Visualizzazione post con etichetta In che mondo viviamo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta In che mondo viviamo. Mostra tutti i post

4.9.19

I greci ci hanno lasciato in eredità una sola religione: la letteratura (Antonio Scurati)



L’eroe è una cosa trascinata 
dietro un carro nella polvere
Chi è un eroe? O meglio: che cos’è un eroe?
Un eroe è una cosa trascinata dietro un carro nella polvere.
Così Simone Weil, in piena Seconda Guerra Mondiale, concludeva la sua riflessione sull’Iliade pensata come poema della forza. Nella visione della Weil, anche gli eroi di Omero, anche i formidabili campioni che si batterono per dieci anni contro uomini e dei sulla piana di Ilio, per quanti nemici potessero aver abbattuto con la loro forza indomabile, per quanti ostacoli potessero aver travolto con la loro energia traboccante, un istante dopo esser stati sfiorati da quella stessa forza, da quella medesima energia, divenivano una cosa trascinata dietro un carro nella polvere.
Ed è, perciò, comunque da lì, dall’epica omerica, che si dovrà partire se si vorrà tornare a chiedersi, anche in un’epoca apparentemente post-eroica come la nostra, chi è o che cos’è un eroe?
Questa domanda per me, nella mia oramai piuttosto lunga carriera di uomo e di scrittore, ha sempre coinciso, e coincide ancora, con l’altra domanda fondamentale, quella che ci interroga sull’avvenire dei classici. Che futuro hanno le opere del passato che il passato avrebbe consegnato all’eternità? Esisterà ancora nell’avvenire un «passato che non passa»? «Scrivete per quelli che verranno. Soltanto loro saranno degni di comprendervi, abbastanza forti da vendicarvi». Così urlava nel mezzo dell’Ottocento romantico l’eroe di Foscolo. Lo comprendiamo ancora? Lo vendicheremo? Quella della posterità letteraria è un’idea morta al presente, e al futuro?
Nella nostra supponenza di viventi – provvisoriamente viventi – tendiamo ad attribuirci la facoltà sprezzante di dimenticare, la primogenitura nell’oblio. Ma ci sbagliamo, poveri sciocchi. Se i classici non dovessero avere nessun futuro, non saremmo noi ad aver dimenticato, ma tutto il passato ad averci dimenticati. In altre parole, saremmo soli al mondo. Come orfani. Come gattini ciechi chiusi dentro un sacco destinato alla corrente del fiume.

Che funzione ha l’epica omerica 
nella modernità post-eroica?
Detto in modo ancora più schietto: per come la vedo io, l’avvenire dei classici è essenzialmente legato alla sopravvivenza dell’epica. La narrazione epica è, infatti, canto delle origini sin dall’origine, di un tempo trascorso da sempre, separato da noi da una distanza incolmabile, una distanza non temporale ma di valore, valore assoluto – come ci insegnava Bachtin; la lingua dell’epica è, per questo motivo, l’unica lingua capace di trasformare la cronaca delle nostre vite di poveri morenti in mito.
Per comprendere tutto ciò, dovete seguirmi sugli spalti di Troia, le antiche e imprendibili mura che circondavano la città di Ilio nel XIII secolo avanti Cristo. Siamo, in verità, nel terzo canto dell’Iliade di Omero, siamo nel decimo anno di una guerra interminabile, più vecchia del mondo e non ancora finita.
Siamo, dunque, nel Terzo Canto del poema e il vecchio, saggio Re Priamo, padre spirituale di tutti i Troiani, ha chiamato la bellissima Elena a sedersi accanto a lui sugli spalti delle mura, a prendere posto nel consesso degli anziani patriarchi della città assediata dall’esercito degli Achei. Elena recalcitra. Sa di non essere amata da quei vecchi perché è a causa sua che i loro figli sono morti e moriranno per difendere la città dagli assalitori. È lei, infatti, che ha scatenato la guerra abbandonando il Re greco Menelao per seguire il giovane principe troiano Paride. Ma Elena, pur malvolentieri, accoglie l’invito di Priamo, suo nuovo signore. Soltanto lei, infatti, può soddisfare il desiderio del Re: Priamo vuole che Elena riconosca e nomini i più celebri tra i guerrieri greci che stanno prendendo posizione nello schieramento nemico in fondo alla piana. E soltanto l’ex moglie del Re greco Menelao può farlo. Solo lei, la fedifraga, la bellissima, la dannata, solo lei può avvistare e riconoscere i nemici perché ha vissuto nella loro casa, dormito nei loro letti. Allora Elena, sfidando ogni verosimiglianza ottica, comincia a nominare e a descrivere i campioni achei, riconoscendoli per un dettaglio dell’armatura o della persona.
Fino a questo momento, nell’Iliade non sono ancora state raccontate scene di battaglia. È soltanto ora che la battaglia può avere inizio per i lettori del poema. Soltanto dopo che Omero, per bocca di Elena, ha avvistato, e descritto individualmente, uno dopo l’altro, i più valorosi eroi greci, si può cominciare a uccidere e a morire.
Perché questa tecnica narrativa dell’avvistamento dall’alto delle mura è essenziale alla concezione eroica dell’epica omerica, al punto da dover precedere il racconto delle imprese in battaglia? L’essenza segreta dell’epica antica sta tutta racchiusa nella risposta a questa domanda. E la risposta è che per la cultura antica l’eroismo è, innanzitutto, una qualità della luce: la gloria è un’onda di luce piena che investe l’individuo eroico facendolo splendere agli occhi dei suoi contemporanei e, attraverso il racconto delle sue gesta, trasmesse di generazione in generazione, anche agli occhi dei posteri. Affinché ciò possa accadere, il guerriero a caccia di gloria deve entrare nella zona di piena visibilità, deve guadagnare, si potrebbe dire, il centro della scena. Soltanto lì, sotto l’occhio dei riflettori – diremmo noi oggi – le sue imprese e, soprattutto, la sua morte, l’impresa più gloriosa per un guerriero, potranno distinguersi rispetto a ciò che accade al centro della mischia indistinta, dove si uccide e si muore oscuramente. L’occhio di Elena è l’occhio di Omero, e l’occhio dei riflettori è l’occhio dei posteri.
Ma perché questo sanguinoso desiderio di luce, perché la vita dei fondatori della cultura occidentale culminava nella carneficina? Per capirlo dobbiamo guardare nell’abisso dischiuso sotto i loro piedi, dobbiamo gettare un rapido sguardo alla loro teoria della mortalità. Tutta questa immane costruzione culturale dell’epica poggia sulle fondamenta di una metafisica triste.
Tutto ciò accadeva, infatti, perché gli antichi Greci non concepivano una vita trascendente che attendesse l’individuo dopo la morte. L’unico «al di là» che conoscevano, l’Ade, era pensato come un luogo oscuro e infelice, infelice perché oscuro, dove le ombre di quelli che un tempo erano stati uomini palpitanti di vita, private del corpo che sente, patisce, gioisce, esulta, soffre, sanguina e muore, si aggiravano per l’eternità senza più storia. L’Ade era l’inferno di una cattiva eternità, popolato di ombre prive di storia perché senza luce, e prive di luce perché senza storia.
Per questo motivo, nella visione dei Greci, l’unica autentica immortalità nella quale gli uomini potessero sperare era quella fornita loro dalla gloria imperitura del loro nome, tramandato nei racconti dei posteri. Ma per guadagnarsi fama immortale, per potersi fare polpa di mito, l’uomo mortale doveva distinguere la propria individualità dalle legioni anonime dei suoi simili sprofondati in esistenze ingloriose, negli angoli bui della storia, nei coni d’ombra della memoria. Secondo questa concezione, non esisteva virtù che non si traducesse in comportamenti esteriori perfettamente visibili. L’individuo era tutto nella sua azione e l’azione era sempre, al tempo stesso, un’accettazione e un’insurrezione contro il destino umano. L’antico eroe omerico era l’individuo che, dopo aver abbracciato la consapevolezza di essere atteso da un destino di morte, da un’ineluttabile discesa tra le ombre dell’Ade, si ribellava a quel destino cercando la piena luce della gloria in una morte splendida e memorabile.

Se i classici non hanno futuro 
restiamo soli in questo mondo
Come dire: l’eroe è colui il quale, al pari di ogni altro mortale, sarà trascinato dietro un carro nella polvere come cosa inanimata, e di lì scenderà nella tenebra della morte. Ma, prima di farlo, fosse anche per un solo istante, quell’individuo, a differenza di tutti gli altri, avrebbe brillato. Un istante che sarebbe durato nell’eternità del mito.
Per i Greci l’uomo era brotòs, colui che muore, che sta morendo in ogni istante della sua vita. E allora, se l’unica forma d’immortalità concessa all’uomo è l’immortalità narrativa, perché la leggenda abbia inizio la sua vita deve compiersi. Il mythos è, insomma, l’unico logos appropriato a «colui che muore», l’arte che presiede al racconto di una storia è la sola logica del morente; da ogni altro punto di vista che non sia quello del narratore di una storia, per il quale la fine coincide con l’inizio, l’esistenza umana è insensata. Il canto dell’Aedo è l’unica possibile forma di senso dell’esistenza umana gravata da un destino di morte definitivo. Ciò che noi oggi chiamiamo «letteratura» è, insomma, l’unica religione che i Greci ci abbiano lasciato in eredità. L’unica nostra fede di miscredenti senza fedi trascendenti.

Tuttolibri La Stampa, 27 luglio 2019

3.9.19

Alvin Kennard. L’incredibile storia del condannato all’ergastolo per aver rubato 50 dollari ((Elena Tebano)

Alvin Kennard

Alvin Kennard aveva appena 22 anni quando, nel 1983, entrò in una panetteria dell’Alabama con un coltello in mano e si fece consegnare dalla cassiera 50,75 dollari in contanti. Nessuno si fece male nella rapina, ma all’epoca in Alabama vigeva l’Habitual Felony Offender Act, nota anche come la «legge dei tre colpi». Visto che era stato già stato condannato a tre anni di libertà vigilata per tre capi d’accusa di furto con scasso (relativi a un solo episodio del 1979), alla quarta condanna ricevette in automatico la pena del carcere a vita senza libertà condizionale. Ora, 36 anni dopo, un giudice ha ordinato che sia liberato dal carcere di Donaldson a Bessemer, racconta il “Guardian”. Quando ha ascoltato la sentenza Kennard, che oggi ha 58 anni, era in manette e vestito con la tuta a strisce del carcere: ha passato così gran parte della sua vita.
La sua storia è talmente assurda, vista soprattutto con lo sguardo della tradizione di diritto europea, da sembrare incredibile. Ma la sua avvocata, Carla Crowder, che è direttrice esecutiva dell’Alabama Appleseed Centre for Law and Justice, dice che ci sono «centinaia» di prigionieri in situazioni simili ancora in carcere perché non hanno avvocati. «È incredibilmente ingiusto che centinaia di persone in Alabama scontino l’ergastolo senza libertà condizionale per crimini non violenti». D’altronde, è bene ricordarlo, è lo stesso Stato che voleva incriminare una donna vittima di una sparatoria perché la pallottola che l’ha ferita ha ucciso il feto che portava in grembo.

Rassegna stampa Corriere della sera, 31 agosto 2019

28.8.19

Contro i professionisti dell'anticonformismo (Luigi Manconi)

Alberico Lemme

Fateci caso: quando in un qualunque dibattito, un tipo, in genere brillante e dalla parlantina sciolta, afferma «farò una provocazione», non accade mai nulla del genere. E si ascolteranno, piuttosto, interminabili e tediosi proclami ispirati al senso comune più ordinario. Si manifesta, così, una delle varianti della sindrome del Bastiancontrarismo, la più innocua. Ma quella stessa sindrome può manifestarsi attraverso un' altra variante più nociva.
Per esempio il dottor Alberico Lemme, nato nel 1958 ad Archi (Chieti), farmacista per titolo e dietologo per proterva aspirazione, nel corso di una puntata del Grande Fratello ha pronunciato le seguenti parole: «Quando è nata mia figlia tutti mi dicevano: "Vedrai che emozione proverai". Lei è nata, io ho assistito al parto e non ho provato nessuna emozione. Quando ha fatto sei mesi l' ho guardata e ho pensato: "Se morisse mi dispiacerebbe?" Ho risposto di no».
Nella migliore delle ipotesi si tratta delle frasi di un esibizionista patologico, nella peggiore della manifestazione narcisistica di un disadattato. Ma ciò che davvero conta è che quelle frasi siano state accolte da alcuni conduttori radiofonici e televisivi come esercizi di «sincerità» o, addirittura, di «coraggio». E sul web il dottor Lemme - già noto per altre scellerate affermazioni e per le modeste perversioni del suo pensiero, si fa per dire - è diventato un eroe, in quanto avrebbe rotto «il velo della retorica dell'amore familiare» e avrebbe rifiutato «l'ipocrisia delle convenzioni sentimentali».
La ragione di un simile successo è semplice: quelle affermazioni, in apparenza tanto oltraggiose, corrispondono, in realtà, a un umore sempre presente nell'animo umano e a una pulsione oscura e profonda che, una volta emersa, si scopre di condividere con molti altri. Forse la maggioranza. Insomma, quella presunta trasgressione esprime un antico e solido conformismo. E se con Lemme siamo in un campo trascurabile, pur se sfrontato, in quanto insignificante sotto il profilo intellettuale, numerosi sono i casi di tutt'altra consistenza.
Un giornalista colto, talvolta acuminato, come Filippo Facci, espressione di una tradizione reazionaria ma non codina, a proposito di Greta Thunberg così si è espresso: «A me tutte le persone che hanno bisogno di riscoprire le questioni ambientali attraverso quella specie di mostriciattolo di Greta... Lei, mi viene da investirla con la macchina». Anche in questo caso, sul web si sono intessuti trepidanti elogi per la «sincerità» e per il «coraggio». Se questo metodo si dimostra così efficace, si possono suggerire una serie di dichiarazioni capaci di ottenere consensi e ricevere omaggi.
Basta individuare un predicato sufficientemente condiviso e negarlo con brutalità, a prescindere dalla quota di ragionevolezza che contiene. Ecco. 1. «La vita dei nostri figli ci è cara» 2. «Non è bello mettersi le dita nel naso» 3. «È un dovere tutelare l' ambiente» 4. «Gli esseri umani sono tutti uguali» 5. «È meglio evitare di ruttare in pubblico». Proclamare o attuare il rovesciamento (il ribaltamento da cima a fondo), con le parole o i gesti, di quei semplici princìpi appare oggi come il massimo dello Scandalo Pubblico. Dunque, siamo in una fase culturale in cui sembra che l'affermazione della propria diversità di opinione e la lotta contro il politicamente corretto debbano passare di necessità attraverso la negazione, indifferentemente, di uno di quei cinque punti (meglio se di tutti e cinque).
È una storia lunga, tutt'altro che lineare. Non ho mai condiviso anche uno solo dei brevi corsivi che, sotto la testatina Controcorrente, Indro Montanelli pubblicava quotidianamente sul «Giornale». Eppure, almeno una volta su tre, quei commenti - a me, giovane militante della sinistra radicale - facevano davvero male. Dopo di che è stato tutto un rincorrersi affannato di rubriche simili (o che volevano essere simili). Rubriche che issavano la bandiera dell'anticonformismo. Una sfilza lunghissima e che cerca tutt'ora di riproporsi ricorrendo al dizionario dei sinonimi: Diverso parere (o, in una sciagurata versione calcistica, Diverso parare), Al contrario, Verso diverso, L'antipatico, Fuori gioco, Non ci sto, Controverso, L'iracondo, Retropensiero, Fuori dal coro, Controcanto. Il dissenso diventa, in tal modo, manierismo, compiacimento di sé e della propria sconvenienza (vera o presunta che sia) e finisce fatalmente col mimare i tratti e le movenze, i tic e le ossessioni del suo negativo (il conformista), scambiandosi i ruoli con esso.
Tutto ciò risulterebbe quasi innocuo e comunque poco rilevante se non intervenissero due fattori «agevolanti» che possono rendere significativo ciò che significativo è quasi mai. Il primo fattore è rappresentato dall'entusiasmo che la sindrome del Bastiancontrarismo suscita in alcuni soggetti della comunicazione (giornalisti, conduttori televisivi e radiofonici, opinion maker e influencer vari). Il secondo fattore è rappresentato dalla cornice virtuosa in cui quella patologia viene collocata quando se ne appropria il web. È un'aura eroicistica, con tonalità epiche, che richiama categorie o formule come «schiena dritta» e «forza», «posizione scomoda» e «intransigenza».
Così Spararla Grossa diventa una virtù agonistica che riempie i canali della comunicazione e li gonfia, che invade il linguaggio domestico e quello pubblico, che travolge gli argini come una esondazione lutulenta, diffondendo ovunque le immagini, i gesti e le parole di un nuovo Conformismo della Devianza Deluxe.
Ne consegue che la trasgressione autentica, quella dei veri e rari irregolari, come Elsa Morante e Pier Paolo Pasolini e, successivamente, Goffredo Fofi, Guido Ceronetti, Lea Melandri, Aldo Busi e Walter Siti (non me ne vengono in mente altri) viene sopraffatta dal gran vociare degli anticonformisti a rimborso spese. Professionisti della materia che coltivano la malacreanza intellettuale ed esistenziale con lo stesso compiacimento con cui, alle scuole medie, scrivevamo parolacce sulla lavagna.

“la Lettura - Corriere della Sera”, 5 maggio 2019

26.8.19

Ars amandi. Intervista a Enrico Mele, istruttore di seduzione (Candida Morvillo)



Enrico Mele, in arte «Henry in attraction» e di mestiere istruttore di seduzione, quanto lavora quest’estate?
«Tantissimo. Ho un bootcamp di gruppo a Jesolo, uno a Barcellona, studenti da seguire individualmente, di persona e a distanza. Faccio consulenze via Skype e WhatsApp anche alle due di notte. Io e i miei due collaboratori, ad agosto, ci facciamo in quattro e non abbiamo limiti di orario».

Perché mai le persone si affidano a voi?
«Non per diventare dei playboy, ma per risolvere problemi. I miei studenti si fidanzano, si sposano, hanno figli. Un avvocato di 46 anni, soldi infiniti, estetica gradevole, è venuto perché le donne scappavano. L’ho seguito per tre mesi, ho capito che scappavano perché ostentava troppo. Lei diceva che amava il tennis e lui aveva i migliori biglietti per Wimbledon, lei amava il teatro e lui aveva i posti alla Scala: era come se volesse comprare i sentimenti. Alla fine, è sempre questione di autostima».

Chi sono i vostri clienti?
«Uomini e donne, timidi o che finiscono sempre respinti, età dai 18 in su senza limiti d’età: da un po’, seguo un oncologo di successo di 61 anni, che però non ha mai avuto una relazione vera, e un imprenditore di 46 molto ricco, ma che non ha mai una ragazza».

Il video di presentazione sul suo sito, però, ha per protagonista un giovane sottopagato che la fidanzata lascia con l’sms «sei uno sfigato, addio».
«Ci serviva un’immagine forte che ispirasse riscatto personale, la realtà è più variegata».

Con tante app di dating che bisogno c’è di prendere lezioni da lei?
«Perché le app sono una scappatoia che non risolve le tue paure. Anzi, le persone passano giornate a chattare, idealizzano l’altro e non si decidono a incontrarlo. Temono il faccia a faccia, il rifiuto, hanno paura di non sapere che cosa dire».

Come l’è venuto in mente di darsi a questa attività?
«A 18 anni, avevo ricevuto l’ennesima delusione d’amore e mi ero chiuso in casa, depresso. Un amico mi ha spinto a guardare dei siti di coach americani e ho capito che il problema era legato alla considerazione di me stesso: sono cresciuto in una famiglia tradizionalista, con limiti di mentalità, e ho frequentato costose scuole private pur non essendo ricco e sentendomi perciò sempre diverso e mettendomi da solo nel gruppetto degli emarginati. Da allora, ho studiato moltissime ricerche e testi universitari di antropologia, sociologia, psicologia…».

Primi risultati in amore?
«Ho capito che la donna non è una divinità ma un essere umano, per cui ho iniziato a essere me stesso senza più paura di come avrebbe reagito. Il risultato è che le donne hanno smesso di respingermi o deridermi. Ho cominciato a uscirci, a baciarle, a piacere e ad avere storie belle e profonde di condivisione reciproca».

Da qui a farne un lavoro?
«A vent’anni, studiavo Giurisprudenza e davo consigli di autostima e seduzione agli amici. Quando ho iniziato il praticantato, non mi è piaciuto: facevo lo schiavo e dovevo difendere persone che non lo meritavano. Da qui, la decisione. Nel 2016, ho fondato la mia azienda e vivo di questo. Da Torino, mi sono trasferito a Barcellona, ma viaggio sempre: raggiungo i clienti ovunque, per corsi intensivi di due, tre o sette giorni, con prove sul campo».

Come sono le prove sul campo?
«Prove di approccio per strada, in spiaggia, in discoteca».

E quali sono le frasi magiche per approcciare?
«Non esistono, se prima non hai imparato a confidare in te stesso. Dopo, una frase sempre buona è “ti ho vista e ho pensato che volevo conoscerti”. Se invece lei è con amici, devi coinvolgere anche loro. Per esempio, vai e chiedi “scusate ragazze, ma come fate a sopportare gli uomini?”».

E questa perché sarebbe una buona frase?
«Perché ne nasce sempre un confronto vivace, dove tu che hai lanciato il problema ti presenti anche come la soluzione».

Consigli per conquistare in vacanza?
«Proporsi per conoscere davvero qualcuno. E quindi ascoltare e divertirsi senza aspettative. E sapere che, se non sei prevenuto e non giudichi, ti si aprono mondi: provi a frequentare persone che non avresti mai immaginato e con cui sei terribilmente felice».

Corriere della sera, 25 luglio 2019

18.8.19

Impariamo da Hegel. Serve un New Deal. Conversazione di Maurizio Ferrera con Axel Honneth

Axel Honneth, filosofo e politologo tedesco, insegna all'Università di Francoforte (ove dirige l'Istituto per la Ricerca Sociale a suo tempo guidato da Horkeimer) e alla Columbia University di New York ed è autore di testi importanti sul socialismo e la libertà.
Feltrinelli ha pubblicato di recente, per la traduzione di Flavio Cuniberto, il suo Riconoscimento. Storia di un'idea europea. Secondo Honneth bisogna reinterpretare il concetto di riconoscimento secondo le linee della tradizione idealista tedesca, per cui il rispetto sociale è parte costitutiva della nostra libertà. Ciò si traduce anche in una nuova concezione della solidarietà europea, che implica l’abbandono della logica dell’austerità. Riprendo qui il testo della conversazione con Maurizio Ferrera apparsa sulla “Lettura” del Corsera qualche mese fa. (S.L.L.)

Axel Honneth Foto di Jürgen Bauer

«Riconoscimento» è un termine alla moda del lessico politico di oggi. Ma che cosa significa? Paul Ricoeur identificava 23 diverse accezioni, a loro volta raggruppabili in tre categorie: riconoscimento come identificazione, come auto-riconoscimento e come mutuo riconoscimento. La terza categoria è quella su cui oggi più si concentra l’attenzione di filosofi e scienziati sociali: riconoscere una persona vuol dire rispettarla come tale, specie nella sfera pubblica. Axel Honneth è uno dei principali protagonisti di questo dibattito. Allievo di Jürgen Habermas, docente a Francoforte, viene spesso in Italia, ospite del Centro internazionale di ricerca per la cultura e la politica europea del San Raffaele di Milano. Nel dialogo che segue, Honneth chiarisce la sua posizione «neo-hegeliana», partendo dal suo libro Riconoscimento, appena uscito in italiano da Feltrinelli.

MAURIZIO FERRERA — La cultura europea moderna ha inventato il concetto di «riconoscimento» ma si è anche divisa sui suoi significati. Nel libro lei richiama tre distinte tradizioni: francese, britannica e tedesca. Esaminiamole brevemente, iniziando da quella francese.
AXEL HONNETH — Dalla prima modernità una corrente del mondo intellettuale francese concepisce la nostra dipendenza dal riconoscimento che proviene dagli altri come qualcosa di pericoloso, perché ci induce a fingere di possedere proprietà individuali che in realtà non abbiamo. Questa visione negativa inizia con i moralisti francesi, in particolare La Rochefoucauld, ed è ripresa in modo più sfumato da Rousseau, secondo cui la dipendenza, la nostra spinta verso l’amour propre, ci induce a dimenticare chi siamo davvero. Tale visione culmina con Essere e nulla di Jean-Paul Sartre. Le caratteristiche che ci riconoscono coloro dai quali dipendiamo ci «reificano», espropriandoci della nostra libertà originaria. È stato sorprendente per me scoprire questa continuità nella concezione francese di riconoscimento.

MAURIZIO FERRERA — Molto diversa dalla concezione britannica, che invece considera il riconoscimento come un incentivo, un’occasione per l’autocontrollo morale individuale.
AXEL HONNETH — Esatto. A partire dall’Illuminismo scozzese, la ricerca individuale di rispetto e onore è stata vista come qualcosa che aiuta a sviluppare autocontrollo morale ed epistemico. L’idea di Hume e di Smith è che la nostra brama di rispetto agli occhi degli altri operi come costante ammonimento a rendere le nostre credenze morali e teoriche coerenti e credibili. Cosicché alla fine queste credenze diventano ragionevoli e congruenti con ciò che si ritiene essere vero e giusto. In poche parole, nella tradizione britannica il riconoscimento stimola l’autocontrollo, la capacità di pensare e agire in modo corretto.

MAURIZIO FERRERA — Nella sua ricostruzione, con Kant, Fichte e soprattutto Hegel la tradizione tedesca ha elaborato una concezione molto più profonda. Il riconoscimento viene visto come una modalità di interazione attraverso la quale gli individui sono autorizzati a esercitare la loro autonomia senza indulgere in alcuna forma di amor proprio. Lei sostiene anche che la concezione dell’idealismo tedesco è superiore alle altre in quanto fornisce una piattaforma di base su cui le altre due tradizioni possono in qualche modo essere innestate.
AXEL HONNETH — Non difendo certo la tradizione dell’idealismo tedesco per sentimenti nazionalistici e nel libro mi sforzo di argomentare la mia posizione. L’enorme vantaggio della tradizione tedesca è di considerare la dipendenza dal rispetto degli altri come qualcosa di costitutivo della nostra capacità di autodeterminazione: senza rispetto non vi sarebbe autorizzazione pubblica a fare uso sociale della nostra libertà individuale e quindi verrebbe a mancare la possibilità di essere considerati esseri razionali. Kant, Fichte ed Hegel propongono versioni diverse di questa concezione ma tutti condividono l’idea che si diventi parte della comunità morale solo nella misura in cui si è riconosciuti dagli altri come agenti autonomi. È la funzione «costitutiva» del riconoscimento a fornire la piattaforma teorica su cui le intuizioni delle altre tradizioni possono essere innestate. Nel libro formulo alcune proposte su come reinterpretare e valorizzare in questo quadro sia la visione negativa della tradizione francese sia la visione positiva britannica.

MAURIZIO FERRERA — Nel libro lei menziona Baruch Spinoza e Francisco Suárez, ma nessun filosofo italiano. Tuttavia si potrebbe sostenere che l’umanesimo italiano fu il primo ad affrontare la questione della diversità, della discordia e delle inevitabili lotte all’interno della società e della politica. Nel suo recente La mente inquieta Massimo Cacciari evidenzia la novità del principio umanista dell’amicitia, la scoperta di affinità al di là e al di sopra delle opposizioni.
AXEL HONNETH — Questo è un punto delicato. Ho deciso di concentrarmi sulle tre tradizioni francese, britannica e tedesca in parte per la mia conoscenza limitata delle altre culture europee e delle loro lingue: non avrei potuto studiare l’Italia o la Spagna con la stessa attenzione e profondità. Ma ci sono altre due ragioni. Ho voluto partire dal momento in cui inizia la dissoluzione del mondo feudale, e spero di non sbagliare dicendo che questa prese avvio in Francia quando la nobiltà fu attaccata dalla borghesia e iniziò un conflitto sui temi del rango e della stima sociali. Inoltre, sono partito dall’intuizione che fossero proprio le culture francese, britannica e tedesca ad avere elaborato le paradigmatiche concezioni su che cosa significhi e implichi trovarsi in una situazione di dipendenza. Tre concezioni che ancora oggi influenzano la nostra auto-comprensione politica e sociale.

MAURIZIO FERRERA — Veniamo a oggi. Il riconoscimento è principalmente riferito alle persone ma può essere utilizzato anche per i popoli. Nella seconda metà del XX secolo, la cultura europea ha fatto da pioniere anche su questo. L’integrazione comunitaria prese avvio come ambizioso progetto di riconciliazione dopo le carneficine di due guerre, basato sul principio dell’eguaglianza politica fra popoli e Stati. Tramite la «cittadinanza europea», il trattato di Maastricht ha poi creato un’area di uguaglianza fra tutti i cittadini, indipendentemente dalla loro nazionalità. Durante l’ultimo decennio, tuttavia, la crisi ha interrotto questo percorso. Come ha notato Habermas, le relazioni fra popoli e cittadini hanno palesemente violato il principio di pari dignità. I Paesi debitori (in particolare la Grecia) sono diventati il bersaglio di valutazioni moralizzanti e di castigo paternalistico da parte dei Paesi creditori. I lavoratori provenienti dagli Stati membri dell’Europa centrale e orientale sono stati accusati di turismo sociale, persino di rubare lavoro. Non stiamo assistendo a una svolta politica pericolosa e regressiva, che tradisce quei principi normativi di riconoscimento fra popoli e fra cittadini che pensavamo irreversibilmente radicati nella cultura europea, almeno a livello di élite?
AXEL HONNETH — Sarebbe uno strano segno di cecità politica negare quegli sviluppi. Il progetto europeo è in profonda crisi. L’unificazione monetaria ha generato crescenti divari economici. Quella che viene falsamente chiamata crisi dei rifugiati ha rispecchiato la diversità di culture e approcci su come trattare i richiedenti asilo che fuggivano da condizioni devastanti nei loro Paesi d’origine. Per superare la crisi occorre una nuova visione sulla solidarietà europea e allo stesso tempo un programma convincente su come superare i divari nelle condizioni di vita tra i diversi Stati membri. Nella conferenza «Marc Bloch» che terrò a giugno su invito dell’École des hautes études en sciences sociales cercherò di delineare alcune idee su questo. La solidarietà europea deve poggiare sulla comune volontà di superare i crimini e i misfatti del passato: solo così sarà possibile mobilitare gli europei verso l’obiettivo di superare divisioni e divari.

MAURIZIO FERRERA — La Germania è il più grande potere economico e politico della Ue: lei non pensa che abbia una particolare responsabilità in questo processo di erosione del riconoscimento fra popoli? Sembra che le élite tedesche abbiano perso la capacità di empatia e reciprocità con partner spesso dati per irrimediabilmente indisciplinati.
AXEL HONNETH — Certo, i divari socioeconomici fra Paesi sono in parte causati dall’insistenza del governo tedesco sulle politiche di austerità, da cui l’economia tedesca trae maggior profitto. Ma questa è solo una faccia della medaglia; l’altra è, come ho detto, la moneta comune e le conseguenze non previste della sua adozione. Dal mio punto di vista c’è bisogno di qualcosa di più grande che un semplice aumento dell’empatia da parte tedesca — un’empatia che tra l’altro si è mostrata più elevata rispetto alla maggioranza degli altri Paesi quando si è trattato di accogliere le masse di rifugiati e di integrarli nella società. Ciò che serve è una sorta di New Deal. Un nuovo contratto sociale per equiparare le condizioni di vita dei popoli europei. Ciò implica l’abbandono dell’austerità e l’adozione di ambiziose misure di investimento economico e sociale. Ispirate dalla volontà di realizzare il bene comune europeo.


La Lettura - Corriere della Sera, 5 maggio 2019

Monarchie. Tutto su Rama X, nuovo sovrano della Thailandia (Francesco Giambertone)



Per sostenere una corona di sette chili d’oro, il principe «don Giovanni» doveva mettere la testa a posto. Niente più apparizioni in canottiera e infradito col barboncino Fufu in braccio, niente più serate esagerate nella sua tenuta di Monaco di Baviera tra donne e alcol: a 66 anni e con un regno finalmente suo, Maha Vajiralongkorn è stato incoronato nuovo re della Thailandia, per i suoi sudditi un gradino sotto al solo Buddha, e ha indossato i panni del sovrano.
Nelle oltre due ore di cerimonia al Gran Palazzo di Bangkok, trasmessa a reti unificate, il nuovo re non si è speso in grandi sorrisi, concentrato com’era a rispettare il rigidissimo protocollo: il bagno di purificazione con l’acqua «santa» di 5 fiumi e 4 laghi, la consegna da parte dei sacerdoti bramini degli oggetti reali simbolo del potere – uno scettro in legno e oro, ma anche una frusta di peli di yak e un paio di elegantissime babbucce —, gli omaggi dei notabili e poi l’arrivo della «Corona della Vittoria» del 1782: una torre dorata alta oltre 60 centimetri, sormontata da un diamante indiano dall’inestimabile valore.
Fuori dal palazzo, la Guardia reale sparava salve di cannone e folle festanti celebravano il nuovo capo di Stato. E non potevano fare altrimenti: la Thailandia, monarchia non più assoluta ma costituzionale dal 1932, conserva con fierezza una legge che può far finire in carcere per «lesa maestà», da 3 a 15 anni, chiunque si azzardi a parlar male del re o della sua famiglia. Così almeno in pubblico nessuno dice quel che molti pensano: il principe playboy, quattro matrimoni all’attivo – ultimo dei quali pochi giorni fa con una ex hostess, prossima regina – e un numero infinito di figli rinnegati, educato (con fatica) da pilota militare tra la Gran Bretagna e l’Australia, non era la figura ideale per rimpiazzare il padre Bhumibol Adulyadej, amatissimo re per 70 anni.
Forse ne dubitava lui stesso: per accettare il trono dopo la morte del papà nel 2016 impiegò nove settimane. Una forma di rispetto, si disse, per un lutto personale e nazionale; ma anche un messaggio di autonomia – ipotizza l’Economist — ai soldati che dal colpo di Stato del 2014 guidano il Paese: re Rama X avrebbe preso le decisioni coi suoi tempi. Da allora si è calato nel nuovo ruolo, mostrandosi di più in pubblico e soprattutto riprendendo il controllo dell’Agenzia della Proprietà della Corona, lo strumento che gestisce il patrimonio immobiliare e gli investimenti della famiglia reale e che vale 40 miliardi di dollari. Ha piazzato i suoi uomini nei ruoli chiave, e gode – se non della stima – almeno della riverenza dei soldati e del primo ministro Prayut Chan-o-cha. Oggi attraverserà la città su un baldacchino: nella sua vita precedente forse ci avrebbe portato anche Fufu, ma quel principe eccentrico e quel barboncino non esistono più.

Corriere della Sera, 5 maggio 2019

10.8.19

Mutamenti climatici. Se la canicola fa rallentare la locomotiva tedesca (Sandro Orlando)


Il titolo Se la canicola ecc. è quello della rassegna stampa del Corsera, donde ho tratto il pezzetto che ha come fonte il “Die Zeit”, un diffuso e autorevole settimanale tedesco. Mi pare indicativo di una mentalità, di una ideologia al momento vincente, nella quale la “crescita” economica, che dà profitto al capitale, viene al capitale precede ogni esigenza e ogni bisogno umano. Titolo emblematico e discutibile insieme, ma articolo interessante e utile a capire che il mutamento climatico non è cosa che non ci riguardi tutti. (S.L.L.)


Passau, Bassa Baviera, domenica scorsa: la nave da crociera Emerald Sky termina anticipatamente la sua navigazione, facendo scendere a terra 140 turisti che avrebbero voluto arrivare a Vienna seguendo il Danubio. Il livello dell’acqua è troppo basso per proseguire. Königsbrück, Sassonia, una settimana fa: Frédreric Robert Kasper guarda preoccupato l’acqua dell’Elba che continua a scendere, in certi punti ormai è appena sopra i 20 centimetri, perché senza il trasporto fluviale la sua azienda di mattoni si ferma. Lohne, Bassa Sassonia, lo scorso venerdì: nonostante Stephanie Dreux apra al massimo i rubinetti, esce solo un filo d’acqua, e di notte neanche quello. Per 300 famiglie non è possibile allora neanche tirare lo sciacquone del bagno, fare la doccia o cucinare. Tre situazioni diverse che descrivono bene, in questa caldissima estate 2019, lo stato generalizzato di stress idrico che sta vivendo la Germania, come racconta il settimanale Die Zeit. Una nazione che può contare su 7.647 chilometri di vie d’acqua, navigate ogni anno da circa 2 mila imbarcazioni cargo, che trasportano qualcosa come 2,5 milioni di tonnellate di merci. Una movimentazione resa sempre più difficile dal basso livello di fiumi come il Reno, il Danubio, l’Elba, la Weser, ma anche il Meno, la Mosella, la Neckar, la Oder e tutti gli altri corsi d’acqua che attraversano la Germania. Perché è piovuto pochissimo quest’inverno, e anche le falde acquifere si sono ridotte di molto. Il danno per il made in Germany è enorme, perché per sostituire una nave cargo occorrono mediamente 150 Tir. Ma questa (relativa) scarsità d’acqua si sta traducendo anche in una conflittualità più alta, tra amministrazioni locali, aziende e privati cittadini, a livello di controversie in tribunale. «La Germania è ancora un Paese ricco d’acqua — osserva Jörg Rechenberg, dell’Ufficio per l’ambiente di Dessau — ma in alcune regioni è già in corso una competizione destinata ad aumentare, ad ogni nuova estate calda».

28.7.19

Lavoro 1997-2017. Da Treu al Jobs act, cronistoria del precipizio dei diritti (Manfredi Alberti)



Negli anni Sessanta e Settanta
le leggi davano diritti e il reddito cresceva.
Agli inizi dei Novanta
la grande discesa dei salari
e la lunga marcia della precarietà

I recenti dati diffusi dall’Istat sulla crescita della disoccupazione e della precarietà, specialmente fra i giovani, chiariscono come la deregolamentazione del mercato del lavoro, che imperversa da vent’anni, ha prodotto i risultati devastanti a cui assistiamo.
Già durante i “ruggenti” anni Ottanta si era tentato intaccare le tutele dei lavoratori introdotte negli anni precedenti, ma con scarsi risultati. Si dovette aspettare il crollo del comunismo, il Trattato di Maastricht e il nuovo vento liberista degli anni Novanta per giungere a risultati concreti. Il pacchetto Treu (legge 196 del 1997), che compie ora vent’anni, costituì una svolta decisiva verso la flessibilità contrattuale: il provvedimento introdusse infatti la possibilità di utilizzare il rapporto di lavoro interinale, ampliando notevolmente i margini di applicabilità del lavoro a tempo determinato.
Alla fine degli anni Novanta il dilagare di forme di lavoro subordinato mascherate da contratti di collaborazione portò alla necessità di un’ulteriore regolamentazione normativa, la legge Biagi.
Da un lato delimitò l’ambito di applicazione dei rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, dall’altro allargò ulteriormente le tipologie contrattuali «atipiche». I livelli di protezione normativa del lavoro, secondo la misura che ne dà l’Ocse, si sono via via ridotti negli anni più recenti, a seguito dell’introduzione di ulteriori livelli di flessibilità in entrata e in uscita dal mercato del lavoro.
Dapprima la riforma Fornero (la legge 92 del 2012) ha ridotto la possibilità di reintegro del lavoratore in caso di licenziamento ingiustificato. Da ultimo il Jobs act varato dal governo Renzi ha previsto sia una maggiore libertà nell’uso del contratto di lavoro a tempo determinato, sia l’abolizione di fatto dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.
I provvedimenti renziani sono il triste epilogo di una storia ventennale, segnata sia da un progressivo indebolimento della classe lavoratrice, sia, non casualmente, da una generale penalizzazione dei salari. I limiti e le contraddizioni dell’ultima stagione che abbiamo vissuto emergono con maggiore chiarezza se tentiamo un confronto con le vicende degli anni Sessanta e Settanta, quando l’allargamento dei diritti (che per il capitale sono solo “rigidità”) andava di pari passo con la crescita economica e la bassa disoccupazione.
Molti dei principi costituzionali in tema di protezione del lavoro e parità fra i sessi trovarono per la prima volta applicazione, in un contesto di espansione del reddito, stabilità dei livelli generali di occupazione e in particolare, a partire dal 1973, di crescita dell’occupazione femminile. Non mancarono certo le criticità, specialmente per i giovani e le donne, ma è anche vero che in quegli anni il tasso di disoccupazione maschile si mantenne sempre inferiore al 5%. La vivace stagione di riforme di quegli anni si aprì con la legge 1369 del 1960, che vietava l’intermediazione nelle prestazioni di lavoro. Seguì nel 1962 la legge 230, la quale fissava vincoli stringenti per la stipula di contratti a termine, stabilendo la centralità del rapporto di lavoro a tempo indeterminato.
La legge 7 del 1963 vietò il licenziamento per matrimonio, una pratica molto diffusa che costituiva un fattore discriminante nei confronti delle donne. La legge 604 del 1966 riconobbe il principio della giusta causa nei licenziamenti individuali, anticipando quanto stabilito dallo Statuto dei lavoratori del 1970. Dopo anni di lotte, nel 1969 si arrivò anche all’abolizione delle «gabbie salariali», i differenziali retributivi per area geografica introdotti nel 1945.
Nel 1975 i sindacati ottennero poi il totale adeguamento dei salari all’inflazione, una riduzione della differenza retributiva fra categorie e un’estensione della Cassa integrazione come ammortizzatore sociale dei licenziamenti.
Nel 1977 si giunse infine a una legge che stabilì la parità fra uomo e donna nell’accesso al lavoro e nella retribuzione. Un’altra epoca, si dirà. Ma lo studio del passato serve proprio a questo: a offrire termini di confronto, a dimostrare che altri scenari sono sempre possibili e a confutare i dogmi che le classi dominanti ci impongono.
Come la presunta necessità di barattare i diritti in cambio dell’occupazione e del benessere economico.

“il manifesto”, 14 luglio 2019

Una nuova corsa verso il nostro satellite (Marco Cattaneo)



L'interesse verso la Luna
attira numerosi paesi e aziende,
e potrebbe portare
a una nuova era spaziale

Sono la Astrobotic Technology di Pittsburgh, la Intuitive Machi-nes di Houston e la Orbit Beyond di Edison, in New Jersey, le tre società selezionate dalla NASA per il ritorno sulla Luna. L'agenzia spaziale statunitense lo ha annunciato il 31 maggio, lasciando intendere che i primi esperimenti potranno toccare la superficie del satellite già l'anno prossimo, a bordo di piccoli lander robotici. Bisognerà aspettare qualche anno in più, invece, fino al 2024, perché la NASA rimandi un suo astronauta a calpestare il suolo lunare.
Saranno trascorsi 52 anni dall'ultima impresa dell'Apollo 17. E 55 da quella storica notte del 20 luglio 1969, quando Neil Armstrong e Buzz Aldrin misero fine a una sfida politica e tecnologica durata un decennio. Tecnologica, poi. Fu una sfida combattuta con mezzi di fortuna - il pannello di comando della Vostok 1 che portò in orbita Jurij Gagarin e il computer di bordo dell'Apollo 11 oggi sarebbero inaccettabili anche su uno scooter - e sul filo del pericolo, in nome di una supremazia militare che vedeva le due superpotenze impegnate a mostrare i muscoli attraverso la grancassa di una propaganda che doveva soprattutto assicurare il sostegno interno.
Perché andare sulla Luna è costato un patrimonio. A metà degli anni sessanta gli Stati Uniti investivano nel budget della NASA il 4,5 per cento del PIL. Per fare un paragone, l'Italia spende meno per tutto il sistema dell'istruzione. Per non parlare di quanto investiamo in ricerca, tre volte e mezza in meno.
È per questo che non ci siamo più andati, sulla Luna. Non c'era più motivo di spendere cifre da capogiro né di far rischiare la vita a un equipaggio umano per una dimostrazione di forza bruta. Tuttavia il fatto che in questo mezzo secolo nessun essere umano si sia mai spinto oltre l'orbita terrestre, a una distanza inferiore a quella che separa Milano e Roma, non significa che la tecnologia spaziale non abbia progredito. Anzi, è proprio grazie alle nuove tecnologie e all'abbassamento dei costi che la nuova corsa alla Luna sarà molto più affollata della prima.
In prima fila c'è la Cina, che all'inizio di quest'anno ha già dimostrato di aver sviluppato tecnologie abbastanza sofisticate da far atterrare la sonda Chang'e-4 sul lato nascosto del satellite. Poi, oltre alla NASA, l'Agenzia spaziale europea, che non ha fissato date e che invoca piuttosto una cooperazione globale, e un pensiero ce lo sta facendo anche Roscosmos, l'agenzia spaziale russa, che alla fine dello scorso anno ha annunciato piani per una colonia lunare negli anni quaranta del secolo. Senza dimenticare le ambizioni della giapponese JAXA.
Ma si stanno attrezzando a partecipare anche altri paesi emergenti, come Israele, che ad aprile ha tentato senza successo di far atterrare la prima sonda privata sulla Luna, e l'India, che a metà luglio lancerà la sua seconda missione con l'obiettivo di far posare un lander sulla superficie lunare. E poi ci sono i privati. La SpaceX di Elon Musk e la Blue Origin di Jeff Bezos su tutte, che già pensano di portare sulla Luna facoltosi turisti spaziali.
Insomma, gli ingredienti per una nuova epica corsa al nostro satellite non mancano. E c'è da scommettere che nei prossimi anni avrà inizio finalmente la vera era spaziale. E la Luna sarà soltanto una tappa di passaggio.

www.lescienze.it - “Le Scienze luglio 2019

27.7.19

Il rossetto di Marta, e la sua lezione sul calcio femminile (Elena Tebano)



Fino al 1981 in Brasile il calcio femminile era vietato. Bisogna partire da qui per capire il significato della carriera di Marta, 33 anni, attaccante della nazionale brasiliana e a lungo la più forte giocatrice del mondo. E soprattutto quello delle parole con cui, dopo la sconfitta contro la Francia, ha chiuso la sua ultima partita di un Mondiale. Hanno fatto giustamente il giro del mondo. Solo quattro anni fa uno dei dirigenti del calcio brasiliano spiegava in tv —racconta Louisa Thomas sul New Yorker — di essere fiducioso che, nonostante le studentesse fossero ancora scoraggiate dal giocare e le opportunità professionali scarse e mal pagate, i tifosi avrebbero imparato ad amare il calcio femminile, perché «ora le donne stanno diventando sempre più belle, si truccano» e i pantaloncini sono diventati più corti. Quest’anno nella partita contro l’Italia Marta aveva in effetti il rossetto, anche se probabilmente non del tipo che avrebbe voluto il dirigente brasiliano.
«Il colore viola scuro rendeva il suo viso spigoloso, intenso e gotico. Internet aveva molte opinioni su cosa significasse per Marta, per il calcio, per le atlete, per le donne in generale e per l’umanità» scrive Thomas. Dopo la partita, durante la quale ha segnato il suo diciassettesimo gol in cinque Coppe del Mondo, più di qualsiasi uomo o donna, Marta ha spiegato: «Porto sempre il rossetto. Non quel colore, ma oggi ho detto: oserò. È il colore del sangue, perché abbiamo dovuto lasciare il sangue sul campo. Ora lo userò in ogni gioco». Marta è davvero la donna «più bella di sempre» sul campo —ragiona Thomas — e questo ovviamente non ha nulla a che fare con il rossetto, ma con «sessismo quotidiano» e il fatto che «essendo cresciuta giocando per strada in una piccola città rurale del Brasile, doveva essere più veloce, più agile e più fantasiosa dei ragazzi che erano pronti a tutto pur di batterla». Così Marta ha imparato «a pieno il potenziale del suo corpo, come ogni superficie e angolo poteva essere usato per raccogliere e controllare la palla. Ha capito che una testa ferma, i piedi che ballano e le anche che ondeggiano possono fuorviare un difensore». Ha conquistato un’intimità assoluta con la palla.
Dopo la partita con la Francia si è rivolta alle bambine e alle ragazze brasiliane per lasciare loro la sua eredità morale, e guardando dritta nella telecamera, le parole scandite dalle labbra rosse, ha detto: «Il calcio è volere di più, è allenarsi di più. Essere pronte a giocare novanta minuti e poi altri trenta quando serve. Questo è quello che chiedo alle ragazze. Non ci sarà una Formiga per sempre. Non ci sarà una Marta per sempre. Non ci sarà una Cristiane. Il calcio delle donne dipende da voi per sopravvivere. Il calcio dipende da voi ragazze».

Rassegna del “Corriere della sera”, 26 giugno 2019

25.7.19

La leggenda immortale dello Yeti. L'esercito indiano: "Ecco le sue orme" (Giampaolo Visetti)

Le orme dello yeti fotografate dall'esercito indiano

Dalla scienza sappiamo che quella creatura è un orso, ma in Oriente rimane un simbolo

Molti ridono, altri stupiscono, qualcuno si indigna, ma a oltre seicento anni dal primo annuncio ufficiale del 1407 anche l’India ha infine scoperto lo Yeti. A scovare l’«abominevole uomo delle nevi» nel 2019 e dopo centinaia di libri, film, fumetti e videogiochi, nientemeno che la squadra di una spedizione d’alta montagna dell’esercito di New Delhi. È successo il 9 aprile, ma solo ieri la superpotenza asiatica ha avuto il coraggio di annunciare al mondo che «per la prima volta sono state rinvenute le misteriose impronte del mitico essere». I militari indiani assicurano di averle fotografate nei pressi del campo base del Makalu, la quinta montagna più alta della terra con i suoi 8463 metri di quota, sul versante nepalese, una ventina di chilometri a est dell’Everest. Due immagini delle tracce, per ragioni quasi opposte, hanno fatto impazzire il web sia in Oriente che in Occidente, occupando la giornata di oltre sei milioni di esseri umani aggrappati ai social. L’India ha precisato così che la zampa di quest’ultimo Yeti misura 81 centimetri di lunghezza e 38 di larghezza, evidentemente dilatati dalla fusione della neve: comunque un gigante senza precedenti, nemmeno nella fantasia della realtà virtuale, «in passato avvistato solo nel parco nazionale del Barun», controllato da Kathmandu. Qualche dubbio, sull’effetto scatenato dall’annuncio, è venuto anche ai generali indiani. Un comunicato sottolinea che «le prove sono state fotografate e consegnate agli esperti in materia» e aggiunge, scanso oscillazioni della fede globale nello Yeti, che «si basano su evidenze fisiche, video e racconti».
Sbellicarsi all’idea che le sofisticate forze armate della più popolosa democrazia del pianeta osino diffondere seriamente una notizia simile, è salutare. Non aiuta però a comprendere la serietà e la bellezza del secolare nodo-Yeti, stretto attorno a cultura, scienza, leggenda e politica. Gli appassionati di storia in pillole, con un comodo clic su Wikipedia, possono ingoiare rapidamente le tappe di una saga che nel mondo italiano e tedesco ha assunto il volto «yetesco» di Reinhold Messner. Il «re degli Ottomila», nel pieno della corsa alle vette senza ossigeno, aveva giurato di averlo «incontrato più volte». Ha poi chiarito, nel libro Yeti, leggenda e verità, che il presunto umanoide affetto da ipertricosi altro non è che «una specie di orso himalayano», un incrocio tra la razza bruna dei plateau asiatici e quella bianca dei ghiacci polari, divise per sempre da glaciazioni, sismi e surriscaldamenti atmosferici. «L’annuncio indiano – dice adesso – lo conferma. Lo Yeti è un orso, ma la sua leggenda supera la scienza fino a incarnare una verità popolare che è diventata realtà. In Tibet, Nepal e Bhutan la gente crede da secoli nella materializzazione zoologica di una fantasia comune: è in questo senso ben più vasto e interiore che un orso, in Himalaya, è uno Yeti». In Oriente il mito resta sacro, almeno quanto l’ironia in Occidente. Nata, tra l’altro, da imbarazzanti errori di traduzione rilanciati perfino, nel 1953, dalla decisiva spedizione di Edmund Hillary sull’Everest. Il britannico Yeti storpia il termine «yeh-teh» con cui gli sherpa nepalesi indicano «quella cosa là», ossia «la creatura delle rocce». In Tibet «dzu-teh» significa la «cosa grossa», «meh-teh» una «cosa più piccola». Ogni civiltà nativa, oltre a un dio, conserva un demone nascosto dentro un animale umanizzato: le maschere sfuggite a Mao nei monasteri tibetani, offerte oggi nei mercati nepalesi, esprimono senza equivoci la medievale onnipotenza di sovrani divini. Questi Yeti, o uomini selvatici rappresentati come orsi, tra il Pamir e la Mongolia si chiamano «alma», tra la Cina e l’Indonesia «xuérèn», in Siberia «chuchunaa», tra i nativi americani del Nord «sasquatch», tra quelli del Sud «isnashi». Se ne conservano zampe e pellicce, zanne e ossa.
A stupire davvero, nel 2017, è stato così l’annuncio che uno studio internazionale, guidato da Londra, ha chiuso il rompicapo grazie al Dna. Per via genetica i biologi hanno stabilito che lo Yeti è scientificamente uno speciale orso himalayano, in via di estinzione. Questo vale in Occidente però, perché l’Oriente si aggrappa al suo Yeti metafisico, colonna dell’altra metà del globo. L’India può anche essere un’avveniristica potenza arcaica, ma ingenua non è. Far scoprire all’esercito lo Yeti tra Nepal e Tibet nel 2019 politicamente significa ricordare, non solo a Pechino, che sull’Himalaya i confini e la sovranità del Tibet storico, ossia la terra dello Yeti e la sorgente dell’acqua, restano indefiniti: e che non tutti i trattati di pace, in Asia, sono stati firmati. È velleitario rinchiudere l’«abominevole uomo delle nevi» in una cellula animale da sparare su twitter: sarà un mostro, un orso, oppure un diavolo, ma «l’abominevole uomo delle nevi» resta prima di tutto un’idea meravigliosa che fa sorridere perché si capisce che con il cuore un estremo mito senza tempo va preso sul serio. Del resto non si può immaginare, ricordano anche a Lhasa, ciò che non esiste.

“la Repubblica”, 30 Aprile 2019

Sorpresa: le auto elettriche servono soprattutto in campagna (Elena Tebano)


Scordatevi le città: è nelle campagne che c’è bisogno di auto elettriche. Lo sostiene la “Süddeutsche Zeitung”, perché lì « il trasporto pubblico non riuscirà a offrire un’alternativa all’automobile nel prossimo futuro. E perché le auto elettriche, in particolare, possono essere integrate molto più facilmente nella vita quotidiana. Non importa quante stazioni di ricarica sono ancora in costruzione nelle città - se non avete un garage o un parcheggio con possibilità di ricarica, dovrete sempre far fatica. Migliaia di persone già girano ogni giorno alla ricerca di un posto auto. Se il parcheggio deve offrire anche una struttura per ricaricare l’auto elettrica, diventa una ricerca quasi senza speranza». In campagna è molto diverso: in Germania ci sono almeno 17,5 milioni di case unifamiliari che crescono al ritmo di 100.000 circa all’anno: si trovano in maggioranza fuori dalle città e spesso hanno un garage, un posto auto coperto o un altro parcheggio vicino alla casa «dove un’auto elettrica può essere ricaricata durante la notte senza problemi». Perché si diffondano, però, è necessario che lo Stato finanzi l’acquisto di stazioni di ricarica per i privati. Oltretutto questo tipo di abitazioni permettono anche di istallare in autonomia i pannelli solari, per produrre energia elettrica in modo indipendente. Né deve spaventare che nelle zone rurali si percorrano distanze più lunghe: «Gli spostamenti medi sono attualmente di 17 chilometri, anche le auto elettriche più piccole possono percorrere almeno 100 chilometri con una sola carica della batteria».

Rassegna “Corriere della sera”, 26 giugno 2019

Nelle zone industriali e di frontiera degli USA. L’epidemia degli oppioidi e le colpe di Big Pharma (Gabriele Genah)



L’origine, l’evoluzione e la portata della catastrofica epidemia degli oppioidi negli Usa sono appena diventate più chiare. Inizia così il lungo articolo di inchiesta del “Washington Post”, che si basa su centinaia di migliaia di dati, ottenuti dopo una lunga battaglia legale condotta dal giornale, e resi per la prima volta disponibili la settimana scorsa.
Il quadro che ne esce è desolante e può essere riassunto così: l’industria farmaceutica - dai produttori, ai distributori ai rivenditori - ha trovato profitto nell’inondare di antidolorifici alcune delle comunità più vulnerabili d’America. Medici e agenzie governative non sono riusciti a prendere contromisure adeguate, neanche quando diventò chiaro che queste pillole creavano dipendenza e molte finivano spacciate per le strade. Il flusso di oppioidi si è riversato soprattutto nelle zone industriali e di frontiera, dove l’economia si basa sui lavori pesanti, portando molti a cercare il conforto degli antidolorifici. Dal 1996 sono oltre 200 mila i morti a causa di overdose per questi farmaci.
I dati ottenuti dal “Post” mostrano una tendenza nella distribuzione di oppioidi che non può passare come un trattamento medico ragionevole: l’epidemia non è mai stata un fenomeno oscuro, era in piena vista. Semplicemente, secondo il giornale, qualcuno non poteva o non voleva fermarla. Dal 2006 al 2012 (il periodo cui si riferiscono i dati) il numero di pillole consegnate è schizzato da 8,4 a 12,6 miliardi, senza alcuna gradualità. La legge impone alle industrie di autoregolarsi e di riferire su eventuali ordinativi sospetti, ma molte non si sono adeguate: una di queste aziende per esempio, la Teva, dal 2013 al 2016 ha riportato solo 6 ordini sospetti su 600 mila. Il problema è che anche quando la legge rileva queste anomalie, le sanzioni sono ampiamente alla portata: nel 2017 uno dei più grandi distributori, la McKesson, venne multata per 150 milioni di dollari. I suoi ricavi netti di quell’anno ammontarono a 5 miliardi.

Rassegna “Corriere della sera”, 22 luglio 2019

21.7.19

Etica e politica delle piante. Se gli alberi provano piacere e dolore che diritto abbiamo di potare le loro vite? (Gianfranco Marrone)


Per millenni relegate al gradino più basso nella catena degli esseri, anche le piante diventano soggetti etici ma la questione ambientale non si può ridurre a un semplice antropocentrismo al rovescio


Il mondo delle piante vive una clamorosa rinascita: tutti ne parlano, tutti le vogliono, tutti si ergono a loro difensori. Parlando in loro nome, a qualsiasi livello del dibattito pubblico: da quello filosofico a quello politico, da quello della sensibilità diffusa al mondo, manco a dirlo, dei social media. Di modo che oggi diventa possibile, come mostra il bel libro di Pellegrino e Di Paola Etica e politica delle piante (Editore: DeriveApprodi)
Per millenni le piante – selvatiche, coltivate, ornamentali, edibili, immaginarie o reali che fossero – sono state relegate nel gradino più basso della catena degli esseri. Per quanto il pianeta esista grazie a loro (costituendo l'80% della biomassa della Terra, assorbono carbonio e forniscono ossigeno), l'ideologia zoocentrica dominante – da Aristotele alla biologia contemporanea – le ha considerate, tutt'al più, un puro palcoscenico della vita animale, esseri viventi ma passivi, immobili e incapaci di progettualità, privi di sensibilità e affetti, meno che mai di cognizione e raziocinio. Nella migliore delle ipotesi, le piante hanno funzionato da serbatoio simbolico per le varie culture, restando comunque una sorta di alterità costitutiva della specie umana. Essere ridotti al rango delle piante, puri vegetali, è per gli uomini il massimo dell'abominio o dell'insulto, perché, appunto, comporta un uscir fuori dalla propria natura.
Ora però, ragionano Pellegrino e Di Paola, non solo nella storia del pensiero e della religione sono ben esistite ideologie non zoocentriche (da Teofrasto all'induismo e al giainismo), ma si è sviluppata ai nostri giorni una visione filosofica che attribuisce ai vegetali tutt'altre caratteristiche intrinseche. Falsa l'idea di un'immobilità delle piante (basta avere le lenti giuste per coglierne gli spostamenti). Per non parlare del fatto che, a conti fatti, esse sono dotate di sensibilità, manifestando sentimenti di piacere e di dolore, e partecipando da protagoniste alla costruzione e al mantenimento dell'habitat non solo naturale ma anche sociale.
In un'epoca qual è la nostra, dove ogni separazione fra natura e cultura, ambiente e uomo, appare, piaccia o non piaccia, del tutto superata, la specie umana ha perduto la sua supposta centralità nell'universo. È l'epifania del cosiddetto Antropocene (al quale gli stessi due autori hanno dedicato un importante volume lo scorso anno), che ha portato a riconsiderare, prima, il ruolo degli animali (si pensi all'antispecismo, l'animalismo, al veganesimo etc.) e, adesso, quello dei vegetali. E se, come da qualche tempo si discute, occorre attribuire agli animali loro precisi diritti, non in funzione dell'uomo ma in quanto tali, analogo ragionamento deve essere condotto per quel che riguarda il cosiddetto regno vegetale.
Per farlo, occorre innanzitutto ridimensionare i nostri, di diritti: in nome di che cosa uccidiamo le bestie? che diritto, appunto, abbiamo di sottoporle a quelle immani torture che si svolgono negli allevamenti o, peggio nei mattatoi? Allo stesso modo, ragionano Pellegrino e Di Paola, perché recidere sistematicamente le radici un albero imponente per farne un bonsai? In nome di quali valori potare il bosso nei giardini per ottenere forme stravaganti che dovrebbero colpire l'immaginazione? E anche: perché coltivare le lattughe, gli ortaggi e i cereali per mangiarli?
Da qui l'etica e la politica delle piante, aree di pensiero assai necessarie oggigiorno, se pure tutt'altro che evidenti e pacifiche. Se da un lato infatti sembra ragionevole dotare i vegetali di loro valori e loro diritti, dall'altro va detto che le categorie di valore e di diritto sono istanze propriamente umane che noi, in modo del tutto estrinseco, applichiamo a esseri che non è detto vogliano accettarle. La natura è il luogo delle peggiori nefandezze e delle più atroci violenze: ci si uccide e ci si mangia a vicenda. Tutti prede e tutti predatori, vegetali compresi. Insinuare in essa una qualche morale è quindi una forma di addomesticamento, ossia ancora una volta di assoggettamento all'uomo. Inoltre, come se non bastasse: se decidiamo di non mangiare più le piante, così come s'è fatto per gli animali, che cosa mettiamo nello stomaco? Dotare di valore gli altri esseri viventi significherà, paradossalmente, ridurre quello della specie umana? Antropocentrismo alla rovescia?
Le questioni, si vede, sono tutt'altro che banali. E il libro in questione le discute con intelligenza, conservandone tutta la problematicità. Quel che è certo è che la questione ecologica e ambientale non può essere affrontata in termini, per così dire, kantiani, dove l'uomo è il fine d'ogni azione morale e tutto il resto il mezzo. Il pianeta è una casa comune: allontanare da essa chi non ci piace – uomo, animale o pianta – è soltanto arroganza da stolidi.

Tuttolibri La Stampa 20 luglio 2019

statistiche