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30.8.19

Insulti di paese e pessime figure (S.L.L.)

Gianni Rivera

Non so oggi; con il grande movimento delle persone e con l'apporto di ogni forma di comunicazione moderna e postmoderna, moltissimo è cambiato; ma a mia memoria, al tempo della mia infanzia, quando vivevo in un paese sostanzialmente chiuso in se stesso, figliu di buttana si usava molto raramente nella sua accezione benevola, per indicare persona abile e spregiudicata, ma quasi sempre era insulto pesante, che feriva, anche se non sempre era riferito ai comportamenti della genitrice, quanto a quelli – considerati pessimi – del destinatario dell'insulto. Diverso era, se ben ricordo, l'uso di figliu di ba(g)ascia, la cui gravità era più collegata al contesto e di cui era più frequente un'utilizzazione giocosa, specie con l'aggiunta di un aggettivo enfatizzante: gran figliu di ba(g)ascia, grandissimu figliu di bag(a)scia. La g si sente e non si sente come quella di (g)arrusu, altro insulto temibile, che il contesto poteva rendere accettabile se non addirittura affettuoso: non valeva più “omosessuale”, ma “furbo”, specie se usato in forma alterata (g)arrusazzu o con l'aggettivo gran.
Gli insulti ai “figli di” avevano come variante il cambio di destinatario: si diceva to ma' buttana - o anche buttana di to ma'; to ma' bag(a)scia - o anche bagascia di to ma'.
In paese qualche decennio fa aveva aperto una trattoria popolare, molto frequentata, con sull'insegna il nome Tomasc, un mio vicino di casa e quasi coetaneo, oltre tutto milanista. È morto non molto tempo fa e m'è dispiaciuto, trattandosi di persona buona, onesta e affabile. La prima volta che vi andai a mangiare, chissà perché, m'era venuto in mente che quel locale vagamente si ispirasse al “Meo Patacca” di Roma, altrimenti detto “Alla parolaccia”. Così, in maniera assolutamente innocente, dissi all'oste: “Birbante! Che significa quel Tomàsc, to mà ba(g)asc?”. Si fece serissimo e mi guardo così male, che più non avrebbe potuto. Disse; “No, significa Totò, Maria, Silvia e Claudia”. Erano i nomi suo, della moglie, delle figlie.
Per alcune volte, quando ci tornai, mi salutava appena ed evitava di venire al tavolo. Riuscii a ritrovarne la cordialità e il sorriso parlandogli di Rivera.

22.8.19

Il giovane Matteo Salvini e la felicità (la Repubblica, 3 luglio 2000)



La felicità è sapere di aver contro un intera città, un'intera nazione ma crederci lo stesso fino all'ultimo minuto di recupero. E alla fine brindare con birra e bianco frizzante della Franciacorta e approfittarne per abbracciare ancora una volta Miss Camicia Verde. Gli unici che ieri sera hanno festeggiato per come è finita la finalissima degli Europei non andateli a cercare dalle parti del Consolato francese.
Ma negli studi di Radio Padania Libera, in uno scantinato della sede di via Bellerio dove Matteo Salvini e Matteo Mauri, hanno tifato, urlato, sudato contro l'Italia. Gli unici a gridare gooooool che più forte non si può quando David Trezeguet la mette dentro e il sogno finisce.

27.7.19

Il rossetto di Marta, e la sua lezione sul calcio femminile (Elena Tebano)



Fino al 1981 in Brasile il calcio femminile era vietato. Bisogna partire da qui per capire il significato della carriera di Marta, 33 anni, attaccante della nazionale brasiliana e a lungo la più forte giocatrice del mondo. E soprattutto quello delle parole con cui, dopo la sconfitta contro la Francia, ha chiuso la sua ultima partita di un Mondiale. Hanno fatto giustamente il giro del mondo. Solo quattro anni fa uno dei dirigenti del calcio brasiliano spiegava in tv —racconta Louisa Thomas sul New Yorker — di essere fiducioso che, nonostante le studentesse fossero ancora scoraggiate dal giocare e le opportunità professionali scarse e mal pagate, i tifosi avrebbero imparato ad amare il calcio femminile, perché «ora le donne stanno diventando sempre più belle, si truccano» e i pantaloncini sono diventati più corti. Quest’anno nella partita contro l’Italia Marta aveva in effetti il rossetto, anche se probabilmente non del tipo che avrebbe voluto il dirigente brasiliano.
«Il colore viola scuro rendeva il suo viso spigoloso, intenso e gotico. Internet aveva molte opinioni su cosa significasse per Marta, per il calcio, per le atlete, per le donne in generale e per l’umanità» scrive Thomas. Dopo la partita, durante la quale ha segnato il suo diciassettesimo gol in cinque Coppe del Mondo, più di qualsiasi uomo o donna, Marta ha spiegato: «Porto sempre il rossetto. Non quel colore, ma oggi ho detto: oserò. È il colore del sangue, perché abbiamo dovuto lasciare il sangue sul campo. Ora lo userò in ogni gioco». Marta è davvero la donna «più bella di sempre» sul campo —ragiona Thomas — e questo ovviamente non ha nulla a che fare con il rossetto, ma con «sessismo quotidiano» e il fatto che «essendo cresciuta giocando per strada in una piccola città rurale del Brasile, doveva essere più veloce, più agile e più fantasiosa dei ragazzi che erano pronti a tutto pur di batterla». Così Marta ha imparato «a pieno il potenziale del suo corpo, come ogni superficie e angolo poteva essere usato per raccogliere e controllare la palla. Ha capito che una testa ferma, i piedi che ballano e le anche che ondeggiano possono fuorviare un difensore». Ha conquistato un’intimità assoluta con la palla.
Dopo la partita con la Francia si è rivolta alle bambine e alle ragazze brasiliane per lasciare loro la sua eredità morale, e guardando dritta nella telecamera, le parole scandite dalle labbra rosse, ha detto: «Il calcio è volere di più, è allenarsi di più. Essere pronte a giocare novanta minuti e poi altri trenta quando serve. Questo è quello che chiedo alle ragazze. Non ci sarà una Formiga per sempre. Non ci sarà una Marta per sempre. Non ci sarà una Cristiane. Il calcio delle donne dipende da voi per sopravvivere. Il calcio dipende da voi ragazze».

Rassegna del “Corriere della sera”, 26 giugno 2019

17.7.19

Equilibrio sospeso. Intervista a Jury Chechi (Roberto Mussapi)



In Platone, in Senofonte e in Aristotele è costante la distinzione tra la musica e la ginnastica e le attività produttive svolte a scopo di guadagno. Musica e ginnastica appartengono alla sfera della poesia e del teatro, traverso cui l’uomo si accosta alle alte sfere, mentre le attività produttive e mercantili non sono degne degli uomini liberi. Non a caso nascono in Grecia le Olimpiadi, evento rituale imparentato con le rappresentazioni tragiche, e durante il cui svolgimento si interrompe ogni guerra. Il mito dell’atleta si sposa in Grecia con quello del poeta tragico, l’Odissea vede gare atletiche con protagonista lo stesso Ulisse. La ginnastica che noi conosciamo, quella dei mitici Comaneci, Menichelli, Chechi, è una specialità moderna, che attinge all’archetipo greco. Gli anelli, specialità maschile, è la più spettacolare, nel senso profondo dell’aggettivo. Un uomo sospeso, in poco più di un minuto l’atleta deve raggiungere la posizione, trovare un perfetto assetto statico con fulminei passaggi dinamici. Sospensione assoluta a cui segue la fase finale del salto, l’uscita, che deve essere perfetta come un tuffo. Jury Chechi, cinque ori mondiali e uno olimpico più un’infinità di altre medaglie, è uno degli eroi di questa disciplina.

Che cosa significa praticare gli anelli rispetto alle altre specialità di ginnastica? Mi pare che in tutte le altre, che lei pure ha praticato, ci sia una notevole percentuale di movimento. Negli anelli ho la sensazione che il movimento sia solo una spinta energetica per conseguire una perfetta immobilità. È così?
«In parte è così. Ogni attività della ginnastica ha caratteristiche diverse. Forse negli anelli la loro sintesi è probabilmente più difficile. La prima fase, di slancio, precede quella statica, definitiva, è velocissima, fondamentale. L’insieme delle due consente di cercare la perfezione ».

In che senso la perfezione?
«Io sento perfettamente che esiste una perfezione, una posizione assoluta di equilibrio».

Scusi, la devo interrompere. Quale perfezione?
«C’è una perfezione assoluta, nella realtà. Io, il ginnasta, cerco quella che riguarda la mia sfera. Esiste una posizione agli anelli assoluta. Come ogni perfezione non è raggiungibile da un uomo, ma ci si deve avvicinare al massimo. Mi sono spesso avvicinato al 10, ho avuto 9,87, ma il dieci è la perfezione assoluta, che non è degli uomini. Perché, poi, ricordiamo che sono uomini anche i membri della giuria, coloro che ti danno i voti, e quindi anche il loro sguardo, la loro valutazione, non possono essere perfetti in assoluto. E meno male che a noi umani la perfezione assoluta è preclusa! Ma noi dobbiamo cercare di avvicinarvici, quanto più possiamo. Vale in tutti i campi. Sì, la perfezione esiste, ha dei modelli, astratti, ma reali. Mentre inizio l’esercizio, quando sono nelle condizioni di forma e allenamento ideali, nella mente io raggiungo la perfezione, disegno e immagino esattamente quale sarà la posizione, il rapporto tra la fase dinamica della spinta e quella statica dell’equilibrio. Il corpo non può raggiungere la perfezione, la mente la vede nettamente. Se sei allenato mentalmente. Perché il primo allenamento è spirituale, mentale, e va di pari passo con quello fisico».

Corpo e mente non sono separati?
«Sono realtà diverse, ma devono procedere e agire in accordo. La perfezione che la mia mente vede con assolutezza deve essere seguita dal corpo. Di qui l’importanza del lavoro, della disciplina: mi riferisco a una disciplina che è contemporaneamente mentale e fisica. Il corpo non può rispondere totalmente alla visione della figura perfetta che la mente dell’atleta deve raggiungere. Ma deve sapervi corrispondere».

Scusi, lei parla della perfezione del ginnasta sugli anelli come quello che si potrebbe definire un assoluto platonico, una figura astratta, quindi crede che esistano perfezioni assolute, astrali. E nello stesso tempo afferma che è anche positivo che l’uomo, pur aspirando a quella perfezione, non la possa conseguire. Lei è un campione e a me basta quanto ha dato all’Italia, a me italiano, e in generale all’uomo. Agli anelli. Ma ora mi colpisce anche qualcosa di preesistente ai suoi ori: il suo è un discorso che ha qualcosa di religioso.
«Non sono credente, per un mio percorso che parte da istanze di fede. Ma la maggior parte dei valori su cui si fondano la mia vita, la mia attività, la mia visione, sono valori di fede. Molto vicini ai valori cristiani, anche se non credo in Dio. E in questo c’entra anche il lavoro, il senso di sacrificio, il desiderio di superarsi, di dare sempre il massimo. È fondamentale il sacrificio, il lavoro. La via verso la perfezione è sacrificio, dedizione assoluta».

Per essere Chechi o Stefania Belmondo ci vuole qualcosa di più dell’abnegazione. Come per un poeta.
«Certo, il dono. Quello è tutto, se non c’è non c’è. Ma agisce al trenta per cento. Quanti ne ho visti, dotati, non giungere a nulla. Il dono va onorato con il sacrificio, e con l’applicazione della mente».

Lei sta parlando di qualcosa che credo di conoscere… Scusi, ma l’atleta che raggiunge la perfezione agli anelli, e lei è uno dei pochi che vi sono riusciti, non incontra, nella sospensione assoluta, una sorta di estasi? Insomma quando consegue la perfetta immobilità, è fuori di sé o sta lavorando mentalmente per mantenere il controllo?
«Fino a quando mi aggrappo c’è la tensione assoluta, lo sforzo fisico e una bruciante volontà. Nel momento in cui mi fermo – parlo delle situazioni vincenti, in quelle diverse percepisco subito, in pieno, l’imperfezione, l’errore – mi sento fuori. Non vorrei esagerare, parlando di stato di trance…».

Io, vedendo lei, Dibiasi, in certi momenti epici, ho pensato a uno stato di trance, letteralmente…
«Preferisco limitarmi a dire che è qualcosa di meno alto, ma imparentato. Certo di quel minuto, intendo il minuto dei cinque mondiali, ancor più l’oro olimpico, non ricordo, più nulla. Mai più. Qualche bagliore. Ricordo perfettamente il prima…».

Il prima di aggrapparsi, la spinta e il il balzo…
«Esattamente. E il dopo. Dopo mi pare di scendere. Ma in quel minuto di cui non ricordo nulla ho la certezza di essere giunto alla meta, vicino alla perfezione».

In cui si annulla.
«Lei mi fa domande diverse dal solito. Questa conversazione è differente. Dalle solite. Mi accorgo che è proprio così. Lei mi ha capito. Che mentre sento che sto vincendo, mi annullo. Un attimo dopo, appena tocco terra, soddisfazione, fierezza, gioia. Ma soprattutto, soprattutto un senso di liberazione».

Liberazione?
«Sì, liberazione».

Nessuno la obbligava…
«Qualcosa mi obbligava. E nel momento in cui lo conseguo la meta, mi libero di un vincolo».

Mantiene il patto. E poi, di nuovo a terra, primo nel mondo, eroe delle Olimpiadi, non prova la sensazione della gloria?
«Sì, e credo che se qualche campione nega di provare questa sensazione non sia sincero fino in fondo. O non sia normale… Sì, la gloria, la fierezza di essere quello che sono per quanto ho fatto, con passione e sofferenza ».

E talento, scusi, dono divino. O di natura, per ricorrere a una terminologia più consona al suo sentire.
«Quello c’è, ripeto, e conta il trenta per cento. Ma proprio perché c’è deve essere onorato, mai sprecato, onorato con fatica e impegno. E dedizione assoluta».

Ha provato l’ebbrezza della gloria? Intendo la pura, assoluta felicità del campione olimpico della Grecia antica, che sente l’eco che il suo nome avrà nel mondo? Il brivido di avere compiuto un’impresa nobile, non violenta, pacificante, e anche gloriosa?
«Sì, non lo nego assolutamente. Liberazione, felicità, e un senso di onore quando qualcuno mi riconosce, ancora. Pensi, c’è addirittura chi mi incontra, e mi ringrazia».

Mi inserisco nella lista degli eletti…
«Lo ammetto senza esitazioni, mi fa piacere. E non nego anche la soddisfazione per i guadagni pratici, economici, che le medaglie d’oro comportano. Fa parte della ricompensa della vita. Guai ad anteporre queste cose al puro esercizio di un compito. Devono stare al loro posto, ma ci sono. D’altronde, per un atleta, la prima, la vera spinta è superare se stesso. Dobbiamo vincere per migliorare noi stessi e dare felicità agli altri. In questo nulla è paragonabile a un oro olimpico. Il mio vale di più dei cinque Mondiali, e alla pari il bronzo olimpico, quando, dopo l’infortunio, dissero che avevo finito e dovevo ritirarmi. Quello è il mio secondo oro alle Olimpiadi. Che culturalmente, spiritualmente, sono un’altra cosa. Come se durassero tutto il tempo della civiltà, oltre il tempo».

Avvenire, 25 luglio 2015

5.4.19

Ping pong e metafisica. Quella pallina a effetto che illumina la via (Luigi Cruciani)



Inghilterra, seconda metà dell’Ottocento. L’epoca vittoriana si incammina verso la decadenza, ma i suoi aristocratici ancora vogliono divertirsi: troppo poco inclini al dramma borghese, troppo poco autocritici per leggere Conrad o Hardy, troppo aristocratici per giocare a tennis durante la brutta stagione. Proprio a imitazione di questo, allora, concepiscono il tennistavolo. Una fila di libri a mo’ di rete, i coperchi delle scatole (spesso di sigari) come racchette, un tappo di sughero o una matassa di filo al posto della pallina. Fra quel passatempo e la disciplina che oggi conosciamo si trovano l’invenzione della sfera di celluloide e, soprattutto, la geniale intuizione di Hiroji Sato, pongista giapponese che ricoprì nel 1952 la sua hardbat in legno con due strati di gommapiuma. Entra in scena lo spin, la rotazione impressa alla pallina; ed entra in scena l’Asia. Da questo momento, il tennistavolo assume il valore trascendentale di motore verso la pura forma. Diventa mistica.
O almeno questa è l’intuizione che ha portato Guido Mina di Sospiro a scrivere La metafisica del ping pong, appena uscito in Italia per Ponte alle Grazie. Secondo lo scrittore – nato a Buenos Aires, cresciuto a Milano e residente da molti anni negli Usa – questo sport, attraverso un cammino iniziatico, può condurre l’adepto a scoprire se stesso e la dimensione metafisica della realtà. Proprio a partire dallo spin.
«La rotazione interviene in tutti gli sport che abbiano una palla, ma nel tennistavolo agisce in maniera massiccia perché questa è piccola e leggera. Si possono imprimere fino a 150 rotazioni al secondo, una cosa mostruosa a cui non si avvicina nessun’altra disciplina», dice Mina di Sospiro a pagina99. «Il ping pong ha cambiato la sua natura negli anni ’50 con la cosiddetta racchetta sandwich. Le racchette precedenti producevano un gioco piatto e prevedibile. In una parola, euclideo. Con lo spin è intervenuta la geometria non euclidea, dato che la rotazione può esercitarsi in quattro direzioni. La pallina reagisce nei modi più diversi a causa dell’effetto Magnus, ed è ingannevole per l’avversario che riceve capire quale tipo di effetto abbia. Il tutto rende questo sport molto cervellotico, almeno all’inizio».
La capacità del ping pong di forzare le leggi della fisica è l’aspetto decisivo che ha illuminato lo scrittore, studioso di forme alternative di conoscenza quali il sufismo e il taoismo, percorsi di evasione dalle prigioni del pensiero lineare. Anche il tennistavolo sarebbe una disciplina capace di aprire vie di fuga dal determinismo; una possibilità che non tutti colgono. Per l’autore, infatti, i pongisti si dividono in due categorie: i metafisici e gli empiristi. Mentre i primi si sforzano di padroneggiare l’arte dello spin per ritrovarsi proiettati platonicamente fuori dalla caverna, i secondi – quelli provvisti di gomme antispin o i cosiddetti “re degli scantinati” – sono paghi di rimanere nel mondo del loro gioco piatto, dominato dal nesso di causalità.
«Gli empiristi rinunciano allo stile corretto del tennistavolo e a volare in un’altra dimensione», afferma Mina di Sospiro. «I metafisici invece spesso riescono in delle cose di cui si stupiscono per primi. C’è uno squarcio di un mondo della forma che riescono a intravedere. Una metafora quindi anche per altre esplorazioni filosofiche, normalmente non percorse in Occidente».
Questa è la ragione principale che rende i cinesi i più forti giocatori al mondo.
«I cinesi hanno un atteggiamento molto diverso dal nostro. Se un occidentale fa un bel punto, lo pensa come colpo di bravura; mentre l’orientale lo considera un colpo di fortuna, dato che è a bassa probabilità di riuscita. Loro sono molto interessati all’accidentalità e non alla causalità, come invece è l’Occidente da Aristotele in poi. L’I Ching (il primo dei testi classici cinesi, considerato da Confucio libro di saggezza e a livello popolare testo divinatorio, ndr) ci dice che i cinesi da 5000 anni sono affascinati dagli aspetti accidentali degli avvenimenti. Per questa mentalità il nesso causa-effetto è una cosa troppo ovvia per essere trattata filosoficamente. A differenza di quanto si pensi, sono un popolo molto spirituale, che intravede in questo sport, da loro praticato ai massimi livelli, qualcosa che va al di là dello sport stesso e ha a che fare con le arti marziali e la calligrafia».
L’ultimo capitolo del libro vede il suo autore entrare nella Città Proibita di Pechino e meravigliarsi di fronte all’arte millenaria di un esperto calligrafo. Qui Mina di Sospiro ha trovato la conferma decisiva alla sua idea: «Tanto per la calligrafia quanto per il ping pong, ci vogliono una pratica infinita e la ripetizione di movimenti precisi che devono diventare istintivi, fino ad arrivare alla forma perfetta. Ora, nel nostro vocabolario questa parola è stata svilita (pro forma, formalità). In realtà la forma è l’essenza. I cinesi raggiungono la forma perfetta e un gioco ineccepibile, e a questo punto la vittoria diventa un suo corollario».
Ma il tennistavolo non è soltanto una metafora della vita o di una via di ricerca spirituale. Leggere La metafisica del ping pong è anche scoprire un’infinità di storie, di personaggi venuti da ogni parte del mondo per radunarsi intorno a un tavolo con racchette e pallina. C’è Joe, che accoglie i neofiti al circolo di Arlington ed è un ottimo giocatore nonostante la perdita di un occhio: «Smise di giocare a ping pong perché non credeva fosse possibile continuare, normale dato che non si ha più il senso della profondità», racconta lo scrittore. «Comunque Joe non si è fatto abbattere, è riuscito a sistemare tante cose nella sua vita e alla fine ha deciso di ricominciare a giocare; a tutt’oggi lo fa abbastanza bene, fatto miracoloso, e ha un atteggiamento sempre allegro». C’è Hien, il vietnamita torturato per 8 anni in prigione e che gioca come fosse un bambino, col sorriso sulle labbra; oppure Alex il russo, malmenato ripetutamente in Siberia dai soldati sovietici perché ebreo e fuggito prima in Israele e poi negli Usa, un orso capace di trasformarsi in gentiluomo di fronte alle signorine del club. «Il ping pong è uno sport che attira gli eccentrici».
E poi si fa la conoscenza di Jaime, dominicano che tra i ’70 e gli ’80 partecipò a Olimpiadi e Mondiali, arrivando tra i primi 20 giocatori al mondo. «Jaime è ancora il mio maestro, ma il nostro è un rapporto particolare. Lui ha un modo di giocare altamente atletico e un po’ datato, con uno stile che predilige il dritto e considera il rovescio un’armita (armetta). Oggi i giocatori professionisti non fanno differenza di colpi. Questo ci diversifica. Comunque, ancora non l’ho battuto».
Ping pong e metafisica. Una corrispondenza che ricorda in qualche modo quella tra bowling e dudeismo, la religione ispirata a Jeffrey “Drugo” Lebowski che non a caso si nutre di elementi platonici, buddhisti e taoisti. The Dude sa che il mondo non è euclideo, che bisogna fare i conti con l’imponderabile; lui la prende come viene, non lavora, pratica il tai chi, fuma e fa il bagno mettendo in sottofondo i versi delle balene; il caos, l’accidente lo va a cercare, ma il Drugo conosce una dimensione superiore. Uno stato di grazia raggiunto, ad esempio, quando si stende per terra e manda nelle cuffiette la registrazione delle giocate di bowling – solo i suoni dei lanci e dei birilli colpiti – col sorriso beato del mistico che si allarga sulla faccia. Una suggestione troppo ardita?
«Niente affatto», ribatte Mina di Sospiro ridendo. «Ho scritto due saggi su The big Lebowski e lo ritengo il miglior film della storia del cinema. Il bowling, poi, ha un po’ di spin anche lui. Un giorno stavo salendo le scale del mio club e ho sentito il rumore delle palline sui tavoli da gioco, e anche a me questa sensazione sonora ha messo il sorriso sulle labbra. Quello di chi tocca un’altra dimensione».

Pagina 99, 16 aprile 2016

2.4.19

L’Inter da Padre Pio (Giovanni Cataleta)


Il 24 febbraio scorso “Avvenire”, il quotidiano dei vescovi cattolici italiani, ha pubblicato, a edificazione dei fedeli e dei devoti, l'articolo che segue. Esilarante. (S.L.L.)


La doppia profezia di Padre Pio è andata in onda su Inter Tv.
Un docufilm in cui si ripercorre la stagione nerazzurra 1964-’65 in cui lo scudetto era una questione tutta milanese. Al giro di boa i rossoneri di Nils Liedholm guidavano la classifica con 5 punti di vantaggio sull’Inter del mago Herrera. Il Milan nonostante l’assenza di Altafini, rimasto in estate in Brasile per i forti contrasti con Gipo Viani, aveva fatto il vuoto grazie ai gol di Amarildo e Ferrario.
Alla seconda giornata di ritorno, il 31 gennaio 1965, i nerazzurri erano di scena allo Zaccheria di Foggia contro la matricola guidata da Oronzo Pugliese. L’Inter qualche mese prima era diventata campione intercontinentale mentre i rossoneri dauni, al primo campionato di serie A, avevano nell’entusiasmo e nel furore agonistico la loro arma principale.
Sulla carta la partita era senza storia, ma sul campo la musica fu molto diversa. Arrivata in Puglia, la squadra di Herrera andò in ritiro a San Giovanni Rotondo. La moglie del presidente Angelo Moratti, signora Erminia, devota di Padre Pio, convinse il marito ad andare al Convento e farsi ricevere dal frate delle stimmate. Arrivati al Convento, Herrera, Moratti e i calciatori lasciarono un’offerta in denaro per la Chiesa. Padre Pio nel corso del breve incontro con la comitiva interista, con il suo tipico tono burbero disse: «Che siete venuti a fare? Credete di poter comprare la partita? Domani a Foggia perderete, ma vincerete lo scudetto!».
L’incontro con Padre Pio fu un momento di alta spiritualità per i giocatori dell’Inter, che fecero il pieno di emozioni. Il difensore Guarneri ricordò lo straordinario magnetismo del frate, Burgnich l’emozione di quando i giocatori furono presentati uno ad uno a Padre Pio, Suarez non mandò giù la profezia della sconfitta a Foggia. Il portiere Sarti, assente in quella partita, ma aggregato alla comitiva, ricordò le parole dure del frate, quando li ammonì: «Che cosa volete? Avete già tutto!». Per qualcuno quell’incontro non fu sufficiente. La mattina dopo, infatti, all’alba, Sandro Mazzola scappò dal ritiro e con il capitano Picchi tornò al Convento per incontrare ancora Padre Pio e confessarsi. L’attaccante nerazzurro gli confidò di temere di aver peccato in quanto pregava Dio perché lo facesse diventare un calciatore di successo. Padre Pio lo assolse con una pacca sulla spalla e gli raccomandò solo di continuare a pregare e sperare.
Il futuro San Pio non si interessava di calcio, non conosceva l’Inter ed i suoi campioni, simpatizzava per il Foggia che ogni 15 giorni, con l’allenatore Oronzo Pugliese, era a San Giovanni Rotondo ad ascoltare la messa. Allo Zaccheria andò proprio come aveva profetizzato Padre Pio: il Foggia vinse 3-2 contro i campioni interisti. I rossoneri pugliesi, in vantaggio per 2-0 (gol di Lazzotti e Nocera), furono raggiunti dalla veemente reazione della squadra di Herrera e Moratti (reti di Peirò e Suarez). Ma a qualche minuto dal termine della gara fu ancora Nocera a regalare ai foggiani di Oronzo Pugliese la straordinaria vittoria. Quel giorno Pugliese divenne ufficialmente il Mago di Turi o il Mago del Sud, la risposta italiana a Helenio Herrera. Anche la seconda profezia di Padre Pio si avverò: dopo la sconfitta di Foggia, l’Inter era distanziata di 7 punti dal Milan, ma ingranò una fantastica rimonta nelle 15 partite rimanenti. Con 13 vittorie e 2 pareggi si prese lo scudetto.

Avvenire, 25 febbraio 2019

1.4.19

Settembre 2017. Addio a La Motta, il Toro Scatenato (Stefano Semeraro)


Contro Robert De Niro aveva boxato un centinaio di round. Tanto per fargli capire come funzionava. «Nel film sembro uno cattivo», digrignò quando “Toro Scatenato”, uno dei capolavori di Martin Scorsese, uscì nei cinema nel 1980. «Ma ho capito che è la verità. Ero un bastardo, un niente di buono. Non è così che sono, adesso. Ma allora ero così». Allora Giacobbe “Jake” La Motta aveva 59 anni. Ieri, quando il Toro del Bronx si è spento per le complicazioni di una polmonite nella casa di cura in cui era ricoverato, erano diventati 95: sporchi, travolgenti, irascibili, maleducati. Mai banali.
Prima e dopo il ring Jake la Motta è stato tante cose. Un ragazzino capace di prendere a sprangate gli adulti per strada, figlio di un immigrato di Messina con un banchetto di frutta che a sua volta picchiava lui e la madre. Comico, gestore di night-club finito in prigione per prostituzione minorile, gallina dalle uova d’oro della mafia. L’eroe di quelli che non mollano mai e l’attore di strada capace di recitare in 15 film e persino a fianco di Paul Newman, una particina, nello Spaccone.
Alla boxe che conta era arrivato in fretta, a 19 anni. Peso medio anomalo, rognoso, irriducibile. Uno stile primitivo, imparato in strada: «esci dall’angolo e colpisci, colpisci, colpisci. Prendi tutte le botte che l’altro può darti, ma resta in piedi. E picchia, picchia, picchia». Ray Arcel, uno dei più famosi allenatori di allora: «quando saliva sul ring era come se fosse dentro una gabbia a combattere per la sua vita».
A 21 anni, nel 1942, il primo dei sei match contro Ray Sugar Robinson che hanno costruito la sua leggenda di toro impossibile da abbattere (“ho incontrato tante volte Sugar che è un miracolo se non ho il diabete»). La prima sconfitta di Sugar dopo 41 match da professionista, l’unica vittoria di Jake. L’ultimo, il 14 febbraio 1951, il “Massacro di San Valentino”, con quel 13esimo round da macelleria diventato la scena madre del film: De Niro ridotto a una maschera di sangue, appeso alle corde, che irride Robinson e non va mai giù. «Era lì, con la testa che ciondolava, e improvvisamente con un gancio sinistro quasi mi spaccò lo stomaco», ha scritto Robinson nelle sue memorie. «Quella sera capii che La Motta era una specie di animale».
Quella sera Jake perse il titolo mondiale che aveva vinto nel 1949 per k.o. tecnico contro Marcel Cerdan, il fidanzato di Edith Piaf che si schiantò in aereo prima di avere la rivincita. Per arrivarci aveva regalato anche un match a Billy Fox, nel 1947. Un piacere dovuto a Blinky Palermo, il manager del suo avversario, uno dei capibastone di Philadelphia come del resto il suo, di manager, Frankie Garbo. Tutti lo davano vincente, perse in quattro round e ci rimise 1.000 dollari di multa e una sospensione di sette mesi per averla fatta troppo sporca. «Se non avessi perso non sarei mai arrivato a battermi per il titolo», ammise nel 1960 davanti alla commissione antimafia del Senato.
Nel 1950 il titolo lo difese senza mai rischiare contro Tiberio Mitri, il suo doppio italiano – belle donne, jet set, galera – al Madison di New York. Dopo la mattanza con Robinson arrivò il declino. Passò ai Massimi leggeri dove nel 1952 rimediò l’unico k.o. della sua carriera, contro Danny Nardico.
Nel 1954 si ritirò, con un record di 83 vittorie (30 k.o.) 19 sconfitte, 4 pareggi, continuando però a collezionare mogli, sei in totale, una, Vikky, la bionda del film, ancora adolescente. E poi accuse, denunce, condanne. Si trasformò in showman, una mezza icona pop con il naso appiattito dalle botte. «Non c’è verso che io vada giù, con nessuno», diceva. «E in tutta la carriera nessuno mi ha veramente fatto male. Le uniche che mi hanno fatto male sono state le mie mogli».

dl sito "Curiosi di sport"

7.1.19

La Supercoppa in Arabia e la scomoda verità delle parole di Angelo Micciché (Luca Angelini)

Mohammed bin Salman
«Il fatto che la Supercoppa italiana si giochi in un Paese islamico dove le donne non possono andare allo stadio se non sono accompagnate dagli uomini è una tristezza, è una schifezza». Così parlò Matteo Salvini, dando voce all’indignazione di tanti, di destra, di centro e di sinistra. Però, scrive su “Linkiesta “Fulvio Scaglione, ex vicedirettore di “Famiglia Cristiana”, dopo aver concordato che «l’Arabia Saudita è uno Stato canaglia. Anzi: se incrociamo spregiudicatezza e ricchezza, è “lo” Stato canaglia per eccellenza. Per decenni ha finanziato l’estremismo e il terrorismo islamico in tutto il mondo», e lo è ancor di più da quando «è dominata da un giovanotto, il principe ereditario Mohammed bin Salman, 33 anni, che distribuisce la pena di morte come l’aspirina, discrimina (eufemismo) le minoranze etniche e religiose, tratta le donne come esseri inferiori, conduce una guerra di sterminio dei civili nello Yemen e, nei ritagli di tempo, fa rapire, uccidere e smembrare i giornalisti scomodi».
Concordato su questo, forse andrebbero meditate meglio le parole del presidente della Lega Calcio, Gaetano Miccicché: «L’Arabia Saudita è il maggior partner commerciale italiano nell’area mediorientale grazie a decine di importanti aziende italiane che esportano e operano in loco, con nostri connazionali che lavorano in Arabia e nessuno di tali rapporti è stato interrotto. Il sistema calcio non può assurgere ad autorità sui temi di politica internazionale, né può fare scelte che non rispettino il sistema Paese. Al contrario, è un fondamentale supporto alla promozione del Made in Italy e dei suoi valori». Traduzione di Scaglione: «noi del calcio siamo le majorette e i mangiafuoco, ma il circo è il vostro. Siete voi quelli del business vero, quelli che vendono ai sauditi le bombe da usare nello Yemen, quelli che vanno in missione diplomatica e poi si picchiano per i Rolex da rappresentanza distribuiti dal principe (novembre 2015, epoca Renzi), quelli che costruiscono il centro direzionale di Milano con i petrodollari di bin Salman. Anzi, diteci pure grazie, perché con il nostro balletto allietiamo le folle e vi spianiamo la strada».

Dalla rassegna stampa del “Corriere della Sera”, 5 gennaio 2019

5.1.19

Novecento. Il Milan batte l'Inter sia nel primo che nell'ultimo derby del secolo

10 ottobre 1999 - Weah esulta dopo il goal segnato all'Inter

L’Internazionale viene fondata da quarantaquattro soci fuoriusciti del Milan nel marzo del 1908 e la prima stracittadina ufficiale si può disputare appena dieci mesi dopo, il 10 gennaio 1909.
Si gioca al Monforte, su un campo pesantissimo, dove il Diavolo schiaccia per 3-2 il Biscione con le reti di Attilio Treré, Pietro Lana e Max Laich. I contendenti giocano a viso aperto, anche per merito degli interisti sempre sul pezzo e capaci di pareggiare due volte, con Malcher e Schuler. I novanta minuti hanno luogo nell’ambito del girone eliminatorio milanese, che nessuna delle due squadre supera perché sopraffatte dall’Unione Sportiva Milanese, che gode da terzo incomodo. Una curiosità: la gara è diretta da Goodley, un tesserato della Juventus.
Novantanni dopo il 23 ottobre 1999, il Milan si ripete ancora di misura, questa volta 2-1, con Sevcenko e Weah, abili a ribaltare lo 0-1 di Ronaldo. È un derby aspro, che le due formazioni giocano senza rispiarmarsi, come evidenziano anche le due espulsioni, una per parte, di Ronaldo prima e Ayala poi. E se a seguire il primo derby pare ci siano stati centocinquanta spettatori, a vedere il secondo erano quasi ottantamila!

Fonte: Giuseppe Di Cera Forse non tutti sanno che il grande Milan

30.11.18

"Il tennis e la letteratura? Uguali". Matteo Codignola, editor dell 'Adelphi, parla del suo libro (Luigi Mascheroni)

Matteo Codignola

Sono quarant’anni, forse anche qualche palleggio in più, che Matteo Codignola ama forsennatamente il tennis («Scriva pure che ne sono vittima»). Lo ama da giocatore («Ho iniziato da ragazzino e non ho mai smesso»), da spettatore («Fosse per me lo guarderei in tivù anche 24 ore su 24»), da lettore («Diciamo che maneggio la materia»), e da scrittore: da tempo lo fa per un magazine di sport&cultura. Mentre di pubblicare un libro ci ha pensato per anni. Solo che non sapeva cosa raccontare. Poi, tempo fa, il suo amico Vincenzo Campo (editore sofisticato di Henry Beyle e cacciatore di mercatini) trova una valigia zeppa di vecchie fotografie d’agenzia, tra cui un centinaio sono di tennis, scattate nel circuito amatoriale del secondo dopoguerra, anni ‘50 e ‘60, prima che nascesse il professionismo come lo intendiamo oggi, cioè prima dell’era Open nel 1968. Campioni in azione, racchetta in pugno. Coppie di doppio misto. Strette di mano a fine match. Pause di gioco. Sbarchi di stilosi atleti in aeroporto... Vita quotidiana e partite, che poi per tutti loro erano la stessa cosa. «E lì ho capito che avevo trovato le storie giuste da raccontare. Ho scelto venti fotografie e per ognuna ho scritto una lunga didascalia, diciamo un capitolo». Ed ecco Vite brevi di tennisti eminenti (un po’ biografie d’autore, un po’ cronache al massimo livello di uno sport minore, un po’ riflessione autoironica sul gioco più serio che esista) pubblicato dalla stessa casa editrice di cui Codignola – genovese di nascita, milanese di rinascita e tennista più che amatoriale – è editor di lungo corso e traduttore. Tra gli altri di Patrick McGrath, Mordecai Richler, Patrick Dennis e John McPhee (autore peraltro ben noto a chi sa di letteratura e di tennis...).
Vite brevi, storie fantastiche (per quanto vere). Come quella del barone Gottfried von Cramm, nobile eleganza e classe teutonica, forse – secondo una battuta crudele ma perfetta – «il più forte giocatore a non aver mai vinto Wimbledon». O come quella («una delle mie preferite...») di Eleanor Teach Tennant, la prima grande coach della storia del tennis: indipendente, sessualmente libera, amica di mezza Hollywood, fanaticamente devota alla sue allieve. O quella del losangelino Pancho Gonzales (1928-95), «il più grande di sempre», ma che in pochissimi hanno avuto la fortuna di vedere, dato che giocava nei circuiti professionisti, quindi fuori dai tornei del Grande Slam, e che a 41 anni, nel ‘69, a Wimbledon, vince la partita più lunga mai giocata fino a quel momento...
Dietro quelle foto d’epoca ci sono storie meravigliose. Dietro le copertine e le conferenze stampa dei campioni di oggi...
«C’è quello che loro vogliono che tu sappia. Sono giocatori straordinari, intendiamoci. Ma sopratutto grandi personaggi mediatici dei quali, al di là di ciò che ti dice il loro portavoce, non sai niente. Una volta i tennisti giocavano di meno ma giravano di più. Li vedevi, ci parlavi, di loro si sapeva molto... Le cronache giornalistiche di quegli anni – ricchissime di aneddoti, battute, curiosità dentro e fuori dal campo – sono stupende... Un po’ meno i libri. Erano ragazzi che a 35-40 anni si ritrovavano senza sapere più cosa fare, e così si mettevano a scrivere un’autobiografia, con l’aiuto di un ghost, e quasi mai divertente: poco più di un elenco di match. Il tennis ha sempre prodotto un’editoria sotterranea mediamente noiosa».

Fino a Open. L’eccezione.
«Open è un notevolissimo caso di scuola, un libro che alla storia di Agassi aggiunge molto, e toglie anche qualcosa – diciamo così – di spinoso. Ma è un libro che si è fatto leggere da milioni di persone proprio perché è stato costruito da un grande scrittore, J.R. Moehringer, sull’impalcatura del Grande Romanzo Americano. È qualcosa un po’ più del tennis, qualcosa un po’ meno della letteratura».

Qual è il rapporto tra tennis e letteratura?
«Mi sono fatto l’idea che nel tennis, rispetto a tutti gli altri sport, c’è una indubitabile ricerca della bellezza, del bel gesto, un desiderio di eleganza formale che si può accostare a quell’armonia, o equilibro, che qualcuno – non tutti... – ricerca scrivendo. Di più: nel tennis c’è la stessa ossessione e la stessa incontentabilità che trovi in letteratura. Cerchi sempre la partita perfetta, senza sbavature, come nella scrittura. Se sbagli un quindici, appallottoli e butti via il foglio...».

Cosa significa – cito – che «tra la linea di fondo del campo e la rete ci sono più cose di quante ne contenga la filosofia di un giocatore»? O di uno scrittore...
«Significa che nel tennis tu pensi in continuazione, in maniera – anche qui – ossessiva, per tutta la durata della partita: pensi nelle pause, mentre colpisci la palla, mentre la raccogli. Pensi cosa c’è che non va, perché hai fatto quell’errore, pensi al terrore che ti paralizza quando la possibilità di vincere inizia a prendere forma. E pensi anche nei momenti in cui continui ostinatamente a ripetere, senza una logica apparente, il tuo errore. Il punto è, come disse un grande coach, che il giocatore di tennis non ha mai un piano B. Solo un piano A. Non so, in quello strano rettangolo c’è qualcosa di più di quello che vediamo...».

Genio e sregolatezza vanno sempre insieme, nello sport e anche in letteratura. E così?
«Premessa. A me piacciono i talentuosi; mai avuto la mistica del mediano, o il culto del gregario. Ma credo che non esista il genio senza sudore e lavoro. Non ci credo. C’è l’intuito, la predisposizione, ci sono tante cose, certo... Ma per essere il numero uno devi studiare, allenarti, sputare sangue. Nella scrittura e nello sport. Roger Federer – che io reputo il giocatore più talentuoso mai esistito – è una splendida macchina da guerra. Ma non spunta dal nulla. È frutto di migliaia di ore di allenamento. Nel tennis, e in letteratura, non basta il talento. Non è mai bastato».
Beppe Merlo

Il libro, e il tennis in generale, è pieno di storie di inglesi, americani, australiani soprattutto. E di italiani anche. Cosa ha dato l’Italia al tennis?
«Molto. Grandi giocatori, come Giorgio De Stefani negli anni Trenta. Ha dato Beppe Merlo, esile, amatissimo dalle donne, che giocava pianissimo ma vinceva contro tennisti che avevano quattro volte la sua forza. E poi, in un’altra stagione, ha dato un giocatore come Panatta. Io non amo molto il tennis vintage e lentissimo, preferisco quello attuale. Ma di recente mi sono imbattuto nel documentario The French, sul Roland Garros... Ho visto tre spezzoni di Panatta. E mi sono ricordato delle cose sovrumane, per bellezza, che faceva».

Tennis e editoria. Come va la partita?
«Bene, meglio che nel cinema forse. Detto tra di noi Borg-McEnroe e La battaglia dei sessi, usciti l’anno scorso, sono due film ben fatti, ma deludenti. Le storie sono belle. Quello che manca è il gioco, che nessun tentativo di imitazione, o di ricostruzione, riesce a rendere. In compenso, sì, vedo che i libri sul tennis anche da noi cominciano ad avere il loro pubblico. A parte Tennis di John McPhee, che è uno scrittore gigantesco qualunque cosa scriva, e, uscendo da casa Adelphi, ci sono titoli molto belli di 66thand2nd, che è nata per pubblicare libri di questo genere. Finalmente anche da noi si inia ad apprezzare lo sports writing. Cosa che negli Stati Uniti si fa sempre. E infatti ci sono pezzi di “Sports Illustrated” che stanno tranquillamente a livello degli articoli più belli del tanto, giustamente, celebrato “New Yorker”...».

Il Giornale, 27 novembre 2018

26.11.18

Sessantotto, il nono scudetto del Milan. L'anno di Sormani e la maturità di Rivera. “Una fisiononomia precisa, maschia, autoritaria” (Rodolfo Pagnini)


Articolo curioso questo di Rodolfo Pagnini su “l'Unità”. Il passaggio sulla fisionomia “maschia e autoritaria” contrapposta al molle, fllaccido e lezioso è rivelatore di quanto sia durato il “machismo” fascista nel linguaggio (e forse non solo nel linguaggio) del giornalismo sportivo e di come esso passi senza proteste perfino su un quotidiano come “l'Unità”. Per la precisione va ricordato che Pagnini, pur essendo nel Sessantotto tra i critici più fieri del mago Herrera, era notoriamente un interista. (S.L.L.)

La sentenza senza più appello della CAF (la «Cassazione del Calcio italiano») contraria all'Inter ha ufficialmente sancito il trionfo del Milan con quattro giornate di anticipo sul termine del campionato. È il nono scudetto che viene ad onorare il club rossonero e giunge dopo sei anni di astinenza, anzi, di vere e proprie tribolazioni, se si pone mente all'infausta gestione Riva che gettò il Milan sull’orlo del fallimento tecnico e societario.
Un giovane presidente. Franco Carraro. e un vecchio «lupo di mare», Nereo Rocco sono riusciti a fare del Milan un modello d'organizzazione, di serietà, di unità d’intenti, a dargli una fisionomia precisa, maschia, autoritaria. Può sembrare quasi un miracolo se ci si ricorda il Milan molle, flaccido, disarticolato e lezioso delle scorse stagioni, ma non si tratta di un miracolo: la «svolta» del Milan non si è concretizzata per virtù taumaturgiche, bensì per la dura .appassionata, meticolosa applicazione dei suoi dirigenti, del suo allenatore, dei suoi giocatori.
Nereo Rocco merita il più vivo plauso per come ha condotto la sua campagna: nessuna dichiarazione roboante, obbedienza alla realtà, atteggiamenti sereni, improntati alla modestia e perciò tali da ingenerare attorno al Milan quella simpatia che, al contrario, attorno all'lnter si trasforma quasi sempre in antipatia. E non per colpa di Mazzola, Burgnich, Facchetti, Sarti, Corso e Suarez, che rimangono campioni e come tali tengono riconosciuti «coram populi», ma perchè Helenio Herrera sembra quasi farsi un punto d'onore di avvelenare il clima della squadra con proclami dittatoriali, dichiarazioni avventate, sciocche profezie di trionfi propri e disgrazie altrui che immancabilmente, si ritorcono contro il “mago”, alla maniera dei «boomerang».
Il successo finale del Milan non si discute, certo: è farina del suo sacco. Ma è indubbio che l'Inter, nonostante la campagna-acquisti sballata quanto dispendiosissima, era in grado ugualmente di tenere il passo dei rossoneri, di dar loro filo da torcere, di dar vita ad un duello elettrizzante con i «cugini». Lo dimostrano le sue recenti, nette vittorie e il suo gioco piacevolmente concreto delle ultime domeniche. E quando Herrera mette ciò in risalto, non s'avvede di tirarsi la zappa sui piedi: perché chi, se non il “mago” ha tarpato sino ad ora le ali ai nerazzurri? Chi per mesi e mesi ha cambiato formazione a getto continuo, frastornando i giocatori, esaltandoli e umiliandoli in una sarabanda mai vista?
Mentre «abla abla» perdeva prezioso terreno, Nereo Rocco proseguiva imperterrito sulla strada del realismo e nell'opera di costruzione di un Milan nuovo. C'è chi dice che il «paron» ha avuto la fortuna sfacciata di trovarsi in squadra, ad un certo punto, il signor Perino Prati e può darsi che — come qualche «maligno» sussurra — lui non ce lo volesse neppure: fatto si è che Nereo la palla al balzo l'ha saputa cogliere a tempo, nonostante passi per un «nemico della gioventù» e per un restauratore di «mobili antichi».
Vorremmo però ricordare che. anche prima di Prati, il Milan era già una squadra di tutto rispetto, nonostante il suo peso specifico di classe non fosse trascendentale: il che testimonia il valore del «trainer», l'importanza dei fatti sulle parole.
Le tappe del Milan si possono cosi sintetizzare: 1) le straordinarie parate iniziali di Belli che hanno salvato più di un risultato utile (e il portierino, dopo il suo accantonamento per far posto al più esperto Cudicini. merita di essere rivisto in queste ultime domeniche); 2) la compattezza della difesa che ha saputo amalgamarsi attorno a Malatrasi. un acquisto davvero azzeccato; 3) la maturità di Rivera che ha saputo trarre insegnamento dagli sbandamenti giovanili (chiamiamoli cosi...), acquistando il temperamento necessario a far rifulgere l'indubbia classe, e soprattutto la grande stagione di Sormani. che va definito l’«uomo-campionato» per eccellenza: l'oriundo è stato di un altruismo incredibile e il suo senso della manovra collettiva ha sovente dato l'impronta a tutto il gioco offensivo del Milan; 4) l'«esplosione di Prati», una forza della natura dallo spiccato fiuto goal che via via ha affinato lo stile tanto da imporsi come la rivelazione dell'anno.
Quattro tappe fondamentali, cucile insieme da una continuità d'azione che non ha mai fatto difetto, come dimostrano a iosa le seguenti cifre. «Record battuti»: serie iniziale senza sconfitte: 14; vittorie consecutive in trasferta: 5 (e possono aumentare). «Record ancora possibili»: vantaggio sulla seconda, attualmente a nove punti (i primati precedenti sono del Bologna ’38-'39 e ’40-'41): punteggio finale in classifica: attualmente 40 (44 i primati precedenti). A questi vanno aggiunti i punti conquistati in trasferta (20), le sconfitte complessive (2), i goal in trasferta (27). le partite vinte complessivamente (16) e fuori casa (8); i punti del girone di ritorno (19); il quoziente reti (2,28). E si tratta di record suscettibili di miglioramento. Campionato mediocre sotto lo aspetto della concorrenza? Può darsi: il Milan l'ha però vinto dominando. E solo i forti dominano.

“l'Unità”, 2 aprile 1968

5.11.18

Calcio e poesia. Io preferisco Rivera (Luciano Bianciardi)


Corso e Mazzola non mi sono antipatici. Ma mancano di ritmo. 
Lei deve sapere che il ritmo è dovunque la regola d’oro per fare le cose bene. Ritmo nella musica, naturalmente, nella poesia, nel racconto, nel romanzo, ma anche nell’apostolato e finalmente nel gioco del calcio. 
Ebbene, Mazzola si ritmava, nel gioco, sugli ottonari, mentre Corso induce ai dodecasillabi. Io preferisco Rivera che ha l’endecasillabo facile e l’endecasillabo è il principe dei versi.

“Guerin meschino”, 4 gennaio 1971 – ora in Il fuorigioco mi sta antipatico, Stampa Alternativa, 2006

6.10.18

Quando strapagare i giocatori diventa un boomerang (Luciano Canova)



La disuguaglianza del reddito è uno dei temi più rilevanti dell’agenda politica globale: la concentrazione della ricchezza nelle mani di una minoranza di persone è una molla per lo sviluppo o va a scapito dello stesso? La sperequazione sociale crescente è un volano per l’economia o impatta negativamente sulla performance delle persone e delle società?
La domanda è potente e la risposta non è affatto semplice.
Nel bellissimo libro La misura dell’anima (Feltrinelli, 2009) i due studiosi Richard Wilkinson e Kate Pickett raccolgono una mole impressionante di evidenze a supporto della tesi sugli effetti negativi di una distribuzione del reddito iniqua. In generale, comunque, il problema è di grande interesse per la ricerca che, sempre più, si serve di dati nuovi per indagare la questione.
L’economia è la scienza che studia gli incentivi, in tutte le forme in cui questi possono manifestarsi. Ci sono persone che fanno una determinata scelta perché spinte dal denaro. Altre, ancora, sono invece mosse da una motivazione intrinseca, per esempio una passione. Il principe Amleto agisce mosso dalla sete di vendetta, mentre Romeo ha in testa solo la felicità dell’amata Giulietta. Studiare quanto l’incentivo monetario si traduca in una molla che, effettivamente, sia in grado di influenzare il comportamento di un attore economico o di una società è fondamentale, dunque, ma non per forza deve avvenire facendo uso esclusivo di dati monetari, che spesso non consentono di isolare perfettamente il rapporto causale tra due variabili.
Negli ultimi anni, così, la ricerca di scienze sociali sempre più ha fatto ricorso a un ambito di analisi molto interessante e che produce una quantità di dati crescente: le informazioni che vengono dallo sport e, con particolare riferimento al tema “disuguaglianza”, che si riferiscono al calcio. Il terreno di gioco, infatti, è un ambiente controllato, scevro dalle influenze del cosiddetto white noise (il rumore bianco generato dai fattori di disturbo): le variabili che agiscono all’interno di una partita sono più o meno sempre le stesse e i giocatori che si scontrano sul terreno fanno parte di squadre con lo stesso numero di persone. Le regole del gioco e i campionati sono molto stabili nel tempo, il che consente a un ricercatore di utilizzare i dati relativi al calcio come un setting ideale per poter spiegare, partendo dai risultati di una partita, relazioni tra variabili che poi vengano generalizzate ed estese anche ad altri contesti.
Chi di noi non ha mai pensato, una volta nella vita, a quanto siano strapagati i cosiddetti top player? A metà tra un sentimento di invidia e di presunta tensione verso la giustizia sociale, guardiamo al mondo favoloso della Serie A, o degli altri campionati europei, sentendo cifre vertiginose davvero. Paul Pogba acquistato per 110 milioni di euro dal Manchester United (con l’sms solidale sono stati raccolti circa 15 milioni di euro per il terremoto che ha colpito Amatrice); Lionel Messi che percepisce (tra ingaggio e sponsor) 65 milioni di euro netti all’anno. Sono numeri da capogiro, ma la domanda giusta da farsi è: come è possibile che un’industria sia in grado di generare e sostenere questi stipendi? È economicamente sensato che un calciatore venga pagato così tanto? E qual è l’effetto di un simile stipendio sulla prestazione del giocatore, in primis, e della squadra in cui gioca, in ultima analisi? Tutte queste domande diventano oggetto di studi economici di grande rilevanza, poiché partendo dai dati calcistici tali ricerche consentono di fare delle inferenze utili anche a capire le dinamiche complesse di un ambito così determinante come l’economia del lavoro.
Il vantaggio di poter usare dati e statistiche relative al calcio è particolarmente evidente se si vuole studiare un tema quale la produttività e la sua relazione con la distribuzione del reddito in un dato contesto. In che modo reagisce un giocatore quando confronta il proprio ingaggio con quello dei compagni di squadra? Una distribuzione iniqua degli stipendi impatta negativamente sulla performance?
Il tema è stato oggetto, e ancora lo è, di numerosi indagini empiriche, che hanno fornito risposte molto interessanti. Uno studio del 2014, firmato da Egon Franck e Stephan Nuesch, contiene un’analisi condotta sui dati della Bundesliga (stagioni dal 1995-1996 al 2006-2007). 5.316 salari individuali servono ai ricercatori per calcolare, innanzitutto, alcuni indicatori di disuguaglianza. Il più celebre in letteratura è il coefficiente di Gini: un parametro con valori compresi tra 0 e 1 che indica quanto equa è la distribuzione dei redditi in una popolazione. Più è basso e vicino allo 0, più le risorse sono distribuite equamente; viceversa, invece, per quanto riguarda valori elevati. Il valore massimo 1 è associato all’ipotetica situazione in cui una sola persona detiene il totale delle risorse prodotte in un’economia. I ricercatori correlano questi indicatori di disuguaglianza con la percentuale di vittorie ottenute da una squadra e la posizione in classifica. Il risultato è interessante, perché la disuguaglianza dei redditi sembra migliorare la prestazione delle squadre sia quando è molto bassa, sia quando è molto alta, con un effetto negativo solo per valori intermedi dell’indicatore considerato. È probabile, infatti, che valori elevati dell’indice di Gini identifichino quelle squadre che sono in grado di ingaggiare il top player e, in generale, i migliori talenti, il che ovviamente si traduce in un monte salari più elevato per le star in squadra. Valori molto bassi, invece, impattano positivamente sulle prestazioni attraverso un altro canale: un’ipotesi è che squadre con stipendi più equi giochino in modo coeso e collaborativo, con poche individualità e un maggiore spirito collettivo.
Un articolo del 2006 aveva affrontato lo stesso problema, ma concentrandosi sull’effetto della distribuzione del reddito in termini di prestazioni individuali e non di squadra: come reagisce, quindi, il singolo, a ingaggi molto diseguali nella sua squadra? Anche qui i ricercatori usano i dati della Bundesliga, negli anni dal 1995 al 2003, e identificano un chiaro effetto negativo. Considerando come misure di performance il numero di goal, di tiri, di passaggi e di tackle, emerge che la disuguaglianza si traduce, infatti, in un peggioramento della prestazione. Il singolo cerca forse la giocata personale o, comunque, non coopera con i compagni di squadra. Questi risultati sono in linea con una delle evidenze sperimentali più forti dell’economia comportamentale: il confronto relativo del reddito all’interno di un team di lavoro riduce il benessere soggettivo di chi è pagato meno, spesso determinando comportamenti sul lavoro che riducono l’attaccamento all’azienda e, conseguentemente, la produttività.
C’è infine un altro studio, del 2014, pubblicato sulla prestigiosa rivista “PLoS ONE”, a opera di Alessandro Bucciol, Nicolai J. Foss e Marco Piovesan, che concentra la propria attenzione sulla Serie A (per le due stagioni 2009-2010 e 2010-2011). L’articolo è interessante perché offre un’ulteriore approfondimento sul tema: l’effetto della disuguaglianza, infatti, cambia a seconda di come si definisce una squadra. Se, infatti, si considera l’intera rosa a disposizione di un mister, allora pare emergere un effetto neutro o addirittura positivo della distribuzione degli ingaggi. Se, però, si restringe il campo ai soli giocatori di una squadra che scendono in campo regolarmente, allora il confronto di redditi si traduce in un effetto negativo. È come se la prossimità nella disparità, o il contatto diretto, fossero la vera leva, un disincentivo da questo punto di vista, che spingono il giocatore a un comportamento egoistico e meno cooperativo.
Sono evidenze assai utili, ancora una volta, non solo per una disamina del mondo calcistico, ma anche e soprattutto per le possibili implicazioni di politica economica che si può cercare di trarre da dati inusuali. È una metodologia che, se permettete l’espressione, entra in tackle all’interno del mondo accademico offrendo evidenza nuova e di grande impatto.

"Pagina99", 8 ottobre 2016

28.8.18

Calcio e mafie. Scommesse d’Asia (Alessandro Fragassi)


Nel continente asiatico la portata delle scommesse raggiunge livelli incalcolabili, per una montagna di denaro che si sposta anche solo con un clic del mouse. È su questo terreno, dove l’anonimato è garantito e il riciclaggio facile facile, che si muove la criminalità organizzata. Ecco come

Per comprendere le varie tipologie di scommesse è necessario innanzitutto spiegare cosa significhi scommettere su un evento sportivo, ovvero (dandone una veloce definizione) impegnare parte del proprio denaro sul pronostico di un avvenimento sportivo futuro. Tecnicamente chiunque, purché maggiorenne, può piazzare una scommessa, in un centro abilitato oppure su internet, presso un bookmaker che assegna una quota in base alla quale viene calcolata la vincita potenziale per lo scommettitore.
Tralasciando tutti i numeri sul giro di affari delle scommesse in Italia, in Europa e nel resto del mondo, ci limiteremo a osservare che l’Asia è il continente dove le scommesse raggiungono volumi non quantificabili. Ciò è possibile poiché i bookmaker asiatici (i più grandi hanno sede nelle Filippine) non pongono limiti agli scommettitori e soprattutto, a differenza dei bookmaker europei, garantiscono completo anonimato al giocatore. Vien da sé che la garanzia di completo anonimato, con anche la non tracciabilità delle transazioni, rende più appetibile il mondo asiatico per i professionisti. E, ovviamente, anche per la criminalità organizzata.
In Italia come in Europa la tipologia di scommessa principale è l’1X2, dove si pronostica la vittoria della squadra di casa, del pareggio, o della vittoria della squadra in trasferta. In Asia invece la tipologia principale di scommessa è il cosiddetto handicap asiatico, che riduce le opzioni da 3 (1X2) a 2, di fatto eliminando la possibilità del pareggio e assegnando quindi a entrambi gli esiti una probabilità del 50% anziché del 33% (come avviene nell’1X2). Da qui il termine Asian Handicap, poiché viene assegnato un handicap iniziale (partendo da 0) alla squadra che il bookmaker ritiene più forte (quindi è come se la squadra più debole partisse con un vantaggio) e si può quindi scommettere sul fatto che tale squadra copra l’handicap oppure no.
Immaginiamo di avere le quote dell’1X2 di una partita come Juventus-Frosinone dove la vittoria casalinga della Juventus venga quotata a 1.30, il pareggio a 5.00 e la vittoria del Frosinone a 10.00. Con quote cosi sbilanciate è difficile per il bookmaker “bilanciare” il rischio sui tre esiti, così come può essere poco stimolante per lo scommettitore aver una quota così bassa per la squadra favorita. Poniamo invece il caso che alla Juventus fosse assegnato un handicap asiatico di -1.50 goal con una quota di 1.95 e al Frosinone un vantaggio di +1.50 goal sempre con una quota di 1.95; in tal modo il bookmaker asiatico offre allo scommettitore due sole possibilità: che la Juventus vinca con almeno due gol di scarto oppure no. Chiaramente, con due esiti si ha meno possibilità di errore (2 esiti anziché 3) ma indovinare l’esito corretto è tecnicamente più difficile poiché le quote sono bilanciate e rispecchiano le probabilità di un lancio testa/croce.
Le peculiarità dell’handicap asiatico sono quindi principalmente due. La prima: che lo scommettitore dispone di due esiti dalle quote equamente bilanciate e quindi ha un 50/50 di probabilità di successo o insuccesso; la seconda: che essendo le quote bilanciate, il pronostico è più difficile e quindi il bookmaker riesce a bilanciare meglio il rischio su entrambi gli esiti.
L’handicap parte da 0 e sale gradatamente di un quarto di punto (0, 0.25, 0.50, 0.75, …) e ovviamente più il divario fra le squadre è ridotto, minore sarà l’handicap. Qualora l’handicap assegnato sia 0, in caso di pareggio le puntate vengono rimborsate integralmente. Viceversa, maggiore sarà il divario maggiore sarà l’handicap: non è raro osservare ad esempio nella Liga Spagnola Barcellona e Real Madrid con un handicap di 2 o 3 goal, visto l’ampio divario fra loro e le altre squadre spagnole.
Oltre all’handicap asiatico, c’è la Somma Goal Asiatica con lo stesso principio: mentre in Europa la linea di confine è per la stragrande maggioranza 2.50 (da 0 a 2 goal è Under, da 3 in su è Over), in Asia la linea varia gradatamente di 0.25 punti (ad esempio 1.50, 1.75, 2.00, 2.25, 2.50, …), permettendo ai bookmaker di poter sempre offrire quote bilanciate.
Le scommesse asiatiche mantengono la loro attrattiva anche, se non maggiormente, in modalità live. Durante la partita le quote vengono aggiornate prevalentemente in base al passare dei minuti quindi avremo un handicap asiatico, cosi come l’Under Over, che diminuirà gradatamente con il passare dei minuti mantenendo sempre delle quote bilanciate sui due esiti, ovvero due quote che rispecchino una probabilità 50/50. Dopo ogni goal la linea della Somma Goal viene aggiornata, mentre chi scommette sull’handicap scommette sull’esito del match dal momento in cui effettua la scommessa. Per esempio, se la Juventus conduce 1-0 e scommettessimo in quel momento che la Juventus “copra” un handicap di -1.50 goal, vinceremmo la nostra scommessa se la partita finisse 3-0 o comunque con uno scarto di tre goal a favore della Juventus (il goal iniziale quindi non viene considerato visto che la nostra scommessa è stata effettuata successivamente). Offrendo quindi 2 quote bilanciate per tutta la durata dell’incontro, sia l’handicap asiatico che la somma goal asiatica sono due tipologie di scommesse molto più appetibili dell’1X2 o dell’Under Over tradizionale, ad esempio. Essendo l’offerta competitiva, lo sarà anche l’interesse degli scommettitori per l’intera partita.
Per avere un’idea di quanto sia difficile anche solo stimare il volume di scommesse di un bookmaker asiatico, basti pensare che mediamente è possibile scommettere sui maggiori campionati anche 50 mila euro con un solo clic del mouse, con pochi secondi di attesa per l’accettazione della scommessa. In tal modo in meno di dieci minuti il volume di raccolta su un singolo evento può arrivare facilmente a decine di milioni di euro. Ovviamente per i campionati secondari, così come gli eventi sui quali la copertura mediatica o le informazioni sono più limitati, i volumi per clic sono inferiori ma sempre di gran lunga maggiori rispetto ai bookmaker europei.
Oltre a ciò, c’è da sottolineare la non tracciabilità dei flussi, cosa che attrae ovviamente l’interesse della criminalità organizzata e sulla quale i bookmaker europei non possono “competere”. I bookmaker asiatici sono strutture piramidali con agenti e super-agenti sparsi in tutto il mondo: essi spesso raccolgono i soldi e pagano le vincite in contanti, piuttosto che aprire o chiudere linee di credito per gli scommettitori più facoltosi. Basta trovare un super-agente per garantirsi i più alti limiti di scommessa ed il gioco è fatto. Si può accendere il computer e scommettere milioni di euro in pochi minuti.
Potendo scommettere cifre difficilmente immaginabili e in pochi minuti seduti comodamente a casa, il regolare svolgimento delle gare è naturalmente a rischio. Prendendo ad esempio un match fra giovanissimi (U18, U19), in pochi secondi è possibile scommettere molto più del monte ingaggi della squadra intera. Stesso discorso dicasi per campionati dove i salari sono lontanissimi dalle cifre che sentiamo girare in Serie A. Scommettendo su tipologie come l’Handicap Asiatico o la Somma Goal Asiatica è possibile manipolare un match anche concentrandosi su una frazione di esso, come ad esempio gli ultimi 15 minuti. Osservando i movimenti delle quote offerte dai siti asiatici è possibile trarre indicazioni importanti sullo svolgimento regolare di una partita, anche se tali numeri non costituiscono ad oggi una prova forense. Tuttavia, rappresentano una base di partenza importante per un’indagine, come hanno dimostrato anche i fatti di Cremona nel 2011 (ci si riferisce alla partita truccata e venduta Cremonese-Paganese del novembre 2010).

“narcomafie”, luglio-agosto 2016

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