura - Corriere della Sera”, 5 maggio 2019

26.8.19

Il fascismo secondo Ennio Flajano



«Il Fascismo conviene agli italiani perché è nella loro natura e racchiude le loro aspirazioni, esalta i loro odi, rassicura la loro inferiorità. Il Fascismo è demagogico ma padronale, retorico, xenofobo, odiatore di culture, spregiatore della libertà e della giustizia, oppressore dei deboli, servo dei forti, sempre pronto a indicare negli “altri” le cause della sua impotenza o sconfitta.

Il fascista è lirico, gerontofobo, teppista se occorre, stupido sempre, ma alacre, plagiatore, manierista. Non ama la natura, perché identifica la natura nella vita di campagna, cioè nella vita dei servi; ma è cafone, cioè ha le spocchie del servo arricchito. Odia gli animali, non ha senso dell’arte, non ama la solitudine, né rispetta il vicino, il quale d’altronde non rispetta lui.
Non ama l’amore, ma il possesso. Non ha senso religioso, ma vede nella religione il baluardo per impedire agli altri l’ascesa al potere. Intimamente crede in Dio, ma come ente col quale ha stabilito un concordato, do ut des. È superstizioso, vuole essere libero di fare quel che gli pare, specialmente se a danno o a fastidio degli altri. Il fascista è disposto a tutto purché gli si conceda che lui è il padrone, il padre».

Don’t Forget in Scritti postumi, Bompiani, 1998

Ars amandi. Intervista a Enrico Mele, istruttore di seduzione (Candida Morvillo)



Enrico Mele, in arte «Henry in attraction» e di mestiere istruttore di seduzione, quanto lavora quest’estate?
«Tantissimo. Ho un bootcamp di gruppo a Jesolo, uno a Barcellona, studenti da seguire individualmente, di persona e a distanza. Faccio consulenze via Skype e WhatsApp anche alle due di notte. Io e i miei due collaboratori, ad agosto, ci facciamo in quattro e non abbiamo limiti di orario».

Perché mai le persone si affidano a voi?
«Non per diventare dei playboy, ma per risolvere problemi. I miei studenti si fidanzano, si sposano, hanno figli. Un avvocato di 46 anni, soldi infiniti, estetica gradevole, è venuto perché le donne scappavano. L’ho seguito per tre mesi, ho capito che scappavano perché ostentava troppo. Lei diceva che amava il tennis e lui aveva i migliori biglietti per Wimbledon, lei amava il teatro e lui aveva i posti alla Scala: era come se volesse comprare i sentimenti. Alla fine, è sempre questione di autostima».

Chi sono i vostri clienti?
«Uomini e donne, timidi o che finiscono sempre respinti, età dai 18 in su senza limiti d’età: da un po’, seguo un oncologo di successo di 61 anni, che però non ha mai avuto una relazione vera, e un imprenditore di 46 molto ricco, ma che non ha mai una ragazza».

Il video di presentazione sul suo sito, però, ha per protagonista un giovane sottopagato che la fidanzata lascia con l’sms «sei uno sfigato, addio».
«Ci serviva un’immagine forte che ispirasse riscatto personale, la realtà è più variegata».

Con tante app di dating che bisogno c’è di prendere lezioni da lei?
«Perché le app sono una scappatoia che non risolve le tue paure. Anzi, le persone passano giornate a chattare, idealizzano l’altro e non si decidono a incontrarlo. Temono il faccia a faccia, il rifiuto, hanno paura di non sapere che cosa dire».

Come l’è venuto in mente di darsi a questa attività?
«A 18 anni, avevo ricevuto l’ennesima delusione d’amore e mi ero chiuso in casa, depresso. Un amico mi ha spinto a guardare dei siti di coach americani e ho capito che il problema era legato alla considerazione di me stesso: sono cresciuto in una famiglia tradizionalista, con limiti di mentalità, e ho frequentato costose scuole private pur non essendo ricco e sentendomi perciò sempre diverso e mettendomi da solo nel gruppetto degli emarginati. Da allora, ho studiato moltissime ricerche e testi universitari di antropologia, sociologia, psicologia…».

Primi risultati in amore?
«Ho capito che la donna non è una divinità ma un essere umano, per cui ho iniziato a essere me stesso senza più paura di come avrebbe reagito. Il risultato è che le donne hanno smesso di respingermi o deridermi. Ho cominciato a uscirci, a baciarle, a piacere e ad avere storie belle e profonde di condivisione reciproca».

Da qui a farne un lavoro?
«A vent’anni, studiavo Giurisprudenza e davo consigli di autostima e seduzione agli amici. Quando ho iniziato il praticantato, non mi è piaciuto: facevo lo schiavo e dovevo difendere persone che non lo meritavano. Da qui, la decisione. Nel 2016, ho fondato la mia azienda e vivo di questo. Da Torino, mi sono trasferito a Barcellona, ma viaggio sempre: raggiungo i clienti ovunque, per corsi intensivi di due, tre o sette giorni, con prove sul campo».

Come sono le prove sul campo?
«Prove di approccio per strada, in spiaggia, in discoteca».

E quali sono le frasi magiche per approcciare?
«Non esistono, se prima non hai imparato a confidare in te stesso. Dopo, una frase sempre buona è “ti ho vista e ho pensato che volevo conoscerti”. Se invece lei è con amici, devi coinvolgere anche loro. Per esempio, vai e chiedi “scusate ragazze, ma come fate a sopportare gli uomini?”».

E questa perché sarebbe una buona frase?
«Perché ne nasce sempre un confronto vivace, dove tu che hai lanciato il problema ti presenti anche come la soluzione».

Consigli per conquistare in vacanza?
«Proporsi per conoscere davvero qualcuno. E quindi ascoltare e divertirsi senza aspettative. E sapere che, se non sei prevenuto e non giudichi, ti si aprono mondi: provi a frequentare persone che non avresti mai immaginato e con cui sei terribilmente felice».

Corriere della sera, 25 luglio 2019

21.8.19

Aldo Moro nel giudizio di Giancarlo Pajetta

Giancarlo Pajetta e Aldo Moro. Tra di loro Giorgio Napolitano, sottomesso.


«Penso che fosse un uomo grande intelligenza politica. Mi urtava, però, che la sua inerzia, persino la sua pigrizia politica fossero considerate il massimo della saggezza. Che il suo lasciar fare le cose alla Divina Provvidenza fosse poi interpretato nel modo più vario, attribuendo a lui disegni che forse erano suoi, o forse non erano altro che immaginazioni dei suoi interpreti. Per usare una frase che disse, e che mi colpì molto, “con il garbo è possibile fare qualsiasi cosa”. Ecco, era una persona garbata».

Da Scelba, Andreotti e altri “cari nemici”- Intervista a Ludovica Ripa di Meana, L'Europeo, 22 febbraio 1982

19.8.19

Il rinnegato. Intervista a Giampiero Mughini (Antonio Gnoli)



Sostiene di avere una memoria da elefante. Gli chiedo per farne cosa. Per ricordarmi di tutte le offese subite, risponde. Sono tante? Domando. Mi guarda da un punto in penombra della stanza dove siamo e dice che un altro al posto suo avrebbe perso il conto. Giampiero Mughini ha 78 anni e un carattere di non facile decifrazione. O meglio: tutto in lui indurrebbe a pensare al temperamento orgoglioso che facilmente scivola nell’ira. Mi rendo conto che il personaggio possa apparire antipatico a coloro che praticano l’arte dell’understatement e che la sua popolarità tragga forza e riconoscibilità dall’essere proprio così: teatrale, vistoso ( perfino nel vestire), gestuale e a tratti ruvido. Ma sono convinto altresì che una voce dentro di lui, non quella metallica e assertiva, ci implori di credere a un altro Mughini: meno aspro, più dolce, più dubbioso e tollerante. Non so se sia davvero così acceso il contrasto, ma quello che noto in lui è una lealtà di fondo mista a un’ossessione che lo porta a fare costantemente i conti con il proprio passato. Nel quale scava e si tormenta come in quest’ultimo libro Memorie di un rinnegato, appena pubblicato da Bompiani.

Com’è il rapporto con la tua memoria?
«Eccellente, non dimentico soprattutto gli insulti».

Rinnegato ti chiamò Marco Bellocchio, in che occasione?
«Eravamo in uno studio televisivo. Io facevo le domande, lui doveva rispondere. Gli chiesi, visto il suo coinvolgimento nel Sessantotto, se c’era niente di quel periodo che avrebbe messo in discussione. Poteva darmi una risposta meditata. Glissare. Scelse l’insulto: meglio aver partecipato a quei cortei piuttosto che essere diventato un rinnegato. Era evidente l’allusione a me».

Perché era evidente?
«Perché l’anno prima, cioè nel 1987, era uscito Compagni addio, un mio bilancio sulle penose e tragiche vicende che riguardarono quegli anni. Sui cattivi maestri, molti dei quali non fecero mai autocritica. Personalmente mi dimisi presto dal Sessantotto ».

Come fosse una professione?
«Non si distingueva poi tanto tra la vita privata e l’impegno. Vivevo a Catania quando, più che ventenne, fondai insieme ad altri Giovane Critica, una rivista che all’inizio si occupava di cinema e che in seguito allargò lo sguardo al mondo della politica e ai fermenti che avrebbero condotto al Sessantotto».

In che anno nacque la rivista?
«Alla fine del 1963. Ricordo un abbonamento sostenitore che ci arrivò da Luciano Della Mea, fratello di Ivan. Fui sorpreso perché Luciano, nonostante fosse un intellettuale importante, viveva in grandi ristrettezze economiche. Ringraziandolo del gesto, gli rispedii i soldi. Diventammo amici. Per me fu un fratello maggiore. Anche se il rapporto tra noi si ruppe. Non ci sentivamo più da tanto, quando nel 2000 ricevetti una sua lettera che mi ferì profondamente».

Cosa c’era scritto?
«Commentava l’Italia di fine millennio, sciatta, miserabile e deludente. E concludeva con due righe sprezzanti: mentre questo paese va in pezzi tu te ne stai acquattato e sazio in un angolo. Acquattato? Sazio? Sentii quell’offesa bruciarmi. Gli rispedii la lettera senza alcun commento. E poi, un anno e mezzo dopo, Luciano è morto. Di tutte le fratture quella fu la più dolorosa».

Forse avresti dovuto accettare la provocazione, capire cosa l’avesse motivata.
«Mi chiedo tuttora il perché della mia reazione. Da tempo avevo seppellito il mio passato, denunciando tutte le cazzate che avevamo fatto a sinistra. Mi ritrovai solo e frustrato. Una condizione in qualche modo simile a quella che avevo vissuto nell’infanzia».

Spiegati meglio.
«Sono figlio di due separati. Oggi è normale ma nella Catania della fine degli anni Quaranta ero visto alla stregua di un paria».

Che età avevi quando i tuoi genitori si separarono?
«Cinque anni, il tempo che era durato il loro matrimonio. Si conobbero in treno, mio padre vedovo, già con due figli e mia madre giovanissima. C’erano tra loro vent’anni di differenza».

Fu questa la ragione della separazione?
«No, penso che alla fine mia madre non sopportasse più la sua durezza. Decise lei di rompere e puoi immaginare cosa significava quella scelta per una donna ancora giovane, in un posto come Catania. Le voci, le allusioni, i sorrisetti. Ho odiato quella città».

Come vivevate?
«Male. Papà non passava soldi. C’erano le 60 mila lire di pensione del nonno, che era stato professore di stenografia. Giravo con un solo paio di scarpe. Buone per la festa, per i giorni feriali, per giocare in strada. Non ci potevamo permettere né il telefono né il frigorifero né il televisore, che andavamo a vedere da certi cugini ricchi. In casa non c’era un libro. Provavo vergogna per la mia vita».

Frequentavi tuo padre?
«Andavo a pranzo da lui tre o quattro volte al mese. Poi un giorno mi disse: tu sai che la mamma ha un uomo? Allora ero timidissimo. Ma trovai il coraggio per dirgli che era nel suo pieno diritto. Mi guardò stupito e non disse più nulla».

Cosa faceva tuo padre?
«Le sue origini erano toscane. Fervente fascista, lavorò per un’azienda legata alla Fiat, che a un certo punto lo spedì a Catania. Decise di cambiare lavoro e aprì un piccolo studio da commercialista. A un certo punto cominciò a passarmi una paghetta di 6 mila lire al mese che negli anni del boom divennero 30 mila. Spendevo quasi tutti i soldi in libri. Cominciai a leggere seriamente dopo i 19 anni. Feci l’università prima a Catania e poi a Roma, dove mi laureai tardi. Ci fu anche una fuga a Parigi, dove vissi per due anni. Fu quello il periodo al quale faccio risalire il mio atto di nascita. Poi nel 1970 decisi di abbandonare definitivamente Catania per andare a vivere a Roma».

Che città incontrasti?
«Bellissima con le sue trattorie abbordabili, i suoi vicoli, e l’eterno barocco. Ma dovevo mantenermi. Non avevo soldi. Portavo con me una macchina da scrivere che mi era stata regalata da mio fratello. Era chiaro il mestiere che volevo fare. Cominciai a scrivere per la rivista “Astrolabio”. Ogni articolo mi veniva pagato 25 mila lire. In redazione c’era anche Tiziano Terzani. A un certo punto ci liquidarono perché considerati troppo di sinistra. Tiziano partì per l’Oriente. Io mi imbarcai nell’impresa del “manifesto”. Ma anche lì non è durata a lungo».

Perché?
«Per un dissidio con Lucio Magri. Voleva un giornale che si autocelebrasse. Io volevo un giornale vero. Spiegai le mie dimissioni con una lettera a Luigi Pintor».

Di nuovo in mezzo alla strada.
«Di nuovo la miseria. Per quanto la città in quegli anni potesse essere a buon mercato, non ce l’avrei fatta a sopravvivere. Mio padre morì nel 1973. Nonostante tutto fu un duro colpo. Avevo cominciato ad apprezzarlo. Lui, fascista, non disse mai nulla delle mie scelte politiche di sinistra. Anzi, quando la rivista “Giovane Critica” cominciò ad avere problemi finanziari, fu il ragionier Mughini a prendere in mano l’amministrazione e a far quadrare i conti. Quando morì, il giornale “La Sicilia” pubblicò due pagine di necrologi su di lui. Scoprii, con mia sorpresa, che fu anche un uomo amato e apprezzato».

Te lo sei portato dentro.
«Per me c’è un prima e un dopo la sua morte».

Un dopo cosa vuol dire?
«Provai a fare i conti con l’intolleranza che in quegli anni si viveva nel nostro paese. Rigettai tutta la muffa ideologica del marxismo-leninismo, le aberrazioni del maoismo e mi avvicinai a quegli intellettuali che avevano capito la lezione del 1956. Non ho mai avuto tessere, ma ho quasi sempre lavorato per giornali e riviste di sinistra: “Mondoperaio” che fu il mensile politico secondo me più bello a cavallo degli anni Settanta e Ottanta; “Paese Sera” prima con Arrigo Benedetti poi con Aniello Coppola. Godendo di grande libertà. Ma l’esperienza più bella e formativa l’ho avuta con Claudio Rinaldi, che ha diretto tutti e tre i grandi magazine. È stato il migliore direttore della mia generazione. Quante belle cose ancora avrebbe potuto fare se la morte non se lo fosse portato via».

La tua storia, diciamo tra politica, saggistica e giornalismo in che modo si concilia con la televisione?
«Mi pagano e io do valore al denaro. Consentendomi di dire tutto quello che voglio».

Davvero ti senti libero?
«Ho scelto di fare una televisione popolare. A me non interessava il programmino notturno in cui ti avvolgi in profonde elucubrazioni mentali. Per me fare la televisione in fasce normali di ascolto è stato come entrare in un luogo che non è casa mia, che non somiglia a casa mia e che si rivolge a un pubblico che non è quello che di solito frequento privatamente e al quale mi rivolgo con un linguaggio abbordabile, senza smentire di una virgola quello che sono stilisticamente».

Ti soddisfa davvero questa autoassoluzione?
«Perché non dovrebbe? E poi non mi sto giudicando, né assolvendo. Lascio agli altri il compito di farlo».

Le tue frequentazioni televisive non ti hanno reso un po’ pittoresco?
«Cosa vuol dire pittoresco?»

Sei vivace, riconoscibile, plateale. Televisivamente puoi aspirare alla maschera "Mughini".
«La televisione non è tutta uguale. Ci sono un linguaggio e dei tempi che devi rispettare. Per me è stata anche una scuola formidabile».

In che senso?
«Nello scrivere, per esempio, ho tenuto conto di quello che avevo sperimentato in televisione. Poi tu dici: pittoresco. Penso che alla fine ognuno risponda di se stesso. E sono pronto ad affrontare qualsiasi "processo di Norimberga"».

Non ho dubbi. Anche se penso che nella tua vita, nel modo con cui hai chiuso certi rapporti, fino ai tuoi approdi televisivi, ci sia una forte componente teatrale.
«Non ci ho mai pensato. Forse è un retaggio della mia sicilianità».

Pesano le tue origini?
«Moltissimo. Nel senso che le detesto. E credo di avertelo spiegato».

So che sei anche un collezionista.
«Lo sono diventato. Ho collezionato tra l’altro un intero catalogo in edizione futurista composto da 53 libri. Di lì altre avventure nel Déco e nel Liberty».

Ti piace il Novecento?
«Un grande secolo, nel bene e nel male».

Cosa ti attrae del collezionismo?
«L’aspetto conoscitivo e soprattutto quello erotico. Erotismo di testa, beninteso».

Applicabile anche alle donne?
«Nella mia vita le donne hanno contato più per la loro assenza che per la presenza. Tranne Michela, che è la compagna con cui vivo ormai da anni, l’unica reale, le altre sono state immaginazione, scacco, sopravvalutazione. Frutto appunto di un erotismo di testa».

Ti senti un privilegiato?
«Non ho mai goduto di privilegi: né di casta né frutto di compromessi. Nella mia vita ho cercato solo di arrancare. Beccandomi anche un paio di depressioni».

Quando?
«La prima a cavallo tra il 2014 e il 2015. Improvvisamente ebbi la sensazione di stringere sabbia tra le mani. Fui sorpreso. Spaventato. Da quella tristezza così invasiva. Farmi una doccia era un problema. Mangiare un boccone di riso era come avere un montone nel piatto. Leggere libri era impossibile. Scrivere non ne parliamo. Fu un momento buio della mia vita. Poi la seconda depressione è arrivata nel 2017. L’ho curata con i farmaci. E ne sono uscito abbastanza presto».

Temi che possa arrivarne una terza?
«Gli esperti dicono che è possibile. Sono come una sentinella che aspetta l’arrivo del vuoto. Vedi, c’è una parte di me divorata da un pessimismo assoluto. Non mi aspetto niente da nessuno. Forse anche questo è un tratto della mia sicilianità».

Torni mai in Sicilia?
«Da quando è morta mia madre, nel 2000, non sono mai tornato. Non c’è nulla più che mi lega a quella terra. Se non il ricordo di quella donna che ancora mi fa soffrire».

Perché?
«Anche mia madre cadde in depressione. Alla fine non parlava più, non comunicava più. Al telefono le chiedevo come stava, la imploravo di dirmi qualunque cosa. Ma lei taceva. La misi in una casa di riposo dove avrebbero potuto accudirla. Morì dopo due mesi. Per lungo tempo ho vissuto con un senso di colpa atroce. Ma che potevo fare?».

Che cos’è la morte degli altri?
«È la metafora della tua morte. Ricordo che andavo a trovare Antonello Trombadori a casa. Era già molto malato. Gli parlavo della politica, del Pci, delle manifestazioni. Dei compagni che aveva conosciuto, amato, detestato. E lui mi disse: Giampiero non ti seguo, scusa. Ecco, la morte è anche questo, perdere l’attenzione per tutto quello che hai creduto dovesse essere o rimanere importante».

Robinson – la Repubblica, 5 maggio 2019

18.8.19

Alinari ieri e domani. Un pezzo di patrimonio culturale in vendita: la memoria storica dell’arte italiana (Luigi Tomassini)


Da “l'Indice” di luglio 2019 riprendo e rilancio un articolo di Luigi Tomassini, che insegna storia della fotografia all’Università di Bologna ed è presidente onorario della Società italiana per lo studio della fotografia. Mi pare che con chiarezza e competenza metta in luce un problema di cui si parla troppo poco. Si riuscirà questa volta a non “chiudere la stalla quando i buoi sono scappati”? (S.L.L.)

Il laboratorio Alinari, a Firenze, nel primo Novecento


È ormai questione di settimane se non di giorni. Si sta avvicinando la data in cui Alinari Idea, la più antica ditta fotografica al mondo (Firenze, 1852), dovrà abbandonare il palazzo costruito dal fondatore, Leopoldo Alinari, 156 anni fa. Oltre a questa perdita, dolorosa non solo per il significato simbolico, ma anche perché il palazzo era a suo modo un monumento di “archeologia industriale”, c’è il problema rilevante del destino del patrimonio fotografico accumulato negli anni: un immenso archivio che comprende oltre cinque milioni di fotografie, senza considerare tutti i reperti storici e l’oggettistica, talvolta con pezzi unici nel genere. La proprietà ha già venduto il palazzo, a investitori privati, e ha dichiarato di essere disposta a vendere anche il complesso dei fondi fotografici posseduti (sotto vincolo della Soprintendenza archivistica dalla fine del 2018) preferibilmente a un ente pubblico. La Regione Toscana, interpellata in proposito, nella persona del Presidente Enrico Rossi ha dichiarato un suo interesse; ma essendo al momento la trattativa ancora agli inizi, e il palazzo dovendo essere liberato, i fondi fotografici saranno portati “temporaneamente” in un deposito nei pressi di Firenze.
Generalmente vista con favore, perché rassicurante rispetto ai rischi di dispersione o di inaccessibilità del patrimonio, questa soluzione è però contestata da alcuni, che vedrebbero come più appropriato un acquisto da parte dello Stato, per destinarlo alla Biblioteca Nazionale di Firenze, paragonandone il valore a quello di una grande raccolta di incunaboli o di cinquecentine, e osservando che le competenze istituzionali relative alla conservazione e tutela sarebbero propriamente dello Stato, mentre la Regione potrebbe più utilmente impiegare le sue risorse in altri settori più congrui con le sue responsabilità amministrative, come ad esempio la Sanità. La situazione è quindi ancora molto aperta, e l’emergere di posizioni di questo genere, in cui le questioni di carattere istituzionale e amministrativo sembrano divenire prevalenti, rende necessario tentare di riportare la questione soprattutto nell’orbita del dibattito culturale.
Cercheremo quindi di evidenziare alcuni punti, molto schematicamente. Il primo è il “valore” degli Archivi Alinari oggi. La prima cosa da considerare, rettificando in parte il tono prevalente nei titoli sulla stampa e sui media, è che la crisi attuale è forse la più grave nella storia degli Alinari, ma non ha finora portato al fallimento o alla chiusura della ditta stessa, né alla dispersione del patrimonio. Ha però portato a una ipotesi di vendita del patrimonio fotografico, e anche a una sua valutazione in termini monetari (10-12 milioni di euro), come base di partenza condivisibile per le parti interessate. A parte che già questa è una operazione abbastanza straordinaria per rilevanza, a livello mondiale, da renderla un caso eccezionale e meritevole di una attenta riflessione anche per le sue implicazioni culturali, c’è il fatto che la attuale proprietà intenderebbe però vendere non la ditta, e neppure il patrimonio fotografico nella sua assoluta integrità, ma il patrimonio fotografico “materiale” conservato finora presso la sede storica di Largo Alinari, riservandosi i diritti di commercializzazione e vendita delle circa 250.000 immagini fotografiche digitalizzate (sui circa 5 milioni totali) nel corso dei decenni precedenti.
Un altro punto importante è la stratificazione storica degli Archivi. A complicare ulteriormente le cose c’è il fatto che gli Archivi Alinari sono una realtà storicamente stratificata e composita. Gli Alinari, assieme all’altra ditta fiorentina, Brogi, e alla romana Anderson, con cui strinsero un “trust” nel 1904, fotografarono sistematicamente il patrimonio artistico, paesaggistico, monumentale del nostro paese. Lo fecero consapevolmente, rivendicando un loro ruolo “politico” nella diffusione dell’immagine della cultura e dell’arte italiana all’estero. Per circa un secolo, dagli anni cinquanta dell’Ottocento fino al secondo dopoguerra, tutti gli istituti scolastici e universitari, le fototeche, gli studiosi, le persone colte o i semplici studenti che volevano studiare la storia dell’arte, in tutto il mondo, fecero ricorso alle loro fotografie per conoscere (secondo lo “stile” Alinari) l’arte classica e rinascimentale italiana. Questo modello culturale-imprenditoriale sopravvisse alla prima crisi economica della ditta, durante la prima guerra mondiale, ad una più lieve, dopo la crisi del 1929, e a una terza, nel 1957. Nel primo caso Alinari passò a una cordata di aristocratici toscani, guidata dal barone Ricasoli; nel secondo caso si ebbe una iniezione di capitali da parte dell’Iri; nel terzo caso un nuovo passaggio di proprietà, al senatore Vittorio Cini, che portò all’acquisto di una serie di archivi di altri fotografi editori italiani, in particolare di Brogi e Anderson. Il modello cambierà invece nella successiva crisi a metà degli anni settanta. In quella occasione la proprietà passa alla famiglia Zevi, milanese.
Il mercato ormai cerca le riproduzioni a colori e l’archivio delle lastre in bianco e nero perde valore; ma Filippo Zevi, assieme all’assessore del Comune di Firenze Franco Camarlinghi, nel clima di rinnovamento politico culturale seguito alle elezioni amministrative del 1976, promuove la grande mostra del 1977 a Forte Belvedere che ha un eccezionale successo (600.000 visitatori paganti e oltre 100.000 copie dell’importante catalogo vendute). Questo evento segna un cambiamento nel gusto comune verso la fotografia d’epoca, a sancire una straordinaria diffusione, e un cambiamento netto di strategia della ditta, che valorizza il suo archivio in funzione storica, memoriale e documentativa. Dopo il primo momento di euforico e straordinario successo subentra una nuova crisi, che per la prima volta porta alla vendita di una parte dello storico palazzo, e poi alla acquisizione da parte della famiglia De Polo di Trieste (1982). Il commendator de Polo cambia nuovamente il modello culturale-imprenditoriale, inaugurando una nuova strategia, analoga a quella pressappoco contemporanea di Corbis e Getty negli Stati Uniti: acquista sistematicamente fondi fotografici in Italia, ma anche moltissimo in Europa e in altri paesi, e gradatamente provvede a digitalizzarli, rivendendo poi l’uso delle copie digitali per mostre e pubblicazioni. Crea anche un Museo Nazionale Alinari della Fotografia (2006), e organizza una serie molto ampia, regolare e importante di esposizioni, sia sui propri materiali (ormai più di 5 milioni), sia su quelli in concessione e gestione, che nel 2008 valuta attorno ai 40 milioni di fotografie complessive (per avere un termine di paragone, alla stessa data Corbis, azienda del proprietario di Microsoft, ne dichiarava 90 milioni).
Il patrimonio di cui si sta trattando ora la vendita è questo, fra pubblico e privato, fra istituti centrali e territoriali, fra originale e digitale ed è evidente che pone problemi complessi.
Sul piano tecnico innanzitutto. Il fondo di lastre negative in vetro ottocentesche è unico, è la memoria storica dell’arte italiana, ma è anche delicato, come del resto la straordinaria raccolta di dagherrotipi; altre parti, come la collezione di album, anch’essa unica al mondo per valore e varietà delle tipologie, impongono soluzioni tecniche particolari caso per caso.
Sul piano amministrativo le scelte che a breve si devono compiere sembrano brutalmente semplici (si tratta di decidere prezzo di vendita, chi acquista e cosa acquista fra patrimonio materiale e digitale). Questa apparente semplicità lascia però in ombra la retrostante complessità e favorisce quella serie di approssimazioni, anche se rispondenti a un rudimentale senso comune, che sono circolate sulla stampa. Una riflessione sul senso di questa crisi, che non è una crisi solo degli Alinari, ma di un modello più generale (la stessa Corbis è stata recentemente venduta alla Visual China Group) è quindi necessaria, non solo per fornire elementi di conoscenza e di giudizio a chi dovrà poi gestire il domani degli Archivi Alinari, ma anche più in generale.
La Società Italiana per lo Studio della Fotografia (Sisf), composta da studiosi, fotografi, docenti universitari, curatori, conservatori, giornalisti, e altre figure del mondo della fotografia, ha espresso alla Regione Toscana un forte apprezzamento per la prospettiva di una acquisizione pubblica del patrimonio in grado di tutelarlo senza disperderlo e di garantirne l’accesso, ma anche una certa preoccupazione per il domani degli archivi Alinari.
La preoccupazione non riguarda le capacità e le qualità dei prossimi gestori, ma il fatto che il modello migliore da realizzare (nel nuovo assetto, sperabilmente collegato, di conservazione e valorizzazione) non è facile da individuare, proprio per l’eccezionalità del patrimonio. La Sisf sta organizzando un momento di confronto e riflessione pubblica per l’autunno. I temi in discussione, ora evidenziati dalla vicenda Alinari, sono in realtà ben presenti nel mondo della fotografia: il rapporto pubblico – privato rispetto al valore, in trasformazione, del patrimonio; le relazioni, sul piano tecnico, ma anche economico e giuridico, fra gli archivi di originali e i repository digitali; il rapporto fra istituti centrali e realtà territoriali, e fra patrimonio storico e attività culturali correnti; la necessità di avvalersi di personale competente e specializzato in relazione alle specificità dei materiali; il ruolo di questo tipo di patrimonio in relazione alla ricerca e alla didattica, universitaria e non, nonché alle nuove pratiche “public”, a cominciare dalla “public history”; e infine una riflessione sul ruolo a livello internazionale della fotografia italiana.
Su tutto ciò, riteniamo sia importante cercare l’apporto di idee e di contributi di tutti, senza preclusioni né partiti presi, per l’obiettivo di disegnare un domani adeguato a quello che appare sempre più, proprio ora che è in crisi, un “pezzo” fondamentale del nostro patrimonio culturale, che ha a lungo rappresentato all’estero la memoria visuale del patrimonio storico-artistico, architettonico, paesaggistico e demo-antropologico nazionale.

15.8.19

Tra Calvino e Vittorini. Bocciature e scelte a casa Einaudi. Il caso Fofi (Oreste Pivetta)



Si potrebbe cominciare mettendo in fila, come nella locandina di una rappresentazione teatrale, gli interpreti che sono poi anche i personaggi: Bobbio, Delio Cantimori, Calvino, Cases, Massimo Mila, Renato Solmi, Vittorini, Fruttero, Panzieri, Ponchiroli, Strada, Baranelli, Serini, Fonzi, Bollati, molti altri, alcuni più o meno sullo sfondo (come Roberto Cerati, che ci ha lasciato solo qualche giorno fa, organizzatore commerciale e inventore di tanti successi editoriali) e naturalmente lui, non si sa bene se in qualità di regista in scena, di padre padrone, di deus ex machina, il «divo Giulio», come gli piaceva farsi indicare, cioè Giulio Einaudi, figlio di Luigi, fondatore nel 1933 (precoce, indubbiamente, come può capitare a chi ha la fortuna di respirare cultura dalla nascita: aveva 21 anni, essendo nato nel 1912) della casa editrice cui prestò il cognome e cui assegnò il simbolo che diventò presto un marchio di qualità: lo struzzo che piega il chiodo, «spiritus durissima coquit».
I verbali del mercoledì, il volume che raccoglie, a cura di Tommaso Munari, i resoconti delle riunioni redazionali della casa editrice in un decennio, tra il 1953 e il 1963, resoconti a volte molto schematici, elenchi senza pretese di elaborazione, rappresentazione, interpretazione, a volte cronache che riproducono personalità, stati d'animo, idiosincrasie, persino il mal di denti di uno dei redattori (il francesista Serini: «Non parlo oggi per incapacità di parlare... Ho avuto un'estrazione») riesce ad essere in tante pagine brillante, curiosissimo, mai burocratico, vivo, cioè prova di una cultura viva e autentica. Vedi ad esempio la «sceneggiatura» del «caso Fofi», cioè la lunga discussione che si sviluppò attorno alla pubblicazione o meno dell'inchiesta di Goffredo Fofi sull'immigrazione meridionale a Torino.
Il libro era stato commissionato da Raniero Panzieri. Nell'autunno del 1963 erano pronti quattrocento pagine e un titolo, I meridionali a Torino. Fofi aveva ventisei anni, s'era lasciato alle spalle l'esperienza di Cortile Cascino, maestro di strada tra i bambini che popolavano uno dei quartieri più poveri di Palermo (dalla Sicilia venne cacciato con un foglio di via e l'Unità commentò l'episodio con un editoriale di prima pagina). La discussione aveva occupato più di un mercoledì e nella discussione si cimentarono un po' tutti.
Bobbio sobriamente si atteggiava ad arbitro, Massimo Mila era il critico benevolo, che elencava i difetti ma reclamava un atto di coraggio indicando i pregi, Calvino era ostile e puntiglioso (definisce il saggio declamatorio, superficiale, ovvio e peggio ancora, inutilmente polemico nei confronti del Pci e delle organizzazioni sindacali, ma le storie raccolte da Fofi gli regalarono qualche spunto per i suoi racconti futuri), Panzieri respingeva le accuse («Questi dei giovani sono dei tentativi che vanno seguiti con amore, incoraggiati. Del resto questa era la tradizione della casa editrice.»), Renato Solmi pensava di svelare «il punto della questione»: «Questo libro sarebbe uscito senza obiezioni se non costituisse un duro colpo portato alla Fiat. Il motivo determinante della sua non pubblicazione è che non si vuole pubblicarlo per ragioni politiche ed economiche precise, di cui qui sono tutti a conoscenza. Il Consiglio ha finto di non vedere il punto della questione.».
Giulio Bollati in realtà il «punto» l'aveva anticipato ricostruendo la storia del volume: «Letto il libro in bozze, Solmi informò Einaudi che esso conteneva passaggi che potevano offendere persone vicine alla Casa editrice.». Il problema lo aveva segnalato lo stesso Einaudi a Fofi in una lettera di attentissima ed elaborata prosa: il libro lo pubblico, ma deve essere ripulito, smorzato, corretto, emendato per quelle parti che chiamano in causa «istituzioni enti società e persone con cui mi trovo quotidianamente a contatto, alle quali sono legato talvolta da rapporti di collaborazione e di lavoro.». Bobbio, in apertura, era stato più esplicito: «C'è qualcosa di molto irritante nel libro,ed è l'angolo interpretativo.Trecose fanno andare in bestia Fofi: la Stampa, la Fiat, i Piemontesi. C'è del dileggio, del disprezzo.».
Mila aveva riposto: «Debbo dire, come vecchio torinese, che non ho trovato motivo di scandalizzarmi nella diagnosi del mondo torinese fatta da Fofi. che Torino sia una città in situazione di monopolio mi pare dimostrato proprio dalla perplessità di questa casa editrice se pubblicarlo o no.». Conferma polemica di Solmi: «Questo libro sarebbe uscito senza obiezioni se non costituisse un duro colpo alla Fiat». Replica di Einaudi: «Io non avrei alcuna difficoltà a pubblicare un libro di critica alla Fiat o a qualsiasi altra industria o istituzione se si trattasse d'un libro serio, motivato, documentato.».
S'andò ad una votazione (perché si votava quando non si vedeva unanimità) e vinse il no. Meridionali a Torino venne pubblicato l'anno dopo da Feltrinelli (e lo ha ristampato recentemente Aragno). Cambiò il titolo, che divenne: Immigrazione meridionale a Torino. Renato Solmi e Raniero Panzieri furono licenziati.
L'ex dirigente del Psi e fondatore della rivista Quaderni Rossi morirà appena dieci mesi dopo, a quarantatre anni. Munari definisce il caso Fofi un pretesto per la resa dei conti tra il partito della militanza e quello, capeggiato da Bollati, che coltivava l'idea di una casa editrice forte sul mercato, ben strutturata in collane, ben attenta alla resa delle sue scelte. Al prevalere di una «logica aziendale», delle «istanze dell'industria culturale», alluderà molti decenni dopo, in una intervista, Renato Solmi, che fu tra l'altro l'autore delle prime traduzioni italiane di Adorno e Benjamin.
I Verbali del mercoledì (il secondo volume, il primo si fermava ai primi anni cinquanta) si chiude in quel 1963, anno tormentato, al tramonto del «miracolo economico», all'inizio della «congiuntura», anno che finirà con la nascita del primo governo di centro-sinistra, alleati Dc e Psi,Moro presidente del consiglio e Nenni, vice-presidente, nella «stanza dei bottoni».
I verbali del mercoledì sono ovviamente uno strumento formidabile per rifare dall'interno e dal punto di vista del catalogo, cioè dell'autentico progetto culturale, la storia della Einaudi, già rifatta peraltro in modo mirabile da Luisa Mangoni nel suo Pensare i libri, edito da Bollati Boringhieri. Ma rileggere quelle discussioni è soprattutto un modo per sedersi al tavolo della cultura italiana, non l'unico, perché la cultura e l'editoria vivevano anche altrove, a Milano, a Firenze o a Napoli, Feltrinelli, Garzanti oppure Vallecchi, Editori Riuniti, Laterza. Sede rsi al tavolo significa misurare la vivacità dei progetti, il peso delle identità, il valore degli ideali, nelle parole di intellettuali che tenevano ben coscienza di una loro responsabilità di fronte al pubblico, di fronte al paese, in momenti di autentico dinamismo culturale e politico, quando divisioni tradizionali si ricomponevano ed altre se ne manifestavano. Ricchezze, tensioni, emozioni di un'altra Italia, che nutriva molte speranze, che si costruiva con i lavoro di tutti.
Il libro poi è bello per i dialoghi, in buona parte trascritti, cioè verbalizzati, con gusto da Daniele Ponchiroli, per certe note che dicono della vita della casa editrice («Fare contratto - Cond. usuali - tend. basse» si deve immaginare solito contratto, alle condizioni meno dispendiose: la vittima era Ludovico Terzi, per il suo romanzo La timidezza), per le intuizioni, per i giudizi severi, talvolta feroci, talvolta sbrigativi, mai disattenti. Anche per gli errori. Se questo è un uomo resterà nella storia, malgrado il rifiuto einaudiano a Primo Levi (ma si torna al 1947). Se questo è un uomo fu pubblicato da un piccolo editore, De Silva, e Calvino subito lo definì sull'Unità «un magnifico libro».

“l'Unità”, 6 gennaio 2014

10.8.19

La gioia e la fatica d'ogni giorno (Tomaso Montanari)

Firenze, San Lorenzo - Donatello, Pulpito della resurrezione (1465), particolare 

Forse un artista più grande di Donatello non ha mai camminato per le vie dell’Italia. Di sicuro nessuno ha mai usato meglio la propria libertà: una libertà conquistata faticosamente, pezzo a pezzo. Da vecchio, a ottant’anni, Donatello può fare quello che vuole. Può immaginare la storia più famosa del mondo - quella di Gesù - come nessuno ha osato fare fino a lui. E può fermare queste sue fantastiche e liberissime immaginazioni non in un disegnetto schizzato a lapis, come accade a tutti gli artisti, ma nel più nobile dei materiali: il bronzo.
Lo fa in una serie di rilievi che formano due pulpiti per la sua amatissima Basilica di San Lorenzo, nel cuore di Firenze.
La scena più impressionante racconta l’episodio che da solo dà senso a tutta la religione cristiana: la resurrezione di Cristo. E cioè il fatto che Gesù, all’alba del terzo giorno che trascorreva nella tomba, dopo esser morto in croce, tornò alla vita. Il più grande trionfo della storia dell’umanità: la sconfitta della morte. «O morte, dov’è la tua vittoria? Dov’è ora il tuo pungiglione?», griderà poi san Paolo, con la voce di tutte le generazioni.
Dunque, quando un artista - non importa se pittore o scultore - doveva rappresentare la resurrezione, raffigurava Gesù come un condottiero vincitore, come un atleta che era arrivato primo, come un ginnasta che schizza fuori dal sepolcro mentre i soldati romani dormono ignari. Un Gesù che sembra non esser mai stato morto: quasi che fosse stata tutta una messinscena.
Donatello no. Il suo Gesù è vero uomo, oltre che vero dio. Come vero dio è risorto davvero: ma come vero uomo era morto sul serio. Donatello ce lo mostra appena uscito dal sepolcro. Ancora completamente coperto dal sudario e dalle bende funebri: una specie di mummia che cammina, come nei nostri film dell’orrore. Morire e risorgere: una fatica terribile. Tutta la sofferenza del mondo, tutta la stanchezza del mondo: e ora non ha nemmeno la forza di sbendarsi. Prima deve riprendere fiato, con un piede appoggiato al suo sarcofago. Chiunque, vedendo questo Cristo fragile e umanissimo, può credere che la resurrezione lo riguardi personalmente.
Quella carne stanca è la nostra carne stanca. Quell’affanno è il nostro affanno. Nulla di bello riesce senza fatica, al mondo: nemmeno la resurrezione.
E, su un incredibile sfondo di architetture di vimini, i soldati dormono come pupi siciliani caduti dal chiodo. Chiusi nelle loro armature non si accorgono di nulla. Proprio come noi.

L'ora d'arte, Einaudi 2019

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