4.3.17

Rossi e divisi. L'Internazionale operaia e socialista tra le due guerre (Nicola Tranfaglia)

Pietro Nenni
Un paradosso, a prima vista inspiegabile, caratterizza gli studi storici sul movimento operaio e internazionale tra le due guerre: dopo il 1945 si è accumulata un’immensa serie di studi e di ricerche sull'Internazionale comunista mentre ancora poco e male si conosce l’Internazionale operaia e socialista. Eppure oggi sono proprio i partiti socialisti, le socialdemocrazie di varia tendenza che dominano la scena in Occidente e contendono il potere ai partiti cattolici o conservatori, mentre i partiti comunisti — se si eccettua, almeno in parte, il caso italiano — attraversano una fase di declino, legata soprattutto all’incapacità di analizzare i mutamenti della società industriale e di adeguare ad essi la propria azione politica.
Sappiamo tutto, insomma, sulla Terza Internazionale, sciolta ormai da più di quarant’anni, e non possediamo che memorie e studi parziali sull'organizzazione dei partiti socialisti ancora viva e vittoriosa (almeno in Occidente) dopo la seconda guerra mondiale.

Il ruolo di Nenni
Le ragioni del paradosso ci sono spiegate da Enzo Collotti nelle pagine iniziali degli Annali Feltrinelli, dedicati appunto a L’Internazionale operaia e socialista tra le due guerre (pagg. 1240) quando afferma che «la capacità di mobilitazione politica di larghe masse, l’intensità del dibattito politico e ideologico che percorse la Terza Internazionale, la sua stessa capacità di espressione propagandistica ne fecero una protagonista di primo piano nella storia del movimento operaio internazionale, le cui vicende sono entrate a far parte della tradizione e della memoria dei partiti comunisti rafforzatisi nei movimenti di resistenza nel corso della seconda guerra mondiale o giunti al potere in conseguenza ai essa». Ma a queste ragioni occorre aggiungerne un’altra di pari importanza: ed è che la crisi del primo dopoguerra in Europa si era conclusa con vincitori e vinti e se i primi erano in alcuni paesi i fascisti e in altri i conservatori, gli sconfitti erano stati dovunque i socialisti, dall'Italia alla Germania, all’Inghilterra e alla Francia. I comunisti, invece, erano apparsi troppo tardi sulla scena perché si potesse attribuire loro il peso del crollo.
Di qui, ad ogni modo, una sproporzione impressionante nell’attenzione dedicata dagli storici alle vicende e ai personaggi di quel ventennio: lo stesso ampio volume curato da Collotti non si propone affatto di colmare le grandi lacune esistenti, bensì di costituire un solido punto di partenza per le ricerche che dovranno svilupparsi nei prossimi anni.
Un primo risultato interessante riguarda l’analisi del modello di socialismo cui guardarono negli anni Venti e Trenta i partiti socialisti europei. Di fronte al mito crescente e contraddittorio dell’Unione Sovietica come «patria del socialismo» - mito che non dominava soltanto i militanti comunisti, ma anche una serie di intellettuali d'ogni paese vicini alla sinistra (basti ricordare il libro famoso dei coniugi inglesi Webb sull’Urss, che ne diede un’ immagine idilliaca e inattendibile) - era difficile opporre singole esperienze riformatrici e amministrative, come quelle, appunto, che potevano vantare le varie socialdemocrazie.
Nacque così e si diffuse straordinariamente il mito della «Vienna rossa», della capitale austriaca governata, fino al colpo di Stato clerico-fascista del 1934, da una social-democrazia attiva e originale, intenta a costruire un modello alternativo rispetto a quello sovietico, se pure in dimensioni assolutamente non confrontabili. E alla «Vienna rossa», Enzo Collotti dedica negli Annali Feltrinelli una ricerca approfondita che chiarisce molti punti essenziali di quell'esperienza e lo conduce a conclusioni ancora problematiche: «Il successo della socialdemocrazia viennese», egli osserva, «viveva anche e si moltiplicava sulla base di quello che Vienna aveva già costruito. Il segnale che l'esperienza viennese lanciava significava che era possibile cambiare le cose, ma non era un segnale né sui tempi brevi né applicabile indiscriminatamente in ogni circostanza». Fu insomma un’esperienza strettamente legata alla storia della città e della prima repubblica austriaca, non un modello estensibile ad altri paesi.
Un altro capitolo significativo della vicenda dell’Internazionale operaia e socialista è quello dedicata al ruolo di Pietro Nenni e del Psi di fronte alla situazione intemazionale, ai riarmo e alla guerra che si avvicinava. In alcune ricerche (coordinate tra loro) di Bruno Tobia, Mario Mancini e Leonardo Rapone viene ricostruito con precisione il dibattito che si apre negli anni Venti e va avanti fino alla svolta dell’impresa d’Etiopia e della guerra civile di Spagna sul «che fare» di fronte alla politica dei paesi fascisti, Italia e Germania. Emerge così in modo assai netto l'esistenza nell'Intemazionale socialista di due tendenze contrapposte: l’una — che fa capo soprattutto al partito socialista francese e al Labour Party — appiattita sulla politica conservatrice di «appeasement»; l’altra, in cui ha gran parte Nenni, ma anche Otto Bauer, che fino alla metà degli anni Trenta cerca inutilmente di sottolineare la natura fatalmente aggressiva dei fascismi e la conseguente necessità di non cedere, di prepararsi a uno scontro decisivo per l’avvenire della democrazia.
Dalla ricostruzione di quegli anni si ricava la sensazione prepotente di un assedio cui le socialdemocrazie non riescono a far fronte. Da una parte c’è il mito del socialismo sovietico che tarda a rivelarsi per quello che è in una fase di intensa trasformazione industriale della Russia, che costa lacrime e sangue ma sembra andare nella direzione di un innegabile progresso economico-sociale; dall’altra l'ondata conservatrice che si impadronisce dell’Occidente e porta alla ribalta uomini deboli come Chamberlain, o disposti, in tutto e per tutto, a colludere con i fascisti, come il francese Daladier. Così i socialisti sono soli e si dividono: quello di Angelo Tasca e delle sue incertezze di fronte a Vichy è un caso estremo (non l’unico) che rivela una situazione di intenso disagio e difficoltà.

Domande irrisolte
Ma l’interesse del volume curato da Collotti sta anche nell’apertura di fronti nuovi alla ricerca sul socialismo internazionale. Penso ai saggi di Tony Judt e Patrizia Dogliani sulla struttura sociale dei partiti socialisti dopo la prima guerra mondiale (quello francese, in particolare) e sui quadri e sull’organizzazione dell’Internazionale. Penso, ancora, alla ricerca assai fine condotta da Alfredo Salsano sugli «ingegneri e il socialismo» negli anni Trenta, quando il «planismo» di de Man e il «taylorismo» sociale americano attraggono molti giovani dirigenti dei partiti socialisti presentandosi come una «terza via» tra il capitalismo liberista e la pianificazione rigida praticata dall'Urss.
Salsano osserva, a ragione, che è ancora in buona parte da ricostruire «la storia della risposta che ebbe il planismo nelle varie componenti del movimento socialista e operaio europeo» e che ancora oggi su ciò pesa negativamente il destino personale di de Man, divenuto collaborazionista dei nazisti. Ma proprio il suo lavoro dimostra che per rispondere a questa e ad altre domande ancora irrisolte è necessario dedicare meno spazio all'analisi del dibattito ideologico e più attenzione alle concrete esperienze di governo e di azione politica dei socialisti tra le due guerre mondiali.

"la Repubblica", ritaglio senza indicazione di data, ma 1983

2.3.17

Esami di maturità (Giorgio Amendola)

Giorgio Amendola a venti anni
(...) Ero preparato da tre “allenatori”, i più bravi della classe: Pietro Grifone, Carlo Marchiani e Alessandro Lizier, che si alternavano a turno per più ore, fino a quattro ore consecutive. Dormivo sei ore, mangiavo poco ma sostanzioso. La preparazione scolastica assunse il carattere di un allenamento sportivo. La pagella di febbraio era stata disastrosa, quella finale migliore, ma con un 4 in scienze naturali e molti 5. Compresi allora il valore dell’esame, che difendo ancora oggi contro la generale contestazione. Il valore dell'esame non è certamente culturale, perché un imbottimento accelerato e massiccio di notizie imparate a memoria sulla base di compendi e tavole riassuntive non può servire a nulla. Il valore è essenzialmente morale, di prova di carattere e di volontà. Una prova da superare, una selezione da affrontare; come la vita esige fuori della scuola e in ben più severe condizioni e con maggiori ingiustizie.
Sentivo allora attorno a me la fiducia degli amici e la tesa diffidenza degli altri. Per me la posta non era il pezzo di carta della licenza liceale, ma la conquista di una stima di cui avevo bisogno per riorganizzare la mia nuova vita (...).


da Una scelta di vita, Rizzoli, 1976

Uno, cento, mille euri (Luigi Pintor)

Un editoriale di Luigi Pintor al tempo dell'introduzione dell'euro (c'era ancora la doppia circolazione). L'autore mi pare assai acuto nello svelare i messaggi ideologici di certe scelte linguistiche imposte con il manganellamento mediatico. Io comunque non ho mollato: ancora oggi, quindici anni dopo, continuo a dire euri. (S.L.L.)

Se l’euro possa essere declinato al plurale (come i dollari o gli aerei) oppure no (come le auto e dio) non è una questione di lana caprina, che peraltro era un tessuto elegante ed economico sebbene rude e autarchico. E non è una questione apparentemente oziosa come il sesso degli angeli, che ebbe peraltro rilevanza teologica e impegnò a lungo la filosofia scolastica, neoaristotelici e tomisti.
Noi trascuriamo a torto le lettere dei lettori che i grandi giornali (a suo tempo anche la Pravda) curano invece come la pupilla degli occhi. Perciò non ci siamo accorti che la nostra rubrica di fondo pagina (quando non c’è la pubblicità) ha avviato sulla nuova moneta un dibattito filologico che non può lasciarci indifferenti e neutrali. A titolo personale, e naturalmente in minoranza, non esito a schierarmi a fianco della nostra lettrice senese contro l’euro singolare e assoluto (monoteista) e a favore degli euri relativi e plurali (pagani).
Scientificamente non so, non oso avventurarmi su questo terreno. Uso un lessico familiare e se dico gatto voglio poter dire gatti. Preferisco il maschile e il femminile al neutro, odio le maiuscole e umanizzerei al plurale perfino i nomi propri (ci sono al mondo molti ernesti, molti tommasi, molti luigi che già finiscono con la lettera i). La moneta è già di per sé un’astrazione massima e idealizzarla come indeclinabile oltreché onnipresente e onnipotente mi sembra un eccesso di zelo e masochismo inconscio.
L’argomento secondo cui il neologismo euro (a prescindere dal vento omonimo) è una contrazione di Europa e pertanto non può essere articolato è un argomento specioso e tendenzioso. Questo neologismo non designa infatti un vecchio continente ma un nuovo oggetto, è un nuovo nome per una nuova cosa che prima non c’era, è un sostantivo a cui vanno riconosciuti tutti gli attributi dovuti a ogni sostantivo che si rispetti (autonomia e dignità grammaticale e sintattica).Non bisogna permettere che il gergo prevalga sulla lingua. Scorgo un’insidia ideologica (non filologica), in questo euro singolare imperativo, una suggestione feticista, la moneta totemica come specificazione o variante del pensiero unico in vista del danaro globale. Semplificando, al dollaro che brilla nella pupilla di paperone preferisco gli spiccioli che diventano quasi umani nelle nostre tasche, perché mi sembra di usarli io invece di essere da loro usato (governato, determinato).
Infine le monete sono fatte per essere moltiplicate, esigono il plurale (potreste mai immaginare la moltiplicazione del pane e del pesce se non si potessero declinare?). Eppoi è una questione di suono, di orecchio. Euro è tenebroso, suona come orco. Euri è gioviale, suona come puffi o finferli. Se immaginate dei bambini che giocano in un prato e arriva l’euro tutti scappano, bambini e gnomi. È come sempre una battaglia persa, come contro lo smog, ma con una differenza: se non posso impedire la circolazione degli auti nessuno può impedirmi di dire euri in luogo pubblico, al taxista, al bar e dove mi pare e piace anche se è vietato fumare.


“il manifesto” 25/1/2002 – in Punto e a capo, Scritti sul “manifesto” 2001-2003, manifestolibri  2004

Un bruco qualunque (Tommaso Landolfi)

Una compagnia di giovanotti e ragazze s’intratteneva piacevolmente in una corte alberata; d’un tratto la più pallida e bionda sussultò, si portò una mano al petto ed emise un’esclamazione soffocata, indicando un punto in terra. Gli è che per lì procedeva, alla sua goffa maniera, un piccolo bruco rossiccio, neppure dei più sgargianti: un umile bruco, un bruco qualunque. Procedeva contraendosi, stiracchiandosi, lordandosi di polvere, parendo trascinarsi dietro un gran peso; volgeva il capino a dritta e a manca, ogni tanto si fermava per tentare l’aria colle brevi antenne; poi, quasi con sospiro di rassegnazione, riprendeva pazientemente il cammino, riaffrontava le minime asperità del suolo come a noi avviene d’affrontare colline e montagne. Verace immagine, insomma, dell’uomo nel suo faticoso passaggio terreno. O magari, per ciò che ne sappiamo, tutto al contrario: magari lui andava a passeggio spedito quanto gli era concesso, e si sentiva felice, il mondo gli sembrava meraviglioso... Ma bah, in fondo fa poca differenza. Tale comunque l’esserino che aveva destato il ribrezzo della sensibile fanciulla, e che, di tutto ignaro, continuava ad arrancare pei fatti suoi. Ora però il più rubizzo e devoto (alla biondina) dei giovani, seguito il verginale sguardo e individuato il responsabile di tanto turbamento, esclamò: «Ah, è per quel coso lì? », e girò gli occhi intorno, evidentemente in cerca d’uno strumento atto a levar dal mondo il coso stesso; non avendolo trovato, e d’altro canto poco disposto a insudiciarsi fosse la suola d’una scarpa, si rizzò ed impugnò per la spalliera la propria seggiola. Qui un pietoso volle intervenire: «Lascialo andare, che male ti ha fatto». Se non che il primo: «Storie!», e con un piede della seggiola portò un gran colpo al piccolo bruco, attardandosi poi a spiare sul volto della fanciulla gli effetti della sua prodezza.
Gran colpo, ma, data l’arma, impreciso: il bruco, morto più che per metà, dovette lungamente e ancor più buffamente contorcersi, rivoltolandosi nel proprio bianco sangue. Da ultimo rese l’anima (vegetativa) al Creatore, e la fanciulla fu contenta.

da Animalini in Diario perpetuo, Adelphi, 2012

Il miracoloso legame tra la vecchia e la nuova Cina (Raniero Panzieri 1955)

Tra il settembre e l'ottobre del 1955 una piccola, ma importante delegazione del Partito Socialista Italiano si recò in visita in Cina. C'erano il segretario, Pietro Nenni, con la moglie Carmen e la figlia Luciana, Raniero Panzieri, responsabile della commissione culturale del partito, e Vincenzo Ansarelli in qualità d'interprete. Benché Nenni viaggiasse a titolo personale c'era in quella visita qualche segnale di disgelo anche da parte della Repubblica Italiana. Prima della partenza egli aveva incontrato il presidente della Repubblica Gronchi, il presidente del consiglio Segni e il ministro degli Esteri Martino, il che aveva suscitato polemiche da parte della destra. In Cina ebbe peraltro incontri politici al più alto livello, con il presidente Mao Tse Tung e con il primo ministro Chou En Lai. Tredici anni più tardi, da ministro degli Esteri nel governo Rumor, Pietro Nenni avrebbe aperto trattative formali per l'apertura di relazioni diplomatiche con la Cina comunista, che si conclusero positivamente nel 1970. L'Italia svolse nell'occasione un ruolo di battistrada rispetto alle altre nazioni occidentali.
Sul viaggio, oltre ai preziosi appunti nei diari di Pietro Nenni, fornisce notizie un articolo di Raniero Panzieri, pubblicato sul numero di novembre 1955 di Mondo Operaio (Note di un viaggio in Cina). Panzieri, peraltro, vergava nel corso della visita appunti personali, che furono pubblicati postumi con il titolo Diario cinese, del quale è già presente in questo blog un brano dedicato a Chou En Lai (http://salvatoreloleggio.blogspot.it/2013/01/cel-comunista-moderno-giovane-forse-un.html). Qui riprendo il breve, ma molto sugoso, resoconto della visita della delegazione italiana alla cosiddetta Città Proibita, già sede del potere imperiale. (S.L.L.)
Pechino, La Città Proibita
Giovedì 6 ottobre.
Visita alla Città proibita, immensa, ora in parte sede del governo popolare, in parte museo, in parte bellissimo parco. Il direttore che ci accompagna è un tipo di intellettuale raffinato, vecchio stile, che a noi richiama l’immagine banale del mandarino. Alla fine della visita, quando ci spiegherà che cosa ha dovuto fare il governo per mettere in ordine la Città e il museo, quando ci dirà con lunghissime pause la depredazione e la devastazione compiute da Chiang Kai-shek, rivelando nello stesso tempo una forte e fine cultura storica e artistica, un gusto appassionato per l’arte cinese classica, ci rappresenterà ancora una volta il miracoloso legame della vecchia e della nuova Cina.

Purtroppo le opere di pittura, i bronzi, le porcellane, le giade, gli avori, quasi tutto è stato portato via da C. K. S. Il governo popolare sta ricomprando le opere quando e dove può, in America soprattutto. Vi sono tuttavia cose molto belle, una pittura soprattutto su seta, della dinastia Chang, lunghissima, con scene della vita in campagna e in città, che rivela una specie di fortissimo Bruegel. E dovunque, nella pittura in particolare, senti anche nelle opere di corte più stilizzate un’arte forte, piena di carica intellettuale e satirica, un’arte la cui raffinatezza non è quasi mai astratto bizantinismo. Ritrovi dappertutto nell’arte cinese il segreto dell’opera di Pechino, di uno spettacolo sviluppatosi all'ombra della Città proibita, sotto la protezione della corte, e tuttavia profondamente legato all’anima della nazione, impregnatissimo, e talora quasi apertamente espressivo di un atteggiamento di ribellione popolare ( gli eroi, la giustizia, la vendetta). E il profondo legame dell’arte figurativa, anche nelle arti minori, della decorazione, e dell’architettura con il paesaggio cinese, con la natura, è la conferma del suo carattere profondamente realistico.

Pomeriggio, visita nella via degli antiquari e ovvie scoperte. Liang è un amatore e ci spiega come questo sia il momento migliore per comprare cose antiche.

Visita alla stamperia d’arte. Ancora un simbolo della ricerca del governo popolare di riportare alla luce tutte le tradizioni artistiche e culturali, ma una ricerca in cui non c’è nulla di sforzato, di retorico, di propagandistico. In questo caso non ha fatto che fornire un aiuto e soprattutto valorizzare un artigianato artistico che stava per perire.

In Raniero Panzieri, L'alternativa socialista, Scritti scelti 1944-1956, Einaudi 1982

Il luglio 1960 come spartiacque nella storia d'Italia (Giovanni De Luna)

L'insurrezione legale della gioventù del “miracolo”
Mezzo secolo dopo è abbastanza facile collocare storicamente il «luglio '60». Basta la cronologia. Basta il confronto con l’anno precedente, il 1959, (quando la lira ottenne l’Oscar per la moneta più stabile da parte del Financial Times), e con quello seguente, il 1961, quando i dati del censimento rivelarono che in dieci anni eravamo diventati la quinta potenza industriale del mondo. Si trattava del «miracolo italiano». Il mutamento non interessò soltanto la struttura economica ma rimbalzò sulle strutture sociali e demografiche, sull’assetto territoriale, sulle caratteristiche professionali della forza-lavoro, sul funzionamento dei servizi pubblici, sull’organizzazione scolastica e su quella assistenziale. Cambiò anche la politica. Il centrismo degasperiano aveva alle spalle un’Italia sessuofobica, bigotta, contadina; la nuova Italia trovò nel centrosinistra la formula governativa per accettare la sfida di una modernizzazione improvvisa e tumultuosa.
Il luglio ‘60 si inserisce in questa sequenza di eventi, così che Genova con la sua insurrezione contro il Congresso del Msi, Reggio Emilia con i suoi morti sparati dalla polizia (così come Palermo, Licata, Catania), Roma con le cariche dei carabinieri a cavallo a Porta San Paolo, rappresentano oggi nitidamente i luoghi in cui la «grande trasformazione» che aveva investito la struttura profonda del nostro paese si manifestò nelle forme più esplicite del conflitto ideologico e della partecipazione politica.
Senza il boom non ci sarebbe stato il luglio ’60. Senza il boom non ci sarebbero stati «i giovani delle magliette a striscie» che ne furono i protagonisti e l’icona simbolica. In quei dieci anni erano diventati produttori (entrando tumultuosamente nel mercato del lavoro), erano diventati consumatori (ci fu allora per la prima volta una loro musica, il rock, un loro modo di vestire, i jeans, il loro percepirsi in una netta discontinuità rispetto alla frugalità delle generazioni precedenti); nelle piazze del luglio ’60 scoprirono la politica e l’impegno. Lasciando tutti stupiti. I partiti politici e un’opinione pubblica quasi incredula nei confronti delle «rivelazione» di cosa era maturato nelle pieghe profonde di una «gioventù» che semmai si credeva orientata più verso i valori della destra. Tutti gli osservatori furono allora colpiti proprio da questo tratto della rivolta: «Non sono soltanto i figli che ripetono fedelmente e riprendono la tradizione lasciata dai padri - notava Carlo Levi- sono questi giovani degli uomini autonomi, con caratteri nuovi, differenziati, diversi, sono i ragazzi di Palermo, sono gli operai e gli studenti di Genova, sono i giovani di ogni parte d’Italia che danno un senso nuovo alla lotta sindacale, che affermano la necessità e il diritto dello sciopero politico, sono i giovani senza ricordi di servitù con la volontà di essere uomini».
Il luglio '60 cambiò la storia d’Italia almeno fino al 1992-1994. Fino ad allora, dal 1948 in poi, era stato l’anticomunismo il valore di riferimento della leadership politica del paese. La Costituzione era stata congelata. Codici, leggi, comportamenti politici erano ancora quelli dettati dal fascismo. Era la continuità dello stato che si rifletteva negli organigrammi delle forze dell’ordine, della magistratura, del blocco del potere economico. Con il luglio ’60 l’antifascismo si ripropose come elemento fondante del nostro paradigma costituzionale. Non più un «patto sulle procedure» come era stato nel biennio che aveva portato all’approvazione della Costituzione; non ancora un’alleanza tra i partiti dell’«arco costituzionale» come sarebbe diventato dopo, ma un agente della trasformazione sociale, capace di intercettare e di dialogare con i nuovi fermenti alimentati dalla «grande trasformazione». «L’ipotesi più attendibile e più confortante - scrisse allora “Passato e Presente” - è che in luglio le masse si sono battute per la libertà: per una libertà minacciata, sì, ma certo più per una libertà da conquistare che da difendere. Si è lottato contro la cancrena diffusa nell’organizzazione sociale e politica attraverso l’insolente furfanteria dei politicanti, la corruzione del sottogoverno, la grettezza bigotta della censura, la tracotanza padronale nella fabbrica, l’avvilimento della scuola, l’istituto della raccomandazione sostituito al diritto al lavoro, la retorica nazionalistica sciorinata a coprire le piaghe sociali».
È impressionante notare oggi la vivacità culturale che si ritrova a cavallo delle giornate del luglio ’60. Non solo una canzone (come quella di Fausto Amodei sui morti di Reggio Emilia) e l’esperienza liberatoria della musica dei «Cantacronache»; ma anche il cinema (dopo la glaciazione degli anni ’50 - con un unico e solo film dedicato alla Resistenza, Achtung Banditi di Lizzani del 1954 - uscirono uno dopo l'altro Il generale Della Rovere, Le quattro giornate di Napoli, Tutti a casa..), la letteratura, l’arte e perfino la televisione che nel 1961, dopo 7 anni dalla sua nascita, mandò in onda per la prima volta un programma dedicato alla Resistenza. Un paese che si trasformava nella sua struttura economica e scopriva la strada della modernizzazione culturale si riconobbe allora pienamente e compiutamente nell’antifascismo.
Tra gli antifascisti, Piero Caleffi parlò allora a proposito di Genova di «insurrezione legale». Era un ossimoro, ma oggi segnala quella che fu allora una percezione diffusa. Venti anni di fascismo avevano introdotto i germi di due fenomeni difficili da smaltire: la violenza era stata utilizzata vittoriosamente per prendere il potere e distruggere le istituzioni dello Stato liberale; l’unica forma di opposizione politica possibile era quella legata alla clandestinità e illegalità. Sviluppatosi contro la dittatura, l’antifascismo era nato nell’illegalità e nell’illegalità aveva trovato l’unico possibile antidoto all’oppressione, approdando alla concezione di una legalità fondata sui principi morali e contro le leggi dello Stato. Questa legalità superiore era diventata legalità tout court con la Carta Costituzionale che vietava la ricostituzione del partito fascista. Gli insorti di Genova si percepirono dentro quella legalità costituzionale e infransero le leggi con la coscienza di chi sa che quella disobbedienza è alimentata dai succhi della democrazia e della lotta per la libertà. Era tutto molto chiaro: «Da una parte - come scriveva allora Francesco Fancello - esiste un categorico divieto della nostra carta costituzionale alla ricostituzione del partito fascista... .dall’altra parte l’aspetto giuridico formale del problema è soverchiato da quello derivante dalla carica morale-politica che ha trascinato tanti italiani nel campo dei fuorilegge...durante il tempo del fascismo dominante». Quel tempo era allora vicino, ancora troppo vicino.


“il manifesto”, 4 luglio 2010

Personaggi tocca a voi. Un gioco letterario di Umberto Eco

Umberto Eco, all'inizio del fatidico 1989, propose ai lettori della sua "bustina" su "L'Espresso" un gioco: ricostruire la fisionomia di un personaggio letterario usando solo vocaboli inizianti con la stessa lettera dell'alfabeto con cui inizia il loro nome. Volle fornire lui stesso un esempio, un minialfabeto con solo 13 personaggi, per ragioni di spazio. Ne ho scelti 5, che a me sembrano molto ben riusciti. (S.L.L.)


Athos
Appaio amaro? Aramis, Artagnan, ascoltate. Amavo appassionatamente. Assistendo amata avvertii algido avviso. Avevo adorato adultera acciarata. Abbandonai avito albergo, andai ad armarmi, arso assaporai assenzio, alcoolizzandomi. Adesso avvedomi: astuta avventuriera ancora aggirasi attorno. Ammaliando ardente assistente, assassinò aristocratico anglo-sassone, addolorando Anna Austriaca. Aprendo anello, avvelenò angelica ancella. Aspide! Assez. All’alba, avviamoci all’acqua: artigiano atroce, arma alzata, asportale altero aspetto, ammutoliscila.

Edipo
Ellenico erede esiliato, esule errando erroneamente elimino Egli. Efferata ecatombe! Esplico enigmi egizi, eleggonomi esarca, eccito eroticamente Ella. Empio epitalamio, esecrabile equivoco! Eros esprime esiziale Es! Esplosa epidemia, ebete eludo esatta epitome. Eppure era esplicito! Esodo: Essa esulcerata esala estrema espirazione. Espiando, emulo eclissi. Entro epopea eterna, emblema esistenza.

Raskolnikov
Rinnegando regole, ritenendo realizzare retta rivendicazione, randello repellente rugosa russa. Raccatto rado rififi. Retroattivamente recrimino, raccapriccio. Ricerco redenzione.

Sorel, Julien
Sfumate speranze Sant’Elena, seduco signora sindaco, sfi-niscomi seminario, sogno sposare sublime signorina, sfioro soglia sistemazione sociale. Strafaccio. Sparo. Scarlatto, scuro, si sbaglia sempre.

Ulisse
Ustionai un uniciglio, udii umide ululanti umanoidi, uomini urlarono, ungulati umiliati. Un uscio, un uggiolio... Unico unigenito, uniamoci. Uccido usurpatori. Uniscomi uxorio. Ulteriormente, urgemi ultima uscita ultramarina, universale utopia. (Un undergraduate Ulsterofobo utilizzerà uguale Urform).


L’Espresso 22 gennaio 1989

Politica e sentimento. Il giornalismo di Matilde Serao (Lucio Villari)

Proprietario e direttore di un quotidiano romano, “Il Tempo” (giornale « fatto senza troppa finezza e senza troppi scrupoli » e tuttavia molto diffuso), Riccardo Joanna resiste alla pressione di alcuni Uomini politici che vogliono comprare il giornale per un milione di lire (siamo alla fine del secolo scorso). È il principio della fine: “Il Tempo” va a rotoli e Joanna, chiudendo la sua giornata, consiglierà, mestamente, un giovane amico apprendista a trovarsi un altro mestiere. «Non posso, disse questi con voce grave. — Farò il giornalista».
Questo direttore sconfitto è il protagonista di uno dei rari «romanzi del giornalismo» della nostra letteratura: La vita e le avventure di Riccardo Joanna (1887). In esso Matilde Serao ha manifestato la sua idea di un giornalismo vissuto, anzitutto, come «sentimento», come rapporto sensitivo, indi-pendente, perfino, dai contenuti, culturali o politici, che in un giornale vanno comunque versati e dal giornale debbono scaturire. Tale visione, ruvida e calda, la Serao la porterà con sé nella varia attività di giornalista e di direttrice congiungendola, con grande naturalezza, all’abilissimo mestiere del giornalista-marito Edoardo Scarfoglio, insuperabile confezionatore (insieme ai figli Carlo e Paolo) del “Mattino” di Napoli.
E quando, lasciato II Mattino, la Serao si trovò sola con se stessa e con la letteratura, rivendicò presto la sua identità fondando, nel 1904, un nuovo giornale, “Il Giorno”, che negli anni immediatamente precedenti l’avvento del fascismo volle mostrare un aspetto bonario della borghesia meridionale e fu, come è stato osservato, «il rovescio pacifico ed accomodante della medaglia del Mattino ».
Una medaglia, “Il Mattino”, da tenere gelosamente in collezione perché vi è sbalzata molta parte della storia d’Italia a cavallo tra i due secoli dalla «grande frustrazione» meridionale ai più violenti spiriti militaristici e imperialistici della borghesia di Crispi. Scarfoglio e la Serao si intendevano a perfezione quando si trattava di eccitare gli animi dei lettori a «egregie cose» quali le spedizioni coloniali e la sottomissione di inermi popolazioni abissine. Dalla penna della Serao fiorivano, talvolta con pseudonimi, guarda caso, maschili, articoli fiammeggianti (« Non vedete — scriveva nel 1895 —• come l'Italia vuole dare [in Africa] il suo sangue? Non vedete che vogliono morire e lo richiedono, ridendo e cantando"? »). A loro giustificazioni deve però dirsi che lo stato di approssimazione incosciente con cui i nostri governi liberali organizzavano aggressioni colonialistiche diminuiva di molto la responsabilità morale e politica n di alcuni giornalisti entusiasti.
“Il Mattino era comunque il giornale più diffuso del Mezzogiorno e aderiva molto bene sia alla tradizione che alle variazioni della società napoletana. «Gli Scarfoglio - dirà poi Gramsci — erano dei giornalisti nati, cioè possedevano quella intuizione rapida e “simpatica” delle correnti passionali popolari più profonde che rende possibile la diffusione della stampa gialla ». Ed è singolare che di ciò fossero capaci Scarfoglio e la Serao che non erano napoletani e ohe avevano maturato la loro esperienza di giornalisti in un clima sociale molto diverso, quello di Roma. Questo fa pensare che l’opinione pubblica meridionale, la «cultura media» del Mezzogiorno si trovassero, alla fine dell'Ottocento e agli inizi del secolo nuovo, in uno stato di ipersensibilità, di tensione politica, di volontà di «separazione» dal resto dell’Italia, insomma in una condizione tale da costituire il luogo ideale per un giornalismo tendente a formare più che a informare. E non è detto che questo non fosse il prodotto della depressione economico-sociale del Mezzogiorno; solo che quel misto di inquietudine e di dilettantismo, di popolarismo e di chic europeo di una certa Napoli che “Il Mattino” interpretava in modo agile e moderno formano qualcosa di più sottile, una particolare ideologia, venata di nostalgie conservatrici e di spiriti avventurosi e guerrieri, sulla quale sarebbe utile indagare non con puntigliosità scolastica ma semplicemente con curiosità storica intelligente.
La posizione politica della Serao giornalista, ad esempio, ha avuto delle evoluzioni che non sarebbero comprensibili al di fuori di quella trama ideologica «sui generis». Come direttrice del “Giorno” ella aderì, sostanzialmente, alle posizioni di Nitti, cioè a un certo radicalismo progressivo che lei però (ecco l’ideologia) riusciva a smussare con dei tocchi conservatori. Il disegno nittiano di un Mezzogiorno riscattato da un moderno capitalismo industriale veniva diluito dalla Serao in una visione più «dégagé» delle necessità dello sviluppo economico del Sud.
La grande fiducia nell’intelligenza dei meridionali, nel loro trasformismo politico, era anche alla base dell’atteggiamento del “Giorno” nei confronti del fascismo montante. Un fascismo che la Serao e i suoi collaboratori (tra i quali vi fu anche Luigi Salvatorelli) ritenevano potesse essere addormentato, prosciugato dei suoi elementi di violenza e restituito come strumento di potere neo-liberale e antisocialista. «Il fascismo — scriveva “Il Giorno” nel 1921 — è un errore che va a schiacciarsi contro un altro errore e dai quali, simultaneamente, il buon senso paesano ha il dovere di guardarsi ».
È facile parlare di qualunquismo «ante litteram», in verità questa posizione morbida e annoiata della Serao nei confronti del fascismo è stata il perno della maggior parte dell’antifascismo italiano, quell’antifascismo borghese del «buon senso» che ha orientato non solo molte coscienze durante la dittatura ma molte strutture di potere della nostra repubblica. Con i risultati che sappiamo.
Non dimentichiamo, infatti, che molte antipatie antifasciste nascevano, specie nel Mezzogiorno, non dal dissenso politico nei confronti della dittatura ma dal fastidio per quel tanto di «popolare» che vi era nelle opere e nei giorni del regime. L’esperienza politica e giornalistica dell’ultima Serao va dunque valutata come un documento importante della nostra storia contemporanea.


“la Repubblica”, 21 febbraio 1977

1.3.17

Miracolo variopinto. Una poesia di Ghita Genovese Vella (1928-2015)

La mia amica erba
mi nasconde la magia
dei suoi fili verdi.
Non so cosa dica
ai semi che nutre e cresce
spade dritte a cammini lontani.
Non mi racconta
il miracolo variopinto
vissuto dalla finestra
della mia baita
apparso allo spuntare dell’alba
quando al l’improvviso il campo
ebbe odori di vita
dopo lunghi mesi di neve.


Da Ciotole d'argilla, Campanotto editore, 2009

Sergio Leone. Leningrado, storia di un film tanto sognato (Alberto Crespi)

Il 12 gennaio del 1989 su “la Repubblica” apparve un breve articolo dal titolo Mosca firma. Leone girerà il kolossal 'Leningrado'. Eccone uno stralcio: “Dopo quattro anni di attesa, finalmente la notizia è arrivata: Sergio Leone girerà la storia d'amore che ha per sfondo il terribile assedio che per 900 giorni bloccò Leningrado, durante la Seconda guerra mondiale. L'annuncio è arrivato dallo stesso regista, ieri, in una conferenza stampa organizzata a Mosca, dopo la firma del contratto definitivo tra la Sergio Leone Corporation, gli enti sovietici Sovifilm, Sovexportfilm e gli studi Lenfilm, con il Comitato di Stato dell'Urss per la cinematografia come garante. Non sarà solo un film di guerra ha detto il regista il mio scopo è quello di mostrare i sentimenti umani sullo sfondo della guerra. Il protagonista maschile, interpretato da Robert De Niro, è un cineoperatore americano che si innamora di una ragazza russa, nei giorni dell' assedio posto dai nazisti a Leningrado (la protagonista, un'attrice sovietica, non è ancora stata scelta). Il titolo provvisorio dell'opera è Leningrado e, per la realizzazione delle scene di guerra, Leone avrebbe chiesto all' Armata rossa ben duemila carri armati dell'epoca. “Me ne hanno concessi cinquecento, e se non basteranno gli altri saranno di cartapesta; il film non può che essere girato qui, in Unione Sovietica, e in particolare a Leningrado” ha precisato il regista, aggiungendo ironicamente che durante le riprese verranno usati degli accorgimenti per non distruggere la città una seconda volta. Secondo il padre del western all' italiana, per vedere l'opera completa bisognerà aspettare almeno tre anni... Il film, con musiche di Dmitri Sciostakovich ed Ennio Morricone, ha richiesto quattro anni di trattative prima che si arrivasse, ieri, alla firma del contratto definitivo... Secondo Aleksandr Surikov, presidente della società Sojuz Kinoservice, il progetto del film è forse il più grande attualmente in preparazione a livello mondiale”.
Il 30 aprile Sergio Leone morì. L'indomani Alberto Crespi raccontava su “l'Unità” le vicende di questo film che – ovviamente - non venne più girato. (S.L.L.)

Rimarrà uno dei grandi film «non fatti» del cinema italiano. Come il Mastorna di Fellini, o la Recherche di Visconti, o il film su San Paolo di Pasolini. E rimarrà la grande rimozione, all’intemo di quella sorta di mondo «parallelo» che è il cinema sovietico sulla «grande guerra patriottica»: un cinema ricco di titoli, anche di capolavori, in cui rimane un buco nero: Leningrado, il suo assedio, quei 900 giorni che costarono milioni di morti. Sergio Leone voleva riempire quel buco, illuminarlo. Non ne ha avuto il tempo.
Già, il tempo. È stato il vero protagonista del rapporto, lungo e mille volte interrotto e ripreso, fra Sergio Leone e l’Urss. Era un progetto vecchio di anni, precedente a C'era una volta in America. Un progetto in cui si incontravano i «tempi lunghi» del regista e quelli, ancora più secolari, della burocrazia sovietica. I contatti con Mosca erano iniziati in tempi di «stagnazione», quando il ministro del cinema era l’ultra-brezneviano Filip Ermas, uno degli epurati nel Plenum del Pcus di pochi giorni fa. Il nuovo corso aveva dato una mano al film: l’avvento del regista Klimov alla guida dell'Unione dei cineasti, e di Kamsalov al ministero del cinema, avevano semplificato le cose. Rimanevano punti di disaccordo. Ai sovietici non piaceva che la fonte del film fosse un libro americano, il reportage I 900 giorni di Harrison Salisbury. Ma Leone aveva scoperto in Urss un libro altrettanto bello e drammatico, Blokadnaja kniga («Il libro dell’assedio») di Danil Granin e Ales Adamovic (quest’ultimo, non a caso, sceneggiatore di fiducia di Elem Klimov). Sullo sceneggiatore di parte sovietica, dopo che Leone non aveva fraternizzato con il noto scrittore Jurij Nagibin, ci si era accordati su Arnold Vitol. Da parte sua, Leone voleva anche un americano, Alvin Sargent, premio Oscar per Giulia.
Pareva davvero tutto pronto. Sarebbe stata la realizzazione di un sogno antico, nato forse da un altro sogno, perché tra i film non realizzati di Leone c’era anche uno Stalingrado in cui tutta la famosa battaglia era vista con gli occhi di un ragazzino di 14 anni. Ma il passaggio da Stalingrado a Leningrado significava passare dalla battaglia più celebrata nel cinema sovietico all’epopea popolare più tragica e più rimossa. Perché, come dicevamo, il cinema sovietico non ha mai raccontato i 900 giorni di Leningrado, e non si è mai saputo ufficialmente perché, anche se si è sempre mormorato di un veto personale di Stalin (che con la città di Kirov, e con quella fetta di partito che aveva espresso Kirov, non aveva, per usare un eufemismo, buoni rapporti).
Esiste, in realtà, un piccolo film sovietico sull’assedio e guarda caso racconta un episodio che anche Leone voleva mettere nel suo film. Si tratta del mediometraggio Solo, opera prima di quel Konstantin Lopusanskij (leningradese...) che avrebbe poi diretto il famoso Lettere di un uomo morto. Solo narra la giornata di un violinista che continua a suonare in un’orchestra nonostante l’assedio, la fame, la morte. Ebbene, Leone ci aveva raccontato che il suo sogno era di aprire il film su una lunghissima inquadratura che partiva dalle mani di un pianista, Sciostakovic, che sta componendo la sua settima sinfonia (quella detta, appunto, «di Leningrado»), per poi allargarsi e scoprire pian piano la stanza, la strada, le piazze, i camion che trasportano uomini armati alle trincee... il primo cambio di inquadratura sarebbe stato su un sipario: la Filarmonica di Leningrado esegue per la prima volta la sinfonia, e la musica sarebbe ritornata nel finale: «...150 musicisti e 4500 spettatori - raccontava Leone - erano presenti alla sua esecuzione durante l’assedio. Quando finalmente fu spezzata la stretta attorno alla città, si celebrò la vittoria con l’esecuzione della stessa sinfonia nella stessa sala. Tutto fu lasciato identico, l’ordine dei posti e il numero delle sedie rimasero invariati, furono invitate le stesse persone, ma stavolta c’erano 9 musicisti e 46 spettatori. Tutti gli altri erano morti...»
Il film su Leningrado, con Robert De Niro nel ruolo di un reporter americano, sorta di Virgilio che ci avrebbe accompagnato nell'inferno della guena, sarebbe stato un grande film. Crediamo che oggi si possa, si debba dirlo.



l’Unità Lunedì 1 maggio 1989

Anni Sessanta. Il ballo del mattone, musica del petting (Luigi Manconi)

Per vincere la repressione sessuale nella quale vivevamo, e per vincere le resistenze delle coetanee riottose e ritrose, era indispensabile quel lungo e intermittente contatto, quella familiarizzazione reciproca, quella minuziosa conoscenza anatomica, quella progressiva conquista dell’intimità del corpo di entrambi, che si esprimeva e si esaltava nel petting. Il pet-ting era la nostra esperienza del mondo, era la nostra arte. La musica accompagnava, persuadeva, rendeva dolcemente arrendevoli. Per questo nei nostri club sassaresi era in vigore una regola non scritta, ma allegramente ripetuta: per ogni twist, due lenti. Era il lento, Il ballo del mattone (Rita Pavone), la musica del petting: e Legata a un granello di sabbia (Nico Fidenco) la sua sublimazione.

Da La musica è leggera, ilSaggiatore, Milano, 2012

Sibilla Aleramo nel centenario della nascita (Rita Guerricchio)

Rita Guerricchio, docente di Letteratura italiana moderna e contemporanea all'Università di Firenze, è considerata tra i massimi specialisti sull'opera e sulla vicenda intellettuale di Sibilla Aleramo, cui dedicò il suo primo saggio uscito in volume, Storia di Sibilla (Nistri Lischi, 1974). Nel 1976, in occasione del primo centenario della nascita della scrittrice, Guerricchio scrisse il profilo della Aleramo che qui riprendo per “Riforma della scuola”, la prestigiosa rivista specializzata del Pci diretta da Lucio Lombardo Radice. (S.L.L.)

A cent'anni dalla nascita, Sibilla Aleramo non merita di essere oggetto di occasionale recupero, ha diritto bensì a diventare punto di riferimento stabile e integrante della storia del femminismo italiano, come, più latamente, di quella della società letteraria del nostro Novecento. La ristampa del suo romanzo più famoso ed emblematico, Una donna (Milano 1973), ha consentito una rinnovata messa a fuoco almeno di quel settore della sua produzione letteraria, quanto mai nutrito e sostanzioso, legato al femminismo. Proprio alla luce dell'attualità e forza della sua battaglia femminista, vale la pena allora di ripercorrere in breve le tappe della storia umana e culturale di un personaggio contraddittorio e controverso quanto si vuole, ma provvisto di una sua significativa memorabile singolarità.
Non è scontato rifarsi subito al movente principale delle prime riflessioni di Sibilla sulla «questione femminile», come si diceva a quel tempo, ovvero il movente autobiografico, legato alla geografia provinciale e stantia di un piccolo paese delle Marche, Porto Civitanova, alle relazioni familiari dovute a un padre amabile tiranno e poi ad un marito tiranno niente affatto amabile, precocemente sposato e precocemente in grado di immetterla nel più conforme dei ruoli di una piccolo-borghese 1890. Il rifiuto categorico della propria condizione caratterizzò la fisionomia dei primi nemici come dei primi interlocutori del suo femminismo, entrambi, a ragion veduta, borghesi.
La formazione di stampo positivistico orientò evoluzionisticamente la coscienza della necessità dell’emancipazione femminile, considerata quale tappa obbligatoria di un più generale deterministicamente inevitabile progresso umano e sociale. Ciò in accordo con il suo approdo al socialismo, mediato attraverso letture (Achille Loria, Guglielmo Ferrerò, Edmondo De Amicis) in grado di mantenere intatti certi equivoci legati a un populismo sostanzialmente umanitario e interclassista. Un radicale mutamento sociale, genericamente portatore dell’annullamento di ogni ingiustizia e disparità, fu il mito propulsore dei suoi interventi sulla questione femminile, anche se non sottese mai acquisizioni ideologicamente agguerrite. Eppure l'intransigenza della sua angolazione morale piuttosto che politica, la portò a concezioni e posizioni d'avanguardia: quelle ad esempio che, pur sottolineando il problema della condizione femminile come uno degli aspetti drammatici della più generale e irrisolta questione sociale, non ne sottovalutarono mai lo «specifico» strettamente inerente, ne sottolinearono anzi la carica rivoluzionaria. Il ruolo prescelto fu quello di «guastatrice», sia pure prevalentemente a livello teorico, teso a mettere in rilievo gli pseudo-valori cioè i condizionamenti ideologici imposti alla donna dalla classe dominante, identificata con la classe borghese, responsabile di un perbenismo ipocrita e conservatore, corrotto e reazionario. L'opera di sensibilizzazione e sollecitazione morale si rivolse soprattutto alla «donna proletaria delle classi medie», come a quella che, secondo una definizione delia Kuliscioff, le era autobiograficamente più vicina, e che riteneva la principale complice e vittima del sistema. A questo proposito sostenne il valore emancipatorio del lavoro, in grado di sottrarre la donna al predestinato alienante alveo familiare per inserirla in una «lotta per la vita» che immancabilmente avrebbe precipitato le sue convinzioni nel segno dì un dissenso attivo e partecipe nei confronti della società costituita. E qui Sibilla sottolineava la necessità di una saldatura con il movimento operaio valutato unico depositario e garante di una rivoluzione sociale che avrebbe adeguatamente coronato quella femminile, a patto di non considerare quest'ultima il meccanico risultato di quella.
Sono queste le direttrici fondamentali di un’impostazione che Sibilla via via maturava attraverso diversi articoli inviati alla stampa dell'epoca, stampa non necessariamente specializzata sull'argomento, e a tutt'oggi pressoché ignorata. All’interno del dibattito che in quegli anni si svolgeva sulla questione, quasi interamente in ambito socialista, esponenti e concorrenti principali le posizioni di Anna Kuliscioff e di Anna Maria Mozzoni, le proposte di Sibilla risultano in sostanza compromesse con il versante che non ignorando la necessità e l’importanza di puntuali battaglie rivendicative legate a un’emancipazione politico-economica della donna, riteneva primaria una lotta più ampia e generalizzata per una sua particolare e inimitabile emancipazione sociale. Le agitazioni per il diritto di voto, la parità salariale e la tutela del lavoro femminile, la videro comunque allineata sulle posizioni del Partito Socialista, di cui però non entrò a far parte. Nel 1899 durante una permanenza a Milano, ebbe modo di dirigere il settimanale «L'Italia Femminile», fondato da Emilia Mariani, socialista e tra le voci più autorevoli del dibattito femminista; ugualmente ebbe occasione di conoscere e frequentare diverse e insigni rappresentanti del movimento, Paolina Schiff, Alessandrina Ravizza, Virginia Olper Monis.

La militanza femminista
Costretta a ritornare in provincia, nel 1902 abbandona Porto Civitanova, cioè il marito e il figlio. È l'atto determinante e definitivo con cui Sibilla fa cominciare da sé quella nuova etica dei rapporti umani che aveva sostenuto, e con l’impegno lucido e spericolato dovuto a una conseguenza letterale e ineluttabile delle sue premesse ideologiche. La straordinaria coerenza, e il coraggio per quell’epoca, di una emancipazione vissuta e pagata di persona, radicalizzarono ancor più le sue posizioni, corroborarono la polemica e la protesta contro un'egemonia sociale sperimentata ancor più direttamente. A Roma dove si trasferì, si dedica all'attività filantropica che, in accordo con lo sviluppo del femminismo nazionale, faceva capo all’Unione Femminile. Fra le opere di assistenza sociale promosse dall’organizzazione, collabora in particolare alla creazione di scuole nell'Agro Romano. L'incontro e il legame con Giovanni Cena, socialista dai forti interessi umanitari nonché scrittore già affermato, le conferma il senso da dare all'istruzione, intesa come strumento di affermazione di diritti elementari, momento acceleratore del formarsi di una prima coscienza sociale nei contadini sfruttati dai proprietari terrieri romani. Nel 1909 partecipa con Cena, Josephine Lemaire, Gaetano Salvemini, a un'inchiesta sulle scuole in Calabria, dove si era già recata per il terremoto del 1908.
Sono tutte attività che non escludono il concentrarsi verso una sua nuova dimensione, quella di scrittrice. Nel 1906 infatti esce Una donna, in pratica la storia di se stessa fino a quel momento, proiezione particolareggiata di vicende autobiografiche in cui convoglia risentimenti e proteste già esposte, ma inserite nel vivo di esperienze ancora brucianti.
Chi ha letto il libro, ha potuto constatare di persona l'indubbia suggestione che ancora proviene dalle sue pagine, dove il percorso accidentato di uno svincolo graduale dalle costrizioni tradizionalmente imposte alla donna, viene proposto e discusso con notevole forza persuasiva. Nonostante il lirismo traboccante che lo percorre dall'inizio alla fine, il libro conserva a tutt’oggi la sua attualità, in forza soprattutto della denuncia che si appunta nei confronti dell'istituzione familiare, di cui vengono messi in luce conformismi e pregiudizi e la sostanza reale di struttura funzionale al sistema. È noto, e non fu casuale, i1 successo straordinario che il libro consegui, tradotto presto nelle principali lingue europee. Meno note le discussioni cui dette origine la famosa soluzione finale (appunto l'abbandono del figlio) che al pari dell’ibseniana Casa di bambola, costituì oggetto di polemiche, e non sempre benevole come si può immaginare, da parte delle stesse femministe più avanzate.
In base a ciò la raggiunse una notorietà che fini col coinvolgere piuttosto che la scrittrice, il «personaggio», rappresentativo di una scelta morale che scavalcava istituzioni e convenzioni con un'audacia che non le fu mai perdonata. La prima guerra mondiale la trovò pacifista convinta, sta pure per ragioni umanitarie piuttosto che politiche, e da qualche anno ormai sganciata dal movimento femminista. Coincise infatti con l'inizio di un periodo che all’insegna di un dispendioso disordine esistenziale e sentimentale, vide il formarsi della sua «leggenda», legata a una libertà di comportamento che, pur non aliena da suggestioni estetizzanti, quella di D'Annunzio in primo luogo, si autopropose quale modello di vita e di sistema morale. D'ora in poi è in un certo senso privatamente, ossia sul piano di un'insurrezione individuale, che Sibilla continua la sua battaglia femminista, e. al di là di discutibili archetipi culturali, con imperterrita coerenza. Scriveva nel '27:«Tutta la vita sono stata la refrattaria, la ribelle, oh ma inerme!... La società, non mi perdona proprio questo, non mi perdona ch’io vada sola ed indifesa, io donna, e cosi condanni implicitamente, s'anche in silenzio, il suo modo di essere, e le sue corazze, i suoi pugnali, e i suoi veleni. Non mi perdona, e sì vendica, è logico. Cioè, crede di vendicarsi, forte del suo oro, dei suoi statuti, della sua infinita viltà». Non vennero a mancare dunque né si attenuarono le ragioni di un dissenso antico e ora tanto più motivato. Lo comprese, tra i pochi, Piero Gobetti, che nel '24 le dedicò un saggio, in cui, fuori dai connotati ormai acciarati di Superdonna, le rivendicava forza morale e sensibilità sociale. L’intreccio di nomi, luoghi, occasioni culturali avvicinati con maggiore o minore adesione si fa intanto in questi anni quanto mai fitto e intricato. A Firenze entra in contatto con l'équipe della «Voce», stabilendo intensi rapporti d’amicizia o d'amore con i suoi rappresentanti più significativi, da Papini a Boine da Rebora a Slataper a Campana. Attraverso Boccioni avvicina il futurismo, di cui recepisce l'aspetto eversivo e vitalistico. A Parigi conosce D’Annunzio, al quale sarà legata da infrequenti ma duraturi rapporti di amicizia. Dalla folta corrispondenza (che intrattiene) con i vari personaggi, emerge la sua straordinaria carica passionale, ma anche la coscienza di una infrazione continua e smisurata rispetto al cerchio di pregiudizi e conformismi di cui anche i migliori interlocutori risultano vittime fin troppo passive. Le opere pubblicate tra il '19 e il ’21, il romanzo Il Passaggio, la raccolta di poesie Momenti, il volume di prose Andando e stando, ripropongono la dimensione autobiografica come invariante tematica ormai di tutta la sua produzione, stilisticamente vicina alle esperienze del frammentismo vociano come del D'Annunzio segreto. Anche il suo discorso femminista risulta legato alla sfera letteraria, in relazione al problema della donna scrittrice, cioè alla rivendicazione anche in letteratura di un punto di vista femminile in grado di sottrarsi alla mimesi fino allora verificatasi, di un’ottica ancora essenzialmente maschile. Anche questa polemica suona anticipatrice: sono gli anni del resto in cui una nuova leva di scrittrici (la Manzini, la Banti) si rifanno a Sibilla come al precedente più illustre in Italia.
L'iniziale avversione al fascismo (fu tra i firmatari del manifesto di Croce), trova modo di intiepidirsi attraverso gli anni, sebbene troppo alonata di scandalo fu la sua fama per riuscire ben accetta al regime. Vive appartata e fuori dalla cultura ufficiale, oltre che alle prese con notevoli difficoltà economiche. Le opere pubblicate in questo periodo, e sono ancora romanzi, prose, poesie, ottengono scarso successo, anche se la critica continua a prestarle attenzione.
La seconda guerra mondiale, vissuta in condizioni estremamente precarie, costituì anche per Sibilla il reagente di una nuova presa di coscienza: nel diario che scrive in questi anni (pubblicato per una parte nel ’45), si assiste alla rinascita di antiche convinzioni umanitarie e socialiste. Lo spettacolo della guerra rinfocola la protesta sociale, ma in nome di risentimenti che da individuali tendono a recuperare una dimensione collettiva. Alcune amicizie convalidano le rinnovate esigenze (Debenedetti, Guttuso, Mucchi, Sapegno) e mediano il suo passaggio al comuniSmo. Nel '46 infatti si iscrìve al Partito comunista italiano al quale rimane legata sino alla morte (avvenuta nel gennaio del ’60).

La «quarta esistenza»
Il mito della giustizia sociale, l'esaltazione del popolo lavoratore, sempre contrapposti all'ipocrisia e alla corruzione della classe borghese, nell’ambito di una volontà palingenetica già fondamentale nei suoi precedenti socialisti, trovano sbocco naturale nel partito, subendo un principio di rigore ideologico e di concreta verifica. Comincia cosi quella che lei chiamò la sua «quarta esistenza», o «seconda giovinezza» come dissero altri, vedendola a 70 anni impegnata in una milizia che se escluse sempre sapienza dottrinale o ampiezza di analisi, fu tuttavia assidua e appassionata. Presente in molte delle iniziative culturali del partito, come intellettuale si sentì in dovere di compiere opera di diffusione e divulgazione, andando in giro per l'Italia, nelle case del popolo, a leggere le sue poesie, i suoi resoconti di viaggi nei paesi socialisti, le sue lunghissime frastagliate memorie. Rinnovato anche l'impegno femminista, entra nell'Udi e collabora di frequente alla stampa femminile del partito, in particolare redige per qualche tempo su «L'Unità» una rubrica diretta esclusivamente alle donne. Non cambiò sostanzialmente l'impostazione data un tempo alla questione femminile: sia pure innestati nel corso di battaglie precise e ancorati più strettamente a un obbiettivo politico, i suoi rinnovati appelli si svolsero sempre, ed è quanto ci lascia in eredità, nel senso di un'auspicata determinante interiorizzazione da parte della donna non solo dei diritti da conquistare ma anche di quelli già conquistati. Poiché, come scriveva, nell'ambito di una « lotta per l’uguaglianza morale e civile nella famiglia e nella società [...] moltissimo è ancora da fare, qui in Italia, [...] nel costume, nello spirito ». La necessità di una reale incidenza della donna in una società da trasformare valutava dunque nei giusti limiti anche la sua uguaglianza formale, del resto consentita dalla società capitalistica in grado di manovrarla e svuotarla di senso e di mantenere intanto una subordinazione reale.
Ciò che pubblicò risulta strettamente legato al suo impegno sociale: raccolse articoli e conferenze in Il mondo è adolescente (1949) e in Luci della mia sera (1956) l'ultima produzione lirica. Sono opere in cui sia pure in mezzo a mai abbandonati risvolti oratori, si insinua con forza quel «sì alla terra» che secondo il titolo sintomatico di una sua raccolta di poesie del '35, equivaleva al suo vitalistico ma intrepido e incessante «ottimismo della volontà». In questo senso da promuovere e da condividere, ancora.


"Riforma della scuola", ritaglio senza data, ma 1976

La socialdemocrazia tedesca da Gotha a Erfurt. Il marxismo diventa dottrina (Umberto Curi)

F. Engels
«Questo programma, fiacco e scolorito, è tale che, se verrà approvato, Marx o io non potremmo mai considerarci aderenti al nuovo partito creato su questa base, e dovremmo riflettere molto seriamente alla posizione che dovremmo assumere verso di esso — anche pubblicamente. Questo programma costituisce una svolta che potrebbe molto facilmente costringerci a respingere da noi ogni responsabilità per il partito che lo accetterà».
Poche settimane dopo questa aperta dissociazione da parte di Engels, Marx preannunciava la pubblicazione di una dichiarazione, stesa d’accordo con l’amico, nella quale entrambi avrebbero affermato di non condividere «assolutamente i principi del suddetto programma» e di «non aver niente a che fare con esso». Così, proprio alla vigilia del Congresso di Gotha, destinato a ratificare l’unificazione fra il Partito socialdemocratico tedesco di Liebknecht e Bebel con l’Associazione operaia tedesca di Lassalle, i due «padri» del socialismo scientifico prendevano risolutamente le distanze dal programma elaborato in vista del congresso come supporto teorico del nuovo partito unificato. Il 1875 si profila in tal modo come spartiacque decisivo nella storia del rapporto fra l'elaborazione marxista e le forme storiche del movimento operaio: la maturazione politica ed organizzativa del movimento, costituitosi ormai come partito unitario della classe operaia, sembra implicare il definitivo abbandono della «teoria proclamata nel Manifesto», in favore di un programma che semmai «consacra il credo lassalliano»; il Congresso di Gotha sembra cioè sanzionare una frattura insanabile fra «marxismo» e organizzazione politica del proletariato.
Scioltasi la I Internazionale nel 1874, il «nuovo corso» deciso a Gotha si inaugura all’insegna di una guida teorica — quella riassunta nel «Programma» — molto lontana dall'insegnamento di Marx ed Engels, che pure erano usciti vincitori dall’aspro conflitto coi bakuninisti in occasione del congresso svoltosi all’Aja nel 1872; in una certa misura, anch’essi, come i loro avversari, sembrano destinati a condividere la sorte dell’Associazione internazionale dei lavoratori: il crollo di quell’organizzazione coinvolge anche coloro che ne avevano esercitato la direzione sul piano politico e dottrinale, mentre il nuovo partito unificato si dà una nuova identità anche sul piano teorico, lasciandosi alle spalle le veementi diatribe fra i fautori delle diverse sette socialiste.
A prima vista, il quadro di ricostruzione storica fin qui sbozzato potrebbe apparire del tutto attendibile, soprattutto alla luce delle dichiarazioni con le quali Marx ed Engels preannunciano il loro disimpegno dalle vicende della socialdemocrazia tedesca; le stesse Randglossen redatte da Marx come critica del programma approvato a Gotha possono essere lette come documentazione delle ragioni di un distacco divenuto ormai inevitabile fra «marxismo» e organizzazione politica del movimento operaio. Il fatto poi che questo divorzio non si sia realizzato e che l’intreccio fra la «teoria proclamata nel Manifesto» e la Spd dovesse diventare assai più stretto proprio nel decennio successivo non soltanto non può attenuare retrospettivamente la drammaticità di una divaricazione che pareva ineluttabile, ma deve anzi essere assunto come riferimento decisivo per la comprensione della forma specifica mediante la quale il «marxismo» si costituisce storicamente come dottrina ufficiale del movimento operaio. Nel momento in cui questo realizza, mediante la riunificazione delle sue componenti, una vera e propria svolta sul piano politico e organizzativo, si apre contestualmente il problema di individuare l’orientamento teorico più adeguato per sostenerne i primi passi e indirizzarne lo sviluppo. Così, se da un lato il Congresso di Gotha concludeva una fase del Kulturkampf fra le differenti linee che si fronteggiavano all’interno della I Internazionale senza privilegiarne alcuna e tuttavia recependo nel programma spunti di inconfondibile ispirazione lassalliana, d’altra parte esso riapriva, in termini del tutto nuovi, il conflitto sul piano ideologico, nella ricerca non più di «oscuri evangeli», quanto piuttosto di una teoria capace di «formulare con precisione gli obiettivi finali della lotta per quel solo grande esercito di socialisti che avanza senza soste».
Da questo punto di vista si può allora affermare che dopo il 1875 il rapporto fra la teoria proclamata nel Manifesto e le forme storiche del movimento operaio conosce una fase completamente nuova, con una drastica soluzione di continuità rispetto al passato; spingendosi ancora oltre, si deve anzi riconoscere che solo a partire da quella data e per un periodo storico nettamente delimitato, sollecitato dall’assillo della supremazia sulle ideologie concorrenti, il «marxismo» perde poco alla volta la precedente connotazione di fazione interna alla socialdemocrazia per proporsi apertamente come «analisi e previsione generale dello sviluppo della società capitalista». La fondazione del nuovo partito unificato apriva, fra gli altri, anche il problema di individuare un orientamento teorico, una «dottrina», adeguata alla forma organizzativa e ai nuovi compiti di una formazione politica proiettata al consolidamento interno e a una crescente espansione fra le forze rappresentate al Parlamento: il conflitto fra le diverse tendenze attive all’interno del movimento operaio tedesco assumeva ora una curvatura tutta particolare, nel momento in cui la lotta per l’egemonia si giocava interamente sulla capacità di offrire a un partito politico modernamente organizzato non più soltanto formule propagandistiche, spezzoni di analisi, prediche consolatorie quanto piuttosto una teoria in grado di «formulare con precisione gli obiettivi finali della lotta».
Questa sfida è raccolta da Ensels nemmeno due anni dopo il congresso di riunificazione; la stesura degli articoli per il Vorwärts, poi raccolti in volume nel 1878 col titolo di Antidühring, obbedisce esplicitamente all'esigenza di evitare che i lassalliani «apparissero come le menti più chiare in Germania» e che si allargasse la base di consenso per le «scemenze del signor Dühring»: per impedire, insomma, che il credito accordato a Dühring dalla stampa socialista provocasse guasti irreparabili nell’organizzazione e nell’orientamento del partito «ancora così giovane», Engels si impegna in «un’esposizione unitaria del metodo dialettico e della visione comunista del mondo», con l’obiettivo dichiarato non solo di «cacciare l’idealismo dal suo ultimo rifugio», ma anche di «liquidare il socialismo quale era esistito fino allora».
Raccogliendo la sfida lanciata a Gotha, Engels può così sanzionare la superiorità del marxismo rispetto alle teorie rivali, riguadagnando il primato scosso dall’influenza lassalliana sul «Programma», in quanto è capace di dimostrare la maggiore efficacia della «visione comunista del mondo» come sostegno all’azione intrapresa dalla Spd; in quanto, cioè, propone come guida teorica della socialdemocrazia non l'ideologia consolatoria dei Kathedersozialisten o le utopie disarmate dei socialistas, ma la comprensione rigorosa dei meccanismi di funzionamento della società capitalistica offerta dalla dottrina del materialismo storico. Tanto nella battaglia politico-culturale interna al movimento operaio, quanto nello scontro fra borghesia e proletariato, le sorti del conflitto sono affidate alla capacità di padroneggiare ai propri fini gli strumenti di potere congiunti alla crescita dell’intelletto scientifico — questa la grande «scoperta» engelsiana dopo l'unificazione di Gotha, questa la svolta effettiva nel passaggio del socialismo «dall’utopia alla scienza». D’altra parte, la fecondità dell’impostazione engelsiana era strettamente connessa alla capacità di assumere in forma dinamica il rapporto fra assetto epistemologico della teoria e sua finalizzazione politica, fra forma e funzione del materialismo storico, fra impianto categoriale e trasformazioni economico-politiche.
Indubbiamente il materialismo storico — per la prima volta nominato come tale in quelle pagine dell'Antidühring che ne rappresentano anche la prima formulazione sistematica - appariva all’indomani di Gotha come la teoria che meglio di ogni altra corrispondeva alle finalità di un partito «ancora così giovane»: quando la legislazione antisocialista, la repressione poliziesca, le angustie materiali indotte dalla Grande Depressione sembrano poter intaccare le fondamenta dell’organizzazione politica della classe operaia, allora è certamente necessario contrapporre agli «oscuri evangeli» delle varie sètte socialiste e alle loro «illusorie panacee» una teoria capace di presentare anche questa difficile fase della lotta di classe come passalo obbligato di un percorso inevitabilmente destinato a concludersi con la vittoria del proletariato. In un frangente storico così caratterizzato, una concezione, come quella storico-materialistica preconizzata da Engels, fortemente connotata in senso teleologico, costruita come teoria generale in grado di predire l'avvento del socialismo come risultato scientifico, anziché come speranza utopistica, poteva costituire il riferimento più adeguato per una classe operaia sottoposta ad attacchi di inaudita durezza, arroccata a difesa del proprio «patrimonio», chiusa in se stessa in attesa della liberazione. Non a caso nel periodo fra il 1875 e il 1891, fra il Congresso di Gotha e quello di Erfurt, il «marxismo» perde la precedente connotazione peggiorativa di « nomignolo usato per qualificare una delle numerose sètte interne alla I Internazionale», e assume una più definita identità teorica nella forma specifica di materialismo storico.
Pur nei limiti di un ragionamento inevitabilmente molto abbreviato, il percorso che si è fin qui seguito consente forse di raggiungere alcune conclusioni più generali e di sollevare soprattutto taluni problemi intorno ai quali con lena rinnovata e con strumenti analitici nuovi occorrerebbe riaprire un nuovo ciclo di studi. Anzitutto, la complessa vicenda culminante nel Congresso di Gotha conferma, in sede strettamente storiografica, l’inattendibilità di una ricostruzione della storia del marxismo che ne arretri la nascita in quanto «dottrina» — e non semplicemente come fazione interna alla socialdemocrazia — ad un periodo precedente ai primi anni ottanta del secolo scorso. In secondo luogo, gli avvenimenti a cavallo del congresso di unificazione stanno a dimostrare l’indissolubile intreccio esistente fra la forma politica e organizzativa assunta dal nuovo partito operaio e la configurazione sistematica, la carica teleologica, l’assetto epistemologico del marxismo, vale a dire la stretta connessione fra le finalità e la strategia dell’Spd e il processo di costituzione del marxismo come dottrina storico-materialistica. La stessa formulazione della «visione comunista del mondo», contenuta nell’Antidühring, corrisponde inoltre non soltanto alla necessità di sostituire agli «oscuri evangeli» delle sètte socialiste un’unica teoria universalmente riconosciuta, ma è altresì funzionale alla costruzione di un socialismo diverso «da quelli esistenti fino allora».
Alla luce di queste acquisizioni generali, si impongono altresì alcuni interrogativi, ai quali conclusivamente conviene almeno accennare. Se la genesi storica del marxismo come materialismo storico va riferita alle complesse vicende storiche che accompagnano la fondazione del partito social-democratico unificato e, più ancora, al difficile periodo della grande depressione, c’è da domandarsi se la configurazione specifica assunta dal marxismo debba essere considerata invariante rispetto alle trasformazioni successivamente verificatesi sia nella forma e nella strategia del partito, sia nelle condizioni oggettive in cui esso si trovò successivamente ad operare. Viene, cioè, da chiedersi se, una volta attraversato il lungo tunnel della legislazione antisocialista e dell’impoverimento dell’era bismarckiana e una volta rinsaldata l’unità interna, al riparo da possibili scissioni settarie, il tener fermo alla «visione del mondo» enunciata nell’Antidühring non si sia configurato come un elemento di freno — e quindi di precoce dissoluzione — delle potenzialità espansive del marxismo e, insieme, come fattore non congiunturale di crisi della sua capacità di funzionare come guida teorica della social-democrazia tedesca. Questo problema risulta ancor più stringente ove si pensi che le modificazioni intervenute nel periodo fra Gotha ed Erfurt nella strategia della Spd — abbandono dell’ipotesi di una « rivoluzione di minoranza », uso del suffragio elettorale e della lotta politica «legale», alleanza con i ceti medi — erano di tale portata da mettere radicalmente in questione l’impostazione rigidamente «operaistica» e l’ispirazione «rivoluzionaria» della concezione storico-materialistica. Non a caso, proprio il timore che i successi conseguiti dal partito socialdemocratico con l’uso di metodi legali potessero indurre ad abbandonare la «teoria proclamata nel Manifesto» doveva indurre Engels a riconfermarne con forza la validità e la piena compatibilità con la nuova strategia del partito in quel documento di eccezionale rilievo che costituisce il suo testamento politico (ndr, si tratta dell'Introduzione alla ristampa delle Lotte di classe in Francia e in Germania di Karl Marx, del 1895). Di fronte alla possibilità che gli eventi dell’ultimo decennio suonassero come confutazione della capacità preditiva della concezione storico-materialistica, Engels oppone l’invarianza del « metodo » rispetto all’inevitabile approssimazione dei risultati, bloccando sul nascere l’avvio di un processo di rigenerazione del marxismo e riducendo il lavoro di ricerca per sempre in termini di semplice interpretazione. Dopo Engels, e per un lungo periodo ancora oggi lontano dall’essersi concluso, il «socialismo» sarà «scientifico» non in quanto si dimostri capace di fornire strumenti idonei a decifrare e a governare le contraddizioni sociali, ma solo in quanto si riveli coerente con la forma logico-epistemologica di un modello teorico — il materialismo storico, appunto — in cui la specificità dei saperi particolari è riassunta come articolazione di un unico sapere fondamentale.


Da “Rinascita”, 16 ottobre 1981. Senza le note.

I treni che languivano... Una poesia di Sandro Penna (Perugia 1906 - Roma 1977)

I treni che languivano una volta
sono muti oramai. Mia vita, è stolta
la tua fame testarda. È solo, e svolta
nella strada notturna l'operaio
con la sua tosse a fine di febbraio.

da Poesie, Garzanti, 2000

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