7.11.16

La poesia del lunedì. Francesco Leonetti


Con calice di fiele in mano
Visto che il mondo è brutto
e non corre al rovescio,
dato che il giorno
per rivoltare tutto
per noi non è presente,
a chi conserva i beni
possa mordere i seni
un mastino o un serpente.

In uno scacco, Einaudi, 1979


6.11.16

Farà giorno, come un attimo di gioia... Una poesia di Alexander Blok

Farà giorno, come un attimo di gioia.
Scorderemo tutti i nomi.
Tu verrai nella mia cella
e mi riscuoterai dal sonno.

Sul viso cinto di tremore
indovinerai i miei pensieri.
Ma tutto il passato si farà menzogna,
Non appena i raggi Tuoi s'incendieranno.

Come un tempo, con muto sorriso
leggerai sulla mia fronte
l'amore malcerto e infedele,
l'amore che è fiorito sulla terra.

Ma allora, in maestà e bellezza,
senza più dubbi né assilli prenderò
il calice e berrò fino in fondo,
compartecipe del Giorno Tuo.


(1902)

Delitto in un interno familiare. Una poesia di Stefano Benni

Lui
disse a lei
spegni la tivù
non ne posso più
No non la spengo
rispose lei
son fisime le tue
e lui
le spense tutte e due

Il Benni furioso,ed. il manifesto, 1979

3 gennaio 1925. Il giorno di Mussolini (Maurizio Zuccari)

“Quando due elementi sono in lotta e sono irriducibili, la soluzione è la forza. Non c'è mai stata altra soluzione nella storia e non ce ne sarà mai... Vi siete fatte delle illusioni! Voi avete creduto che il fascismo fosse finito... L'Italia, o signori, vuole la pace, vuole la tranquillità, vuole la calma laboriosa... Voi state certi che nelle quarantott'ore successive a questo mio discorso, la situazione sarà chiarita su tutta la linea...». È il tre gennaio 1925. Le quattro del pomeriggio sono passate da una mezz'oretta quando l'onorevole Mussolini sferza con queste parole «chiarissime» i duecento deputati che ancora siedono a Montecitorio. Le cariatidi del liberismo inizio secolo: i Giolitti, i Salandra, gli Orlando, i Croce sono ammutoliti.

La rivendicazione
Tacciono anche i fiancheggiatori di ieri. Il loro silenzio fa da contraltare agli schiamazzi dei parlamentari in camicia nera che sull'onda dell'entusiasmo intonano «giovinezza», convinti che le parole del duce significhino l'abbandono della bombetta governativa per l'orbace della rivoluzione. Così non è, ma per le opposizioni, da mesi esuli sull'Aventino, il discorso del capo del governo suona comunque come una campana a morto.
Un'arringa gridata, a tratti feroce. Tutto rivendica Mussolini. Ogni violenza squadrista, ogni bastonata data, ogni goccia d'olio di ricino fatta ingoiare. Alle forze che, dopo averlo sostenuto al momento della presa del potere, nel '22, avevano cercato di scaricarlo nella seconda metà del '24, dopo l'omicidio di Matteotti, intima di farsi da parte, che il fascismo si regge ormai da solo.
Ai nemici giurati chiede di tradurlo di fronte all'Alta corte di giustizia, se ne sono capaci. A chi va predicando che al terrore fascista si può replicare solo con la violenza, ingiunge: «fuori il palo e fuori la corda!». Agli illusi di un possibile rientro dell'illegalismo fascista nella legalità monarchica e borghese Mussolini fa intendere chiaramente come l'ora non sia adatta a manovre di corridoio, ma a prove di forze decisive, con l'appoggio della corona e la benedizione della Santa sede.
La nascita dello stato totalitario è così un fatto compiuto. Per l'Italia, da due anni fascista ma non ancora fascistizzata, il discorso del duce preannuncia quella «normalizzazione» che in capo a pochi anni avrebbe trasformato la monarchia parlamentare dei Savoia in una dittatura a viso aperto, fino a farle assumere i connotati dello stato totalitario. Un totalitarismo incapace, al contrario del suo emulo teutonico, di annullare qualsiasi l'onte di potere esterna al regime fattosi stato. Ma pur sempre capace di durare vent'anni, trascinando il paese in quattro guerre consecutive, prima d'essere scalzato dall'ultima, fatale avventura militare.

Oppositori in riga
Un processo - quello della costruzione dello stato totalitario - che, avviatosi due anni prima con l'ascesa al potere dell'illegalismo fascista e con le elezioni-truffa che nel '24 l'avevano legittimata (quelle del «listone»), sarebbe proseguito nelle ore successive al discorso del duce con un'ondata di arresti, sequestri dei fogli antifascisti e scioglimento di circoli «sovversivi», per essere perfezionato negli anni a venire con le «leggi fascistissime».
Tribunale speciale, corporativismo, concordato e legislazione razziale avrebbero affossato definitivamente lo stato post-risorgimentale, senza intaccare formalmente lo Statuto.
Pochi, fra quanti tengono a balia la creatura che viene a nascere, in quel gennaio di settant'anni fa, ne comprendono l'intima essenza. E nessuno, Mussolini incluso, sa, al di là delle assicurazioni sulle «quarantott'ore», dove sarebbe andato a parare, col suo discorso. Di fatto, quel suo colpo di forza mette non solo in mora le opposizioni aventiniane, impotenti a rovesciare il fascismo sul piano parlamentare e incapaci di soluzioni extralegali, ma tiene in riga gli oppositori interni.
Da Roberto Farinacci - che sul suo foglio Cremona nuova tuona un giorno sì e l'altro pure contro il duce imborghesito e i tiepidi della mistica fascista, trascinandosi dietro i «ras» della provincia - a Curzio Suckert, al secolo Malaparte, che gli fa eco dalle colonne della Conquista dello stato (già il titolo è tutto un programma) reclamando un ritorno al «fascismo integrale» dopo due anni di mollezze fra i palazzi romani della politica. E le schiere dei fedeli si ricompattano, al piffero del “Popolo d'Italia” fondato dall'ex socialista Mussolini.
Il suo, però, sarebbe rimasto un mezzo colpo di stato. Le forze che avevano dato la stura al fascismo pur non condividendone i metodi e gli ideali, cioè gli elementi costituitivi del vecchio stato post-risorgimentale, avrebbero accettato, sì, di rivestire l'orbace di cui s'era infatuata la piccola e media borghesia per evitare «salti nel bujo» e maree bolscevizzanti, ma senza lasciarsi fascistizzare. Il totalitarismo di marca mussoliniana, infatti, passata l'epoca del consenso oceanico, sarebbe crollato come un castello di carte con la congiura di palazzo del luglio '43, dopo la gragnola di bombe su San Lorenzo, a Roma.

Il trionfo del nocchiere
Col tre gennaio, dunque, non è il fascismo che trionfa, al di là della retorica, quanto Mussolini, e non come duce del partito, ma capo del governo, sorretto dalle vecchie forze dello stato liberale che si vestono di nero per paura di dover vestire di rosso, se l'ex maestro di Predappio venisse scaricato. E Mussolini, che fino a allora sermonizza «non disturbate il nocchiere» (lasciateci lavorare) afferma che «il popolo italiano è pacificamente intento al suo lavoro. Nella sua grande maggioranza non si preoccupa di questioni politiche».
Non è ancora la favola del milione di posti di lavoro, ma sarebbe stata presto l'epica del milione di baionette, e della costruzione dell'impero.



“il manifesto”, ritaglio senza data, probabilmente 2008

Obama, Osama e il Regime (S.L.L.)

Tra le promesse elettorali del primo mandato di Obama c’era la chiusura della prigione di Guantanamo. Tutto questo faceva pensare a una presidenza innovativa, più legalista, più scrupolosa nel rispetto del diritto internazionale, più favorevole alla giustizia dei tribunali che al lavoro sporco della CIA. E invece no. Guantanamo non è stata chiusa del tutto. E le operazioni sporche si sono, caso mai, moltiplicate. Bush, per esempio, volle che a Saddam Hussein gli irakeni suoi alleati imbastissero un simulacro di processo. A Gheddafi non fu garantito neanche quello.
Ma l’episodio più eclatante mi pare sia rimasto quello dell’uccisione di Osama bin Laden, operazione in cui giocò la sua parte l'attuale candidata democratica. Doppiamente eclatante: da un lato per la grande quantità di storie e storielle diffuse intorno alla vicenda, dall’altro per la totale mancanza di trasparenza in cui si è svolta l’operazione. Tutto questo è potuto avvenire grazie ad un quasi totale allineamento dei grandi mezzi di comunicazione di massa alla versione ufficiale, alla sua vaghezza, alle sue incoerenze, ai suoi silenzi e alle sue suggestioni. Credo che sia questo uno dei segni più evidenti del “regime” in cui sempre più vive il mondo sotto il dominio dell’Occidente.
A evitare equivoci non credo che l'avvento di un outsider come Trump cambierebbe le cose, per le caratteristiche certo non commendevoli del candidato repubblicano e per le capacità del "sistema" di fagocitare le velleità di cambiamento del presidente. (stato di fb 6 novembre 2016)

Complotti (S.L.L.)

Pare che Maurizio Crozza abbia scelto tra i suoi bersagli il "complottismo". Fa bene: l'idea di vedere complotti dietro ogni cosa che accade, oltre ad essere patologica, ha spesso risvolti comici. C'è però un tipo umano che può utilmente fare da spalla al complottista come antitesi, così come il grasso al mingherlino o il nanetto allo spilungone: quello che esclude sempre e categoricamente l'esistenza di complotti e pensa che tutto avvenga alla luce del sole e nessuno mai, specie tra i potenti, organizzi le fregature dei poveracci ricorrendo a patti segreti o a manovre opache. Ci sono risvolti comici anche nella santa ingenuità. (stato di fb, 5 novembre 2016)

4.11.16

1946. I successi e i limiti del Pci secondo Pietro Secchia (Mario Albertaro)

È uscita, due anni fa, una biografia di Pietro Secchia che ha come titolo Le rivoluzioni non cadono dal cielo e come sottotitolo Pietro Secchia, una vita di parte, scritta da Marco Albertaro, un ricercatore in forza all'Università di Torino che si occupa soprattutto della storia del Novecento ed ha al suo attivo ricerche sul movimento operaio, il Partito comunista e il giornalismo a Torino. Favorito da una documentazione in buona parte nuova reperita nell'archivio del dirigente comunista (essenziale un ampio appunto dal titolo Promemoria per una narrazione della mia attività), Albertaro costruisce un ritratto non privo di chiaroscuri, ma capace di far emergere il coraggio, il rigore e l'onestà intellettuale di Pietro Secchia; ed anche la sua intelligenza politica. Dal libro recupero un paio di pagine, relative al 1946, ai mesi che seguirono le elezioni per l'assemblea costituente. Quelle elezioni per molti comunisti rappresentarono una grande delusione: si aspettavano un premio elettorale più sostanzioso per il ruolo preminente giocato nella guerra di liberazione e si aspettavano di essere il partito più forte del movimento operaio. Così non fu: i socialisti, uniti nel PSIUP, conservarono, sia pure per poco, il loro primato e il Pci non raggiunse il 20% dei voti che i suoi dirigenti consideravano l'obiettivo minimo.

Un liberatore dopo la liberazione
Nel ripercorrere con la memoria le vicende delle elezioni per la Costituente Secchia scriverà: “I risultati [...] avrebbero potuto essere migliori se la campagna elettorale [...] non fosse stata contrassegnata da una serie di errori e di debolezze: I. Il partito aveva concentrato i suoi sforzi nella lotta per la repubblica, tralasciando di condurre una adeguata agitazione sul contenuto che volevamo dare alla repubblica. Finimmo così per non differenziarci dagli altri partiti repubblicani e in modo particolare dal Psi. II. Si condusse una campagna difensiva nei confronti dell'anticomunismo e degli attacchi all'Unione Sovietica”.
Ma le delusioni, per un dirigente come Secchia, vanno tenute per sé e all'esterno, ai militanti bisogna sempre mostrarsi vincitori. E così che in un discorso dell'11 giugno 1946 tenuto ai segretari delle sezioni novaresi Secchia afferma che il Pci ha vinto sia perché ha ottenuto la Repubblica, sia perché è riuscito a eleggere un numero di costituenti tale da affermarsi «tra i tre più grandi partiti».
Per Secchia c'è anche bisogno di traghettare i compagni dalla mentalità partigiana a quella che definisce «democratica», sia per il miglior funzionamento del partito che per dare all'esterno un'immagine nuova, che non si presti ad attacchi che già fioccano numerosi: “I sistemi partigiani, i metodi sbrigativi sono una necessità di guerra, ma non vanno bene in tempo di pace. È necessario non solo dire di lottare per la democrazia, ma essere veramente democratici. Il «mitra» è spesso sulla bocca di certi compagni ed è diventato una specie di toccasana, si dice: «Ah! Quei tempi in cui col mitra si risolveva tutto». Certi atteggiamenti di certi nostri compagni servono ad avallare le calunnie che vengono lanciate contro di noi, che noi non saremmo un partito democratico”.
In direzione Secchia parlerà dei risultati con più franchezza. Egli sostiene in quell'occasione che è stato sbagliato attribuire l'esito elettorale soltanto alla campagna elettorale. Non è un'accusa verso la linea politica che è ritenuta giusta, quanto piuttosto una costatazione del fatto che questa linea ancora non è stata assimilata «non solo dai compagni ma da larghi strati di lavoratori». E ciò poiché, continua Secchia, il partito si è illuso di godere di una maggiore influenza rispetto al Psi: «Con questo voglio dire che i fatti ci dimostrano come l'influenza tra le masse non la si conquista con un mese di campagna elettorale od anche coi ventuno mesi di lotta clandestina [...], ma l'influenza la si conquista nel corso di lunghi anni di lavoro». Molti operai, afferma poi Secchia, non avevano votato per il Pci perché dopo la Liberazione non avevano visto migliorare né le loro condizioni soggettive, né quelle del Paese. E la conclusione è realista: «Se noi non sappiamo fare meglio degli altri, se noi non sappiamo risolvere certe situazioni meglio di quanto non lo sappiano fare gli altri, gli elettori rimangono attaccati ai partiti tradizionali».

L'analisi che Secchia fa tiene assieme la complessità della situazione politica coi compiti che un partito comunista deve assumersi. Si tratta soprattutto di un richiamo alla funzione pedagogica che il partito deve avere. Bisogna educare i compagni alla democrazia, sradicare i danni che «vent'anni di educazione sbagliata» hanno fatto anche tra le file della classe operaia e bisogna lasciar perdere quegli atteggiamenti di verbosità estremistica che possono spaventare gli elettori. Contemporaneamente, afferma Secchia, bisogna radicarsi nei luoghi di lavoro con un'azione sindacale che effettivamente risponda ai bisogni degli operai, così come è necessario fare breccia nei ceti medi. In questo quadro si inserisce l'urgenza di formare nuovi quadri per consentire al Pci di assumere verso l'esterno una fisionomia chiara che si deve fondare sul perseguimento di una linea politica volta a «costruire in Italia una repubblica veramente democratica, [...] [a] dare al popolo italiano una Costituzione libera, democratica, che garantisca gli eguali diritti politici, economici e sociali a tutti gli italiani».

Le rivoluzioni non cadono dal cielo. Pietro Secchia, una vita di parte, Laterza, 20014

Er Vescovo de grinza. Un sonetto romanesco di Giuseppe Gioachino Belli

Er vescovo de grinza
A un Vescovo, e, dde ppiú, ppredicatore,
che pecca un po’ d’ussuria e un po’ de gola,
je mannò jermatina un creditore
un curzoretto a dije una parola.

Figurateve er Zanto Monziggnore!
Cominciò a sfoderà dde cazzarola,
eppoi, volenno convertí er curzore,
pijò ppe ccroscifisso una pistola.

«Che maggnèra d’offenne er tribbunale»,
er curzore strillava, «e ppe vvennetta
maneggià voi st’armacce temporale?!».

E er Vescovo: «Te pijja una saetta,
l’ho ffatta diventà spirituale
perché in nome de Ddio l’ho bbenedetta».

Roma, 21 gennaio 1833

Il vescovo grintoso
A un vescovo, e, per di più, predicatore, / che pecca un po' di lussuria un po' di gola / mandò ieri mattina un creditore / l'ufficiale giudiziario per fargli un discorso.
Figuratevi il Santo Monsignore! / Cominciò a giurare parlando a cazzarola; / e poi, volendo convertire il messo, / per crocifisso prese una pistola.
“Che maniera d'offendere il tribunale”, strillava il messo “e per vendetta / vuoi maneggiare quest'armaccia temporale?!”
E il Vescovo: “Ti pigli una saetta, / l'ho fatta diventare spirituale, / perché in nome di dio l'ho benedetta”.

Cattivo carattere e romanzi falliti. Bob Dylan e Philip Roth (Nicola Lagioia)

Philip Roth e Bob Dylan
«Non sono venuto al mondo per renderle la vita facile», ha dichiarato Philip Roth poco prima dell'uscita di Everyman a un giornalista che gli faceva notare come la conversazione appena conclusa non fosse stata un'esperienza rilassante. «È un grande scrittore, ma forse era meglio non incontrarlo», questa invece potrebbe essere la sintesi del coro che si è di recente sollevato alla Columbia University in occasione del conferimento a Roth del Grinzane Masters Award, visto che l'autore di Pastorale americana aveva limitato il discorso commemorativo per Primo Levi a qualche stralcio di un suo dialogo con lo scrittore torinese pubblicato da anni. «Ma mi state lasciando andare! Me la sono goduta nel mio modo rivoltante ancora una volta! E mi state lasciando andare!», questo infine, qualcuno lo avrà riconosciuto, è Mickey Sabbath, forse il più scatenato tra i personaggi di Roth, quando inveisce contro un poliziotto che lo ha graziato dopo averlo sorpreso a pisciare sulla tomba di sua madre (la madre del poliziotto...) nonché amante adulterina di Sabbath.
Philip Roth è arrivato a settantaquattro anni complicando la vita a chiunque abbia avuto a che fare con lui oltre le pagine stampate. E se il carattere difficile dei suoi personaggi gli ha assicurato un posto d'onore nella letteratura americana del secondo Novecento, il suo carattere difficile, la scontrosa accoglienza che riserva a chi cerca di intervistarlo o di blandirlo, lo ha aiutato a invecchiare conservando egoismo e personalità, tutto ciò che insomma contribuisce a fecondare una categoria umana sempre più a rischio: l'individuo. Non è annegato nell'alcol come Fitzgerald. Non ha consentito che la propria riserva aurea si trasformasse in uno strumento di rovina come Capote con la high society. Non si è lasciato tentare dall'invisibilità come Salinger e Pynchon. Solo la sua fede nei limiti umani, una fede senza sbocchi escatologici che nasce da un feroce amore per la mortalità in tutte le sue forme, soltanto questo probabilmente gli ha consentito di non restare vittima del rise and fall in salsa cristica che l'occidente utilizza da tempo come trono e patibolo per la fama.
Il primo libro di Roth è del '59. Soltanto tre anni dopo esordirà su vinile un altro personaggio destinato a diventare un'icona a stelle e strisce, di ceppo ebraico come Roth, e come lui dotato di un carattere per niente conciliante: Bob Dylan, appena tornato a suonare in Italia e riportato in libreria da Feltrinelli con Tarantula, suo primo e unico romanzo, ritradotto e commentato in una nuova edizione (a cura di Alessandro Carrera e Sandro Pettinato, traduzione di Andrea D'Anna, pp. 340, euro 10). E d'accordo, si tratta di un libro pressoché illeggibile, uno spericolato tentativo di convertire alla propria cifra Blake, Burroughs e Friedrich Nietzsche, un'impresa superiore alle forze del menestrello di Duluth. Ma certi fallimenti (purché molto fragorosi e altrettanto personali) meritano molta più attenzione dei piccoli trionfi di chi sceglie di essere epigono a tutti i costi.
«Il successo è l'altra faccia della persecuzione...», diceva sconsolato Pasolini in una trasmissione televisiva di tanti anni fa. Sia Roth che Dylan sono stati però tanto fedeli all'ideologia della propria individualità artistica da intuire che sputare sulla fama rischiava di essere l'altra faccia del narcisismo: un'assicurazione sulla futura prevedibilità. Riuscire nell'impresa di essere se stessi conservandosi vivi vuol dire tutelare, senza ammaestrarlo, il patrimonio di contraddittorietà proprio di ogni essere umano. E per questo un cattivo carattere è fondamentale. Il risultato è una salvifica inafferrabilità. Ecco Dylan che canta We are the World dietro l'innocuo carrozzone di Usa for Africa. Ma eccolo offendere i folk-addicted con la provvidenziale «svolta elettrica» di Newport ed eccolo, anni dopo, spiazzare i fan sabotando le proprie canzoni, smembrate da arrangiamenti in bilico tra ridicolo e sublime. Ed ecco Philip Roth: riceve tutto impettito il Pulitzer.. Ma eccolo brutalizzare un giornalista che gli ha dato del Jewish writer e dichiarare, lui che ha insegnato a Princeton: «Sarebbe meraviglioso stabilire una moratoria sulle discussioni letterarie, e se si chiudessero i dipartimenti di letteratura, se i critici fossero banditi».
Il cattivo carattere salva se stessi, ma non è detto che rispetto al mondo non risenta del trascorrere del tempo. Dylan e Roth, oltre a quella di un enorme talento, hanno avuto la fortuna di vivere in un paese e in un periodo storico capaci di far fiorire grandi individualità sul territorio del middlebrow. Anche l'arte ci ha guadagnato. Difficile immaginare Alex Portnoy al di là della cortina di ferro, come è difficile che fuori dal narcisistico eppure miracolosamente disordinato fervore delle sottoculture giovanili potesse nascere un capolavoro come Blonde on Blonde. E però, se l'arte è una buona cartina di tornasole per capire dove va il mondo, stiamo forse parlando di un'epoca in declino.
Prendiamo Everyman, l'ultimo romanzo di Roth. Non la sua prova migliore, ma non è questo il punto. Nel libro come al solito trionfa l'individualismo del suo protagonista - imperfetto, rancoroso, ansioso di dare e ricevere amore e nefandezze, in viaggio come tutti verso la morte ma capace di fare della propria identità duramente guadagnata sul campo una grande lezione di etica. Si è detto che questo romanzo, nella sua icastica secchezza, è un compendio del Roth-pensiero. Tuttavia, a differenza dei libri precedenti, qui non è la sfrenata potenza vitalistica della scrittura a comporre «fisicamente» un'idea di mondo ma il contrario: una precedente idea di mondo sottomette la scrittura al suo statuto. Trattasi, per la prima volta nel caso di Roth, di romanzo a tesi, così come per la prima volta il protagonista principale di un suo libro non ha un nome. Quanto basta a far pensare che Everyman (consapevole o meno Roth) non sia tanto la carta costituzionale dell'universo del suo autore ma un dignitosissimo, toccante congedo, attuato proprio in virtù del fatto che questa poetica riceve in qualche modo una codificazione. Analogamente, Modern Times, l'ultimo album di Dylan, è un pregevole esercizio di inattualità. Il suo ascolto rigenera, ma non si fa tutt'uno con lo spirito del tempo come fu per Highway 61. E anche le canzoni storpiate, e il ventennale neverending tour, più che sistemi per sconvolgere il proprio tempo sono eroici tentativi di ipnotizzarlo, salvando il loro fautore da un'epoca in cui tenersi un'identità comincia a diventare un esercizio disperato. Dylan e Roth insomma ce l'hanno fatta. Ma gli altri? Quelli che nell'89 non avevano ancora vent'anni? Al di qua e al di là delle pagine stampate e dei cd, qual è lo spazio per l'individuo in una società che, più che cercare un interprete a cui fare ponti d'oro o un eretico da perseguitare per più di cinque minuti, è soprattutto interessata a raccontare in automatico se stessa attraverso i media, lo spettacolo, il teatro della politica e della religione - non un'intelligenza collettiva come volevano le anime belle all'alba del ventunesimo secolo, ma una infallibile macchina acefala per la gestione del potere? Un Mickey Sabbath è ancora possibile, ad esempio? E il cattivo carattere, da solo, può bastare?


il manifesto, 15 maggio, 2007  

Arroz à la cubana

È un riso all'aglio, spagnolo, nonostante il nome, e non cubano.

250 gr. di riso
2 spicchi d'aglio interi
2 spicchi d'aglio tritati
olio,
sale


Cuocere il riso in acqua abbondante, insieme agli spicchi interi, a coperto su fuoco dolce. Sgocciolare, sciacquare con acqua fredda. Soffriggere dolcemente l'aglio rimanente nell'olio, aggiungere il riso, cuocere qualche minuto mescolando e salando. Accompagnamenti: i più frequenti sono uova fritte, fette di pomodoro saltate in padella, fettine di "chorizos".

da Huguette Couffignal, La cucina povera, BUR, 1976

Suze, la ragazza della copertina."Vi racconto di me e Dylan" (Ernesto Assante)

Era il febbraio del 1963. A New York aveva nevicato e le strade erano coperte da uno strato grigio di neve. Suze Rotolo camminava, abbracciandosi al suo "boyfriend" per ripararsi dal vento. Mentre i due andavano da Jones Street verso la 4th Street, dov'era il loro appartamento, un fotografo scattava foto promozionali. Erano per il fidanzato di Suze: un folk singer esordiente con, alle spalle, un primo album che non aveva riscosso particolare successo e che si apprestava a pubblicarne un secondo. Lui aveva da poco legalmente cambiato nome, e da Robert Zimmerman era diventato Bob Dylan. Una di quelle foto, tre mesi dopo, divenne la copertina del secondo album del cantautore, The Freewheelin Bob Dylan, e Suze Rotolo, immortalata al suo fianco, entrò di diritto a far parte della storia del rock.
«Ancora oggi non riesco a identificarmi con la ragazza di quella foto», dice Suze Rotolo, «ho combattuto contro quell' immagine per anni, non volevo restare per tutta la vita "la ragazza della copertina di Dylan". Quegli scatti sono sempre stati il simbolo di una mia vita parallela, lontana ma presente. Col tempo mi sono abituata, ho imparato a vedere le cose con occhi diversi e oggi ho preso il coraggio a due mani e ho provato a raccontare la storia che ho vissuto io». Timida, lontanissima dal mondo del rock e delle rockstar, Suze Rotolo oggi ha 64 anni e ha finalmente deciso di raccontare la storia di quegli anni, di quando nelle stanze dei club, negli appartamenti del Greenwich Village, era accanto a Dylan quando lui scriveva canzoni come A hard rain' s gonna fall, Blowin' in the wind o Masters of war. Il libro s' intitola A Freewheelin' Time (per ora è uscito solo in America) e dipinge un quadro vivido e coloratissimo di com'era il Greenwich Village all'alba degli anni Sessanta, quando era la terra d'elezione di Allen Ginsberg e Pete Seeger, di poeti, scrittori, cantanti e musicisti, pittori e drop-out di vario genere, che passavano le loro sere tra i caffè e i club come il Gaslight, il Gerde' s, e il Café Wha.
La foto, quella foto, è ovviamente anche la copertina del libro: «Era inevitabile», dice Suze Rotolo, «anche perché quel singolo scatto, racconta molte cose di quei tempi. Si vede l'amore, si vede l'idealismo, si vede la controcultura. Si vede che avevamo un futuro e che volevamo scriverlo da soli». È vero, quella foto racconta un'epoca, un sentimento, che avrebbe cambiato profondamente la storia degli Stati Uniti d'America, racconta un tempo lontano ma che è ancora vivissimo, proprio per merito delle canzoni di Dylan che è naturalmente al centro del libro. Ma Suze Rotolo non si concentra solo su di lui. L'incontro con Dylan avviene al Folk Festival del luglio del 1961, quando lei ha 17 anni e lui 20. La loro relazione dura tre anni ed è molto intensa: «Aveva un talento immenso, ma era anche una persona difficile, vulnerabile. Io lo amavo e lui amava me, ma le nostre strade erano diverse», scrive la Rotolo.
Nel luglio del 1963 i due si separano, Joan Baez inizia a prendere il posto di Suze nell'universo dylaniano. Dylan diventa una star e lascia il Village, Suze resta a vivere lì, diventa avvocato, continua a combattere per i diritti civili, si sposa, ha figli, non è più la ragazza della foto. «Dylan diventò un elefante nella stanza della mia vita, per poter avere una vita mia dovevo lasciarmi alle spalle quella foto, quella vita, quella storia. Volevo proteggere la mia privacy, vivere la mia vita, non quella della "ragazza di Bob"». Così iniziò il suo lungo silenzio, rotto oggi dalla pubblicazione del libro: «Perché raccontare tutto oggi? Perché alcuni ricordi si perdono con il tempo, altri lasciano il segno, e i segreti rimangono tali. Perché quella foto è ancora con me. Perché le cose che mi piaceva raccontare magari non sono importanti, ma sono vere».


la Repubblica 8 agosto 2008  

Philip Roth. La scelta è tra la vita e la pagina seguente (Francesca Borrelli)

Fedele alla sua ritrosia, lo scrittore americano ha ricevuto martedì a New York il premio Grinzane-Masters e se n'è andato senza concedere interviste. Il discorso preparato per l'occasione e le poche parole scambiate dimostrano quanto il mondo della finzione gli sia più congeniale di quello della realtà.
In una New York piovigginosa e tagliata dal vento, la figura allampanata di Philip Roth ha fatto una delle sue rare apparizioni alla Italian Academy della Columbia University, dove aveva promesso di materializzarsi per ricevere il Grinzane-Masters Award, che oltre ai suoi meriti letterari lo ha premiato, martedì scorso, per avere contribuito a diffondere le opere di Primo Levi in America.
Ed è al suo incontro con lo scrittore torinese che ha dedicato le poche parole promesse, raccogliendole da quel serbatoio di ricordi già fissati nella sua introduzione all'intervista che gli fece nel settembre dell'86, quando lo raggiunse in Italia dopo averlo conosciuto a Londra, la primavera precedente.

Con Levi davanti agli «spettri»
Guidandolo nella visita alla fabbrica dove aveva a lungo lavorato, Levi commentava quella «avventura» indicando a Roth le poche persone che ancora riconosceva e sembravano tornare su dal tempo come «spettri». Allora come oggi, lo scrittore americano veniva colpito dalla capacità di ascoltare che Primo Levi evidentemente esibiva «con tutto il volto»; e si compiaceva di avere percepito, in lui, quella «animazione interiore che mi fece pensare a una sorta di brioso elfo in vitale contatto con i più profondi segreti della foresta».
Il testo della sua intervista sotto gli occhi, Philip Roth ha raccolto una a una le parole che meglio gli restituivano l'immagine dello scrittore scomparso vent'anni fa, e sembrava non avere in serbo nessuna sorpresa; ma quel che la sua ritrosia aveva programmato non aveva fatto i conti con le motivazioni che Soria ha elencato nel consegnargli il premio. E al sentirsi descrivere i suoi romanzi come meritevoli, tra l'altro, di avere trainato nelle loro pagine potenti metafore del sesso, ha risposto: «Qualsiasi uomo che trasformi il sesso in una metafora dovrebbe essere ucciso». Un boato di risate liberatorie ha accolto la sua unica battuta.

La rivolta di Zuckerman
Del resto, già quando Philip Roth decise di confidarsi pubblicamente con se stesso, vale a dire con il suo alter ego Nathan Zucherman, parlò di sé come di un uomo schivo e tuttavia non del tutto alieno dalle pubbliche apparizioni. «Diciamo che fra i due estremi compresi tra l'aggressivo esibizionismo di Mailer e la maniacale ritrosia di Salinger, io occupo una posizione mediana: cerco cioè di non pavoneggiarmi nella pubblica arena e di rintuzzare la gratuita curiosità della gente, senza però fare della riservatezza un feticcio sacro e inviolabile». Era la primavera del 1987 e lo scrittore americano usciva malamente da una operazione trascurabile, la cui convalescenza si era protratta oltre ogni previsione, riducendolo al fantasma depresso di se stesso: un uomo vulnerabile e vagolante nel caos mentale che lo faceva oscillare tra attacchi di panico e tentazioni suicide. Questo, almeno, è quanto scrive nei Fatti, la sua pretesa autobiografia nata, appunto, dall'esigenza di riprendere il controllo della sua vita, e il cui manoscritto aveva immaginato di indirizzare a Zuckerman perché vagliasse se gli conveniva pubblicarlo o no.
Si diceva, allora, «stufo di maschere e travestimenti, contraffazioni e menzogne»: era venuto il momento di offrirsi in tutta la trasparenza che il suo inconscio gli consentiva. Ma il suo alter ego, sollecitato a essere franco, non si faceva pregare, e dopo avergli somministrato una serie di reprimende sui passaggi più disdicevoli dei suoi racconti di vita, cercava di dissuaderlo dal pubblicare quella autobiografia, e gli notificava che meglio avrebbe fatto a riprendere l'invenzione di storie che avessero lui, Nathan, come protagonista: «scommetto che hai scritto tante di quelle metamorfosi di te stesso da non sapere più chi sei e chi sei stato. Ormai non sei altro che un testo ambulante». Per confrontarti con te stesso, proseguiva, ti conviene servirti ancora di me. Quell'anno dovette imporsi ai ricordi di Philip Roth come un anno del tutto speciale, perché vi ambientò, poi, uno dei suoi romanzi più vulcanici, facendolo precedere da una avvertenza nella quale chiariva come si fosse trovato coinvolto, suo malgrado, in una operazione di controspionaggio per il Mossad, il servizio segreto israeliano. Introdotto da pagine che tornano a ricapitolare il suo collasso emotivo - dove si descriveva come «un che di forsennatamente maniacale, repellente, angosciato, odioso, allucinante, la cui esistenza è un solo lungo tremito» - Operazione Shylock era dedicato alla sua compagna di allora, Claire Bloom, l'attrice che Chaplin rese celebre in Luci della ribalta e che figura nel libro come la sua fedele consigliera, le cui raccomandazioni vengono puntualmente disattese. Ciò che Philip Roth non avrebbe dovuto fare è cedere alla curiosità, alla tentazione, e in definitiva alle sue istanze paranoiche, per mettersi sulle tracce di quello che aveva scoperto essere un suo sosia. Ma lui lo fece.
Il libro racconta, appunto, il reciproco pedinamento dei due Philip Roth, entrambi confluiti a Gerusalemme, dove l'impostore si serve della celebrità acquisita dallo scrittore per diffondere la sua causa, ossia una diaspora che da Israele riporti in Europa tutti gli ebrei askhenaziti, che verrebbero così ricongiunti ai loro luoghi di origine e salvati dal secondo Olocausto: inevitabile conseguenza - a suo dire - del fallimento politico e ideologico del sionismo.
Al suo sosia Philip Roth regala una coscienza politica, per quanto scellerata, la cui latitanza evidentemente si rimprovera; e gli mette in bocca parole che gli rinfacciano l'individualismo di ogni scrittore: «Philip, nessuno potrebbe apprezzare i tuoi libri più di me. Ma siamo a un punto della storia ebraica in cui forse c'è qualcosa di più dei tuoi libri di cui dovremmo parlare». Tra quelle pagine, inoltre, Roth aveva seminato una sintesi di tutto ciò che più gli piace degli ebrei, che notoriamente gli piacciono poco. «Scetticismo verso le cose terrene. Affascinante verbosità. Passione intellettuale. L'odio. Le menzogne. La diffidenza. La mondanità. La sincerità. L'intelligenza. La malizia. La comicità. La resistenza. L'istrionismo. La ferita. La menomazione». Questi e altri attributi, insieme a tutte le virtù che non ha coltivato, tutti i vizi che ha nutrito, tutte le idiosincrasie nelle quali si è crogiolato, lo scrittore americano li ha proiettati sui suoi personaggi, spesso enfatizzandoli oltre ogni misura; così che, a volte, sembra insidiato dalla minaccia che quegli stessi suoi alter-ego - tutti gli Zuckerman, i Kepesh, i Tarnopol, i Portnoy - si sollevino dalla carta dei libri, trasformino l'inchiostro in sangue, prendano corpo e schizzino fuori dalle architetture dei suoi romanzi per vendicarsi di tanto impertinenti fantasie. A proposito delle quali, Philip Roth è davvero, superlativamente incontenibile.

Scherzi dell'immaginazione
In un lungo racconto che fin dal titolo lascia prevedere in quali eccessi vada comicamente a parare, si esibisce nella sua personale variazione della metamorfosi kafkiana e immagina di trasformarsi in una enorme, femminile mammella. Tutto comincia con un innocuo formicolio all'inguine dell'invidiato personaggio di nome David Kepesh, e finisce con la dilatazione del suo metro e ottanta di statura in una ovoidale massa di tessuto adiposo, sormontata da un roseo capezzolo. Nessuna occasione è migliore per osservare come la parola si sia fatta carne.
Dev'essere stato, questo del racconto titolato Il seno, una sorta di vertice fantastico in una parabola narrativa i cui deliri erotici non erano stati ancora del tutto gratificati. Fin dagli esordi, infatti, Philip Roth aveva legato la sua fama alle peripezie mentali di un ragazzo erotomane e ipocondriaco, che nel Lamento di Portnoy sfoga - in un incontenibile monologo indirizzato al suo analista - le frustrazioni di una vita passata a inseguire, lui ebreo e vergognoso delle sue origini, ragazze «gentili» sulle quali ha sistematicamente riversato smodate esigenze sessuali. «Dottore, forse gli altri pazienti sognano le cose... a me succedono. Ho una vita senza contenuti latenti... Dottore: non riuscivo a farmelo rizzare nello Stato di Israele! Che ne dice di questo simbolismo, bubi?»
Nemmeno l'ipocondria, laddove esplode fino a rendersi protagonista della trama, come avviene nella Lezione di anatomia, riesce a domare le bramosie del prediletto Zuckerman. Estenuato da un dolore la cui origine resterà un mistero, Nathan decide di diventare lui stesso medico, non prima di essersi spacciato per l'editore di una rivista pornografica, e avere adeguatamente scandalizzato i suoi interlocutori occasionali, ai quali non manca di presentarsi con il nome del critico letterario che ha stroncato il suo ultimo libro: onde loro associno tutte le sconcezze che ha seminato nel suo eloquio al nome di quell'odiato recensore. Non contento di avere rintronato anche la sua povera autista, mentre quella tenta disperatamente di concentrarsi sulla guida, lui esplode a sua maggior gloria nella seguente dichiarazione: «Io sono stato crocifisso sulla croce del sesso: sono un martire sulla croce del sesso».
Di tutt'altra estrazione sociale, ma di non dissimili fantasie sarà dotato, oltre dieci anni dopo, il protagonista del Teatro di Sabbath, un ex burattinaio ebreo piccolo e tarchiato, che già da giovane aveva «qualcosa di magicamente fuori dalla norma». Tra pagine in cui i personaggi vanno e vengono dall'al di là, Mickey Sabbath invoca nel suo vernacolo scatologico «che attinge direttamente dalla fogna» la memoria della sua amante slava. E sdilinquendosi nelle fantasie di quei perduti amplessi si allunga, corto com'è, sulla terra che copre la bara di lei: «Oh Drenka, lurida e meravigliosa figa, sposami!»
Vuoi a causa di una manifesta ipocondria, vuoi perché in preda alle smanie del desiderio, vuoi perché dominati da tendenze paranoidi, i personaggi di Philip Roth si spingono volentieri ai bordi della follia, paventano la frammentazione del proprio Io, tentano di tenerlo a bada e tutto sommato ci riescono. Le sue pagine migliori sono forse quelle dove comanda il sarcasmo, dunque quelle dove tornano a ripresentarsi le sue personali ossessioni - lo stereotipo dell'ebreo piccolo borghese, la cupidigia sessuale, il terrore della malattia e della morte; eppure, con Pastorale americana si inaugurava - ormai dieci anni fa - una stagione narrativa tra le sue più felici, che pur non chiudendo del tutto quelle vene vi attingeva con molta maggiore parsimonia. A dimostrazione, laddove qualcuno ne avesse dubitato, che il talento di Philip Roth non risalta solo in virtù dei suoi eccessi.
Quello che molti considerano il suo capolavoro, dunque, Pastorale americana è affidato ancora una volta alla voce narrante di Nathan Zuckerman, che ricostruisce la vita di un ex compagno di scuola a mala pena avvicinato, a suo tempo, tanta era la soggezione provocata dalla prepotenza delle sue qualità. Quando i due si rincontrano, Nathan è tediato dalla sicurezza dell'altro che tutti chiamano lo Svedese, immagina la sua famiglia felicemente qualunquista, osserva come quell'uomo sembri non essere nemmeno «incrinato dal pensiero».
Niente di più sbagliato, quello stesso uomo, in realtà, è tormentato dalla responsabilità di una figlia che nel 1969, in piena guerra del Vietnam, ha interpretato la sua protesta politica facendo scoppiare una bomba e uccidendo, così, un passante. «La gente pensa che la storia abbia il respiro lungo, ma la storia in realtà, ti si para davanti all'improvviso», commenta Zuckerman.

La molla è nel risentimento
Appena un anno dopo, un altro romanzo magistrale, Ho sposato un comunista, descrive l'America del maccartismo: il titolo del libro è ricalcato su quello che la protagonista femminile, l'ex diva Eva Frame, ha dato alle sue memorie del matrimonio con Ira Ringold, attore radiofonico di umili trascorsi ma soprattutto simpatizzante comunista di cui, ancora una volta, è Zuckerman a ritessere le vicende.
Con la chiusura della trilogia, affidata al romanzo titolato La macchia umana, piombiamo nel cuore del feuilleton che ha visto protagonisti Clinton e Monica Lewinsky; ma non è che lo sfondo. La scena principale è occupata da un ex docente universitario costretto a lasciare la sua cattedra in ragione di una pretestuosa accusa di razzismo. Nel raccogliere la rabbia di Coleman, nel ripercorrere la sua vita che è già di per sé intricata quanto un romanzo, Nathan Zuckerman scopre che gli è diventata «più cara della sua»: è la vita di un uomo che nasconde antenati di colore ai quali deve una origine cui non si vuole rassegnare: «Tu ragioni come un prigioniero», gli dice la madre, «sei bianco come la neve e ragioni come uno schiavo». Sta nel risentimento, infatti, la molla della sua esistenza.

L'epopea di uno qualunque
Tutti gli ultimi romanzi di Roth cominciano dalla fine, quando ormai i suoi protagonisti sono morti, e ripercorrono a ritroso, sebbene la freccia del tempo conosca numerose deviazioni, le vicende che costuiranno la trama; una trama alla quale l'ultimo, Everyman, rinuncia, spogliandosi delle digressioni, delle storie parallele, dell'inventiva stessa che ha animato i suoi libri più noti. Solo l'ambientazione, ostinatamente ancorata al New Jersey, rimane inalterata, per il resto tutto si risolve in un lungo, ponderato avvicinamento alla vecchiaia e alle sue malinconie, scandito dalla sequenza delle molte operazioni che hanno aggredito il corpo di questo ex pubblicitario. Uno di noi, e insieme l'eco di un personaggio letterario che certamente Roth conservava nella sua memoria, visto che in Pastorale gli aveva dedicato una dilazione, quasi rabbiosa: è l'Ivan Il'ic di Tolstoj, «così sminuito dall'autore nel malevolo racconto in cui spiega crudelmente, in termini clinici, cosa significa essere persone qualunque.»

il manifesto 19 aprile 2007  

3.11.16

1941: sei proposte democratiche. Un Orwell «radical» contro Churchill (Massimo Bacigalupo)

Gli eventi catastrofici possono provocare disorientamento e giudizi emotivi che presto appaiono datati. George Orwell visse a Londra la seconda guerra mondiale e in qualità di giornalista e commentatore scrisse diari e testi che congiungono impressione e riflessione, sempre con molto respiro. Le considerazioni e predizioni errate non mancano, come egli stesso segnala, ma nel complesso questi scritti restano attuali anche quali documenti di come una situazione in fieri appariva a un uomo della sua acutezza e della sua capacità di sintesi.
Diari di guerra (a cura di Guyda Armstrong, traduzione di Alessandra Sora, postfazione di Bernard Crick, Oscar Mondadori) ristampa i Diari veri e propri tenuti nel 1941-42, insieme a un importante pamphlet del 1941 inedito in Italia, Il leone e l'unicorno: il socialismo e il genio inglese, e le notevoli corrispondenze che Orwell inviò durante il conflitto alla «Partisan Review» di New York, spiegando ciò che accadeva nell'isola ai compagni di fede progressista. Fra queste tre sezioni esistono sovrapposizioni, ma è istruttivo seguire Orwell, sempre così lucido e chiaro, mentre assiste, giudica, si corregge, guarda avanti e indietro.
Diari di guerra è un documento nella storia del socialismo, che si sente attaccato dall'esterno (il nazifascismo) ma è nel contempo minacciato dall'interno (lo stalinismo, che Orwell aveva visto in azione in Spagna, restando per sempre vaccinato). Poco dopo l'attacco tedesco alla Russia, Orwell annota: «Il miglior esempio della superficialità morale ed emotiva del nostro tempo è che siamo ora tutti più o meno pro-Stalin. Questo disgustoso assassino per il momento sta dalla nostra parte e così abbiamo istantaneamente dimenticato le purghe e tutto il resto. Così sarebbe per Franco, Mussolini ecc., se alla fine dovessero decidere di schierarsi con noi». La polemica qui è diretta contro il governo inglese, e ritorna a proposito delle atrocità commesse dalle varie parti, che secondo Orwell sono evocate o taciute a seconda dell'inclinazione e soprattutto dell'opportunità politica.
Se oggi pensiamo a un'Inghilterra eroicamente monolitica nella resistenza solitaria all'attacco nazista, il Diario rivela una situazione assai più sfumata. Orwell considera Churchill poco meno che un nemico conservatore e opportunista, e nei primi mesi di guerra ne anticipa la caduta e l'avvento di un governo socialista. Questa è una delle costanti del suo pensiero. Per quanto non sia uomo di facili entusiasmi e autoillusioni, è convinto che la guerra sia preludio a una rivoluzione sociale inevitabile, giacché essa non può essere vinta da una società antidemocratica retta da interessi contrastanti contro un nemico totalitario che aggredisce senza essere ostacolato da profitti particolari.
Di questo Orwell scrive agli amici americani nelle prime lettere alla «Partisan Review», augurandosi addirittura che la vittoria inglese non sia troppo rapida perché il processo di democratizzazione possa compiersi fino in fondo. E di questo scrive in Il leone e l'unicorno, un ritratto dell'Inghilterra in un momento di crisi che si chiude con sei proposte concrete: «1. Nazionalizzazione della terra, miniere, ferrovie, banche e industrie principali; 2. Limitazione dei redditi... 3. Riforma democratica dell'educazione... 4. Concessione immediata all'India dello statuto di 'Dominion', con potere di secessione al termine della guerra. 5. Creazione di un Consiglio Generale Imperiale, in cui siano rappresentati i popoli di colore. 6. Dichiarazione di alleanza formale con Cina, Abissinia e tutte le altre vittime del potere fascista»...
Orwell crede nell'ideale di eguaglianza che giudica centrale nella forma mentis inglese e americana se non altro come idea che ha la capacità di realizzarsi. E contesta la posizione estremista secondo cui «non vi sarebbe differenza» fra democrazia imperfetta e totalitarismo, così anticipando la visione di 1984: «L'intera concezione di uno stato militarizzato continentale, con la sua polizia segreta, la sua letteratura censurata e il suo lavoro coatto, è assolutamente diversa da quella di una vaga democrazia marittima, con i suoi bassifondi e la sua disoccupazione, i suoi scioperi e partiti politici... E dovendo scegliere tra l'una e l'altra non si sceglie tanto sulla base di ciò che ora sono ma di ciò che sono capaci di diventare...».
Questo è stato scritto quando tutti i giochi erano da farsi, e Orwell vedeva che l'Europa e il mondo avrebbero potuto compiere una svolta totalitaria, e metteva le mani avanti proponendo riforme radicali ma confermando la sua fedeltà al regime parlamentare in crisi. È affascinante vedere Orwell davanti a questo bivio della storia, che allora era completamente aperto.
Ma la sezione più istruttiva di Il leone e l'unicorno è il viaggio nelle contraddizioni pittoresche del suo paese che Orwell compie nella prima parte, «L'Inghilterra, la vostra Inghilterra». Egli mette in luce le caratteristiche nazionali, quali la privatezza, la non religiosità, la «gentilezza» che si congiunge all'antimilitarismo e alla barbarie della forca e della frusta, la fede nella legalità. È vero, il sistema elettorale è fraudolento, tuttavia «persino l'ipocrisia è una protezione potente. Il giudice che impicca, il vecchio malvagio in toga scarlatta e parrucca di crine, cui solo la dinamite potrebbe far capire in che secolo vive, ma che comunque interpreta la legge secondo i codici e non si lascia corrompere, è una delle figure simboliche dell'Inghilterra».
È notevole che una mente propositiva come quella di Orwell, proiettata verso il futuro, colga così bene questi aspetti tradizionali vedendo una forza nella loro obsolescenza, e questo senza sentimentalismo. Critico di vaglia, egli rileva la scarsa attitudine artistica degli inglesi, che non hanno prodotto musica e pittura, solo letteratura e poesia, genere che poco si esporta: «Tranne Shakespeare, i migliori poeti inglesi sono scarsamente noti in Europa, persino di nome. I soli a essere molto letti sono Byron, che è ammirato per le ragioni sbagliate, e Oscar Wilde, compatito come vittima dell'ipocrisia inglese». A questo tratto si unisce, dice, «la mancanza di capacità filosofica».
Sicché la seconda parte del pamphlet allude nel titolo al giudizio sprezzante di Napoleone: «Bottegai in guerra». Perché un'altra caratteristica inglese sarebbe il senso di unità nazionale nel pericolo, che si poté avvertire durante la lotta per la sopravvivenza del 1940-41. L'Inghilterra, conclude citando Shakespeare, deve essere «fedele a se stessa»: «Gli eredi di Nelson e Cromwell non sono nella Camera dei Lord, bensì nei campi e nelle strade, nelle industrie e nelle forze armate». Questa la vera nazione che Orwell si augura venga alla luce in seguito al conflitto.
Le lettere alla «Partisan Review» chiudono opportunamente Diario di guerra in quanto Orwell riflette sui suoi errori di giudizio e sulla resistenza della Destra che è rimasta al potere, per perderlo democraticamente a vittoria ottenuta. Passa in rassegna retrospettivamente le posizioni più diffuse sulla guerra e conclude che «sbagliavamo tutti», anche se «avevo ragione a non essere disfattista» (come l'estrema sinistra), «e dopo tutto la guerra non l'abbiamo persa». Con tipica disponibilità conclude invitando i lettori americani di passaggio a Londra a farsi vivi: «Il mio numero di casa è CAN 3751».

"alias - il mamifesto", ritaglio senza data, ma 2007

Plinio il Vecchio e la guerra dei fichi secchi (Luigi Malerba)

Qualche volta i posteri sono veramente cattivi. Hanno fatto pesare (ma sarebbe più giusto dire "abbiamo", perché i posteri siamo anche noi), abbiamo dunque fatto pesare su Plinio Gaio Secondo l'appellativo di Vecchio (Plinio il Vecchio) che ne ha compromesso gravemente l'immagine presso i lettori, spargendo un certo sentore di muffa e di polvere sulla sua opera. Se poi andiamo a controllare le date, ci accorgiamo che Plinio il Vecchio morì a soli cinquantacinque anni durante la tragica eruzione del Vesuvio nel 79 dopo Cristo mentre era al comando della flotta romana di Capo Miseno, e che il nipote Gaio Plinio Cecilio nominato dai posteri come Plinio il Giovane morì, anno più anno meno, alla stessa età dello zio. Il lettore ha finalmente la possibilità di spolverare l'immagine di questo autore da quando l'editore Einaudi ha iniziato la pubblicazione, con testo latino a fronte, della sua Storia naturale, opera ponderosa ma anche fonte di stupori e piaceri inconsueti, fino a ieri introvabile se non nelle collane straniere dei classici. È uscito da poco il terzo volume, sui cinque complessivi (Plinio, Storia naturale, vol. III, "Botanica", pagg. 996).
I classici talvolta ci spaventano o quanto meno ci incutono troppo rispetto. Quale uso fare dunque di un testo come questo, sempre citato e pochissimo letto e che emerge dalla nostra memoria come uno dei tanti relitti di lontani naufragi scolastici? Confesso che ne ho già fatto un uso poco riverente in altra occasione, notando come la scienza enciclopedica di Plinio il Vecchio (la sua Storia naturale è una specie di Enciclopedia Treccani della antichità) si fosse mutata con il tempo in una deliziosa raccolta di favole. La pioggia di latte, di ferro, di lana e di pignatte, il vento Favonio che feconda le cavalle lusitane, l'elefante che si innamora del giovane Menandro, che altro sono se non belle favole? Questo terzo volume dedicato alla botanica e inscritto nell'ambizioso progetto di inventariare l'universo, ripropone l'annoso dilemma tra Funzione e Ornamento, tra Informazione e Immaginazione. Per quanto le notizie sulle qualità dei legnami e il loro uso, quelli che resistono meglio all'umidità e ai tarli, sulla piantagione, potatura e concimazione dell'ulivo, sulla coltivazione della vite, siano in buona parte raccomandabili ancora oggi, dubito molto che i nostri contadini andranno a consultare il testo di Plinio prima di intraprendere le loro opere. Quello che posso garantire è che questi volumi resistono allegramente ai tarli e alle muffe e potranno risultare anche molto divertenti se li si legge con l'occhio attento alla grande quantità di informazioni curiose e di aneddoti di cui Plinio era un attentissimo collezionista. Ingenuità diffidenza malizia obiettività e curiosità si alternano in quest'opera, uniti sempre allo stupore di fronte al mistero della natura.
Tutto questo emerge anche dopo una lettura più frivola, che consiglio senz'altro a chi si avvicina a questo autore perla prima volta.
Credo che la cosa migliore sia sempre quella di riportare qualche esempio. L'elvetico Elicone, che aveva soggiornato a Roma per fare il fabbro, era ritornato nelle Gallie portando con sé fichi secchi, uva passa e vino. Dopo avere assaggiato questi prodotti succulenti i Galli si riversarono in Italia in una guerra che li portò fin sotto le mura del Campidoglio. Che il platano sia un generoso dispensatore di ombra con le sue larghe foglie e le sue chiome gigantesche lo sanno tutti, ma pochi sanno che i romani facevano pagare un tributo speciale ai Morini (gli abitanti della zona intorno alla odierna Calais) che abitavano un'area piantata a platani; in altre parole, facevano pagare una tassa sull'ombra. Gli alberi sui quali venivano tirati i tralci della vite, pioppi e olmi, erano al tempo di Plinio tenuti assai più alti di quanto non si usi nelle piantate moderne. Così alti che durante la vendemmia il contratto prevedeva per i lavoranti ingaggiati per la raccolta dell'uva anche il risarcimento per le spese del funerale.
Plinio il Vecchio è anche un imperterrito moralista e contro coloro che anche ai suoi tempi disdegnavano l'umile lavoro dei campi è pronto a fare carte false raccontando, sulla autorità di Omero, che il re Laerte spargeva di propria mano il letame nei campi (in realtà Omero racconta solo che Laerte sarchiava i suoi campi, e per un re è già qualcosa). Un altro re, il re Augia, pare che abbia avviato per primo in Grecia la pratica della concimazione e che Ercole l'abbia poi divulgata in Italia, dove gli agricoltori elessero protettore delle greggi e dei campi il dio Stercuto o Sterculio. E qui Plinio esibisce fieramente le sue conoscenze sui vari tipi di letame e sulle loro qualità. Quello di cavallo pare sia il più leggero. Fra gli agricoltori c' è chi preferisce il letame di giumenta a quello di bue, quello di pecora a quello di capra; ma fra tutti quello di asino è senz'altro ritenuto il migliore perchè questo quadrupede ha la masticazione più lenta. Columella nella sua Arte dell' agricoltura (anche questa nei "Millenni" di Einaudi) condanna il letame di maiale, ma è il solo, dice Plinio, perché tutti gli altri ne fanno alte lodi.
Sui mangiatori di terra c'è una lunga tradizione che arriva fino ai nostri giorni, sempre circondata da un alone di mistero e proibizione. Si intuisce che Plinio avrebbe da fare qualche riserva su questa consuetudine poco ortodossa, ma l' albo dei mangiatori di terra è nobilitato dalla presenza del divino Augusto che si era accaparrata a suon di sesterzi addirittura una collina di terra bianca di cui era ghiottissimo, nei pressi di Cuma. Tiberio invece aveva una passione per i cetrioli e li faceva coltivare su speciali carrelli pieni di terra che venivano spostati al sole nella stagione fredda in modo da avere disponibili questi ortaggi tutto l'anno per la mensa imperiale. Augusto curava i suoi malanni al fegato (causati forse dalle scorpacciate di terra?) con la lattuga. Se la terra e i cetrioli fuori stagione erano riservati a un'èlite, pare che i romani fossero golosissimi dei grossi vermi che si trovano sotto la corteccia del rovere; ma è una notizia che si trova soltanto in Plinio. Il quale non specifica come venissero cucinati o se venivano mangiati crudi come i frutti di mare; ma doveva trattarsi comunque di una consuetudine molto diffusa dal momento che questi vermi venivano prelevati dai tronchi e ingrassati con la farina in speciali allevamenti.
Il moralismo di Plinio si fa molto severo sull'uso e abuso dei profumi. I fabbricanti e i venditori di questi frivoli e costosi prodotti, destinati a svanire subito nell'aria, erano secondo lui pericolosi agenti della corruzione e della decadenza dei costumi. Con scandalo racconta che Caligola si faceva profumare la vasca da bagno e che durante le parate militari certi generali facevano profumare perfino le punte delle lance e le aquile che avevano sottomesso il mondo. E Lucio Plozio, colpito da proscrizione da parte dei triumviri, fu tradito nel suo nascondiglio dal profumo che aveva indosso e quindi catturato. Chi potrebbe ritenere ingiusta, commenta Plinio, la morte di un simile individuo?
Un altro episodio che getta una luce sinistra su certi nostri antenati riguarda la proibizione per le donne di bere vino. La moglie di Egnazio Metennio, per aver bevuto vino da una botte venne uccisa dal marito a colpi di bastone. Questa infrazione veniva giudicata così grave che il marito venne assolto dalla imputazione di assassinio. Ma il codice dei comportamenti nella Roma antica presenta qualche smagliatura nell'area della botanica: certi ortaggi, come per esempio la ruta, crescono meglio se le piantine sono state rubate. Da Plinio il Vecchio i cattivi posteri possono imparare molte cose sui loro cattivissimi antenati.


“la Repubblica”, 7 aprile 1985

Una campana. Una poesia di Federico García Lorca (1898 - 1936)

Una campana serena
crocifissa nel suo ritmo
delinea il mattino
in una parrucca di nebbia
e fiumi di lacrime.
Il mio vecchio pioppo
turbolento di usignoli
sperava
di mettere tra le erbe
i propri rami
molto prima che l'autunno
lo indorasse.

Ma i puntelli
delle mie occhiate
lo sostenevano.
Vecchio pioppo, in guardia!
Non senti il legno
del mio amore spaccato?
Stenditi sul prato
quando scricchiola la mia anima,
che un uragano di baci
e di parole
ha lasciato senza forze,
lacerata.


Ottobre 1920

In Tutte le poesie, Garzanti 1985, Traduzione S.L.L.

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