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8.9.19

Quando la scienza batte i proverbi. Non sempre l’occasione fa l’uomo ladro (Gianluca Mercuri)

Alain Cohn, Università del Michigan, Chicago

Uno dei motivi per cui frasi fatte e proverbi andrebbero evitati in un testo di qualità è che, oltre a denotare pigrizia intellettuale e scarsa facondia, esprimono spesso autentiche boiate. Prendete per esempio l’occasione fa l’uomo ladro, manifesto del cinismo italico e della rassegnazione al pessimismo e alla diffidenza. Per fortuna c’è la scienza, quel mix portentoso di pazienza, esperienza e competenza che porta a rovesciare i cliché più radicati. Anche nella scienza stessa, a seconda dei diversi approcci. Quello razionalista, per esempio, sposa di fatto la presunta saggezza popolare nel ritenere che interessi materiali e calcoli personali prevalgano necessariamente su considerazioni di natura collettiva. L’approccio comportamentista, invece, rifugge dalle teorie prefabbricate e valuta la condotta individuale come unica unità di analisi accettabile.
È comportamentista, non a caso, l’artefice di un clamoroso studio pubblicato da “Science” e ripreso dalla Bbc, l’economista Alain Cohn dell’Università del Michigan. Lui e il suo staff hanno condotto per tre anni — dal 2013 al 2016 — uno studio gigantesco, che ha coinvolto 355 città di 40 Paesi e, soprattutto, 17 mila portafogli. I partecipanti alla ricerca li smarrivano apposta, lasciandovi all’interno i bigliettini dei presunti proprietari, partecipanti a loro volta. Ebbene: in 38 Paesi su 40 — cioè tutti tranne Perù e Messico — la probabilità che i portafogli venissero restituiti si è rivelata maggiore quando contenevano denaro. Non solo: più soldi c’erano, più aumentava il tasso di restituzione. L’onestà e l’altruismo sono le ragioni primarie: anche portafogli contenenti chiavi, per esempio, venivano restituiti spesso. Ma la spiegazione psicologica più profonda la dà Lukas Zünd, economista dell’università di Zurigo e co-autore dello studio: «È facile non sentirsi disonesti quando ci si tiene un portafogli senza soldi perché non si guadagna niente. Ma diventa più difficile se si tratta di soldi». Il costo psicologico del sentirsi ladri, insomma, è spesso più forte del vantaggio materiale. Lo aveva già scritto un altro economista comportamentista, Dan Ariely, nel libro The (Honest) Truth About Dishonesty: «Noi esseri umani siamo pronti a rubare qualcosa che non abbia un esplicito valore monetario. Ma ci tratteniamo dal rubare direttamente soldi in una misura che renderebbe orgoglioso il più pio insegnante di catechismo».

Rassegna Stampa del Corriere della sera, 26 luglio 2019

Gennaio 1967. Luigi Tenco e Mike Bongiorno al Festival di Sanremo (Enrico Deaglio)

Luigi Tenco con Dalida

Dalida entra nella stanza 219 nella dépendance dell’Hotel Savoy di Sanremo in piena notte. Trova il cadavere di Luigi Tenco con il cranio attraversato da un proiettile, da tempia a tempia. Qualche ora prima, al salone delle feste del casinò, Tenco ha cantato una versione lenta, quasi fuori tempo, di Ciao amore ciao, il brano che ha portato al 17° Festival della canzone italiana, proprio in coppia con Dalida. È apparso stravolto, come assente, e alterato da qualche sostanza. “Questa è l’ultima volta,” ha detto a Mike Bongiorno che lo ha presentato sul palco.
Nemmeno l’esibizione di Dalida, con un arrangiamento più ritmato, è riuscita a fare arrivare la canzone in finale. Ciao amore ciao si piazza solo dodicesima su 16 brani in gara, viene eliminata e la commissione speciale che avrebbe potuto ripescarla le preferisce La rivoluzione di Gianni Pettenati e Gene Pitney. Dopo il verdetto Tenco si sfoga con rabbia, si addormenta dietro le quinte su un tavolo da biliardo, parla in macchina con Dalida, diserta la cena organizzata dalla casa discografica al ristorante Il Nostromo e torna solo in albergo.
Nessuno dirà di aver sentito lo sparo, né Lucio Dalla, né Tony del Monaco, né altri vicini di stanza. Accanto al suo corpo viene ritrovato un biglietto scarabocchiato di suo pugno: “Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente 5 anni della mia vita. Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt’altro) ma come atto di protesta contro un pubblico che manda Io tu e le rose in finale e una commissione che seleziona La rivoluzione. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao. Luigi".
Tenco avrebbe compiuto 29 anni il 21 marzo. Era l’autore di brani come Mi sono innamorato di te (perché non avevo niente da lare), Un giorno dopo l’altro e Lontano, lontano che hanno contribuito all immagine di uomo irrequieto, un po’ esistenzialista e misterioso.
Aveva scoperto da adulto che quello che credeva suo padre non era suo padre. Si era dedicato alla musica tra Milano e Genova nel mezzo di una vita sentimentale ricca e tormentata, con Dalida e altre. Era un uomo impegnato, iscritto al Partito socialista prima, simpatizzante comunista poi. Amava il gioco d’azzardo e le armi, possedeva un fucile e tre pistole. Una, la Walter Ppk che portava con sé per difesa personale, è stata ritrovata nella camera dell Hotel Savoy.
Ma le indagini sulla scena del delitto partono tardi e male. Il commissario capo di Sanremo, Arrigo Molinari (tessera P2 numero 767, si scoprirà), fa rimuovere frettolosamente il cadavere che viene trasportato all’obitorio del cimitero. Solo dopo il corpo verrà riposizionato nella stanza d'albergo per i rilievi, in una scena ormai contaminata senza rimedio. Il referto di polizia parla di evidente suicidio. L’autopsia, a quanto pare, non serve.
Sul Festival cala una cappa di incredulità e sgomento ma non dura molto. Scrive Natalia Aspesi, inviata de “Il Giorno”:

Nessuno o meglio quasi nessuno del baraccone, si è lasciato coinvolgere al di la della faccia di circostanza, nel tremito di un solo momento di autocritiche e verità. [...] In questi giorni nessuno gli aveva dimostrato particolare affetto: era un ragazzo scontroso, antipatico a molti, cosi tanti lo evitavano, i colleghi si sentivano a disagio con lui. Dopo tutti hanno pianto, si sono disperati, hanno gridato al suo valore, alla sua intelligenza, alla sua incomunicabilità, hanno parlato del loro affetto per lui. Ma l’autentico sgomento, che anche solo per poco ha soffocato tutti, era più che per la sua fine, per il riflesso del suo gesto: in questo gesto ognuno si è specchiato e ha avuto paura per sé. [...] Nel pomeriggio mentre le spoglie di Luigi Tenco viaggiano verso Recco, il parrucchiere Cele Vergottini lavora senza tregua: stira i capelli a Dionne Warwick, pettina la povera Caterina Caselli, dà un colpo di spazzola a un numero imprecisato di signore. Il capellone Antoine prosegue le prove e anche i Los Drasus con la loro divisa d’oro riprovano il pezzo. Senza rendersene conto la gente canticchia, lascia che il corpo si muova a tempo di shake. Le canzoni moderne sono davvero irresistibili.

Il carrozzone del Festival quindi non si ferma, la Rai sceglie l'understatement. 
Sanremo 1967. La proclamazione dei vincitori
Mike Bongiorno sale sul palco e guarda in camera; “Signore e signori buonasera, diamo inizio alla seconda serata con una nota di mestizia per il triste evento che ha colpito un valoroso rappresentante del mondo della canzone. Anche questa sera per presentare le canzoni è con me Renata Mauro. Allora, Renata, chi è il primo cantante di questa serata?”.
La terza serata culmina con la proclamazione dei vincitori. Sono Claudio Villa e Iva Zanicchi con Non pensare a me.

Patria 1967 – 1977, Feltrinelli 2017

3.9.19

La meraviglia dell’amicizia virile (Alessandro Piperno)

Michel Montaigne

Prima o poi può capitare a chiunque di imbattersi nella moglie di un amico in atteggiamenti licenziosi con un altro. Eccola lì – il tavolo più in disparte di un locale fuoriporta – scambiarsi tenerezze con uno sconosciuto! Al primo impulso di andare a salutare, goderti sadicamente il suo imbarazzo – le tempie paonazze, il balbettio di patetiche scuse – ne segue un altro di segno opposto: pagare il conto, filare via furtivi e riflettere sul da farsi.
A me accadde anni fa. Che choc vedere la ragazza di uno dei miei più cari amici – la coppia più affiatata del nostro gruppo – avvinghiata a un tizio in un cinema d’essai. Mi comportai nel modo che ancora oggi giudico il più appropriato. Non dissi niente, tenni quel segreto per me (fino ad ora, almeno). Dopotutto che diritto avevo di intromettermi? Chi mi assicurava di non essermi sbagliato? E qualora ci avessi visto giusto, chi mi diceva che la coppia più affiatata del nostro gruppo non lo fosse proprio in virtù della spregiudicatezza sessuale, un’indulgenza sapiente e reciproca? Del resto, non ho mai giudicato gli adulteri con severità. La monogamia è un oltraggio alla natura così sconsiderato che mai e poi mai mi sarei eletto a censore delle scappatelle altrui.
Ho fatto bene? Chi può dirlo! Se i due oggi sono sposati, hanno un paio di figli e veleggiano verso la maturità con un certo garbo, non lo devono anche un po’ alla mia discrezione? Non so se la signora nel frattempo ha rotto con il suo amante o se l’abbia sostituito, non so se il mio amico è al corrente di questa o altre infedeltà. So che l’amicizia pone dilemmi morali di questo tipo. Se l’amico in questione mi sta leggendo e sospetta che è suo il matrimonio di cui vado cianciando potrebbe giudicare il mio riserbo di allora non meno riprovevole della franchezza odierna (a mezzo stampa, per di più). Potrebbe pensare di essere stato tradito due volte: prima dalla malafede della moglie poi dalla reticenza di uno dei suoi più vecchi amici. La gente non è indulgente né con gli omertosi né con gli ipocriti. Mi chiedo: esiste in certi casi una deontologia comportamentale?
Amicizie virili È difficile spiegare cos’è l’amicizia virile a chi non l’abbia mai vissuta. Per me che ho radicate difficoltà a confrontarmi con l’altro sesso, è un diversivo spensierato, un’oasi alle fruste faccende quotidiane. Le cene, il cazzeggio, la Lazio (allo stadio, in tv, fa lo stesso), le lunghe sedute a Subbuteo o alla PlayStation, il bicchiere della staffa, le diatribe sui massimi sistemi filosofici, le dispute su quel libro che proprio non ti ha convinto e su quello che non riesci a scrivere, i sogni di gloria, le disfide ideologiche, le balle, il pettegolezzo, la maldicenza, le figure di merda, le confessioni più vergognose... Per non dire dei viaggi senza meta, i gesti di benevolenza reciproca, ma anche le prese in giro spietate (cojonella, la chiamiamo a Roma). Tutto questo è impagabile, insostituibile. L’ultimo sorso di adolescenza a disposizione di un adulto. Ho più di un amico che esulta (senza darlo a vedere) quando la moglie va in vacanza come nel famoso film con Marilyn Monroe, e mica perché così potrà darsi alla pazza gioia, ma per dedicare un po’ di tempo agli amici, tornare ragazzo almeno per il weekend. E allora via con il turpiloquio, con la selvatichezza, con la libertà.
Adoro l’ultima scena de L’educazione sentimentale quando Frédéric Moreau e Deslauriers, rinvangando i bei tempi andati, si commuovono su quella volta che andarono al bordello insieme. Frédéric esclama: «È la cosa più bella che ci sia capitata» e Deslauriers non può che convenirne.
Dio sa se li capisco. Mica perché sia un frequentatore di bordelli, ma perché immagino che anche a me tra qualche anno capiterà di rimpiangere il cameratismo, la complicità, i simposi con i pochi amici di una vita.
In un passo famoso di Antropologia pragmatica Kant scrive: «La specie di benessere che sembra meglio accordarsi con l’umanità è un buon pranzo in buona (e, se è possibile, anche varia) compagnia, della quale Chesterfield dice che non deve essere al di sotto del numero delle Grazie, né al di sopra di quello delle Muse». In poche parole, meno di nove e più di tre. E trovo che Chesterfield esageri per eccesso. Il numero perfetto a tavola è quattro, come i Cavalieri dell’Apocalisse.
Solo i misantropi danno valore all’amicizia? Non deve sorprendere che un orso nichilista come Flaubert e un abitudinario incline alla solitudine come Kant tenessero in così alta considerazione amicizie e convivi. Chi se non colui che ha seri problemi a frequentare il prossimo può apprezzare i pochi simili con cui sta bene? Nulla è più raro al mondo che una persona abitualmente sopportabile, pensava Leopardi. E come al solito aveva ragione. Ecco cos’è un amico: un raro esemplare di persona abitualmente sopportabile. Pochi ma buoni, questo è il motto.
Perché era lui; perché ero io Il che spiega perché lo scrittore che meglio ha saputo descrivere l’insostituibilità dell’amicizia, i suoi incanti, l’empatia, è anche colui passato alla storia per la scelta di chiudersi nella sua torre d’avorio, trascurando ogni altra faccenda, a meditare e a scrivere per il resto dei suoi giorni: parlo di Michel Montaigne naturalmente. Il suo amico del cuore si chiamava Étienne de La Boétie e per via della morte prematura di quest’ultimo la loro amicizia durò poco più di un lustro. Montaigne passò i decenni che gli rimanevano da vivere a rimpiangerlo, parlandone sempre con toni più consoni all’amore forse, che all’amicizia, tanto da autorizzare in qualcuno il sospetto di omosessualità. Mai un legame fu più franco, profondo, elettivo. Nel saggio Dell’amicizia, Montaigne scrive infatti: «Se mi si chiede di dire perché l’amavo, sento che questo non si può esprimere che rispondendo: Perché era lui; perché ero io». Conoscete una definizione più efficace e più struggente dell’amore e dell’amicizia? Perché amiamo qualcuno? Perché gli siamo così devoti? Semplice: perché noi siamo noi e loro sono loro. Cos’altro c’è da dire o da spiegare?
In un saggio più tardo, Montaigne, tornando sull’argomento, chiarisce ancora meglio il suo punto di vista. Parlando delle poche cose per cui la vita è degna di essere vissuta (donne, amicizie, libri), confessa di essere un buon conversatore ma di aborrire le amicizie frivole. Le vere grandi amicizie si contano sulle dita di una mano. Sta ancora pensando a La Boétie naturalmente. È per colpa di quell’amico morto da molti anni, quel compagno che lo ha in qualche modo viziato, che Montaigne ha perso interesse per tutti gli altri. Le amicizie, quelle vere e profonde, si basano solo sull’elezione e sull’affinità. Come si vede: solo gli isolati credono davvero nell’amicizia.

Chi aveva ragione tra Montaigne e La Rochefoucauld
Al contrario sono i mondani, gli estroversi, chi conta migliaia di amici su Facebook, chi non si perde un cocktail o una prima al cinema, a non tenere in gran conto l’amicizia, un po’ come i libertini per cui una donna vale l’altra.
E mi viene subito in mente un altro dei Gran Signori delle lettere francesi. Vissuto quasi un secolo dopo Montaigne, il duca di La Rochefoucauld frequentava assiduamente il salotto di Madame de Sablé, circolo parigino tra i più rinomati ed esclusivi nei formidabili anni della Reggenza. Intrecciò amicizie profonde – straordinariamente proficue per la letteratura occidentale – con Madame de La Fayette e Madame de Sévigné. Che trio incredibile! Il duca era bello, ricco, audace, un conversatore strepitoso, divertente e disincantato a un tempo. Oltre alle stupende Memorie gli dobbiamo le famose Massime. Dato il contesto, non ci sorprende che in una di esse scriva: «Per raro che sia il vero amore, è meno raro della vera amicizia». Assai più sorpresa ci suscita questa, altrettanto famosa: «Nelle avversità dei nostri migliori amici noi scopriamo sempre qualcosa che non ci dispiace». La Rochefoucauld mette il dito sulla piaga purulenta dell’amicizia, svela l’oscuro doppiofondo di qualsiasi sodalizio.
Per intenderci, provate a immaginare una telefonata con il vostro più caro amico. Ecco che, dopo il solito cazzeggio, vi annuncia: «Senti, ho una cosa da confessarti». «Tipo?». «Una cosa grossa». «Dai, non tenermi sulle spine». «Hai presente il vincitore della lotteria di Capodanno, quello che non si fa trovare? Il possessore del biglietto da dieci milioni di euro». «Be’, è il tuo benzinaio? La tua colf?». «No, sono io». «Dai, non scherzare». «Parlo seriamente».
Ditemi se non è un’ottima ragione per mettere alla prova la tenuta di una lunga consolidata amicizia. Dovremmo essere contenti per lui, il nostro amico è diventato milionario. Eppure in quel momento lo vorremmo morto. Facciamo di tutto per dissimulare questi impulsi biechi ma è più forte di noi. Siamo sconvolti. Non a caso Oscar Wilde, a suo modo un moralista classico non meno geniale di La Rochefoucauld, diceva: «Ognuno può compatire le sofferenze di un amico, ma è necessaria una natura davvero gentile per simpatizzare con i successi di un amico». Nessuna amicizia è mai davvero limpida. Ecco perché non c’è niente di meglio che parlare male di un amico. Ci piace ammirarlo, ma talvolta ci piace anche disprezzarlo. In fondo è invecchiato peggio di me, ci cogliamo ogni tanto a pensare. E ne proviamo conforto. Ma se muore, o se in qualche altro modo viene meno, lascia una voragine profonda, non un dolore che toglie il fiato, ma una specie di malinconia soffusa e immedicabile.
Insomma, credere o non credere nell’amicizia? Credere o non credere nella sua purezza e onestà? Chi aveva ragione, Montaigne o La Rochefoucauld? A chi dare retta, al solitario o al mondano?

La Lettura – Corriere della sera, 28 gennaio 2018

28.8.19

Contro i professionisti dell'anticonformismo (Luigi Manconi)

Alberico Lemme

Fateci caso: quando in un qualunque dibattito, un tipo, in genere brillante e dalla parlantina sciolta, afferma «farò una provocazione», non accade mai nulla del genere. E si ascolteranno, piuttosto, interminabili e tediosi proclami ispirati al senso comune più ordinario. Si manifesta, così, una delle varianti della sindrome del Bastiancontrarismo, la più innocua. Ma quella stessa sindrome può manifestarsi attraverso un' altra variante più nociva.
Per esempio il dottor Alberico Lemme, nato nel 1958 ad Archi (Chieti), farmacista per titolo e dietologo per proterva aspirazione, nel corso di una puntata del Grande Fratello ha pronunciato le seguenti parole: «Quando è nata mia figlia tutti mi dicevano: "Vedrai che emozione proverai". Lei è nata, io ho assistito al parto e non ho provato nessuna emozione. Quando ha fatto sei mesi l' ho guardata e ho pensato: "Se morisse mi dispiacerebbe?" Ho risposto di no».
Nella migliore delle ipotesi si tratta delle frasi di un esibizionista patologico, nella peggiore della manifestazione narcisistica di un disadattato. Ma ciò che davvero conta è che quelle frasi siano state accolte da alcuni conduttori radiofonici e televisivi come esercizi di «sincerità» o, addirittura, di «coraggio». E sul web il dottor Lemme - già noto per altre scellerate affermazioni e per le modeste perversioni del suo pensiero, si fa per dire - è diventato un eroe, in quanto avrebbe rotto «il velo della retorica dell'amore familiare» e avrebbe rifiutato «l'ipocrisia delle convenzioni sentimentali».
La ragione di un simile successo è semplice: quelle affermazioni, in apparenza tanto oltraggiose, corrispondono, in realtà, a un umore sempre presente nell'animo umano e a una pulsione oscura e profonda che, una volta emersa, si scopre di condividere con molti altri. Forse la maggioranza. Insomma, quella presunta trasgressione esprime un antico e solido conformismo. E se con Lemme siamo in un campo trascurabile, pur se sfrontato, in quanto insignificante sotto il profilo intellettuale, numerosi sono i casi di tutt'altra consistenza.
Un giornalista colto, talvolta acuminato, come Filippo Facci, espressione di una tradizione reazionaria ma non codina, a proposito di Greta Thunberg così si è espresso: «A me tutte le persone che hanno bisogno di riscoprire le questioni ambientali attraverso quella specie di mostriciattolo di Greta... Lei, mi viene da investirla con la macchina». Anche in questo caso, sul web si sono intessuti trepidanti elogi per la «sincerità» e per il «coraggio». Se questo metodo si dimostra così efficace, si possono suggerire una serie di dichiarazioni capaci di ottenere consensi e ricevere omaggi.
Basta individuare un predicato sufficientemente condiviso e negarlo con brutalità, a prescindere dalla quota di ragionevolezza che contiene. Ecco. 1. «La vita dei nostri figli ci è cara» 2. «Non è bello mettersi le dita nel naso» 3. «È un dovere tutelare l' ambiente» 4. «Gli esseri umani sono tutti uguali» 5. «È meglio evitare di ruttare in pubblico». Proclamare o attuare il rovesciamento (il ribaltamento da cima a fondo), con le parole o i gesti, di quei semplici princìpi appare oggi come il massimo dello Scandalo Pubblico. Dunque, siamo in una fase culturale in cui sembra che l'affermazione della propria diversità di opinione e la lotta contro il politicamente corretto debbano passare di necessità attraverso la negazione, indifferentemente, di uno di quei cinque punti (meglio se di tutti e cinque).
È una storia lunga, tutt'altro che lineare. Non ho mai condiviso anche uno solo dei brevi corsivi che, sotto la testatina Controcorrente, Indro Montanelli pubblicava quotidianamente sul «Giornale». Eppure, almeno una volta su tre, quei commenti - a me, giovane militante della sinistra radicale - facevano davvero male. Dopo di che è stato tutto un rincorrersi affannato di rubriche simili (o che volevano essere simili). Rubriche che issavano la bandiera dell'anticonformismo. Una sfilza lunghissima e che cerca tutt'ora di riproporsi ricorrendo al dizionario dei sinonimi: Diverso parere (o, in una sciagurata versione calcistica, Diverso parare), Al contrario, Verso diverso, L'antipatico, Fuori gioco, Non ci sto, Controverso, L'iracondo, Retropensiero, Fuori dal coro, Controcanto. Il dissenso diventa, in tal modo, manierismo, compiacimento di sé e della propria sconvenienza (vera o presunta che sia) e finisce fatalmente col mimare i tratti e le movenze, i tic e le ossessioni del suo negativo (il conformista), scambiandosi i ruoli con esso.
Tutto ciò risulterebbe quasi innocuo e comunque poco rilevante se non intervenissero due fattori «agevolanti» che possono rendere significativo ciò che significativo è quasi mai. Il primo fattore è rappresentato dall'entusiasmo che la sindrome del Bastiancontrarismo suscita in alcuni soggetti della comunicazione (giornalisti, conduttori televisivi e radiofonici, opinion maker e influencer vari). Il secondo fattore è rappresentato dalla cornice virtuosa in cui quella patologia viene collocata quando se ne appropria il web. È un'aura eroicistica, con tonalità epiche, che richiama categorie o formule come «schiena dritta» e «forza», «posizione scomoda» e «intransigenza».
Così Spararla Grossa diventa una virtù agonistica che riempie i canali della comunicazione e li gonfia, che invade il linguaggio domestico e quello pubblico, che travolge gli argini come una esondazione lutulenta, diffondendo ovunque le immagini, i gesti e le parole di un nuovo Conformismo della Devianza Deluxe.
Ne consegue che la trasgressione autentica, quella dei veri e rari irregolari, come Elsa Morante e Pier Paolo Pasolini e, successivamente, Goffredo Fofi, Guido Ceronetti, Lea Melandri, Aldo Busi e Walter Siti (non me ne vengono in mente altri) viene sopraffatta dal gran vociare degli anticonformisti a rimborso spese. Professionisti della materia che coltivano la malacreanza intellettuale ed esistenziale con lo stesso compiacimento con cui, alle scuole medie, scrivevamo parolacce sulla lavagna.

“la Lettura - Corriere della Sera”, 5 maggio 2019

26.8.19

Ars amandi. Intervista a Enrico Mele, istruttore di seduzione (Candida Morvillo)



Enrico Mele, in arte «Henry in attraction» e di mestiere istruttore di seduzione, quanto lavora quest’estate?
«Tantissimo. Ho un bootcamp di gruppo a Jesolo, uno a Barcellona, studenti da seguire individualmente, di persona e a distanza. Faccio consulenze via Skype e WhatsApp anche alle due di notte. Io e i miei due collaboratori, ad agosto, ci facciamo in quattro e non abbiamo limiti di orario».

Perché mai le persone si affidano a voi?
«Non per diventare dei playboy, ma per risolvere problemi. I miei studenti si fidanzano, si sposano, hanno figli. Un avvocato di 46 anni, soldi infiniti, estetica gradevole, è venuto perché le donne scappavano. L’ho seguito per tre mesi, ho capito che scappavano perché ostentava troppo. Lei diceva che amava il tennis e lui aveva i migliori biglietti per Wimbledon, lei amava il teatro e lui aveva i posti alla Scala: era come se volesse comprare i sentimenti. Alla fine, è sempre questione di autostima».

Chi sono i vostri clienti?
«Uomini e donne, timidi o che finiscono sempre respinti, età dai 18 in su senza limiti d’età: da un po’, seguo un oncologo di successo di 61 anni, che però non ha mai avuto una relazione vera, e un imprenditore di 46 molto ricco, ma che non ha mai una ragazza».

Il video di presentazione sul suo sito, però, ha per protagonista un giovane sottopagato che la fidanzata lascia con l’sms «sei uno sfigato, addio».
«Ci serviva un’immagine forte che ispirasse riscatto personale, la realtà è più variegata».

Con tante app di dating che bisogno c’è di prendere lezioni da lei?
«Perché le app sono una scappatoia che non risolve le tue paure. Anzi, le persone passano giornate a chattare, idealizzano l’altro e non si decidono a incontrarlo. Temono il faccia a faccia, il rifiuto, hanno paura di non sapere che cosa dire».

Come l’è venuto in mente di darsi a questa attività?
«A 18 anni, avevo ricevuto l’ennesima delusione d’amore e mi ero chiuso in casa, depresso. Un amico mi ha spinto a guardare dei siti di coach americani e ho capito che il problema era legato alla considerazione di me stesso: sono cresciuto in una famiglia tradizionalista, con limiti di mentalità, e ho frequentato costose scuole private pur non essendo ricco e sentendomi perciò sempre diverso e mettendomi da solo nel gruppetto degli emarginati. Da allora, ho studiato moltissime ricerche e testi universitari di antropologia, sociologia, psicologia…».

Primi risultati in amore?
«Ho capito che la donna non è una divinità ma un essere umano, per cui ho iniziato a essere me stesso senza più paura di come avrebbe reagito. Il risultato è che le donne hanno smesso di respingermi o deridermi. Ho cominciato a uscirci, a baciarle, a piacere e ad avere storie belle e profonde di condivisione reciproca».

Da qui a farne un lavoro?
«A vent’anni, studiavo Giurisprudenza e davo consigli di autostima e seduzione agli amici. Quando ho iniziato il praticantato, non mi è piaciuto: facevo lo schiavo e dovevo difendere persone che non lo meritavano. Da qui, la decisione. Nel 2016, ho fondato la mia azienda e vivo di questo. Da Torino, mi sono trasferito a Barcellona, ma viaggio sempre: raggiungo i clienti ovunque, per corsi intensivi di due, tre o sette giorni, con prove sul campo».

Come sono le prove sul campo?
«Prove di approccio per strada, in spiaggia, in discoteca».

E quali sono le frasi magiche per approcciare?
«Non esistono, se prima non hai imparato a confidare in te stesso. Dopo, una frase sempre buona è “ti ho vista e ho pensato che volevo conoscerti”. Se invece lei è con amici, devi coinvolgere anche loro. Per esempio, vai e chiedi “scusate ragazze, ma come fate a sopportare gli uomini?”».

E questa perché sarebbe una buona frase?
«Perché ne nasce sempre un confronto vivace, dove tu che hai lanciato il problema ti presenti anche come la soluzione».

Consigli per conquistare in vacanza?
«Proporsi per conoscere davvero qualcuno. E quindi ascoltare e divertirsi senza aspettative. E sapere che, se non sei prevenuto e non giudichi, ti si aprono mondi: provi a frequentare persone che non avresti mai immaginato e con cui sei terribilmente felice».

Corriere della sera, 25 luglio 2019

22.8.19

La tv degli innocenti (Hans Magnus Enzensberger 1990)


Si collochi un bambino di sei mesi davanti un televisore in funzione. Il poppante è già per motivi fisiologici legati al cervello incapace di sciogliere le immagini e di decodificarle, così che la questione se esse «significhino» qualcosa non può proprio essere posta. Tuttavia, del tutto indipendentemente da ciò che appare sullo schermo, le macchie colorate, guizzanti, luminose evocano infallibilmente e durevolmente un intimo interesse da parte del bambino, si potrebbe dire un interesse voluttuoso. L’apparato percettivo del bambino è meravigliosamente impegnato. L’effetto è ipnotico. Impossibile dire cosa stia accadendo in lui; tuttavia i suoi occhi, in cui si specchia l’immagine del televisore, assumono un’espressione talmente rapita, talmente assente, che saremmo tentati di dirlo felice.

Per non morire di televisione Lupetti edizioni, 1990

13.8.19

Ecologie del passato. Invenzioni e stratagemmi antichi per risolvere i problemi dell’abitare (Simone Gozzano)

Costruzioni biologiche antiche. Un "nuraghe" di Barumini (foto R. Sigismondi)

Le tribù indiane che, nel 1200 circa, decisero di insediarsi nei territori di Mesa Verde, in Colorado (Stati Uniti), non potevano certo immaginare di aver aperto la strada a una tecnica di costruzione architettonica dal nome affascinante. Eppure è così. La vicenda inizia, in un certo senso, con l’umana esigenza di vivere a temperature moderate e la tecnica si chiama “architettura bioclimatica”. E gli indiani?
Mesa Verde è un’enorme sgrottamento, una frattura orizzontale in una parete di calcare verticalissimo. Una specie di rientranza naturale di notevoli proporzioni che guarda a sud. All’interno di questa spaccatura, gli indiani Anasazi costruirono il loro villaggio. Abitazioni realizzate in pietra a secco e depositi di granaglie, viottoli che serpeggiano e salgono in mezzo a questi piccoli parallelepipedi di roccia e grandi cisterne per l’acqua, il tutto affastellato come in un mosaico tridimensionale. In effetti la grande roccia offre un riparo particolarmente fortunato.
Durante l’inverno il sole, basso sull’orizzonte, illumina per molte ore al giorno le piccole costruzioni incastrate a mezza parete. La forma del “guscio” roccioso trattiene il calore per rilasciarlo, lentamente, nel corso della notte. D’estate invece, con il sole alto, la grande parete sovrastante, con l'allungarsi della sua ombra, difende le casette indiane da un attacco solare diretto e le abitazioni risultano più fresche. Completa il tutto un sistema di circolazione dell’aria assolutamente naturale. Il trucco “bioclimatico” di Mesa Verde è tutto qui, ma vale la prima pagina nelle citazioni storiche. L’insediamento indiano nel Colorado, tuttavia, è solo il primo capitolo di una ipotetica ricostruzione delle vicende bioclimatiche nell’architettura umana. Qualche anno fa, l’Enea realizzò una mostra sulle tecniche e la storia di questa architettura, e di casi ne vennero fuori parecchi. Dalle terme di Ostia antica a Ghardaia, in Algeria, fino alle Logge Vaticane di Raffaello, che utilizzò lo stesso principio di Mesa Verde, gli esempi di soluzioni architettoniche che sfruttano le caratteristiche climatiche e naturali del territorio come parti integranti nella realizzazione di edifici o insediamenti abitativi, costituiscono una vera e propria collezione delle meraviglie. Ma la serie è ricca anche di casi semplici, quotidiani.
«I principi generali sono piuttosto elementari» dice Livio Dalla Ragione, direttore del Museo della civiltà contadina di Città di Castello. «Le case più importanti sfruttavano grandi mura al cui interno veniva formata un’intercapedine con cenere e materiale di riempimento. In questa maniera risultavano più isolate rispetto all’esterno, e l’umidità non filtrava. Ma anche nelle case povere si sfruttavano soluzioni in qualche modo analoghe. Ad esempio la calce e le paste che venivano stese sui muri erano poco igroscopiche. Questo significa che si asciugavano rapidamente. L’uso del cemento, che invece assorbe molta umidità per ‘trasportarla’ all’interno della casa, ha creato un problema che per molti secoli non si era presentato». 
Ma di soluzioni “povere ma efficaci” solo nel nostro paese se ne trovano a decine. Ci sono i trulli, le piccole costruzioni di pietra della Puglia, che garantiscono una protezione efficacissima dal caldo estivo, e i dammusi, loro cugini realizzati sull’isola di Pantelleria, mentre al nord, nelle malghe delle vallate dolomitiche, il “larin”, il focolare, è il nucleo attorno al quale si costruisce la casa. E ancora le “case torri” dell’Abruzzo, dove la stalla è al piano terreno e sopra, divisa solo da un doppio solaio in legno, c’è la cucina che sfrutta il calore che sale. Sopra la cucina, infine, la stanza da letto. Le ‘astuzie’ bioclimatiche però, non facevano parte solo dell’inventiva personale, ma avevano radici anche nel gruppo e nella cittadina.
Molti insediamenti di epoca medioevale, mostrano la tipica soluzione delle case a “schiera”. La funzione, com’è noto, era doppia: realizzare una fortificazione difensiva e creare una barriera contro il vento e, in certe zone, il freddo. Se la schiera era a nord poi, le finestre dovevano avere piccole dimensioni eccetto, se mai, quelle superiori che potevano meglio sfruttare l’irraggiamento solare. Legata al sole c’è, naturalmente, la questione dell’illuminazione. Anche in questo caso esistono da tempo ingegnose soluzioni.
Il sociologo e urbanista Lewis Mumford, ad esempio, descrivendo un’annunciazione cinquecentesca ad opera di Joos van Cleve, nota che le finestre dell’epoca erano divise in tre pannelli. Solo quello superiore era fisso e di vetro, mentre i due inferiori erano costituiti da persianette apribili. Questa struttura venne sostituita, nel tempo, dalla finestra a tutto vetro sempre chiusa che rappresentò, a giudizio di Mumford, un passo indietro. Il vecchio modello infatti, oltre a garantire una continua illuminazione anche in caso di cattivo tempo, consentiva, a persiane aperte, sia il passaggio dei raggi ultravioletti per uccidere i batteri che una maggiore ventilazione della casa. Circolazione dell’aria, un’altro dei problemi tipici dell’architettura bioclimatica.
Una delle tecniche più affascinanti è quella sviluppata nella costruzione delle Ville di Costozza, nei pressi di Vicenza. Realizzate a partire dal 1550, queste residenze sfruttano come sistema di raffreddamento e circolazione dell'aria la presenza di grotte e scavi, parzialmente artificiali, esistenti qualche metro al di sotto della superficie. Queste cavità, chiamate “covoli”, hanno diversi ingressi. Per ragioni fisiche, l’aria fredda entra dagli ingressi alti e, percorrendo vie sotterranee, scende fino ai pavimenti sottostanti le ville. Qui, attraverso una serie di grate, le correnti ritornano in superficie, regolando naturalmente la temperatura delle ville vicentine. Tuttavia la capacità di sfruttare le correnti d’aria non è appannaggio “dell’architettura bioclimatica” del Rinascimento.
Nelle terme di Ostia era stato sviluppato un sistema di circolazione dell’aria che permetteva di riscaldare i diversi ambienti proprio nelle ore di punta. Gli edifici terminali avevano grosse aperture che guardavano ovest. Queste consentivano, attraverso l'ingresso di aria riscaldata, di sfruttare al meglio l’irraggiamento solare del pomeriggio, ora di massimo affollamento. Una volta messa in moto, questa circolazione facilitava anche la distribuzione del calore proveniente dal sistema di riscaldamento centralizzato dell epoca, la fornace, e diramato dall'ipocausto, una rete di condotte al di sotto dei pavimenti.
Dopo Ostia l’Iran, territorio ricco di trovate per lo sfruttamento dell’irrequietezza, ventosa, della natura. Vengono chiamate Torri del Vento. Sono grandi torri aperte sostenute da colonne allineate. Per mezzo di condotte coperte sono in contatto d’aria con le grandi residenze reali o con le moschee più importanti. Durante il giorno l’aria calda che si forma nelle stanze tende a scappare da questi enormi camini mentre, di notte, l'aria fredda viene riscaldata dall’inerzia termica delle pareti e, al tempo stesso, spinge le sacche di aria calda verso il basso, riscaldando le zone abitate. Il tutto viene raffinato attraverso un complesso sistema di aperture e chiusure che consentono di scegliere se e quanto vento fare entrare e da quale, direzione. Un esempio di soluzione adatta per un luogo.
Espedienti come quelli adottati nel caso delle Torri del Vento, ma lo stesso vale per i trulli e i dammusi, mettono in luce una concezione diversa della casa, intesa più come organismo da adattare all’ambiente nel quale “vive” che non come barriera difensiva per salvaguardarsi da un territorio nemico. Un modo di concepire la casa, questo, che venne definito “architettura organica” e che con l’affermarsi delle tecniche bioclimatiche sembra essere meritorio di una riscoperta. Riscoperta dunque, non scoperta.

"Arancia Blu", Anno II n.6, Giugno 1991

11.8.19

'Mpistari - 'Mpistatu - 'Ngiuria (S.L.L.)


"Mpistari" vale contaminare, appestare. Vi era però, almeno a Campobello, un uso particolare e, francamente, orribile del partIcipio. 'Mpistata era la ragazza nubile non più vergine. 'Mpistatu era il ragazzo che aveva subito sodomia. Per un mio coetaneo, nonostante la denuncia e la condanna del pedofilo (se non ricordo male un anno e mezzo di carcere senza sconti), rimase a lungo un marchio d'infamia che prolungava gli effetti del crimine subito. Lo chiamarono "lu 'mpistatu" per buona parte dell'adolescenza, poi prevalse la "ngiuria" (il soprannome) di famiglia, per cui non provò mai fastidio.

1.8.19

Perugia. L'assessore, i templari e le mezze calzette (Salvatore Lo Leggio - “micropolis”, luglio 2019)



I modi di Leonardo Varasano, presidente del Consiglio Comunale di Perugia tra il 2014 e le elezioni del Consiglio Comunale nel maggio scorso, ora assessore alla Pubblica Istruzione possono apparire fuori moda. Presenzialista come dev'essere chi è investito di funzioni di rappresentanza, non mostra tuttavia l'insolenza che oggi tanti politicanti ostentano e si presenta, anche visivamente, in punta di piedi, con un tono educato e un sorriso che appare sincero, in questo simile al sindaco Romizi di cui si proclama estimatore.
Allievo di Campi, l'ideologo di destra che è tuttora influente accademico e ispiratore di molte scelte della ricca Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia, Varasano si è dedicato con passione alla storiografia, pubblicando, dopo lunghe ricerche, un libro sull'Umbria in camicia nera; in esso, con il supporto di una documentazione scelta e utilizzata con unilateralità, il ventennio in Umbria e nel capoluogo appare una modernizzazione e un positivo ampliamento dei gruppi dirigenti, al fuori dalla cerchia delle vecchie famiglie. La simpateticità con quel mondo è forte al punto che Varasano con gli occhi lucidi a un convegno ricordava di occupare, da presidente del Consiglio Comunale, la scrivania di non so quale gerarca. Orgoglioso dell'eredità fascista, egli non ne fa tuttavia proprio il becerismo oggi di moda e non appare settario: spesso partecipa con cortesia e spirito dialogante a iniziative che ricordano figure e opere della sinistra cittadina.
Rieletto consigliere a maggio, Varasano ha vinto la contesa per la poltrona di assessore alla cultura, succedendo a Teresa Severini che gli consegna come lascito principale della sua gestione, peraltro piuttosto oneroso, la sagra pseudoculturale - in realtà strapaesana - di “1416”. L'intervista che ha rilasciato per il suo insediamento a Maurizio Treccoli conferma l'immagine a cui è affezionato: un bravo ragazzo di formazione storica, che tiene fede agli insegnamenti familiari, un po' tradizionalista, ma disponibile a proposte innovatrici: “Ascolterò molto, mi lascerò consigliare, rispetto a quello che può rappresentare una novità per me... E lo farò con grande piacere”. Quando gli chiedono se Palazzo Penna potrà tornare ad essere un laboratorio sulla contemporaneità dice sì, se lo interrogano su “1416” dice che tutto va bene (ma sui finanziamenti non s'impegna). Di Umbria Jazz, del Festival del Giornalismo e di Eurochocolat dice che procurano lustro e pubblico. Accenna anche a un quinto evento da aggiungere ai quattro in programma, importante per la città. Alla domanda “quale?” non risponde, come forse qualcuno si aspetta e lui in cuor suo vorrebbe, “la rievocazione della marcia su Roma che da Perugia partì”, ma “ci sto pensando... dia un occhio a quello che fanno i francesi sul percorso dei Templari…”.
Non è un male, in verità, che la Chiesa di San Bevignate, legata all'Ordine dei Templari (quelli veri), di recente restaurata e riconsegnata alla città, la cui area è scampata a uno sciagurato progetto di cementificazione universitaria, abbia una sua valorizzazione culturale e turistica. Ma leggendo delle pensate di Varasano torna in mente subito l'invito all'attenzione di Umberto Eco: «Quando uno tira in ballo i Templari è quasi sempre un matto».
Già nel suo Il Pendolo di Foucault, sul finire degli anni 80 del Novecento Eco aveva satireggiato l'insieme di profacole, mistificazioni, intrighi immaginari, magarìe settarie, trasmutazioni alchemiche e consimili baggianate di cui si nutre l'immaginario del “templarismo” dopo lo scioglimento papale (Clemente V, 1312) dell'ordine “monastico-militare”. In una “bustina” dei primi anni Duemila egli ne racconta così la storia: “ Fate nascere un ordine monastico-cavalleresco, fatelo diventare straordinariamente potente sia militarmente che economicamente. Trovate un re che voglia sbarazzarsi di quello che è ormai diventato uno Stato nello Stato. Individuate gli inquisitori adatti, che sappiano raccogliere voci sparse e comporle in un mosaico terribile: un complotto, crimini immondi, innominabili eresie, corruzione e una buona dose di omosessualità. Arrestate e torturate i sospetti. Chi ammette e si pente avrà salva la vita, chi si dichiara innocente finirà sul patibolo. I primi a legittimare la costruzione inquisitoriale saranno le vittime, specie se innocenti. Infine, incamerate gli immensi beni dell'Ordine. Questo fondamentalmente ci insegna il processo intentato ai cavalieri Templari da Filippo il Bello”.
Dopo venne soprattutto la leggenda, quella che è al centro di tanti libri tra cui il fortunatissimo Codice da Vinci di Dan Brown. Eco commenta : “Nel 90 per cento dei casi (mi correggo, 99) si tratta di bufale, perché nessun argomento ha mai maggiormente ispirato le mezze calzette di tutti i tempi e di tutti i paesi quanto la vicenda templare. E via con la continua rinascita dei Templari, con la loro costante presenza dietro le quinte della Storia, tra sette gnostiche, confraternite sataniche, spiritisti, ordini pitagorici, rosacrociani, illuminati massoni e Priorato di Sion”.
Ma Varasano non sembra preoccuparsi e vuole rincorrere le mode, che invitano a cercare a Perugia i legami segreti tra templari occulti e altre sette, magari in Corso Garibaldi. Forse lo ispira il mix reazionario tra misticismo, tradizionalismo e militarismo che anima codesti culti medievaleggianti, forse vuole piacere a un pezzo di massoneria.
D'altra parte – lo ha ottimamente documentato Giorgio Galli – c'è nei movimenti novecenteschi d'estrema destra, centrale nel nazismo, importante anche nei fascisti alla Julius Evola, un richiamo al templarismo. Membro dei Cavalieri Templari si dichiarò peraltro Anders Behring Breivik, il nazionalista di estrema destra che il 22 luglio 2011 uccise 77 persone nel più grave massacro che abbia colpito la Norvegia dopo la II guerra mondiale.
Varasano, lasci perdere, non insista in questa follia. Se non vuol ascoltare Umberto Eco, ascolti uno storico dichiaratamente di destra, ma di grande dottrina, acume e buon senso come Franco Cardini che così definisce “quel tipo di tendenza paraculturale che ordinariamente viene definita templarismo” : “Tutto il blaterare di segreti, di tesori, di mappe, di cappelle di Rosslyn e di Rennes-le-Château nasce da lì, da quei grotteschi grumi d’ignoranza che Eco ha satireggiato... Si tratta di storielle contorte, noiose e prive di valore, delle quali ormai da anni è stata dimostrata l’inconsistenza ma che tuttavia continueranno ancora a lungo a prosperare e a circolare perché la madre degli imbecilli è sempre gravida”.

29.7.19

Dio mi è testimone che sono scemo... (Umberto Eco)



L’altra mattina a Madrid ero a colazione col mio re. Non vorrei essere frainteso: pur essendo di fieri sentimenti repubblicani, due anni fa sono stato nominato duca del Regno di Redonda (col titolo di Duque de l’Isla del Dia de Antes) e questa dignità ducale condivido con Pedro Almodóvar, Antonia Susan Byatt, Francis Ford Coppola, Arturo Pérez-Reverte, Fernando Savater, Pietro Citati, Claudio Magris, Ray Bradbury e alcuni altri, tutti in qualche modo uniti dalla comune qualità di essere simpatici al re.
Dunque, l’isola di Redonda sta nelle Indie Occidentali, misura trenta chilometri quadrati (un fazzoletto), è del tutto disabitata e ritengo che nessuno dei suoi monarchi vi abbia mai messo piede. L’aveva acquistata nel 1865 un banchiere, Matthew Dowdy Shiell, che aveva chiesto alla regina Vittoria di costituirla in regno autonomo, ciò che la graziosa maestà aveva fatto senza problemi perché non vi vedeva alcuna minaccia per l’impero coloniale britannico. Nel corso dei decenni l’isola era passata sotto vari monarchi, alcuni dei quali avevano venduto il titolo più volte, provocando risse di pretendenti (e se volete sapere tutta la storia pluridinastica cercate Redonda su Wikipedia), e nel 1997 l’ultimo re aveva abdicato a favore di un famoso scrittore spagnolo, Javier Marìas (ampiamente tradotto anche in Italia), il quale ha cominciato a nominare duchi a destra e a manca.
Ecco tutta la storia, che naturalmente sa un poco di follia patafisica, ma insomma, diventare duca non è cosa da tutti i giorni. Il punto tuttavia non è questo: è che nel corso del la nostra conversazione Marìas ha detto una cosa sulla qua le vale la pena di riflettere. Si discuteva sul fatto evidente che oggi la gente è disposta a fare carte false pur di apparire su un teleschermo, anche solo come l’imbecille che fa ciao ciao dietro all’intervistato. Recentemente in Italia il fratello di una ragazza barbaramente assassinata, avendo dolorosamente sfiorato gli onori della cronaca, è andato da Lele Mora a chiedere un ingaggio televisivo per poter fare fruttare quella sua tragica notorietà, e sappiamo di chi, pur di apparire alla ribalta della cronaca, è disposto a dichiararsi cornuto, impotente o truffatore, né è ignoto agli psicologi criminali che ciò che muove il serial killer è il desiderio di essere scoperto e diventare celebre.
Perché questa follia, ci si domandava? Marìas ha avanzato l’ipotesi che quanto accade oggi dipenda dal fatto che gli uomini non credano più in Dio. Un tempo gli uomini erano persuasi che ogni loro azione avesse almeno uno Spettatore, che conosceva tutti i loro gesti (e i loro pensieri), poteva comprenderli o all’occorrenza condannarli. Si poteva essere un reietto, un buono a nulla, uno “sfigato” ignorato dai propri simili, che un minuto dopo la sua scomparsa sarebbe stato dimenticato da tutti, ma si nutriva la persuasione che almeno Uno sapesse lutto di noi.
“Dio sa che cosa ho sofferto,” si diceva la nonna inferma, abbandonata dai nipoti, “Dio sa che sono innocente,” si consolava chi era stato condannato ingiustamente, “Dio sa quanto ho fatto per te,” diceva la madre al figlio sconoscente, “Dio sa quanto ti amo,” gridava l’amante abbandonato, “Solo Dio sa quante ne ho passate,” lamentava lo sciagurato delle cui svenirne non importava niente a nessuno. Dio era sempre invocato come l’occhio a cui nulla sfuggiva e il cui sguardo dava senso anche alla vita più grigia e insensata.
Scomparso, rimosso questo Testimone onniveggente, che cosa rimane? L’occhio della società, l’occhio degli altri, a cui bisogna mostrarsi per non sprofondare nel buco nero dell’anonimato, nel vortice della dimenticanza, anche a costo di scegliere il ruolo dello scemo del paese che si mette in mutande e balla sul tavolo dell’osteria. L’apparizione sullo schermo è l’unico succedaneo della trascendenza, e ne è un succedaneo tutto sommato gratificante: ci si vede (e ci vedono) in un aldilà, ma in compenso in quell’aldilà tutti ci vedono qua, e mentre qua ci siamo anche noi - pensate che vantaggio, godere di tutti i vantaggi dell’immortalità (sia pure assai rapida e transeunte) e avere nel contempo la possibilità di essere festeggiati a casa nostra (in terra) per la nostra assunzione nell Empireo.
Il guaio è che in questi casi si equivoca sul doppio significato del “riconoscimento”. Tutti aspiriamo a che vengano “riconosciuti” i nostri meriti, o i nostri sacrifici, o qualsiasi altra nostra bella qualità; ma quando, dopo essere apparsi sullo schermo, qualcuno ci vede al bar e ci dice "l'ho vista ieri in televisione” semplicemente “riconosce te , ovvero la tua faccia — il che è cosa assai diversa.

Da “L'Espresso” una bustina di Minerva del 2010 – ora in Pape Satàn Aleppe, La Nave di Teseo, 2016

Cento bordelli. La funzione del racconto osceno e, più in generale, del turpiloquio (Umberto Eco, 1982)



Nelle edicole delle stazioni stanno apparendo in bella mostra, dico in primo piano, accanto ai tascabili di macrobiotica e all’ultimo Elias Canetti, volumetti che promettono 150 barzellette spinte. Basta dare un’occhiata alla copertina e al risvolto per capire che contengono storielle che conosciamo da anni e abbiamo ascoltato, o raccontato, a scuola, in caserma, in treno o a cena. D’altra parte circolano nei locali di prima visione film in cui si sceneggiano le vicende dell’immortale Pierino. Ritorno, dunque, della volgarità, si dice.
Cosa significa ritorno? La barzelletta oscena non era mai morta. Si deve altresì riconoscere che talora la barzelletta oscena (come d’altra parte quella non oscena) è una forma d’arte, una variazione dell’epigramma o della satira antica: ve ne sono alcune che sono piccoli capolavori teatrali o verbali. Quindi non è l’esistenza di barzellette oscene che ci deve preoccupare. Si tratta di un flusso di narratività che scorre sempre uguale e semmai cambiano gli utenti e le occasioni. Così si dica per lo spettacolo fescennino: una volta c’era l’avanspettacolo e il comico di avanspettacolo non era Woody Allen, dava di gomito alla spalla pronunciando allusioni che, seppur pesanti, erano più argute di quelle che Gelli soffia nell’orecchio di Tassan Din.
Qual è la funzione del racconto osceno, detto o ascoltato, e del turpiloquio in generale? Esistono pagine e pagine di psicoanalisti e psicologi, ma diciamo all’ingrosso che il turpiloquio ha due funzioni principali, una sessuale e una politica. Sessualmente rappresenta una manifestazione di aggressività che, quando non è contenuta, esprime delle frustrazioni. Il turpiloquio limitato, la barzelletta raccontata una sera con gli amici, magari per amore della sua perfetta struttura narrativa, è un divertimento come gli altri. Raccontata invece ossessivamente, specie tra uomini soli, è un modo di consolarsi. Il altre parole parla molto di sesso chi ha poche occasioni di fare all’amore. Per questo la barzelletta oscena circola intensamente nelle caserme, nelle carceri, sulle navi mercantili e nelle parrocchie, dove prende le forme dell’umorismo gastrico-anale (non si parla cioè di pene e vulva ma di sfintere e feci).
Dal punto di vista politico la barzelletta oscena rappresenta il sostituto di altre trasgressioni: è un modo per aggredire l’ordine. Ciascuno gioca cioè a fare il marchese di Sade: non deflora Justine ma ride sulle Justine deflorate. Ha la stessa funzione del discorso sportivo fatto da chi non pratica lo sport, o per ragioni fisiche o per ragioni sociali, per cui il tifo estremizzato è il divertimento delle classi emarginate che non possono giocare a tennis e a golf.
In questo senso il fenomeno non sarebbe degno di osservazioni particolari. Le barzellette si son sempre dette e gli spettacoli con battute pesanti sono passati dagli avanspettacoli ai film porno.
Però non si può negare che si sono avute variazioni nel pubblico. Ai film porno non vanno più solo soldati e ragazzetti, più gli intellettuali affascinati dal cosiddetto pecoreccio: ci vanno le famiglie e i pensionati. Deve essere per questo che i nuovi film alla Pierino tengono banco nelle prime visioni e vengono recensiti sui giornali, con falso sdegno, ma consacrando loro uno spazio di rilievo, mentre una volta il critico di redazione non li andava neppure a vedere. Allora bisognerà cercare delle ragioni non per il ritorno all’osceno, che non era mai partito, ma per il rinnovato interesse alla sua imperturbabile permanenza. E anche qui credo che le ragioni siano sostanzialmente due, sessuali e politiche.
Sessualmente, negli ultimi due decenni, si è parlato troppo di liberazione: a parlarne sembrava che ormai chiunque potesse e dovesse fare all’amore tutto il giorno, con chiunque, a coppie, in gruppo, scambiandosi le mogli, le figlie, le zie, i fratelli, i mariti, passando allegramente da un sesso all’altro. Poi si è scoperto che queste cose sono facili da dire ma difficili da fare, costosissime in termini di tempo, denaro e salute. Insomma, sono solo per i ricchi, e poi ancora, poverini anche loro. A grande eccitazione frustrata, grande risposta verbale: ci si riempie la bocca, visto che gli altri orifizi rimangono sacrificati. Tanto meglio se la stampa, in qualche modo, parlando di nuova moda, legittima l’agognato ritorno.
E politicamente? Visto che è ormai così difficile parlare male del potere, perché il giorno dopo qualcuno traduce la critica in tritolo, e non puoi più nemmeno lamentarti del capo cottimista perché dopo gli sparano o i compagni di fabbrica ti guardano come un brigatista che cosa devi fare? Racconti di Pierino e ti accontenti di bestemmiare l’immagine di Dio e dell’ordine parlando di uomini e donne ridotti al rango di scimmiette.
Forse anche questo era nei progetti di Giovanni Senzani. Ricreare uno, dieci, cento bordelli.

L’Espresso, 31 gennaio 1982

27.7.19

Il rossetto di Marta, e la sua lezione sul calcio femminile (Elena Tebano)



Fino al 1981 in Brasile il calcio femminile era vietato. Bisogna partire da qui per capire il significato della carriera di Marta, 33 anni, attaccante della nazionale brasiliana e a lungo la più forte giocatrice del mondo. E soprattutto quello delle parole con cui, dopo la sconfitta contro la Francia, ha chiuso la sua ultima partita di un Mondiale. Hanno fatto giustamente il giro del mondo. Solo quattro anni fa uno dei dirigenti del calcio brasiliano spiegava in tv —racconta Louisa Thomas sul New Yorker — di essere fiducioso che, nonostante le studentesse fossero ancora scoraggiate dal giocare e le opportunità professionali scarse e mal pagate, i tifosi avrebbero imparato ad amare il calcio femminile, perché «ora le donne stanno diventando sempre più belle, si truccano» e i pantaloncini sono diventati più corti. Quest’anno nella partita contro l’Italia Marta aveva in effetti il rossetto, anche se probabilmente non del tipo che avrebbe voluto il dirigente brasiliano.
«Il colore viola scuro rendeva il suo viso spigoloso, intenso e gotico. Internet aveva molte opinioni su cosa significasse per Marta, per il calcio, per le atlete, per le donne in generale e per l’umanità» scrive Thomas. Dopo la partita, durante la quale ha segnato il suo diciassettesimo gol in cinque Coppe del Mondo, più di qualsiasi uomo o donna, Marta ha spiegato: «Porto sempre il rossetto. Non quel colore, ma oggi ho detto: oserò. È il colore del sangue, perché abbiamo dovuto lasciare il sangue sul campo. Ora lo userò in ogni gioco». Marta è davvero la donna «più bella di sempre» sul campo —ragiona Thomas — e questo ovviamente non ha nulla a che fare con il rossetto, ma con «sessismo quotidiano» e il fatto che «essendo cresciuta giocando per strada in una piccola città rurale del Brasile, doveva essere più veloce, più agile e più fantasiosa dei ragazzi che erano pronti a tutto pur di batterla». Così Marta ha imparato «a pieno il potenziale del suo corpo, come ogni superficie e angolo poteva essere usato per raccogliere e controllare la palla. Ha capito che una testa ferma, i piedi che ballano e le anche che ondeggiano possono fuorviare un difensore». Ha conquistato un’intimità assoluta con la palla.
Dopo la partita con la Francia si è rivolta alle bambine e alle ragazze brasiliane per lasciare loro la sua eredità morale, e guardando dritta nella telecamera, le parole scandite dalle labbra rosse, ha detto: «Il calcio è volere di più, è allenarsi di più. Essere pronte a giocare novanta minuti e poi altri trenta quando serve. Questo è quello che chiedo alle ragazze. Non ci sarà una Formiga per sempre. Non ci sarà una Marta per sempre. Non ci sarà una Cristiane. Il calcio delle donne dipende da voi per sopravvivere. Il calcio dipende da voi ragazze».

Rassegna del “Corriere della sera”, 26 giugno 2019

26.7.19

Quella sera con Marcuse. Rosellina Archinto racconta Leopoldo Pirelli (Simonetta Fiori)

Rosellina Archinto e Leopoldo Pirelli a Portofino nel 1972 (foto Briganti)

ASSISI
«Con l'estate arriva sempre un gran magone, il rimpianto di una stagione in cui sono stata molto felice. E ora bastano un suono o un colore, una musica inattesa o un'improvvisa visione, per evocare le atmosfere di quel tempo, il ricordo di un legame che è stato parte fondamentale della mia vita e ora mi manca enormemente».
A Portofino Rosellina Archinto non è più tornata. Non è più entrata nella grande casa condivisa per diversi decenni con Leopoldo Pirelli, compagno discreto e generoso. Fino all'ultimo insieme, davanti alla finestra affacciata sul mare. «Ancora la sera prima di morire progettava un viaggio a Marrakech», racconta Rosellina con un accento insolito, il consueto piglio energico stemperato dall'emozione, lo sguardo azzurro perso chissà dove. Temperamento vigoroso lei, classe 1935, editrice di raffinati carteggi, zibaldoni e di libri per bambini che hanno segnato un'epoca; figura dell'imprenditoria liberale lui, simbolo d'una borghesia illuminata di cui è rimasta rara traccia. Quasi quarant'anni insieme, mai raccontati per scelta di stile e di pudore.
Ma con l'estate arriva sempre quel gran magone. E seduta nel grande prato del suo castello medievale, vicino ad Assisi, l'Archinto apre il suo diario intimo, un libro degli affetti e delle vacanze scritto con un personaggio speciale, «difficile, chiuso, riservato, esigente con se stesso e con gli altri, ma anche dolcissimo e capace di tenerezza, un sentimento a cui forse non ero stata abituata da un padre molto severo». Fin dal principio il mare svolse un ruolo importante. «Sì, prima una casa arrampicata su una collina, dietro Paraggi. Poi la grande villa sul promontorio di Portofino. Poldo amava molto il mare, stava ore al timone della sua barca a vela, solitario e assorto nei pensieri, la sigaretta tra le labbra. Aveva inventato un modo per accenderla con il vento. Il mare rappresentava la libertà. La libertà dal suo ruolo pubblico, dal peso di una tradizione famigliare, dall'impegno che aveva deciso di assumersi con rigore ma forse non con piena felicità».
Il padre gli preferiva il fratello maggiore, Giovanni, che però scelse una strada diversa. E toccò a Leopoldo assumere la guida dell'azienda. «Si sottomise al volere di suo padre con grande serietà e un fortissimo sentimento etico, ma nel suo intimo voleva fare altro. Dedicava molto del suo tempo libero a organizzare gli spazi, definendoli con cura in ogni dettaglio, sia che si trattasse del guscio della barca a vela o di un rudere di campagna. Gli piaceva vedere nascere le cose, forse sarebbe stato un bravo architetto. Per tradizione famigliare intraprese un altro percorso, lo fece fino alla fine con spirito illuminato». Non sempre fu compreso. «Nel Sessantotto andavano di moda slogan come "Agnelli e Pirelli, ladri gemelli". Lui non s'arrabbiava ma era amareggiato. Lo mostrava alla sua maniera, sempre controllato, mai una parola sopra le righe. Fu lui in quegli anni a proporre la settimana lavorativa di cinque giorni e altre riforme molto avanzate. Il sindacato reagì male e Leopoldo si convinse d'aver sbagliato per eccesso di disponibilità. Di recente alla Pirelli è comparso uno striscione: "Leopoldo, per favore, torna tra noi"».
A quell'epoca vi conoscevate già? «Sì, ci eravamo incontrati a Milano e lui mi faceva un po' di corte. Io ero una signora sposata con cinque figli, non mi mancava il senso di responsabilità. Leopoldo, che aveva dieci anni di più, mi dimostrò molto amore. Decise di separarsi per vivere con me. Io lasciai passare un paio d'anni, poi decisi anche io di separarmi. Nel 1972 rendemmo pubblico il nostro legame, ma non abbiamo mai vissuto insieme. I figli sono rimasti la mia priorità e Leopoldo fu comprensivo. Così i week-end e l'estate divennero il tempo solo per noi. Il nostro era un legame fortissimo, nella reciproca autonomia».
La diversità cementò il rapporto? «Sì, fu importante. Per Leopoldo rappresentavo la scoperta di un altro mondo. Un'altra possibilità di vita, oltre la casa e l'azienda. La prima volta che lo vidi mi apparve come afflosciato in un sacchetto di vestiti, schiacciato dal peso di una storia più ampia. Credo di averlo travolto con la mia vitalità, il mio ottimismo: del bicchiere io vedevo sempre il mezzo pieno, lui il mezzo vuoto. E poi lo divertivano le serate con gli amici scrittori e musicisti, da Arbasino a Pollini ed Abbado». Un incontro che la colpì? «All' epoca del 68 una sera venne a cena da me, a Milano, Herbert Marcuse. Personaggi più distanti non potevano essere. Da una parte il guru del movimento studentesco, il denunciatore della società industriale repressiva; dall'altra un principe del capitalismo. Fu una cena piacevolissima. Pirelli e Marcuse parlarono fitto fitto tutta la sera. In realtà Leopoldo era un solitario però non asociale. Era curioso, attento a quel che si muoveva nel mondo, sensibile alle discussioni intellettuali». Che cosa le ha insegnato? «Il rigore, la serietà. La pazienza del giudizio ponderato. Io ero precipitosa e schematica, sparavo sentenze senza troppa cura. Lui m' invitavaa riflettere, a liberarmi da pregiudizi e partigianerie. In trentacinque anni non l' ho mai sentito alzare la voce. Anche nei momenti più difficili».
Un momento difficile fu quando morì il fratello Giovanni. «Un terribile incidente stradale, nel 1973: Giovanni perse la vita, Leopoldo il suo bellissimo volto, che rimase deturpato. Io ero già al suo fianco e ricordo l'angoscia di quel periodo. Non voleva mostrarsi neppure agli amici più intimi. E poi Giovanni era per lui un riferimento saldo, il più importante. Partigiano, intellettuale, mente brillantissima: era il fratello maggiore a supportarlo nelle scelte più delicate. Dopo un periodo di lontananza, negli ultimi tempi si erano molto riavvicinati. La famiglia non aveva gradito le scelte eterodosse di Giovanni. Per Poldo fu una tragedia». Anche in quel caso il mare rappresentò un rifugio. «La nostra prima casa fu quella di Paraggi, accessibile solo dopo una camminata di mezz'ora. Leopoldo era sereno perché finalmente riusciva a liberarsi della scorta. La sua era una vita sotto sorveglianza, le Brigate Rosse non lo perdevano di vista. Ma arrivato a Paraggi si sentiva fuori pericolo, forse non senza incoscienza». Quali erano i vostri rituali? «Il nuoto, prima di tutto. Leopoldo era un animale acquatico, nuotava per ore e ore, sia in mare che in piscina. Poi la passione per la vela. All'inizio capitava che a condurlo fossi io, sulla deriva, una barchetta poco oltre i quattro metri. Di famiglia ligure, ero praticamente cresciuta in barca a vela e mi divertivo a fare lo slalom tra le imbarcazioni nel golfo. "Sei pazza, cosa fai?", Poldo mi guardava atterrito. La deriva fu presto accantonata, e mi adattai felicemente anche io alle sue barche di lusso». E le letture? «Tante, ma diversissime. Lui si portava le carte del lavoro, prendeva appunti con una scrittura nitida e molto curata, senza fronzoli com'era lui. Se non leggeva saggi di politica ed economia, si buttava su Ken Follett. Una volta tentai di fargli leggere un critico letterario di gran fama, forse un tantinello pomposo. Dopo le prime pagine Poldo si accasciò, "questo non puoi chiedermelo"». In vacanza parlavate di lavoro? «No. Ci sostenevamo reciprocamente, ma non mi sono mai mischiata nelle sue cose. E lui aveva gran rispetto del mio lavoro di editore, anche se forse avrebbe voluto maggiore disponibilità da parte mia. Ricordo che incontrava in gran segreto Michelin, l'erede della famiglia francese dei pneumatici, ma nessuno doveva saperlo. Non fu facile la stagione del suo commiato dalla Pirelli. Avevamo già traslocato nella villa a Portofino e lo vidi soffrire moltissimo, ma sempre secondo il suo stile. Rinunciò a tutte le cariche con grande dignità, mai una parola polemica verso qualcuno. Così come si tenne dentro tutta l'amarezza per le scelte successive dell'azienda. Neppure con me si lasciò andare».
Al mare insieme, fino alla fine. «Avrebbe voluto avere una bella vecchiaia, con me al fianco. Io avevo più tempo da dedicargli, i figli ormai cresciuti. Quando mi capita di incrociare per la strada coppie di persone della nostra età, sono invasa dalla malinconia...

“la Repubblica”, 30 agosto 2011

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