10.6.12

Moderati arabi

Tra i cosiddetti regimi arabi “moderati”, dopo le cosiddette “primavere” d’Egitto e Tunisia, sembra godere di buona salute quello del Marocco che probabilmente gode della protezione di Allah, anche in considerazione del fatto che il re vanta una discendenza diretta dal Profeta. Ho trovato per caso il ritaglio che segue, anonimo, che bene illustra in che cosa consista la proclamata moderazione. (S.L.L.)

Mohammed VI, re del Marocco
Il corpo di Said Dambar, giovane militante sahrawi, è stato seppellito in segreto dalla polizia marocchina il 4 giugno scorso ad Al Aayoún.
Ammazzato il 22 dicembre 2010 con un colpo alla testa, Said era rimasto insepolto perché le autorità di Rabat proibivano sia lo svolgimento delle indagini che l’autopsia richiesta dalla famiglia. «La sua sepoltura senza testimoni rivela la volontà degli occupanti di lasciare impunito ogni crimine», denunciano i familiari delle vittime. Intanto è stato trovato in un fiume il cadavere di Hamdi Etarfaoui, scomparso il 18 maggio.

alias 9 giugno 2012

Ustica. L'interesse superiore del Paese è la verità (Daria Bonfietti)

Il 27 giugno 2012 saranno trascorsi esattamente 32 anni dalla strage di Ustica. Lo scorso anno il ricordo si svolse in un clima di fervore revisionistico, soprattutto da parte del ministro Giovanardi tra gli sponsor della tesi della “bomba a bordo” fondata solo sulla riesumazione di vecchie, difettose perizie che non la escludevano del tutto. Nell’anno che è trascorso quello che pare fosse il bersaglio del 1980, il colonnello Gheddafi, è stato ucciso in circostanze tutt’altro che limpide da mani armate dalle stesse potenze che allora tentarono il colpaccio. E’ uscito, intanto, il libro del giudice priore che, con alcuni dati fattuali e con sensati ragionamenti, lancia la “pista inglese” e non esclude che i destinatari dell’avvertimento fossero i governi italiani colpevoli di aver appoggiato Gheddafi e di aver tratto da ciò vantaggi petroliferi contro gl’interessi britannici. Intanto è caduto il governo di Berlusconi (e Giovanardi), sostituito da quello tecnocratico di Monti. Mi pare che l’appello lanciato sul “manifesto” e altri quotidiani lo scorso anno, per i 31 anni dall'abbattimento dell'aereo civile, da  Daria Bonfietti, presidente dell’Associazione dei Parenti delle Vittime della Strage di Ustica, resti tuttora valido (e lo sia persino di più). Ne colloco qui gran parte a edificazione e memoria, mie ed altrui. (S.L.L.)
In occasione del trentunesimo anniversario della strage di Ustica, stiamo assistendo ad una campagna di provocazioni …
L’obiettivo vero rimane colpire la verità e infatti il dibattito su Ustica viene ributtato indietro di anni, in un tentativo «revisionista» che resuscita vecchie perizie già bocciate: «Il lavoro dei periti d’ufficio è affetto da tali e tanti vizi di carattere logico, da molteplici contraddizioni e distorsioni del materiale probatorio da renderlo inutilizzabile ai fini della ricostruzione della verità».
Oggi tutto viene riesumato e diviene, proprio con gli stessi protagonisti di allora, perfino tema di un convegno del Pdl. Questo spostare l’attenzione, questo far confusione, questo riportare indietro il tempo, è un’operazione inaccettabile contro la verità, contro le indagini in corso della Magistratura e contro le regole della convivenza civile…
…Partendo dalla verità giudiziaria consegnataci dal Giudice Priore nel 1999, alla quale sempre mi richiamo, «l’incidente è occorso a seguito di azione militare di intercettamento», vogliamo andare avanti, per conoscere gli autori materiali dell’abbattimento di un aereo civile in tempo di pace, e per ricostruire lo scenario completo della tragedia.
È questa una verità troppo spesso dimenticata, colpevolmente sottovalutata, alla quale Priore era giunto quando gli esperti della Nato, in un confronto reso possibile dall’interessamento del Governo Prodi, hanno potuto decrittare dei tabulati radar , dai quali emergeva la inequivoca presenza di diversi aerei attorno al DC 9, oltre alla presenza di una portaerei nel Tirreno.
Abbiamo visto rese pubbliche, in questi giorni, quelle pagine in alcune trasmissioni televisive, dopo tanti anni quella ricostruzione genera sempre forti emozioni e incredulità per la rimozione che, purtroppo, si è generata sull’intera vicenda.
Già dal 2007 la Magistratura ha riaperto le indagini per Strage, anche dopo le dichiarazioni di Cossiga, che chiamano in causa i francesi, ma alle rogatorie nei confronti di Francia, Usa, Libia, Belgio, Germania, inoltrate dai nostri Magistrati, nessuno ha risposto… Nessuna volontà
politica chiara, insomma, è stata espressa!
Noi stiamo rileggendo molte carte, stiamo trovando nuova documentazione, tutto ci lascia intendere che dell’accaduto aveva una certa consapevolezza la classe politica dell’epoca.
Carlo Luzzati, Presidente della Commissione ministeriale dei Trasporti, a pochi mesi dall’evento, in una informativa al Ministro scrive: «A questo punto ritengo doveroso rappresentare alla S.V. che, a mio parere, l’indirizzo delle indagini, ivi compresa la scelta della scala di priorità, per il privilegio delle ipotesi di lavoro, debba scaturire da una valutazione che tenga conto delle ripercussioni che i risultati di tali indagini potrebbero avere su interessi superiori del Paese». Non credo pensasse ad una bomba, evidentemente!
Questo era l’ordine di grandezza del problema, le ripercussioni sugli interessi superiori del Paese che un’azione di guerra aerea nei nostri cieli, avrebbe comportato. Continuo a pensare che l’unico interesse superiore del Paese deve essere la verità e per questo continuo questa battaglia, per vedere ripristinati i valori di trasparenza, verità e giustizia.

Buffone (S.L.L.)

Lo chiamavano Pinnuni, non so dire perché, e aveva fatto il maestro. Distratto e trasognato, negli ultimi anni d’insegnamento  era stato oggetto degli scherzi pesanti dei ragazzi più discoli, specie se imparentati ai mafiosi che dal tempo della Liberazione godevano di protezioni importanti. Il suo cognome anagrafico era Buffone e quel cognome si era fatto cambiare con sentenza del Tribunale un suo fratello ch’era geometra, ma tutti chiamavano ingegnere. Si era rinominato Bonforte. Il maestro a chi gli chiedeva perché non ne avesse seguito la scia, adottando per sé il nuovo cognome, diceva: “Buffone fu mio nonno, Buffone fu mio padre e Buffone voglio essere io. Ma il più buffone di tutti è mio fratello Bonforte”.  

Esportare la libertà? Il mito imperialista dei diritti umani (Luciana Castellina)

Il testo che segue, del 2007,  è di una giornalista di prim’ordine e di una comunista rigorosa e appassionata, Luciana Castellina. E’ per un verso recensione di un libro di Luciano Canfora, per l’altro requisitoria contro la cosiddetta libertà fatta viaggiare sul dorso dei bombardieri Usa. Ne posto qui una parte, senza rinvii, come contributo al tema della guerra che i compagni ternani del circolo del “manifesto” affronteranno sabato 22 prossimo. in incontro di sostegno al quotidiano e alle sue storiche campagne contro le guerre del nuovo imperialismo. (S.L.L.)
P.S. Esce il 15 giugno prossimo un documentario di Daniele Segre, Luciana Castellina, comunista. Chissà se si potrà vederlo fuori dal festival bolognese nella cui programmazione ha un ruolo importante?  

La frase pronunciata da Robespierre - che, più di duecento anni prima dell'invasione occidentale dell'Afghanistan e dell'Irak, avverte: «l'idea più stravagante che possa nascere nella testa di un uomo politico è quella di credere che sia sufficiente per un popolo entrare a mano annata nel territorio di un popolo straniero per fargli adottare le sue leggi e la sua Costituzione» - la ricordavo. E tutti ricordiamo naturalmente l'amara lezione subita da Napoleone. E però non mi era mai venuto in mente che la stessa arrogante ipotesi potesse esser rintracciata anche nel 400 a.C. a testimoniare una sconcertante continuità storica. Pensavo che la retorica sui diritti umani, alla base del moderno «diritto d'ingerenza», fosse fenomeno più recente, prima non indispensabile per scatenare le guerre.
Quello che è sempre fantastico nei libri di Luciano Canfora - che in questo suo ultimo Esportare la libertà. Il mito che ha fallito (Mondadori «Frecce», pp. 104, € 12,00) ricapitola tutti i precedenti della dottrina Bush a partire dalla grande guerra del Peloponneso - è come egli riesce a usare la sua acuta conoscenza del mondo antico per spiegarci meglio il nostro presente. Qui cavalca 2.500 anni di guerre dichiarate in nome della libertà, partendo dai primi «missionari armati», gli ateniesi, scesi in battaglia contro i persiani per liberare i greci; e poi attaccati dagli spartani che prendono le armi contro di loro per liberare a loro volta i greci, finiti vittime del loro precedente liberatore, Atene. Perché la libertà non si esporta con le armi, come hanno dovuto imparare gli odierni marines che, come nel 400 a.C. sono riusciti a far sì che chi volevano liberare finisca per rimpiangere l'ancien règime, anche se si tratta di burka e Saddam Hussein.
Allora come ora si scopre «l'abisso che separa la proclamazione, efficacissima, della libertà da ripristinare nell'impero avversario e l'effettiva strategia della potenza in lotta». I bruschi mutamenti di fronte, il continuo cambio di cavallo, le alleanze con il nemico di ieri e la rottura con gli amici: il gioco è antico ma certo diventa sempre più spericolato nel tempo che viviamo. Afghanistan e Irak, da questo punto di vista, indicano che anche l'impensabile è possibile.
Ma già - oltre gli interventi di sostegno più noti e ovvi (a Pinochet, ai generali argentini ) - si erano avuti in questi anni precedenti non da poco e subito fatti dimenticare: il sostegno americano a Pol Pot contro il Vietnam, per esempio, ci ricorda Canfora; e, al contrario, la richiesta di punire il Sudan per il Darfur, pur prezioso amico solo qualche anno prima, quando servivano ben addestrati islamici per operare in Bosnia.
Mai come in questi anni la bandiera della libertà ha viaggiato per il mondo sul dorso dei bombardieri seguendo itinerari cosi stravaganti: il crollo dell'Urss, rompendo gli equilibri, ha aperto la strada al più totale e spregiudicato unilateralismo dell'iniziativa, che ormai garantisce arbitrio ovunque. Ma il tentativo di portare la libertà sulla punta delle baionette non è solo frutto dell’ipocrisia con cui si coprono le mire imperiali. C’è – e Canfora lo rintraccia via via nelle diverse vicende storiche – anche un fenomeno più sottile: la persuasione che il proprio interesse coincida con quello dell’umanità, in quanto portatore di una civiltà superiore. In questo l’espressione “missionari armati” va presa alla lettera, poiché c’è anche, autentica, una convinzione che dà forza alla volontà di redenzione: politica o religiosa.
Mai però la pretesa è stata così forte come nell’impero americano. Perché gli Stati Uniti, fin dalla nascita, hanno nutrito la loro identità nazionale dello spirito messianico che aveva animato i rpimi coloni protestanti inglesi – le missioni insediate già nel Seicento al di là dell’Atlantico, per l’appunto -, i quali nel nuovo mondo avevano sognato di costruire la nuova Gerusalemme, contro la vecchia putrida società castale da cui erano emigrati.
Un mito che poi si è radicato, alimentato dall'isolamento geografico e dunque culturale, e ha finito per penetrare il senso comune anche dei più progressisti fra i cittadini americani, che, comunque, non sono disposti a mettere in dubbio l'idea che il loro sia il miglior modello possibile, un dato che giustifica 1'«eccezionalismo» del paese, in nome del quale gli è concesso quanto ad altri è negato: portare la (loro) bandiera della libertà ovunque e con tutti i mezzi.
Una storia antica, recitata da Melville quando parla del «popolo eletto», un concetto ripreso da tutti i presidenti: da Reagan, che fa discendere da un disegno divino la speciale fede dei cittadini statunitensi per la libertà; da Clinton, che - per citare la dichiarazione del suo consigliere Strofe Talbott - esprime la certezza che l'America sia «l'unico paese fondato su un insieme di idee e ideali applicabili a tutti i popoli del mondo». Non sono convinzioni di una specifica élite politica, sono cultura popolare.
Quanto a chi il modello americano deve riceverlo, non vale la pena neppure interrogarsi su cosa voglia l'altro, il diverso, non esiste se non come derogativo, come oggetto di conversione. ( La cosa più triste della guerra dell'Irak è stata, nei primi giorni dell'invasione, il volto smarrito del soldatino americano che si guardava attorno senza neppure la più pallida idea di dove si trovava, certo soltanto che si trattava di portare la civiltà in terra di infedeli. I guerrieri delle Crociate erano più smaliziati).
Anche la Rivoluzione francese, certo, ha avuto la stessa arroganza nell'imporsi come nuovo universalismo e tutt'oggi la pretesa integrazionista dello stato francese ne porta il segno, ponendo le sue leggi e principii come punto d'arrivo di un processo di civilizzazione che si vede come lineare, all'altro essendo riservato solo il diritto di «arrivare» al medesimo traguardo.
E’ comunque per via dell’egemonia conquistata da questo universalismo, arbitrario perché unilateralmente definito, che oggi non è poi così facile neppure per il movimento pacifista battersi sempre con coerenza contro le guerre di esportazione della libertà. Basti pensare alle sue oscillazioni sul burka, o sulle tante trappole appostate da una concezione imperialista dei diritti umani…

“alias – il manifesto” 3 marzo 2007

9.6.12

Le Olimpiadi resuscitate da ideali freddi e corrotti (di Per Olov Enquist)

Nell’estate 2007 “il manifesto” offriva ai lettori dei “ritagli d’autore”: nel giorno di ferragosto stralci da una sorta di storia delle Olimpiadi di Per Olov Enquist, in gioventù campione di salto con l’asta, poi narratore, drammaturgo e giornalista, anche sportivo. Riprendo qui una parte di quella interessante pagina. (S.L.L.) 
Pierre De Coubertin
Il piccolo, grande Coubertin diede un giorno una festa. Il santo, piccolo Coubertin aveva il dono di sapere organizzare banchetti, tutti ne convenivano e tutti lo amavano. Era il giugno del 1894, a Parigi, nel corso di un congresso di educazione fisica nel quale ci si sforzava di definire il concetto di «amatoriale». Fu allora che Coubertin presentò il proprio progetto di resuscitare i giochi olimpici. In prima battuta, ovviamente, tutti pensarono si trattasse di un'idea sciocca, come se si fosse voluto recuperare l'Oracolo di Delfi, ma presto ci si abituò all'idea.
Aveva lanciato la proposta pensando all'Esposizione Internazionale che avrebbe avuto luogo a Parigi, nel 1900, ma bisognava aspettare ancora sei anni. La sfida era di mantenere alto l'entusiasmo suscitato con tanta difficoltà. Si rischiava di cadere in una forma di disillusione.
Valeva forse la pena tentare in un'altra città, fare una prova e infine trasferire tutto a Parigi in una forma perfezionata? Un poeta greco, Bikelas, propose il nome di Atene, offrendo al tempo stesso alcune garanzie. L'ultima riunione volgeva al termine, tutti gli sguardi erano rivolti verso Coubertin, «Atene» - disse - assaporando la parola e aggiungendovi un impercettibile segno col capo. Un primo brusio olimpico, in segno di approvazione ed entusiasmo, si diffuse nella sala.
Atene 1896, i primi giochi erano fissati.

Una questione pedagogica
In realtà, il barone Pierre de Coubertin aveva molte riserve su questa idea di «giochi olimpici». Prima di tutto, era un politico estremamente nazionalista e interessato principalmente a questioni di pedagogia. Nell'istruzione pubblica vedeva uno strumento politico di importanza capitale. Cambiare il sistema di insegnamento significava realizzare un vero lavoro politico e, per questa ragione, contemplava con rabbia e dispiacere la decrepitezza e il degrado della scuola in Francia. Ma quali erano, allora, i modelli buoni secondo il suo giudizio? Non poteva fare riferimento alla Germania: troppo fresche e profonde le piaghe della guerra del 1870. Fu dunque all'Inghilterra che guardò Coubertin. Esisteva una vecchia formula, che diceva: «Waterloo non è stata conquistata sul campo di battaglia, ma sui campi sportivi di Eton». L'educazione fisica della potente classe dirigente inglese aveva deciso le sorti della guerra. E più Coubertin rifletteva, più tutto questo gli pareva vero. La chiave della rivoluzione pedagogica si trovava proprio nella tradizione sportiva anglosassone. Gli inglesi erano manifestamente i più grandi imperialisti del mondo. Se lo erano, dovevano rendere grazie a una educazione nella quale lo sport occupava un ruolo importante.
I francesi dovevano cominciare a fare altrettanto, praticando lo sport, per diventare imperialisti altrettanto valorosi. Questo ragionamento parve a Coubertin di una logica stringente e inconfutabile, e cominciò così a fare la sua propaganda. Nessuno lo ascoltava e non furono pochi quelli che si presero gioco di lui…
Ma più Coubertin conviveva con la sua ossessione olimpica, più si dimenticava le ragioni per le quali l'idea stessa gli era venuta. Questa idea aveva i suoi risvolti politici e, come politico, Coubertin era un borghese di tendenza liberale riformatrice, dunque si era bene accorto della necessità di intervenire per apportare al sistema politico vigente alcune rapide correzioni, in modo da garantire una certa sicurezza di fronte alle sempre più pressanti rivendicazioni rivoluzionarie della classe operaia. Classe che si stava ampliando e si dimostrava sempre più minacciosa. Alcune riforme si imponevano e bisognava intervenire dall'alto. Affinché la società fosse stabile, pensava, sarebbe stato necessario offrire alla classe dei lavoratori nuove forme di rito, una specie di religione secolarizzata. Questa religione profana mondiale doveva servire a neutralizzare l'energia politica delle masse. Così si andava trasformando lentamente l'ideale di Coubertin. Pensato come mezzo di educazione positiva ed efficace per le classi al potere, lo sport diventava un culto per imbrigliare le masse, evitando conflitti sociali.
Il sogno di una grande festa sportiva era magnifico, ma i primi Giochi Olimpici furono un fiasco completo. Non furono altro che piccole feste per compiacere la borghesia annoiata. I giochi di Atene, inoltre, furono abilmente usati dalla famiglia reale greca per accrescere il proprio prestigio e per fini politici interni. Non successe di meglio a Parigi, nel 1900, dove i giochi scomparvero nel caos dell'Esposizione internazionale.
Ciò nonostante, Coubertin non si perse d'animo, al contrario. Nel 1919, terminava la carneficina della Prima guerra mondiale, prese carta e penna e scrisse al Comitato internazionale olimpico: «Fatti recenti impongono nuove considerazioni. Lo sport è oramai l'ideale dei vincitori. È lo sport che ha permesso a Stati Uniti e Inghilterra le magnifiche improvvisazioni, e l'organizzazione di eserciti che non ci aspettavamo, prontissimi a prendere le armi. Dopo avere forgiato soldati tanto straordinari, l'atletismo ha saputo mantenere alto il loro valore nel combattimento, attenuando le loro sofferenze». Ecco come si presentava l'idea olimpica, nuda, fredda, e corrotta. Lo sport come mezzo per ingrossare le fila degli eserciti, un mezzo di educazione paramilitare.
Milioni di persone morte non erano dunque morte invano: avevano aperto le porte alla definitiva vittoria dello sport e al trionfo dei Giochi olimpici moderni. Si trattava di cinismo o ingenuità? Difficile saperlo. La lunga marcia verso Berlino cominciò allora. I Giochi, a poco a poco, diventarono sempre più importanti. Grandi spettacoli proposti alle masse alle quali si offriva un contesto pedagogico. «L'importante, in una Olimpiade, è partecipare, non vincere», si era lasciato sfuggire il vescovo della Pennsylvania, durante un sermone a Londra, nel 1908. Parole diventate storiche, un simbolo dell'idea stessa di olimpiade, parole che più tardi sarebbero state attribuite a Coubertin.
Un aforisma perfetto: «giocare senza ricompense». Il sogno di ogni imprenditore, l'importante non è il salario ma il diritto di lavorare. Dal sistema nascevano comunque degli eroi, dei vincitori. Allora la pedagogia si piegava alla scala sociale: chi vi era salito in cima, con sforzo e fatica, meritava di rimanerci. La vita è una piramide, chi vince in alto, i perdenti in basso. La vita è fatta così, è così che deve essere.
Berlino 1936. L'arrivo della fiaccola olimpica
Nel cuore del nazismo
Il culto sognato da Coubertin prendeva forma, ma raggiunse il suo apice a Berlino. Non fu per caso se proprio Leni Riefenstahl, che aveva filmato e organizzato il grande congresso di Norimberga nel 1934, fu incaricata di realizzare un film sulle olimpiadi. Il congresso del partito nazionalsocialista e la festa sportiva furono trattati alla stessa maniera. L'estetica, la funzione di sedurre le masse, l'ambizione politica tornavano a riproporsi. Non mancavano certo le ragioni per fare dei giochi di Berlino un successo politico. Il mondo era perplesso davanti a Hitler e al fascismo crescente. Strane voci circolavano sulla Germania, si diceva di ebrei perseguitati e di campi di concentramento. Pochi sapevano che Hitler aveva sistematicamente combattuto e distrutto il potente movimento sportivo operaio che contava circa un milione e mezzo di membri attivi fatti uccidere a centinaia, con l'accusa di avere preso parte a manifestazioni politiche. Il regime era isolato e non godeva di simpatie internazionali. Bisognava smentirli, dimostrare che si trattava di un sistema pacifico.
I giochi di inverno di Garmisch furono uno splendido inizio. Hitler si accompagnava a Sonja Henie come un cagnolino affettuoso, gli stendardi dell'antisemitismo erano stati ripiegati con cura, venne riservata una calorosa accoglienza alla stampa internazionale. Nel marzo del 1936, Hitler era entrato in Renania, nello stupore generale, ma nessuno si era preso la briga di fare quello che andava fatto. Poi ci furono i giochi d'inverno, infine Berlino. Una dimostrazione efficacissima, un rituale gigantesco che realizzava parte del sogno di Coubertin: lo sport come culto che legittima un regime, sulla base della sua efficacia. I giochi diedero grande prestigio a Hitler che ne fu lo Schirmherr. Il patrono ufficiale si ricopriva di modestia, come indica l'aneddoto che lo vuole rifiutarsi di stringere la mano a Jesse Owens. L'aneddoto è una menzogna, ma gira ancora. Ebbro di propaganda come era allora, Hitler sarebbe andato di corsa a stringere la mano a un nero, ebreo, comunista nato in Ucraina, se solo dei fotografi pronti a immortalarlo si fossero trovati nelle vicinanze. Poi tutto passò in fretta e Hitler mostrò il suo vero volto. Vi fu una certa notte, il 9 novembre del 1938, in cui decise di entrare a Vienna e presso i Sudati.
Morte di un ingenuo
Ma uno degli artefici dei giochi di Berlino non riuscì ad assistere a questi avvenimenti. Il 2 settembre 1937, il piccolo gentlemen di nome Pierre de Coubertin stava camminando nel parco Langrage a Ginevra. Fu visto portare le mani al petto e accasciarsi. La sua vita era stata lunga e piena di soddisfazioni. Credeva ancora all'ideale olimpico. Portò le mani al petto, si accasciò, era morto. I necrologi non permisero di capire se fosse un folle o un santo l'uomo morto in quel modo, anche se forse non si trattava che di un ingenuo che aveva voluto edificare la propria chiesa. I giochi, intanto, erano diventati un'opera d'arte mondiale. (...)
(Traduzione di Nicola Rossi)

“il manifesto” 15.08.2007

Scrittori a Vichy (di Massimo Raffaeli)

Il manifesto annuncia la visita ufficiale
del generale Pétain nella regione del Limousin
Pétainisme. Una provincia della geografia totalitaria.
Il volto che i cinegiornali ritraevano incombente su ogni focolare di Francia, come fosse di un Lare in uniforme, non potrebbe essere più consono al motto di Philippe Pétain, Patrie, Famille, Travail: ed è noto (fin dal celebre proclama del giugno del ’40, l’appello successivo alla Disfatta) come la sua voce animasse per radio quella veneranda canizie dove coabitavano tanto i segni di un Gallo purissimo (chioma e baffi folti, sguardo di un celeste liquido) quanto la divisa del soldato di Verdun, l’erede di Foch il vittorioso: le sue esternazioni non erano infatti indirizzate ai francesi ma, precisava lo speaker, “alla Francia” in persona, com’era stata consuetudine dei reali discendenti di Capeto. E Filippo l’Ultimo lo battezzò Céline nelle pagine più fosche di Nord (1960), il romanzo ambientato a Sigmaringen, dove il Maresciallo, già virtualmente esautorato nel novembre del ’42 con la occupazione nazista della cosiddetta zona libera, era stato trasferito manu militari da Vichy insieme con Laval, i gerarchi e altri manutengoli, ormai ridotto a un Quisling patetico e decorativo. In quel Valhalla di aguzzini, morituri e spettri vaganti era infine naufragato il sogno di una restaurazione che Pétain aveva vagheggiato come una Rivoluzione Nazionale.  Non riuscì a realizzarla e nemmeno a dedurne un profilo coerente, perché molti soggiacquero al culto del Maresciallo (persino i Gide e i Mauriac cedettero per qualche tempo all’immagine salvifica del Pater Patriae) ma pochi, e in genere di dubbio rilievo, furono i pétainisti capaci di tradurne il pensiero in un progetto o in un senso comune. Del resto Pétain non poteva dirsi un intellettuale, meno che mai uno scrittore alla maniera di Charles De Gaulle (che invece lo fu, e di prim’ordine). L’ideologia del Maresciallo è tutta nello slogan che invita a cancellare la Terza Repubblica e, con essa, l’intera civiltà dei Lumi: restaurazione del principio di autorità, ad ogni livello e a partire dalla scuola pubblica considerata una fucina di laicismo e dell’antipatriottismo responsabile della Disfatta; ritorno alla terra e alla frugalità degli uomini semplici (alla cui apologia non fu estraneo, per esempio, un scrittore molto ambiguo quale Jean Giono); rigetto della cultura che non sia mera delega o cinghia di trasmissione del principio di autorità e dunque negazione del pensiero critico, ritenuto distruttivo, e di ogni dimensione problematica. A più di trent’anni di distanza dalla prima uscita, la più compiuta analisi della ideologia pétainista rimane quella di Maurizio Serra che la ripropone, debitamente integrata, in La Francia di Vichy. Una cultura dell’autorità (prefazione di Francesco Perfetti, Le Lettere, “Biblioteca di ‘Nuova Storia Contemporanea’”, pp. X+294,). Si tratta di un lavoro che nulla ha perduto della sua precisione filologica specie nello spoglio della pubblicistica, la quale, a parte i discorsi del Maresciallo, si è diramata in una cespugliosa letteratura di servizio, in opuscoli pedagogici e apologetici ovvero si è riverberata in una pletora di testimonianze autobiografiche, di referti ufficiosi, di scambi epistolari tra personaggi spesso di seconda o terza fila il cui lascito Serra ha il merito di censire e valutare equamente. Scritto sull’abbrivio di un’opera pionieristica (la Histoire de Vichy 1940-1944 di Robert Aron, 1954), in dialogo e in disaccordo con un’altra opera fondamentale (Vichy, 1972, di Robert O. Paxton – Il Saggiatore 1999 – nel cui impianto Serra individua lo schema che riduce Pétain a un puro eversore della Francia repubblicana), il volume inaugura la bibliografia di uno studioso che, nello stesso ambito, al suo attivo fra l’altro L’esteta armato. Il poeta-condottiero nell’Europa degli anni Trenta (Il Mulino 1990, meritevole di una ristampa). Qui, adiacenti e complementari, risaltano da un lato la genealogia del pensiero pétainista e, dall’altro, il calcolo della distanza (in certi casi un’aperta avversione) dai collaborazionisti domiciliati a Parigi. La cernita degli antesignani muove da Renan, passa ovviamente per Charles Maurras (pure se il simbolo della “Action Française”, il bardo del nazionalismo, ebbe rapporti ambivalenti con il Maresciallo) e giunge a Maurice Barrès, un autore oggi rimosso cui vanno ascritte tuttavia le nozioni di souche (“ceppo”) e di terroir (“madre terra”) presto metabolizzate dal ruralismo pétainista come varianti, se non proprio come alternative, alle metafisiche naziste del sangue e del suolo.
Spesso formalmente deferenti all’icona ma di fatto reticenti o insofferenti e ostili sono gli scrittori collabo, fascisti per vocazione e hitleriani per elezione, l’orizzonte dei quali non è un’ennesima Vandea o la Francia borghese delle grandi famiglie ma la scelta di una mistica totalitaria, un estremismo che attinga la perfetta estetizzazione della politica: certo Pétain non può essere l’uomo di Drieu La Rochelle (al cui romanzo autobiografico, Gilles, Serra dedica una limpida analisi in appendice alla monografia) né dell’esteta Robert Brasillach e nemmeno di chi agogna, come Alphonse de Chateaubriant, il sigillo della svastica sul Nuovo Ordine Europeo. Tant’è che i più incalliti, o gli inclassificabili, irridono il Maresciallo: Céline, in un libello infatti proibito tanto a Vichy quanto nella zona occupata (Les beaux draps, tradotto da Daniele Gorret col titolo La bella rogna, Guanda 1982), gli dà più volte del vecchio rimbambito mentre Lucien Rebatet (in Les décombres, che fu il massimo successo editoriale dell’Occupazione) parla di “regime epatico”, con allusione ironica sia alla senilità del Maresciallo sia alla città termale. (La differenza fra gli adepti di un regime reazionario, figuranti di una controrivoluzione mancata, e i sostenitori di un progetto totalitario risulta evidente in un film successivo alla monografia di Serra, lo stupendo L’oeil de Vichy, 1993, un documentario firmato da Claude Chabrol che si avvale della consulenza storica di Robert O. Paxton).
Rimane il fatto che Vichy non produce l’immaginario da tregenda di Parigi occupata e pertanto continua a scontare un relativo deficit sia nella ricerca sia, soprattutto, nel senso comune dei lettori: per restare ad esempi dissimili ma entrambi recenti, Vichy è lontana o defilata sia dal libro di Dan Franck, Mezzanotte a Parigi (Garzanti 2011, non una ricerca storica ma una cronologia affabulata dell’Occupazione) sia da un libro che Maurizio Serra fa in tempo a citare nella nuova introduzione a La Francia di Vichy, vale a dire Ramon (Grasset 2008, non ancora disponibile, purtroppo, in italiano),  la biografia che Dominique Fernandez dedica a suo padre, uno dei massimi critici letterari entre deux guerres, lo studioso di Proust e Balzac, il compagno di via di Jean Prévost come di Drieu La Rochelle, un bolscevico passato in poco d’ora ai fasciocomunisti di Jacques Doriot e morto cinquantenne, pochi giorni prima della liberazione di Parigi, fra i labari delle Waffen SS e le camicie brune della Lega dei Volontari Francesi contro il Bolscevismo. Con il suo paternalismo atavico e gli arnesi di un dispotismo retroverso, la Rivoluzione Nazionale di Filippo l’Ultimo continua perciò ad apparire una provincia della geografia totalitaria. Ma va da sé, e non va mai dimenticato, che l’appello alla Patria, al Lavoro, alla Famiglia, resta per proverbio l’ultimo rifugio di tutte le canaglie.

"alias-Talpa" domenica 5/2/2012

Nei "cafè" parigini della Rivoluzione. L'aquila e il berretto frigio (G.Scaraffia)

In un vecchio ritaglio trovo una pagina di Giuseppe Scaraffia zeppa di curiosità sui caffè parigini al tempo della Rivoluzione. Ne sono protagonisti uomini politici come Robespierre e Danton, giornalisti come Marat, letterati come Restif de la Bretonne.
L’impressione trasmessa è che - a Parigi - la tempesta rivoluzionaria non avesse attenuato la tradizionale, settecentesca joie de vivre, ma l’avesse addirittura esaltato. (S.L.L.)  
Robespierre
Rousseau s' è mostrato più volte al Café de la Régence. La sua presenza ha attirato una folla prodigiosa, e il popolaccio s'è assembrato sulla piazza per vederlo passare... Hanno fatto cessare queste scene esortandolo a non farsi vedere più in quel caffè. Così registra la “Correspondance Littéraire” del luglio 1770.
Nella grande sala scintillante di specchi, narra Le Sage, i clienti, seduti davanti ai tavolini di marmo, giocavano a scacchi con grande serietà. Dietro di loro, immobili e attenti, gli spettatori seguivano ogni gesto. Regnava un tale silenzio, che si avvertiva solo il lieve stridore dei pezzi sulla scacchiera. Chi si fermava a guardare, osserva lo scrittore, si sentiva assolutamente solo, nonostante la ressa. Parigi è il posto del mondo, e il Café de la Régence il posto di Parigi in cui si gioca meglio a questo gioco, aveva scritto Diderot nel Nipote di Rameau. La Fayette amava sostare in quel locale. La sua immagine, secondo Meister, aveva a prima vista qualcosa di imponente; ma se la si esaminava con un po' di penetrazione fisiognomica, si scoprivano subito gli indizi di una mente sciocca e di un carattere testardo.
Anche Robespierre, appassionato degli scacchi, era un habitué del locale. Il candore della cipria metteva in risalto i suoi occhi verdi, spesso protetti dagli occhiali a causa di una forte miopia. L' ampiezza della fronte preludeva alla ferma piega delle labbra. Robespierre aveva gesti lenti, il busto eretto per compensare la mediocre statura; ostentava un'eleganza Ancien Régime, prediligendo le tinte tenui e i tessuti a righe. Contrariamente ai sanculotti portava, sotto i calzoni al ginocchio, calze di seta ben tese. A Chateaubriand sembrò un deputato d'aspetto molto comune, grigio, vestito con il decoro di un notaio di paese attento alla propria persona; ma lo scrittore non si rese conto di averlo notato proprio per quella calma accuratezza. Anche la sua gelida eloquenza, volutamente tediosa, riusciva, dopo un' iniziale indifferenza degli ascoltatori, a sedurli e a calmare la burrasca dei clubs. Le persone che calzavano scarpe stavano per uscire dai salotti, e già le punte degli zoccoli urtavano le loro porte, concludeva Chateaubriand; ma sarebbe stata proprio una persona con le scarpe a spalancare alle masse i battenti della nazione. Estremamente riservato, Robespierre, ricorda Madame Roland, parlava poco, limitandosi a sogghignare, intervenendo con brevi osservazioni sarcastiche ed evitando di esprimersi esplicitamente. Ricordati, Robespierre, che il potere è dei flemmatici, gli diceva Saint-Just. Danton soleva prendere in giro quel moscardino dagli orecchini ben visibili sotto i capelli castani. Un contemporaneo, Fleury, ammirò l'ampio gilet bianco sotto la marsina nocciola e la morbida sfumatura grigia dei calzoni. L'alta cravatta bianca serviva, osservò Nodier, a celare l'eccessiva ampiezza del mento. Il sorriso fiducioso del ritratto giovanile fattogli da Greuze si era venato di crudeltà, accentuata dall' ironica indifferenza dello sguardo. Il suo volto, notò ancora Nodier, conservava una perfetta imperturbabilità, mentre le labbra molli e carnose pronunciavano freddamente i discorsi più veementi. Quando Robespierre si presentava al Café Zoppi, il cameriere si affrettava a portargli, insieme alla tazzina di caffè, una piramide d' arance. Il Café Procope aveva cambiato nome e stile. Anche se i servitori avevano deposto le parrucche e i candidi grembiuli inamidati, vi si poteva sempre gustare un' ottima bavaroise, dolce infusione di tè e sciroppo. L' aveva ordinata Voltaire quando, travestito da prete, al duplice riparo di un' immensa parrucca e d' un vasto tricorno, aveva deciso di sentire cosa si diceva della sua Semiramide. Grazie alle idee politiche del nuovo proprietario, il locale era diventato il ritrovo dei Cordiglieri. Una cospicua biblioteca era a disposizione della clientela e i giornali venivano riscaldati sul tubo della stufa.
Nel 1792 il berretto frigio, ricordo di quello portato dagli schiavi nel mondo antico, fece la sua comparsa al Café Zoppi. Danton stava facendo la sua abituale partita a carte con il sanguinario Legendre, quando la sala fu invasa da un gruppo di uomini armati di picche e sciabole, con dei berretti rossi in testa. “Che ne pensi, cittadino Danton, gridò il capo, di questo berretto frigio che portava Paride?”. Dopo averlo scrutato un momento Danton si rimise a giocare, brontolando: “Se a Paride questo copricapo non fosse stato meglio che a te, non credo che la bella Elena lo avrebbe seguito a Troia.
Eppure il berretto frigio, sormontato dalla coccarda tricolore, era destinato a un rapido successo e sostituì ben presto gli stemmi sulle carrozze dei ricchi patrioti. Isolato in un angolo, berretto frigio, carmagnola e zoccoli, Marat scriveva, preparando i proclami del suo giornale, L'Ami du peuple. Aveva respinto le offerte di aiuto di Desmoulins e di Fréron dicendo: “L'aquila vola sempre sola; è il tacchino che va in gruppo”. Medusa rivoluzionaria, ostentava la propria inquietante bruttezza come una minaccia, incarnazione della miseria che voleva rappresentare. Persino il robespierriano Levasseur ne rimase colpito. Lo osservai, ricorda, con l' inquieta curiosità con cui si contemplano certi orribili insetti. I vestiti in disordine, il volto livido, gli occhi stralunati avevano qualcosa di repellente e di spaventoso che turbava il cuore. Eppure tutti, compreso l'Incorruttibile, temevano il lampo giallastro dello sguardo di Marat, le geremiadi lanciate dalle sue labbra gonfie. Solo il 18 settembre 1793, due mesi dopo la sua morte, la Convenzione decretò che in avvenire i galeotti non avrebbero più dovuto portare il berretto frigio, divenuto ormai l' emblema del civismo e della libertà.
Del resto neanche Danton era bello. “La natura, diceva, mi ha conferito l' aspra fisionomia della Libertà!”. Il Ciclope, l' Atlante, lo Stentore, il Titano, l' Ercole della rivoluzione, come l'avevano soprannominato, aveva incontrato la sua futura moglie nel locale del padre, il Café Charpentier, vicino al Pont-Neuf. Benché non fosse trasandato, i suoi abiti fastosi, spesso scarlatti, sembravano contenere a fatica la mole e l' irruenza della sua persona. Secondo una nemica di Danton, Madame Roland, le fattezze del tribuno ne svelavano la voracità, mentre il riso della dissolutezza tentava invano d'addolcire l'insolenza dello sguardo, infossato sotto le mobili sopracciglia. Lo tradivano anche la foga dei discorsi, la violenza dei gesti, la brutalità delle imprecazioni. Michelet non fu colpito tanto dai segni lasciati dal vaiolo, né dalle rughe dell' ampio volto, quanto dalla piccolezza degli occhi. Quello che spaventa di più, è che non ha occhi... E tuttavia questo mostro è sublime. Quella faccia quasi senza occhi sembra un vulcano senza cratere. Pure, la gente accorreva al Café Zoppi per ascoltare il tuono della sua tempestosa eloquenza. Lo accompagnava spesso un amico, Fabre d'Eglantine, attore e commediografo fallito, seduttore inveterato. Vestito, a quanto racconta Madame Roland, da bacchettone ipocrita, era sempre pronto a calunniare e a rubare. Robespierre gli riconosceva l' arte di instillare negli altri le proprie idee a loro insaputa, e una grande capacità di ingannare.
Anche Hébert frequentava quelle sale. In uno degli stupendi disegni di Gabriel lo vediamo di profilo, i capelli spettinati sotto il cilindro, i tratti grossolani, un naso imponente sulle grosse labbra dischiuse, lo sguardo smarrito e stupefatto di chi è travolto dalla storia. Ultrarivoluzionario, il redattore del virulento “Père Duchesne” teorizzava apertamente l'importanza politica della volgarità. Soleva dire:“Bisogna bestemmiare con quelli che bestemmiano, se si vuole essere letti dai poveracci”. Alle cinque di ogni pomeriggio gli avventori davano vita a un club deliberante a tutti gli effetti, giungendo a fare collette per offrire armi all'esercito rivoluzionario. Pieno di fervore patriottico, Zoppi battezzò una della stanze Sala degli uomini illustri.
Quando morì Benjamin Franklin, si verificò un curioso episodio di idolatria. Gli amici della rivoluzione e dell' umanità, riuniti al Café Procope, tenuto da Zoppi velarono a lutto i lampadari. Nere stoffe coprirono sedie e divani, una scritta Franklin è morto venne affissa sulla porta d' una sala. Dentro, il busto del defunto, inghirlandato di foglie di quercia, recava scritto Vir deus. Si pensava inoltre a una statua di Muzio Scevola per fare da pendant al bassorilievo di Mirabeau, sormontato da due geni in lacrime. La sera, i giornali reazionari sequestrati venivano dati alle fiamme davanti all' ingresso del caffè.
Restif de la Bretonne si era abituato a frequentare il caffè nel circolo ristretto e brillante di un giovane gourmet, Grimod de la Reynière. La cerimonia d'iniziazione consisteva, secondo Nerval, nel bere ventidue tazzine di caffè. Sotto tre immensi lampadari stracarichi di candele, Chénier, Mercier, Restif ed altri, accuratamente selezionati, sedevano intorno a un'immensa tavola rotonda. Cortei di servitori in costume antico, in omaggio al risorgente neoclassicismo, servivano in processione le portate, preceduti dall' anfitrione vestito di nero. Ad una di queste cene, fu servita a ciascuno degli invitati, ed erano ventotto, una pietanza diversa, nei piatti d'argento massiccio. I capelli di due graziose cameriere servivano, secondo le usanze degli antichi romani, a detergere le mani dei banchettanti; a metà della cena, tutti i servitori sedevano accanto agli invitati. Restif, riferì Humbdoldt a Goethe, era piccolo, robusto e piuttosto aggressivo. Aveva la fronte alta e convessa, un grande naso adunco e le sopracciglia nerissime. Teneva il viso, segnato dagli anni, nascosto sotto l' ampia ala del cappellaccio calato in avanti. Un mantello scuro, di tessuto grezzo, lo avvolgeva quasi interamente. Sembrava che volesse essere solo più un'ombra per scivolare meglio nelle strade notturne quando, lasciato il calore e le luci del Café Manouri, s' addentrava nel buio alla ricerca dell' inaudito, dell' atroce e dell' inconfessabile. Burbero e scostante, Restif era capace di discorrere per ore con gli altri avventori, illustrando con voce stentorea le sue utopie, oppure, seduto in un angolo, giocava silenziosamente a scacchi fino alle undici. A quell' ora s' alzava senza una parola, abbandonando spesso la partita a metà, e usciva nella notte. Talvolta accentuava il suo aspetto trascurato, lasciandosi crescere la barba. A chi gliene chiedeva la ragione, diceva: Cadrà solo quando avrò finito il mio prossimo romanzo. E se questo sarà di più volumi ? Sarà di quindici. Quindi vi raserete solo tra quindici anni? Non temete, scrivo mezzo volume al giorno. Talvolta il rifugio tranquillo del caffè era violato da misteriose presenze. Il 14 luglio 1790, il Gufo, come Restif amava soprannominarsi per le sue abitudini notturne, vide un ubriaco provocare i partigiani del moderato La Fayette, e poi cercare d' infilzare chi resisteva ai suoi insulti. Restif riconobbe in lui lo stupratore di una ragazza; ma nel frattempo l' energumeno si era dileguato. Si trattava, gli spiegò uno degli astanti, di un ultra aristocratico, protetto dagli amici che si erano infiltrati nelle sezioni giacobine. Talvolta erano invece degli autentici rivoluzionari a tempestare contro Lafayette, tra una limonata e l' altra, con un fuoco non attenuato dalla freschezza della bevanda; e allora, con la sua abituale ironia, Restif diceva a Fabre d' Eglantine: Il nostro Arrabbiato è furioso!. Talora la libertà di cui misteriosamente godeva il vecchio osservatore veniva insidiata dal sospetto. Una sera Collot d' Herbois gli disse: Io sono diventato giacobino: come mai voi no? Per tre infermità molto penose... E' un buon motivo. Io sto per dedicarmi interamente alla politica, e non perderò il mio tempo, né le mie fatiche. Per prima cosa voglio legarmi a Robespierre. E' un grand' uomo. Sì, non cambia mai. Io so parlare, gestire e muovermi con grazia... Ho una mozione che farà tremare i re, si vantava l' altro, ormai distratto. Talvolta erano le donne, le altere repubblicane, tribuni in gonnella, secondo la definizione di Michelet, a turbare la relativa quiete del caffè. Il 30 giugno 1793 Restif scorse un gruppo di patriote particolarmente giovani e attraenti, circondate da una folla d' ammiratori. In disparte, un gruppo di nobili commentava ad alta voce: Sono pagate!. Allora una delle rivoluzionarie ribatté: Ti sbagli! Nessuno mi paga. E cominciò a elencare i soprusi che aveva patito dai ministri e dai familiari del re. Intanto un' altra, con un' aria molto decisa, colpì con un pugno uno dei provocatori. I presenti consigliarono a quest' ultimo di ritirarsi, ma Restif vide che la ragazza si mise a cercarlo in mezzo alla folla. Allora si fece avanti e raccolse un' altra delle storie dolenti e pruriginose, ingenue e violente, che formano la trama ossessiva delle Notti di Parigi. Se all' inizio a riempirli fu l' estate piovigginosa dell' 89, in seguito i caffè, queste manifatture dello spirito, secondo i Goncourt, rappresentarono un territorio franco in cui le diverse posizioni politiche potevano incrociarsi e scontrarsi senza eccessivo pericolo. Una parte del loro fascino veniva anche dallo sfarzo dell' arredamento, mantenuto con il pretesto della pubblica utilità del locale: il mondo nuovo nasceva in mezzo all' inconfessata nostalgia di quello che stava distruggendo. Nei caffè i parigini sperimentarono un nuovo tipo di spazio, sospeso tra la confortevolezza dell' intèrieur e l' apertura della strada. Nei riflessi dorati degli specchi l' individuo si moltiplicava senza smarrire la propria identità, anzi esaltandola. Bevande eccitanti come il caffè, o rinfrescanti come la limonata, lo scuotevano dal torpore; secondo Montesquieu, tutti quelli che uscivano da un caffè credevano di essere quattro volte più intelligenti di quando vi erano entrati. Sotto una trasparente campana di silenzio, gli scacchisti, intenti al proprio gioco tra gli sguardi discreti degli spettatori, realizzavano l' utopia estrema del caffè: la solitudine in compagnia, la concentrazione all' interno della distrazione. La loro silenziosa esibizione era come una speranza di tregua nel turbinoso accavallarsi degli avvenimenti, e la nostalgia di un pensiero ordinato, che restava fuori dall' azione e dal caos delle emozioni. -

Il ritorno di Antigone. Due libri del 2004 (Ida Dominijanni)

Due libri tornano a interrogare il mito della figlia di Edipo per leggere in termini radicali la crisi della politica: Antigone e la philìa. Le passioni fra etica e politica di Francesca Brezzi e La rivendicazione di Antigone. La parentela fra la vita e la morte di Judith Butler. Antigone come figura della relazione, di un possibile intreccio fra etica e politica, di un individuo non più scisso fra ragione e passione. Antigone come figura della crisi dell'ordine patriarcale nella parentela come nella polis, e di un desiderio post-edipico che apre a una nuova antropologia del presente.
«Ad alcune tragedie si torna, ma altre, come Antigone, sembrano tornare. Non per essere scavate e rivelare nuovi sensi, ma come allusive, rivissute. Quanto l'Antigone ricorrente nei nostri anni ci parla dell'Antigone sofoclea, e quanto invece di noi?». Così Rossana Rossanda quindici anni fa, introducendo la sua rilettura della tragedia di Sofocle (traduzione di Luisa Biondetti, Feltrinelli , 1987), pensata per un ciclo di seminari del Centro culturale Virginia Woolf di Roma sull'onda di due spinte: la stagione di conflittualità radicale che in tutta Europa aveva scosso lo stato negli anni 70, e la fioritura, nello stesso decennio, dell'interrogazione femminista sull'eroina greca.
Solo nove anni prima Kluge e Schloendorff avevano filmato, in Germania d'autunno, i funerali che il sindaco di Stoccarda aveva concesso ai detenuti del gruppo terrorista Baader-Meinhof uccisi nel carcere di Stammheim, funerali che altre città avevano rifiutato replicando a distanza di 2400 anni il divieto di Creonte sulla sepoltura di Polinice. E solo dodici anni prima Luce Irigaray aveva riletto Antigone in uno dei libri inaugurali del femminismo della differenza, Speculum, facendone una figura dell'esclusione femminile dal linguaggio e dalla polis e del ritrovamento della genealogia materna.
L'una e l'altra spinta autorizzavano a ripensare il mito portandosi oltre il sedimento, pure molto spesso, di alcuni secoli di precedenti e autorevolissime interpretazioni. E oggi? Antigone non smette di tornare, come ha dimostrato di recente un convegno ad essa dedicato tenutosi nelle università di Cagliari e di Roma Tre. Ma perché, e da dove continuiamo, o riprendiamo, a interrogare il mito della figlia di Edipo murata viva dal tiranno di Tebe Creonte per aver dato sepoltura al fratello Polinice, morto in battaglia, reo di avere cercato di spodestare il tiranno e perciò condannato a non ricevere l'onore delle esequie?
Lo scenario si è spostato. Non si tratta più di leggere attraverso Antigone il conflitto fra uno stato autoritario da una parte e i tentativi di sovvertirlo dall'altra, e nemmeno quello fra uno stato patriarcale e l'esclusione femminile dall'altra. Entrambe queste dicotomie si sono complicate. La maschera autoritaria, anzi ormai dichiaratamente guerrafondaia e poliziesca, della macchina statale, se per un verso dà luogo a forme micidiali di controllo biopolitico sul corpo individuale e sociale, per l'altro verso non riesce a nascondere le rughe profonde che solcano il volto del Leviatano, la sua crisi di legalità, legittimità e consenso, la sua incapacità di garantire il funzionamento dei cardini basilari del contratto sociale moderno. Il fronte della sovversione e della resistenza si è a sua volta ri-formato su scala sovranazionale, come nel caso del movimento no-global, o de-formato, come nel caso del terrorismo suicida. Quanto ai dispositivi di esclusione dalla polis, si sono fatti più feroci nei confronti degli «stranieri», migranti legali e illegali che forzano i confini materiali degli stati e quelli giuridici della cittadinanza, ma si sono viceversa capovolti in dispositivi di inclusione forzata verso le donne di casa nostra, dividendo le stesse strategie politiche femminili nei confronti dello stato: a più di trent'anni dalla rivoluzione femminista nulla ci autorizza a disegnare un conflitto lineare fra le donne e la polis, di fronte a un panorama complesso abitato dall'estraneità ma anche dall'assimilazione femminile, dalle Antigoni che tuttora sfidano lo Stato ma anche dalle torturatrici arruolate - a correzione della celebre lettura hegeliana del testo di Sofocle - al fianco dei fratelli nella militarizzazione dello Stato.
Reinterroghiamo Antigone, insomma, a partire da stati tanto più tentati da strette autoritarie quanto più diventano obsolescenti, da campi di detenzione come quello di Guantanamo che al corpo del nemico non negano la sepoltura bensì lo statuto dell'umano, da migrazioni che fanno saltare i confini della cittadinanza, da un femminismo diviso che in parte è diventato di stato e in parte rilancia viceversa la sua sfida originaria allo stato. Ma a maggior ragione torniamo a interrogarla, perché tutto questo panorama ci parla di una crisi radicale della politica, che dunque alle radici della politica ci riporta: su quel bordo fra antropologia della comunità e organizzazione della polis su cui la tragedia di Sofocle si colloca e si snoda.
E' da questo spirito di radicale interrogazione sulla crisi della politica che prendono le mosse due recenti letture dell'Antigone, l'una della filosofa italiana Francesca Brezzi (Antigone e la philìa. Le passioni fra etica e politica, Franco Angeli), l'altra della filosofa californiana Judith Butler (La rivendicazione di Antigone. La parentela fra la vita e la morte, Bollati...). Entrambe dichiaratamente collocate nel solco delle interpretazioni femministe della tragedia, la leggono tuttavia diversamente, pur condividendo in partenza l'intenzione di superarne le tradizionali interpretazioni in chiave dicotomica o essenzialista: quelle che oppongono troppo semplicisticamente la polis al ghenos, il diritto al sangue, la sovranità alla trasgressione, l'uomo alla donna.
Per Francesca Brezzi - il cui libro ha fra l'altro il pregio di ripassare in rassegna tutte le principali letture della tragedia, da Hegel a Goethe, Heidegger, Brecht, Lacan, da Maria Zambrano a Marguerite Yourcenar, Luce Irigaray, Rossanda, Martha Nussbaum, Adriana Cavarero - si può trovare nell'Antigone una chiave per reinventare la politica facendola incontrare con l'etica, per uscire dai paradossi odierni di democrazie incerte fra l'universalismo e il comunitarismo, per disegnare i lineamenti di una nuova cittadinanza. Figura non di un ghenos prepolitico, bensì dell'irruzione sotto il segno della philìa nella polis in guerra sotto il criterio dell'amico-nemico, Antigone apre a una politica della relazione, in cui etica e politica non si scontrano ma si intrecciano. Figura non della separazione fra diritto e morale e fra pubblico e privato, bensì della sua denuncia, Antigone apre a un «divenire cittadini» non più diviso fra ragione di stato e passione personale. Figura non dell'esclusione femminile dalla sfera pubblica, bensì del tentativo femminile di proclamare il diritto d'esistenza nella sfera pubblica di leggi altre da quelle della sovranità, Antigone apre a un ripensamento dell'individuo sessuato, incarnato, fonte sorgiva di diritto e di un «universalismo contestuale», contro la concezione moderna dell'universalismo astratto incardinata sull'individuo neutro. Donna, combattuta ma non scissa fra due leggi e due lingue antinomiche, quella della polis e quella del sangue, Antigone diventa la figura dell'antropologia sessuata di una nuova politica possibile... E la philìa, espunta dallo statuto moderno della politica ma non assente nello scenario greco delle sue origini, torna in soccorso della politica morente nelle nostre democrazie di inizio millennio.
Non basta però la Donna a Judith Butler per riedificare la politica… E rilegge a sua volta Antigone con l'intenzione di mettere a tema i rapporti che intercorrono fra l'ordine simbolico e l'ordine sociale, fra l'ordine della parentela e l'ordine della polis, fra l'ordine fallocentrico della sessualità incentrato sul tabù dell'incesto e l'ordine della legge e della normatività.
Non è dunque «la donna», Antigone riletta da Butler, perché essa, come dimostra la contaminazione del suo linguaggio con quello di Creonte, non incarna l'identità di genere bensì la sua dislocazione nella recita dei ruoli sessuali; né incarna le ragioni della parentela contro la ragion di stato. Figlia dell'amore incestuoso fra Edipo e Giocasta, e a sua volta soggetto di due amori incestuosi, verso Edipo e verso Polinice, rappresenta piuttosto la crisi della parentela, il punto in cui il tabù dell'incesto vacilla; e contemporaneamente la crisi dell'ordine politico, che all'ordine simbolico fondato sul tabù dell'incesto è legato da nessi strutturali. E il problema di Antigone non è di entrare in quell'ordine, bensì di rivelarne i divieti costitutivi e i limiti invalicabili, che la lasciano sospesa, né dentro né fuori la polis, né morta viva, destinata a un'esistenza senza luogo, senza rappresentanza e senza rappresentazione possibile.
La rivendicazione di Antigone si intitola il libro di Butler, e non è difficile scorgere quale sia la rivendicazione di Judith che emerge dalla sua rilettura del mito. Contro il femminismo di stato, che dallo stato chiede protezione, legittimazione e riconoscimento, Butler rilancia la sfida antiistituzionale originaria del femminismo. Contro la ragion di stato, rilancia le ragioni di coloro che ne sono esclusi o dannati…

“il manifesto” 11 giugno 2004

torna prima... Una poesia di Anna Cascella Luciani

torna prima
della morte
raccoglimi
di nuovo –
ti abbraccerò
più forte
ti convincerò
di quel che provo –

8 Luglio 60. Franco Padrut rievoca le barricate di Palermo.

Franco Padrut
Dall'edizione siciliana de "La Repubblica" dell'otto luglio 2010 recupero questa testimonianza di Franco Padrut sul luglio 60 a Palermo e sulla morte di Vella, propiziata dalla polizia di Tambroni. Rievoco così, insieme, una pagina ingloriosa della storia repubblicana e un dirigente del movimento operaio che mi è stato caro e che è prematuramente scomparso nel gennaio 2011. (S.L.L.)  
Palermo 1960
8 LUGLIO DI SANGUE
QUANDO PALERMO ALZÒ LE BARRICATE

Giugno 1960. Sono gli ultimi giorni di scuola. La città è scossa dagli scioperi: si sciopera per il salario, si sciopera per i diritti. Il 27 un possente sciopero generale scuote la città. Corso Vittorio Emanuele è quasi giornalmente invaso dai manifestanti. I più agguerriti sono i netturbini. Vengono dai Quattro canti con le loro carriole vuote e innalzano lunghe scope. Giunti alla Cattedrale sono bloccati da un cordone di poliziotti armati di tutto punto, alcuni a piedi, altri sulle camionette. Quando va bene gli scioperanti tornano indietro e si disperdono per il Papireto, quando va male si accendono scontri furibondi. Tifiamo per gli scioperanti, se possiamo li aiutiamo, poi al suono della campanella, che si sente fino alla Cattedrale, torniamo di corsa a scuola. Luglio 1960. La scuola è finita. Per le strade si parla ancora dello sciopero del 27 giugno, degli scontri con la polizia, dei fermati. Nei bar, davanti ai juke-box i ragazzi vantano mirabolanti vittorie sul campo. Sbirri disarmati, manganellate ricevute e la promessa che debbono vendicare i compagni bastonati e fermati.
Venerdì 8 luglio è il giorno dello sciopero generale nazionale proclamato dalla Cgil contro il governo Tambroni e l' eccidio di Reggio Emilia, dove sono stati assassinati cinque giovani. Io e il mio amico Pippo decidiamo di partecipare allo sciopero. Alle 14 ci incamminiamo per piazza Politeama. Le strade sono deserte. Non si vedono autobus né macchine. Le finestre delle case sono chiuse. Giunti a piazza Massimo scorgiamo capannelli di persone, in maggioranza giovani, alcuni giovanissimi. Discutono animatamente e occupano l'incrocio fra via Cavour e via Ruggero Settimo. All' altezza di via Rosolino Pilo una barricata occupa la strada. Giovani manifestanti proteggono la barricata e discutono animatamente. Ancora un centinaio di metri e all' altezza di via Mariano Stabile, fra Barbisio e il Bar Sacchiero un'altra barricata ostruisce la strada. Attraversiamo via Mariano Stabile. Sul fondo, all'altezza di via Roma, scorgiamo uno schieramento di polizia in pieno assetto di guerra con dietro camionette e camion. Proseguiamo per piazza Politeama. All' altezza di via Principe di Belmonte è in corso una dura battaglia: la polizia è sotto scacco quando sentiamo il crepitìo degli spari dei fucili, il fischio delle pallottole che si schiantano sui muri dei palazzi di via Ruggero Settimo. Fuggiamo. La strada per piazza Politeama è bloccata da una colonna di polizia che compare all'improvviso. Non resta che dirigerci vero il Massimo dove sono state erette altre barricate. Improvvisamente da via Mariano Stabile irrompe la polizia che si era schierata su via Roma. I Quattro canti sono occupati da camionette e agenti armati. I manifestanti fuggono per raggiungere la barricata di via Rosolino Pilo. Noi che venivamo da via Belmonte restiamo intrappolati e nel volgere di pochi minuti, attaccati a forza di manganellate, caricati su due camion portati su Piazza della Vittoria, alla Questura.
Ci fanno scendere dai camion. A forza di spintoni ci fanno varcare la soglia dell' atrio. Ci aspettano due file di poliziotti armati di manganelli, cinturoni, scudisci che, gridando come ossessi, si accaniscono su di noi menando botte da orbi. Si va di corsa, cercando di stare al centro per evitare di venire a contatto con i nerboruti poliziotti. Al termine della corsa finiamo in una grande stanza dove ci chiudono dietro le sbarre di un robusto cancello. Col passare del tempo giungono altri prigionieri. Lo stanzone si riempie all' inverosimile, non c' è più posto, gli ultimi arrivati si arrampicano sulle grate del cancello. L'aria comincia a mancare e i prigionieri gridano. Verso le 21 cominciano a fare uscire i primi fermati.
Verso le 23 ci caricano su dei camion ci portano all' Ucciardone nella sala dei colloqui. Trascorrono le ore, la sete si fa sentire, gridiamo, chiediamo acqua. Verso le tre del mattino ci portano dei secchi pieni di acqua. Passa la notte, è il 9 luglio. Il sole batte sul tetto del padiglione dei colloqui. Le finestre sono poche. L' aria si fa sempre più cattiva. Si suda e non ci si può lavare. Verso mezzogiorno, ci vengono lanciate della pagnotte dure come il legno, formaggini e cotognate. Si scatena una bagarre a chi ne acchiappa di più e si apre un baratto fra formaggini e cotognate. I più stanchi sono distesi per terra, altri accovacciati con le spalle al muro. I più resistenti passeggiano da una parte all' altra del padiglione. I feriti non ricevono alcuna cura. Ci si interroga sulle intenzioni dei nostri carcerieri. Verso le 20 cominciano a chiamare i fermati. Tutti ci accalchiamo davanti al cancello, Ad un tratto sento il nome di Pippo e il mio. Ci fanno uscire dallo stanzone. Finalmente all' aria aperta. Un maresciallo ci attende. Con fare bonario ci dice che possiamo andare a casa e ci da una bella strigliata dicendoci che gli studenti non si debbono mescolare con la teppaglia comunista.
Fuori dai cancelli dell' Ucciardone sembra di volare. Le distanze sembrano annullarsi. Rifacciamo, al contrario, la strada dell' andata. La città ci sembra normale. Alcune panchine rotte, la mancanza delle cabine telefoniche, i buchi alle pareti del palazzo di fronte via Belmonte ci ricordano la battaglia del giorno precedente. L'edicola all' angolo di via Mariano Stabile mostra ancora la prima pagina del Giornale di Sicilia del mattino. Leggiamo il titolo. Ci sono stati tre morti, per il Giornale non contano niente, contano le aiuole e i sedili del salotto della città divelti da una teppaglia di rivoltosi.

Intorno a un sonetto "lussurioso". L'Aretino e Leopardi.

Il “sonetto lussurioso” di Pietro Aretino che riporto qui sotto è un gioco: gioco di trasgressione, gioco di parole e gioco di concetti, con cui il “divino” pare anticipare un certo Seicento raziocinante, un certo poetare barocco pieno d’arguzia e di acutezza.
Pure io ci vedo di più, qualcosa che eccede l’intenzione del facitore di versi lubrichi, una anticipazione della “teoria del piacere” di Leopardi, della terribile contraddizione esistenziale per cui le donne e gli uomini tendono a un piacere che non abbia limiti nella durata e nell’intensità, mentre la natura non offre che piaceri “finiti”.
E l’accontentarsi non significa essere contenti. (S.L.L.)
“Perch'io prov'or un sì solenne cazzo
che mi rovescia l'orlo della potta,
io vorrei esser tutta quanta potta,
ma vorrei che tu fossi tutto cazzo.

Perché, s'io fossi potta e tu cazzo,
isfameria per un tratto la potta,
e tu avresti anche dalla potta
tutto il piacer che può aver un cazzo.

Ma non potendo esser tutta potta,
né tu diventar tutto di cazzo,
piglia il buon voler da questa potta”.

“E voi pigliate del mio poco cazzo
la buona volontà: in giù la potta
ficcate, e io in su ficcherò il cazzo;

e di poi su il mio cazzo
lasciatevi andar tutta con la potta:
e sarò cazzo, e voi sarete potta”.

Gian Luigi Beccaria contro i test

L’it. test, «prova», è una riesportazione di latino dall'inglese, originariamente «vaso» di terracotta (lat. testu) che gli alchimisti usavano per saggiare la purezza dell'oro. Ora che è tempo di inizio dei corsi universitari, tempo di test d'ingresso, sta per uscire da Einaudi un nuovo libro di Enzensberger che demolisce la fiducia contemporanea nei test e nel «Quoziente d'intelligenza» misurabile, valutabile con una qualche certezza. Credo che Enzensberger abbia ragione, perché (intanto) non sappiamo proprio bene che cosa sia l'intelligenza. Mozart, l'intelligenza musicale più alta, avrebbe superato un qualsiasi test d'ingresso? Penso di no. Ci si chiede perciò che cos'è l'intelligenza. Alcuni studiosi ne hanno individuato un gran numero di tipi. C'è, lo sappiamo, un'intelligenza logico-matematica, una musicale, una manipolatrice, una sociale, una emotiva… Uno studioso americano ne indica ben 120 tipi. Come può un test valutarne la varietà?
Sociologi, psicologi, sono i grandi fautori e introduttori dei test. La pratica dei test (per essere ammessi in una Facoltà, in un'azienda, ecc.) si attaglia bene al nostro mondo burocratizzato e aziendalizzato. Serve soltanto ad arginare l'enorme quantità di richieste di posti. Risponde alle necessità di una società senza coraggio: coraggio di respingere, di bocciare, come di premiare i meritevoli. Serve di certo il test puramente meccanico, che verifica, poniamo, la capacità di assorbire un urto da parte di un nuovo tipo di auto, che mi misura l'efficienza di un motore... Ma l'intelligenza umana!
Comunque sia, bene risponde il test a un mondo semplificato, appiattito, quello odierno, che sta perdendo il senso della sfumatura, delle possibilità multiple di risposta. Meglio la vecchia retorica, la sofistica, che ti esercitava a una varia possibilità di soluzioni. In un test vige invece la sola possibilità binaria di rispondere bianco o nero, sì o no, non esiste il grigio, lo sfumato, il «ni», la complessità, il simbolo, quello che sta dietro alle parole, sopra le parole, oltre le parole, il potere evocativo. Invece, o bianco, o nero.
Quanto alla misurazione del quoziente di intelligenza, ne mina la validità - scrive Enzensberger - il fatto che i criteri di valutazione cambiano attraverso i tempi perché la scala dei valori muta rapidamente. A carne è scesa e o purmone è sagghiuto, il prezzo della carne è sceso mentre polmone e frattaglie sono salite, direbbe argutamente un napoletano.

“Tuttolibri – La Stampa”, 22 settembre 2007

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