21.2.16

Famiglia e letteratura. Il piacere dell'incesto blando (Enzo Golino)

"Famiglie! vi odio!". Il grido di Andrè Gide, scagliato da Les Nourritures terrestres nel 1897, non coglie certo di sorpresa il lettore d'ogni tempo, avvezzo a imbattersi nelle peggiori invettive contro l'istituto familiare. I proverbi popolari hanno ricamato fitte ghirlande di consigli e d' insulti nei confronti di quei "parenti serpenti" che persino Jacopone da Todi ("Guàrdate da li parente") e l'evangelista Matteo ("Nemici dell' uomo saranno i suoi familiari") insegnano a temere.
Se poi si sconfina sul terreno degli studi specializzati, da Freud alla Scuola di Francoforte, da Wilhelm Reich ("Quella fabbrica di mentalità autoritarie che è la famiglia") alla nuova psichiatria anglosassone, la cosiddetta "forma famiglia" è passata al fuoco di critiche roventi.
E che cos'è la letturatura mondiale se non una immensa critica della ragion familiare? Non racconta forse, in gran parte, fatti e misfatti di quel primario nucleo della società che è appunto la famiglia con le sue propaggini parentali di vario grado e le sue annessioni quasi parentali, come la servitù? Seguiamo sulla scacchiera dei secoli, quasi fosse un gioco, le circostanze più diverse, i costumi eccentrici o severi, l'immobilità o i mutamenti di personaggi-tipo (Ulisse e la sua famiglia, per esempio, di quanti "ritorni del reduce a casa" sono stati il modello, magari senza che lo scrittore si rendesse conto della ripetizione nella differenza?).
Fra i "cadaveri nell'armadio" che costellano la narrativa a sfondo familiare, uno dei più gravidi di conseguenze (se non altro estetiche: quanta cattiva letteratura in suo nome!) è l'amore proibito. Anche se l'ottimismo del narratore corona una vicenda con il lieto fine, gli strascichi della proibizione lasciano sempre il segno. Naturalmente più forte è il tabù infranto e maggiore difficoltà ha lo scrittore a ricomporre l'equilibrio parentale. È quel che accade con l'incesto, tema e problema a cui Lorenzo Greco ha dedicato un saggio dal titolo Dubbiosi disiri. Famiglia ed amori proibiti nella narrativa italiana fra ' 800 e ' 900 (Giardini, pagg. 222, lire 20.000).
L'incesto al centro di questa ricerca non riguarda le relazioni platonicamente amorose o compiutamente sessuali che si stabiliscono tra fratello e sorella, padre e figlia, madre e figlio e così via, vale a dire nella cerchia dei parenti stretti, legati da un vincolo di sangue, ma i rapporti tra affini, cioè figliastro-matrigna, figliastra-patrigno, cognato-cognata, suocera-genero, cugino-cugina e via seguitando. Si tratta dunque di un incesto blando, di uno pseudo-incesto depurato della sua carica più eversiva, al limite della riconoscibilità verbale e fattuale (nel Garofano rosso di Elio Vittorini i protagonisti dell'attrazione amorosa sono una ragazza e due ragazzi, amici fra loro).
Ma per quale motivo certi scrittori si sentono stimolati a raccontare fenomeni incestuosi? Oltre a ragioni di sensibilità personale, l'impulso può venire dal bisogno di indagare, con gli strumenti propri della letteratura, sui caratteri di una cultura e di una società, essendo la famiglia un cardine ineludibile di entrambe e l'incesto uno dei canoni più trasgressivi. Sembra il ritratto antropologico della narrativa di Alberto Moravia, e in effetti lo è: Greco esplora l'itinerario moraviano da Gli indifferenti a La vita interiore rimarcando le occasioni (e altre ancora, pur importanti come Agostino, è costretto a tralasciarle) in cui l' evento incestuoso si manifesta non fra consanguinei, ma tra affini di primo grado e tra sostituti assai prossimi dei ruoli familiari capitali, "una vera e propria mappa delle meno evidenti proibizioni sessuali che vigono nel nostro sistema parentale". L'idea eccessiva della famiglia, alimentata dalla famiglia medesima, "determina la disunione di elementi normalmente legati" ha detto Claude Lèvi-Strauss, e spinge Moravia a rappresentare la dissoluzione dell'istituto familiare mediante l'incesto, un cancro che ne corrode le cellule e favorisce ulteriori disturbi. Moravia infatti rende visibili i guasti provocati da quel genere di coesione patologica denominata "amoral familism" che pone l' idea di famiglia sopra ogni cosa e ne fa un feticcio totalitario, il dio di una tribù dalle radici "mafiose" più che "familiari" (non a caso grandi organizzazioni criminali - mafia, camorra, ' ndrangheta - usano metafore familistiche nel loro gergo). A proposito della forma che il fenomeno incestuoso assume nella narrativa moraviana, Lorenzo Greco individua una "sorprendente frequenza" di relazioni triangolari. Nulla di nuovo, ma questa frequenza è la spia dell' attenzione di Moravia per la società. Se l'amore proibito fosse raccontato soltanto sulla base di un chiuso rapporto di coppia, l'incesto rimarrebbe una questione isolata dal quadro circostante, prevalendo magari i suoi connotati esclusivamente psicologici. L'altro lato del triangolo amoroso, "un terzo polo di tensione", come del resto accade in molti "miti classici d'incesto", accelera invece la drammaticità del tabù violato, del legame proibito, e investe "tutta la sfera delle implicazioni sociali". Osservazione intelligente, ma l'avrei vista volentieri integrata dalle tesi di Renè Girard sul "desiderio triangolare" che coinvolge personaggio, oggetto desiderato e mediatore nella letteratura e nella vita (Menzogna romantica e verità romanzesca, Bompiani 1981, e, con l'arbitrario titolo Struttura e personaggi del romanzo moderno, 1965).
Alle prese con l'incesto, il "realismo logico" di Moravia non perde la testa e si tiene saldamente ancorato al mondo vigente: che è quello che è. Lo scrittore denuda impietosamente ipocrisie, perversioni, inganni che covano e a volte esplodono in quel nido di vipere che è la famiglia. Ma l'incesto non vincerà: la Natura non sconfigge la Cultura, l'Istinto non prevale sulla Ragione. E le regole che assicurano la durata dell'istituzione familiare, sia pure degradate, continuano a mantenere, nelle storie moraviane, una loro funzionale solidità.
Di un altro narratore, Grazia Deledda, il tema dell' incesto rivela aspetti che illuminano meglio il suo universo letterario un po' remoto. L' amore fra cugini, per esempio, è una costante dall' esito "decisamente negativo, quando non addirittura drammatico e catastrofico". Romanzi, racconti, opere teatrali, inscenano una casistica dove i rapporti di vicinanza e di lontananza fra i cugini sono analizzati da Greco sulla scorta di categorie spaziali, psicologiche, culturali. La società diffida di questa figura parentale, tanto che la Deledda colloca i cugini in una zona imprecisa fra i parenti stretti e gli estranei, lasciandone così risaltare l'ambiguità. I cognati non presentano caratteristiche altrettanto originali negli eventi incestuosi raccontati dalla Deledda. Eppure il loro rilievo spicca a tutto tondo, e con varianti non trascurabili, in Elias Portolu, da molti reputato il capolavoro del Nobel di Nuoro, romanzo che fotografa nitidamente le contraddizioni dell'incesto derivanti soprattutto dalla nascita di un "figlio della colpa". Gli interessi economici scatenati nel romanzo Le colpe altrui mirano ad assicurarsi parti cospicue del patrimonio familiare dopo che il tabù dell'amore proibito è stato infranto. Una triplice relazione di una donna (marito e due amanti) qualifica la protagonista del racconto Libeccio come "lupa" o "cagna", ma questa abnorme lievitazione erotica e affettiva infonde al racconto medesimo "una suggestiva eccezionalità" assai vicina alle strutture narrative della fiaba.
Ma è possibile che l'incesto, sia pure nelle forme secondarie e quindi meno offensive, avvenga - almeno nella letteratura - sempre in chiave drammatica, luttuosa, problematica, tormentata? Niente affatto, benché siano questi i toni dominanti. Il comico dunque esige la sua parte, e la ottiene grazie alla fantasia romanzesca e al brio linguistico di taluni scrittori. Ecco la suocera, un personaggio sul quale si sono appuntati, nei secoli, strali e salacità. Verga (La lupa) e Moravia (La fossetta) ne raccontano (come tanti altri) vicende incestuose tragiche (il primo) e malinconiche (il secondo). Ma apriamo le pagine di un "mimo siciliano", Il riesano: Francesco Lanza narra un incontro sessuale suocera-genero perfettamente riuscito, con soddisfazione di lei e della figlia appena sposata. Il trucco del giovanotto per godersi l'ancora piacentissima madre della moglie è di una boccaccesca furbizia; e al divertimento della storia Greco aggiunge un suo delizioso puntiglio "burocritico" compitando le assurdità anagrafiche suscitate dall'eventuale figlio di una coppia suocera-genero. Uno stato civile impazzito, un puzzle inestricabile...
Non da meno del Lanza è Poggio Bracciolini; nelle Facezie racconta di un giovane sorpreso dal padre mentre copula con la matrigna. Grazie a una pronta battuta l'intraprendente figliastro della donna si salva dai guai: "tu sei andato a letto migliaia di volte con mia madre", dice al padre, "e ora fai tante storie perché io ci vado una volta con tua moglie". Insomma, nel tragico o nel comico, l'incesto, quale che sia il suo livello di gravità, confonde i ruoli, provoca nel nucleo familiare situazioni di perdita d'identità. E al critico letterario dotato di sguardo antropologico svela una volta di più che la letteratura è uno straordinario mezzo di conoscenza della struttura culturale. Non è forse vero che il tabù affabulato dallo scrittore si risolve poi, nel testo medesimo, persino nel piacere dell' incesto?


“la Repubblica”, 14 giugno 1984  

Umbria. Gatti, gattari e colonie feline (Rita Boini)

► PERUGIA - Esistono in città e campagne umbre comunità nascoste ai più: sono le colonie feline, che ospitano gruppi di gatti, aggregati in numero più omeno grande e sempre fluido, con mici che vi rimangono una vita e altri che vanno e vengono, per vari motivi. Una mappa difficile da disegnare con precisione quella delle colonie feline in Umbria, ma che tocca tutta la regione: le città più grandi come i borghi più piccoli, i centri storici come le periferie. Ad accudirli gattare e gattari, incantati dal fascino seduttivo di queste bestiole e animati da senso civico. Passione per i loro protetti, impegno, rinunce, fatica, capacità di sacrificio, talvolta dolore - i mici sono il bersaglio facile della malvagità umana - sottolineano la giornata delle gattare e dei gattari. Un mondo, il loro, assai composito. Lontano dal luogo comune che vede donne spinte dalla solitudine in giro per colonie a riversare i propri affetti sui gatti abbandonati. Tanto che in Umbria il decano dei gattari “ufficiali” è un uomo, un gagliardo ultranovantenne, Raffaele Tancini, bancario in pensione, colonna fin dall’inizio dell’Enpa di Perugia. Tancini si occupa quotidianamente della colonia della Canapina, nel centro storico di Perugia, la prima, in ordine di tempo, colonia Enpa ufficializzata e i cui abitanti sono stati tutti sterilizzati.
A San Mariano, popolosa frazione del comune di Corciano, è Simone Brizi, 45 anni, che a un lavoro che lo occupa tutto il giorno e alla famiglia, alterna le cure di due colonie da solo e altre due in condivisione con altre persone. Piccole colonie sparse tra San Mariano, San Fortunato della Collina, Tavemelle, una trentina di mici in tutto. Brizi racconta: “Sono nato in una famiglia che ha sempre avuto in casa animali, il passaggio alle colonie feline è stato naturale. È un vero impegno, anche perché quando ti individuano come “gattaro” ti abbandonano i gatti vicino a casa, anche piccoli e magari anche gatte incinta. I gatti delle colonie che seguo vengono visitati dal veterinario regolarmente e vengono anche sterilizzati. A spese mie e dei ‘colleghi’ gattari: l’Asl ha il dovere di sterilizzarli e lo fa, senza problemi. Ma prendere un appuntamento con loro è macchinoso, anche perché i gatti delle colonie sono difficili da acchiappare. Magari il giorno dell’appuntamento per l’intervento ti sfuggono, mentre un giorno qualsiasi riesci a prenderli e portarli dal veterinario. Oltre alle colonie tengo in casa otto gatti, i miei genitori ne hanno nella loro abitazione altrettanti”.
Clara Capitanucci, una simpatica signora di Perugia ex dipendente del Comune, da almeno 12 anni si occupa di colonie feline, attualmente in numero di cinque, oltre ai sei mici che vivono con lei e con il suo compagno. Non proprio contento dell’attività di Capitanucci ma rassegnato (si sono conosciuti prima dell’inizio dell’attività di gattara della sua compagna, ridendo rimarca sempre che se l’avesse previsto l’avrebbe ignorata fin dall’inizio) tanto da accompagnarla di colonia in colonia. Capitanucci ha iniziato per caso, un collega ne teneva una vicino all’ufficio e, andando in pensione, ha deciso di affidargliela. Ora si alza tutte le mattine alle cinque, per iniziare il suo giro.
Per Giuseppe Moscatelli, che è anche guardia zoologica e vice presidente dell’Enpa di Temi, la vita di gattaro è in coppia con la moglie Rosa, conosciuta da tutti come Rosella. “La nostra - dice Moscatelli - è una scelta di vita, una condivisione di coppia”.

Nel Ternano alcune gattare sono state riconosciute come “cooperatrici di colonia felina”. Quanto ai Moscatelli si occupano di un rifugio bene organizzato di 82 mici, che godono di cibo, lettiere ma anche tante coccole e, se necessario, vengono portati in casa, nutriti con il biberon, curati a dovere. Ivana Testarella, gattara, tesoriera dell’Enpa di Narni, si occupa di felini in collaborazione con gattari e associazioni, ma anche tanti volontari che offrono la loro collaborazione. Sono numerose le colonie nel Namese e dintorni, chiedono tempo, lavoro e soldi. Il Comune di Narni ha messo a disposizione due stanze per mici malati ed è collaborativo. Ma Testarella e i gattari locali si autotassano, organizzano giornate di raccolta nei negozi di alimentari, iniziative a offerta libera, incoraggiano donazioni anche piccole di crocchette, sabbia per le lettiere, medicine. E quando possono aiutano pensionati senza mezzi che hanno animali in casa, cercando e donando generosità.

Corriere dell'Umbria, 19 gennaio 2016

17.2.16

Il riesano. Un mimo siciliano di Francesco Lanza

Pasqua a Riesi negli anni 40
Il riesano, gli venne il desìo di sposarsi, e se la trovò tenerella e in fiore. Ma con la pratica la madre della zita gli piacque di più, ch’era ancora bella e fresca e di gran gagliardia, e ci si struggeva invano non sapendo come arrivarci.
Venute le nozze, se n’andò a letto con la sposa, e la madre gli raccomandava all’orecchio che facesse piano e con modo, e alla sposa che stesse di buon animo al piacere di lui, che la cosa era facile a passarsi e di gusto.
Ma come furono sotto le coltri, senza ài né bài, il riesano si voltò dall’altra parte, e buonanotte ai sonatori. Quella che s’aspettava la terra promessa, e s’era fatta la croce per cominciare, si voltava e svoltava come avesse le pulci, e pungendolo alle reni gli faceva:
- Non mi toccate! lasciatemi stare, che mi fate male!
E lui:
- ’Gnornò, che non vi tocco.
Quella ci si rodeva tutta e non aveva pace, e buttandogli addosso gli faceva:
- Non lo sapete dunque perché mi avete presa, che ho bisogno di conforto e mi lasciate invece da canto come una pezza?
E lui zitto, che aveva sonno e non era cosa sua; e così passò la notte, che alla zita parve cent’anni e a dormire ci sentiva le spine.
La mattina finalmente, venuta la madre per la ben levata, quella ne voleva conto e ragione che le avevano dato un allocco senza denti per il pan fresco, e il ben di Dio non sapeva neppure di dove incominciarlo.
- O la bella sorte che m’avete data, che son più sana di prima e il marito l’ho per cacciare le mosche e non per saziarsi dalla grazia di Dio che ho addosso, e mi preme che qualcuno se l’abbia!
La madre non voleva crederci dalla meraviglia, e tiratosi lui in disparte che faceva il minchione, lo andava tastando della passata, e se non aveva denti per quell’erba, perché dunque aveva cercato pastura?
E lui:
- ’Gnornò, che i denti ce l’ho, ma non so di dove prendere.
Quella allora, gridando da una parte alla figlia che i denti c’erano e non stesse in pena, dall’altra gli andava spiegando il modo e la maniera, che lo doveva saper da sé, così lungo e grosso com’era; ma lui scrollava le spalle che ci s’imbrogliava.
E lei:
- O non lo sapete come fa il gallo con la gallina? e così fate voi.
- ’Gnorsì, che lo so: chicchiricchì, cuccuruccù.
Visto dunque ch’era tempo, perso e la figliola di
là diceva che lo voleva a prova e pratico come era l’usanza, e lui di qua che non l’intendeva mai, stizzita se lo tirò sul letto per insegnarglielo lei ch’era antica e prode e ardeva che l’apprendesse.
-  Venite qua, che con me non sgarrate e dopo la prima non ve lo scordate più.
E il riesano l’apprese così bene, che fu la delizia della figlia e della ma’.

15.2.16

La poesia del lunedì. Fernando Pessoa (Lisbona 1888 - 1935)

Passò la diligenza sulla strada, e se ne andò;
e la strada non restò né più bella né più brutta.
Così è l'agire umano nel mondo tutto.
Niente togliamo e niente mettiamo; passiamo e scordiamo;
e ogni giorno il sole è sempre puntuale.

Postilla
Questa poesia, datata 14 gennaio 1925, è una delle "eteronime", è cioè attribuita a Fernando Caeiro, uno degli scrittori immaginati da Pessoa come autori dei suoi scritti.

Da Poesie, a cura di Orietta Abbati, Newton Compton 2014


12.2.16

La signora dell'ultima volta. Una poesia di Vivian Lamarque

L'ultima volta che la vide
non sapeva che era l'ultima volta che la vedeva.
Perché?
Perché queste cose non si sanno mai.
Allora non fu gentile quell'ultima volta?
Sì, ma non a sufficienza
per l'eternità.

da Poesie dando del lei, Garzanti, 1989

C'era una volta a Caltanissetta (S.L.L.)

Una delle librerie Cavallotto di Catania, oggi. 
C'era una volta a Caltanissetta una grande cartolibreria, sotto i portici, intitolata al nome del proprietario, Cavallotto.
Faceva concorrenza alla storica libreria editrice di Salvatore Sciascia, quella per cui Leonardo Sciascia (che non era parente) dirigeva la rivista "Galleria" e curava una collana di amabili libretti.
L'editore Sciascia davanti alla sua libreria (Foto Quatriglio)
Ma il libraio Sciascia era propriamente libraio, per cui nel suo negozio - per quanto piccolo - ti sentivi in un luogo sacro e trovavi, quando ne avevi bisogno, ascolto e consiglio da chi i libri li amava. Cavallotto, benché non privo di interessi culturali, più che libraio era commerciante: il suo negozio era di certo più assortito, ma nessuno sapeva farti da guida. Ebbe comunque successo (vendeva lo scolastico in una città piena di studenti), tanto che volle trasferire l'attività in una grande città, Catania, dove la sua libreria acquistò presto la fama di essere la più fornita.
Mio suocero era frequentatore della libreria Sciascia (anche se con lo scrittore non andava d'accordo), ma talora le sue frenesie di bibliofilo lo portavano anche nell'altra libreria nissena. Sopportava in genere le manifestazioni di incompetenza, ma una volta sbottò e disse al proprietario: "Lei non è un Cavallotto, è un asinotto".
Di questa storia mi sono ricordato improvvisamente ieri, mentre stavo al settimo piano, in cardiologia, in attesa. Ho visto il primario che si chiama Cavallini e ho immaginato che uno o una gli dicesse: "Lei non è dei Cavallini, è degli asinelli". Che il medico meriti la battutaccia non lo credo. Neanche Cavallotto del resto meritava quella sfuriata.

Studenti fuorisede (S.L.L.)

Un'immagine dal museo  della zolfara sito nell'Istituto Tecnico
Minerario  "S. Mottura" di Caltanissetta (ora liceo scientifico)
Fino agli anni 50 la precarietà e i tempi lunghi dei servizi di trasporto facevano preferire per gli studenti delle scuole superiori la condizione di fuorisede al pendolarismo. Da Aragona, Comitini, Grotte, Racalmuto non pochi ragazzi facevano le scuole medie superiori a Caltanissetta e non ad Agrigento o a Canicattì, città più vicine.
La ragione sta nel ruolo centrale che aveva, nelle economie di quei comuni, il settore minerario e nel fatto che a Caltanissetta aveva sede un Istituto Tecnico Minerario eccellente per attrezzature, qualità degli insegnanti, rapporti con le attività produttive. 
Venivano fuori da quella scuola i quadri tecnici delle numerose miniere (di zolfo, ma non solo) attive nelle province di Agrigento, Caltanissetta ed Enna. Li chiamavano "ingegneri" e non "periti". In verità chiamavano "ingegneri" anche i geometri e "professori" i maestri elementari, ma in questo caso il titolo non appariva frutto della compiacenza di un mondo arretrato e ignorante, ma un omaggio alla qualità di quei tecnici.
Il Minerario aveva un ruolo di traino: a Caltanissetta andavano a studiare anche ragazzi che avevano scelto il liceo classico o l'istituto magistrale; ma più volentieri si accettava che vivesse lontano da casa un ragazzino di quattordici anni che aveva nella stessa città, talora nella stessa casa, se non nella stessa camera, un fratello o un cugino o un vicino di casa di qualche anno più grande. Ne nasceva un reciproco sostegno e controllo. 
Così Leonardo Sciascia, da Racalmuto, si diplomò maestro elementare a Caltanissetta e mio suocero Giacomo Lo Presti, da Grotte, fece lì il liceo prima di intraprendere a Palermo gli studi di Medicina.
Anche dal mio paese, Campobello di Licata, alcuni ragazzi andavano al Minerario di Caltanissetta, ma per il Liceo si preferiva Agrigento. Coabitarono in una casa di Agrigento, da compagni di classe, Vito Montaperto, il figlio di un boss che da avvocato sarebbe diventato sindaco del paese, prima di essere ucciso in un agguato mafioso, Luigi Giglia, che fu a lungo deputato democristiano, e mio zio Pino Lo Leggio, che per diversi decenni fu il notaio del paese. Nella stessa classe c'era un marinese (così erano chiamati gli abitanti di Porto Empedocle, "marina" di Girgenti) che sarebbe diventato famoso: lo scrittore Andrea Camilleri, inventore di Montalbano.

L'India nel lenzuolo (Italo Calvino)

Gli odori sono l'involucro dell'India, la mite difesa che questo paese di tesori e di meraviglie innalza come per scoraggiare l'intrusione dei nasi occidentali. I cattivi odori, naturalmente: la greve fisiologicità che emana dalla civiltà più spirituale del mondo. Ogni discorso o racconto sull'India deve tenerne conto, anzi forse partire di lì, se non vuol dare un'immagine mistificatoria e edulcorata. Ho detto nasi occidentali intendendo anche nasi indiani occidentalizzati. Come quello di V.S. Naipaul, che ha visitato il paese dei suoi avi solo in età matura (An Area of Darkness, 1964) e le cui ripugnanze hanno creato una distanza difficilmente colmabile tra l'India e quello che fino allora veniva considerato il più famoso scrittore indiano. Ma Naipaul viene da una famiglia indiana trapiantata da generazioni nelle West Indies cioè nelle Antille britanniche; Salman Rushdie è il caso opposto: nato in India da genitori indiani e cresciuto là fino ai quattordici anni, poi venuto a studiare in Inghilterra e diventato uno scrittore inglese (uno dei più fortunati della giovane generazione ora sui trentacinque anni), vive a Londra e racconta l'India come dal di dentro.
Nel romanzo che l'ha rivelato al pubblico inglese col Booker Prize del 1981 e che è stato tradotto in tutto il mondo e ora anche in Italia da Garzanti, I figli della mezzanotte, lo ha intervistato per Repubblica Irene Bignardi il 10 aprile scorso, n.d.r., egli si presenta come il rapsodo d'un'epopea dell'India moderna in chiave comica e grottesca, dove i cattivi odori e tutta la dimensione fisiologica della vita indiana vengono celebrati con lo sfarzo e i colori d'una festa rituale sul Gange. Il personaggio simbolo dell'eternità dell'India, il barcaiolo Taj, puzza terribilmente; la ninfa Egeria del narratore, Padma, ha il nome della dea del loto che è considerata anche la dea dello sterco, materia quanto mai preziosa; e l'associazione del sublime con l'infimo dà a Rushdie lo spunto per una divagazione sulla sacralità dello sterco nella civiltà indiana. Il protagonista-narratore è caratterizzato da un enorme naso, che non aspira soltanto ma anche cola, perché è perennemente raffreddato. I verbi della liquidità, della secrezione ed escrezione dominano in tutto il libro, talora prendendo sensi metaforici come l'infiltrarsi (leaking) d'una storia o d'un'immagine nel destino d'una vita. Non per nulla la sputacchiera, da raggiungersi con un colorato getto a distanza da parte dei masticatori di betel, è l'onnipresente testimone di queste vicende.
Questi aspetti sgradevoli figurano nel libro sempre in primo piano, e verrei meno al mio dovere d'informatore se non dessi loro il giusto rilievo; ma le sensazioni che Rushdie trasmette non sono tutte di questo genere. Anche la ghiottoneria per i sapori accesi della cucina indiana vi ha una parte importante: il narratore si dichiara cuoco di professione, e sapientissima gastronoma è sua nonna, custode delle antiche virtù; la preparazione di piatti prelibati ha nel libro sviluppi stimolanti. I codici del sapere pratico indiano sono molti e I figli della mezzanotte tende a farsi enciclopedia.
All'edizione italiana va dato il merito di spiegare al lettore i molti vocaboli indiani con note a piè di pagina e con un glossario in appendice; apparato che l'edizione inglese non possiede e che credo sarebbe molto utile anche per i lettori inglesi non particolarmente iniziati ai segreti del loro ex impero. Detto questo, bisogna subito aggiungere che il sapere ancestrale non sarebbe sufficiente a far levitare il romanzo se l'autore non fosse nutrito di letteratura moderna internazionale (Rushdie è anche uno dei saggisti e critici più brillanti della stampa letteraria inglese). I modelli che sono stati evocati più spesso per questo romanzo sono Cento anni di solitudine di Garçia Mrquez e Il tamburo di latta di Gunter Grass: l'epopea eroicomica fantasiosa e grottesca è un genere che figurerà nelle future storie letterarie come caratteristico della narrativa della seconda metà del nostro secolo su scala mondiale. Opere come queste si caratterizzano per la ricchezza della loro inventiva ma anche perché il loro spirito si concentra in un'immagine in particolare. Qui si tratta del memorabile episodio del "lenzuolo perforato". Nel Kashmir, nel 1915, un giovane medico indiano appena tornato in patria dopo aver ultimato i suoi studi in Germania (a quell'epoca l'India sembra più sensibile all'egemonia culturale tedesca che a quella inglese), viene chiamato da un ricco proprietario per visitare sua figlia che ha mal di stomaco. Il dottore entra in una stanza in cui due robuste donne tengono sospeso un lenzuolo con un buco. Il Kashmir è un paese musulmano: una giovane donna non può lasciarsi vedere nemmeno dal medico. Le domestiche spostano il lenzuolo in modo da far coincidere il buco con la parte che il dottore deve visitare. Guarita del mal di stomaco, la figlia del proprietario accusò una storta alla caviglia destra, poi un'unghia incarnata all'alluce sinistro, poi un ginocchio indolenzito... Il dottore veniva chiamato continuamente e ogni volta il lenzuolo perforato incorniciava una diversa limitata porzione di quel corpo femminile invisibile nel suo complesso. Doveva essere un bravo medico, perché gli organi via via visitati guarivano immediatamente, ma una nuova visita si rendeva presto necessaria per un disturbo localizzato altrove. Così la ragazza riuscì a far vedere il suo corpo pezzo a pezzo al giovane medico, il quale, pezzo a pezzo, s' innamorò di lei fino a chiederla in sposa per poter finalmente vederla senza lo schermo del lenzuolo. Da questo matrimonio prende origine una genealogia che si ramifica in vari territori, compresi poi negli Stati indipendenti dell'India e del Pakistan; la saga familiare s'intreccia con la storia di queste nazioni. Il "lenzuolo perforato" è un' immagine-chiave: il metodo del "pezzo a pezzo" riappare più volte e si rivela un motivo strutturale del libro: è dall'accumularsi di dettagli e frammenti e immagini che i personaggi ricavano i loro destini.
Un altro motivo ricorrente è quello degli oggetti attraverso i quali si attuano i rapporti umani. Uno dei personaggi è un regista che per aggirare l'interdizione islamica di filmare coppie che si baciano ha l'idea di far baciare oggetti: una mela, o una tazza da tè, o una spada. "Pia baciava una mela, sensualmente, con tutta la ricca carnosità delle sua labbra dipinte; poi l'offriva a Nayyar, il quale conficcava nella faccia opposta dsl frutto una bocca virilmente appassionata. Era l' inizio di quello che sarebbe stato chiamato il bacio indiretto - una concezione infinitamente più raffinata di tutto ciò che vediamo nel cinema d'oggi; e realmente carica di desiderio e di erotismo!".
"Midnight Children", figli della mezzanotte, sono i bambini nati in India il 15 agosto 1947 allo scoccare della mezzanotte, momento in cui l'India ottiene la sua indipendenza. Il ticchettio degli orologi che scandiscono l'avvicinarsi della nascita e del momento scelto da Lord Mountbatten per cedere i poteri al nuovo Stato domina la prima parte del romanzo; e c'è chi ha rilevato in questa narrazione che s'attarda sui preliminari d'una nascita (e sul ruolo che vi ha l'orologio) un'eco e un omaggio a Tristram Shandy. Chi nasce in quel preciso secondo sarà dotato di poteri straordinari e s'identificherà con la neonata nazione: questa la credenza che non so se circolasse effettivamente allora o se sia stata inventata per l'occasione da Rushdie (il quale è anche lui coetaneo della nazione, sia pur con due mesi d'anticipo, essendo nato a Bombay nel giugno 1947). Il protagonista e io narrante del romanzo, Saleem Sinai, essendo nato a mezzanotte in punto di quella fatidica notte d'agosto, ha il dono soprannaturale di penetrare il pensiero del prossimo vicino e lontano, sopratutto quello degli altri "figli della mezzanotte", che formano come un'unica entità plurindividuale, sparsa in tutta l'India. Questi "figli della mezzanotte" comprendono due gemelle bruttissime di cui tutti s'innamorano, una bambina la cui bellezza è tale da accecare tutti quelli che la vedono, un bambino che entra e esce attraverso gli specchi, un'altra creatura che immergendosi nell' acqua può cambiare di sesso, una bambina le cui parole tagliano come coltelli, insomma una lunga serie di fenomeni viventi. I poteri di divinazione del pensiero di Saleem lo fanno partecipare non solo alla vita di costoro, ma di tutta l'India, dalle pescatrici di Capo Comorin ai montanari dell'Himalaya. Siamo in una affabulazione corale e plurima, in cui ogni episodio si dilata, si ramifica, prolifera, si moltiplica in un continuo processo di metamorfosi e teratomorfosi, come sulla facciata d'un tempio indù.
Il meglio della sua capacità di trasfigurazione visionaria, Rushdie lo dà in pagine come quella sul quartiere degli intoccabili a Dehli. Ma sempre la sua immaginazione è gremita di figure contorte e aggrovigliate come il mondo visuale della mitologia bramanica. Questa fantasia grottesca sembra sfrenata ma risponde a un disegno: l'epopea comica dei Figli della mezzanotte è in realtà una dolente meditazione su un trentennio di storia indiana, dal punto di vista - sconfitto in partenza - dei sostenitori dell'unità dell' India al di là delle divisioni religiose, secondo l'insegnamento di Gandhi. La secessione del Pakistan, l'intolleranza da una parte e dall'altra che obbliga prima o poi tutti i musulmani a trasferirsi nello Stato islamico, anche quelli che erano decisi a continuare a vivere nelle loro città, le guerre fratricide tra i due Stati, sono la ferita che questo romanzo non cessa di lamentare, pur attraverso il suo rituale di gags, sberleffi, capriole. E non è questa la sola spinta disgregatrice che Rushdie rappresenta: le lotte tra i vari gruppi linguistici per l'affermazione della propria lingua sono anche oggetto della sua esacerbata caricatura. Se pensiamo che i conflitti più implacabili che insanguinano oggi il mondo si richiamano a regressive contrapposizioni religiose o linguistiche, possiamo dire che il tema dei Figli della mezzanotte non è solo il seguito di delusioni dell'indipendenza indiana, ma il fallimento universale del secolo ventesimo.
Il nonno capostipite della famiglia (quello del lenzuolo) è un musulmano liberale e laico, aderente a una tendenza minoritaria messa subito fuori gioco: la "Free Islam Convocation" che si batte contro la spartizione sostenuta dalla Lega Musulmana. Questa sfortunata aspirazione politica assume nell'affabulazione di Rushdie la figura d'un profeta grasso e timido che s'esprime canticchiando melodie sconnesse e inintelliggibili: un ronzio vibrante sempre più acuto, per cui viene chiamato Humming Bird, uccello ronzante ossia colibrì. Gli ultrasuoni emessi dall'inerme profeta della tolleranza islamica hanno poteri magici tali da provocare in chi li ascolta reazioni fisiologiche variabili tra il mal di denti e l'erezione sessuale; risultano comunque insopportabili ai fanatici della Lega, e il profeta Colibrì finisce accoltellato. L'unica difesa che la vittima sa opporre ai suoi carnefici è il magico ronzio; tutti i cani nel raggio di molti chilometri lo sentono e accorrono a sbranare gli assassini.
Non è il solo episodio in cui Rushsie fa intervenire spettacolarmente il mondo degli animali nella storia umana: vediamo anche le scimmie che popolano le rovine d'un'antica fortezza mongola disperdere al vento le banconote estorte ai commercianti musulmani da una banda di fanatici induisti che minacciava d' incendiare i loro beni. Le invenzioni narrative sono molte, forse troppe, ognuna preannunciata in anticipo, ricordata e commentata in seguito; questa eccessiva abbondanza è il difetto del libro; ne risulta un'impressione di sovraccarico, di verboso, di congestionato, accentuata dal fatto che la stilizzazione grottesca tende a fissare il laido e il repellente come qualità stabili e uniformi dell'universo umano. Si sente il bisogno d' un'orchestrazione che inglobi anche movimenti come l'andante, l'adagio, il largo, momenti di respiro, spazi di scrittura e d'immaginazione meno densa, più rarefatta.
Anche questi ci sono, sia pur in proporzione ridotta rispetto alla lunghezza del testo, e sono le pagine dedicate alle descrizioni di città: Dehli, Bombay, Karachi. Le città dell'India, la loro immagine e la caratterizzazione del loro spirito, sono ciò che io preferisco nei Figli di mezzanotte, i veri personaggi di questo libro brulicante di figure umane. Vediamo per esempio Karachi (p. 341): "Era, a quei tempi, una città di miraggi; intagliata nel deserto, non era ancora riuscita a distruggere completamente i poteri del deserto. Oasi luccicavano nel macadam di Elphinston Street, caravanserragli brillavano tra i tuguri intorno al Ponte nero, al Kala Pul. In questa città senza pioggia, il deserto nascosto conserva gli antichi poteri di suscitare apparizioni, e il risultato era che i karachiti avevano un rapporto molto incerto con la realtà, ed erano quindi pronti a rivolgersi ai loro capi per sapere che cosa era reale e cosa no. Circondati da illusorie dune di sabbia e dagli spettri di antichi re, nonché dalla consapevolezza che il nome della fede su cui poggiava la città significava "sottomissione", i miei nuovi concittadini emanavano gli scialbi odori di bollito dell' acquiescenza, assai deprimenti per un naso che aveva fiutato lo stuzzicante nonconformismo di Bombay".


“La Repubblica”, 8 maggio 1984

Cardiologia. Una mia poesiola d'occasione

Li incontri a stormi i medici
all'ospedale e molti sono belli.
Ma è uno solo il medico del cuore
ed è per lui che sali
al settimo cielo.


Postilla
Le divisioni cardiologiche sono allocate al settimo piano dell'Ospedale di Perugia, che io mi ostino a chiamare “Silvestrini”.

L'orologio meccanico e la rivoluzione nel tempo (Valerio Castronovo)

Dopo quasi sette secoli di predominio, l'orologio meccanico sta cedendo il passo ai cronometri a stato solido, che si servono di cristalli di quarzo capaci di vibrare centomila volte al secondo e oltre. E, accanto a questi sofisticati prodotti della cosiddetta "rivoluzione del quarzo", hanno fatto la loro comparsa congegni ancor più complessi - i regolatori atomici -, commisurati al regno dei nanosecondi e picosecondi, alla meccanica quantistica e non più a quella celeste. Ma queste straordinarie capacità di stabilire e di incasellare il tempo anche su distanze quasi impercettibili, o non più definibili come una frazione di anno solare bensì come un altissimo numero di rapidissime oscillazioni, risalgono all' invenzione dell'orologio meccanico, introdotto nell'Europa medievale.
I cronometri che oggi conosciamo si basano sullo stesso principio oscillatorio-digitale dei primi esemplari; e il fisico che, entrando nel mondo delle particelle subatomiche si lascia alle spalle il calcolo dei centesimi e dei millesimi di secondo, si comporta più o meno allo stesso modo dell'astronomo medievale, che, volendo misurare il tempo in secondi e frazioni di secondo ancor prima che esistessero strumenti in grado di farlo, aveva escogitato delle unità di misura proprie in funzione dell'analisi teorica. Per l'enorme potenziale di sviluppo tecnologico che conteneva in sé, l'orologio meccanico fu un'invenzione di carattere rivoluzionario. Una volta che gli orologiai riuscirono a farlo funzionare per mezzo di una molla a spirale piuttosto che di peso, si aprì, come d'incanto, la strada per continui perfezionamenti, che resero possibile una sempre più alta precisione: fino al raggiungimento, ai giorni nostri, dell' esattezza assoluta. Ma l'orologio meccanico, proprio perché si prestava a essere miniaturizzato al punto da divenire portatile, recava con sé un' altra grande potenzialità, quella di modificare profondamente le cadenze della vita quotidiana e, ciò facendo, di sincronizzare le azioni degli uomini; la diffusione dell'orologio ha instillato la nozione di puntualità fino a imprimerla e radicarla come qualcosa di connaturale nei comportamenti individuali, mentre la disciplina del tempo ha contribuito agli sviluppi della moderna civiltà industriale. Si è passati dal tempo scandito dagli eventi naturali (aurora, alba, meriggio, tramonto, tenebra) o dalle devozioni religiose (richiamate, lungo la giornata, dai differenti rintocchi delle campane) a un tempo contrassegnato e sempre più segmentato dai ritmi del lavoro e dei traffici, dagli imperativi categorici della produttività e del rendimento.
Questo complesso itinerario è stato ricostruito, attraverso una sequenza multiforme di scenari e di personaggi, da uno dei più autorevoli storici inglesi, David S. Landes - già noto in Italia per il saggio ormai classico Prometeo liberato - in un libro di grande vigore narrativo (Storia del tempo. L'orologio e la nascita del mondo moderno, Mondadori, pagg. 476, con 40 illustrazioni, lire 35.000). Come in un trittico - dedicato rispettivamente all' evoluzione culturale e a quella della mentalità, ai progressi scientifici e tecnologici, agli aspetti economici - si snodano le vicende che portarono l'Europa, all'inizio in posizione arretrata rispetto alla Cina e all' Islam, a fare della cronometria, dell'arte sempre più raffinata di misurare il tempo, un'espressione significativa della sua creatività operosa, della sua capacità di impiegare il sapere e la conoscenza in funzione della ricchezza e della potenza.
L'opera di Landes (a cui si presta meglio il titolo originario, Revolution in Time), più che una ricerca sul concetto del tempo e sui suoi enigmi, è una analisi d'insieme - la prima con carattere di organicità per la sua vasta documentazione - sulla nascita e sullo sviluppo dell'orologio, quale risultato di un prezioso intreccio fra talento, ingegnosità meccanica ed eleganza. I protagonisti del suo libro sono perciò le "macchine del tempo" e chi le ha fabbricate. Ci sono tutte le specie di segnatempo: dagli antichi orologi delle torri e dei campanili ai più recenti cronometri marini e per le gare olimpiche. Non mancano i ninnoli nelle versioni più bizzarre e neppure i congegni più singolari: fra questi ultimi, i "memento mori" quattrocenteschi, disegnati a forma di teschio (e recanti per inciso un motto che richiamava il proprietario al fatto che il tempo è prezioso, se è vero che ogni tic tac lo avvicina alla resa dei conti finale), o certi pezzi erotici settecenteschi in cui le scene piccanti erano discretamente celate dietro un piccolo coperchio dai cardini a molla. Ma l'aspetto più affascinante del racconto di Landes è la storia di quanti - fabbri, mastri artigiani, tecnici, fornitori, mercanti, clienti laici ed ecclesiastici con i loro gusti e le loro esigenze - contribuirono, ognuno per la sua parte, a fare dell'orologeria non soltanto una fiorente industria ma anche un capolavoro di scienza applicata per la somma di intuizioni geniali e di capacità logiche racchiusa in una piccola scatola. D'altra parte, l'orologeria fu un campo in cui convissero per parecchio tempo scienza e tecnica, fantasia teoretica e intelligenza pratica. Sino al secolo scorso gli inglesi continuarono a confezionare alcuni dei migliori orologi del mondo sia per stile sia per robustezza; ma furono poi soppiantati - perché troppo attaccati alle loro vecchie tradizioni - dai fabbricanti svizzeri più duttili e pragmatici, e quindi più competitivi su un mercato che aveva cominciato ad assumere dimensioni di massa. Oggi, tuttavia, i vantaggi in abilità ed esperienza pazientemente accumulati dai maestri orologiai elvetici non bastano più a fronteggiare la sfida di alcuni produttori extra-europei come il Giappone e Hong Kong, vale a dire la micidiale combinazione fra bassi salari e tecnologie d' avanguardia.


“la Repubblica”, 21 dicembre 1984

9.2.16

Come Sacco e Vanzetti. Joe Hill: 1915-2015 (Alessandro Portelli)

Alla fine dell'anno scorso nel sito di Sandro Portelli è stato postato, nel centenario della tragica morte un ricordo di Joe Hill, a mio avviso bellissimo, che qui ripropongo. (S.L.L.)

Era la fine del 1915, cent’anni fa. A Salt Lake City, Utah, i tribunali e lo stato uccisero Joe Hill, militante e bardo del sindacato rivoluzionario degli Industrial Workers of the World (IWW). Dal carcere, aveva scritto: “So che molti ribelli importanti dicono che la satira e la canzone sono fuori luogo in un’organizzazione di lavoratori, e ammetto che le canzoni non sono indispensabili alla causa; ma ogni volta che mi viene, continuerò a scrivere queste mie sciocchezze cantate, anche se so bene che la lotta di classe è una cosa seria.” Scrive Tom Morello, musicista ribelle di oggi: “Senza Joe Hill, non ci sarebbero Woody Guthrie, Bob Dylan, Bruce Springsteen, i Clash, i Public Enemy, Minor Threat, System of a Down, Rage against the Machine.” Joe Hill spiegava: “Un opuscolo, per buono che sia, lo leggi una volta e basta, ma una canzone la impari a memoria e la canti e la canti; se prendi un po’ di nudi fatti e di senso comune, li rivesti con un po’ di umorismo per renderli meno aridi, e li metti in una canzone puoi raggiungere tanti lavoratori troppo poco istruiti o troppo indifferenti per leggere un opuscolo o un editoriale.” La base degli IWW erano lavoratori migranti e stagionali, e niente è più leggero, resistente e trasportabile di una canzone; come poi il movimento dei diritti civili, gli IWW saranno un singing movement , i cui militanti girano l’America portandosi in tasca due cose: la tessera che li fa riconoscere come compagni dovunque vanno, e il canzoniere rosso, The little red songbook, il cui fine dichiarato era di “fan the flames”, alimentare le fiamme della rivolta. Joe Hill era un genio della parodia. Prendeva canzonette di successo, canti popolari, brani gospel, e rovesciava il senso mantenendo il suono. Prende una canzone popolare, la storia dell’eroico ferroviere Casey Jones, e lo trasforma in Casey Jones il crumiro, che si ammazza per far corere i treni durante uno sciopero, arriva in paradiso dove gli angeli sono in lotta, fa il crumiro anche lì e finisce a spalare zolfo all’inferno. Dalle canzoni di chiesa riprende la capacità di creare comunità, di cantare e improvvisare tutti insieme, e le trasforma in inni all’unità operaia. “There is power in the blood of the lamb,” c’è potere nel sangue dell’Agnello, diventa “there is power in a band of working man,” c’è potere in una schiera di lavoratori, quando sono uniti, mano nella mano. A forza di sentire le bande dell’Esercito della Salvezza annunciare la beatitudine futura nella dolcezza del cielo (“in the sweet bye and bye”), si inventa una frase diventata familiare anche da noi: “mangia e prega, campa di niente, e avrai la torta in cielo (“pie in the sky”)”. Senza Joe Hill, anche un po’ di Gianni Rodari (La torta in cielo, 1966) non ci sarebbe. Scrive Tom Morello: “Joe Hill non si limitava a scrivere canzoni contro l’ingiustizia. Era in prima linea, a rischio della vita, per creare un mondo migliore e più giusto. Per questo il potere aveva paura di lui. Per questo l’hanno ucciso”. Le sue canzoni hanno avuto un impatto così straordinario e duraturo perché nascono da dentro il proletariato ribelle, intrise del linguaggio che Joe Hill, immigrato proletario, aveva assorbito sui moli del porto di San Diego, fra i boscaioli dell’Oregon, nelle miniere di rame, nei saloon della Bowery, in tutti i posti dove aveva lavorato e lottato. Joe Hill rimane un’icona della sinistra (c’è anche un film di Bo Widerberg, Joe Hill, 1971. Peccato che nella versione italiana le canzoni siano cantate in pedestri traduzioni italiane) sia per le sue canzoni, sia per l’ ingiustizia simbolica della sua morte. L’accusa di omicidio per rapina fu sostenuta solo da vaghi indizi; i testimoni cambiarono versione in vista del processo; gli atti del processo scomparvero dagli archivi; il governo dello Utah rifiutò di ascoltare le proteste di tutto il mondo e il messaggio del presidente Wilson che chiedeva una revisione del processo. Ogni somiglianza con la storia di Sacco e Vanzetti è storicamente fondata. Nel 1938, Alfred Hayes ed Earl Robinson lo ricordavano in una canzone subito resa classica dall’interpretazione di Paul Robeson: “Ho sognato di vedere Joe Hill stanotte, vivo come e te. Gli dissi, ma Joe, sei morto da anni; e lui: non sono morto mai. Dovunque i lavoratori sono in sciopero, in ogni fabbrica e miniera, dove i lavoratori lottano per i loro diritti, è lì che troverai Joe Hill.” C’è traccia di questa canzone nel discorso di Tom Joad in Furore di Steinbeck (e nel film John Ford): “Dove si lotta per dar da mangiare a chi fame, io sarò lì. Dove c’è uno sbirro che picchia qualcuno, io sarò lì…” Dal romanzo e dal film, queste parole arrivano a Woody Guthrie e poi a Bruce Springsteen: “Dove c’è un poliziotto che picchia qualcuno, dove c’è una lotta contro il sangue e l’odio nell’aria, cercami e sarò lì…” “Il mio testamento,” scrisse Joe Hill il giorno prima dell’esecuzione, “è facile da fare: non c’è niente da spartirsi, perché il muschio non si attacca a una pietra che rotola( già: a rolling stone). Se potessi decidere, vorrei che il mio corpo fosse fatto cenere e la cenere sparsa al vento, che la porterà dove crescono i fiori, e forse aiuterà un fiore appassito a rinascere.” Al suo funerale, marciarono in 30.000. Ma forse avevano ragione Hayes e Robinson: Joe Hill non è morto, il suo fantasma è qui insieme a quello di Tom Joad. Chissà che ricordarlo e cantarlo non aiuti a far rifiorire quel movimento operaio per cui è vissuto ed è stato ucciso cento anni fa.


Il vagone letto. Una poesia di Gianni Rodari

È tanto che non frequento i treni, specie quelli a lunga percorrenza; ma li ricordo perfettamente quei vagoni pienissimi, di sera, di notte o nelle fredde albe, con i bimbi intirizziti e gli uomini stanchi di lavoro a riempire i corridoi con i corpi, accucciati o sdraiati, avvolti nei cappotti. Mi mette perciò insieme tristezza e tenerezza questa poesia di Rodari, bellissima, che sembra riportarmi a quelle emozioni. La si può definire un plazer per i contenuti, una di quelle poesie, la cui codificazione risale ai trovatori di Provenza, in cui si esprime un desiderio, quasi sempre impossibile; ma è anche un enueg, visto che per antitesi rappresenta una serie di condizioni e situazioni sgradevoli. Rodari riesce qui a coniugare ottimamente la denuncia dell'ingiustizia sociale e il sogno di un mondo più giusto e felice, specie nel finale che rammenta il Transiberiano di Blaise Cendrars. (S.L.L.)

Ah, s’io fossi il padrone del treno,
certe sere quando è pieno,

certe sere piovose e grige
che i bimbi dormono sulle valige,

e tu vedi solo un fagotto
ma è un piccolino nel suo cappotto,

e un marinaio sul pavimento
dorme e sogna il suo bastimento...

io, biglietto o non biglietto,
li manderei tutti in vagone letto.

Darei loro una bella cabina,
con la cuccia pulita e caldina,

e a cullarli ci penseranno
le ruote che vanno, che vanno, che vanno...

da Filastrocche in cielo e in terra, Einaudi, 1960

Le mafie straniere secondo la Dia (Piero Ferrante)

Le mafie straniere hanno “abbandonato il ruolo di manovalanza subordinata” per diventare, in accordo con quelle italiane, delle consorterie a sé stanti. Questa, (molto) in breve, è l’analisi racchiusa nella Relazione della Dia riguardo l’azione delle criminalità organizzate estere. Strutture sempre più organizzate, secondo gli inquirenti, con i piedi (e talora le menti) ben saldi nei paesi d’origine ma anche capaci di organizzarsi in Italia, stringendo accordi in nome dell’affare.

Albania. Paese mediterraneo, l’Albania, con alle spalle l’Oriente e di fronte, al di là dell’Adriatico, le coste pugliesi. Ed è proprio via mare, che in Puglia sono arrivati e continuano ad arrivare i carichi di droga. Le consorterie albanesi – si legge nella Relazione – si sono tramutate “da organizzazioni elementari ad altre ramificate sul territorio, con forte legame con la terra d’origine”. Una mala, quella albanese, ben dotata di armi e che si contraddistingue per la “marcata inclinazione verso metodiche violente e intimidazione nella risoluzione di situazioni conflittuali”. Attività primarie sono il traffico internazionale e lo spaccio di sostanze stupefacenti, con specifica su marijuana ed eroina. In questo senso, la saldatura collaborativa con le mafie autoctone è pressoché totale. A giugno 2015, con l’operazione Vrima, la Dia di Bari scoprì nel capoluogo pugliese un organizzatissimo laboratorio specializzato nella raffineria e nel confezionamento dell’eroina.

Romania. Sfruttamento della prostituzione (anche minorile) e di manodopera, traffico di droga e frodi informatiche. La criminalità organizzata rumena ha tratti familistici, che la rendono molto simile, strutturalmente, a quella albanese. In crescita in tutto il Paese.

Nord Africa. Marocco, Tunisia e Algeria: sono questi i tre Stati citati nella Relazione della Dia. In realtà, non esistono “ancora” vere e proprie “associazioni strutturate”, quanto piuttosto dei gruppi liquidi coinvolti in attività illecite di varia natura. Gli inquirenti focalizzano l’attenzione soprattutto sulla tratta di esseri umani, sul controllo dell’immigrazione clandestina (il controllo dei viaggi dei barconi e l’arruolamento degli scafisti sono nelle loro mani) e sullo sfruttamento della prostituzione. Passi in avanti anche per quel che concerne il controllo delle piazze della droga, specie nel centronord.

Nigeria e Africa centrale. Forte, ricca e spietata. La mafia nigeriana detiene nelle proprie mani una buona fetta del controllo delle attività di prostituzione su strada del nostro Paese. Non è una novità, quanto piuttosto la conferma di un fenomeno evidente che si coniuga con un’evoluzione evidente per quel che riguarda il traffico internazionale di stupefacenti. Evoluzione che la Dia legge alla luce di una “spiccata vocazione internazionale” che deriva dai rapporti che hanno in Asia, America ed Europa. In Italia, in particolare, “la saldatura (con le organizzazioni autoctone, ndR) è funzionale soprattutto alla realizzazione di traffici di sostanze stupefacenti che dalle aree di produzione (Sud America e Sud Est asiatico), attraverso una fitta rete di articolazioni, vengono dirottate verso la penisola”. In quest’ottica, le mafie centroafricane hanno stretto “”una vera e propria alleanza con i casalesi”. Con tanto di affari reciproci.

Sud America. La coca, il grande business delle comunità mafiose latinoamericane, per un traffico internazionale che segue oggi due rotte: quella atlantica (via mare che parte dal Venezuela o dal Brasile) e quella Santo Domingo-Amsterdam (aerea). La criminalità sudamericana, che ha legami tanto con le mafie autoctone quanto con quelle nigeriana e albanese, sta lanciandosi, nelle aree di Genova e Milano, anche nelle attività usuraie.

Cina. Una mafia a tutto tondo, quella cinese. Potente e influente. Aperta ma con riserva verso l’esterno, si contraddistingue per le sue “molteplici manifestazioni criminali”. Florido il mercato del contrabbando o della contraffazione, con pellami e vestiari che giocano la parte del leone, generando un circuito di denaro impressionante. Funziona prevalentemente così: la merce viene, a basso o bassissimo costo, realizzata in stabilimenti clandestini del Sud Est Asiatico e da qui importati in Italia per rifornire quello che può considerarsi un vero e proprio mercato parallelo.
Ma grandi ricavi li genera anche il trinomio falsificazione di documenti-immigrazione clandestina-sfruttamento. I cinesi giungono in Italia spesso con documenti falsi o di altri componenti della comunità per alimentare il grande mercato della manodopera, anche di “meretricio”. Giovani donne, controllate dalla struttura criminale cinese, esercitano in casa o in luoghi chiusi. Una volta affrancate, a loro volta entrano nel mercato, gestendo appartamenti o locali (mascherati da attività lecite, come i centri massaggi) e procacciando altre ragazze, per un sistema pressoché infinito.
La criminalità cinese si sta specializzando, col tempo, anche nel riciclaggio (tramite acquisto di immobili, attività commerciali e aziende), nel gioco d’azzardo (le nuove leve criminali gestiscono molte bische clandestine), nell’usura ai danni di connazionali e nello spaccio di sostanze stupefacenti (in primis shaboo e ketamina).


Narcomafie, 4 Feb 2016

8.2.16

La poesia del lunedì. Marina I. Cvetaeva (Mosca 1892 - Elabuga 1941)

Una metà della finestra s'è spalancata.
Una metà dell'anima s'è mostrata.
Su, apriamo anche l'altra metà,
anche l'altra metà della finestra!

25 maggio 1920

da Poesie, Feltrinelli, 1979. Traduzione di Pietro A. Zveteremich

Aldo Capitini. Libero religioso, rivoluzionario nonviolento (L. Binni – M. Rossi)

Con il n.1 de “Il Ponte”, la prestigiosa rivista fiorentina, è stato diffuso nelle librerie un volumetto dei Classici della casa editrice della Rivista che contiene due scritti di Aldo Capitini, Attraverso due terzi di secolo e Omnicrazia: il potere di tutti, gli ultimi, credo, di una vita operosa. Contemporaneamente, nella collana Grandi Opere dello stesso editore, con il titolo Un'alta passione, un'alta visione esce una corposa selezione che copre il periodo dal 1935 al 1968, l'anno della morte del pensatore perugino.
È una scelta coraggiosa e importante che, nelle intenzioni dei promotori, non dovrebbe soltanto sollecitare l'attenzione degli studiosi e riaprire il dibattito su Capitini, ma orientare una nuova stagione di impegno politico rivoluzionario, in un tempo in cui il massiccio ritorno delle oligarchie e della guerra sembra riportare il mondo indietro.
Curatori di entrambi i volumi sono Lanfranco Binni e Marcello Rossi, dei quali riprendo qui la prima parte della prefazione al volumetto dei Classici. (S.L.L.)

Nell’agosto 1968, due mesi prima dell’operazione chirurgica che ne provocherà la morte il 19 ottobre, Capitini affida allo scritto autobiografico Attraverso due terzi del secolo la sintetica ricostruzione del suo percorso esistenziale, intellettuale e politico. Tra la primavera e l’estate dello stesso anno ha tentato una sintesi del suo pensiero politico nello scritto Omnicrazia: il potere di tutti, riproponendosi di lavorarci ulteriormente dopo l’operazione; non potrà farlo, ma lascerà un testo tutt’altro che incompiuto che è il risultato di un’esperienza quasi quarantennale di elaborazione teorica e di organizzazione politica, dall’antifascismo «liberalsocialista» degli anni trenta agli esperimenti di democrazia dal basso nell’immediato dopoguerra, alla decostruzione dell’ideologia cattolica, alla «rivoluzione nonviolenta» negli anni cinquanta, alla teorizzazione della «compresenza», della democrazia diretta e dell’«omnicrazia» negli anni sessanta.
I temi di Capitini, rimossi e deformati già nell’immediato dopoguerra, sono oggi attuali, da conoscere, da studiare e da sviluppare. Sono da riprendere le sue ricerche sulla «complessità» della realtà, sulla «compresenza» delle molte dimensioni del reale (il presente e il passato, la vita e la morte) in ogni singola esistenza; i suoi esperimenti di «nuova socialità» per una società di massimo socialismo e massima libertà, oltre le derive stataliste-staliniste e le imposture liberal-proprietarie; la sua costante polemica anticattolica per liberare la dimensione spirituale-mentale dai poteri confessionali; la sua prospettiva del «potere di tutti» come orientamento politico per il presente, contro i poteri oligarchici, politici, economici e culturali.
Al centro dell’intera esperienza umana, intellettuale, poetica, pratica di Capitini c’è la politica, una concezione della politica come intreccio di etica e creazione del valore, tensione alla trasformazione, alla liberazione rivoluzionaria della realtà. Tutti gli scritti di Capitini sono intimamente politici: è politica la sua elaborazione filosofica della «compresenza», è politica la sua poesia che nomina la realtà liberata qui e subito, è politica la sua libera ricerca religiosa, è più che politica la sua concezione della politica, è più che socialista la sua concezione del socialismo, è più che libertaria la sua concezione della libertà.
Questa concezione della politica prende corpo alla fine degli anni trenta quando Capitini dà vita al movimento liberalsocialista. Ma “liberalsocialismo” oggi è concetto “ambiguo”, di difficile interpretazione in quanto evoca due idee opposte: “liberalismo” e “socialismo”. Sono idee che possono convivere? Sì, se si torna agli anni del fascismo, agli anni, cioè, in cui dichiararsi “liberali” era un modo per affermare il proprio antifascismo (e al proposito la lettura di Kant è sintomatica); no, se con “liberale” si vuole mettere in luce l’affermarsi, nella storia dell’Occidente, delle teorie del capitalismo. Nel liberalsocialismo, alcuni vorrebbero che il socialismo intervenisse a temperare la durezza delle leggi del capitale; altri che il liberalismo temperasse la durezza del socialismo. In definitiva, che si tratti di “moderare” il liberalismo o il socialismo, il liberalsocialismo sarebbe comunque un movimento “moderato”. Ma non è questa l’idea di Capitini: in lui quel “liberal” di liberalsocialismo non deriva da “liberale” ma da “libertà”. Lo aveva già intuito Walter
Binni che poneva al centro del liberalsocialismo la «libertà nel socialismo»: un modo per affermare l’equivalenza tra liberalsocialismo e socialismo libertario.
Ma non è stata questa l’interpretazione degli storici i quali, invece, sulla scia di Bobbio, hanno fatto coincidere il liberalsocialismo con il socialismo liberale di Carlo Rosselli e con la storia del Partito d’Azione. Socialismo liberale e liberalsocialismo sono divenuti così una variante puramente etimologica, ma con lo stesso contenuto e lo stesso impianto filosofico.
Eppure già Paolo Vittorelli, che fu membro attivo di Giustizia e Libertà a Parigi e in Italia, ricordava, a proposito delle differenze tra socialismo liberale e liberalsocialismo, che furono fili tenui quelli che legarono Giustizia e Libertà al liberalsocialismo, invisibili anche a chi abbia vissuto le esperienze di quegli anni.
“Quando [...] ricevetti il mandato, a Parigi nel ’38, dai miei compagni [...] di venire in Italia a ristabilire certi contatti, i nomi che mi furono dati erano i nomi dei vecchi giellisti, ma non erano i nomi dei nuovi liberalsocialisti. Quelli li scoprii in Italia, li scoprii indirettamente, quando purtroppo ero già bruciato e sul punto di essere arrestato dalla polizia. Non potei quindi andarli a trovare per non far loro subire la stessa sorte. Ma di Guido Calogero, di Aldo Capitini ne sentii parlare qui nel 1938, perché a Parigi, con Rosselli già morto (ed anche lui non ne aveva mai sentito parlare), non se ne sapeva nulla: né Lussu, né Cianca, né Garosci, né Venturi”.
Capitini comunque non ha dubbi sulla valenza del liberalsocialismo: è la forma più consona al socialismo del XX secolo. Lo puntualizza ripercorrendo la nascita del movimento: “Dopo qualche mese che i miei Elementi erano usciti (nel dicembre 1936) Walter Binni mi disse: «Perché, sulla base di ciò che hai scritto negli Elementi, nell’ultima parte specialmente, e indipendentemente dal lato religioso, non cerchi di stabilire una collaborazione precisa di vero e proprio Movimento?». Riflettei sulla proposta, e concretai alcuni punti schematici, che erano fondati sull’esperienza che avevamo fatto durante il fascismo, che poteva riassumersi cosi: siamo socialisti, ma non possiamo ammettere il totalitarismo burocratico statalistico; siamo liberali, ma non possiamo ammettere il dominio del capitalismo che è nel liberismo. [...] Questa vita della «libertà» era da vedere come intrinseca al socialismo stesso [...]. Socialismo voleva dire l’avanzare della classe lavoratrice con i suoi giovani e la sua sete di cultura; insomma doveva venire, al posto dello Stato cattolico-borghese, uno Stato intellettual-popolare”.
E Walter Binni è sulla stessa lunghezza d’onda: “Per Capitini e per alcuni di noi, diversamente da altri, il liberalsocialismo non era un contemperamento di liberalismo e socialismo, ma la strutturazione di una società radicalmente socialista entro cui riemergesse una libertà anch’essa nuova e ben diversa dalla libertà formale e ingannevole dei sistemi liberal-capitalistici. Il nostro liberalsocialismo aveva al centro il problema della «libertà nel socialismo» e non quello social-democratico del «socialismo nella libertà»”.
Dunque in Capitini liberalsocialismo non è un incontro neutro tra liberalismo e socialismo ma è socialismo che finalmente supera le posizioni stataliste e amministrativo-burocratiche del passato. “Secondo me il liberalsocialismo deve essere il lievito della trasformazione sociale e una luce critica gettata sulle posizioni di sinistra; per la trasformazione sociale, in quanto la sintesi continuamente voluta di libertà e di socialismo è l’elemento dinamico che sovverte ogni irrigidimento e conservatorismo e arresto nel privilegio e nel pregiudizio (e assolutismo, imperialismo, capitalismo); critica dei partiti di sinistra, perché questi, come sono attualmente, risalgono a principi e a mentalità non più sufficienti e adeguate al punto storico di maturazione della civiltà. Non sentono, i socialisti e i comunisti stessi, che bisogna tendere al «partito nuovo», che bisogna essere diversi da come l’ideologia e la prassi sono state nel passato o sono altrove? E ancora, quando si attuassero politicamente, ecco il liberalsocialismo a dire che il rinnovamento è più che politico, e che la crisi odierna è anche crisi dell’as-solutizzazione della politica e dell’economia. Se lo spirito del liberalsocialismo è questo, [...] la sua differenza con la democrazia è evidente. [...]
Il liberalsocialismo [...] dovrà far di tutto per portarsi in mezzo alle moltitudini e volgerle [...] alla libertà. Per far questo bisogna assimilare pienamente l’esigenza socialista, cioè la compresenza reale dell’umanità lavoratrice, come soggetto della storia, come proprietaria dei mezzi di produzione, come avente nei suoi membri uguali possibilità di benessere, di sviluppo, di cultura, di fruizione dei beni della civiltà. Assimilata in pieno questa base socialista, non si deve restare in essa, che può correre il rischio di stabilire un totalitarismo amministrativo, e bisogna perciò far vivere il valore della libertà, cioè intima tensione alla produzione dei valori, del Bello, del Vero, del Buono, quella tensione a uno sviluppo non semplicemente fisico, ma nel dramma del miglioramento, nell’affisarsi agli atti di bontà, di verità, di bellezza, in cui l’umanità lavoratrice si eleva e si fa eterna. II socialismo, presenza effettiva del coro; la libertà, continuo punto di arrivo, cioè melodia del coro stesso. Il socialismo come effettiva democrazia non solo politica, ma anche economica; la libertà come liberazione spirituale”.
È la «libertà nel socialismo» l’elemento fondante del liberalsocialismo, ed è ancora la libertà nel socialismo che darà corpo all'omnicrazia: quel “potere di tutti” che rappresenta l’ultima elaborazione politica di Capitini.
Nella fase attuale della crisi della «democrazia liberale» (il sintomo) e della crisi strutturale del capitalismo (la malattia), della guerra globale e della devastazione del pianeta, i temi di Capitini («democrazia diretta, omnicrazia, compresenza, realtà liberata») affermano oggi la loro urgenza teorica e di orientamento per la prassi rivoluzionaria.


Da Attraverso due terzi di secolo – Onnicrazia: il potere di tutti, Il Ponte Editore, 2016

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