23.2.10

La successione a Berlusconi.

Stamattina alla 7 Piroso, circondato da un “nutrito manipolo” di analisti, in prevalenza giornalisti, da Maria Giovanna Maglie a Gigi Moncalvo, passando per Rina Gagliardi, ragionava di successione a Berlusconi.

Il filo conduttore del programma era il seguente: Tremonti avrebbe i numeri, ma è visto come uomo della Lega; Fini s’è bruciato; Bertolaso l'hanno bruciato; tutti gli altri sono mezze cartucce; non resta che Marina Berlusconi. E lì una sfilza di elogi: ha il temperamento del padre; è una grande imprenditrice; si circonda di ottimi consiglieri, ma alla fine decide lei; negli ultimi tempi i suoi interventi “politici”, a difesa del padre e non solo, si sono fatti più frequenti. Addirittura la trasmissione ci ha regalato, mentre scorrevano le sue immagini, un vero e proprio repertorio di citazioni della “delfina”: su suo padre, su Di Pietro, sulla sinistra, su De Benedetti, sugl’invidiosi.

Come in tutti questi odiosi talk-show c’era un gioco delle parti: Maglie e Moncalvo entusiasti dell’idea; un destrorso moderato che diceva “ma no, dietro al Cavaliere sta crescendo una classe dirigente”; un sinistrorso moderato che diceva “non sarebbe bello”; Gagliardi che citava Valentino Parlato e si affidava alla “fantasia della storia”.

Mi sono fatto l’idea che, ne siano o no consapevoli il conduttore e gli autori del programma, si stia preparando una discesa in campo in grande stile, per una successione che si nega poter essere imminente, ma potrebbe rendersi necessaria nel caso di una imprevedibile emergenza.

La trasmissione usava nei sottotitoli un riferimento a Dynasty, una soap-opera che ebbe successo negli anni 80. Non ne ho mai visto una puntata intera, ma dai frammenti che ricordo credo si trattasse di una dinastia industriale, con complicate relazioni familiari e dure guerre intestine. Io credo che i riferimenti potrebbero e dovrebbero essere altri, non tanto la Corea del Nord e la sua monarchia “comunista”, ma quei paesi del terzo mondo (talora del secondo e mezzo) in cui vigono democrazie familistiche, in cui cioè si svolgono elezioni più o meno regolari, ma in cui uno dei poli del sistema politico è saldamente occupato da una famiglia che è anche potentato economico e vertice di un ramificata rete di clientele. Parlo dell’India dei Nerhu-Gandhi, del Pakistan dei Bhutto, ma anche della Grecia dei Papandreu e dei Karamanlis. Anche il solo parlare di una successione in famiglia mi pare l’esito di una profonda regressione non solo politica, ma anche culturale.

22.2.10

La poesia del lunedì. Julia Hartwig (Lublino 1921)

Richiamo

Stenditi accanto a me.

Come la volpe vicino alla sua femmina, come l'uccello vicino all'uccello

quando echeggia l'ululare del gufo.

Che ci avvolga la saggezza del tacere, la saggezza del calore,

la saggezza dell'addio molto prima ancora di andare via.

Distesi l'uno vicino all'altra guardiamo la notte.

Si inchineranno a noi le quattro pareti del mondo

e i viandanti delle tenebre poseranno ai nostri piedi doni sognati,

farmaci e talismani.


da Sotto quest'isola, Milano, 2007

"Amuri è un vrodu di ciciri" (Amore è un brodo di ceci). Proverbi siciliani,


Le fonti di questi proverbi sono molte e varie e non vale la pena di citarle. La grafia è quella delle fonti. (S. L. L.).

Amuri è un vrodu di ciciri.
-
U Signuri chiudi 'na porta e grapi un purtuni.
-
Cu avi dinari e amicizia pocu stima la giustizia.
-
Cu' 'mpresta lu sò culu 'un havi unni assittarisi.
-
Lu poviru 'un avìa e limosina facìa.
-
Pacenzia cci voli a li burraschi:
nun si mangia meli senza muschi.

-
Cu' pecura si fa, lu lupu si lu mangia.
-
Tricchi barracchi,
semu arridutti comu Scannaserpi,
nudi, morti di fami e senza scarpi.
-
Zoccu si schifìa, veni tempu ca s'addisìa.
-
Diu ni scansa di malu vicinu
e di principianti di viulinu.
-
Cu paga avanti, mancia pisci fitusu.
-
Quannu cci fa vidiri 'u culu a 'i foddi, nni vonnu sempri na fedda, ca ccì pari muluni.
-
U manciari senza viviri è comu lu truniari senza chioviri.

21.2.10

L'articolo della domenica. Fanno come le bagasce; è peggio di Tangentopoli.

Pigghiari primu comu li bagasci è una colorita espressione che, al mio paese natìo e in altri vernacoli siciliani, indica l’abitudine, attribuita peculiarmente alle bagasce, di giocare d’anticipo nelle contese e nei battibecchi, di accusare prima di essere accusate. In questi giorni il Cavaliere Berlusconi ha dimostrato, e non per la prima volta, di avere appreso non si sa dove quest’arte assai bene. Quella di rivoltare la frittata deve averla appresa nelle navi da crociera in cui cantava e aiutava in cucina.

Così, di fronte all’emergere sempre più evidente di un sistema di malversazioni, che ha alla radice l’eliminazione dei controlli in base al principio dell’efficienza e dell’emergenza, contrattacca, chiede pene più dure, propone di cacciare da ogni consesso politico e amministrativo chi abbia subito una condanna definitiva per corruzione. E dice: “Non c’è alcuna Tangentopoli. Ci sono dei casi singoli e li stroncheremo”.

Proviamo a mettere le cose un po’ in ordine. Se per Tangentopoli si intende un sistema centralizzato di “dazioni” in cambio di appalti e commesse, che promana da un qualche nuovo Caf (il celebre trio Craxi, Andreotti e Forlani) e discende a cascata verso tutti i livelli decisionali, credo che il meccanismo in atto oggi non funzioni così; ma sotto alcuni riguardi, se possibile, è ancora peggio, soprattutto perché sulle scelte di spesa delle pubbliche amministrazioni si sono molto allentati i controlli.

Partiamo dal basso, dai Comuni. Il Segretario Comunale era un dipendente dello Stato messo lì ad operare un controllo preventivo di legittimità; oggi è scelto dal Sindaco e dalla giunta e retribuito con emolumenti assai superiori che in passato, è più che altro un tecnico che dispensa buoni consigli a chi lo paga.

Altra grande differenza: in nome della separazione tra politica e amministrazione gli appalti non vengono assegnati da commissioni scelte e composte all’interno di organismi elettivi, ma da funzionari-manager. Essi però devono la nomina, sostanzialmente discrezionale, agli esecutivi politici di cui sono il braccio tecnico. Il risultato è che sindaci e assessori continuano a decidere, ma non compaiono, non si assumono responsabilità.

Ancora: funzioni e servizi pubblici sono stati sovente privatizzati, in altri casi affidati a società miste o anche a società o agenzie interamente pubbliche. La parola d’ordine era “niente politici, gestione manageriale”. Il primo risultato è che i politicanti hanno le mani in pasta due volte: intanto perché scelgono i manager e dopo perché la babele di agenzie e società facilmente diventa il paradiso dei “trombati”. Il secondo risultato è l’opacità: non c'è più il consigliere d’opposizione tignoso e rigoroso che leggendo i bilanci intravede gli sprechi e tutto il resto visto che i conti non sono più a più a sua disposizione se non in termini generalissimi; tutto il resto rientra negli affari riservati dell’agenzia che in autonomia gestisce il servizio. Alla faccia della trasparenza.

Tutto questo favorisce le malversazioni non solo nella forma di tangenti estorte a impresari e fornitori, ma anche nella forma più raffinata di un ingresso diretto negli affari pubblico-privati di politici e funzionari attraverso società di comodo e partecipazioni incrociate. Ne viene fuori un nepotismo che fa impallidire quello dei papi re e che talora non è neppure illegale. Qualcuno ricorderà lo scandaletto calabro (2005) dell’assessore rifondarolo, peraltro magistrato, che aveva scelto come assistente la moglie. Gli avevano detto: “scegli una persona di tua fiducia”; e lui lo aveva fatto: “chi se non mia moglie?”. Seppure legale, la cosa non fu considerata di buon gusto (le assistenti possono essere amanti, ma le mogli non vanno bene); eppure, tutto sommato, riguardava poche migliaia di euro. Oggi è diventato normale che mogli, sorelle e cognate di sindaci e assessori siano messe a capo di società che "lavorano" con il pubblico e partecipano a importanti aste, appalti e licitazioni. Quando non è permesso dalle leggi entrare in rapporto diretto con l’amministrazione del congiunto, c’è sempre la possibilità dello scambio di coppia: io do un appalto a tua moglie, tu dai una commessa a mio marito.

Ci sono poi le cosiddette “finanze di progetto” che moltiplicano e diversificano le forme di commistione tra potere pubblico e affarismo.

Ciò che vale per i Comuni, vale per le Province (che Berlusconi disse di volere abolire e che invece si tiene strette) e per le Regioni. Lì gli appalti più grossi sono quelli sanitari, che riguardano una vasta gamma di interessi e dove i guadagni sono cospicui, e perciò gl’insediamenti affaristici locali si collegano con grandi società presenti quasi dappertutto.

Per lo Stato centrale, le commesse ministeriali, gli appalti di livello nazionale valgono, in grande, le cose che dicevamo per i Comuni. C’è una aggiunta da fare per i grandi lavori, per i quali è invalso l’uso di individuare un general advisor. Potremmo definirlo approssimativamente una sorta di appaltatore degli appalti, a cui l’insieme dei committenti affida il compito di seguire tutti gli aspetti della realizzazione di un’opera. E’ un meccanismo di ulteriore opacizzazione della spesa.

Il principio ispiratore di tutte queste norme è, in astratto, l’efficienza: eliminare i controlli (i cosiddetti lacci e lacciuoli), ridurre le possibilità di dibattito politico e di opposizione popolare (i cosiddetti scassacazzi), fare presto. Il risultato maggiore è la discrezionalità assoluta del "decisore".

La conseguenza ulteriore è un meccanismo diffuso di commistione tra pubblico e privato che produce a iosa conflitti di interesse e che, forse, non è “tecnicamente” tangente (non c’è la “dazione” di denaro cara al Di Pietro di Mani pulite), ma è comunque corruzione, infezione che si diffonde.

Il Berlusca dice: “Non c’è Tangentopoli, solo casi isolati”; anche il Craxi, del resto, disse: “Chiesa è un mariuolo”. Io ho la convinzione che quel che accade oggi sia come Tangentopoli e peggio di Tangentopoli.

E’ come Tangentopoli nella quantità. I calcoli induttivi fatti su campioni significativi di quanto gli acquisti, le commesse, i lavori pubblici alle amministrazioni pubbliche italiane costino di più rispetto a situazioni paragonabili nel privato o all’estero, al netto degli sprechi burocratici, portano a non meno di 80 miliardi di euro, un dato analogo a quello cui arrivava, alla vigilia di Tangentopoli, l’economista Giuliano Cazzola in un suo famoso libretto su quanto ci costava la corruzione. E’ peggio di Tangentopoli perché il potere politico, come la Semiramide dantesca, “libito fe’ licito in sua legge”, ha cioè legalizzato il capriccio del potente. Il processo legislativo e normativo di riduzione dei controlli preventivi ha reso tutto più confuso, una “marmellata” - si è detto.

La costruzione di codesta legislazione e delle prassi correlate peraltro non è esclusiva della destra, ma ampiamente “bipartisan”; quello che c’è di nuovo nell’ultimo Berlusconi è l’uso sistematico dell’emergenza come metodo di governo.

Egli si rende subito conto dalle “emergenze” lasciategli in carico da Prodi - Alitalia e rifiuti a Napoli - che ne può ricavare un doppio vantaggio: da una parte presentarsi come l’uomo del “fare” contro un centrosinistra che litiga e ruba senza nulla concludere; dall'altra gestire il denaro pubblico senza troppi controlli e senza troppe lamentele. Il caso Alitalia è di scuola: un vero e proprio sperpero per un obiettivo fasullo - il mantenimento fittizio della compagnia di bandiera - e per uno vero - il corteggiamento della Confindustria. Il tutto tra gli applausi della folla. A Napoli ad essere applaudita è la soluzione militare, che occulta i costi economici come quelli ambientali e sanitari. La tentazione di trasformare tutto in emergenza si fa forte con il montare della crisi economica già prima del terremoto aquilano; ancora di più dopo. Emergenza diventano la Tav, le centrali nucleari, la celebrazione dell’Unità d’Italia, il G8, le carceri eccetera eccetera, talvolta a scapito di emergenze vere (lo stato del suolo); attraverso la proclamazione dell’emergenza tutto può funzionare a pieno ritmo: affari e consenso mediatico.

Rimane un ultimo intoppo: il cosiddetto protagonismo delle Procure. Ai tempi di Tangentopoli si disse che la magistratura aveva dovuto fare quella pulizia che la politica della prima Repubblica non aveva saputo fare. Oggi alla magistratura tocca una nuova supplenza: sopperire ai controlli preventivi di legalità (sia politici che amministrativi) che la seconda Repubblica ha soppresso. L’obiettivo della destra affaristica e autoritaria che vuole le mani libere è di neutralizzarla. Da una parte la attacca esplicitamente, prospetta riforme punitive, propone commissioni d’inchiesta sulle inchieste anticorruzione, il tutto con l’obiettivo di ottenerne l’allineamento e l’obbedienza; dall’altra cerca di disarmarla con la previsione di moltiplicate immunità (dal premier ai parlamentari fino funzionari della protezione civile) e con le riforme relative al processo.

Ho letto stamani l’intervista del mio conterraneo Alfano su “La Stampa”. Ha imparato anche lui l’arte delle bagasce: attacca Di Pietro, i magistrati, l’opposizione. La linea che espone parte da “una revisione più acuta delle norme anti-corruzione”. Cosa sia questa incomprensibile “revisione più acuta” lo spiega dicendo che “il disvalore sociale della corruzione è più grave rispetto alle sanzioni previste dal codice penale”. Insomma vuole una legge bandiera che preveda l’aumento delle pene: una norma assai simile a quelle “gride” citate ne “I promessi sposi”, che anno dopo anno aumentavano le pene contro i “bravi”, i quali però continuavano liberamente a circolare, minacciare, spadroneggiare.

Nello stesso tempo l’Alfano comunica: sul processo breve non ci fermiamo; e il suo padrone aumenta la dose: le intercettazioni sono una barbarie. Insomma mentre si grida “lotta alla corruzione”, si impediscono le indagini più utili a individuare i corrotti e si organizza la prescrizione breve per chi ha mezzi e avvocati per allungare i processi. Una volta Guicciardini scrisse che non gli piacevano le pene eccessive: “Basta a mantenere il terrore il punire i delitti a 15 soldi per lira, pur che si pigli regola di punirli tutti”. Il Cavaliere ne rovescia il motto: per lui per i corrotti si può anche prevedere l’ergastolo, purché si pigli la regola di non punirne nessuno.

20.2.10

Il marito industriale e il marito artista (da "L'arte di prender marito" di Paolo Mantegazza)

Paolo Mantegazza (Monza,1831 – San Terenzo, 1910) è figura significativa della cultura borghese e milanese del secondo Ottocento italiano. Figlio di Laura Solera, patriota, amica personale di Garibaldi, protofemminista, fondatrice di scuole professionali e laiche istituzioni di assistenza, ne ereditò lo spirito progressista e l’impegno civico. Fu, a sua volta, medico, antropologo darwiniano, viaggiatore, esploratore, etnografo ed ancor più organizzatore e divulgatore di cultura. Per qualche tempo fu deputato e a lungo senatore del Regno. I repertori di citazioni riportano una sua splendida battuta sul Parlamento ("Il più alto laboratorio di forze disperse. Qui abbiamo la più alta perfezione di un meccanismo al rovescio, dove cioè quasi tutte le forze si trasformano in attriti"). Scrisse moltissimo, di molte cose e in molte forme: trattati scientifici, relazioni su viaggi ed esperienze di ricerca, almanacchi popolari, manuali, racconti, romanzi. Il libro da cui riprendiamo qui due paginette, L’arte di prender marito edito da Treves nel 1894, non è un libro che consigli alle giovani borghesi i maneggi per trovare un “buon partito” ed accasarsi al meglio. Dopo una premessa narrativa, un racconto che ha come protagonista la men che ventenne Emma, alle prese con i primi corteggiatori, il volume espone i consigli di un padre borghese alla figlia nella scelta del marito adatto ed i principi di una sorta di “diplomazia matrimoniale”. Con il gusto positivista della classificazione Mantegazza distingue i potenziali mariti prima secondo i “caratteri”, poi secondo le professioni. E’ molto particolare l’approccio: nel consigliare mariti di una professione piuttosto che di un’altra non si lascia guidare dalle gerarchie del sangue o del reddito, ma dall’esperienza (ed anche, immagino, dalle simpatie e antipatie personali). E’ piuttosto esigente il Mantegazza, fino al punto di andare contro corrente rispetto al suo tempo che non vedeva di buon occhio le zitelle: “Figlia mia, meglio rimaner ragazza per tutta la vita che maritarsi male". Le pagine che seguono sono dedicate a industriali e artisti. Ho trovato assai divertenti anche quelle su avvocati e politici.

Il marito industriale

In una gerarchia che mi son fatto io stesso per mio uso e consumo, ma che non ha rapporto alcuno coi responsi della consulta araldica né col famoso decreto Menabrea, che metteva i professori in ottava linea, io metto l’industriale molto al di sopra del negoziante e anche del banchiere.

Il negoziante compra e vende, l’industriale produce.

Il negoziante prende da una mano e mette nell’altra, cercando che in questo passaggio una parte (la più grossa possibile) rimanga nella sua. L’industriale è un creatore: plasma la materia e le dà nuova forma, adopera le mani sue, quelle dei suoi operai, quelle delle macchine, e quando riesce a far cose nuove o a far meglio e più presto d’un altro una cosa vecchia arricchisce sé e il suo paese.

Dio volesse che tu sposassi un industriale!

Ma nel nostro paese ne abbiamo tanto pochi, che sarà assai difficile che tu lo trovi e che sia degno di te e a modo mio.

L’industriale deve essere un alleato dei suoi operai, non un parassita del lavoro altrui: deve essere il loro amico, non il loro tiranno.

Ogni giorno, ogni ora del giorno deve ricordarsi che il gran problema dell’associazione del capitale e del lavoro non è punto risolto, e che sono gli industriali i primi, che devono concorrere a una soluzione equa e pronta.

E tu, figliuola mia, se avrai per marito un industriale, devi persuaderlo ch’egli deve essere socialista, se non vuol vivere di rapina e andar incontro ai pericoli di una rivoluzione sociale. Non aspettino i capi delle officine che i parlamenti risolvano il problema sociale. Lo risolvano essi per primi.

Applichino la mezzadria al lavoro delle loro fabbriche, come già in Toscana e in altri paesi fu sapientemente e umanamente applicata a quell’altra industria che è l’agricoltura!

Il marito artista

A meno che il marito non sia un uomo di genio o abbia un cuore di angelo, non sposarlo mai.

Se è mediocre, è lo spostato degli spostati. Colla testa in alto per cercar sempre un bello ideale che gli sfugge, inciampa coi piedi nella miseria che avvilisce, nell’invidia che tortura l’anima, nella displicenza cronica, che corrode i germi della vita.

L’artista accusa tutti fuorché sé stesso della sua impotenza. Ama il bello come gli eunuchi aman le donne e cerca la gloria per le vie di traverso dell’impressionismo, del pointillé, dove la gloria non ha mai messo il piede. Si lamenta come un genio incompreso, senz’essere genio, e divien cattivo come uno che fosse in una volta sola punto e perseguitato da tutte le mosche, da tutte le pulci, da tutte le zanzare che pullulano in questo nostro mondo planetario.

Ed egli porta a casa tutti questi parassiti che lo mordono, che lo pungono per ogni lato, e fa pungere da essi anche la moglie, anche gli amici e tutti quelli che lo circondano.

Vive lamentandosi ogni giorno e ogni ora dell’ingiustizia degli uomini, che non lo intendono, dei signori che non gli comprano gli aborti della sua tavolozza malata e dei suoi scalpelli spuntati. Maledice Raffaello e chiama barocco Michelangelo e si mette accanto a galileo condannato dall’Inquisizione e a Colombo deriso dai monaci di Spagna. Se parla di altri artisti più fortunati, li copre della bava avvelenata della sua invidia rappresa, dei suoi rancori isterici:

E’ un infelice cattivo, è un aborto che si permette di vivere e che concentra tutta la sua vita in un lamento o in una maledizione.

Anche l’artista di genio, anche l’artista incoronato con l’aureola della gloria, è un marito pericoloso. e se tu sei gelosa non devi sposarlo.

Sua prima amante è l’arte e ti mette sempre al di sotto di essa. Egli è anche poligamo per natura e per elezione difficilmente può amare una donna sola e circondarla di tutte le tenerezze quotidiane , che sono necessarie a lei come il pane, come l’aria che si respira.

Pensa alle modelle, che deve veder nude dinanzi a sé nel segreto del suo studio, pensa alle belle signore, che tanto facilmente si innamorano di lui e ch’egli deve ammirar tanto da vicino; così spesso, così intimamente.

Tu sei bella e tu sei giovane, ma sei una donna sola, e non puoi avere tutte le bellezze, delle quali egli ha bisogno per appagare le sete insaziabile estetica, che lo divora e lo consuma.

Se io fossi nato artista, non avrei avuto per moglie e per amante che l’arte; e sarei morto vergine o almeno casto come il Canova o come Michelangelo.

Il popolo di Seattle dieci anni dopo. Prima puntata

Sono passati poco più di dieci anni da quando, nel dicembre del 1999, debuttava sulla scena politica internazionale il “popolo di Seattle”, termine con cui si indicò il variegato movimento che proprio a Seattle, in occasione dell’incontro del Wto, aveva contestato le politiche e gli interessi che presiedevano alla grande liberalizzazione dei mercati in atto. La denominazione durò qualche mese, mentre il movimento di protesta di diffondeva e cresceva, poi prevalse quella di “no global”. Dal gennaio 2000 fino al G8 di Genova (luglio 2001) è un susseguirsi di proteste, di grandi manifestazioni, di dure risposte militari e poliziesche. Se ne possono scandire le tappe, poiché ad un grande vertice internazionale corrisponde quasi sempre un imponente raduno del “movimento dei movimenti” (altro nome per indicarlo). Aprile 2000: Wahington, incontro del G7. Settembre 2000, Praga, incontro del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale. Ottobre 2000, Montreal, vertice finanziario dei 20 paesi più industrializzati. Dicembre 2000, Nizza, il Consiglio Europeo. Gennaio 2001, Davos, (Svizzera), Forum dell’economia mondiale. Marzo 2001, Napoli, Global Forum. Aprile 2001, Quebec, riunione di Presidenti e Governatori di Nord, Centro e Sud America. Giugno 2001, Göteborg (Svezia), nuova riunione del Consiglio Europeo.

Il movimento ebbe sempre un carattere assai composito: i più diffidavano delle analisi e delle proposte generali e convivevano seppure con difficoltà due approcci diversi, uno “riformista”, che non rifiutava in sé la globalizzazione ma rivendicava regole e forti interventi correttivi contro i disastri sociali ambientali che sembravano scaturirne, uno più radicale che sia pure confusamente sembrava alludere ad un nuovo ordine mondiale e a un modello di sviluppo radicalmente alternativo. Pubblico qui un ampio stralcio da un articolo sul “popolo di Seattle” di Luciana Castellina, comparso su “la rivista del manifesto” del gennaio 2000. Si tratta di una prima ricognizione, sintetica ma accurata, sul movimento al suo debutto. Proverò a rammentarmi e a rammentare ai visitatori di questo blog nei prossimi mesi le tappe successive del grande movimento antiglobalizzazione con altri articoli e contributi.

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Operai e tartarughe

di Luciana Castellina

Avrebbe dovuto chiamarsi il "Clinton Round" perché era stato proprio lui, il presidente degli Stati Uniti, a lanciare con enfasi questo nono negoziato in occasione della cerimonia solenne convocata nel maggio '97 a Ginevra per celebrare il cinquantesimo compleanno del Gatt ormai diventato OMC. Annunciando che la conferenza ministeriale incaricata di fissare l'odg della nuova trattativa per la liberalizzazione di beni e servizi si sarebbe tenuta nel suo paese, sulla riva dell'altro oceano, il Pacifico - quasi a indicare che l'Europa era in fondo solo una potenza regionale - aveva esteso al mondo un generoso invito: "Voglio che chiunque consideri questa una cattiva proposta - aveva detto - venga a vedere".

Come sapete, sono andati. A decine di migliaia. Tanti e diversi, per razza, continente, settore, ceto - "metallurgici e tartarughe", ha scherzato qualcuno, per riassumere gli estremi delle categorie minacciate - quanti non solo il presidente americano ma nemmeno il più utopico militante antiglobale si sarebbe aspettato potessero raggiungere - da dovunque - la lontanissima capitale dell'industria aerospaziale e informatica. E così, nel regno di Bill Gates, il Millennium Round si è trasformato per l'OMC in Millennium Bug. Un'accozzaglia di interessi e protagonisti, simpatizzanti di Pasqua e di Buchanam assieme a zapatisti arrivati dalla Sierra Lacadona, di protettori di animali e gastronomi raffinati, di mormoni e di agricoltori, di "hard cup" (gli operai dell'edilizia che in America portano l'elmetto) e di studenti, di santoni indiani e di militanti della neonata e già grossissima "Giubileo 2000", privi di un linguaggio comune? Una protesta come già tante altre - insomma - solo più grossa e variopinta? O invece un rilevante nuovo fatto politico, che comincia a delineare qualcosa di più che una rivolta, l'embrione di un movimento politico e di - oddio che parola grossa! - un nuovo internazionalismo?

Chi erano, quanti erano

[…]Innanzitutto chi e quanti erano. Circa 60.000 è la cifra del più scientifico dei miei informatori, John Cavanagh, direttore dell'Institute for Policy Studies di Washington e da sempre animatore di battaglie terzomondiste. Così divisi, all'incirca: 20.000 operai, 10.000 ambientalisti, 10.000 studenti, il resto contadini, animatori di nuove battaglie come quella sulla biogenetica e la sicurezza alimentare. Tutti in qualche modo inquadrati: dai sindacati, dalle ONG laiche e da quelle religiose e, naturalmente, una frangia di partiti della variegata sinistra mondiale. 50 violenti, chissà perché dell'Oregon. Tutti ben organizzati, puntuali non solo alle marce ma anche a tutti gli altri appuntamenti delle giornate di mobilitazione: forum multi e bilaterali, manifestazioni dimostrative, persino un banchetto a base di biopane e frutti cresciuti senza fertilizzanti chimici, offerto, nella principale Chiesa metodista di Seattle, dagli agricoltori dello Stato ospitante, quello di Washington, ai loro colleghi europei che hanno portato l'ormai famoso vessillo della protesta: il roquefort del Larzac. E persino un "teach in" - vi ricordate l'espressione sessantottina ormai desueta? - con i tanti, tantissimi "esperti" che avevano deciso di seguire, anche loro, l'evento.

Provenienza: un campione da ogni parte del mondo, ma in gran parte americani, canadesi, messicani e, per l'Europa, soprattutto francesi. L'Economist, ironico, ha scritto: "Le ONG discese su Seattle sono state un modello di tutto ciò che i negoziatori commerciali non sono stati. Erano ben organizzate, hanno saputo dar vita a coalizioni inedite, si sono date un programma preciso, sono state maestre nell'uso dei media". E poi - hanno scritto molti altri - avevano delle "facce", erano insomma umanità e non grigi burocrati senza volto quali quelli che ormai dominano la scena politica. Non è poco, ed è nuovo.

Di sessantottino, a parte qualche reperto, c'era poco, e lo ha riconosciuto, giustamente soddisfatto, Tom Hayden, uno dei leader della grande manifestazione di Chicago, nel '68, in piena guerra del Vietnam, cruentemente repressa dalla polizia. Lui stesso fu arrestato e oggi è uno dei senatori relativamente progressisti della California. Diverso perché questa volta c'erano gli operai, con i loro sindacati; e il presidente dell'AFL CIO ha anzi persino condannato gli agenti di Seattle per l'assalto ai dimostranti. Non solo c'erano, sono stati lo zoccolo duro delle manifestazioni nelle quali - e forse per la prima volta - si sono incontrati con migliaia di studenti alle loro prime prove (e si vede che tali erano dal senso di scoperta che emana dalle decine di cronache che in tempo reale - santa Internet - hanno scritto sui loro giornaletti di campus on line).

L'incontro fra studenti e operai, che qui in Europa fu, sia pure solo e soprattutto in Italia, un tratto del '68, negli Stati Uniti non si era mai verificato. Questa prima volta sembra essere piaciuta agli uni e agli altri, anche se paiono tuttora essi stessi sorpresi che un dialogo si sia potuto allacciare. ("Siamo impressionati dall'impegno degli studenti" - ha dichiarato Gary Hubbard, dirigente del sindacato siderurgici). Politicamente, il nuovo rapporto fra fabbrica e campus universitario, americani da ambo le parti, sebbene significativo, era comunque più facile: contraddizione di interessi in fondo fra due gruppi non ci sono, solo di cultura e esperienza. E generazionale, i militanti sindacali essendo ormai quasi tutti anziani come le loro fabbriche, quel che resta del lavoro tradizionale in alcune regioni del nord.

Più difficile intendersi con gli ecologisti, per via del modello di sviluppo, anzi dello sviluppo in sé. È lo stesso problema che abbiamo anche da noi ma qui a Seattle una saldatura c'è stata e si è verificata sul terreno specificamente politico: il fastidio per un organismo, l'OMC, e i suoi metodi arcani di decisione, che espropriano il potere decisionale democratico assai di più di quanto già non avvenga normalmente per opera delle istituzioni nazionali.[…] Più difficile ancora intendersi con coloro che sono venuti dal sud del mondo. Qui il conflitto è oggettivo e duro, non dipende dall'età, dai gusti, dal modo di vestirsi e di parlare. Riguarda un bene primario come il lavoro, che gli americani si vedono portar via da concorrenti bambini pagati un centesimo del loro salario, che certo vorrebbero poter invece andare a scuola e guadagnare di più, ma sanno che se non mettono in campo quello che in gergo viene chiamato "vantaggio comparativo", e cioè un prezzo miserevole della loro forza lavoro, rischiano di non avere più niente di niente.

Gli operai

Il fatto significativo di questa avventura di Seattle è però che un colloquio fra lavoratori del nord e del sud si è avviato. Ancora ingenuo, confuso, ma il problema è stato riconosciuto e ci si è sforzati di trovare una soluzione attraverso un rapporto diretto fra lavoratori, non mediato fra i rispettivi stati e soprattutto dalle multinazionali. "Ha contato - raccontano americani e canadesi - l'esperienza compiuta in questi anni di NAFTA (North American Free Trade Area), l'accordo di libero scambio combattuto fino all'ultimo e con ragione che ci ha spinto, in una seconda fase, a ricercare un'intesa con i lavoratori messicani. Non facile, perché i sindacati ufficiali di quel paese sono molto manipolati dal partito di governo, gli altri - nelle zone della "maquilladora" (al confine, dove sostanzialmente si assemblano le merci) - debolissimi e ricattati. Comunque: ci si sta provando e dei tentativi si può leggere su una nuova e interessante rivista sindacale Labour notes.

È il frutto di un certo rinnovamento del sindacato americano giunto negli anni '80 al minimo storico dei suoi iscritti e del suo prestigio, dilaniato dagli scandali. Oggi una nuova vena militante è cresciuta e ne è espressione John Sweeney, che Christophe Aguiton (segretario di SUD, il sindacato di sinistra francese che in pochi anni ha saputo costruirsi credibilità e persino un rinnovato legame con le vecchie centrali) definisce "una frazione progressista della burocrazia sindacale americana". Mi racconta - a proposito di Seattle - soprattutto del nuovo atteggiamento della AFL CIO, certo animata da protezionismo corporativo, ma che sta a suo parere superando questo limite per porsi il problema degli altri. Di qui l'intenzione, annunciata a Seattle, di cominciare ad usare il danaro della propria ricca organizzazione per rafforzare il sindacalismo dei paesi del terzo mondo, denaro che a lungo era stato in passato destinato ad alimentare sindacalismo giallo e anticomunista. "Dobbiamo costruire un'alleanza internazionale progressista, dobbiamo trovare un accordo fra lavoratori non coi rispettivi governi gli uni contro gli altri" - dichiara Thea Lee - dirigente della AFL CIO. "Non possiamo consentire che gli operai americani si trovino a competere contro bambini venduti come schiavi per 16 ore al giorno".

[…] Qualche proposta concreta è già stata delineata, in dialogo con gli "esperti" del movimento. Non accettare supinamente gli standard sociali indecenti dei paesi in via di sviluppo ma opporre all'ipotesi clintoniana delle sanzioni punitive, o comunque dei pelosi decaloghi imposti dall'alto e dal di fuori da qualche vate dei "diritti umani", l'azione positiva. Dice in proposito Susan George: "Si potrebbero stabilire degli standard differenziati - che mettano in conto i livelli salariali, le condizioni di lavoro e le libertà sindacali - in rapporto al livello di sviluppo di ciascun paese e imporre alle organizzazioni internazionali di elargire incentivi finanziari a quei paesi in cui essi vengono rispettati. La Tobin Tax potrebbe alimentare un Fondo a questo scopo. "Si potrebbe anche definire un sistema di eccezioni temporanee dalle regole dell'OMC per i paesi più arretrati" - suggerisce Vandana Shiva. Mentre da lontano Jaques Delors suggerisce la creazione di un "Global Economic Security Council", che in fondo riproporrebbe per l'OMC il modello originario, quando l'organismo si chiamava ITO ma la sua Carta costitutiva non fu mai ratificata dagli Stati Uniti e, più in generale quel complemento alle istituzioni di Bretton Woods che Keynes avrebbe voluto ma non fu mai dato seguito alle sue richieste. Sempre da lontano - e segnatamente dalla Francia, il più sensibile dei paesi europei a queste tematiche - Jacques Attali, ex autorevole consigliere di Mitterrand e ex presidente della BIRD, scende in campo per proporre alle ONG di battersi per una "planet governance", che fornisca un corpo certo di norme da rispettare internazionalmente, analogo alla già esistente "corporate governance", che rende trasparente e controllabile l'azione delle società rispetto ai propri azionisti.

Di queste cose si è già parlato nel "teach in" tenuto a Seattle alla vigilia della manifestazione, due giorni fitti di discussione con 3.000 persone presenti ed attentissime da cui è uscita una rete permanente di una sessantina di esperti di venti paesi diversi[…].

L'iniziativa alternativa è riuscita ad influenzare i protagonisti ufficiali della Conferenza WTO. Senza la "strada" i rappresentanti dei paesi in via di sviluppo non avrebbero avuto il coraggio di reagire. Invitati a pranzo da Clinton il primo giorno del summit, i 135 ministri avevano dovuto aspettare riverenti più d'un'ora, fermi innanzi al loro piatto per ragioni di sicurezza, perché il presidente era in ritardo. Il senso simbolico di questo incidente è stato rovesciato nei giorni successivi quando, compatti, i ministri del terzo mondo hanno letto il comunicato nel chiuso di una delle loro riunioni non ufficiali, le cosidette "invisibili". "La strada - ha detto il cileno Juan Somavia, che non è un signore qualsiasi ma il direttore generale del BIT (Bureau international du Travail) - ben più dell'aula ha attirato l'attenzione sui perversi effetti sociali della mondializzazione di cui con l'Uruguay round non ci si era occupati". In queste condizioni la timidissima proposta europea di convocare un Forum, fra nientemeno che due anni, in cui siano presenti sia l'OMC che il BIT, è stata ridicolizzata.

Tutto bene, dunque? A sentire Vandana Shiva, per anni alto funzionario della Banca Mondiale, tutto è stato straordinario. Al telefono non riesco a contenere la sua emozione. "Per la prima volta siamo riusciti a mettere il problema lavoro nelle mani di chi lavora. L'atmosfera di Seattle, credimi, era davvero straordinaria".

Le credo. Mentre non credo a chi ha cercato di ridurre tutto a una manovra elettorale di Clinton per conquistare al delfino Al Gore l'appoggio della forte lobby sindacale, sacrificando così il suo summit mondiale alla più prosaica preoccupazione della campagna elettorale. Se c'è infatti una cosa chiara che è uscita dai giorni di Seattle è proprio il rifiuto, che sembra condiviso anche dai sindacati Usa, delle sanzioni di rappresaglia proposte dal presidente americano e l'ipotesi che debba essere l'OMC a decidere degli standard sociali.

I contadini

[…] Infine i contadini. Josè Bové è stato nei media l'eroe e il demone delle giornate di Seattle: il basco, i baffi e la fragranza del suo formaggio, così francese e simile ad Asterix ne hanno fatto infatti il simbolo della vecchia Europa ostinata e conservatrice. Per molti versi si può ben dire che la protesta dei coltivatori europei contro la piena liberalizzazione del commercio agricolo era quella più omologata all'iniziativa ufficiale dell'Unione impegnata ad impedire il completo smantellamento della PAC. E però non è proprio così perché il movimento animato da Bové è riuscito a dialogare con "Via campesina", con le organizzazioni dei piccoli coltivatori anche dei paesi del gruppo CARINS, i grandi esportatori di grano (fra cui gli americani del sud e del nord, australiani e neozelandesi) che si battono per far saltare qualsiasi forma di sussidio alla produzione agricola degli altri paesi (ma negli Usa queste esistono e importanti - 7 miliardi di dollari nel '97, 22, sembra, per il '99 - elargite in forme diverse e meno appariscenti). Il fatto è che, come del resto accade, sia pure in misura minore, in Europa, i vantaggi delle esportazioni sono delle grandi aziende del settore, negli Stati Uniti (346.000 che producono l'87,4% del prodotto totale), "l'OMC vorrebbe farci credere che siamo in competizione fra noi - ha detto il ministro dell'agricoltura dello stato canadese della Colombia britannica, uno dei politici ufficiali che si è incontrato con la "strada" - invece stiamo tutti dalla stessa parte contro le multinazionali che dominano il commercio mondiale".

Non è proprio ancora così, perché il conflitto resta e anche questo è molto nord-sud, i paesi del terzo mondo avendo poco più che i loro prodotti agricoli da esportare. Ma il punto su cui una certa unità si è costruita è più profondo: riguarda il diritto di coltivare cosa meglio si crede, di rifiutare le monocolture intensive imposte dal neocolonialismo e dai ceti compradori, e soprattutto di non veder stravolta la propria fisionomia geografica, il proprio paesaggio, da decisioni prese dall'alto. La difesa della diversità della fauna e della flora, e dunque degli alimenti; la ricchezza delle sementi, distrutte a migliaia ogni anno dall'invadenza di quelle geneticamente manipolate che, se aumentano la produttività in certe zone distruggono le barriere della sicurezza alimentare nella maggioranza delle altre, hanno offerto un nuovo livello di dialogo internazionale ai piccoli coltivatori. Si sta scoprendo che la terra è assai più che produzione e che chi la coltiva non conta solo per quanto vende sul mercato, ma perché è insieme guardiano dell'ambiente - dei boschi, dei corsi d'acqua, dei muretti, dei cigli erbosi, delle vecchie cascine - e della natura. Dalla Francia vengono le prime applicazioni della nuova consapevolezza che ha portato la stessa Unione europea a parlare del coltivatore come di un "lavoratore multifunzionale". Proprio nei giorni di Seattle sono stati firmati negli alti Pirenei i primi quattro "Contratti territoriali di sfruttamento", un aiuto pubblico a chi presenta un progetto di "occupazione intelligente del territorio". La terra, insomma, non riguarda solo l'economia, perché - come la cultura - è anche memoria dei popoli, immaginario collettivo, storia. La geografia, a dispetto della globalizzazione che annulla gli spazi, riprende i suoi diritti. E così si spiega perché i contadini, sebbene ormai proporzione quasi irrilevante in ogni paese moderno (negli Stati Uniti sono passati in quarant'anni dal 20 all'1,9%) abbiano un peso politico che va ben al di là dei numeri. E che - proprio su motivazioni extraeconomiche - abbiano potuto individuare un terreno d'intesa a Seattle.

Chi ha vinto, chi ha perso

Un nuovo fantasma si aggira dunque per il mondo, le ONG, consumatori che rifiutano di essere tali e vogliono essere cittadini (è significativo che Ralph Nader abbia scelto ora di chiamare il suo movimento Public Citizens), produttori che vogliono decidere; ecologisti che se ne infischiano delle paventate compatibilità governative dei partiti verdi europei, autorevoli associazioni del grande mondo della produzione culturale e audiovisiva che vogliono giocare in prima persona. Secondo lo Yearbook of International Organizations sarebbero oggi 24.000, nel '90 erano solo 6.000. Reclutano a ritmo sostenuto: a Tolosa, in Francia, solo la neonata Attac ha fatto in poche settimane 700 iscritti, negli Stati Uniti complessivamente contano 2 milioni di aderenti, il 70% sotto i 30 anni, in India sono un milione. Non hanno leadership mondiali consolidate, perché la loro struttura è a rete. Ma attenzione: il loro successo nasce dall'aver preso nettamente le distanze - almeno quelle che oggi svolgono una funzione di punta - dallo spontaneismo e dal basismo. Segnano dei punti perché hanno saputo costruire alleanze, perché hanno scelto di negoziare con le istituzioni, non di ignorarle, proponendosi obiettivi tattici, che cominciano a definire con grande precisione, perché sanno utilizzare gli intellettuali, quelli "organici", ma anche quelli più distanti che cominciano a riflettere criticamente verso i processi che pure loro stessi hanno evocato. Hanno avuto il merito di scoprire, con anticipo rispetto ai partiti politici che piangono solo per la loro impotenza nell'era della globalizzazione, l'importanza delle istituzioni mondiali come controparte decisiva, quel terreno come il più urgente su cui scendere. Hanno denunciato la privatizzazione più grave oggi in atto, quella della politica, e cioè di un mondo in cui le leggi anziché esser fissate dai parlamenti vengono definite dagli accordi commerciali fra le grandi aziende, cui si è lasciato spazio perché costruissero persino i propri privati organi giudiziari. Hanno denunciato ma anche proposto e interloquito. È un ritorno alla grande della politica. Non solo: per la prima volta la contestazione della globalizzazione non sta prendendo la forma del ripiegamento identitario sul proprio locale.

Con il suo tradizionale rigore contabile l'Economist si chiede chi, in ultima analisi, abbia vinto o perduto a Seattle. Per ora non si può dire perché la partita resta aperta anche se adesso, dopo la trasferta americana, il ring torna a Ginevra e il match sarà lungo ed oscuro. Una cosa è però certa: a vincere, dopo molto tempo, è stata la politica.

Un grande perdente, comunque, c'è sicuro: è il neozelandese e neodirettore generale dell'OMC John More, ex primo ministro del suo paese. E non solo per la catastrofe del suo debutto a Seattle, ma perché proprio negli stessi giorni in patria ha vinto le elezioni, dopo 30 anni, una coalizione "davvero di sinistra" - scrivono i giornali - fra l'ala progressista del vecchio Labour e partiti che potremmo definire di "nuova sinistra" che hanno fra l'altro portato in parlamento, su 120 deputati, 16 mahori, 35 donne, 2 omosessuali militanti, il primo transessuale giunto a una simile carica, Giorgina Bertrand ex George. Una dimostrazione che il globo è vario e non omologabile.

Tutto questo sarebbe stato possibile senza Internet? No. Ma. Il discorso sulle nuove tecnologie della comunicazione nella politica della nostra era, sul loro ruolo ambivalente, molto diverso comunque da quello assunto finora dalla televisione, è troppo complesso per farlo in coda ad un articolo.

19.2.10

Titoli di prima con commento ("La Stampa")

"La Stampa" - Sabato 13 febbraio 2010
"Qualcosa mi è sfuggito"
Commento: Meno male. Se no si pappava tutto.


"La Stampa" - Venerdì 19
Giro di vite sulla corruzione
Commento: Il premier si avvita su se stesso.

Il cantante del lager. Una persona e un libro.


Nuova Dimensione è una piccola casa editrice di Portogruaro, assai legata al territorio triveneto, che aspira a rappresentare un Nord Est diverso da quello egoista e un po’ razzista che si lascia sedurre dal populismo della Lega. Nel suo catalogo c’è un volumetto ormai storico, il Processo a Marghera sulle morti del Petrolchimico, ci sono “microstorie” intriganti come quella degli “animali al fronte” nella prima guerra mondiale e libri sull’attualità più scottante, come il tema delle badanti o della convivenza etnica in un tempo che l’ha resa più difficile. Tra gli ultimi volumi pubblicati ce n’è uno di cui sono venuto a conoscenza per caso e che acquisterò quanto prima, Il cantante del lager. E’ un libro di memorie, di memorie orrende, opera di un deportato politico triestino, Eno Mucchiutti, che passò, destinato a morte, 11 mesi nei campi di sterminio, a scavare come bestia nella Totestiege di Mathausen o nelle cave di Melk. Deve la salvezza alla sua professione di cantante lirico ed all’amore per la musica assai diffuso tra gli ufficiali tedeschi. Un esempio ulteriore di quella “banalizzazione del male” di cui parlò Hannah Arendt a proposito di Eichmann. Gli esecutori del più orrendo genocidio della storia erano, nel tempo libero dal “lavoro”, persone normali, perfino sensibili, capaci di gioire del canto, di commuoversene fino alle lacrime. Per tutto ciò ho sentito forte un sentimento di orrore, tuttora vivo, nelle parole di Mucchiutti raccolte per il “Messaggero Veneto” dall’ottima Valentina Coluccia, che lo ha incontrato in occasione della presentazione udinese del suo libro: “I tedeschi amavano tantissimo la musica, specialmente quella lirica italiana. Così, dopo 15-16 ore di lavoro, mi chiamavano per farmi cantare e allietare le loro serate. Il premio consisteva in una forma di pane che come un dolente Cristo, ridotto all’osso, io dividevo poi nel blocco insieme con i miei compagni”. E c’è nella storia qualche particolare che ricorda Primo Levi, i suoi “sommersi e i suoi “salvati”: “Con me la memoria non è stata pietosa, non ha cioè addolcito i ricordi, anzi mi ha fatto riflettere come molte volte, per sopravvivere, fossi diventato proprio quello che volevano i tedeschi, una bestia senza limiti, se non quello della sopravvivenza. Questo non significa che non fossi solidale con i miei compagni di sventura, ma che ero un solitario per scelta, perché tutti quelli a cui mi affezionavo o morivano uccisi dalle botte o dagli stenti”. Dopo la liberazione Mucchiutti ha ripreso con successo la sua attività artistica, nella sua carriera ha cantato con “mostri sacri” come la Callas o Pavarotti, ma – dice – “la mia voce non è stata più la stessa. E non parlo della sua intensità o del suo timbro, parlo di quello che ha trasmesso poi, che ha modulato dopo che gli occhi avevano visto tutto il dolore e lo strazio e la morte del campo di sterminio”.

Un manifesto di Rifondazione (con il commento di Alessandro Robecchi)

Del suicidio assistito (da Veltroni) della sinistra che sta a sinistra si è detto in lungo e in largo. Una cosa assai triste, soprattutto perchè in questo regimetto un po’ affarista e un po’ mignottesco, Dio sa quanto bisogno ci sarebbe di una sinistra che funziona e che propone. Alla fine, ci si accontentava di poco. Non si riesce a mandare nessuno in Parlamento, e va bene. Non si vince quando si va uniti, e va bene. Non si vince quando si va divisi, e va bene pure quello. Ciò che rimaneva - si sperava, almeno - era un minimo di elaborazione culturale, una capacità di leggere la realtà, il mondo, la società con occhi diversi. E invece, eccoci al manifesto per il tesseramento di Rifondazione, un bel tacco a spillo di quelli da velina a Palazzo Grazioli, un trampolo Santanché-style, un feticcio dell’erotismo usa-e-getta che va tanto di moda oggi, da villa Certosa al Centro Benessere sulla Salaria, dai tronisti della De Filippi all’immaginario puttaniere che va per la maggiore. Per dieci minuti d’orologio ha fissato quel manifesto cercando di coglierci dentro un’ironia, una critica, un doppiosenso spiazzante che ne svelasse il senso. Inutile. Stavo per darmi del cretino (scemo che sono, non ho capito il messaggio che i compagni di Rifondazione volevano dare!) quando ho letto le argute motivazioni. Che sono le più sceme possibili e immaginabili. Riassumo. Non siamo tristi. Non siamo bacchettoni. Siamo comunisti (comuniste, nel caso). Sentite qui Rosa Rinaldi, responsabile della Comunicazione di Rifondazione: "Volevamo fare delle inversioni di senso, spiegare con ironia che la classe non è un luogo separato. Le nostre donne sono normali, non sono trinariciute, ingolfate dentro giubbotti punitivi. Quando finiscono di lavorare indossano scarpe eleganti escono e vanno a ballare". Capito? Peggio ancora Angela Scarparo: "Si può mettere un pantalone blu serissimo e sotto scarpe rosse e calze a rete". Perfetto per la rubrica "chissenefrega". Ora, naturalmente ognuno si veste come vuole e questo non c’entra né con il comunismo né con la falce né con il martello. Ma un po’ col cervello sì. Perché la sensazione è di vedere ancora una volta (l’ennesima) la rincorsa a un modello dominante che è poi quello seduttivo-berlusconico-televisivo. Non vogliono essere tristi, giusto. Ma cosa c’è di più triste di quei trampoli zoccola-style? Un po’ in ritardo compagni! Qualcuno avverta i cervelloni della comunicazione di Rifondazione che quella roba lì è già morta e sepolta, che è crollata sotto le macerie di Palazzo Grazioli, che fa ridere dai tempi di Noemi in qua, che la filosofia mignottesca di Videocracy ha scandalizzato persino gli americani e stupisce vedere che affascina ancora la direzione di Rifondazione qui da noi. Non solo si insegue un modello estraneo, lontano, un po’ mortificante, ma si sceglie pure un modello in declino, vecchio, sputtanato. Veramente il problema di Rifondazione è che le sue militanti sono percepite come tristi? Sarà, è una cosa che sa tanto di propaganda della destra (la solita solfa, siete tristi, siete noiosi, siete antipatici… ). Veramente vogliono convincerci di non esserlo mettendo la falce e il martello su un tacco a stiletto? C’era una volta l’egemonia culturale comunista. Ora ci sono questi qui. "E’ un’idea ironica per dire che le nostre donne non sono trinariciute". Perbacco. Ora, con quei tacchi sì che sono allegre! Manca solo il tubino nero, e poi tutte alle feste di papi! In italiano si chiama sudditanza culturale. Ma questi qui non dovevano far piangere i ricchi? E allora, perché piangiamo noi?


(dal sito di Alessandro Robecchi - Sezione Varie ed Eventuali)

*****

L'omonimo.


Il candidato che ha scelto questa immagine e questo slogan si chiama Francesco D'Addario. E' nella lista I Pugliesi per il Presidente che sostiene il centro destra. L'ho trovata nel sito di Alessandro Robecchi con un suo commento, ma credo che in questo caso si possa fare a meno di commenti.

18.2.10

Ingiustizie e casinò. La laurea ad honorem di Robert Skidelsky (di Roberta Carlini)

Un articolo di Roberta Carlini per Sbilanciamoci.info

“Questo crescente divario tra ricchi e poveri è, secondo me, la vera crisi del nostro tempo. E’ una crisi economica, politica e umana.” Così lord Robert Skidelsky, economista noto come “il biografo di Keynes”, ha concluso ieri a Roma la sua lectio magistralis. Roma Tre, la terza e più giovane università di Roma, ha conferito al settantunenne lord la laurea honoris causa, e questo era il motivo formale della presenza al massimo grado di autorità politiche e accademiche. L’altro motivo, più sostanziale, è la grande crisi, che oltre a segnare una cesura nell’economia l’ha tracciata anche nella scienza economica. Così da un po’ i keynesiani girano il mondo come madonne pellegrine (per dire, pochi giorni fa il gotha della Luiss ha omaggiato Joe Stiglitz), mentre i chicaghiani e loro simpatizzanti fanno autocritica o svicolano.

Qualche piccola nota di premessa: si inaugurava l’anno accademico, e il rettore Guido Fabiani non poteva non dire che tutti gli anni accademici sono assai a rischio, per i tagli del governo al sistema dell’università. Il ministro competente, Maria Stella Gelmini, non c’era, ma ha mandato il suo “referente omaggio” (sic). C’erano invece studenti, docenti, tecnici, popolo universitario vario. Sul palco, con le toghe, una sola donna tra una ventina di maschi. Arriva il presidente della Repubblica. Corazzieri, consegna del diploma, frasi di rito in latino, la lezione può cominciare.

The continuing relevance of Keynes

, è il titolo scelto da Skidelsky: che infatti, a conferma di quella lunga durata, intreccia da subito la storia del pensiero economico con la lettura di quel che sta accadendo oggi.
“L’opinione più diffusa sul recente crollo bancario è che sia stato causato dall’errata valutazione del rischio”. Opinione fallace, dice Skidelsky: parlare di “rischio” dà l’impressione di avere di fronte una serie di probabilità calcolabili; meglio invece parlare di “incertezza”, presenza irriducibile e incalcolabile nell’economia come scienza umana. Che però ha coltivato la pretesa di farsi scienza naturale; pretesa liquidabile così, usando le parole di Keynes sulla mela di Newton e la “mela umana”: “E’ come se la caduta a terra della mela dipendesse dalle motivazioni della mela, se vale la pena di cadere a terra, se la terra volesse la caduta della mela, e dai calcoli errati della mela su quanto dista il centro della terra”. Invece nulla sappiamo delle motivazioni della mela e di tutto il resto, dunque quelli sul futuro non sono calcoli ma scommesse: la concezione keynesiana dell’incertezza, le sue descrizioni delle bolle speculative e dello sviluppo del capitale come “sottoprodotto delle attività di un casinò” restano, per Skidelsky (e non solo per lui) “la migliore spiegazione teorica per il tracollo dell’autunno 2008”.
Ma non la sola. Perché all’origine del crollo c’è anche l’esplosione della diseguaglianza, che ha terremotato la nostra struttura sociale ed economica; per capire bene cos’è successo, e cercare dei rimedi, dice il biografo di Keynes, abbiamo bisogno di intrecciare le teorie keynesiane con quelle neo-ricardiane, tentare di leggere insieme Keynes, il “salvatore” del capitalismo, e il grande economista italiano da lui portato a Cambridge (“nonostante il fatto che Sraffa provasse orrore per l’insegnamento”). La grande cesura si ha con gli anni ‘80, è da allora che succede qualcosa di nuovo: le disparità di reddito tornano ad aumentare, fino a livelli “che erano normali negli anni ‘20, ma che pensavamo fossero stati eliminati”. Nel mondo occidentale, per la prima volta “il livello mediano dei redditi è sceso come percentuale del prodotto interno lordo”. La diseguaglianza è aumentata tra mondo ricco e mondo povero, e all’interno del mondo ricco, per un concorso di cause: per “l’abbandono della politica della piena occupazione, per la deregolamentazione del sistema finanziario e la fine del controllo nazionale sui capitali”.
Uno stato delle cose che ha posto le premesse della crisi: “il welfare state come base del contratto sociale è stato sostituito dall’accesso al credito”. I poveri hanno cercato protezione nell’indebitamento, sono entrati nel casinò, alimentando bolle su bolle, fino al crollo e a una crisi “economica, politica e umana”. Per superare la quale, ha concluso Skidelsky, “abbiamo bisogno di una nuova economia politica radicata in Keynes, ma che si ispiri ai neo-ricardiani, nonché di un modo più umano per mettere in atto la scienza economica”. E di un grande coraggio politico, ha aggiunto a braccio.
La lezione di Skidelsky si può recuperare in inglese dal sito di Roma Tre. C'è anche una bella laudatio di Paolo Leon, una curiosa "biografia del biografo".

17.2.10

Morire di carcere

Ho ascoltato a Radio Radicale una lunga conferenza stampa di cui riporto il link:
Parlavano genitori, congiunti, avvocati di persone morte in carcere o di carcere. Le storie, orribili, mi hanno commosso fino alle lacrime.
Mi sono chiesto che cosa sia diventato il carcere in questo paese, perché così spesso la detenzione (anche di persone in attesa di giudizio) diventi una condanna a morte. La cosa più orribile è ascoltare dell’insensibilità di agenti, medici, infermieri, magistrati, dirigenti, ministri, deputati. E’ gente come noi, sono persone che hanno genitori e figli, che amano e si divertono, si annoiano e si ammalano. Ma di fronte alle domande stringenti e angosciose di chi non ha più il figlio, la figlia, il fratello, la sorella, di chi giustamente chiede conto, svicolano, imbrogliano, si nascondono, non rispondono, archiviano, insabbiano. E non si vergognano. E riescono a dormire.
Sono persone normali anche quelli pensano che, in fondo, i carcerati se lo meritano. Quelli che dicono che per i delinquenti non si possono usare tante garanzie, che non c’è un soldo per le brave persone, figurarsi per gli altri. E quando apprendono che il detenuto malato, anche grave, viene spesso lasciato senza cure, nicchiano. E se scoprono che spesso il detenuto malato viene visitato tre giorni dopo, e per di più in fretta e in furia, si dicono: “Che cosa pretendono questi criminali? Anche noi aspettiamo due mesi per una visita specialistica e siamo persone per bene”. E’ tutta gente che si considera normale, brava e buona, che si preoccupa per l’avvenire dei figli e per la propria salute. E riesce a dormire.
Forse sbaglio, ma abituato a ragionare in termini politici mi chiedo: come è diventato questo paese? come pretende di chiamarsi civile e democratico, umano e cristiano? e io, come resisto a viverci senza ribellarmi, senza gridare, senza impazzire? E poi: è diventato così o lo è sempre stato? E ci eravamo illusi di averlo cambiato in meglio? E c’è qualcosa che si possa fare in questo regime odioso, corruttore e manipolatore? Ed è così solo qui in Italia, o dappertutto?
Ora come ora non trovo risposte. Mi sento solo di gridare la mia rabbia.

L'uomo che uccise il socialismo italiano (da "Ad Est"- febbraio 2010)

L'articolo è ripreso dal numero di febbraio di Ad Est, il mensile diretto da Gaetano (Gato) Alessi.

Craxi. Val la pena ricordarlo?

In tanti si affannano in questi giorni a celebrare Craxi. Qualcuno si spinge oltre: denuncia in Mani Pulite il complotto che avrebbe distrutto con il suo leader anche il Psi, il più antico partito italiano. La memoria e la documentazione raccontano un’altra storia, in cui la vittima resta il Psi, ma l’assassino se non Craxi è il craxismo.

Bettino Craxi giunse alla guida del Psi nell’estate del 1976. Una alleanza trasversale alle correnti estrometteva il vecchio De Martino e dava spazio a dirigenti più giovani e ambiziosi. Il Psi del tempo era fortemente ancorato a sinistra; conservava una base operaia e popolare, aspirava a grandi riforme sociali, aveva un rapporto con i settori più libertari del movimento studentesco. Nel Psi siciliano – è vero – imperversava il “lauricellismo”, un assetto notabilare con forti elementi di clientelismo, ma perfino qui viveva una sensibilità di sinistra. Non di rado a noi comunisti accadeva di sentirci scavalcati non solo sulle libertà civili, ma anche sulle questioni sociali. Ed erano spesso degli assessori socialisti - nelle città siciliane - a distinguersi nel tentativo di bloccare speculazione e abusivismo, mentre noi del Pci eravamo più imballati per via del cosiddetto abusivismo di necessità. Nell’Agrigento della frana (1966), del resto, era stato un ministro socialista, Giacomo Mancini, a nominare la temutissima Commissione d’indagine Martuscelli, la cui relazione finale mise in luce un “verminaio” di abusi, illeciti, incurie e complicità.

Dal 1976 tutto cambia: comincia quella che Berlinguer definì “mutazione genetica”. Craxi lancia la sfida a Dc e Pci in nome dell’ “alternativa socialista”, ma cambia il simbolo del partito. Rimpiccioliti e sottomettessi, i tradizionali emblemi del lavoro (falce, martello e libro) lasciano spazio al garofano. Al (quasi) dichiarato distacco dal lavoro corrisponde la sempre maggiore attenzione agli “emergenti” ed ai “rampanti”, esemplificati al massimo grado da Berlusconi.

Negli anni ottanta arrivano nuovi strappi. Il presidente socialista della Repubblica, l’amatissimo Pertini, aveva inaugurato il suo settennato esortando a “svuotare gli arsenali” e a “riempire i granai”; Craxi, invece, sposa senza riserve la corsa al riarmo di Reagan ed offre Comiso come piattaforma per i missili. Nella base socialista alla disaffezione dei vecchi militanti corrisponde l’arrivo di un ceto politico aggressivo e spregiudicato, che coltiva rapporti con l’affarismo (nel Sud delle mafie diventa talora “malaffarismo”) e con i professionisti in carriera.

Con la presidenza del Consiglio (1983) arrivano altri strappi. Con piglio “decisionista” Craxi taglia per decreto la scala mobile sulle retribuzioni e avvia una deriva che in venti anni porterà i salari dei lavoratori italiani agli ultimi posti in Europa. Solo Berlinguer lesse nel decreto un progetto di lunga lena che mirava a impoverire il lavoro e a ridurne diritti e poteri: morì combattendolo. Il successivo referendum fu perso anche per le incertezze del suo partito.

Per i nuovi socialisti intanto è tempo di festa: l’affitto sistematico dei ristoranti di lusso, le campagne elettorali dispendiose, le grandi barche e le grandi crociere, le scenografie di Panseca, il nuovo Rinascimento made in Italy. Due socialisti moderati e spregiudicati come Mancini e Formica dichiarano il loro spaesamento: il primo afferma che non c’è più un partito socialista ma “un partito craxista”, il secondo parla di “nani e ballerine”.

Esaurita l’esperienza del governo arriva il patto con Andreotti e Forlani (il CAF). Craxi rompe anche con la tradizionale tolleranza libertaria dei socialisti e impone norme proibizioniste sulla “cannabis”(il decreto Vassalli-Jervolino). E’ il 1990 e si avvicina la tempesta di Mani pulite.

Quando sarà arrivata, Craxi si presenterà come capro espiatorio, dirà “tutti ladri nessun ladro”. Ma le responsabilità penali vengono comprovate ed ancora di più emergono le responsabilità politiche: proprio al CAF risale il sistema delle tangenti. Il Psi e la Dc scompaiono nel cataclisma giudiziario e si parla di Seconda Repubblica. Craxi, dal canto suo, si sottrae alla pena e passa gli ultimi anni in Tunisia, fino alla morte nel 2000.

Oggi tentano di presentarlo come vittima, ma per fortuna c’è ancora chi s’indigna e protesta per la santificazione di un primo ministro corrotto che morì latitante. Non sarebbe male affiancare all’indignazione la comprensione: c’è un legame tra l’abbandono dei valori della sinistra (lavoro, pace, diritti, partecipazione, ambiente) e il degrado della politica, tra questione sociale e questione morale. Insomma più che su Craxi sarebbe utile interrogarsi sul craxismo. Anche perché – come direbbe Brecht – “è ancora fecondo il ventre che l’ha generato”.

15.2.10

Centorrino da Messina: "Con Marchionne ci parlo io". L'assessore siciliano iscritto al pd spara stupidaggini a raffica.


L’assessore siciliano Mario Centorrino, che ha la delega alla Formazione nella giunta neomilazzista di Lombardo, se l’è presa l’altro ieri con Camilleri, Tomasi di Lampedusa e Sciascia che sarebbero “una sorta di 'sfiga' nei confronti della Sicilia”. La frase è stata giustamente rilevata e sanzionata da molti commentatori. Non posso che aggiungermi al coro e comunicare l’impressione che il Centorrino non ami né la letteratura né la verità.

Ai più, tuttavia, forse è sfuggita qualche altra battuta che l’assessore, un economista iscritto al Pd, si è lasciato sfuggire a Siracusa, in occasione degli Stati generali dell'autonomia. L’uomo parla di nuovo protagonismo del territorio, anche nelle dinamiche relative alle grandi vertenze del lavoro. Ha detto: "La questione del futuro dello stabilimento Fiat di Termini Imerese, ad esempio, oggi la sta trattando il presidente Lombardo, nel senso di livello istituzionale territoriale. Pensate che grande differenza rispetto a dieci anni fa, quando una simile vicenda l'avrebbe trattata un ministro del governo nazionale".

La domanda che volentieri gli rivolgeremmo è secca: tutto ciò è un bene o un male? Oppure, per dirla in un altro modo, la derubricazione da questione nazionale a piccola vertenza territoriale della vicenda aiuta o no gli operai di quello stabilimento conservare il lavoro? Aiuta o no la Sicilia a mantenere la sua base produttiva? La mia impressione netta è che la risposta sia no. Tutt’al più il ruolo più importante che in apparenza esercita il governo regionale può soddisfare la vanità di Lombardo (e di Centorrino). Dire “con Marchionne ci parlo io” è consolazione risibile e ridicola se poi Marchionne ti manda a quel paese.

L’affermazione poi che si starebbe “sostituendo una rappresentanza territoriale a una rappresentanza politica con la quale abbiamo perso contatti e che non ci dice più niente” è involontariamente comica. Sono giorni in cui su una questione fondamentale per la Sicilia - le scelte energetiche, le centrali nucleari e la loro dislocazione - il governo ha ribadito le sue arcinote intenzioni e la volontà di ignorare le istanze delle Regioni, inclusa l’autonoma Regione siciliana. Poco importa che il suo “parlamentino” in maniera pressoché unanime abbia votato una mozione contraria; Berlusconi, Scajola & C hanno mandato a dire ai siciliani: “Noi siamo noi e voi non siete un tubo”. E’ assolutamente vero che ministri come Alfano o come la graziosa Prestigiacomo, servitori obbedienti, sembrano aver perso i contatti con le genti dell’isola e non hanno osato fatto sentire un loro benché timido distinguo, ma l’ascarismo di costoro non aumenta il peso del governo e del parlamento siciliano che resta assai vicino allo zero.

Ultimo carnevale. Un racconto di Lalla Falilulela (con una mia postilla)

da http://falilulela.blogspot.com/2010/02/ultimo-carnevale.html un racconto per questi giorni sperabilmente festosi.

Si erano appena sposati e lei non aveva ancora conosciuto i parenti del marito, suocera in testa. Erano partiti subito dopo la cerimonia diretti a quel paesino, poco più di una spruzzata di case a qualche chilometro da Chieti, dove lui, il marito, era nato e cresciuto.

Le prime ombre della sera già si allungavano a lambire i muri quando la loro macchina si fermò e Valeria, intimidita e quasi soffocata di baci e complimenti, venne fatta entrare.

“Non avete fatto festa per il matrimonio, festeggeremo il carnevale e la maschera più bella sarà premiata” le chiese la suocera volteggiandole intorno curiosa. Valeria sorrise scusandosi, poi con sollievo uscì dalla stanza lasciandosi alle spalle quell’atmosfera un po’ soffocante.

Entrò nella camera: sul letto un abito ‘Charleston’ in velluto di seta nero, una cloche che risultò essere della sua misura e scarpine di vernice. Di lato una maschera, nera e avorio come le scarpe.

Eccitata come una bambina, indossò il vestito e si voltò verso lo specchio dell’armadio.

Si guardò percependo una sensazione di estraneità mentre la stanza si animava di presenze furtive, vibravano nell’aria sospiri, mormorii e una risatina di gola gorgogliava alle sue spalle.

Alle sue spalle?

Che sciocca! La stanchezza e l’emozione di quella lunga giornata le stavano giocando un brutto scherzo – pensò, annodando il nastrino di velluto intorno al collo e fermandolo con un bocciolo di rosa color avorio. Troppo stretto le dette una sensazione di soffocamento. Tentò di allentarlo ma riuscì soltanto a stringere ulteriormente il nodo. Le sue mani afferrarono la rosa di tulle. Sentì sotto le dita inturgidirsi i petali, una spina le punse la mano. La rosa si apriva, viva. Viva? Spalancò la bocca cercando l’aria. Il nastro, quasi fosse stretto da mani invisibili, la stava strangolando. Si gettò contro la finestra annaspando con le mani intorno alla gola e, con le ultime forze, la spalancò, sbilanciandosi nel movimento.

Il suo corpo piombò nel cortile senza un grido, mentre il nastro di velluto si scioglieva, roteando libero nell’aria della sera in uno spampanio di petali luccicanti.

Nel salotto il cicaleccio cresceva d’intensità e tutti commentavano, stupiti, la straordinaria somiglianza di Valeria con la bisnonna del marito, morta suicida precipitando dalla finestra, oh mio Dio!, alla vigilia di carnevale alle otto di sera del….

L’orologio a pendolo emise il primo rintocco. Tacquero le voci, mentre altri sette colpi rimbombavano uno dopo l’altro nel silenzio attonito della casa.

Postilla
Il racconto qui pubblicato mi pare un esempio eccellente di "fantastico quotidiano", un tipo di narrazione che ha in Hoffmann l'iniziatore e in Poe il maestro; ma che ha in Italia solo alcune vette (Pirandello, Buzzati, Calvino) e pochi cultori di valore. L'autore, un'autrice credo, ha un'ottima padronanza della tecnica: in un contesto normale, al limite della banalità, insinua gradatamente l'inquitudine fino all'irrompere di una forza misteriosa, insondabile, che invano si tenta di razionalizzare. E' il perturbante, di cui parlava Freud. Ringrazio l'autrice Lalla Falilulela e rimando ancora una volta al suo blog, ove è possibile rinvenire tante altre cose belle e preziose: cronache d'arte e di musica, commenti d'attualità, memorie, addirittura un romanzo a puntate (http://falilulela.blogspot.com) . Il tutto comunicato con grande rispetto, mai imposto battendo i pugni e coprendo le voci degli altri.

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