4.10.12

1933. L'anno terribile di Fritz Lang (di Gian Luigi Ricuperati)

Fritz Lang
Da un vecchio ritaglio de “La Stampa” riprendo brani da una recensione a un romanzo di Rodman utile a rievocare il 1933, l’anno di svolta nella vita di Fritz Lang. Il 13 marzo Goebbels propone al grande regista di dirigere la cinematografia del Terzo Reich. Lui, quella stessa notte, lascia la Germania e Thea, la moglie amatissima. Una scelta con risvolti drammatici. (S.L.L.)
Thea Vin Harbau
Nelle fasi di transizione i guai arrivano soprattutto per i torturatori e per gli artisti. Sono queste le due categorie di «idioti», nell'etimo greco che significa cittadino, che creano i problemi peggiori quando si passa da una dittatura alla democrazia, ma anche quando con cupezza crescente si abbandona la democrazia per scivolare in qualche genere di tirannide. Ma che succede invece quando gli artisti subiscono il fascino dei torturatori, intendendo il più ampio spettro di accezioni che questa frase può suscitare, diciamo da Borges muto di fronte ai carnefici argentini fino ai tanti esemplari di accondiscendenza italiana sotto le leggi razziali? In quei casi non si capisce più dove risieda il futuro di una civiltà, e se all'indomani della liberazione dall'incubo sia giusto perseguitare i torturatori o allentare gli artisti che hanno subito il fascino dei torturatori, o perseguitarli allo stesso modo, o voltare pagina e far finta di niente.
A stimolare queste e altre domande è un libro, Treno di notte, uscito da poco in Italia ma scritto parecchi anni fa dallo sceneggiatore americano Howard A. Rodman… Il gioco di Rodman è immaginare di essere Fritz Lang, il grande regista austriaco che con film come Metropolis ha inventato e nel contempo cambiato la storia del cinema, nel 1933, quando cominciava a intravedere la fine della sua permanenza gloriosa in Germania, e anche del suo matrimonio.
Per capire meglio cosa significa essere stati Fritz Lang bisogna fissare l'ago su quel punto della mappa del tempo, il 13 marzo 1933 - il giorno in cui Lang incontra Joseph Goebbels, che gli esprime la propria ammirazione e gli propone un posto da dirigente nella nascente film commission nazista. Bisogna immaginare di non essere propriamente dei fan di un regime che diventa sempre più cupo. Ma di essere tentati di accettare lo stesso, perché le circostanze sono complesse e anche se quelli ti sembrano tutti dei pazzi pericolosi, in fondo, a te non hanno mai recato danno... Intanto vedi tutti, piano piano, allontanarsi e partire per gli Stati Uniti ancora innocenti del decennio prebellico, specie gli intellettuali sodali e i membri della comunità espressiva con i quali hai discusso e immaginato nelle stagioni appena svoltate: registi come Max Ophuls e autori come Bertolt Brecht, insieme ad altri nomi della diaspora tedesca…
Nel 1933 il dramma di Lang ha il nome di Thea Von Harbou, la donna incontrata quindici anni prima, una di quelle figure femminine che hanno idee meravigliose e rimangono attaccate al proprio uomo dopo essere entrate nella sua vita in modi spesso tragici e portatori di dolore rivelativo (si erano conosciuti mentre lui stava con un'altra che dopo averli sorpresi si è sparata un colpo in testa nella camera accanto alla loro - come in una variante romanzesca alla Marias). Ma Thea è stata anche una di quelle persone da Ventesimo Secolo, incredibilmente dotate e capaci di intervenire in modo fondante in un campo o nell'altro, nella letteratura, nello sport, nel teatro e nel cinema, e come dettaglio aggiuntivo attratte irresistibilmente da ideologie sbagliate, regolarmente percorse da una certa abiezione politica, personale, sociale ed economica. A lei il nazismo piaceva sul serio, ci credeva, aveva davvero la sensazione che Goebbels, Himmler e Hitler fossero nel giusto…
In ogni caso, giusto per fare chiarezza, ecco come sono andate le cose, quel giorno del 1933: Fritz Lang fa le valige senza dire niente a nessuno e scappa a Parigi per poi finire negli Stati Uniti. Thea dopo un paio d'anni chiede il divorzio. Intanto arriva l'invasione della Polonia e la catastrofe. Lang continua a girare film importanti e belli - solo un po' meno importanti e belli di quelli del periodo tedesco. Poi la guerra finisce. Lui negli anni cinquanta diventa un'icona dei "Cahiers du Cinema", con la benda all'occhio e tutto il resto. Lei segue il destino di molti collaborazionisti, artisti e torturatori che siano: isolamento, disperazione, fine…

"La Stampa" 11 luglio 2006

3.10.12

La (prima) rivoluzione industriale vista dai contemporanei

Uno dei primi telai meccanici a vapore
Uno degli aspetti più controversi che hanno da sempre accompagnato la ricostruzione storica della rivoluzione industriale riguarda il giudizio che ne diedero i contemporanei.
I critici di scuola marxista sottolineavano l’impoverimento che le classi lavoratrici conobbero all’inizio dell’800 e, in particolare, come l’industrializzazione comportò un decadimento di ampi settori di lavoratori da possessori del proprio lavoro a semplici salariati. Tale critica ha un suo primo momento di elaborazione nelle opere giovanili di Marx, scritte pochi anni dopo la prima fase della rivoluzione industriale; per Marx «l’operaio diventa tanto più povero quanto maggiore è la ricchezza che produce, quanto più la sua produzione cresce in potenza ed estensione. L’operaio diventa una merce tanto più vile quanto più grande è la quantità di merci che produce». Inoltre «Gli interessi, le condizioni di esistenza all’interno del proletariato si livellano sempre di più, perché la macchina cancella sempre più le differenze del lavoro e quasi dappertutto riduce il salario a un eguale basso livello»
Questa visione fortemente pessimista è rafforzata da altre corrispondenze e analisi più di carattere descrittivo, come l’opera giovanile di Friedrich Engels, La situazione della classe operaia in Inghilterra, un eccezionale reportage sulle condizioni di vita e di lavoro dei lavoratori inglesi, scritto nel 1845. In esso Engels riporta, oltre a impressioni proprie, le considerazioni di numerosi testimoni dell’epoca; ecco come un commissario governativo dell’inchiesta sulle condizioni dei tessitori a mano descrive un quartiere di Glasgow: «Ho visto la miseria in alcuni dei suoi stadi peggiori sia qui che sul continente, ma prima di visitare i Wynds di Glasgow non credevo che in qualche paese civile potessero esistere tante mostruosità, tanta miseria e tante malattie. Nelle case d’alloggio più infime dormono dieci e talvolta venti persone di ambo i sessi e di tutte le età mescolate insieme, più o meno svestite, sul pavimento. Le abitazioni sono usualmente così sudice, umide e cadenti che nessuno vorrebbe tenervi il suo cavallo.(...) Il loro letto era uno strato di paglia ammuffita frammista ad alcuni stracci. Pochi o addirittura inesistenti i mobili e l’unica cosa che desse a questi bugigattoli un aspetto abitabile era un fuoco nel camino»
Questo tipo di descrizione come quella delle condizioni di lavoro che numerosi contemporanei riportano, contrasta fortemente con quanto scriveva - un secolo prima, nel 1728 - a proposito delle condizioni delle classi lavoratrici Daniel Defoe: «Vediamo le loro case ed alloggi tollerabilmente ammobiliati o almeno ben provveduti delle utili e necessarie masserizie; anche coloro che chiamiamo poveri, gli operai, la gente che lavora e fatica, hanno questo modo di vita: dormono al caldo, vivono con agio, lavorano sodo e non sono sforzati a conoscere il bisogno. (...) Grazie ai loro
salari essi possono vivere con abbondanza ed è grazie al loro largo, generoso e libero modo di vivere che presso di noi il consumo così della nostra, come della produzione forestiera, è pervenuto a tanta mole». L’abisso che separa queste descrizioni ha avvalorato la teoria di un decadimento delle condizioni medie di vita in Inghilterra e, in particolare, dei lavoratori.
L’altra interpretazione della rivoluzione industriale, quella definita come «ottimistica», contesta che all’origine delle calamità sociali e delle carestie che attraversarono l’Inghilterra tra il 1760 e il 1830 ci siano le trasformazioni economiche e tecnologiche, bensì l’enorme sviluppo demografico dell’epoca. Per questi storici i salari erano aumentati in misura maggiore rispetto al costo della vita, inoltre era migliorata l’alimentazione e benché le condizioni di lavoro fossero dure esse erano comunque migliorate con l’introduzione della forza motrice che in certe industrie diminuì la fatica dell’uomo. Infine questa scuola di pensiero tende a giustificare i traumi della rivoluzione industriale con i benefici che questa avrebbe provocato - perlomeno in prospettiva - alla maggioranza della popolazione inglese.
Scrive David Landes a proposito della rivoluzione industriale: «Molti inglesi avrebbero voluto arrestarne il corso, o magari farla tornare indietro. Buone o cattive che fossero le loro ragioni, essi erano rattristati, infastiditi o indignati dalle sue conseguenze. Deploravano la fuliggine e la bruttezza delle nuove città industriali; lamentavano la crescente invadenza di crassi parvenues; denunciavano la precaria povertà di un proletariato senza radici. (...) È opportuno ricordare che questi pessimisti, per quanto rumorosi, erano una piccola minoranza di quella parte della società inglese che espresse un’opinione sull’argomento. Le classi medie e quelle superiori erano convinte, dinanzi alle meravigliose invenzioni della scienza e della tecnologia, alla massa e varietà crescente di beni materiali, al ritmo sempre più rapido e alle comodità sempre maggiori della vita quotidiana, di vivere nel migliore dei mondi possibili, un mondo, soprattutto, che non faceva che migliorare. Per costoro la scienza era la nuova rivelazione; e la rivoluzione industriale la prova e la giustificazione della religione del progresso».
È difficile che i lavoratori dell’epoca condividessero questa fede progressista; essi certamente vissero quell’imperiosa trasformazione come un traumatico stravolgimento del tessuto sociale in cui erano inseriti, spesso accompagnato dalla perdita di status e dal peggioramento delle proprie condizioni materiali.
A questa situazione reagirono in qualche modo e si scontrarono con una classe dirigente non omogenea, in via di formazione, spesso lacerata da profonde fratture ideologiche, ma fortemente unita nel contrastare il conflitto sociale determinato dalla rivoluzione industriale. Un contemporaneo, Thomas Peacock, illustra in un romanzo del 1831, Crotch et Castle, questo particolare rapporto che si stava creando nella società inglese. Vi si racconta di una conversazione tra personaggi di un ceto elevato che viene interrotta da una folla in rivolta: è arrivato Capitan Swing e i miserabili braccianti si son sollevati. Il reverendo dottor Folliott, un conservatore intelligente, dice allora che questa è la prova del «progresso intellettuale», il progresso di cui si vantano sempre i capitalisti: è la guerra dei contadini. Il signor McQuedy, economista scozzese, che rappresenta la pura ideologia del capitalismo, ribatte che ciò è impossibile, perché la guerra dei contadini non può andar d’accordo con il progresso intellettuale. Un reazionario romantico, il signor Chainmail afferma che la causa è la stessa di tutte le epoche oscure della storia: «miseria e disperazione». La discussione prosegue vivace, dividendo i fautori del liberismo economico dai conservatori, più favorevoli al mantenimento di talune misure paternalistiche nei confronti delle
classi popolari, finché il dottor Folliott conclude: «Ora non abbiamo tempo di discutere la causa e gli effetti, sbarazziamoci prima del nemico». E i membri riuniti della classe dirigente - conclude Thomas Peacock - «abbandonano l’analisi, prendono le armi e si precipitano fuori per disperdere nella notte i miserabili lavoratori».

Postilla
Il testo è una delle schede che corredano il primo fascicolo (Restaurazioni) de La Conquista. L’unità d’Italia nell’era della borghesia, lo speciale del “manifesto” dedicato ai 150 anni del Regno d’Italia nel febbraio 2011 e curato da Gabriele Polo. Mi pare cosa nella sua parzialità utile a mettere in luce i termini di una questione storiografica importante. (S.L.L.)

La genesi di “Fiesta”. Hemingway e Scott Fitgerald (di Caterina Ricciardi)

Ernest Hemingway e Francis Scott Fitzgerald (1924)
“Questo è un romanzo su una signora. Il suo nome è Lady Ashley e quando la storia comincia lei vive a Parigi ed è primavera. Dovrebbe essere una buona ambientazione per una storia romantica e di grande significato morale. Come tutti sanno, Parigi è un posto molto romantico. La primavera a Parigi è una stagione molto felice e romantica. L’autunno a Parigi, anche se molto bello, può trasmettere una nota di tristezza o di malinconia che cercheremo di tener fuori da questa storia». Così iniziava Fiesta, o Il sole sorge ancora, il primo romanzo di Hemingway, pubblicato nel 1926, tutto pervaso da una struggente «nota di tristezza e malinconia». E più o meno con quel tono pedestre andava avanti per altre 16 pagine dattiloscritte per di più appesantite da una dettagliata biografia di Brett Ashley, ritratta come una postuma lady di Henry James (poi malignamente sbeffeggiato nel capitolo XII), prima di giungere alla presentazione di Robert Cohn che andrà a costituire l’inizio della versione definitiva: «Robert Cohn era stato un tempo campione di pugilato di Princeton, categoria dei pesi medi …». Finalmente, a quel punto, ebbe a dire F. Scott Fitzgerald, il romanzo «prende l’avvio», un avvio ora deviato su un influente personaggio di contorno.
Al di là dell’andatura fiacca e retrospettiva, nel leggere oggi quelle righe di esordio si ha l’impressione di una cattiva imitazione dello stile terso e paratattico che Hemingway apprese dal giornalismo e raffinò alla scuola parigina di Gertrude Stein e di Ezra Pound. C’è, sì, la stessa asciuttezza sintattica, e la ripetizione contigua di parole, una ripetizione che qui, tuttavia, non si traduce in un’energia metamorfica (come nello Hemingway migliore), impantanandosi piuttosto in una cadenza stentata, falsa. È evidente che, già maestro nella misura ellittica del racconto (nel ciclo di Nick Adams, 1924), Hemingway aveva ancora da imparare sull’architettura del romanzo, e del romanzo cosiddetto di «selezione» (o sottrazione) di quel primo Novecento.
Sulla forma lunga, invero, una sobrietà di costruzione e di dialogo perfettamente equilibrata gli riuscì poche volte: nel caso di questo capolavoro, solo in parte in Addio alle armi, e forse, molto più tardi, con Al di là dal fiume e tra gli alberi (1950), il romanzo veneziano bersagliato dalla critica proprio quando si andava preparando il Nobel. Ma nell’arte del racconto le sue straordinarie doti di composizione non subirono mai flessioni.
Diverso è il discorso su Fitzgerald. Il commercio con le riviste a alta tiratura – che Hemingway sentiva come uno «sputtanamento» del talento – gli permetteva – così Scott affermava – di guadagnare abbastanza per scrivere romanzi «decenti». Secondo Edmund Wilson, alla sua morte egli lasciò non «il diamante grande come il Ritz» (i racconti: un buon numero dei quali peraltro di altissima qualità) che mercenariamente perseguiva, ma «due smeraldi, verdi e lucenti, uno tagliato incompiutamente, / l’altro in maniera consumata», entrambi – Wilson aggiungeva nella sua «elegia» – «trovano posto / nell’astuccio delle Lettere più lussuoso di quelli di Cartier». Egli si riferiva all’incompiuto Gli ultimi fuochi, i cui frammenti stava ricomponendo in una forma pubblicabile, e al Grande Gatsby (1925). Tralasciava Tenera è la notte (1934), la perla più bella e sofferta, su cui, a suo tempo, aveva espresso riserve.
Tanto più difficile allora vedere un romanzo di Hemingway in un astuccio di Cartier, dove Wilson avrebbe esibito piuttosto uno qualsiasi dei suoi racconti. Fiesta, tuttavia, lo entusiasmò, pur non sapendo che, in filigrana, nascondeva lo zampino calibrato di Scott. Infatti, con quel preambolo ‘vecchio stile’, spolverato di giudizi autoriali ottocenteschi, Fiesta raggiunse Maxwell Perkins, l’editor di Scribner’s a New York, al quale Fitzgerald aveva raccomandato il nuovo amico. È il maggio del 1926, e un gruppo di espatriati che, nell’andirivieni, includeva John Dos Passos, Dorothy Parker, Archibald MacLeish, Isadora Duncan e i ricchissimi Gerald e Sara Murphy (i corruttori, secondo Hemingway, dell’innocente «povertà» degli scrittori della Lost Generation), trascorreva qualche settimana a Juan-les Pins sulla Riviera. Fu solo allora che Hemingway decise di dare in lettura a Fitzgerald la copia del dattiloscritto ormai congedato. Si vedevano tutte le sere per lunghe bevute che Ernest sopportava bene e Scott no. Diventava insopportabile, infantile e violento, adottando, insieme a Zelda, comportamenti avventati che lo portavano in gattabuia per la notte, oppure su un ring improvvisato a misurarsi con Hemingway in qualche round di pugilato fra pesi impari. Fu un’estate di sprechi, soprattutto ai fini della composizione di Tenera è la notte, il quarto romanzo di Scott, che stentava a decollare.
Hemingway poco dopo si spostò a Pamplona, alleviando le tensioni (anche nei rapporti matrimoniali) della comitiva. Ma prima di partire gli era ormai chiaro di avere problemi non risolti con il suo primo romanzo. La lettera che Scott gli aveva consegnato – con l’intento di preparare il terreno per una discussione a voce che sapeva scomoda – elencava difetti diffusi: l’avvio sbagliato, il ritmo zoppicante, la sciatta inefficacia, anche linguistica, di alcune parti, commenti in eccedenza di varia natura, sbavature da guida turistica sul Quartiere Latino. Quindi, consigliava concisione, precisione, e soprattutto l’omissione di ogni antecedente alla vicenda narrata: il glissando sul passato (su cui egli era grande esperto) che doveva riemergere distillato nel corso della storia. Una tecnica diversa rispetto a quella necessaria nell’arco concentrato e epifanico del racconto.
Dieci preziose pagine di correzioni che Hemingway conservò, non buttò mai via come forse sarebbe
stato tentato di fare. Esse sono la prova di un «taglio cesareo» simile a quello più celebre che Ezra Pound aveva compiuto quattro anni prima sulla Terra desolata di T.S. Eliot. Fitzgerald era allora l’autore del Grande Gatsby, e Hemingway lo ascoltò. Non aveva ancora affilato le sue frecce velenose.
In una lettera a Max Perkins del 5 giugno annunciava il suo piano di lavoro sulle bozze: «il libro comincerà a pagina 16. Non c’è nulla prima che non venga fuori, o non sia spiegato, o ribadito nel resto (…). Credo che così si muoverà molto più velocemente sin dall’inizio. Scott è d’accordo. Ha suggerito una serie di tagli in quei primi capitoli – che a me non sono mai piaciuti – ma credo che sia giusto sfrondare, e lui concorda». Scott «concorda», non ‘consiglia’. Ma così nasceva il suo capolavoro. «Maestro» («Cher maître», aveva scritto Eliot a Pound nel 1922), egli chiamerà l’amico qualche settimana dopo, esprimendogli riconoscenza: «ho tagliato tutta la prima parte. Ho fatto tutta una serie di tagli minori e un sacco di riscrittura e di prosciugamento». Quando a fine anno giunsero le recensioni rincarerà la dose di gratitudine: «i ragazzi sembrano divisi nell’avvertire
che ho copiato di più da te o da Michael Arlen e quindi sono molto grato a entrambi – e specialmente a te, Scott, perché mi stai simpatico e non conosco Arlen» (n.d.r.: un americano-armeno minore ma molto popolare). Un’ammissione di debito che presto dimenticherà.
Nell’inaffidabile Festa mobile racconterà tutt’altra storia, tralasciando di ricordare anche il prezioso contributo di tre anni più tardi su Addio alle armi, quando Fitzgerald si affrettò allarmato a esprimere le sue perplessità sul finale e soprattutto (con buone ragioni) sul personaggio un po’ artificioso di Catherine Barkley, di cui non approvava la parlata poco convincente, «stantia» (una lettera di 9 pagine). Ancora una volta Scott aveva visto giusto (come più tardi vedrà giusto Edmund Wilson). Hemingway, tuttavia, ormai cavalcava la cresta dell’onda che Scott aveva dominato da solo, e nella quale ora – in attesa di finire Tenera è la notte – sembrava annaspare. Ma, con bassa sprezzatura («Kiss my ass EH»), questa volta Ernest non volle dargli ascolto o, perlomeno, non lo ascoltò ufficialmente. È certo, infatti, che si pose subito all’opera sul finale del romanzo, un finale che riscrisse ben trentanove volte prima di ottenere la chiusa mirabile che oggi leggiamo.
Dell’amicizia fra questi due geniali talenti – uno con le «ali di farfalla» e l’altro con la pelle di leone – si conoscono pettegolezzi coloristici, aneddoti maliziosi a basso prezzo, messi in circolo (e ripresi ancora oggi con altrettanta leggerezza) per lo più da Hemingway. In realtà, il loro caso – come quello di Pound e Eliot, Pound e Joyce, Pound e Yeats – pone problemi di sostanza sull’arte – spesso di scambio, o di mutuo consiglio – dei Modernisti.
È una questione che si va via via chiarendo ma che, in termini generali, resterà aperta finché non saranno studiati (con i manoscritti) i numerosi carteggi intercorsi fra i tanti protagonisti, carteggi (per lo più ancora inediti, o pubblicati parzialmente) capaci di influire sulla storia dei testi come pure di modificare le biografie, pur accurate, che circolano. Pertanto, forse è bene diffidare delle memorie romanzate e postume di Festa mobile (pubblicate senza il controllo finale del loro autore). L’epistolario fra i due più grandi (ma si aggiunga Faulkner) e amati narratori del Novecento americano, ci narra un’altra storia.

“alias” 6 agosto 2011

Indegnità, disprezzo dei cittadini, manipolazione di denaro pubblico (P. P. Pasolini)

Il celebre articolo delle "lucciole", oggi negli Scritti corsari di Pier Paolo Pasolini, nel febbraio 1975 denunciava sul "Corriere" l'avvento di un "nuovo potere" orribile. Secondo il poeta i governi e gli uomini politici democristiani avevano assecondato e favorito il processo, ricavandone vantaggi personali e di gruppo. In più di un'occasione, pertanto, Pasolini dichiarò di volerli portare alla sbarra in un pubblico processo. Il brano che segue è l'incipit di un articolo, Il Processo appunto, in cui enumera i principali capi d'accusa. (S.L.L.)
Dunque: indegnità, disprezzo per i cittadini, manipolazione di denaro pubblico, intrallazzo con i petrolieri, con gli industriali, con i banchieri, connivenza con la mafia, alto tradimento in favore di una nazione straniera, collaborazione con la Cia, uso illecito di enti come il Sid, responsabilità nelle stragi di Milano, Brescia e Bologna (almeno in quanto colpevole incapacità di punirne gli esecutori), distruzione paesaggistica e urbanistica dell'Italia, responsabilità della degradazione antropologica degli italiani (responsabilità, questa, aggravata dalla sua totale inconsapevolezza), responsabilità della condizione, come si usa dire, paurosa, delle scuole, degli ospedali e di ogni opera pubblica primaria, responsabilità dell'abbandono «selvaggio» delle campagne, responsabilità dell'esplosione «selvaggia» della cultura di massa e dei mass-media, responsabilità della stupidità delittuosa della televisione, responsabilità del decadimento della Chiesa, e infine, oltre a tutto il resto, magari anche distribuzione borbonica di cariche pubbliche ad adulatori.
Ecco l'elenco, l'elenco «morale», dei reati commessi da coloro che hanno governato l'Italia negli ultimi trent'anni, e specie negli ultimi dieci…

Corriere della Sera, 24 agosto 1975
ora in Lettere luterane, Einaudi, 1976

Eleusi (di Cesare Brandi)

Non c'è nome forse, anche in Grecia, che evochi più cose e più confusamente di Eleusi. Nemmeno Delfi. Quei misteri che furono così ben custoditi, che nep­pure in epoca cristiana vennero resi noti: il mito di Demetra che va cercando la figlia Persefone, e intanto regala, a chi l'accoglie, il fico e il grano; la passione di Demetra, con quella specie di morte e resurrezione, e le processioni, i bagni sacri degli efebi, l'iniziazione, lo ierofante... Tutto s'accumula sui nome di Eleusi, come sul posto di Eleusi si stratificano le rovine. Ma la rovi­na maggiore è stato che, in quel luogo, si sia annidata una città industriale. Da un capitello si ricostruisce la colonna e il tempio, ma dalle ciminiere non si va oltre alla civiltà di massa.
Cosi Eleusi è un luogo profanato. Anche a non sa­pere che cosa era Eleusi, a vedere quelle rovine, ahi­mè, quasi incomprensibili, seppure attestate da gran­di capitelli atticamente venusti, da profonde arcaiche incisioni nella roccia, si sente la profanazione. Ancor peggio tuttavia per la nuvola di polvere di cemento, le ciminiere, le casupole che contendono alla vista il mare di Salamina. Come a Posillipo - purtroppo sorel­le, anche in questo, Italia e Grecia - la bucolica grazia di questo paesaggio è annebbiata; come a Posillipo la tenerezza di questo mare chiuso, come contenuto nel cavo della mano dei monti, di questi monti così ap­partati e stanchi, ma tutti d'un azzurro di fiore che sta per appassire, e sotto un sole che è luce bianca assolu­ta, diviene a un tratto il paesaggio visto con gli occhi arrossati dalla stanchezza, e come abolito dalla fatica quotidiana d'una giornata di lavoro manuale.
Non c'è che il nome, eletto e segreto, Eleusi, a man­tenere intatti e freschezza e mistero. Ma avanzando fra le rovine a raso terra, passati i resti dei grandi Propi­lei romani, in cui sembra ancora di udire, nel profon­do solco scavato nella pietra, il cigolio della porta di bronzo, comincia la salita. E questa salita, non meno di quella che portava dall'Agorà all'Acropoli di Atene, e ora più di questa, perché conservata nel suo bel basolato romano, è veramente una subida dell'anima: la molla ha scattato, il meccanismo di una incantazione millenaria è di nuovo in moto. Allora non vuoi sentire più nulla, non vuoi note erudite e citazioni graveolenti (e tuttavia, quali note: riconoscere ancora, in quell'ori­fizio, il pozzo kallichoron di cui si parla nell'inno ome­rico a Demetra!).
Il modo migliore di rivivere questi misteri insoluti, è di non cercare di svelarli…

Da Fumano le ciminiere di Eleusi, "Corriere della Sera", 27 giugno 1965.
Ora in Viaggio in Grecia, Bompiani, 2011

Pene alternative (S.L.L. - Stato di fb)

Pare che vogliano approvare in fretta in furia la legge sulle pene alternative al carcere, il cui percorso era - fino a pochi giorni fa - pieno di ostacoli. Legge ad personam? pro-Sallusti? Forse no. Forse ad personas. Gli onorevoli pensano al proprio futuro e a quello di figli, coniugi, parenti e congiunti che hanno imbucato in regioni, province e comuni.

Ovidio, le "Metamorfosi", il commento di Kenney (Roberto Andreotti)

Con la pubblicazione del quarto dei sei volumi previsti, l’edizione commentata delle Metamorfosi diretta da Alessandro Barchiesi per la Fondazione Valla conferma il suo profilo internazionale, contrassegnato sin dall’esordio (2005) dall’ampio saggio-lascito di Charles Segal, concepito praticamente in articulo mortis. Nella staffetta dei curatori, dopo Barchiesi e Rosati, la nuova frazione, che copre stavolta i libri centrali del poema, è stata affidata al decano dei latinisti di Cambridge, Edward J. Kenney, del quale si può parlare a buon diritto di lunga fedeltà ovidiana (le prime Notes on Ovid su «Classical Quarterly» risalgono al 1959). Già a una prima impressione di lettura – ma naturalmente saranno il tempo e l’uso della comunità a farlo crescere – il suo commento si staglia dalla cintola in su: puntuale e insieme spazioso, con un occhio di riguardo alla tradizione inglese che in questo campo ha la leadership, generosamente esposto sull’esegesi dei singoli passi, netto quando c’è da disboscare una bibliografia infinita, sempre pervaso da un apprezzabile sense of humour (Ovidio aiuta)…
Era, e rimane, parte integrante del programma addolcire quando è possibile le pareti di sesto grado senza rinunciare al rigore: per esempio segnalando a margine della versione italiana le «note indispensabili alla comprensione del testo», e fornendo sempre, nel corpo del commento, la traduzione dei passi greci e latini citati per esteso. Ma non va poi trascurato, venendo decisamente a questo volume, il fatto di poter leggere direttamente in italiano, grazie alla traduzione eccellente di Ilaria Marchesi, l’Ovidio di uno studioso della statura di Kenney…
Il tono del commento (bisognerebbe dire la tastiera dei toni) è significato dall’introduzione al volume, in cui Kenney sembra condensare un’intera carriera in compagnia di Ovidio a Cambridge. Essa è costruita come un poliedro solido che getta sul testo e sul corredo imminenti, degli squarci di luce molto promettenti per il lettore. Ci sono, come ci si aspetta, le sfaccettature dedicate a un’interpretazione del poema e alle sue ambizioni sia nella bruciante carriera del poeta sia nel sistema augusteo, a cominciare dal rapporto agonistico con la stella in assoluto più brillante, Virgilio, un match che prosegue sino ai giorni nostri nel derby tra scholarship inglesi (Virgilio/Oxford da una parte, Ovidio/Cambridge dall’altra).
Molto efficace risulta l’impiego da parte di Kenney degli scrittori moderni convocati con rapida intesa in chiave interpretativa... I loro nomi spuntano a sorpresa nella selva delle citazioni antiche: «il mondo delle Metamorfosi è una trasposizione in chiave fantastica del quotidiano, ma è una trasposizione che rimane fedele – si vorrebbe dire, à la Nabokov – all’originale, popolata di uomini e donne con le cui esperienze ci possiamo relazionare». Certi nomi contemporanei saranno meno familiari di Camus ai latinisti italiani (P.G. Wodehouse), mentre l’universalità scolastica di un popolare topos retorico culmina con una sprezzatura del tutto inattesa: «il motivo “tutto il mondo stava riposando, a eccezione di...” ha una lunga tradizione, che a partire da Omero, passando per Dryden, arriva all’“In the wee small hours of the morning” di Frank Sinatra» (p. 240). Viceversa campeggiano bene in evidenza nell’epigrafe al volume le Conversations of James Northcote di William Hazlitt, a scolpire non solo il programma di lavoro delle Metamorfosi ma persino del suo commentatore.
Il punto è la «commistione di ridicolo e patetico» che rendeva Goldsmith, come lo stesso Shakespeare, così «profondamente simile alla natura», alla «tragicommedia» della vita: «metti di stare andando ad assistere a un’esecuzione e di vedere, per caso, una fruttivendola che si dispera a morte perché il banchetto le è stato rovesciato: come fai a non sorridere?». Esattamente quello che fa Ovidio orchestrando i miti e ammiccando alle spalle dei suoi personaggi impegnati in dispendiose peripezie che hanno a che fare con l’amore, la violenza e la morte, anche a costo di rovesciare la tragedia in farsa (come nella caccia al cinghiale calidonio: lo vedremo) e il sublime in ‘commedia’ (nell’apoteosi di Ercole)…

La partita truccata di Medea
Ma entriamo finalmente, sia pure per prelievi istologici, nelle viscere di questo commento e, attraverso il set delle lenti utilizzate da Kenney, accostiamoci alle ‘favole’ delle Metamorfosi comprese nei libri VII, VIII e IX. Nell’apparato le più sottili osservazioni da ‘grammatico’ si trovano affiancate regolarmente ad annotazioni di compasso più largo inerenti le modalità ovidiane di tagliare i materiali mitografici a disposizione: il classico curriculum eroico di Teseo che si assottiglia divenendo puro pretesto per altri incastri narrativi; quello di Ercole che con la sua stazza biografica (e letteraria) domina tutta la prima parte del IX Libro, le cui dodici fatiche finiscono a catalogo nel retorizzante monologo – quando è ormai preda dei veleni infuocati di Nesso che gli stanno divorando le carni – in quanto l’angolo di narrazione scelto da Ovidio, da leggere costantemente contro lo sfondo delle Trachinie, è la contesa (con Acheloo) per Deianira, prima della morte lancinante dell’eroe già incorporato, all’epoca del poema, nel programma ideologico di Augusto.
Qualcosa del genere è già toccato a Medea (VII, 7-424) e alla sua saga resa canonica prima da Euripide poi dalle Argonautiche. Medea la straniera, la barbara, l’infanticida, ma qui soprattutto la maga torva che soggioga e incatena gli arcana mundi. Quando arriva nelle Metamorfosi, l’eroina ha già provato la cura-Ovidio: così per esempio il canonico dibattito interiore tra «amor» e «pudor» dopo il colpo di fulmine è in realtà «una partita truccata» dal poeta, in quanto «è chiaro che (Medea)
sa già cosa farà» (Kenney, 212).
Vale la pena di citare il commento di Ovidio a conclusione del suo monologo drammatico: «dixit, et ante oculos Rectum Pietasque Pudorque / constiterant et victa dabat iam terga Cupido» («Disse, e davanti agli occhi le s’eran parati Giustizia, Pietà, Pudore: Concupiscenza, vinta, già dava le spalle», 72-73); e Kenney: «i grilli parlanti di Medea si schierano, e il maximus deus (sc. Cupido), messo in minoranza, si ritira, almeno apparentemente ». Già sappiamo come andrà a finire. Medea e tutte le altre eroine innamorate che furoreggiano in questi libri delle Metamorfosi sono arrivate allo stadio del poema così letteraturizzate che i lettori (e le lettrici!) si trovano alle prese più che altro con delle consumate donne di picche che giocano alle adiuvanti sedotte e tradite, ma in realtà sono loro a muovere i fili dei partner, da Giasone a Meleagro, impegnati nelle virili imprese, dando alla spettacolare macchina scenica una coloritura manierista. Il lungo episodio di Medea è un’ottima scuola per apprendere in che modo Ovidio è solito rimontare i miti, col pretesto di una metamorfosi spesso periferica, manipolando i materiali consegnatigli da una già lunga tradizione greco-latina, che deve sempre essere sollecitata alla memoria di chi lo sta leggendo (soprattutto a questo serve un buon commento). Il livello esponenziale di questa sua corsa della morte è la gara con se stesso, dare un ulteriore giro di vite alle precedenti prove elegiache (le Eroidi soprattutto, dove si è potuto permettere, forzando il genere, le più inattese proposte concettuali).
Delle tre Medee ovidiane (la tragedia omonima è perduta) questa non è affatto «l’impotente vittima
d’amore che ci aspetteremmo, ma un essere che per la sua passione si trasforma in un tramite di forze primigenie, un conduttore di energia divina che gli uomini toccano a loro rischio e pericolo» (Kenney, 219). Perciò il fuoco del testo non è nelle prove di Giasone, protetto dagli incantesimi di Medea, per la conquista del vello d’oro (i tori «aeripedes» e dalle nari d’acciaio, i guerrieri nati dai denti seminati, il dragone che non s’addormenta mai). Su di esse Apollonio Rodio aveva speso dettagli ed esametri in quantità, qui vengono «condensate drasticamente», con il risultato di «togliere a questi episodi ogni drammaticità e suspense: alla fine è una passeggiata per Giasone, che non è chiamato nemmeno a simulare un po’ di sforzo o ansia» (Kenney, 229).
Il baricentro drammatico è piuttosto nella seconda parte del racconto dove Ovidio si concentra sulle arti prodigiose della maga portando in primo piano l’episodio, trascurato dallo stesso Apollonio, del miracoloso ringiovanimento di Esone – una metamorfosi «per grazia ricevuta» –, e poi quello, più noto, dell’assassinio di Pelia, in cui Medea diabolicamente trasforma le stesse figlie nelle ignare killer del padre. È un lungo brano intriso di malvagità e commentato dalla «macabra ironia» del ‘regista’, che culmina con le parole troncate della vittima: «“quid facitis, natae? quis vos in fata parentis / armat?”ait. cecidere illis animique manusque; / plura locuturo cum verbis guttura Colchis / abstulit et calidis laniatum mersit in undis» («“Che fate, figlie? Chi vi arma” dice “contro la vita di vostro padre?”. Cascano a quelle animo e mano. Direbbe di più, ma la donna di Colchide gli mozza gola e parole e così straziato lo immerge nell’acqua bollente»).
Scilla che per amore di Minosse – l’avvenente capo nemico studiato dall’alto delle mura come in una «teichoscopia» – tradirà in uno il padre e la patria, apre l’ottavo libro (vv. 6-151), quello in cui – come già aveva notato il Wilamowitz – «il lettore è esposto a continui cambi di tono e livello stilistico e a diverse combinazioni del registro patetico e comico, grandioso e basso». È la celebrata
polifonia delle Metamorfosi.
A differenza di Medea, Scilla non riuscirà a «tenere sotto controllo le conseguenze della sua infatuazione». Sedotta e frettolosamente rifiutata, grida a Minosse la cocente disperazione del copione, formulando con acuto gioco di parole una personale versione del suo stesso mito («...Giove non rapì tua madre sotto forma di toro: è falsa la storia della tua nascita: fu un toro, un toro vero a generarti») sottintendendo, annota maliziosamente Kenney, che per lei «il vero Minotauro» (il mostro nato dall’unione indecente della sposa di Minosse, Pasifae, con un toro) è Minosse!

Atalanta e la caccia finita in farsa
Spesso il trattamento operato da Ovidio sui miti va ascritto a quello che Kenney chiama «la svalutazione dell’eroico». Un eccellente esempio (VIII, 260-444) è l’episodio, ancora nel segno di Teseo, della caccia al terribile cinghiale calidonio, una storia ereditata da Omero e Bacchilide (oltre a un perduto Euripide) che a causa delle Metamorfosi intrigherà i pittori fiamminghi.
Qui la protagonista femminile è Atalanta dalla «facies, quam dicere vere / virginem in puero, puerilem in virgine possis» («l’aspetto, potevi a ragione dirlo di vergine in un fanciullo, o di fanciullo in una vergine»: ma quanti «fanciulli» dovremo ancora sopportare? ormai esistono solo nelle versioni dal latino e dal greco). Atalanta, esemplata sulla Camilla virgiliana, compare al culmine di un omerico catalogo maschile di cacciatori, e dal momento del suo ingresso in scena il registro del racconto, come aveva notato già Horsfall, cambia radicalmente: Ovidio (Kenney, 333) «spoglia la storia di qualsiasi traccia di dignità epica; la caccia diviene una scena di farsa chiassosa, in netto contrasto con il toccante epilogo» virato inaspettatamente «verso la rappresentazione tragica», dopo che il vincitore Meleagro, donato ad Atalanta il trofeo, scatena l’invidia degli altri maschi. In una sorta di «parodia del furor epico», allo straziante sterminio di consanguinei segue l’‘esecuzione’ dello stesso Meleagro da parte della madre Altea, previo un memorabile monologo che dobbiamo gustare, suggerisce Kenney, ripristinando la lettura ad alta voce.

Strizza l’occhio ai postumi
Dicevamo dell’abilità sorniona di Ovidio nel tagliare la stoffa mitica contando sulla complicità stilistica del lettore: lo sorprendiamo interessato alle minute varianti raramente accolte dalla tradizione che ha la leadership del mito, con il ricorso a fonti così erudite da rimanere sconosciute
persino ai lettori colti (Nicandro via-Antonino Liberale, l’Ornithogonia di Boio e poi di Emilio Macro) e soprattutto a quelle ‘edizioni’ alternative che gli consentono di aprire, all’interno della storia che sta raccontando, varchi in cui insinuare finti dubbi da filologo alessandrino e pungenti ironie. Talvolta ha persino l’aria di strizzare l’occhio agli editors postumi (non era certo immune dal preconizzare gloria imperitura al suo poema). Il risultato è che di fronte a tanta mole di erudizione anche il commentatore deve calibrare: lo spazio a disposizione non è illimitato. Ma difficilmente egli rinuncia a radunare e segnalare i vari dossier che stanno alle spalle della sprezzatura ovidiana nei confronti delle fonti, e che ogni lettore familiare ai miti classici è in grado di assorbire se non di anticipare.
Questo servitium non ha certo lo scopo di gravare la nostra lettura di fardelli superflui o trascurabili: è che dietro la ridda e la polifonia mozartiana delle Metamorfosi c’è sempre la sala macchine a reclamare la dovuta attenzione. Un buon esempio… è quello in cui il poeta gareggia con se stesso trattando il mito del labirinto e dell’impresa di Teseo. A proposito di Arianna crudelmente piantata in asso, Ovidio dice (VIII, 176-7) «desertae et multa querenti /amplexus et opem Liber tulit» («all’abbandonata, che a lungo si lamentava, Bacco portò amplessi e aiuto»). Commento di Kenney: «una delle migliori sillessi di Ovidio che condensa spiritosamente in quattro parole eventi che nell’Ars avevano richiesto cinque distici» (pp. 325-326). E su «multa querenti»: «una delle migliori battute intertestuali del poema. Le sue “lunghe” lamentele sono limitate a una singola parola perché Scilla gliele ha tolte tutte di bocca ... A lei Ovidio aveva comunque concesso di parlare quanto voleva nelle Heroides»…
Egli (Ovidio, n.d.r.) non è un poeta per lettori enigmisti, semmai per intenditori. Preferisce sempre alleggerire i tour de force stilistici e i pezzi di bravura (memorabile quello sulla peste di Egina après Tucidide e Lucrezio, VII 523-613, che «non coinvolge emotivamente») ricorrendo all’ironia: e si tratta di un’ironia sempre certificabile da chi, al pari di lui, possieda tutta quanta la letteratura antica. Certo, rispetto a noi egli ha il vantaggio di una biblioteca che nel frattempo abbiamo perduto in parte o interamente, a cominciare dalla tragedia greca e romana, Ennio, e così via; in compenso non ha potuto ancora leggere né Shakespeare né appunto Nabokov, ma neppure Seneca e Petronio, tutte chiavi a diverso titolo utilissime per comprendere a fondo certi aspetti delle Metamorfosi, un’opera destinata, in questo senso, ad aumentare.
Dal canto suo Edward J. Kenney mi sembra meno interessato (per esempio rispetto a Rosati) al registro puramente narratologico degli incastri e degli avvitamenti tra le storie, tuttavia se occorre occuparsi di cornici, inquadrature e architettura lo fa sempre con inglese parsimonia, e lascia il suo segno indelebile…

Piangere su Filemone e Bauci?
Risale agli anni del ginnasio, invece, quando l’orologio per forza di cose segnava ancora il tempo dell’apprendimento linguistico del latino attraverso le storie immortalate dalle Metamorfosi, lo struggimento per la pietas e il destino nell’episodio di Filemone e Bauci, che Kenney definisce un interludio idillico pieno di fascino e interesse umano (VIII, 611-724): Ovidio stavolta si commuoverà? Di sicuro non rinuncia a nessuna delle frecce letterarie offertegli da questa sorta di prezioso epillio di ambientazione frigia, in gran parte giocato sulla fresca descrizione domestica di una modestissima capanna agreste, in cui capitano in incognita gli dèi, accolti come viandanti dalla coppia armoniosa dei coniugi. La vedremo unita per sempre complice l’ennesima metamorfosi arborea, che offre al poeta il destro per uno dei suoi memorabili pezzi di bravura berniniana alle prese con l’incipiente corteccia.
Rileva giustamente Kenney che di certo sarà piaciuta ad Augusto questa diapositiva di Ovidio che allude senza possibilità di errori alla Casa Romuli sul Palatino e alle origini umili di Roma: è un aspetto, quello dell’ideologia del ‘primo’ destinatario, che non si deve mai trascurare quando si sprofonda nelle isoipse delle Metamorfosi.

da una recensione su “alias” 6 agosto 2011

Italia Italia Italia (di Roberto Roversi)

Confesso, a mia vergogna, di aver letto pochissimo (e piuttosto distrattamente) di Roberto Roversi, il partigiano bolognese che volle essere partigiano anche come poeta: soprattutto versi d'occasione su "l'Unità" e "il manifesto". Rammento un poemetto sulla strage della stazione di Bologna che al tempo mi diede qualche emozione, ma di cui oggi non so ridire che il soggetto. Da quel poco che ho letto, anche in prosa, ho tratto la convinzione che si tratta di un compagno, di quelli che non hanno mollato; ma tanto non è bastato a spingermi a cercare i suoi versi o i suoi scritti nella rete o in libreria. Né mi ha colpito in modo speciale la sua morte, nel settembre appena trascorso.
Ora trovo un ricordo breve e incisivo di Roberto Roversi su "Giap", il blog di una "banda" di scrittori di sinistra, che si firma con il nome collettivo di Wu Ming, intitolato al compagno generale vietnamita che sconfisse l'armata coloniale francese a Dien Bien Phu. Si tratta di due frammenti delle Trenta miserie d’Italia, quarta parte di un poema (L’ Italia sepolta sotto la neve), che - a quanto leggo - ha avuto una stesura travagliata, fatta di più varianti ed è rimasto - finalmente - incompiuto. Riprendo qui il primo dei frammenti che pone il tema del "tradimento dei chierici" e vi aggiungo, a mo' di appendice, uno dei commenti, che è poi l'articolo di Roversi ripubblicato in mortem da "il manifesto", il 17 settembre scorso. E' sorprendente l'attualità di quel testo e anche la data della sua prima pubblicazione. (S.L.L.)

Roberto Roversi (foto di F. Sclocchini)
Italia Italia Italia.
Dice: il Che mi è caro e non è morto mai.
Dice: in tanti lo fischiano io continuo a cantarlo.
È il mio eroe di Alamo
e la vita è battaglia all’ultimo sangue
alle volte capita di dover fare
di potere rischiare e di dover cadere.
Hanno memorie rapide e leggere
i mandarini di casa nostra.


Appendice
La rivoluzione è sempre un punto di partenza, mai di arrivo
«C’è obiettivamente questo stato (e questo sentimento) di blocco e di sconfitta nei fatti e nelle cose – dunque, fuori e dentro la gente – come conseguenza di tutta una serie prolungata di errori e di ritardi; come conseguenza di una mancanza di agilità, di comprensione, di intelligenza politica e metodologica. Quindi che a sinistra la critica sia necessaria, urgente, indispensabile; e che sia indispensabile l’autocritica in atto dura e possibilmente aggiornata alle attuali necessità, mi pare non si possa contestare; se mai alimentare. D’altra parte, l’arroccamento a difesa è nient’altro che una risoluzione disperata e cretina; se è vero che il mondo cambia ad ogni ora. Ma l’autocritica (lavaggio mentale da compiersi sempre non solo per il politico ma anche per il privato) non deve significare il lancio della spugna; né dovrebbe convalidare l’interessato e frenetico gioco al massacro che da varie parti è messo in atto per contribuire allo spappolamento di tante utili e giuste speranze politiche, di tanti gruppi di opinione, di tanti militanti e per concludere alla precipitosa liquidazione di una generazione, di una stagione della nostra vita. L’autocritica non deve portare a partecipare alla distruzione progressiva degli atti e dei fatti recenti, a partire dal Sessantotto. Dato che è a partire da lì che comincia l’operazione di scalzamento messa in atto dai principi della penna di ogni risma; i quali dicono il Sessantotto progenitore di ogni violenza e dell’attuale violenza e cominciano a dire la classe operaia ricettacolo contaminato da tale lebbra eccetera. Parte da qui la torrentizia pubblicistica autodistruttiva di molti piccoli giovani di allora che sono diventati piccoli uomini di oggi. Con buona pace dei commentatori apocalittici ristabiliamo che l’ultimo decennio ha portato sì lacrime e sangue, ma ha prodotto – dentro un mondo che consumava il vecchio e partoriva il nuovo – straordinarie novità e progetti che portano difilato al nuovo millennio. Su quelle rive, fuori dal blabla lamentoso degli sconfitti della terza Caporetto, si conteranno i reduci e si faranno i conti sul nuovo modo occorrente per cominciare a ribaltare le cose. Se è vero che la rivoluzione è sempre un punto di partenza e mai un punto di arrivo, e se è vero che questa è la tremenda bellezza della vita». (Roberto Roversi, 29 aprile 1980)

2.10.12

Emendamenti. SalvaRuby o SalvaBerlusconi? (S.L.L. - Commento fb)

A proposito dell' "emendamento salvaRuby" al cosiddetto "decreto anticorruzione" presentato dal Pdl, su cui titolano alcuni giornali.

Ruby Rubacuori gioca a guardie e ladri
Ancora eufemismi! Ruby non ha da essere salvata da niente  e da nessuno. L'emendamento è "salvaBerlusconi" anche se riferito alla vicenda della rubacuori a quel tempo minorenne.

Isnello (S.L.L.- stato di fb)

Isnello (da Wikipedia)
Qualche furbacchione con telecamera è andato a cercare Claudio Fava in quel di Isnello. Ha bussato e non gli hanno aperto. Era facile prevedere che, in campagna elettorale, non ci fosse e si poteva fare "scrusciu" con poca spesa. Dopo, al posto di Fava, io andrei davvero ad abitare in quel paese delle Madonie. Ricordo aria buona e buona carne. Per non parlare del caciocavallo.


Nel calendario... Una poesia di Bertolt Brecht

Nel calendario il giorno non è ancora segnato

Tutti i mesi, tutti i giorni
sono là, ancora liberi. Uno di quei giorni
avrà un segno di croce.

da Poesie e canzoni, Einaudi, 1961 (a cura di Ruth Leiser e Franco Fortini)

"Magnifica istituzione morale". La famiglia secondo August Strindberg.

Lo svedese August Strindberg (1849 - 1912) è uno degli scrittori più ribelli e visionari dell'Ottocento europeo. Dall'autobiografia che scrisse in terza persona riprendo il frammento che segue, riflessione su indimenticate esperienze infantili, segno di una sfida alle istituzioni borghesi che caratterizza gran parte della sua poliedrica ricerca letteraria. (S.L.L.) 

August Strindberg nel 1881
Magnifica istituzione morale, famiglia santa, fondazione divina, inattaccabile, che deve educare i cittadini alla sincerità e alla virtù! Tu, sacro focolare di ogni virtù, dove i piccoli innocenti vengono torturati fino dalla loro prima menzogna, dove la forza di volontà viene frantumata dal despotismo, dove lo spirito d'indipendenza viene cancellato dal più cieco egoismo! Famiglia, sei il focolare di ogni vizio sociale, sei il rifugio di ogni donna indolente, una stretta catena per ogni padre di famiglia, e l'inferno dei più piccoli!

Tempo di fermenti, Garzanti 1975 (Trad. Franco Moccia)


1.10.12

La poesia del lunedì. Edoardo Sanguineti (1930-2010)



il mio universo è in te, florida figlia:
tergi, ah tergi il tuo pianto disperato:
madre a me sei, sei tu la mia famiglia:
mi sei sorella, in cuore, oh me beato!

quasi sposa mi sei, mia meraviglia,
mia donna del mio sogno più sognato:
a te ti faccio l'occhiolin di triglia,
il piedino, il solletico col fiato:

tu non sai, cara, quanto ho trepidato,
quanto ho sofferto: io sono la conchiglia
in cui, volendo, ascolti, in concertato,

come si franse, in mare uraganato,
in mille pezzi la fragile chiglia
del mio arcaico naviglio navigato:

Da Tre sonetti verdi in Varie ed eventuali, Feltrinelli 2010

Profilo di James Gillray, caricaturista.

La gotta (1802)
Da un supplemento de “il manifesto” dedicato al Risorgimento italiano, sullo sfondo della storia mondiale, riprendo il breve profilo ed una celebre stampa (The Plumb-pudding in danger: “Il budino a piombo in pericolo”) di James Gillray (1757-1815). Ho aggiunto, proprio qui sopra, un’altra sua stampa, sulla gotta di cui soffrì, malattia che me lo rende simpatetico e simpatico. (S.L.L.)

«The Plumb-pudding in danger »,
una caricatura di James Gillray, pubblicata nel 1805,
in cui il primo ministro inglese William Pitt e Napoleone Bonaparte
si spartiscono il mondo per mangiarselo da buongustai.
James Gillray fu uno dei più grandi disegnatori satirici del suo tempo, protagonista di un genere che costituiva uno dei più efficaci linguaggi per la formazione dell’opinione pubblica, centrale in tutte le pubblicazioni per tutto l’800. E che anche nei periodi più bui del dopo congresso di Vienna, la Restaurazione non riuscì a sopprimere.
I lavori di Gillray, di epoca napoleonica, precorrono questo ruolo del disegno satirico e ne costituiscono una delle pietre miliari. Il disegnatore inglese era un estremista conservatore, il suo bersaglio prevalente erano i rivoluzionari francesi e, poi, Napoleone.
Ma il suo anticonformismo lo portò spesso a scagliarsi anche contro i politici di casa propria, sia Wigh che Tories e non solo per la loro politica estera.
Prototipo del disegnatore satirico indipendente e implacabile, autore di oltre 1.600 tavole, morì relativamente  giovane e trascorse gli ultimi anni di vita tra continui attacchi di follia.

In La conquista 1/ Restaurazioni, supplemento a “il manifesto”, febbraio 2011

LUI (S.L.L.)


L'articolo che segue è rielaborazione di uno "stato" di fb del 30 settembre. (S.L.L.) 
Galantara. Una caricatura degli anni 20 del Novecento
Tra gl'ingredienti ideologici del pasticcio fascista aveva un gran peso l'antiparlamentarismo.
Si diceva che i parlamentari e i politicanti, assai meno numerosi di oggi, erano degli scrocconi succhiasangue,  ladri e corrotti, e per di più divisi in fazioni attente solo al tornaconto, sempre tra loro in guerra. E il parlamento era paragonato a una fogna, persino dai poeti.
Era un'immagine vicina alla realtà, sebbene nei Parlamenti trasformisti del primo Novecento non mancassero deputati onesti, legati a pezzi di popolo, specie nel partito socialista e, poi, nel partito popolare. Oggi i politicanti sono persino peggiori di quelli di allora e sono molti di più, un vero e proprio esercito di parassiti che va dal Parlamento ai Comuni, che moltiplica le cariche, gli incarichi e le consulenze, che gode di indennità e spese di rappresentanza senza giustificazione, che si intrufola negli enti e nelle società partecipate.
Molti di costoro, non contenti di arricchirsi con la copertura di leggi, delibere e regolamenti, fanno imbrogli e carte false, fanno pastette con gli affaristi e perfino con i mafiosi, ricchissimi e prodighi di tangenti.
Tra i politicanti, nazionali, regionali, provinciali e
comunali, ce ne sono più o meno papponi, ma quasi nessuno si salva, neppure nell'estrema sinistra. L'ex capo del maggiore partitino comunista, già presidente della Camera, non rieletto, ha continuato a viaggiare con l'auto blu. Lui, contrario ai privilegi, ha dichiarato: "E' mio diritto". La sinistra estrema è ora divisa in due tronconi: la federazione dei tre ministri e il partitino del governatore; in entrambe le fazioni abbondano i percettori di vitalizi.
Il partito del poliziotto-magistrato di Mani Pulite ogni tanto protesta, ma intanto i suoi politicanti incassano, singolarmente e collettivamente. Nessuno si è opposto mentre si gonfiavano i costi della politica e i tardivi tentativi di rimediare con proposte di leggi e referendum sono poco credibili.
Studio su foto. Anni 10 del Duemila
A questo schifo sembra opporsi con intransigenza solo il movimento extraparlamentare fondato e guidato da un comico, il quale in verità, mentre giustamente svergogna il ceto politico, spara anche stupidaggini a raffica. Si dice che la sua "antipolitica" attiri voti a milioni, ma ho l'impressione che lo sbocco di questo generale disgusto per la politica, per di più in tempo di crisi, sarà un altro e, mutatis mutandis, assomiglierà a quello di novant'anni fa.
Anche oggi, infatti, chiamato senza mandato popolare dal capo dello Stato, al governo c'è un tipo che come quel duce disprezza il parlamento cui ha imposto la fiducia, un tipo che un po' lo minaccia, un po' lo blandisce.
Qualche giorno fa ha detto: "Presentarmi io alle elezioni? Non ci penso neppure. Io il vitalizio ce l'ho, il Capo dello Stato m'ha fatto senatore a vita. Non voglio essere confuso con i politicanti. Facessero loro le elezioni. Io sto al governo. Gli eletti dovranno mettersi in ginocchio e riconfermarmi tra le preghiere e i ringraziamenti".
Chi rappresenta costui?
Al Senato e al Governo ce l'ha messo un vecchio presidente della Repubblica, che così pensava di salvare l'onore suo e della Nazione, ma lui dipendeva ufficialmente e continua a dipendere ufficiosamente dalla grande finanza internazionale, cui si collega la grande borghesia italiana, più redditiera che imprenditoriale. La missione di governo, fin qui bene assolta, era di pompare quattrini dai poveracci e dal ceto medio-basso, di tagliare le spese sociali, anche a costo che niente funzioni, per ingrassare gli usurai della finanza. Mentre che c'era ha messo sotto gli operai e i lavoratori, togliendo diritti e addomesticando con promesse e intimidazioni le centrali sindacali, inclusa la Cgil. Oggi promette sviluppo, ma neppure i suoi fans di Confindustria mostrano di credergli.
E tuttavia il discredito dei politicanti gli offre la grande occasione. Li ha messi sotto e può costringerli a votare la legge elettorale che più gli conviene in venti giorni, giacché è facile farne il capro espiatorio di ogni disagio popolare, dopo tutte le porcherie venute alla luce. Immagino che tra sé e sé si dica: "Perché non dovrei essere io il nuovo uomo della Provvidenza? In fondo, a differenza di quell'altro, del Papa e dei preti sono stato sempre amico!".
Temo che ci riuscirà. Ha tutti i mezzi di comunicazione con sè ed enormi strumenti di pressione sui politicanti. Se li cacciasse tutti in galera nessuno insorgerebbe a difenderli.
Ci sono già partiti che hanno deciso di chiedere il voto non per i propri candidati, ma per LUI.
Primo fra tutti quel partito che ha avuto come segretario un tangentista reo confesso scampato al carcere per errori di forma magistratuali e come massimo portatore di voti un concorrente esterno di Cosa Nostra.
Anche il Cavaliere - insieme ai suoi nani e alle sue ballerine -non vede l'ora di allinearsi cercando di salvaguardare i potenti interessi che rappresenta e ottenere impunità per sè e per i più stretti.
C'è un'ampia fetta di piddini, infine, che vuole "mettere in sicurezza" le sue riforme.
Forse la "crisi di regime" sta per trovare una conclusione, ancora più a destra di quanto noi pessimisti non immaginassimo.

"NOSTALGIA". O forse "OGGI IL MIO CUORE..." (S.L.L. - Stato di fb)

Modica. Sicilia e nuvole.
In questa mattinata un po' grigia, con colori finalmente autunnali, nella speranza che il cielo ci regali un altro po' di pioggia e non torni l'afa degli ultimi giorni cara alle mosche, tornando dal panettiere a casa di mia madre, ho composto tra me e me la nostalgica poesiola, che qui registro, prima che mi scappi dalla mente:

"Sta tornando il tempo dei tarocchi,
delle belle spremute fatte in casa
rosse come il colore
della bandiera della giovinezza".


Come titolo ho pensato a Nostalgia, oppure a Oggi il mio cuore... Voi che ne pensate?

statistiche