11.11.12

L'anti-Rivera. Brera, il calcio e il "divino scorfano" (Roberto Andreotti)

Il fuoriclasse dei giornalisti sportivi
A giorni si celebrerà il ventennale della morte di Gianni Brera. Qualche volta, da “riveriano” accanito e impenitente, l’ho persino odiato. Ricordandolo e rileggendolo a tanti anni di distanza, non posso nascondere tuttavia l’ammirazione e, insieme, il rimpianto per un calcio, per un giornalismo calcistico, per un giornalismo, che ritengo assolutamente migliori di quelli di oggi. 
Colpa di Berlusconi? Sì, forse, ma bisogna capire bene se Berlusconi è malattia o sintomo.
Intanto, per rammentare Brera, propongo un ampio stralcio da un articolo di “alias”, recensione di una antologia calcistica curata cinque anni fa da Massimo Raffaeli. (S.L.L.)
Gianni Brera (a destra) con l'allenatore Helenio Herrera

Una nuova antologia Bur di Gianni Brera (1919-1992) a cura di Massimo Raffaeli Il più bel gioco dal mondo consente a quindici anni di distanza dalla morte di fare il punto sul più grande giornalista sportivo del dopoguerra con un minimo di distanza emotiva. Il che non esclude, è naturalè, che nel liofilizzare in questo grosso Liebig, come dicono i tedeschi, la «visione del mondo» (non solo del football) breriana, il selezionatore abbia volentieri assecondato prima di tutto il proprio statuto letterario e generazionale e, perché no, l'istinto 'tifoso'. 
Raffaeli infatti, critico militante ben noto ai lettori di «Alias» e del “manifesto”, delira - scriverebbe Brera - per la Juventus: da qui, deduco, l'omaggio a Omar Sivori attraverso un testo con l'argento vivo, estratto (unico testimone) dal meraviglioso I campioni vi insegnano il calcio (Longanesi 1965), il manuale breriano per aspiranti calciatori montato col toccante film fotografico dal set delle lezioni. Si tratta insomma di antologia talmente 'personale' - incluse le scelte drastiche di cui diremo -, da far scattare nella testa il nome di Cesare Garboli, effettivamente evocato in bibliografia per «un breve e splendido saggio» (Gli impulsi distruttivi di Gianni Brera) uscito quarant'anni fa su «Paragone», la rivista di Longhi.
Il primo dato rilevante è che Raffaeli sottrae Brera al ring settoriale del giornalismo sportivo - del resto nel frattempo quasi defunto (tolti Clerici, Mura e altri pochi) -, e ci fa i conti da intellettuale a tutto tondo quale egli è. Non furono proprio gli intellettuali a tirare soprattutto contro il bersaglio linguistico di Brera (la lingua era un po' il suo totem)? con, in cima, il famoso aforisma critico di Eco, che doveva averlo ferito a sangue a giudicare dalla aggressiva autodifesa, qui integralmente ripubblicata. Prima che intellettuale però, anzi mentre si faceva le ossa e affilava i denti con Lukàcs o Contini, il Raffaeli sarà stato uno dei tanti ragazzi 'moderni' nati alla fine degli anni cinquanta che non disdegnavano di assumere Brera come uno stilista il cui filtro versicolare era irrinunciabile per capire di calcio; e pazienza per gli idiotismi e le distorsioni ‘cromatiche’; nessuno pari a lui nell’illustrare il teatro agonistico del rettangolo verde. Pulsa dunque in questo libro una certa generazione di lettori, formatasi grosso modo nei politici anni settanta, la quale hai conosciuto Brera, e il fenomeno sociale calcio, quando l'uno e l'altro si trovavano giusto all'apice della loro parabola. Poi le déluge, sino al pianto dei giorni nostri. E’ un arco cronologico che possiamo tendere tenendo agli estremi due match storici tra Italia e Germania, divenuti del resto eventi televisivi di massa: il 4-3 dei 'messicani' di Valcareggi (Facchetti, Domenghini, Riva, Rivera, Mazzola...) da un lato (1970); il 3-1 dei ragazzi di Bearzot campioni del mondo a Madrid dall'altro (tutte le corrispondenze di Brera per “Repubblica” da quel Mundial disputato nel 1982 in Spagna spiccano in una sezione autonoma dell'antologia). Se l'arco generazionale è questo - e perciò tutto il 'prima' della storia del calcio lo si imparava dagli articoli di Brera e dalle filmine in nero sulla Rai -, allora l'antologia che abbiamo tra le mani va gustata anche obliquamente come una testimonianza, sentimentale prima che critica, «di formazione».
Vediamo ora come è stata montata la sequenza dei testi. A differenza della silloge 'polisportiva' compilata dal 'discepolo' Gianni Mura nel '94 (Il principe della zolla, Il Saggiatore), questa è composta esclusivamente di scritti di calcio 1949-1982, come recita il sottotitolo; e un po' alla Hobswbam Raffaeli ha strozzato il finale, tagliando via come non significativo tutto il decennio culminato con la morte di Brera, morte notturna e automobilistica, nella Bassa, pochi giorni prima del Natale 1992: secondo lui infatti sul miglior Brera - ma si deve intendere, anche, sul miglior calcio - il sipario era calato subito dopo la vittoria contra spem degli Azzurri ai campionati mondiali spagnoli di cui s'è detto: capolavoro del calcio «all'italiana», fondato anzitutto su una difesa arcigna, insuperabile («safety first! »); traguardata oggi, questa periodizzazione che delimita il ‘secolo breve' del football - a costo di sacrificare il fantasma di Maradona (il «divino scorfano») - denuncia implicitamente in quale punto si sarebbe originato il disastro.
Solo il Brera calcistico allora, però non oltre l'«Io triumphe» gridato sulle colonne di Repubblica per la «vecchia smandrippata» Italia tri-campeón mundial nel luglio '82; niente romanzi - sui quali anzi Raffaeli è giustamente tiepido, né, per rimanere al quid calcistico, egli ha inteso stralciare un testo coeso come la Storia critica del calcio italiano (1975), che mal si sarebbe fatto sbranare. Scelte editoriali recise, ma senza dubbio il colpo di scure più pesante (e immagino doloroso) è stato il primo, che taglia via, del corpus breriano, ciclismo, pugilato e atletica leggera (il «culto dell'uomo» studiato scientificamente all'inizio della bruciante carriera alla “Gazzetta dello Sport”). Viceversa nell'allineare i pezzi di calcio il curatore si è attenuto a criteri più oggettivi, attingendo quasi esclusivamente ai libri ufficiali dell'autore 'in vita': si tratta, evidentemente, di punta di iceberg, perché quando il motore andava a pieni giri, ai tempi del “Giorno” e del «Guerin sportivo», Brera era capace di sputare anche «cinquanta-sessanta cartelle la settimana, non meno veloci che orrende, qualche volta», come egli stesso confessava con un certo orgoglio. Sott’acqua rimane la vera montagna, migliaia di articoli srotolati dalla Olivetti e morti carta di giornale, cioè l'effimero per definizione: qualche matto prima o poi dovrà esplo¬rarla, per cavarne singoli cristalli.
Valga per tutti - cito a memoria - un pezzo al tramonto scritto per le 500 partite di Gianni Rivera con la maglia del Milan: uno degli eroi, o degli antagonisti, della Comédie humaine breriana, e in quel pezzo il vecchio cronista voleva quasi addolcire la istituzionale vis polemica e rendere l'onore delle armi al più feroce dei suoi personaggi 'di carta': quel Rivera che era stato per anni il discrimine tecnico-tattico di una annosa, aspra querelle, da una parte i difensivisti all'italiana (Brera e Gual¬tiero Zanetti, direttore della Gazzetta); dall'altra la scuola cosiddetta napoletana di Antonio Ghirelli e Gino Palumbo; ma anche, pro-Rivera «il ragazzo d'oro», intellettuali come Luciano Bianciardi, Oreste Del Buono, Giansiro Ferrata... Per Rivera Raffaeli ha scelto un luminoso ritratto dal bellissimo, anche nel titolo 'alla Soffici', Incontri e invettive (Longanesi 74): dal quale migrano qui - oltre a Sangavineddu, ispirato racconto sardo che sigla l'antologia - altri due testi teofrastici (Gigirriva e Helenio Herrera), nel capitolo «Ricordi e ritratti», quello con l’obituary per Nereo Rocco.
La sezione più intimamente breriana, forse perché rispecchia gli effetti diuturni di un geniale artigianato critico-linguistico, rimane quella dedicata a una sceltissima campionatura delle «cronache»: le minuziose cronache di una volta, che dovevano raccontare la partita «trascodificandola» attraverso le equivalenze verbali. L'idea di Brera era di fornire una lettura critica rigorosamente ancorata, anzitutto, a precisi canoni tecnico-tattici, ed 'estetici', grazie a un vero e proprio metodo narrativo-interpretativo che iniziava con la rituale stenografia in tribuna-stampa. Qui in verità andrebbe aperta una digressione teorica, per la quale si rimanda direttamente ai testi 'programmatici' raccolti nella prima sezione dell'antologia («Leggere e scrivere il calcio»). Ma per dire della temperatura attorno al personaggio-Brera - a un certo punto ci fu una vera e propria querelle-Brera-, occorre almeno riformulare la domanda che malignamente, e pro domo sua, il 'riveriano' Ennio Flaiano pose nel corso di un'inchiesta dell'«Europeo» (era il 1970) a chi gli chiedeva conto della ricerca linguistica di Brera: «il calcio è un happening, come si può criticare qualcosa che sta avvenendo? - rispondeva Flaiano - I critici del calcio, per scrivere su queste cose devono fare del marinismo. Sono costretti a inventare qualche cosa che sostituisca la semplicità, la realtà...». Apriti o cielo!, vedere la piccata risposta…

"alias", 10 novembre 2007

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