6.5.12

Dal "Dizionario dei luoghi comuni" di Gustave Flaubert

Credo che sia di La Bruyère o di un altro dei moralisti classici la massima che in italiano più o meno così suona: “Se si ponesse attenzione a tutto ciò che di freddo, di vano, di puerile viene detto in conversazione forse ci condanneremmo a un silenzio perpetuo che nel commerce tra gli uomini  sarebbe peggio degli inutili discorsi”. Dalle storie ho tuttavia appreso che vi fu uno che alla stupidità della conversazione mondana faceva fin da bambino era attentissimo.
“A nove anni, Flaubert scriveva in una lettera dall'ortografia incerta: « siccome c'è una signora che viene da papà e ci racconta sempre delle sciocchezze le scriverò ». La morte lo avrebbe colto mentre continuava ancora a trascrivere le gesta della Stupidità nell'incompiuto Bouvard e Pécucket. E durante tutta la vita di Flaubert l'immagine della Stupidità, sotto la possente spinta dei tempi, si era continuamente dilatata dinanzi ai suoi occhi: non più soltanto attributo inestirpabile della specie umana ma Potenza Cosmica, l'etere che ormai avvolgeva qualsiasi parola fosse pronunciata: le chiacchiere della comare e le relazioni dell'accademico, gli appelli del politico e le sentenze del farmacista, le similitudini dei lirici e i protocolli degli scienziati. Si trattava ormai di una nuova Lingua Universale, tutta composta di Frasi Fatte, cui mancava però ancora un dizionario. Flaubert per decenni sognò di scriverlo egli stesso. Così descriveva il progetto, in una lettera del 1852 a Louise Colet: «Credo che l'insieme sarebbe formidabile come il piombo. Bisognerebbe che in tutto il libro non ci fosse una parola mia, e che, una volta letto il dizionario, non si osasse più parlare, per paura di dire spontaneamente una delle frasi che vi si trovano ». Di quell'immenso progetto, che doveva confluire nella seconda parte del Bouvard e Pécuchet, rimane il prezioso frammento che qui pubblichiamo”.
Ho ricavato questo testo della retrocopertina del Dizionario dei luoghi comuni (Dictionnaire des idées recues) che Adelphi pubblicò nel 1980 per la cura di J. Rodolfo Wilcock. Il libro è insomma una prima raccolta di quelle frasi fatte, che segnalano quella fatuità della comunicazione mondana di cui parla La Bruyère. Ne riprendo qui qualcuna, a mo’ d’assaggio. (S.L.L.)

Abelardo. Inutile avere la menoma idea della sua filosofia, altrettanto inutile conoscere i titoli delle sue opere.
Fare un accenno discreto alla mutilazione su di lui operata da Fulberto.
Tomba di Eloisa e Abelardo: se vi dimostrano che è fasulla, esclamare: « Non toglietemi le il­lusioni! ».

Abitudine. Bisogna sempre aggiungere: « è una seconda natura ».
Le abitudini di collegio sono cattive abitudini. Con l'abitudine si può suonare il violino come Paganini.

Académie française. Denigrarla, ma far di tut-to per diventarne membro.

Achille. Aggiungere «dal piè veloce »; ciò lascia credere che abbiamo letto Omero.

Callo ai piedi. Sente i mutamenti del tempo meglio di un barometro.
Molto pericoloso se vien tagliato male; citare esempi di disgrazie spaventose.
I più prudenti non se li fanno mai tagliare: vanno strappati con le unghie, vi si applica un pezzo di carne macerata nell'aceto.
Bisogna evitare di salire le scale, fa venire i calli.

Calzamaglia. Molto eccitante.

Cameriere.  Più belle delle loro padrone. Sanno tutti i loro segreti, e li tradiscono.
Sempre disonorate dai figli dei padroni.

Camino.  Fa sempre fumo.
Argomento di discussione a proposito del riscal­damento.

Campanile di paese. Fa battere il cuore.

Candore. Sempre adorabile.
Se ne ha troppo o non se ne ha per niente.

Carino. Si usa per tutto quello che è “bello”

Quadratura  del cerchio.   Non  si sa che cosa sia, ma quando se ne parla bisogna stringersi nelle spalle.

Quaresima. In fondo non è che una misura igienica.

Questione. Porla è risolverla.

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