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3.9.19

Alvin Kennard. L’incredibile storia del condannato all’ergastolo per aver rubato 50 dollari ((Elena Tebano)

Alvin Kennard

Alvin Kennard aveva appena 22 anni quando, nel 1983, entrò in una panetteria dell’Alabama con un coltello in mano e si fece consegnare dalla cassiera 50,75 dollari in contanti. Nessuno si fece male nella rapina, ma all’epoca in Alabama vigeva l’Habitual Felony Offender Act, nota anche come la «legge dei tre colpi». Visto che era stato già stato condannato a tre anni di libertà vigilata per tre capi d’accusa di furto con scasso (relativi a un solo episodio del 1979), alla quarta condanna ricevette in automatico la pena del carcere a vita senza libertà condizionale. Ora, 36 anni dopo, un giudice ha ordinato che sia liberato dal carcere di Donaldson a Bessemer, racconta il “Guardian”. Quando ha ascoltato la sentenza Kennard, che oggi ha 58 anni, era in manette e vestito con la tuta a strisce del carcere: ha passato così gran parte della sua vita.
La sua storia è talmente assurda, vista soprattutto con lo sguardo della tradizione di diritto europea, da sembrare incredibile. Ma la sua avvocata, Carla Crowder, che è direttrice esecutiva dell’Alabama Appleseed Centre for Law and Justice, dice che ci sono «centinaia» di prigionieri in situazioni simili ancora in carcere perché non hanno avvocati. «È incredibilmente ingiusto che centinaia di persone in Alabama scontino l’ergastolo senza libertà condizionale per crimini non violenti». D’altronde, è bene ricordarlo, è lo stesso Stato che voleva incriminare una donna vittima di una sparatoria perché la pallottola che l’ha ferita ha ucciso il feto che portava in grembo.

Rassegna stampa Corriere della sera, 31 agosto 2019

La Danimarca alza una recinzione al confine con la Germania: oggi per i cinghiali, domani chissà (Sandro Orlando)



Da tre anni la Danimarca ha reintrodotto i controlli alla frontiera con la Germania, ma da poco a separare i due Paesi c’è anche una barriera metallica. Una recinzione di acciaio che corre per 68 chilometri, separando la penisola danese dello Jutland dal Land tedesco dello Schleswig-Holstein. Una rete saldamente ancorata al terreno, ma alta appena un metro e mezzo, perché non è studiata per gli esseri umani, ma per gli animali, nello specifico per i cinghiali, come racconta il settimanale “Der Spiegel”. Perché è con difese come questa che la Danimarca spera di proteggersi dall’epidemia di peste suina africana che dopo essere dilagata da anni nell’Est Europa è arrivata anche in Belgio.
La piccola nazione scandinava ha un’economia che dipende dalla produzione di carne di maiale, e basterebbe solo un capo infetto per decretare automaticamente lo stop alle esportazioni nei Paesi extra Ue, con una perdita di almeno 1,5 miliardi di euro. Il punto è che il virus di questa epidemia viene trasmesso dai cinghiali, e in Danimarca praticamente non ce ne sono: con l’abbattimento di cento capi la popolazione di cinghiali autoctona l’anno scorso è stata dimezzata. Molto diversa invece la situazione in Germania, dove nella scorsa stagione sono stati cacciati più di 800 mila cinghiali.
«La Danimarca non è un Paese razzista, questa recinzione serve solo a combattere un’epidemia potenzialmente devastante — spiega Tariq Halasa, professore di malattie animali all’Università di Copenhagen — e ha senso anche solo se riuscisse a ridurre del 10-20% i rischi di contagio». La precisazione è d’obbligo dopo che Rasmus Paludan, il fondatore del partito anti-islamico Stram Kurs («linea dura») ha chiesto di alzare la recinzione di un altro metro e mezzo, visto che dopo tutto anche gli esseri umani possono trasmettere il virus. Il prossimo anno tedeschi e danesi festeggeranno un secolo di pacifica convivenza, ma di certo si parlerà anche di questa rete che sta guastando il buon rapporto di vicinato.

Rassegna stampa Corriere della sera 28 luglio 2019

22.8.19

Il boom del part-time (Salvatore Cannavò)



Quando si parla di occupazione e mercato del lavoro è bene fare attenzione ai numeri. Anche perché i dati influenzano scelte generali di politica economica e anche le scelte dei banchieri centrali, come dimostra l’ossessione Usa per il tasso di disoccupazione quando si tratta di fissare il livello dei tassi di interesse in chiave anti-inflazione. E la lotta all’inflazione, del resto, costituisce la mission centrale della Bce, contenuta nel suo mandato.
Fare attenzione significa però saper “pesare” i dati occupazionali perché ormai – questa è una caratteristica strutturale del mercato del lavoro – dire occupati non significa che tutti sono occupati allo stesso modo. E dire che i posti di lavoro aumentano non significa che aumenti il tasso di attività di quelli compresi tra i 18 e i 64 anni.
Un elemento disturbatore, ad esempio, è il part-time: formalmente designa un lavoratore o una lavoratrice occupati, ma la sua espansione corre accanto alla stagnazione dei salari complessivi e la sua incidenza sul monte ore lavorate è ovviamente importante. Tra le ragioni della riduzione progressiva dei contratti a tempo indeterminato – che viene ribadita anche dall’ultimo rapporto annuale dell’Inps – c’è il fatto che le altre tipologie contrattuali aumentano. “Infatti nel 2017 – scrive l’Inps – quasi il 20% delle giornate lavorate nel settore dipendente privato risulta afferente ai rapporti di lavoro diversi dal tempo indeterminato classico”. L’incidenza del tempo determinato sul totale “è passata dal 9,9% del 2016 all’11,8% del 2017, l’apprendistato dal 3% al 3,2%, il somministrato dal 2% al 2,4%, lo stagionale dall’1,1% all’1,2%, l’intermittente dallo 0,4% allo 0,6%”.
I dipendenti coinvolti in rapporti di lavoro a tempo determinato e di apprendistato, quindi, “sono aumentati significativamente, passando da 3,7 milioni a 4,6 milioni (quasi un milione di dipendenti in più, +24%)”. E poi c’è il part-time il cui peso è salito “dal 27,4% del 2016 al 28,1% del 2017”. Ma se “si restringe l’osservazione al contratto standard tempo indeterminato-full time verifichiamo che esso assorbe nel 2017 il 59,3% della quantità di lavoro contro il 61,4% del 2016”. Quindi il 40% delle giornate lavorate “è inquadrato con rapporti di lavoro a termine e/o a part-time”.
Nel suo rapporto, l’Inps elabora una misura omogenea del tasso di occupazione, prendendo come unità soltanto la giornata lavorativa e la tipologia di contratto. In tal modo, costruendo una tabella basata sugli “anni-uomo” permette di vedere esattamente l’andamento del mercato del lavoro tra il 2016 e il 2017. Il tempo indeterminato si riduce sia nel full time (-0,7%) che nel part-time (-0,6%), ma il tempo determinato cresce del 15,5% nel full time e, addirittura, del 35,5% nel part-time raggiungendo il 40% degli “anni-uomo” di quella categoria. Forte crescita anche nel settore stagionale dove il part-time cresce del 21% contro un +9,6% per il full time. Mentre solo il lavoro intermittente, che cresce del 49,8%, lo batte.
Si tratta di una rivoluzione lenta ma progressiva del mercato del lavoro e spiega chiaramente perché la curva dei salari sia stabile da almeno 25 anni a questa parte e perché nonostante la formale riduzione della disoccupazione – gli ultimi dati la stimano al 9% – non si verifichi un miglioramento percepibile delle condizioni di vita. Il fenomeno dell’emigrazione dei giovani italiani continua e l’ingresso nel mercato del lavoro continua ad avvenire in forme lentissime e con contratti, come abbiamo visto, sempre meno garantiti.
L’incidenza del part-time, spiega l’Inps, “non risulta tanto correlata al grado di terziarizzazione quanto a configurazioni territoriali dell’attività produttiva”.Così è Prato la provincia con la massima incidenza del part-time nel settore manifatturiero: “Il 40% contro un valore medio nazionale del 12,4%”. I livelli più bassi, invece, si riscontrano in alcune province piemontesi e lombarde: “Il minimo si raggiunge a Vercelli (meno del 7%) ma anche a Milano l’incidenza del part-time nel settore manifatturiero è molto contenuta (meno del 9%)”.
Secondo l’Inps, questa differenza così rilevante del grado di incidenza è indicativa sia di una “diversa vulnerabilità delle strutture produttive”, ma anche dei rischi di irregolarità: “Non di rado, infatti, il part-time è la formula preferita per organizzare il lavoro secondo modalità solo parzialmente regolari”. Tutto ciò, poi, si scarica sulle retribuzioni complessive. L’Inps indica quattro ragioni che spiegano la riduzione o il mancato incremento della retribuzione annua: la quantità di giornate lavorate; la retribuzione media giornaliera; le variazioni nell’orario di lavoro (passaggi da part-time a full time e viceversa); la continuità di prestazione con la medesima azienda. La causa principale delle riduzioni di retribuzione è la contrazione della retribuzione media giornaliera. Ma quasi un milione di lavoratori nel 2017 hanno lavorato meno e percepito una retribuzione media giornaliera inferiore a quella del 2014: “Tra essi il 51% ha cambiato azienda e poco meno della metà lavora a part-time”.
I dati sull’occupazione, scomposti e ricanalizzati alla luce delle effettive dinamiche, sono più che utili per cogliere le tendenze generali dell’economia. Negli Stati Uniti, ad esempio, la Borsa, la Fed e lo stesso governo, prendono la riduzione consistente della disoccupazione come un dato di grande forza economica. Ma se si guarda al tasso di attività, cioè delle persone che sono davvero al lavoro, si nota che il tasso americano, nel 2018 al 62,8%, è ancora più basso di quello del 2007 che era al 63%. Quindi ci sono meno persone al lavoro e ci sono più lavoretti, più situazioni frammentate, sacche di marginalità e di sottoccupazione.
La stessa cosa si può rilevare in Italia, dove l’occupazione sembra aumentare, ma succede con più lavoro parziale, più lavoro intermittente e meno contratti a tempo indeterminato. Poi dice che non si cresce.

Il Fatto Quotidiano 21 agosto 2019

18.8.19

Impariamo da Hegel. Serve un New Deal. Conversazione di Maurizio Ferrera con Axel Honneth

Axel Honneth, filosofo e politologo tedesco, insegna all'Università di Francoforte (ove dirige l'Istituto per la Ricerca Sociale a suo tempo guidato da Horkeimer) e alla Columbia University di New York ed è autore di testi importanti sul socialismo e la libertà.
Feltrinelli ha pubblicato di recente, per la traduzione di Flavio Cuniberto, il suo Riconoscimento. Storia di un'idea europea. Secondo Honneth bisogna reinterpretare il concetto di riconoscimento secondo le linee della tradizione idealista tedesca, per cui il rispetto sociale è parte costitutiva della nostra libertà. Ciò si traduce anche in una nuova concezione della solidarietà europea, che implica l’abbandono della logica dell’austerità. Riprendo qui il testo della conversazione con Maurizio Ferrera apparsa sulla “Lettura” del Corsera qualche mese fa. (S.L.L.)

Axel Honneth Foto di Jürgen Bauer

«Riconoscimento» è un termine alla moda del lessico politico di oggi. Ma che cosa significa? Paul Ricoeur identificava 23 diverse accezioni, a loro volta raggruppabili in tre categorie: riconoscimento come identificazione, come auto-riconoscimento e come mutuo riconoscimento. La terza categoria è quella su cui oggi più si concentra l’attenzione di filosofi e scienziati sociali: riconoscere una persona vuol dire rispettarla come tale, specie nella sfera pubblica. Axel Honneth è uno dei principali protagonisti di questo dibattito. Allievo di Jürgen Habermas, docente a Francoforte, viene spesso in Italia, ospite del Centro internazionale di ricerca per la cultura e la politica europea del San Raffaele di Milano. Nel dialogo che segue, Honneth chiarisce la sua posizione «neo-hegeliana», partendo dal suo libro Riconoscimento, appena uscito in italiano da Feltrinelli.

MAURIZIO FERRERA — La cultura europea moderna ha inventato il concetto di «riconoscimento» ma si è anche divisa sui suoi significati. Nel libro lei richiama tre distinte tradizioni: francese, britannica e tedesca. Esaminiamole brevemente, iniziando da quella francese.
AXEL HONNETH — Dalla prima modernità una corrente del mondo intellettuale francese concepisce la nostra dipendenza dal riconoscimento che proviene dagli altri come qualcosa di pericoloso, perché ci induce a fingere di possedere proprietà individuali che in realtà non abbiamo. Questa visione negativa inizia con i moralisti francesi, in particolare La Rochefoucauld, ed è ripresa in modo più sfumato da Rousseau, secondo cui la dipendenza, la nostra spinta verso l’amour propre, ci induce a dimenticare chi siamo davvero. Tale visione culmina con Essere e nulla di Jean-Paul Sartre. Le caratteristiche che ci riconoscono coloro dai quali dipendiamo ci «reificano», espropriandoci della nostra libertà originaria. È stato sorprendente per me scoprire questa continuità nella concezione francese di riconoscimento.

MAURIZIO FERRERA — Molto diversa dalla concezione britannica, che invece considera il riconoscimento come un incentivo, un’occasione per l’autocontrollo morale individuale.
AXEL HONNETH — Esatto. A partire dall’Illuminismo scozzese, la ricerca individuale di rispetto e onore è stata vista come qualcosa che aiuta a sviluppare autocontrollo morale ed epistemico. L’idea di Hume e di Smith è che la nostra brama di rispetto agli occhi degli altri operi come costante ammonimento a rendere le nostre credenze morali e teoriche coerenti e credibili. Cosicché alla fine queste credenze diventano ragionevoli e congruenti con ciò che si ritiene essere vero e giusto. In poche parole, nella tradizione britannica il riconoscimento stimola l’autocontrollo, la capacità di pensare e agire in modo corretto.

MAURIZIO FERRERA — Nella sua ricostruzione, con Kant, Fichte e soprattutto Hegel la tradizione tedesca ha elaborato una concezione molto più profonda. Il riconoscimento viene visto come una modalità di interazione attraverso la quale gli individui sono autorizzati a esercitare la loro autonomia senza indulgere in alcuna forma di amor proprio. Lei sostiene anche che la concezione dell’idealismo tedesco è superiore alle altre in quanto fornisce una piattaforma di base su cui le altre due tradizioni possono in qualche modo essere innestate.
AXEL HONNETH — Non difendo certo la tradizione dell’idealismo tedesco per sentimenti nazionalistici e nel libro mi sforzo di argomentare la mia posizione. L’enorme vantaggio della tradizione tedesca è di considerare la dipendenza dal rispetto degli altri come qualcosa di costitutivo della nostra capacità di autodeterminazione: senza rispetto non vi sarebbe autorizzazione pubblica a fare uso sociale della nostra libertà individuale e quindi verrebbe a mancare la possibilità di essere considerati esseri razionali. Kant, Fichte ed Hegel propongono versioni diverse di questa concezione ma tutti condividono l’idea che si diventi parte della comunità morale solo nella misura in cui si è riconosciuti dagli altri come agenti autonomi. È la funzione «costitutiva» del riconoscimento a fornire la piattaforma teorica su cui le intuizioni delle altre tradizioni possono essere innestate. Nel libro formulo alcune proposte su come reinterpretare e valorizzare in questo quadro sia la visione negativa della tradizione francese sia la visione positiva britannica.

MAURIZIO FERRERA — Nel libro lei menziona Baruch Spinoza e Francisco Suárez, ma nessun filosofo italiano. Tuttavia si potrebbe sostenere che l’umanesimo italiano fu il primo ad affrontare la questione della diversità, della discordia e delle inevitabili lotte all’interno della società e della politica. Nel suo recente La mente inquieta Massimo Cacciari evidenzia la novità del principio umanista dell’amicitia, la scoperta di affinità al di là e al di sopra delle opposizioni.
AXEL HONNETH — Questo è un punto delicato. Ho deciso di concentrarmi sulle tre tradizioni francese, britannica e tedesca in parte per la mia conoscenza limitata delle altre culture europee e delle loro lingue: non avrei potuto studiare l’Italia o la Spagna con la stessa attenzione e profondità. Ma ci sono altre due ragioni. Ho voluto partire dal momento in cui inizia la dissoluzione del mondo feudale, e spero di non sbagliare dicendo che questa prese avvio in Francia quando la nobiltà fu attaccata dalla borghesia e iniziò un conflitto sui temi del rango e della stima sociali. Inoltre, sono partito dall’intuizione che fossero proprio le culture francese, britannica e tedesca ad avere elaborato le paradigmatiche concezioni su che cosa significhi e implichi trovarsi in una situazione di dipendenza. Tre concezioni che ancora oggi influenzano la nostra auto-comprensione politica e sociale.

MAURIZIO FERRERA — Veniamo a oggi. Il riconoscimento è principalmente riferito alle persone ma può essere utilizzato anche per i popoli. Nella seconda metà del XX secolo, la cultura europea ha fatto da pioniere anche su questo. L’integrazione comunitaria prese avvio come ambizioso progetto di riconciliazione dopo le carneficine di due guerre, basato sul principio dell’eguaglianza politica fra popoli e Stati. Tramite la «cittadinanza europea», il trattato di Maastricht ha poi creato un’area di uguaglianza fra tutti i cittadini, indipendentemente dalla loro nazionalità. Durante l’ultimo decennio, tuttavia, la crisi ha interrotto questo percorso. Come ha notato Habermas, le relazioni fra popoli e cittadini hanno palesemente violato il principio di pari dignità. I Paesi debitori (in particolare la Grecia) sono diventati il bersaglio di valutazioni moralizzanti e di castigo paternalistico da parte dei Paesi creditori. I lavoratori provenienti dagli Stati membri dell’Europa centrale e orientale sono stati accusati di turismo sociale, persino di rubare lavoro. Non stiamo assistendo a una svolta politica pericolosa e regressiva, che tradisce quei principi normativi di riconoscimento fra popoli e fra cittadini che pensavamo irreversibilmente radicati nella cultura europea, almeno a livello di élite?
AXEL HONNETH — Sarebbe uno strano segno di cecità politica negare quegli sviluppi. Il progetto europeo è in profonda crisi. L’unificazione monetaria ha generato crescenti divari economici. Quella che viene falsamente chiamata crisi dei rifugiati ha rispecchiato la diversità di culture e approcci su come trattare i richiedenti asilo che fuggivano da condizioni devastanti nei loro Paesi d’origine. Per superare la crisi occorre una nuova visione sulla solidarietà europea e allo stesso tempo un programma convincente su come superare i divari nelle condizioni di vita tra i diversi Stati membri. Nella conferenza «Marc Bloch» che terrò a giugno su invito dell’École des hautes études en sciences sociales cercherò di delineare alcune idee su questo. La solidarietà europea deve poggiare sulla comune volontà di superare i crimini e i misfatti del passato: solo così sarà possibile mobilitare gli europei verso l’obiettivo di superare divisioni e divari.

MAURIZIO FERRERA — La Germania è il più grande potere economico e politico della Ue: lei non pensa che abbia una particolare responsabilità in questo processo di erosione del riconoscimento fra popoli? Sembra che le élite tedesche abbiano perso la capacità di empatia e reciprocità con partner spesso dati per irrimediabilmente indisciplinati.
AXEL HONNETH — Certo, i divari socioeconomici fra Paesi sono in parte causati dall’insistenza del governo tedesco sulle politiche di austerità, da cui l’economia tedesca trae maggior profitto. Ma questa è solo una faccia della medaglia; l’altra è, come ho detto, la moneta comune e le conseguenze non previste della sua adozione. Dal mio punto di vista c’è bisogno di qualcosa di più grande che un semplice aumento dell’empatia da parte tedesca — un’empatia che tra l’altro si è mostrata più elevata rispetto alla maggioranza degli altri Paesi quando si è trattato di accogliere le masse di rifugiati e di integrarli nella società. Ciò che serve è una sorta di New Deal. Un nuovo contratto sociale per equiparare le condizioni di vita dei popoli europei. Ciò implica l’abbandono dell’austerità e l’adozione di ambiziose misure di investimento economico e sociale. Ispirate dalla volontà di realizzare il bene comune europeo.


La Lettura - Corriere della Sera, 5 maggio 2019

Monarchie. Tutto su Rama X, nuovo sovrano della Thailandia (Francesco Giambertone)



Per sostenere una corona di sette chili d’oro, il principe «don Giovanni» doveva mettere la testa a posto. Niente più apparizioni in canottiera e infradito col barboncino Fufu in braccio, niente più serate esagerate nella sua tenuta di Monaco di Baviera tra donne e alcol: a 66 anni e con un regno finalmente suo, Maha Vajiralongkorn è stato incoronato nuovo re della Thailandia, per i suoi sudditi un gradino sotto al solo Buddha, e ha indossato i panni del sovrano.
Nelle oltre due ore di cerimonia al Gran Palazzo di Bangkok, trasmessa a reti unificate, il nuovo re non si è speso in grandi sorrisi, concentrato com’era a rispettare il rigidissimo protocollo: il bagno di purificazione con l’acqua «santa» di 5 fiumi e 4 laghi, la consegna da parte dei sacerdoti bramini degli oggetti reali simbolo del potere – uno scettro in legno e oro, ma anche una frusta di peli di yak e un paio di elegantissime babbucce —, gli omaggi dei notabili e poi l’arrivo della «Corona della Vittoria» del 1782: una torre dorata alta oltre 60 centimetri, sormontata da un diamante indiano dall’inestimabile valore.
Fuori dal palazzo, la Guardia reale sparava salve di cannone e folle festanti celebravano il nuovo capo di Stato. E non potevano fare altrimenti: la Thailandia, monarchia non più assoluta ma costituzionale dal 1932, conserva con fierezza una legge che può far finire in carcere per «lesa maestà», da 3 a 15 anni, chiunque si azzardi a parlar male del re o della sua famiglia. Così almeno in pubblico nessuno dice quel che molti pensano: il principe playboy, quattro matrimoni all’attivo – ultimo dei quali pochi giorni fa con una ex hostess, prossima regina – e un numero infinito di figli rinnegati, educato (con fatica) da pilota militare tra la Gran Bretagna e l’Australia, non era la figura ideale per rimpiazzare il padre Bhumibol Adulyadej, amatissimo re per 70 anni.
Forse ne dubitava lui stesso: per accettare il trono dopo la morte del papà nel 2016 impiegò nove settimane. Una forma di rispetto, si disse, per un lutto personale e nazionale; ma anche un messaggio di autonomia – ipotizza l’Economist — ai soldati che dal colpo di Stato del 2014 guidano il Paese: re Rama X avrebbe preso le decisioni coi suoi tempi. Da allora si è calato nel nuovo ruolo, mostrandosi di più in pubblico e soprattutto riprendendo il controllo dell’Agenzia della Proprietà della Corona, lo strumento che gestisce il patrimonio immobiliare e gli investimenti della famiglia reale e che vale 40 miliardi di dollari. Ha piazzato i suoi uomini nei ruoli chiave, e gode – se non della stima – almeno della riverenza dei soldati e del primo ministro Prayut Chan-o-cha. Oggi attraverserà la città su un baldacchino: nella sua vita precedente forse ci avrebbe portato anche Fufu, ma quel principe eccentrico e quel barboncino non esistono più.

Corriere della Sera, 5 maggio 2019

15.7.19

La banda dei tre (S.L.L.)



Scrive su fb il mio antico compagno e amico Aldo Zanca: “È facile prevedere come si svilupperà il caso Russiagate di Salvini. L'inchiesta giudiziaria avrà difficoltà a concretizzare delle prove e allora, come sempre in casi del genere, si comincerà a dire che, se non c'è niente di penalmente rilevante. non c'è niente di altro. Non c'è nessuna responsabilità di un ministro fellone, falso sovranista, che in cambio di soldi non esita a vendersi e a vendere la patria a una potenza straniera che sta tentando in tutti i modi di spaccare l'UE”.
Secondo me tocca alla sinistra, culturale, politica, impegnarsi in una battaglia di chiarimento con la pubblica opinione, forzando le chiusure mediatiche e individuando le connessioni con l'altro Russiagate, quello di Trump. I due nemici, USA e Russia, in questa fase della politica mondiale che li vede in guerra su tanti terreni, sembrano avere in comune l'obiettivo di spaccare l'UE. Non a caso Salvini mostra (o mostrava) simpatia per entrambi.

13.7.19

Grazie Tsipras – Da Atene la battaglia continua (Marco Revelli)


Alla fine ce l’hanno fatta, gli ottusi custodi dell’ortodossia europea, a riportare al governo della Grecia coloro che l’avevano mandata in rovina. E a far fuori il miglior governo che quel povero Paese avesse avuto da decenni.
Alexis Tsipras perde le elezioni politiche a testa alta, con Syriza al 31,5% (8 punti percentuali e 300.000 voti in più rispetto a quelli di un mese e mezzo fa alle europee, 8 punti percentuali e 350.000 voti in meno rispetto a quelli presi da Nuova Democrazia di Kyriacos Mitsotakis). Lascia un Paese in ampia parte risanato: ripulito senza dubbio dalla corruzione dilagante che l’aveva divorato, i servizi essenziali restaurati, a cominciare da quelli sanitari, un’economia che ha ricominciato a crescere, la disoccupazione regredita di dieci punti dal picco del 28% del 2013, un credito internazionale riconquistato, la parte più povera della popolazione salvata dal baratro in cui sembrava destinata inevitabilmente a precipitare…
Naturalmente, in questo 7 luglio di elezioni, il pensiero ritorna a quel 14 luglio di tregenda di quattro anni fa, quando i Grandi d’Europa (si fa per dire: uomini piccini piccini al cospetto della Storia) decisero di chiedere la testa del Ribelle che aveva osato sfidarne i dogmi addirittura con un Referendum (crimine inescusabile di lesa maestà chiamare a pronunciarsi il proprio popolo), e imposero una “cura” che avrebbe ammazzato un gigante, figurarsi un piccolo Paese già dissanguato dalle cure letali che l’Eurogruppo con i suoi Memoranda gli aveva elargito. Il messaggio era tanto chiaro quanto feroce: arrendersi o perire. E non c’è dubbio che in quel consesso di lupi fossero in tanti a sperare nella seconda opzione: che quel governo morisse. Che l’eresia greca finisse.
Tsipras scelse di non perire, o meglio di non lasciar morire il proprio popolo (come sarebbe avvenuto se avesse alzato la bandiera dell’orgoglio di partito e fatto saltare quel tavolo di tortura, con la liquidità tagliata dalla Bce, le banche fallite, gli interessi sul debito pubblico alle stelle, ecc.). Decise di affrontare i successivi quattro anni destreggiandosi tra le maglie strette di un dispositivo esplicitamente pro-ciclico, pensato per aggravare anziché alleviare il peso della crisi in nome del dogma dell’austerità neoliberista imperante in Europa, combattendo con l’obbligo a un avanzo primario giugulatorio, e nel contempo mantenendo un qualche scudo sulla parte più povera per garantirle i servizi essenziali (energia elettrica, alimentazione, salute).
Che pagasse un costo in termini elettorali era nell’ordine delle cose: soprattutto da parte di quel ceto medio o medio-alto che nel momento della catastrofe si era affidato all’unica forza non compromessa nelle politiche che avevano preparato il caos. E in fondo la flessione subita è relativamente contenuta: Syriza perde appena 150.000 voti rispetto a quelli con cui nel settembre del 2015 aveva vinto (1.780.000 voti contro 1.926.000). Il suo elettorato popolare, l’anima di sinistra del Paese, nonostante la delusione rispetto alle speranze palingenetiche di allora, ha tenuto, ha capito, ha resistito. Lo dimostra il risultato frazionale ottenuto da Varoufakis che dopo aver puntato tutto sul rancore per il presunto “tradimento” di Tsipras, col suo “Fronte della Dissidenza Realistica Europea” (MeRA25) supera di poco la soglia del 3% raggranellando appena 166.000 voti. E lo stesso andamento del KKE, che addirittura perde sia pur millimetricamente (-0,30% rispetto al 2015) ne è una prova. Se le tre formazioni della sinistra Greca si fossero presentate insieme (esercizio accademico, ma utile a mostrare i danni del settarismo velleitario), sarebbero arrivate prime e avrebbero ottenuto il premio di maggioranza necessario per governare: 2.274.584 voti contro i 2.251.087 di Nuova Democrazia che, per parte sua, vince facendo il pieno di tutti i voti di tutte le destre, da quella moderata a quella radicale (ridotta di due terzi l’Unione dei centristi-Ek, più che dimezzata Alba dorata, con un’emorragia di 215.000 voti su 380.000…).
Passata la grande paura, la Grecia della rendita e del privilegio, della corruzione e della speculazione si è serrata a destra mandando al governo un banchiere di scuola ultra-liberista: l’erede della famiglia politica che truccando i conti e depredando la società aveva condotto il Paese nelle mani della Troika, il quale ora – con un programma scritto di concerto con il Fondo monetario internazionale e le grandi Banche d’investimento globali – si appresta a privatizzare tutto il privatizzabile, a rimuovere i vincoli sociali al mercato del lavoro e ai salari, a ributtare indietro sindacati e lavoratori e a restituire gli eterni privilegi ai privilegiati di sempre, a replicare cioè le politiche che conducono alla rovina. I mercati applaudono (a riprova dell’idiozia politica che li caratterizza storicamente), applaudono le cancellerie europee, dimentiche delle truffe commesse a loro stesso danno da quei conservatori in doppio petto che ora si fingono normalizzatori e sono in realtà predatori, fanno da violini di spalla i grandi giornali “indipendenti” allineati con i loro interessati Consigli d’amministrazione e gli indici di borsa, in attesa del prossimo dies irae…
Tsipras avrebbe potuto giocare la carta della demagogia e del “sovranismo” (per usare un termine abusato). Avrebbe potuto mascherare con la voce grossa scelte in realtà obbligate, maledire e ammonire verbalmente come fanno i populisti di casa nostra, per poi piegarsi di nascosto. Ha preferito parlare il linguaggio sobrio della verità e dei fatti. E ancora: avrebbe potuto giocare la carta sempre vincente del nazionalismo, soffiando sul fuoco della questione macedone, reinventando il nemico, sviando l’attenzione dal disagio sociale all’orgoglio nazionale: ha fatto il contrario. Con uno stile da vero statista ha disinnescato quella mina – ha bonificato quella piaga di confine pericolosa – facendo uno straordinario servizio alla causa della pace europea ma pagando un alto prezzo in termini di consenso (anche popolare). Nelle urne di Nuova democrazia c’è anche un bel po’ di Macedonia.
Per tutto questo noi lo ringraziamo. Syriza rimane una forza potente di opposizione in Grecia e in Europa. Il più grande partito di sinistra del continente. Non è che l’inizio. La battaglia continua.

"Volere volare", 8 luglio 2019

3.7.19

Pesca. Unione Europea 2010: ad ogni pesce la sua misura (Raffaello Masci)


La frittura di pesce potremo averla sempre, ma quella di paranza fatta di pesciolini e molluschi, è fuorilegge dal primo giugno. E di questo si è parlato molto a suo tempo. Meno si sa, invece, che il medesimo provvedimento comunitario (il cosiddetto Regolamento Mediterraneo) che metteva fine a questo piatto tipico, introduceva anche una serie di regole molto restrittive sulla pesca e la commercializzazione di altre specie e sulla dimensione minima degli individui pescati. Sapevate - per esempio - che le orate non devono essere più corte di 20 centimetri dalla bocca fino alla coda? E che le triglie e le sardine piccole vanno bene, ma non al di sotto degli 11 centimetri? E gli sgombri? 18 centimetri. Quanto alle sogliole almeno 20.
Lo so: state diventando pazzi, anche perché le specie per le quali l’Unione europea ha fissato dei limiti dimensionali, al di sotto dei quali siamo nell’illegalità, sono una trentina e comprendono molte prelibatezze strettamente connesse con la tradizione culinaria italiana, un nome per tutti: la tellina.
Per raccapezzarci un minimo in questa materia, possiamo ora fare riferimento a una mappa che Federcoo-pesca (aderente a Confcooperative) ha approntato alla bisogna e che è reperibile sul suo sito.
Intanto la Federazione ci fa sapere che il Regolamento mediterraneo dell’Unione Europea, entrato in vigore il primo giugno, è una norma dettata dalla necessità da una parte di salvaguardare alcune specie a rischio (la balena, lo squalo, ma anche la tellina, il dattero di mare, il pesce palla), e dall’altra di regolamentare la pesca in maniera di poter continuare a pescare. Accadeva, infatti, che il prelievo dal mare di individui troppo giovani impedisse a questi stessi di riprodursi e di mantenere attivo il ricambio della specie. Pescare pesci troppo piccoli - insomma - avrebbe comportato a breve la scomparsa definitiva di quella specie marina.
Per quanto riguarda i pescatori - dice Gilberto Ferrari, direttore di Federcoopesca - dovranno attenersi ad alcune istruzioni. È previsto, per esempio, l’utilizzo di reti con maglie più larghe che rendono impossibile la cattura di specie di piccole dimensioni. Devono, inoltre, tenersi a una distanza dalla costa non inferiore a 1,5 miglia, che diventano 0,3 per le draghe usate per la cattura dei bivalvi che vivono e si riproducono a pochi metri dalla costa. In questo modo alcune specie scompariranno dai nostri piatti, ma bisogna considerare l’obiettivo dichiarato dell’Ue di tutelare le specie a rischio e il nutrimento dei pesci adulti. Queste misure riguardano circa 1000 pescherecci sui 14 mila attivi in Italia, e cioè quelli dedicati alla pesca sotto costa. La Guardia Costiera e le Capitanerie sono gli organi preposti ai controlli, che possono tuttavia essere effettuati anche da altri corpi di Polizìa e dai Carabinieri.
Per quanto riguarda i consumatori, l’associazione degli operatori della pesca mette in guardia sul fatto che oltre a un pescato di dimensioni proibite, circolano nelle pescherie anche specie di minor valore commercializzate per pregiate. Il riferimento è alla platessa spacciata per sogliola, al persico africano per pesce persico, al novellarne di sardine (bianchetto) per pesce ghiaccio Neosalanx, al pesce topo per merluzzo e della vongola comune per vongola verace. Non si può comprare il pesce a cuor leggero. Meno che mai il tonno, considerando come lo pescano e le stragi che ne fanno.

La Stampa, 22 agosto 2010

2.7.19

Curdi. La lunga guerra ignorata nelle montagne della Turchia e dell'Irak (Miriam Sarti 1967) - con un'amara premessa

Ho ritrovato in una copia dell'Unità di oltre 50 anni fa questo articolo (con annessa carina illustrativa) che faceva, allora, il punto sulla questione curda, molto bello e molto chiaro, credo persino utile a comprendere l'oggi di quelle terre martoriate. E ho fatto tra me e me qualche considerazione. 
Primo: la situazione non è per niente migliorata, anzi ... 
Secondo: quelli che ci avevano promesso dopo la fine dell'URSS un mondo unificato e pacificato dal mercato e dal benessere capitalistico si ingannavano e/o ci ingannavano. Forse non è sempre il capitalismo a generare le guerre, che talora hanno radici molto lontane, ma di sicuro le alimenta e se ne alimenta.
Terzo: l'Unione Sovietica, pur con i suoi errori ed orrori gravissimi e tragici, conservava un nocciolo duro delle sue origini internazionalistiche, pacifiste e umanitarie, che immettevano feconde contraddizioni nelle sue stesse politiche imperiali. Non dirò certo "ardatece l'URSS", perché quella specie di comunismo non è crollato solo per l'iniziativa dei suoi nemici, ma perché era fatto molto male; ma credo di poter dire che, senza l'URSS, e nonostante i progressi tecnologici che potrebbero sconfiggere dappertutto la miseria, il mondo è peggiorato. (S.L.L.) 


Un popolo di pastori che lotta per l’indipendenza

Si chiamano « Pesh-merga » (« a favore della vita ») i soldati dell’esercito del leggendario Barzani — Dal crollo dell’Impero Ottomano ai trattati di Losanna — La feroce politica di repressione dei turchi — Le prime rivolte iniziano nel 1930 — La storia del Kurdistan irakeno: dalla vittoria alla nuova clandestinità — Un problema che deve essere risolto all’interno del mondo e dell’unità araba

«Pesh-merga significa nella nostra lingua a favore della vita. Ma sarebbe più giusto tradurre votato alla morte. Votato alla morte per il Kurdistan ». Cosi si definiscono i Pesh-merga. i soldati regolari dell’esercito di Mollati Moustafa Barzani, il leggendario capotribù curdo che ha diretto, attorno agli anni 30, la rivolta contro re Faysal. che ha fondato una libera Repubblica curda nel 1946 su territorio persiano, che è stato costretto all’esilio con alcune centinaia di suoi uomini per quasi dodici anni, che è rientrato come un eroe nazionale a Bagdad nel 1958 e che dal 1961 è in guerra dichiarata contro il governo centrale. Un fanatico separatista? Un «signore della guerra»? Un capo religioso? Un conseguente rivoluzionario? Non è facile dare una risposta a questi interrogatici. E non è nemmeno facile raggiungere i protagonisti di questa guerra, che vivono e combattono nella zona più impervia del massiccio montuoso che sta tra Turchia. Iran e lrak, là dove nascono il Tigri e l’EuJrate e dove la Bibbia vuole sia andata ad infrangersi, dopo il Diluvio, l’Arca di Noè.
René Mauriès, un giornalista francese che, circa un anno fa. è riuscito a raggiungere i guerriglieri e a vivere per alcune settimane nelle zone controllate dal « Consiglio del Comando della Rivoluzione curda» e che ha assistito alla sanguinosa battaglia di Ruwanduz, ha pubblicato recentemente un ampio resoconto del suo viaggio (R. Mauriès: Le Kurdistan ou la mort , ed. Laffont). C’è in queste pagine di reportage da una zona di guerra, una sincera commozione ma anche il tentativo, abbastanza scoperto, di interpretare in chiave nettamente antiaraba (ed antisovietica) una questione come quella curda la cui soluzione non può essere che affidata all’accordo politico.
Anche R. Abdel Rader, in un saggio già recensito dall’Unità. ha collocato la questione curda in questa prospettiva. Anzi, egli pretende addirittura di tracciare un singolare segno di uguaglianza tra il problema curdo e quello israeliano. Si tratta, dice Abdel Rader di « due nazionalismi non arabi che costituiscono in seno al mondo arabo la contraddizione principale capace di determinare un rovesciamento rivoluzionario imminente ». La proposta appare quanto mai arbitraria. Non si vede infatti proprio cosa abbiano in comune il nazionalismo israeliano, con la sua carica aggressiva antiaraba e il suo collegamento internazionale con l’imperialismo, con la battaglia nazionale di un popolo come quello curdo, che colloca le proprie rivendicazioni di autonomia ben all’interno del mondo e dell’unità araba.
Quanti sono i curdi? Persino su questo c’è incertezza. Autorevoli pubblicazioni inglesi parlano di poco più di tre milioni di persone, B. Venier, uno studioso francese di questioni irakene, li fa ammontare a oltre sette milioni. 1 dati statistici, anche quelli che si riferiscono alla popolazione, sono sempre piuttosto approssimativi, in queste zone. Fatto sta che colonie curde più o meno consistenti sono presenti in tutto il Medio Oriente; ma in Irak essi sono circa due milioni, un terzo circa della popolazione complessiva del paese, il più grosso problema nazionale di un paese che è un mosaico di nazionalità.
«Morire per te. Kurdistan, niente è più bello...»: popolo di pastori e di guerrieri (non parlano delle loro gesta perfino Erodoto e Senofonte? non era curdo il Saladino?), i curdi cantano una vigorosa poesia epica. Eppure il Kurdistan, come Stato, non è mai esistito, anche se unità di linguaggio (una variante del persiano), di cultura e di razza ha alimentato per lungo periodo le aspirazioni nazionalistiche di alcuni gruppi.
Ci fu anche un momento, subito dopo la prima guerra mondiale, in cui parve che queste speranze potessero trovare concreta realizzazione. Il Trattato di Sèvres infatti mentre sanciva il crollo e lo smembramento dell’Impero ottomano non si preoccupava di alimentare in funzione antiturca le aspirazioni nazionalistiche di popoli nuovi. Venne quindi stabilito, a favore dei curdi una autonomia estremamente larga fino a prevedere la possibilità di formazione di uno Stato curdo indipendente ove tale volontà fosse stata espressa dalla maggioranza delle popolazioni interessate. Il Trattato di Sèvres venne annullato dai successivi accordi di Losanna; ma che il problema curdo non potesse ricondursi alla irrequietezza di alcuni capitribù è provato anche dal fatto che in quella sede il capo della delegazione turca, Ismet Inonu, fosse costretto a fare dichiarazioni concilianti di questo tipo: «La Turchia è il paese di due popoli. turchi e curdi, e tutti e due hanno ugualmente diritto a governare il paese». Le cose andarono molto diversamente. e la politica kemalista di turchizzazione conobbe episodi di una ferocia inaudita. Persino la parola curdo venne praticamente bandita e sostituita dall’ipocrita termine «turco della montagna ».
Il Kurdistan irakeno comprende la zona di Mossoul, ricca di petrolio. Sì spiega quindi l’attenzione che fin da allora l’Inghilterra portò alla questione, ottenendo finalmente l’inclusione della regione nellTrak sottoposto a suo mandato. Mossoul venne definitivamente assegnata all'lrak nel dicembre del 1925. con una decisione della Società delle Nazioni che sottolineava tuttavia la esigenza di misure particolari per il rispetto della etnia curda.
I curdi furono tanto poco soddisfatti di questa soluzione che si rifiutarono, tra l’altro, di prendere parte al referendum plebiscito con cui l’Inghilterra fece eleggere Re l'Emiro Faysal. E viste costantemente disattese le loro rivendicazioni, diedero vita attorno al 1930 alle prime vere e proprie rivolte. Alta testa di queste si posero i capi di una delle più antiche e «turbolente» tribù della montagna, i Barzani, insieme capi religiosi politici e militari. I fratelli Barzani erano due: il primo, Mahmoud trovò la morte in combattimento. Il secondo, Moustafa. dirige la rivolta dal 1933. Sono passati da allora trentacinque anni. Moustafa Barzani ha conosciuto la vittoria e la ritirata, l’esilio e il trionfo. Ha fondato, nel 1946 la libera Repubblica di Mahabad schiacciata dopo nemmeno un anno dalla repressione congiunta inglese irakena e persiana. Mentre i capi della Repubblica venivano impiccati dopo un processo sommario, Moustafa Barzani con un migliaio di fedelissimi riusciva a sfuggire all’accanito inseguimento nemico attraversando. in pieno inverno, una catena montuosa di duemila metri di altezza per strade impervie da lui solo conosciute, raggiungendo cosi il territorio sovietico.
L’esilio e la clandestinità non impedivano al movimento di riorganizzarsi e di far sentire la sua voce, anche a livello intemazionale, in tutte le possibili sedi. Così dopo la rivoluzione del 14 luglio che rovesciava la monarchia, Moustafa Barzani rientrava trionfalmente a Bagdad dove si incontrava pubblicamente con Kassem. Intanto il poeta curdo Golan. da molti anni in carcere veniva liberato assieme ad altri protagonisti della repubblica di Mahabad, sopravvissuti alla lunga detenzione. La costituzione provvisoria riconosceva l’etnia curda come associata con gli arabi nella nazione irakena, aboliva le vecchie norme che proclamavano l’arabo lingua ufficiale dello stato, apriva ai curdi possibilità larghe di avanzamento e di carriera negli impieghi e nell’esercito, mentre si istituiva una cattedra di lingua e storia curda nell’Università. Il disco d’oro, emblema del Saladino trovava posto sulla bandiera irakena, mentre nello stemma dello Stato, a simboleggiare questa raggiunta unità, si incrociavano il pugnale curdo e la spada araba.
Con il nuovo regime avevano vita legale anche i partiti e tra questi il Partito Democratico del Kurdistan Irakeno (PDK1). Ne era segretario generale lo stesso Moustafa Barzani, naturalmente. (Egli mantiene ancora questa carica, nonostante alcuni fenomeni di crisi che si sono verificati recentemente). Il partito si richiamava alla dottrina scientifica del marxismo leninismo, respingeva in modo esplicito la tentazione nazionalistica precisando le rivendicazioni nazionali «sulla base dell’autonomia interna nel quadro dell’unità irakena», era assai dettagliato infine per quanto si riferiva alle misure di carattere economico da adottare per far uscire il Kurdistan dalle sue più che secolari condizioni di arretratezza (richiedeva ad esempio che una parte delle risorse del sottosuolo venisse dedicata alla industrializzazione della zona). La questione curda si definiva quindi non come uno strumento eversivo della unità irakena, ma come un elemento di tensione per il raggiungimento di obiettivi più avanzali sul piano sociale e politico. Questi obiettivi, che erano del resto comuni al movimento democratico irakeno in quel periodo, non vennero raggiunti, e mentre aumentava il disagio delle popolazioni per le crescenti difficoltà economiche, cresceva anche il disagio di coloro che avevano creduto negli impegni di Kassem. Dalle polemiche di stampa si passò rapidamente alle misure di polizia, alle prime repressioni, finché nell’ottobre del 1961 il PDK1 venne di nuovo messo fuori legge e i suoi beni confiscati.
Moustafa Barzani aveva già lasciato la favolosa villa alla periferia di Bagdad che il regime aveva messo a sua disposizione (era la villa del vecchio Nouri Saìd, consigliere di Re Faysal che la popolazione aveva linciato all’alba del 14 luglio), ed era tornato tra le sue montagne. Da allora, reparti regolari dell’esercito irakeno sono impegnati nell’opera di repressione, ma senza risultato. I Pesh-merga subiscono dure perdite, e ne infliggono, controllano vaste zone dell’interno e della montagna organizzando la vita civile ed economica di quelle popolazioni, resistono agli attacchi frontali ed ai bombardamenti. Ma sette anni di guerra sono duri: villaggi e paesi interi sono distrutti dai bombardamenti e svuotati dalla carestia, migliaia di feriti sono privi di cure e di medicine. Sulle montagne del Kurdistan d’inverno la temperatura scende ai 20 gradi sottozero.
L’ultima grande offensiva contro i guerriglieri curdi è stata lanciata senza successo lo scorso anno; e a Ruwanduz. i Pesh-merga e le armate regolari hanno avuto migliaia di morti. « Ogni famiglia irakena — notava allora il corrispondente di Le Monde — ha ormai un parente o un amico morto o ferito nella guerra contro i curdi ». Il governo centrale sembra aver fatto, da allora, alcuni passi con creti avanti per giungere ad una regolamentazione pacifica del conflitto attraverso una presa di contatto con Barzani per definire le condizioni non solo del cessate il fuoco — praticamente in atto da allora — ma anche di un rientro del movimento curdo nella legalità. Lo stesso Moustafa Barzani dichiarava: « Non è possibile nessuna soluzione militare, Nè per noi nè per Bagdad. Bisogna convincersene ».
Probabilmente il governo Bazzaz n’è convinto, anche se non è un mistero che gruppi consistenti di militari si oppongono ad una soluzione politica del conflitto che necessariamente significa garanzie e concessioni al movimento curdo. Il tentativo di colpo di Stato della fine del giugno 1966, tentativo fallito per la pronta reazione governativa, ne è una riprova.
Anche per trattare, non solo per combattere, ci vuole coraggio.
Tra le molte contraddizioni e problemi che lo travagliano il movimento democratico arabo ha di fronte anche questo, non il più piccolo nè il più trascurabile.

"l'Unità" , 18 ottobre 1967

25.6.19

Machiavelli oggi. Élite e popolo, il confronto che dura da secoli (Carlo Galli)


Machiavelli pensa la politica a partire dall’esperienza concreta, e dall’esigenza, del resto ovvia, che l’agire politico sia efficace. Quindi la politica deve obbedire alle esigenze interne alla «cosa stessa», alla logica del successo, della sopravvivenza e dell’accrescimento della potenza, e non può affidarsi a precetti morali astratti, a priori. Machiavelli pensa in una fase storica in cui da tempo il rapporto fra religione e politica non è più vitale – di lì a poco quel rapporto diventerà mortale, sarà la causa delle guerre civili di religione in Europa, che nondimeno egli non fece in tempo a vedere –. Una fase storica in cui la politica si carica di intensità, di autonomia, di rischiosità (quel rischio che egli definisce «fortuna»).
C’è tuttavia in lui, oltre al realismo di chi cerca di conoscere e padroneggiare ciò che «è» – ossia i concreti rapporti di potere, i conflitti, le occasioni per difendersi e per offendere –, anche una sorta di realismo del «dover essere»: l’agire politico non può esporsi al disprezzo e all’odio di chi nella politica è comunque coinvolto, cioè del popolo. Una sorta di «consenso», di condivisione di ideali e di interessi, fra élites e popolo, è sempre richiesto; perché l’agire politico sia vitale e condiviso deve essere concreto, adattarsi alle circostanze, essere iscrivibile in un senso comune, produrre egemonia. La politica non è solo tecnica del potere; o meglio, il potere non è solo tecnica: è accortezza e forza (volpe e leone), è agire efficace condiviso, è prassi comune. Il principe non è un profeta disarmato che crede che gli Stati si governino con i Paternostri, ma non è neppure un tiranno avido e crudele: anzi dà le armi al popolo; la repubblica, poi, vive del conflitto (non totale, ma neppure del tutto neutralizzato) fra le parti sociali per la conquista del potere.
Insomma, il pensiero di Machiavelli non consiste in un manuale di consigli (malvagi) ai potenti, come pure fu interpretato per secoli: sarebbe una sorta di moralismo rovesciato, un’astrazione di segno diverso. Consiste piuttosto nella scoperta della forza e della rischiosità della politica, della sua necessità (non ne possiamo fare a meno) e della sua aleatorietà (è un territorio sempre insidioso, non sorretto da alcuna configurazione etica trascendente, né da alcun ordine razionale). È, questa, una scoperta paragonabile a quella, più o meno coeva, dell’America, di un nuovo mondo.
Tutto ciò è assai lontano non solo dal modo tradizionale di pensare la politica come parte di un’etica religiosamente fondata, ma anche dalla modalità con cui il pensiero moderno mainstream pensa la politica: cioè come contrapposizione fra individuo privato, dotato di diritti morali ed economici, da una parte, e potere pubblico dall’altra. Questa modalità ha avuto una valenza critica verso il potere assoluto, ma più spesso è ormai solo lo strumento della delegittimazione radicale fra avversari. Al contrario, il pensiero di Machiavelli non è individualistico, né moralistico, e neppure economicistico: non si fonda, insomma, su diritti dei singoli, delle persone, da rispettare, da implementare e da difendere rispetto allo Stato. E non prevede neppure la costruzione dello Stato attraverso un contratto razionale che coinvolga tutti i cittadini in vista di un bene comune – la pace, in cui i singoli possano perseguire i propri fini, soprattutto economici, sotto la protezione della legge –. La proprietà, la legalità, il singolo, hanno certamente un posto nel suo pensiero: non li si può violare con leggerezza, li si deve rispettare quando si può, ma la politica non si riduce alla loro affermazione e alla loro difesa: è molto di più. È energia, è determinazione – decisa, e tuttavia sempre incerta – di un destino collettivo; è partecipazione libera alla vita collettiva, ai suoi conflitti di potere, alle sue aspre necessità, alle sue glorie mondane.
Sta qui l’intrinseca moralità della politica. La politica è morale non perché debba rispettare alcuni principi ad essa esterni o superiori, ma perché è principio di se stessa, dovere a se stessa. Non perché si inchina alla trascendenza ma perché prende sul serio l’immanenza. Non perché nasce dai diritti e dalla volontà dei singoli, ma perché l’uomo raggiunge la propria pienezza solo se vive la politica, se vive civicamente; altrimenti è un uomo «privato», diminuito. Oggi diremmo «alienato». Il privato è un uomo dimezzato sia che conduca una vita sociale pensando solo al denaro e alla ricchezza; sia che voglia condurre la vita seguendo la morale religiosa, astratta, perché ciò può avvenire solo se si ritira in convento. Lo schema che contrappone i diritti individuali al potere politico, o la morale alla politica, non fa parte del pensiero di Machiavelli, che si costruisce piuttosto intorno allo schema inerzia-energia, privato-civile.
La grandissima nuova attenzione a Machiavelli, che oggi si constata, significa che si sente un nuovo bisogno di politica. Di una politica che, certo, ripristini il rispetto per l’uomo e per i suoi diritti (che per noi, a differenza che per Machiavelli, sono primari, e che sono spesso violati benché tutto il mondo occidentale li ponga a proprio fondamento), e che li ripristini proprio attraverso la critica della riduzione della politica ad ancella dell’economia, o della morale; attraverso, cioè, la ripresa di una politica attiva, energica, partecipata, non individualistica, economicistica o moralistica. Di una politica, quindi, che non sia solo «richiesta» di diritti, ma che sappia essere «conquista» di una più piena umanità. Insomma, oggi una decente democrazia si conquista grazie alla politica, più che con il ricorso alla morale – fin troppo utilizzata, da tutti, come mezzo di lotta politica –, e certo ben più che con il dominio sfrenato dell’attività economica privata. Cioè grazie alla lotta, alla partecipazione, alla serietà spregiudicata ma non arbitraria, che Machiavelli individua come essenza della politica. A differenza di quanto credeva don Ferrante, il Segretario fiorentino non è «mariuolo, ma profondo»; piuttosto, è «realista, ma umano». Per questo oggi il suo lascito non è più oggetto di critica scandalizzata, e anzi entra a far parte di ogni pensiero veramente critico.

Nella rivista «formiche», n. 147, maggio 2019

L’operaio indio e la sinistra ibrida. Intervista a García Linera, vicepresidente della Bolivia (Marcello Musto)


Álvaro García Linera, vicepresidente della Bolivia e cultore di Gramsci, indica un nuovo orizzonte per le forze progressiste. «Sin dalle rivolte degli indigeni oppressi nel mio Paese, ho capito che occorre mettere insieme le lotte del lavoro e quelle identitarie dei popoli. In America Latina la destra può ottenere successi ma non ha un’idea di futuro».


Teorico marxista ed ex guerrigliero, il vicepresidente della Bolivia, Álvaro García Linera, è tra le voci più originali della sinistra latino-americana. Abbiamo conversato con lui sulla situazione delle forze progressiste in quella regione e nel resto del mondo. Il suo impegno politico è contraddistinto dalla consapevolezza che la gran parte delle organizzazioni comuniste latino-americane, non essendo capaci di parlare alla maggioranza delle classi popolari, erano destinate a una mera funzione testimoniale. In Bolivia, ad esempio, il loro richiamarsi al marxismo-leninismo più schematico ed economicista impedì di riconoscere — e di porre al centro del loro agire politico — la peculiarità della questione indigena. Le popolazioni native furono assimilate a una indistinta massa contadina «piccolo-borghese», priva di potenziale rivoluzionario.

Come ha capito che era necessario costruire una sinistra radicalmente differente?
«In Bolivia, gli alimenti erano prodotti dai contadini indigeni, gli edifici e le case erano costruite dagli operai indigeni, le strade venivano pulite dagli indigeni e ad essi l’élite e la classe media affidavano anche la cura dei loro bambini. Ciò nonostante, la sinistra tradizionale sembrava cieca e si occupava solo degli operai della grande industria, senza prestare neanche attenzione alla loro identità etnica. Questi erano importanti per il lavoro nelle miniere, ma costituivano un settore minoritario al confronto dei lavoratori indigeni, discriminati per la loro identità e sfruttati ancora più dei primi. Dalla fine degli anni Settanta, però, la popolazione aymara organizzò delle grandi mobilitazioni, sia contro la dittatura sia contro i governi democratici nati dopo la sua caduta. Lo fecero orgogliosamente con la loro lingua e simbologia, in maniera autonoma — attraverso comunità confederate di campesinos — e proponendo la nascita di una nazione a guida indigena. Fu un momento di rivelazione sociale».

Lei come reagì?
«Io ero studente al liceo e fui colpito da questa insorgenza indigena collettiva. Mi parve chiaro che il discorso della sinistra classica sulle lotte sociali, incentrato soltanto su operai e borghesia, fosse parziale e insostenibile. Esso doveva incorporare la tematica indigena e compiere una riflessione sulla comunità agraria, ovvero sulla proprietà collettiva della terra come base dell’organizzazione sociale. Inoltre, per comprendere le donne e gli uomini che costituivano la maggioranza del Paese, i quali rivendicavano una differente storia e collocazione nel mondo, era necessario approfondire la problematica etnico-nazionale delle popolazioni oppresse. Per fare ciò lo schematismo dei manuali marxisti mi parve insufficiente e mi misi a cercare altri riferimenti, dall’ideologia indianista al Marx che, con gli scritti sulle lotte anticoloniali e sulla comune agraria in Russia, aveva arricchito la sua analisi sulle nazioni oppresse».

Il tema della complessità del soggetto della trasformazione sociale, che ha caratterizzato la sua riflessione e militanza politica, è divenuto, con il passare del tempo, una discussione imprescindibile per tutti i progressisti. Tramontata la prospettiva del proletariato quale unica forza in grado di abbattere il capitalismo e dissoltosi il mito dell’avanguardia rivoluzionaria, da dove deve ripartire la sinistra?
«Il problema della sinistra tradizionale è stato quello di avere confuso il concetto di “condizione operaia” con una specifica forma storica del lavoro salariato. La prima si è universalizzata ed è divenuta una condizione materiale planetaria. Non è vero che il mondo del lavoro stia scomparendo. In realtà, non ci sono mai stati tanti operai e operaie nel mondo e in ogni Paese. Tuttavia, questa gigantesca operaizzazione planetaria della forza lavoro è avvenuta mentre si dissolvevano le strutture sindacali e politiche esistenti. Così, paradossalmente, in un’epoca nella quale è stato mercantilizzato ogni aspetto della vita umana, pare che tutto si svolga come se non vi fossero più operai».

Come si caratterizzano oggi le lotte sociali?
«La nuova classe operaia non si riunifica prevalentemente attorno alla problematica lavorativa. Non ha ancora la forza organizzativa per poterlo fare e, forse, sarà così per molto tempo ancora. Le mobilitazioni sociali non avvengono più tramite le forme classiche dell’azione operaia centralizzata, ma mediante forme sociali anfibie, nelle quali si mescolano professioni diverse, tematiche trasversali e forme associative flessibili, fluide e mutevoli. Si tratta di nuove forme di azioni collettive poste in essere dai lavoratori, anche se, in molti casi, esse lasciano emergere, più che l’identità lavorativa, altre fisionomie complementari, come quella dei conglomerati territoriali, o dei gruppi nati per rivendicare il diritto alla salute, all’educazione, o ai trasporti. La sinistra, invece di muovere rimproveri a queste lotte perché si sviluppano con modalità diverse dal passato, deve rivolgere attenzione all’ibridazione, all’eterogeneità del sociale. Deve farlo, in primo luogo, per comprendere i conflitti e, poi, per rafforzarli e contribuire ad articolarli con altre lotte a livello locale, nazionale e internazionale. Il soggetto del cambiamento è ancora il “lavoro vivo”: i lavoratori che vendono la loro forza lavoro in modi molteplici. Le forme organizzative, i discorsi e le identità sono, però, molto differenti da ciò che abbiamo conosciuto nel XX secolo».

Lei cita spesso Antonio Gramsci. Quanto è stato importante per l’elaborazione delle sue scelte politiche?
«Gramsci è stato un autore decisivo per lo sviluppo delle mie riflessioni. Ho iniziato a leggerlo che ero molto giovane, quando i suoi testi circolavano tra un colpo di Stato e un altro. Fin da allora, a differenza dei tanti scritti contenenti analisi economicistiche o formulazioni filosofiche incentrate più sull’estetica delle parole che non sulla realtà, Gramsci mi aiutava a maturare uno sguardo differente. Egli parlava di linguaggio, letteratura, educazione, senso comune, ovvero di temi apparentemente secondari, ma che, in realtà, formano la trama reale della quotidianità degli individui, quella che determina le loro percezioni e le inclinazioni politiche collettive. Da quella prima volta, torno regolarmente a leggere Gramsci ed egli mi rivela sempre cose nuove, in particolare rispetto alla formazione molecolare dello Stato. Sono convinto che il rinnovamento del marxismo nel mondo abbia in Gramsci un pensatore indispensabile».

Negli ultimi quattro anni, in quasi tutto il Sud America sono andati al potere governi che si ispirano a ideologie reazionarie e ripropongono l’agenda economica neoliberista. L’elezione di Jair Bolsonaro in Brasile costituisce l’esempio più eclatante di questo fenomeno. Questa svolta a destra è destinata a durare a lungo?
«Credo che il grande problema della destra mondiale sia quello di essere rimasta senza una narrazione del futuro. Gli Stati che propugnavano la liturgia del libero mercato costruiscono muri contro migranti e merci, come se i loro presidenti fossero moderni signori feudali. Quanti chiedevano privatizzazioni si appellano oggi a quello stesso Stato così tanto vilipeso, affinché li salvi dai loro debiti. Coloro che erano in favore della globalizzazione e parlavano di un mondo finalmente unificato, si appigliano, adesso, al pretesto della “sicurezza continentale”. Viviamo in uno stato di caos planetario e, in questo scenario, è difficile prevedere quale profilo assumeranno le nuove destre latino-americane. Saranno in favore della globalizzazione o protezioniste? Attueranno delle politiche di privatizzazione o misure stataliste? A queste domande non sanno rispondere neanche loro stessi, poiché navigano in un mare di confusione ed esprimono solo vedute di corto respiro. Le destre non rappresentano il futuro al quale la società latino-americana può affidare le sue aspettative di lungo termine. Al contrario, causano l’aumento delle ingiustizie e delle diseguaglianze. L’unico futuro tangibile per le nuove generazioni consiste nell’angustia dell’incertezza».

Che cosa deve fare la sinistra latinoamericana per invertire lo stato delle cose e aprire un nuovo ciclo di partecipazione politica e di emancipazione?
«Ci sono le condizioni affinché si sviluppi una nuova stagione progressista che vada oltre quanto è già stato realizzato nello scorso decennio. In questo contesto molto indefinito, c’è spazio per proposte alternative e per una predisposizione collettiva verso nuovi orizzonti, fondati sulla partecipazione reale delle persone e sul superamento, ecologicamente sostenibile, delle ingiustizie sociali. Il grande compito della sinistra è quello di delineare, superando i limiti e gli errori del socialismo del XX secolo, un nuovo orizzonte fondato sulla soluzione delle questioni concrete che procurano sofferenza alle persone. Servirebbe un “nuovo principio speranza” — a prescindere dal nome che gli daremo — che inalberi luguaglianza, la libertà sociale, l’universalità dei diritti e delle capacità quali fondamento dell’autodeterminazione collettiva».

La lettura – Corriere della sera, 9 giugno 2019

19.6.19

Il business del dolore (Alessandra Coppola e Gianni Santucci)

La dipendenza da oppioidi è la più devastante crisi di salute pubblica degli Usa: 70 mila morti di overdose nel 2017. Sotto accusa la Purdue Pharma e la prescrizione di OxyContin. 
Per la prima volta in Europa, a Parma, è stata aperta un’inchiesta che ha portato a 19 arresti. Figura chiave un medico, all’epoca ordinario di Anestesia e «padre» della legge sulle cure palliative.


Il letto matrimoniale è a poppa, comodini a specchio, armadi di legno, forno a microonde, frigo grande in cucina e pure a pozzetto nel gavone, scarico del Wc silenziato, scafo di un elegante color crema a mollo nel porto di La Spezia. Un bello yacht, il Pasimafi V, non c’è che dire. A consultare l’elenco delle dotazioni nella scheda di «Nautipedia» lo capisce anche un profano. Vale parecchie migliaia di euro e il dottore Guido Fanelli lo esibisce compiaciuto. Il sodale fa una battuta: sulla prua andrebbe stampigliato il logo della Mundipharma. Il medico replica altezzoso che piuttosto dovrebbero essere le sue iniziali, «G.F.», a comparire sul conto di un dirigente della casa farmaceutica per tutti i milioni che è riuscito a portare in cassa.
I carabinieri sono in ascolto: rappresentazione plastica dei profitti illeciti a danno dei malati, «Pasimafi» diventa il nome di un’inchiesta che a maggio del 2017 porta all’arresto di 19 dirigenti, imprenditori e medici (in corso le udienze preliminari per decidere il rinvio a giudizio). Tra gli indagati, Guido Fanelli, all’epoca ordinario di Anestesia, direttore della struttura dedicata alla terapia antalgica all’Ospedale Maggiore di Parma. «Re» della lotta al dolore; «padre» della legge sulle cure palliative: ma anche — secondo l’accusa — dominus di un sistema perverso per spingere il consumo di farmaci «pesanti» (oppioidi) anche in Italia.
Fino a qui, sarebbe solo un capitolo di presunta corruzione nella sanità italiana. Nelle pagine di quell’inchiesta c’è però un filo che si collega a un’ecatombe: i 70 mila morti di overdose negli Usa (anno 2017), la più imponente strage di droga nella storia del mondo occidentale. Tutto è iniziato dai farmaci. Gli stessi farmaci: curano il dolore, ma possono creare una dipendenza pari a quella dall’eroina. L’agenzia americana« Associated Press» ha appena riletto le carte del procedimento di Parma per mettere in luce un aspetto finora sottovalutato: non si tratta solo di una grossa indagine della Procura e dei Carabinieri del Nas; «Pasimafi» è il primo caso conosciuto fuori dagli Stati Uniti in cui viene implicata (tra le altre) la Mundipharma, ramo europeo della Purdue Pharma, l’impero farmaceutico della famiglia Sackler, sotto accusa per aver innescato l’«epidemia degli oppioidi».
Quella che è in corso in America è la più devastante crisi di salute pubblica degli ultimi decenni, peggiore del contagio da Hiv negli Ottanta. Per due anni di seguito si è abbassata l’aspettativa di vita della popolazione: non accadeva dalla Seconda guerra mondiale. La causa è in un numero spropositato di overdose. Il disastro è maturato in meno di vent’anni e in tre ondate: punto uno, il dilagare delle prescrizioni di antidolorifici oppioidi (parenti da laboratorio di morfina ed eroina) che ha creato una base di dipendenza nella popolazione; su questo, i trafficanti di droga hanno iniziato a inondare le strade di eroina; infine, hanno mescolato all’eroina il Fentanyl, la più potente medicina di quella famiglia. In tre anni i morti sono triplicati.
L’atto di incriminazione della Purdue Pharma davanti alla Corte del Massachusetts (pubblicato a gennaio dal «New York Times») racconta origine e progressione dell’epidemia: «Le case farmaceutiche hanno creato questa tragedia ingannando medici e pazienti sugli effetti dei farmaci». L’innesco è legato allo sbarco sul mercato dell’OxyContin, medicina contro il dolore con la molecola quasi identica all’eroina. «Da maggio 2007, Purdue ha venduto più di 70 milioni di dosi di oppioidi nel Massachusetts, guadagnando oltre 500 milioni di dollari. Per la Purdue, le prescrizioni nel Massachusetts sono state una miniera d’oro. Per i pazienti è stato un massacro. Allo scopo di guadagnare, l’azienda ha studiato una strategia illegale e mortale per ingannare medici e pazienti». In pratica: un esercito di rappresentanti/informatori per visite continue (e spinte) ai medici; convegni e raduni; diffusione di opuscoli, saggi e articoli medici a proprio vantaggio; contrasto «scientifico» ad ogni allerta diramata dalle autorità sull’uso eccessivo di oppioidi.
Lo scenario italiano è completamente diverso, ma è interessante mettere a confronto i meccanismi, che rivelano una strategia globale simile. «La Lettura» lo ha fatto studiando il lavoro del procuratore di Parma, Alfonso D’Avino, e del pubblico ministero Giuseppe Amara, che ha seguito le indagini e che ora è co-delegato per la fase del giudizio assieme alla collega Paola Dal Monte.
L’inchiesta spiega che è lo stesso Fanelli, intercettato, a vantarsi del «sistema»; usa esattamente questa parola: «Io ho creato un sistema, io solo rispondo di quello, che è tutto “il business del dolore”, e lì mi sembra che le cose le abbiam sistemate». E proprio quando riceve l’incarico di coordinatore del gruppo di lavoro per la stesura della legge (2009), convoca le case farmaceutiche e salda una rete di relazioni, una sorta di gruppo di lavoro clandestino che con ironia nera battezza Pain League («lega del dolore» in parallelo alla Champions League di calcio). Niente di paragonabile agli Stati Uniti, anche grazie al sistema italiano molto più severo sulle prescrizioni. Ma se quei farmaci hanno un valore riconosciuto per alleviare il dolore in caso di malattie drammatiche, è comunque sconcertante ascoltare frasi di questo genere: «Io ho convocato le aziende, gli sto spiegando le cose, cioè il ministro è incazzato sugli oppioidi, cioè questi qui devono capire che devono affidarsi alle nostre amorevoli cure per uscire dalla crisi».
Quando la struttura della Sanità pubblica frena e individua il rischio nell’uso disinvolto di alcuni antidolorifici, la rete tessuta da Fanelli appare pronta alla controffensiva, per invertire la rotta e ingrassare le case farmaceutiche. «Intanto abbiamo messo su un sistema parallelo molto forte in questo momento». C’è anche una parte di vanteria, che discende probabilmente dal rilievo della posizione del medico, fino a quel momento stimato luminare: «Noi siamo quelli che decidono la tipologia di ricerca e di applicazione tramite i Ptda (Percorso diagnostico terapeutico assistenziale, ndr) della legge sul dolore, questo è il concetto».
Nell’inchiesta statunitense esiste un passaggio analogo, che però arriva nella fase ultima, quella di degenerazione. Quando nel 2016 il Center for Disease Control dirama un’allerta ai medici per contenere le prescrizioni di alte dosi di oppioidi, l’azienda calcola quanto perderebbe se i medici si attenessero alle indicazioni: solo nel Massachusetts, 24 milioni di dollari l’anno. Le strategie di marketing dell’azienda puntavano ad alzare le dosi dei farmaci, per prolungare il periodo di utilizzo: l’investimento migliore, stando ai documenti sequestrati, era una sorta di «carta fedeltà» che assicurava sconti sul primo periodo di prescrizione, con l ’obiettivo di portare l’uso dell’OxyContin sopra i 90 giorni (a quel punto sarebbe stata la dipendenza a tenere il cliente «attaccato» al farmaco).
«Per ogni milione di dollari “perso” con gli sconti, Purdue avrebbe guadagnato oltre 4 milioni perché i pazienti usavano per più tempo la medicina». L’azienda ha pubblicato e distribuito anche degli articoli in cui si parlava di «pseudo-dipendenza», una condizione definita non come anticamera di una dipendenza, ma come disagio per «oppioidi prescritti in dosi inadeguate».
L’inchiesta italiana indica che Fanelli avrebbe agito su questa linea, minimizzando gli effetti e asservendo la propria attività pubblica alle industrie del farmaco in vario modo: ricerca scientifica in conflitto di interessi, condivisione delle scelte manageriali delle aziende, pubblicità del farmaco, sperimentazioni cliniche senza autorizzazioni, spinte alle prescrizioni terapeutiche anche ai medici ospedalieri. «Io sono pronto a far quello che volete, nel mio piccolo abbiamo scritto articoli scientifici», dice in un’intercettazione. Ma diventa poi aggressivo in caso di dissidi: «Io vi sposto 10 milioni di euro di fatturato in due secondi, perché io sparo due siluri e abbatto tutto il sistema».
Durante l’indagine, un rapporto dell’Osservatorio sull’impiego dei medicinali evidenzia una tendenza alla crescita nell’uso di antidolorifici oppioidi e poco dopo il ministero (all’epoca guidato da Beatrice Lorenzin) richiama i medici alla vigilanza contro abusi o situazioni di dipendenza. Nel 2015 Fanelli partecipa a un convegno dell’Onu a Vienna dove gli Stati Uniti prendono una posizione critica: «Gli oppioidi non sono la giusta opzione per la gestione del dolore cronico». «E poi gli sono andati dietro i tedeschi», commenta il medico deluso. «È gravissima ’sta roba», risponde il suo interlocutore. Fanelli si affretta ad assicurare di aver difeso il «sistema»: «Ma io ero in minoranza eh...».
In risposta a un’email de «la Lettura», la Mundipharma precisa che «gli individui indagati (incluso il general manager) sono stati immediatamente sospesi e non lavorano più per l’azienda». Aggiunge che un’inchiesta interna non avrebbe riscontrato pagamenti di mazzette ma altre irregolarità e che comunque sono state prese misure a riguardo. Soprattutto, sottolinea: «Mundipharma ha interrotto la promozione di oppioidi in Europa». Il che, però, sottintende anche che in passato sì li ha «promossi».

La lettura - Corriere della Sera, 9 Giugno 2019

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