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2.9.19

Orecchiette al pesto di erbe aromatiche con melanzane. Una ricetta in versi da "La cucina del buon gusto" (S.L.L.)

Si pubblicano troppi libri da cucina (e si fanno troppe trasmissioni di gastronomia). Il risultato è che quasi tutti quei libri risultano inutili e non pochi indigesti. Non quello che Simonetta Agnello Hornby, di antica e nobile famiglia siciliana, avvocato a Londra e scrittrice, e Maria Rosario Lazzati, milanese e fondatrice a Londra di una rinomata scuola di cucina, hanno messo insieme per i tipi della Feltrinelli, La cucina del buon gusto, che non è tanto un ricettario, ma un libro ricco ove si incontrano memoria, sapienza gastronomica, amore dell'umanità e amore per la scrittura. 
Ho tratto da quel libro la ricetta da mettere in versi secondo il metodo scelto da Alberto Capatti per Alfagola e di cui ho postato in questo blog un esempio, tratto dall'Artusi, alcuni giorni fa: "ingabbiare le parole e la sequenza di una ricetta in versi di otto o nove sillabe". Io ho preferito nettamente i versi di 8 sillabe, per ottenere un ritmo più orecchiabile, ho usato come fa Capatti rime e assonanze, quando non risultino forzate. In più rispetto a lui ho inserito anche le dosi e separato con sottotitoli le diverse fasi del procedimento. 
Il risultato mi pare buono, come del resto quello della preparazione, un incontro tra il pesto (ottenuto però senza rigorismi e senza pestello) di ispirazione ligure, con la pasta alle melenzane siciliana (ma senza il sugo di pomodoro e la ricotta salata della celebre pasta alla Norma). 
Penso che la ricetta si possa eseguire senza difficoltà e spero che qualche visitatore mi annunci di averla preparata con successo. (S.L.L.)




1. Tostatura dei pinoli
Fai saltare in padellina
senza burro o margarina,
né battuti, strutti o oli
due cucchiai di pinoli;
di continuo tu rimesta
con il tuo cucchiaio di legno:
se si fanno biondi è segno
che la tostatura basta.
Or tostati, in una ciotola
allontanali dal fuoco:
non bruciarli è del cuoco
la fondamentale regola.


2. Il pesto
Nella piccola vaschetta
del robot tuo da cucina
metti ora una manciata
della fresca maggiorana,
ed un'altra di basilico,
foglie di fragrante timo,
un cucchiaio di buon origano,
quattro pomodori secchi,
uno spicchio d'aglio rosso,
un cucchiaio grande di capperi
dopo averli dissalati,
delle olive senza nocciolo,
nere o bianche non importa,
un peperoncino secco
e i pinoli ch'hai tostati.
Frulla, frulla, frulla bene.
Metti adesso il risultato
in un piatto di portata,
fondo, e incorpora i formaggi,
trenta grammi pecorino
e cinquanta parmigiano.
Dopo lascia riposare
per mezzora almeno il tutto,
che si possa amalgamare
combinando ogni sapore.

3. Le due padelle
Per cipolla e melenzana
due padelle antiaderenti
una media e una grande:
hanno tempi differenti
e si uniscono alla fine.

4. Cipollata
Una cucchiaiata d'olio
dentro la padella media
metti adesso a riscaldare,
poi soffriggi dolcemente
dentro l'olio una cipolla
rossa, grande, ben pelata,
affettata sottilmente
con un pizzico di sale
per un quarto d'ora buono
a coperto mescolando
col cucchiaio, di tanto in tanto.


5. Melanzana
Nel frattempo sotto sale
avrai posto melenzana,
viola, ovale, bella grande,
a dadini di un centimetro
per far perdere l'amaro.
Asciugati con un panno
i dadini friggeranno
tutti nella gran padella.
Imbionditi che saranno
(ti ci vuole un quarto d'ora)
tu cospargili d'origano,
indi mescola ed aggiungi
la cipolla preparata.

6. Altro amalgama
Sopra il fuoco due minuti
tieni il tutto, non di più;
lascia al caldo a riposare.


7. La pasta
Sono adatte le orecchiette,
danno consistenza al sugo
e felicemente accolgono
melenzane con cipolla.
Quattro etti o poco più
basteran per sei persone
se è previsto anche il secondo.
Vanno cotte per il tempo
indicato in confezione
dentro pentola capiente,
abbondante acqua salata.

8. Preliminari
Prima di scolare togli
un decilitro dell'acqua
di cottura, la metà
verserai dunque sul pesto
mescolando poi l'insieme,
mentre  metterai il resto
all'interno di una ciotola
e con un cucchiaio d'olio.

9. Nel piatto di portata
Scola al dente e nella pentola
tu rimetterai la pasta
aggiungendo l'emulsione
d'acqua e olio e poi rimescola,
con il fuoco medio acceso.
Un minuto e versa il tutto
dentro il piatto di portata
dove ansioso attende il pesto.
Mescolare, mescolare,
mentre aggiungi melenzane
e cipolla alla tua pasta.

10. A tavola
Porta in tavola e comincia
il servizio suggerendo
a chi ne ama il dolce gusto
parmigiano grattugiato.

3.7.19

Pesca. Unione Europea 2010: ad ogni pesce la sua misura (Raffaello Masci)


La frittura di pesce potremo averla sempre, ma quella di paranza fatta di pesciolini e molluschi, è fuorilegge dal primo giugno. E di questo si è parlato molto a suo tempo. Meno si sa, invece, che il medesimo provvedimento comunitario (il cosiddetto Regolamento Mediterraneo) che metteva fine a questo piatto tipico, introduceva anche una serie di regole molto restrittive sulla pesca e la commercializzazione di altre specie e sulla dimensione minima degli individui pescati. Sapevate - per esempio - che le orate non devono essere più corte di 20 centimetri dalla bocca fino alla coda? E che le triglie e le sardine piccole vanno bene, ma non al di sotto degli 11 centimetri? E gli sgombri? 18 centimetri. Quanto alle sogliole almeno 20.
Lo so: state diventando pazzi, anche perché le specie per le quali l’Unione europea ha fissato dei limiti dimensionali, al di sotto dei quali siamo nell’illegalità, sono una trentina e comprendono molte prelibatezze strettamente connesse con la tradizione culinaria italiana, un nome per tutti: la tellina.
Per raccapezzarci un minimo in questa materia, possiamo ora fare riferimento a una mappa che Federcoo-pesca (aderente a Confcooperative) ha approntato alla bisogna e che è reperibile sul suo sito.
Intanto la Federazione ci fa sapere che il Regolamento mediterraneo dell’Unione Europea, entrato in vigore il primo giugno, è una norma dettata dalla necessità da una parte di salvaguardare alcune specie a rischio (la balena, lo squalo, ma anche la tellina, il dattero di mare, il pesce palla), e dall’altra di regolamentare la pesca in maniera di poter continuare a pescare. Accadeva, infatti, che il prelievo dal mare di individui troppo giovani impedisse a questi stessi di riprodursi e di mantenere attivo il ricambio della specie. Pescare pesci troppo piccoli - insomma - avrebbe comportato a breve la scomparsa definitiva di quella specie marina.
Per quanto riguarda i pescatori - dice Gilberto Ferrari, direttore di Federcoopesca - dovranno attenersi ad alcune istruzioni. È previsto, per esempio, l’utilizzo di reti con maglie più larghe che rendono impossibile la cattura di specie di piccole dimensioni. Devono, inoltre, tenersi a una distanza dalla costa non inferiore a 1,5 miglia, che diventano 0,3 per le draghe usate per la cattura dei bivalvi che vivono e si riproducono a pochi metri dalla costa. In questo modo alcune specie scompariranno dai nostri piatti, ma bisogna considerare l’obiettivo dichiarato dell’Ue di tutelare le specie a rischio e il nutrimento dei pesci adulti. Queste misure riguardano circa 1000 pescherecci sui 14 mila attivi in Italia, e cioè quelli dedicati alla pesca sotto costa. La Guardia Costiera e le Capitanerie sono gli organi preposti ai controlli, che possono tuttavia essere effettuati anche da altri corpi di Polizìa e dai Carabinieri.
Per quanto riguarda i consumatori, l’associazione degli operatori della pesca mette in guardia sul fatto che oltre a un pescato di dimensioni proibite, circolano nelle pescherie anche specie di minor valore commercializzate per pregiate. Il riferimento è alla platessa spacciata per sogliola, al persico africano per pesce persico, al novellarne di sardine (bianchetto) per pesce ghiaccio Neosalanx, al pesce topo per merluzzo e della vongola comune per vongola verace. Non si può comprare il pesce a cuor leggero. Meno che mai il tonno, considerando come lo pescano e le stragi che ne fanno.

La Stampa, 22 agosto 2010

5.6.19

Non si sa cosa porti la sera. La cena perfetta secondo Varrone (Aulo Gellio, Notti Attiche, XII, 11, 1-7)



Marco Varrone sul numero di convitati più giusto e conveniente; e sulle portate di fine pasto (i “bellaria”)

Nelle Satire Menippee di Marco Varrone c'è un libro delizioso che si intitola Non si sa cosa porti la sera, in cui l'autore discorre sul numero giusto dei commensali e sulla preparazione e l'eleganza del convito. Secondo lui il numero dei convitati dovrebbe cominciare dal numero delle Grazie e arrivare a quello delle Muse, insomma che parta da tre per fermarsi a nove, di modo che, quando siano molto pochi, non siano comunque meno di tre e, quando sono moltissimi, non siano più di nove. “Non conviene – egli dice – essere in molti perché il più delle volte la turba è turbolenta: a Roma sta in piedi, ad Atene sta seduta, ma in nessun luogo può stare comodamente sdraiata come dovrebbe. Quanto alla cena in sé, a prescindere dal numero dei partecipanti, la sua riuscita si basa su quattro requisiti: la scelta di persone eleganti, il luogo ben scelto, l'ora convenientemente fissata, la preparazione non trascurata. Gli invitati non devono essere né ciarlieri né taciturni, perché se l'eloquenza è al suo posto nel foro o in tribunale, il silenzio è adatto alla camera da letto non alla sala da pranzo”. Varrone pensa che per l'occasione non si debba fare conversazione su argomenti angosciosi o complicati, ma parlare di cose allegre e gradevoli, utili sì ma con una qualche attrattiva e piacevolezza, dalle quali la nostra intelligenza sia resa più bella e gioiosa. “Di certo l'obiettivo – egli dice - si realizzerà se ragioneremo di quel genere di cose che riguardano la normale vita di ognuno e per le quali nel foro e nelle attività pratiche non c'è mai spazio. Non è necessario che il padrone di casa faccia il sontuoso – aggiunge – ma dev'essere senza grettezza”. E ancora: “Durante la cena non si può leggere di tutto, ma soprattutto quello che sia piacevole e utile alla vita”.
Anche per le seconde (e ultime) portate Varrone indica come è bene che siano. Usa queste parole: “I bellaria più dolci sono quelli che non sono dolci; i dessert vanno poco d'accordo con la digestione”.
Per evitare che qualcuno si trovi in imbarazzo per il termine bellaria, usato da Varrone, si sappia che esso indica qualsiasi tipo di “seconda mensa”. Il nostri antenati chiamavano bellaria quelle pietanze che i Greci chiamavano pémmata o tragémata. Anche i vini dolci facevano parte della categoria, come si può ricavare dalle commedie più antiche ove venivano chiamati “i bellaria di Bacco”.
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XI. Quem M. Varro aptum iustumque esse numerum convivarum existimarit; ac de mensis secundis et de bellariis.

I. Lepidissimus liber est M. Varronis ex satiris Menippeis, qui inscribitur: nescis, quid vesper serus vehat, in quo disserit de apto convivarum numero deque ipsius convivii habitu cultuque. II. Dicit autem convivarum numerum incipere oportere a Gratiarum numero et progredi ad Musarum, ut, cum paucissimi convivae sunt, non pauciores sint quam tres, cum plurimi, non plures quam novem. III. "Nam multos" inquit "esse non convenit, quod turba plerumque est turbulenta et Romae quidem stat, sedet Athenis, nusquam autem cubat. Ipsum deinde convivium constat" inquit "ex rebus quattuor et tum denique omnibus suis numeris absolutum est, si belli homunculi conlecti sunt, si electus locus, si tempus lectum, si apparatus non neglectus. Nec loquaces autem" inquit "convivas nec mutos legere oportet, quia eloquentia in foro et aput subsellia, silentium vero non in convivio, set in cubiculo esse debet". IV. Sermones igitur id temporis habendos censet non super rebus anxiis aut tortuosis, sed iucundos atque invitabiles et cum quadam inlecebra et voluptate utiles, ex quibus ingenium nostrum venustius fiat et amoenius. V. "Quod profecto" inquit "eveniet, si de id genus rebus ad communem vitae usum pertinentibus confabulemur, de quibus in foro atque in negotiis agendis loqui non est otium. Dominum autem" inquit "convivii esse oportet non tam lautum quam sine sordibus", et "In convivio legi non omnia debent, sed ea potissimum, quae simul sint biophele et delectent". VI. Neque non de secundis quoque mensis, cuiusmodi esse eas oporteat, praecipit. His enim verbis utitur: "Bellaria" inquit "ea maxime sunt mellita, quae mellita non sunt; pemmasin enim cum pepsei societas infida". VII. Quod Varro hoc in loco dixit "bellaria", ne quis forte in ista voce haereat, significat id vocabulum omne mensae secundae genus. Nam quae pemmata Graeci aut tragemata dixerunt, ea veteres nostri "bellaria" appellaverunt. Vina quoque dulciora est invenire in comoediis antiquioribus hoc nomine appellata dictaque esse ea "Liberi bellaria".

Testo latino da http://www.thelatinlibrary.com/gellius/ - Traduzione Salvatore Lo Leggio

24.5.19

Ricorrenze. Dieci anni fa la campagna di “Repubblica” sull'affaire Noemi- Berlusconi. Un articolo di D'Avanzo e Sannino.


A partire dal 10 maggio 2009 e per alcune settimane “la Repubblica”, stampò ogni giorno le Dieci domande al premier, Silvio Berlusconi, in cui – con indicazioni particolareggiate – si chiedevano spiegazioni al Cavaliere (ora ex Cavaliere), in quel momento all'apice del potere, spiegazioni sui suoi rapporti con la giovanissima napoletana, Noemi Letizia, alla cui festa dei 18 anni aveva partecipato a Napoli, dopo averla ospitata ancora minorenne in una sua villa in Sardegna. Il quotidiano diretto da Mauro, in mancanza di risposte puntuali, arricchì la sua campagna con articoli di inchiesta sull'affaire, che smentivano le generiche smentite del presidente del Consiglio. Un momento cruciale della campagna fu l'intervista con l'ex fidanzato di Noemi Letizia, un giovane operaio di nome Gino Flaminio, all'epoca di 22 anni, firmata da Giuseppe D'Avanzo e Conchita Sonnino, quella che qui recupero dall'archivio del quotidiano. Com'è noto Berlusconi superò in qualche modo questa prima campagna sulla sua “malattia”, come la definì la moglie Veronica Lario, ma non quella successiva incentrata sui suoi incontri con la cosiddetta “Ruby Rubacuori”, sulle feste in piscina con escort ed altre piccanti rivelazioni. (S.L.L.)

Silvio Berlusconi alla festa di compleanno di Noemi Letizia
Parla Gino, l'ex fidanzato della ragazza di Portici
"Così papi Berlusconi entrò nella vita di Noemi"
di GIUSEPPE D'AVANZO e CONCHITA SANNINO

Napoli
Il 14 maggio “Repubblica” ha rivolto al presidente del consiglio dieci domande che apparivano necessarie dinanzi alle incoerenze di un "caso politico". Veronica Lario, infatti, ha proposto all'opinione pubblica e alle élites dirigenti del Paese due affermazioni e una domanda che hanno rimosso dal discreto perimetro privato un "affare di famiglia" per farne "affare pubblico". Le due, allarmanti certezze della moglie del premier - lo ricordiamo - descrivono i comportamenti del presidente del Consiglio: "Mio marito frequenta minorenni"; "Mio marito non sta bene".
Al contrario, la domanda posta dalla signora Lario - se ne può convenire - è crudamente politica e mostra le pratiche del "potere" di Silvio Berlusconi, pericolosamente degradate quando a rappresentare la sovranità popolare vengono chiamate "veline" senza altro merito che un bell'aspetto e l'amicizia con il premier, legami nati non si sa quando, non si sa come. "Ciarpame politico" dice la moglie del premier.
Silvio Berlusconi non ha ritenuto di rispondere ad alcuna delle domande di “Repubblica”.
E, dopo dieci giorni, “Repubblica” prova qui a offrire qualche traccia e testimonianza per risolvere almeno alcuni dei quesiti proposti. Per farlo bisogna raggiungere Napoli, una piccola fabbrica di corso San Giovanni e poi un appartamento, allegramente affollato di amici, nel popolare quartiere del Vasto a ridosso dei grattacieli del Centro Direzionale. Sono i luoghi di vita e di lavoro di Gino Flaminio.

Gino, 22 anni, operaio, una passione per la kickboxing, è stato per sedici mesi (dal 28 agosto del 2007 al 10 gennaio del 2009) l'"amore" di Noemi Letizia, la minorenne di cui il premier ha voluto festeggiare il diciottesimo anno in un ristorante di Casoria, il 26 aprile. Gino e Noemi si sono divisi, per quel breve, intenso, felice periodo le ore, i sogni, il fiato, le promesse. "Quando non dormivo da lei a Portici - è capitato una ventina di volte - o quando lei non dormiva qui da me, il sabato che non lavoravo mi tiravo su alle sei del mattino per portarle la colazione a letto; poi l'accompagnavo a scuola e ci tornavo poi per riportarla indietro con la mia Yamaha. Lei qualche volta veniva a prendermi in fabbrica, la sera, quando poteva".
Gino Flaminio è in grado di dire quando e come Silvio Berlusconi è entrato nella vita di Noemi. Come quel "miracolo" (così Gino definisce l'inatteso irrompere del premier) ha cambiato - di Noemi - la vita, i desideri, le ambizioni e più tangibilmente anche il corpo, il volto, le labbra, gli zigomi; in una parola, dice Gino, "i valori". Il ragazzo può raccontare come quell'ospite inaspettato dal nome così importante che faceva paura anche soltanto a pronunciarlo nel piccolo mondo di gente che duramente si fatica la giornata e un piatto caldo, ha deviato anche la sua di vita. Quieto come chi si è ormai pacificato con quanto è avvenuto, Gino ricorda: "Mi è stato quasi subito chiaro che tra me e la mia memi non poteva andare avanti. Era come pretendere che Britney Spears stesse con il macellaio giù all'angolo...".
È utile ricordare, a questo punto, che il primo degli enigmi del "caso politico" è proprio questo: come Berlusconi ha conosciuto Noemi, la sua famiglia, il padre Benedetto "Elio" Letizia, la madre Anna Palumbo? A Berlusconi è capitato di essere inequivocabile con la Stampa (4 maggio): "Io sono amico del padre, punto e basta. Lo giuro!". Con France2 (6 maggio), il capo del governo è stato ancora più definitivo. Ricordando l'antica amicizia di natura politica con il padre Elio, Berlusconi chiarisce: "Ho avuto l'occasione di conoscere [Noemi] tramite i suoi genitori. Questo è tutto". Un affetto che il presidente del consiglio ha ripetuto ancor più recentemente quando ha presentato Noemi "in società", per così dire, durante la cena che il governo ha offerto alle "grandi firme" del made in Italy a Villa Madama, il 19 novembre 2008: "È la figlia di miei cari amici di Napoli, è qui a Roma per uno stage" (“Repubblica”, 21 maggio). All'antico vincolo politico, accenna anche la madre di Noemi, Anna: "[Berlusconi] ha conosciuto mio marito ai tempi del partito socialista".
Berlusconi, qualche giorno dopo (e prima di essere smentito da Bobo Craxi), conferma. "[Elio] lo conosco da anni, è un vecchio socialista ed era l'autista di Craxi". (Ansa, 29 aprile, ore 16,34). Più evasiva Noemi: "[Di come è nato il contatto familiare] non ricordo i particolari, queste cose ai miei genitori non le ho chieste". (“Repubblica”, 29 aprile). Decisamente inafferrabile e chiuso come un riccio, il padre Elio (ha rifiutato di prendere visione di quest'ultima ricostruzione di “Repubblica”). Chiedono a Letizia: ci spiega come ha conosciuto Berlusconi? "Non ho alcuna intenzione di farlo" (“Oggi”, 13 maggio).
Gino ascolta questa noiosa tiritera con un sorriso storto sulle labbra, che non si sa se definire avvilito o sardonico. C'è un attimo di silenzio nella stanza al Vasto, un silenzio lungo, pesante come d'ovatta, rispettato dagli amici che gli stanno accanto; dalla sorella Arianna; dal padre Antonio; dalla madre Anna. È un silenzio che si fa opprimente in quella cucina, fino a un attimo prima rumorosa di risate e grida. La madre, Anna, si incarica di spezzarlo: "Quando un giorno Gino tornò a casa e mi disse che Noemi aveva conosciuto Berlusconi, lo presi in giro, non volli chiedergli nemmeno perché e per come. Mi sembrava ridicolo. Berlusconi dalle nostre parti? E che ci faceva, Berlusconi qui? Ripetevo a Gino: Berlusconi, Berlusconi! (gonfia le guance con sarcasmo). Un po' ne ridevo, mi sembrava una buffonata di ragazzi".
Gino la guarda, l'ascolta paziente e finalmente si decide a raccontare:"I genitori di Noemi non c'entrano niente. Il legame era proprio con lei. È nato tra Berlusconi e Noemi. Mai Noemi mi ha detto che lui, papi Silvio parlava di politica con suo padre, Elio. Non mi risulta proprio. Mai, assolutamente. Vi dico come è cominciata questa storia e dovete sapere che almeno per l'inizio - perché poi quattro, cinque volte ho ascoltato anch'io le telefonate - vi dirò quel che mi ha raccontato Noemi. Il rapporto tra Noemi e il presidente comincia più o meno intorno all'ottobre 2008. Noemi mi ha raccontato di aver fatto alcune foto per un "book" di moda. Lo aveva consegnato a un'agenzia romana, importante - no, il nome non me lo ricordo - di quelle che fanno lavorare le modelle, le ballerine, insomma le agenzie a cui si devono rivolgere le ragazze che vogliono fare spettacolo. Noemi mi dice che, in quell'agenzia di Roma, va Emilio Fede e si porta via questi "book", mica soltanto quello di Noemi. Non lo so, forse gli servono per i casting delle meteorine. Il fatto è - ripeto, è quello che mi dice Noemi - che, proprio quel giorno, Emilio Fede è a pranzo o a cena - non me lo ricordo - da Berlusconi. Finisce che Fede dimentica quelle foto sul tavolo del presidente. È così che Berlusconi chiama Noemi. Quattro, cinque mesi dopo che il "book" era nelle mani dell'agenzia, dice Noemi. È stato un miracolo, dico sempre. Dunque, dice Noemi che Berlusconi la chiama al telefono. Proprio lui, direttamente. Nessuna segretaria. Nessun centralino. Lui, direttamente. Era pomeriggio, le cinque o le sei del pomeriggio, Noemi stava studiando. Berlusconi le dice che ha visto le foto; le dice che è stato colpito dal suo "viso angelico", dalla sua "purezza"; le dice che deve conservarsi così com'è, "pura". Questa fu la prima telefonata, io non c'ero e vi sto dicendo quel che poi mi riferì Noemi, ma le credo. Le cose andarono così perché in altre occasioni io c'ero e Noemi, così per gioco o per convincermi che davvero parlava con Berlusconi, m'allungava il cellulare all'orecchio e anch'io sentii dalla sua voce quella cosa della "purezza", della "faccia d'angelo". E poi, una volta, ha aggiunto un'altra cosa del tipo: "Sei una ragazza divina". Berlusconi, all'inizio, non ha detto a Noemi chi era. In quella prima telefonata, le ha fatto tante domande: quanti anni hai, cosa ti piacerebbe fare, che cosa fanno tua madre e tuo padre? Studi? Che scuola fai? Una lunga telefonata. Ma normale, tranquilla. E poi, quando Noemi si è decisa a chiedergli: "Scusi, ma con tutte queste domande, lei chi è?", lui prima le ha risposto: "Se te lo dico, non ci credi". E poi: "Ma non si sente chi sono?". Quando Noemi me lo raccontò, vi dico la verità, io non ci credevo. Poi, quando ho sentito le altre telefonate e ho potuto ascoltare la sua voce, proprio la sua, di Berlusconi, come potevo non crederci? Noemi mi diceva che era sempre il presidente a chiamarla. Poi, non so se chiamava anche di suo, non me lo diceva e io non lo so. Lei al telefono lo chiamava papi tranquillamente. Anche davanti a me. Magari stavamo insieme, Noemi rispondeva, diceva papi e io capivo che si trattava del presidente. Quando ho assistito ad alcune telefonate tra Berlusconi e Noemi, ho pensato che fosse un rapporto come tra padre e figlia. Una sera, Emilio Fede e Berlusconi - insieme - hanno chiamato Noemi. Lo so perché ero accanto a lei, in auto. Ora non saprei dire perché il presidente le ha passato Emilio Fede, non lo so. Pensai che Fede dovesse preparare dei "provini" per le meteorine, quelle robe lì". (Ieri, a tarda sera, durante “Studio Aperto”, Fede ha affermato di aver conosciuto la nonna di Noemi. “Repubblica” ha chiesto a Gino se, in qualche occasione, Noemi avesse fatto cenno a questa circostanza. "Mai, assolutamente", è stata la risposta del ragazzo).
"Comunque, quella sera, sentii prima la voce del presidente e poi quella di Emilio Fede - continua Gino - Non voglio essere frainteso o creare confusione in questa tarantella, da cui voglio star lontano. Nelle telefonate che ho sentito io, Berlusconi aveva con Noemi un atteggiamento paterno. Le chiedeva come era andata a scuola, se studiava con impegno, questa roba qui. Io però ho cominciato a fuggire da questa situazione. Non mi piaceva. Non mi piaceva più tutto l'andazzo. Non vedevo più le cose alla luce del giorno, come piacevano a me. Mi sentivo il macellaio giù all'angolo che si era fidanzato con Britney Spears. Come potevo pensare di farcela? Gliel'ho detto a Noemi: questo mondo non mi piace, non credo che da quelle parti ci sia una grande pulizia o rispetto. Mi dispiaceva dirglielo perché io so che Noemi è una ragazza sana, ancora infantile che non si separa mai dal suo orsacchiotto, piccolo, blu, con una croce al collo, "il suo teddy". Una ragazza tranquilla, semplice, con dei valori. Con i miei stessi valori, almeno fino a un certo punto della nostra storia".
Intorno a Gino, questo racconto devono averlo già sentito più d'una volta perché ora che il ragazzo ha deciso di raccontare a degli estranei la storia, la tensione è caduta come se la famiglia, i vicini di casa, gli amici già l'avessero sentita in altre occasioni o magari a spizzichi e bocconi. C'è chi si distrae, chi parlotta d'altro, chi parla al telefono, chi si prepara a uscire per il venerdì notte. Gino sembra non accorgersene. Non perde il filo e a tratti pare ricordare, ancora una volta, a se stesso come sono andate le cose.
"Ho cominciato a distaccarmi da Noemi già a dicembre. Però la cosa che proprio non ho mandato giù è stata la lunga vacanza di Capodanno in Sardegna, nella villa di lui. Noemi me lo disse a dicembre che papi l'aveva invitata là. Mi disse: "Posso portare un'amica, un'amica qualunque, non gli importa. Ci saranno altre ragazze". E lei si è portata Roberta. E poi è rimasta con Roberta per tutto il periodo. Io le ho fatto capire che non mi faceva piacere, ma lei da quell'orecchio non ci sentiva. Così è partita verso il 26-27 dicembre ed è ritornata verso il 4-5 gennaio. Quando è tornata mi ha raccontato tante cose. Che Berlusconi l'aveva trattata bene, a lei e alle amiche. Hanno scherzato, hanno riso... C'erano tante ragazze. Tra trenta e quaranta. Le ragazze alloggiavano in questi bungalow che stavano nel parco. E nel bungalow di Noemi erano in quattro: oltre a lei e a Roberta, c'erano le "gemelline", ma voi sapete chi sono queste "gemelline"? Penso anche che lei mi abbia detto tante bugie. Lei dice che Berlusconi era stato con loro solo la notte di Capodanno. Vi dico la verità, io non ci credo. Sono successe cose troppo strane. Io chiamavo Noemi sul cellulare e non mi rispondeva mai. Provavo e riprovavo, poi alla fine mi arrendevo e chiamavo Roberta, la sua amica, e diventavo pazzo quando Roberta mi diceva: no, non te la posso passare, è di là - di là dove? - o sta mangiando: e allora?, dicevo io, ma non c'era risposta. Per quella vacanza di fine anno, i genitori accompagnarono Noemi a Roma. Noemi e Roberta si fermarono prima in una villa lì, come mi dissero poi, e fecero in tempo a vedere davanti a quella villa tanta gente - giornalisti, fotografi? - , poi le misero sull'aereo privato del presidente insieme alle altre ragazze, per quello che mi ha detto Noemi... Al ritorno, Noemi non è stata più la mia Noemi, la mia alicella (acciuga, ndr), la ragazza semplice che amavo, la ragazza che non si vergognava di venirmi a prendere alla sera al capannone. A gennaio ci siamo lasciati. Eravamo andati insieme, prima di Natale, a prenotare per la sua festa di compleanno il ristorante "Villa Santa Chiara" a Casoria, la "sala Miami" - lo avevo suggerito io - e già ci si aspettava una "sorpresa" di Berlusconi, ma nessuno credeva che la sorpresa fosse proprio lui, Berlusconi in carne e ossa. Ci siamo lasciati a gennaio e alla festa non ci sono andato. L'ho incontrata qualche altra volta, per riprendermi un oggetto di poco prezzo ma, per me, di gran valore che era rimasto nelle sue mani. Abbiamo avuto il tempo, un'altra volta, di avere un colloquio un po' brusco. Le ho restituito quasi tutte le lettere e le foto. Le ho restituito tutto - ho conservato poche cose, questa lettera che mi scrisse prima di Natale, qualche foto - perché non volevo che lei e la sua famiglia pensassero che, diventata Noemi Sophia Loren, io potessi sputtanarla. Oggi ho la mia vita, la mia Manuela, il mio lavoro, mille euro al mese e va bene così ché non mi manca niente. Certo, leggo di questo nuovo fidanzato di Noemi, come si chiama?, che non s'era mai visto da nessuna parte anche se dice di conoscerla da due anni e penso che Noemi stia dicendo un sacco di bugie. Quante bugie mi avrà detto sui viaggi. A me diceva che andava a Roma sempre con la madre. Per dire, per quella cena del 19 novembre 2008 a Villa Madama mi raccontò: "Siamo stati a cena con il presidente, io, papà e mamma allo stesso tavolo". Non c'erano i genitori seduti a quel tavolo? Allora mi ha detto un'altra balla. Quella sera le sono stati regalati una collana e un bracciale, ma non di grosso valore. E il presidente ha fatto un regalo anche a sua madre. Sento tante bugie, sì, e comunque sono fatti di Noemi, dei suoi genitori, di Berlusconi, io che c'entro?".
Le parole di Gino Flaminio appaiono genuine, confortate dalle foto, dalla memoria degli amici (che hanno le immagini di Noemi e Gino sui loro computer), da qualche lettera, dai ricordi dei vicini e dei genitori, ma soprattutto dall'ostinazione con cui il ragazzo per settimane si è nascosto diventando una presenza invisibile nella vita di Noemi. “Repubblica” lo ha rintracciato con fatica, molta pazienza e tanta fortuna nella fabbrica di corso San Giovanni dove tutti i suoi compagni di lavoro conoscono Noemi, la storia dell'amore perduto di Gino. Compagni di lavoro che - fino alla fine - hanno provato a proteggerlo: "Gino? E chi è 'sto Gino Flaminio?" e Gino se ne stava nascosto dietro un muro.
La testimonianza del ragazzo consente di liquidare almeno cinque domande dalla lista di dieci che abbiamo proposto al capo del governo. La ricostruzione di Gino permette di giungere a un primo esito: Silvio Berlusconi ha mentito all'opinione pubblica in ogni passaggio delle sue interviste. Nei giorni scorsi, come quando disse a France2 di aver "avuto l'occasione di conoscere [Noemi] tramite i suoi genitori". O ancora ieri a Radio Montecarlo dove ha sostenuto di essersi addirittura "divertito a dire alla famiglia, di cui sono amico da molti anni, che non desse risposte su quella che è stata la nostra frequentazione in questi anni". Come di cartapesta è la scena - del tutto artefatta - disegnata dalle testate (“Chi”) della berlusconiana Mondadori.
Il fatto è che Berlusconi non ha mai conosciuto Elio Letizia né negli "anni passati", né negli "ambienti socialisti". Mai Berlusconi ha discusso con Elio Letizia di politica e tantomeno delle candidature delle Europee (“Porta a porta”, 5 maggio). Berlusconi ha conosciuto Noemi. Le ha telefonato direttamente, dopo averne ammirato le foto e aver letto il numero di cellulare su un "book" lasciatogli da Emilio Fede. Poi, nel corso del tempo, l'ha invitata a Roma, in Sardegna, a Milano.
Le evidenti falsità, diffuse dal premier, gli sarebbero costate nel mondo anglosassone, se non una richiesta di impeachment, concrete difficoltà politiche e istituzionali. Nell'Italia assuefatta di oggi, quella menzogna gli vale un'altra domanda: perché è stato costretto a mentire? Che cosa lo costringe a negare ciò che è evidente? È vero, come sostiene Noemi, che Berlusconi ha promesso o le ha lasciato credere di poter favorire la sua carriera nello spettacolo o, in alternativa, l'accesso alla scena politica (“Corriere del Mezzogiorno”, 28 aprile)? Dieci giorni dopo, ci sono altre ragionevoli certezze. È confermato quel che Veronica Lario ha rivelato a Repubblica (3 maggio): il premier "frequenta minorenni". Noemi, nell'ottobre del 2008, quando riceve la prima, improvvisa telefonata di Berlusconi ha diciassette anni, come Roberta, l'amica che l'ha accompagnata a Villa Certosa. La circostanza rinnova l'ultima domanda: quali sono le condizioni di salute del presidente del Consiglio?

"la Repubblica", 24 maggio 2009)

18.5.19

La "pasta 'ncasciata a' la missinisi" e la nostra pasta al forno estiva.


Questa, in una vecchia “Domenica” di “Repubblica”, è presentata come la versione messinese della classica pasta al forno siciliana e probabilmente lo è. 
Pressoché identica, ma senza le uova sode, nella casa della mia nonna Carmelina, a Campobello di Licata, era la pasta al forno estiva, nettamente più leggera di quella invernale, che si preparava con un grasso ragù dalla cottura assai lunga, ricco di carni e cotenna, e con l'aggiunta di cavolfiori soffritti. 
Per la pasta al forno, in tutte le stagioni, in paese non si usano generalmente le magliette, i più preferiscono gli ziti; ma la nonna preferiva quel formato, più comodo quando si trattava di fare le porzioni. 
Le uova nella versione estiva di mia nonna non erano sode, ma venivano aggiunte - sbattute - alla pasta ben insaporita dalla salsa di polodoro per rendere l'insieme più compatto. In omaggio alla leggerezza estiva, quando sono io a preparare questa pasta al forno, non soffriggo mai la carne tritata, mi limito a passarla in padella senza grassi con un po' di sale, pepe e aromi appena il tempo di una coloritura. Per la salsa di pomodori freschi, preparata con la passata, seguo la raccomandazione di mia madre: usare diverse varietà di pomodori ben maturi. (S.L.L.)


Ingredienti: 
600 gr. di magliette di maccheroncino, 200 gr. di tuma o caciocavallo fresco, 200 gr. di carne tritata, 50 gr. di mortadella o salame, 2 uova sode, 4 melenzane, 100 gr. di pecorino grattugiato, salsa di pomodoro, mezzo bicchiere di vino bianco, basilico, olio, sale e pepe.

Tagliate le melenzane a fette e friggetele dopo averle tenute per più di un'ora in acqua e sale. Soffriggete intanto il tritato in un tegame, con olio abbondante, sfumate col vino e completate la cottura aggiungendo qualche cucchiaio di salsa di pomodoro. Lessate la pasta, scolate la al dente e conditela in una zuppiera con la salsa di pomodoro. Prendete una teglia ben unta e spolverata di pangrattato e versatevi le magliette alternandole a strati con la carne tritata, le melenzane fritte, il formaggio grattugiato il basilico, le uova sode, la tuma ed il salame tagliati a fette. Chiudete l'ultimo strato di pasta con melenzane, salsa e molto pecorino. Passate al forno caldo per circa 20 minuti. Il formaggio, sciogliendosi al calore del forno una leggera crosta dorata (da cui il nome 'ncaciata, da cacio).

da A. Pomar, La cucina tradizionale siciliana in Sebastiano Messina, La cucina di Camilleri, “la Repubblica”, 10.7.2005

23.4.19

Morire di gelato. L'Omnibus, Savinio e Giacomo Leopardi (Giuseppe Marcenaro)



Durante un’epidemia di colera, morì di quella “scomodità” che i napoletani chiamano “’a cacarella”. Questo è risaputo e oggi non fa più effetto svelare che Giacomo Leopardi spirasse andando incontro al "suo infinito" seduto sul vaso. Ma quando con impertinente poesia e complicità di goloso, il 28 gennaio 1939, Alberto Savinio lo diffuse con un articolo intitolato Il sorbetto di Leopardi, “lo svelamento” costò la vita al settimanale “Omnibus” su cui era pubblicato.
«Chi di noi non ha pianto sulle miserie fisiche di Giacomo Leopardi? Tanto più profondamente ferisce la nostra poetica compassione la notizia che parte di quelle miserie era dovuta alla irrefrenabile ingordigia del contino. Leopardi era grande amatore di gelati, sorbetti, mantecati, spumoni, cassate e cremolati».
Per questa sonora marachella uno dei più bei settimanali ideati da Longanesi uscì dalla comune. Al regime d’allora dava fastidio che vi fosse un periodico fatto da gente intelligente, capace di pensare con la propria testa, che sapeva scrivere e giocare con miti: tipacci come Barilli, Missiroli, Landolfi, Brancati, Moravia, Patti, Vittorini; inoltre Pannunzio, il futuro e mitico direttore del «Mondo»; e Benedetti anch’egli futuro direttore di alcuni tra i più importanti settimanali politico-culturali del dopoguerra. Giornalisti e scrittori che alla traumatica infungibilità di “Omnibus” si convinsero che dovesse “passare la nottata”. Bisognava aspettare con pazienza che non soltanto si dissolvesse il “regime politico”, ma sbollisse la canea della marmaglia di scemi, analfabeti, illetterati, stelline e vedettes che aveva occupato la scena con fastidiosa caciara. Le storie ogni qualche tempo si ripetono e occorre pazientare con fede.
Quando “Omnibus” nel lontano gennaio 1939 fu chiuso per irrispettosità nei riguardi d’una gloria italiana, l’arguto Savinio e il volitivo Longanesi chinarono la testa di fronte all’ineluttabile. Savinio però volendo difendere l’onore della facezia, avrebbe potuto dimostrare filologicamente, carta alla mano, che già il contino, con nel cuore la «ginestra», si dilettava di «critica gastronomia». Insomma che non era il cupastro imbalsamato dalle accademie, ma un delizioso e scatenato goloso. Sarebbe bastato recarsi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. In quel sublime e babelico universo cartaceo partenopeo i manoscritti di Leopardi erano stati depositati dagli eredi di Antonio Ranieri il quale doveva la sua fama al fatto d’aver sostenuto ampia fronte di Giacomo durane i tremblor di stomaco successivi a qualche augusta gavazzata; ed essersene fatto vanto in un memoriale.
Una fama di badante, quella di Ranieri.
Ebbene tra le carte da lui raccolte e affidate alla magnanima cura dei posteri, tra i manoscritti eccelsi di Leopardi – dall’Infinito a Silvia, dallo Zibaldone alle Operette Morali – un foglietto di 159 millimetri per 58, con l’elegantissima e ineffabilmente chiara grafia del contino, sotto il titolo Lista di cibi, elenca le prelibatezze che facevano percepire a Giacomo gli infiniti piaceri del palato: numerati con ostinata goduria bodin di latte, frittelle di mele e pere, bignés, raviolini, pan dorato, carciofi fritti al burro, con salsa d’uova, eccetera eccetera segnalati al cuoco, nel pieno dell’infuriare dell’epidemia di colera che aveva investito Napoli, quando Leopardi era ospite della sorella di Ranieri, Enrichetta e del marito di lei Amerigo, alla villa De Gennaro Ferrigni di Torre del Greco. Uno strepitoso sibaritismo per il cibo confermato nello Zibaldone: «... voglio mangiare a grand’agio, e con lunghezza di tempo (non parendomi anche che il tempo sia male impegnato in questo, come par che stimino molti, che si affrettano d’ingoiar ogni cosa, e di levarsi su, quasi che questo momento fosse il più bello del desinare)...».

La Stampa, 10 luglio 2004

10.4.19

Complesso d’inferiorità? Dai “colloqui” di Sibilla Aleramo su “l'Unità” (10 aprile 1949)


Sul finire degli anni 40 del secolo scorso Sibilla Aleramo, che quasi mezzo secolo prima aveva pubblicato Una donna, considerato un testo fondamentale della scrittura e della presa di coscienza femminile nel nostro paese, tenne su “l'Unità” una rubrica di corrispondenza con i lettori. 
Posto qui il “colloquio” del 10 aprile 1949, che mi pare testimonianza significativa non solo dell'impegno civile di Sibilla nel Partito comunista, ma anche di un tempo, di una situazione: il tempo in cui all'egemonia clericale, non solo politica, che – nonostante il protagonismo femminile negli anni della guerra e della Resistenza – puntava a una restaurazione del patriarcato, si tentava di opporre, da sinistra, una volontà di emancipazione tenace, ma prudente. (S.L.L.)

Una celebre immagine di Sibilla Aleramo

Un'amica, la valorosa scrittrice Anna Garofalo, nota agli ascoltatori della Rai per le sue quindicinali Parole di una Donna, m’indirizza una cara lettera nella quale si compiace per l’inizio di questa rubrica, poi dice: “Oggi più che mai si tratta di fare appello a quella necessità di porsi problemi, a quella consapevolezza che la donna invero possiede e di cui ha dato prova in questi anni, ma di cui non sempre è cosciente, per un atavico complesso d’inferiorità. La donna manca ancora di fiducia in sé stessa, non di possibilità. Nel momento in cui si porrà un problema, lo avrà, per metà almeno, risolto. Occorre per questo liberare la donna dei lungo suo dipendere dall’altrui volontà, dall’altrui legge, dall’altrui arbitrio. Il timore vieta ogni slancio, ogni libera iniziativa”.
Così è, Anna. Soprattutto nella mostra Italia, dove la soggezione femminile ha una storia secolare, dove la donna per tanto tempo non ha osato prendere la menoma deliberazione senza prima aver il consenso del padre o del marito o del parroco o di tutti tre assieme, anche quando era certa nell'animo suo che la deliberazione fosse onesta e giusta. Situazione, fino a poco fa, deplorevole solo dal punto dì vista dell’individualità della donna, così ostacolata nella sua formazione. Ma oggi, che abbiamo il voto, oggi che la donna finalmente è «cittadina», e. responsabile al pari dell’uomo delle sorti del Paese, questa sua mancanza di libertà di giudizio e d’opinione, è, ancor più che deplorevole, colpevole e condannabile. Bisogna che le italiane, di ogni ceto, contadine e intellettuali, operaie o ricche oziose, acquistino il senso del nuovo dovere che hanno assunto (diritti e doveri, formulò Mazzini oltre un secolo fa) ed esercitino la facoltà di decidere e agire secondo la propria intima convinzione, per il maggior bene di tutti - per la pace contro la guerra, per l’educazione dei figli, e anche, anche per la loro stessa dignità di creature umane. Non sarà facile, ma è necessario.

Rosabianca, di Roma, mi pone un quesito molto grave: «Dopo alquanti tentennamenti mi sono convinta che la vostra dottrina sia la sola che, in atto, potrebbe appianare il troppo grave dislivello sociale che sempre più accentua il malcontento della classe lavoratrice e nullatenente, e far sì che si stia un po’ meglio tutti, senza posizioni privilegiate. Ora però, Sibilla cara, vorrei che tu mi indicassi come può contenersi una donna che pur volendo essere in pace con la propria coscienza, intollerante di falsità, cioè sentendo la necessità di affermare francamente le proprie idee, si trovi circondata da una schiera di congiunti acerrimi avversari dell’idea socialista, e accanto a un marito anch’egli ostile. Tacere le proprie convinzioni per amor di pace si può qualche volta, ma si potrà poi sempre? D’altronde immagini tu la guerra che potrebbe scatenarsi in famiglia e quale nuovo contrasto nascere nei rapporti fra me e mio marito? Sibilla mia, di cui ammiro tanto i libri, tenta di penetrare nel mio animo anche se poco ti so spiegare a parole, e dimmi quale contegno credi sia più appropriato al mio caso».
Sì, il quesito è grave. E non è soltanto di Rosabianca, ma di migliaia e migliaia di donne della piccola e anche della grande borghesia: figlie e mogli di funzionari, di industriali, di agrari, di grossi commercianti... Che cosa rispondere? Anzitutto, bisogna che Rosabianca si persuade che è nella propria coscienza che il problema va dibattuto, con coraggiosa tenacia, e risolto. Quando un’Idea è penetrata in noi saldamente, dopo attendo e profondo esame, essa ci illumina e ci guida anche per i nostri rapporti con tutto il resto dei viventi, dal prossimi al lontani, dai famigliari ai cosiddetti estranei (ma nessuno costituisce un estraneo dinanzi una coscienza socialista). Certo è che occorre poi, caso per caso, agire con molta delicatezza per condurre gli altri al punto cui noi siamo giunti; cercando di far compiere ad essi il cammino da noi percorso, di far loro avere quelle che son state le nostre esperienze decisive (incontri con libri, con persone, con avvenimenti, ma quasi inavvertitamente, poco a poco, di modo che essi abbiano il senso di scoprire via via da soli, per virtù spontanea, la verità. Nella convivenza, ogni giorno, non con dichiarazioni, diciamo così, polemiche, ma con il nostro comportamento, anche di fronte ai fatti più modesti, mostrando lealmente, senza iattanza né acrimonia, il nostro sentimento su questo o quel fenomeno sociale, su ingiustizie piccole o grandi, sulle miserie materiali o morali che purtroppo tutti incontriamo ad ogni passo, quale azione continua, se pur pervasa di pazienza, possiamo compiere sullo spirito di chi vi sta accanto? Specialmente, cara Rosablanca, se chi vi sta accanto è tratto silenziosamente a constatare come il nostro nuovo modo di vedere il volto e i1 destino del mondo ci abbia migliorate e sempre più ci migliori, ci abbia rese più umane, più vive, nel senso alto della parola, come certo tu sei dacché hai compreso tante cose. È così, Rosabianca?

9.4.19

Giornate della memoria. Ricordiamoci anche dei crimini italiani e delle vittime slave (Giovanni Giovannetti)

Gramozna Jama (Lubjana) - Studenti di Cremona osservano la stele delle vittime dell'occupazione italiana nel 1943 
Quando infuriava la campagna della destra (e non solo della destra) sulle “foibe”, che colse poi il risultato dell'istituzione nel 2005, Berlusconi regnante, di una Giornata di ricordo delle “foibe”, Maurizio Mori soleva dire che giornate di quel tipo andrebbero istituite per ricordare i crimini di guerra commessi dalla propria nazione, dai suoi capi militari e politici, dai suoi uomini in armi, dai suoi funzionari a tutti i livelli e per piangere le vittime "straniere". "Le foibe – spiegava – dovrebbero commemorarle gli slavi, mentre noi dovremmo ricordarci delle stragi e delle rappresaglie, fatte da italiani, non solo fascisti, durante l'occupazione della Slovenia". Grande viaggiatore, aveva visitato in lungo e in largo i luoghi di quei crimini e ricordava: “Ci sono monumenti e lapidi in ogni paese e villaggio, raccontano fatti terribili”. 
Per mestiere (da medico, studioso e docente si occupava di strutture sanitarie d'emergenza) e per impegno internazionalista conosceva da vicino l'orrore della guerra, gli esiti dell'odio razziale ed etnico; ma, se ne parlava, nel suo volto si rinnovavano a distanza di molti decenni (cinque, sei, sette) lo sgomento e lo schifo provati quando nel 1943 a lui diciottenne un vicino di casa di qualche anno più anziano, reduce dalla Slovenia e neppure fascistissimo, aveva mostrato con orgoglio una foto che lo ritraeva mentre teneva per i capelli, una per mano, due teste di ribelli slavi tagliate. 
Voglio dedicare a lui, un maestro che considero – capitinianamente – compresente, questo scritto di Giovanni Giovannetti recuperato dal sito “direfarebaciare”, che delle vicende slovene di quegli anni di guerra rievoca i momenti più significativi, non tacendo i nomi dei criminali di guerra italiani e le più ampie responsabilità collettive. (S.L.L.)

Gramozna Jama (Lubjana) -  La stele commemorativa degli uccisi per
rappresaglia  dagli occupanti italiani nel periodo febbraio-maggio 1942

C’è una pagina della nostra storia nazionale che da quasi ottant’anni si fatica a leggere. Quella dei crimini, anche a sfondo razziale, compiuti dall’Esercito italiano in Africa e nei Balcani.
Maggio 1941. Germania, Italia e Ungheria occupano la Slovenia, e la provincia di Lubiana viene annessa al Regno d’Italia. Ma temendo la resistenza sociale ben più di quella armata, il comandante supremo della Seconda armata d’occupazione generale Mario Roatta il 1° marzo 1942 emana la famigerata “circolare 3c” contro la popolazione civile slovena.
Roatta dispone rappresaglie, incendi di case e villaggi, razzie, torture, esecuzioni sommarie, la cattura e l’uccisione di ostaggi, internamenti di civili e militari nel campo di concentramento nell’isola di Arbe (Rab) in Croazia e in quelli di Gonars in Friuli, Monigo presso Treviso, Chiesanuova di Padova o Renicci d’Anghiari in Toscana. Se possibile, queste misure saranno rese ancora più draconiane dalle circolari integrative del comandante dell’undicesimo Corpo d’Armata generale Mario Robotti, altro delinquente («si ammazza troppo poco», dirà), e dell’alto commissario per la provincia di Lubiana Emilio Grazioli (come Roatta è nell’elenco dei criminali di guerra italiani).

I non umani
E si badi, a usare la mano pesante con i civili non sono le Camicie nere di Mussolini ma uomini dell’Esercito fedele al re e alla corona, che vedono gli sloveni come dei selvaggi piantagrane, alieni e inanimati: uno sguardo deumanizzante, l’alibi per ogni sorta di arbitrio, come quello che oggi provoca una tutto sommato modesta indignazione per la morte di 200 esseri umani che annegano nel Mediterraneo.
Stando all’ex partigiano e studioso del movimento di liberazione sloveno Tone Ferenc, nella sola provincia di Lubiana verranno «fucilati o come ostaggi o durante operazioni di rastrellamento circa 5.000 civili, ai quali vanno aggiunti i circa 200 bruciati e massacrati in modi diversi. 900 invece i partigiani catturati e fucilati. A loro si devono aggiungere oltre 7.000 persone in gran parte anziani, donne e bambini morti nei campi di concentramento in Italia. Complessivamente moriranno più di 13.000 persone su 340.000 abitanti, il 2,6 per cento della popolazione». A questo triste bilancio aggiungeremo l’incendio di 3.000 case, l’internamento di 33.000 persone, la distruzione di 800 villaggi. La Commissione di Stato jugoslava per l’accertamento dei crimini di guerra ha inoltre accusato Roatta e sodali di aver ampiamente disatteso la seconda Convenzione internazionale dell’Aja relativa ai prigionieri, ai feriti e agli ospedali; di aver disposto la fucilazione di partigiani fatti prigionieri e di ostaggi; di aver ordinato l’internamento dei componenti di intere famiglie e villaggi e di aver consegnato i civili incolpevoli ai tribunali militari; di aver ordinato che i civili fossero ritenuti responsabili di tutti gli atti di sabotaggio commessi nelle vicinanze della loro abitazione e che, per rappresaglia, si potesse sequestrare il loro patrimonio, distruggere le loro case e procedere al loro internamento.
Sul fronte economico si registra la depredazione delle risorse slovene pianificato dall’Iri, l’Istituto italiano per la ricostruzione industriale sorto nel 1933.

Criminali in divisa
Che dire di più? In applicazione delle severe disposizioni di Roatta, la notte tra il 22 e il 23 febbraio 1942 Lubiana è posta in stato d’assedio e i Granatieri di Sardegna capitanati da Taddeo Orlando, affiancati da collaborazionisti slavi, rastrellano per settimane con «metodo deciso» migliaia di civili (un quarto degli uomini validi «prescindendo dalla loro colpevolezza» dirà Orlando) e 878 di loro vengono internati nei campi di concentramento. Altri rastrellamenti avverranno tra il 27 giugno e il 1° luglio – con il fermo di 17mila civili – e dal 21 al 28 dicembre, con l’arresto di oltre 500 persone; tra loro donne, vecchi e bambini. Pochi, i più fortunati, li deporteranno in alcune città del nord Italia. Ma in questa “strategia della snazionalizzazione” – come l’ha chiamata Davide Conti – sono 33mila gli sloveni internati in duecento lager in Italia e sul posto, a morire di freddo, stenti, tifo e dissenteria (per Robotti erano «inconvenienti igienici»).
Come si legge in una relazione del 9 settembre 1942 di Roatta a Robotti, «si tratterebbe di trasferire, al completo, masse ragguardevoli di popolazione e di sostituirle in posto con popolazioni italiane». Altri rastrellamenti seguiranno nei centri più importanti del Paese.
«Dicono che donne e bambini e vecchi, a frotte, o rinvenuti nei boschi o presentatisi spontaneamente alle nostre linee costretti dalla fame e dal maltempo, sono stati intruppati, e avviati (tra pianti e pianti e pianti) ai campi di concentramento». Lo si legge al giorno 25 settembre 1942 del Diario di don Pietro Brignoli, cappellano militare del secondo Reggimento Granatieri di Sardegna.
Tutti i fermati – scrive il tenente dei Carabinieri Giovanni De Filippis in una delle sue periodiche relazioni – «sfilano davanti a una commissione di ufficiali della divisione Granatieri e di confidenti: secondo le indicazioni fornite da questi ultimi, si procede senza altri accertamenti: la parola dei confidenti diventa Vangelo. E così trecentomila abitanti della Slovenia restano in balìa dei confidenti…» (26 giugno 1942). Di questa commissione sono autorevoli componenti il questore di Lubiana Ettore Messana e l’ispettore capo di pubblica sicurezza Giuseppe Gueli (altri criminali di guerra): coadiuvati dal coordinatore del locale ufficio Ovra Ciro Verdiani il questore, l’ispettore e i loro tirapiedi interrogano i prigionieri e li torturano flagellandoli, bastonandoli, colpendoli al basso ventre, infliggendo bruciature o esponendo i testicoli alla corrente elettrica (non mancano i casi di stupro su alcune detenute).
Quando i detenuti vengono consegnati al Tribunale speciale di guerra, a reggere la pubblica accusa trovano il tenente colonnello Enrico Macis, altro “criminale di guerra”, altro vessatore impunito (dal novembre 1941 al settembre 1943 questo Tribunale sentenzierà la morte di 83 civili e partigiani). Macis non manca poi di manifestare il suo compiacimento per le deportazioni: come scrive il 26 aprile 1943, «nello scorso anno le autorità militari con apprezzato senso di opportunità avevano rastrellato la città ordinando l’internamento di tutti gli uomini dai 18 ai 35 anni». A Macis e Messana la Commissione delle Nazioni unite per i crimini di guerra addebiterà la fabbricazione di false prove a carico di parecchi imputati.

L’inquisitore diventa partigiano
Passata la guerra, a Macis verrà conferita la qualifica di “Partigiano combattente”. Non bastasse, nel 1946 l’ufficio informazioni dello Stato maggiore dell’Esercito gli commissionerà uno studio sui problemi di carattere giuridico in ordine ai crimini di guerra. Come affidare ad Al Capone uno studio sul consumo illegale di alcolici…
Sempre a Lubiana, negli anni di Ettore Messana e di Emilio Grazioli, la città è attraversata da veri e propri squadroni della morte con licenza di uccidere a vista i “ribelli”. Sono sorprendenti le analogie con gli assalti paramilitari in Sicilia nel 1946-1947 contro cooperative, Camere del lavoro, sindacalisti ed esponenti della sinistra (verranno uccisi 27 militanti del Pci), anni in cui, nell’isola, Messana ricopre la carica di ispettore capo.
Sì, perché dopo la liberazione, ritroveremo i torturatori Messana e Verdiani non in galera, non silenziosamente pensionati, ma l’uno dopo l’altro a occuparsi di antimafia alla guida dell’ispettorato di pubblica sicurezza per la Sicilia, ovvero a depistare indagini e a coltivare relazioni con latifondisti, mafiosi, monarchici e banditi come Salvatore Giuliano.

La pulizia etnica
Dalle parole di Giovanni De Filippis e dai metodi criminali dei funzionari di polizia e del magistrato competente traspare l’incapacità degli alti comandi di esercitare il controllo del territorio tramite il consenso. E quale sarebbe allora il “piano b”, a fronte del fallimento di una tale assimilazione affrettata e forzata? Ai suoi uomini il generale Mario Robotti parla chiaro: bisogna «far coincidere i confini razziali con quelli politici», ovvero fare pulizia etnica. Ne conviene l’alto commissario Grazioli che, in una lettera del 24 agosto 1942, sottopone al ministro degli Interni il suo piano di soluzione del «problema» della popolazione slovena: «distruggendola, trasferendola, eliminando gli elementi contrari», ovvero la “soluzione finale”.
In totale, 109.437 jugoslavi verranno deportati nei campi di concentramento fascisti in Italia. Ad Arbe, Carlo Alberto Lang, capitano medico incaricato di un sopralluogo, segnala che tra il settembre e l’ottobre 1942 in trenta giorni muoiono 209 persone, di cui 62 bambini sotto gli 11 anni. E al medico provinciale che segnala i numerosissimi casi di «dimagrimento patologico con l’assoluta scomparsa dell’adipe anche orbitario, ipotonia e ipotrofia grave dei muscoli, edemi da fame negli arti inferiori, vomito» e insistenti epidemie tra gli attendati nel campo di Arbe, il generale Gastone Gambara (altro “criminale di guerra”) il 17 dicembre 1942 cinicamente replica quanto fosse «logico e opportuno che campo di concentramento non significhi campo di ingrassamento, in quanto “individuo malato = individuo tranquillo”».
Numerosi internati ad Arbe verranno poi trasferiti in Italia. Dal diario del maresciallo della marina jugoslava Franc Ljubič, internato a Gonars e addetto dell’infermeria, 25 novembre 1942: «Questa gente di Arbe… Solo pelle e ossa, madri con i neonati, bambini di 4/5 anni, ragazze di 15/16. All’infermeria è giunta una donna che non ha potuto lavare per quattro settimane il figlioletto di un mese e mezzo. Quando fu lavato era come se rinascesse, però del freddo si vedevano già i segni. Nell’altro settore dell’infermeria, oggi tre morti ed un nato».
Ad Arbe moriranno circa 4.500 internati. E non tragga in inganno la clemenza accordata a 1.500 ebrei riparati in Dalmazia dalla vicina Croazia, sottraendoli momentaneamente ai tedeschi e ai violentissimi ustascia croati di Ante Pavelic, poiché «l’incertezza dei vertici militari circa la consegna degli ebrei», scrive Davide Conti, è da ascrivere «alle conseguenti reazioni che si potrebbero scatenare nelle milizie cetniche e anticomuniste» di estrazione ultracattolica che sono al fianco dell’esercito italiano nella guerra antipartigiana: questi collaborazionisti «difficilmente avrebbero accettato un così evidente allargamento del peso politico croato nella regione». Non fosse arrivato l’8 settembre, tutto questo avrebbe assunto le dimensioni del genocidio.

L’Italia si autoassolve
Nel dopoguerra, in quell’Europa divisa in due, in Italia si enfatizzeranno, decontestualizzandole, la diaspora dalmata-istriana e le foibe, mentre si minimizzeranno, sino alla rimozione, le violenze compiute dall’esercito italiano nei confronti della popolazione civile slovena, dalmata, montenegrina, croata, greca, russa e albanese, in aggiunta alle violenze già a referto in Libia (100mila vittime su 800mila abitanti: un genocidio) e in Etiopia (nel Corno d’Africa tra il 1935 e il 1943 si contano 300mila vittime). Calerà il silenzio anche sui bombardamenti di natura terroristica compiuti dalla Regia aeronautica italiana sulla città basca di Durango il 31 marzo 1937 (morti 289 civili) e su Barcellona in Catalogna tra il 16 e il 18 marzo 1938 (670 morti) durante la Guerra civile spagnola. Sono atti criminali non inferiori a quello tedesco e italiano del 26 aprile 1937 su Guernica (quattro settimane dopo la strage di Durango), a torto ritenuto il primo atto di terrore dal cielo deliberatamente compiuto contro la popolazione civile.
Insomma, brandendo il paradigma dell’“italiano buono”, benevolmente assunto dall’opinione pubblica, sui nostri crimini cala l’oblio e l’Italia si autoassolve, cancellando dal senso comune (e dai testi scolastici) la memoria dei nostri omicidi e ogni traccia dei nostri campi di morte.

Dal sito “direfarebaciare”, 23 gennaio 2019

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