7.12.09

Io lo conoscevo bene. Gianni (Giovanni) Puglisi: ritratto del carrierista da giovane.


1. Nel portale della Treccani
Chi è Giovanni Puglisi?
Nel portale della Treccani troviamo illustrata una prodigiosa carriera accademica e una serie lunghissima di presidenze, reggenze, direzioni, attività. Leggiamola: “Giovanni Puglisi, nato a Caltanissetta nel 1945, è il Rettore della Università IULM di Milano e il Presidente della Commissione Nazionale Italiana per l’Unesco. Dopo la laurea in Lettere, diventa Assistente ordinario di Storia della Filosofia. Nel 1976 diventa Professore ordinario di Storia della Filosofia. Preside della Facoltà di Scienze della Formazione dell'Università di Palermo (1979 – 1998) e Presidente della Conferenza dei Presidi delle Facoltà di Scienze della Formazione Italiane (1983 – 1998). Nel 1993 diventa titolare della Cattedra di Letterature Comparate presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Palermo. E’ titolare della Cattedra di Letterature Comparate nella Facoltà di Scienze della Comunicazione e dello Spettacolo della Libera Università di Lingue e Comunicazione IULM di Milano dal 1998. E’ Presidente della Consulta Universitaria di Critica Letteraria e Letterature Comparate. Dal 28 marzo del 2001 è Rettore della Libera Università di Lingue e Comunicazione IULM.
Altre esperienze professionali:
E’ Presidente della Fondazione Banco di Sicilia, della Fondazione Università IULM, dell’ISIDA (Istituto Superiore per la Formazione dei Dirigenti d’Azienda di Palermo), del Premio Letterario Internazionale Mondello e della Società Siciliana per la Storia Patria.E’ Vice Presidente e membro della Giunta della Conferenza Nazionale dei Rettori CRUI.È Vice Presidente della Commissione Nazionale per la Promozione della Cultura Italiana all'Estero presso il Ministero degli Affari Esteri, della Fondazione CittàItalia, del Teatro Biondo-Stabile di Palermo.E' componente del Consiglio d'Amministrazione dell'Istituto dell'Enciclopedia Italiana ‘G. Treccani’.E’ stato Assessore alla Cultura della Città di Palermo. E’ socio onorario della Società Geografica Italiana. E’ socio del Rotary Club Roma Sud ed è stato insignito del Paul Harris Fellow. E' iscritto dal 1972 all'Ordine dei Giornalisti”.
Insomma non gli manca niente.

2. Palle bianche e palle nere
Di Puglisi si parlò quando nella scorsa primavera il presidente della Regione siciliana, Lombardo, iniziò la resa dei conti con il suo ex fratello siamese Cuffaro e si dimise. Dichiarava che avrebbe fatto una nuova giunta, senza l’Udc e senza gli assessori del Pdl che avevano remato contro, parlava di aperture della società civile. Nel totoassessori molti davano Puglisi per sicuro. Ma nella lista che Lombardo presentò a fine maggio non c’era.
Un mese dopo, tuttavia, una nomina arrivò: il Presidente Lombardo aveva scelto il Prof. Puglisi come superconsulente alla Regione Siciliana per Beni culturali, Alta formazione, Università e ricerca, sistema bancario e finanza. Con un suo formale provvedimento gli aveva affidato anche il compito di costituire e coordinare un “Organismo per la razionalizzazione e ottimizzazione delle risorse umane e materiali della Regione Sicilia”.
Oggi che all’Assemblea Regionale Siciliana dopo il voto sul documento di programmazione, la crisi riesplode e Lombardo cerca una maggioranza aprendo al Pd, il Corsera ha ben pensato di intervistare Puglisi (4 dicembre 2009). Sul mancato assessorato così si esprime con l’intervistatore Maurizio Giannattasio: “Non ho fatto l'assessore perché certe cose non si fanno per gioco. L'intenzione mia e di Lombardo era quella di non buttare alle ortiche la mia esperienza al Banco di Sicilia. Se avessi fatto l'assessore dopo 48 ore mi sarebbe arrivato il diktat di optare. Sarebbe stato poco serio fare l'assessore per due giorni. Il mio non è né un gran rifiuto, né il comportamento di una vergine pudibonda”.
Puglisi esclude elezioni anticipate: “Come si può pensare che in mezzo a questa crisi globale la Sicilia si metta in stand by e blocchi l'attività di governo? Lombardo ha dimostrato un alto senso di responsabilità quando ha detto che è alla ricerca di una maggioranza per sostenere l'attività economica e legislativa dell'isola”. Ma sull’ipotesi di una maggioranza alternativa al centrodestra è sibillino: “Non faccio l'analisi del sangue alle palle bianche e nere dell'assemblea regionale. Una volta c'erano 90 deputati in aula e 92 palle nell'urna. E' capitato più volte che i risultati elettorali non fossero corrispondenti alle maggioranze in assemblea”.
Puglisi nondimeno ritiene improbabile un governo col Pd o una sorta di “milazzismo” (Milazzo, un Dc di destra ribelle al centralismo fanfaniano, guidò un governo “sicilianista” di democristiani dissidenti, missini, monarchici e socialisti, appoggiato dall’esterno dal Pci) ed ipotizza una soluzione nell’ambito del centrodestra: “Ci sarà uno showdown e si arriverà a una chiarificazione all'interno del centrodestra. Con un'avvertenza: in Sicilia ai problemi nazionali si aggiungono sempre problemi politici locali e personali”.
Queste le più recenti nuove di Puglisi. Ma io qui voglio parlare di Gianni giovane, del Gianni che conoscevo bene, quello che muoveva i primi passi di una carriera prestigiosa.

3. Il tribuno
Lo conobbi ad una riunione di giovani di sinistra in Fgci, nella primavera del 67.
Si doveva organizzare un sit in contro la guerra americana in Vietnam in via Archirafi, ove avevano sede le facoltà scientifiche. A me (per la Fgci), a lui (per la Fgs del Partito socialista unificato) e a Corradino Mineo (per la Fgs del Psiup) fu dato l’incarico di promuovere la partecipazione degli studenti di Lettere che stavano ancora alla Centrale di via Maqueda. Ci vedemmo due volte per concordare ed effettuare il volantinaggio.
Corradino era un vero e proprio enfant prodige. Non aveva ancora diciott’anni ed era già universitario: vocina stridula, aria da intellettuale, tanta voglia di cambiare il mondo. Puglisi era più grande di noi, aveva 22 anni. Era stato l’artefice dell’alleanza tra l’Ugp (sezione palermitana dell’Ugi, l’associazione degli studenti di sinistra) e Nuova Goliardia (un’associazione locale di studenti socialdemocratici e laici) e si presentava come un politico scafato, capace di leggere dentro le pieghe. Giacchetto spinato, baffetti stravaganti, si distingueva per una gentilezza cerimoniosa. Nel saluto non arrivava tuttavia al massimo dell’untuosità, porgendoti la mano moscia, ma prendeva la tua e la premeva due volte, come fosse la pompetta del clacson. Un segno distintivo inconfondibile. Chissà se lo fa ancora.
Il sit in andò benino (non era ancora il Sessantotto e 100 persone a Palermo erano un buon risultato) e i rapporti con Puglisi da allora si limitarono a qualche incontro casuale. Mi raccontava dell’unificazione socialista, si lamentava della rigidità del Pci, ma era sempre pronto a darti ragione, sulle cose più impensate.
Io leggevo “la Sinistra”, un mensile appena nato che accorpava diverse anime della “sinistra critica”. Lo dirigevano in tre, Lucio Colletti, Giulio Savelli e Silverio Corvisieri. De “la Sinistra” era uscito un numero molto speciale con il titolo Che Guevara da un altro Vietnam e nella quarta di copertina, su fondo rosso, la fortissima conclusione dell’appello del Che: “Ogni nostro atto è un grido di guerra contro il nemico del genere umano, l’imperialismo degli Stati uniti dell’America del Nord… ovunque ci colga la morte che sia la benvenuta a condizione che altre armi…”. Una volta, chiacchierando con Gianni, me la presi con Amendola che al Comitato centrale aveva attaccato “gli strateghi di farmacia che vorrebbero creare molti Vietnam”; lui si disse d'accordo con me.
Nel febbraio del Sessantotto, smaltito l’impatto del terremoto nel Belice, anche nelle facoltà universitarie palermitane cominciarono le occupazioni. A Lettere partì il 28 e durò pochissimo. Fu piuttosto strana: nelle assemblee parlavano anche i fascisti (ricordo interventi di Aurea e Fragalà, molto antiborghesi) e avevano molto peso gli assistenti. Arrivò anche una delegazione di professori solidali. Uno diceva: “Bruciate l’Università”. Era un vecchio crociano senza dichiarate preferenze politiche, ma si diceva che votasse Dc.
Tra quelli che in assemblea si distinguevano ricordo uno scatenato Attilio Mangano, un raffinato Piero Violante, studente a Lettere, ma già laureato e borsista a Legge, l’ottimo e giovanissimo Mineo, ora collegato con il circolo Labriola, il cattolico Valdes, buona forchetta, ma più di tutti efficace era Puglisi, critico intransigente dei vecchi organismi rappresentativi e tribunizio contestatore della proposta di legge 2314 di riforma universitaria (altrimenti Piano Gui, dal cognome del ministro proponente).

4. Il volo di Peppino Impastato
Alla fine dell’occupazione il documento dell’Assemblea criticava l’intervento della polizia a Valle Giulia e chiedeva le dimissioni di D’Avack, il potente rettore che l’aveva chiamata. Vi apposero la firma non pochi assistenti e alcuni professori. Qualcuno (credo Violante, ma non ci giurerei) pensò di poter aggiungere, indovinandone i pensieri, la firma del professore più amato dalla sinistra palermitana, il prolifico Armando Plebe, alessandrino. Non l’avesse mai fatto! Il celebre filosofo anticonformista stupì tutti smentendo la firma e dichiarando solidarietà al romano rettore. L’Armando, oltre che di due insegnamenti a Palermo (Storia della filosofia e Storia della filosofia antica), era tenutario della cattedra di Estetica a Roma, alla cui riconferma probabilmente aspirava. Il professor Plebe al tempo proclamava un illuministico marxismo e lo aveva esposto in un libretto dell’editore Ubaldini: Che cosa ha veramente detto Karl Marx. Ma da quella primavera cominciò il suo spostamento a destra: per l’editore Rusconi pubblicò prima un ghiotto Che cosa non ha capito Karl Marx, una vera e propria autocritica, poi una Filosofia della reazione, finché nel 1972 non si presentò alle elezioni come candidato indipendente al Senato nelle liste del Msi di Almirante. 
Puglisi in quella primavera del 68 continuava ad impazzare nelle assemblee di facoltà: era una sorta di dominus nel comitato che le convocava. Le assemblee, dopo la grande iniziale curiosità, erano tuttavia sempre meno popolate: nell’aula Cocchiara convenivano una ventina di aficionados e qualche fuorisede di passaggio. A maggio durante una di queste inutili assemblee con una mozione d’ordine chiesi che invece di parlare di “organizzazione dell’Università” - era questo il primo punto – si parlasse del Maggio che in Francia era in pieno svolgimento. Non ricordo con quale argomento, ma la vinse Puglisi e la mia mozione fu respinta. In quei giorni “L’Ora”, il quotidiano di Palermo, aveva accusato il Rettore Michele Gerbasi di avere smaccatamente favorito in un concorso (per un ruolo amministrativo, credo) un suo congiunto, tal Miserendino se non ricordo male. Il tema di cui Puglisi intendeva parlare non era l’Università in generale, ma proprio lo scandaletto concorsuale. Il suo obiettivo era di far approvare un documento di condanna. Non appena Gianni finì, dall’alto dell’anfiteatro si precipitò come in volo Peppino Impastato, incazzatissimo. Gli gridò che di porcherie di quel tipo ce n’erano a bizzeffe in tutti gli angoli dell’Università, che era di quello che si doveva parlare e non soltanto del caso Miserendino, che il compito del movimento studentesco non era di abbattere Gerbasi per sostenere un altro gruppo di potere. Aggiunse che quello era un ben misero dibattere, mentre i nostri colleghi parigini davano l’assalto al cielo. Impastato veniva assai di rado in facoltà e non era molto pratico di giochi assembleari; ma quando era in collera diventava capace di un sarcasmo in grado di distruggere chiunque. Interruppi Puglisi che cominciava un tentativo di replica e presentai una mozione d'ordine che chiedeva lo scioglimento dell’assemblea per la scarsa partecipazione. Questa volta vinsi. 
Puglisi non lo vidi più per qualche tempo. A novembre, alla riapertura delle lezioni, un volantino del Circolo Lenin dava notizia di un altro scandalo: Gianni Puglisi tra settembre e ottobre aveva sostenuto una decina di esami, si era laureato discutendo una corposa tesi sul futurismo di cui non aveva mai parlato con nessuno ed era immediatamente divenuto assistente di Armando Plebe, con una velocità da missile. A voce giravano i pettegolezzi sugli amori tra Gianni e Armando. Vidi perfino una foto che li ritraeva in una posa affettuosa, vagamente lasciva. Mi arrabbiai con chi me la mostrò. Non mi piacevano per niente i favoritismi, ma neanche a quel tempo avevo pregiudizi sugli amori omosessuali.
Puglisi poi lo reincontrai qualche volta, con un lungo cappotto, sempre spinato. Mi giravo dall'altra parte per evitare il saluto e l’incontro: più che altro temevo la stretta di mano a pompetta. Dopo, chissà perché, di Puglisi non ho mai voluto sapere, benché qualche brandello di notizia sulla sua carriera di tanto in tanto mi giungesse. A fine maggio, quando se ne parlò come assessore, cercai sulla rete e trovai quell’elenco di ruoli, incarichi e onori. Di lungo era lungo, ma non fui stupito più di tanto.

6.12.09

Il dialetto si parla non si insegna


La polemica lanciata dalla Lega per l'insegnamento dei dialetti nelle scuole sembra esaurita, ma non mancano ricorrenti iniziative che tendono a mettere in discussione l'unità, non solo linguistica, dell'Italia. Sull'argomento è apparso il 10 ottobre su "Tuttolibri", il supplemento de "La stampa", l'intervento appassionato di Gian Luigi Beccaria. Lo postiamo e consigliamo un suo bel libro sulla nostra lingua, Per amore e per difesa.



Episodi da strapaese che denunciano

una involuzione culturale qualche anno fa inimmaginabile.


Non si dimentichi che ci sono voluti secoli per avere una lingua comune

Al Parlamento Europeo, nella seduta in cui si è riconfermato per altri cinque anni Presidente José Manuel Barroso, un deputato del Pdl, Enzo Rivellini, ha pronunciato tra lo sconcerto del presidente di turno, dei colleghi e dei traduttori esterrefatti, la sua dichiarazione di voto in dialetto napoletano, per far capire - ha detto così - i problemi del Sud. Non mancando di ribadire, al solito, che il napoletano è una lingua, ha la sua grammatica, la sua letteratura, non è un semplice dialetto. E ho letto che i comizi leghisti, in un paese lombardo, si terranno anche in milanese, con traduzione simultanea per cura degli insegnanti incaricati dei corsi di cultura e dialetto nelle scuole. Da una parte si stiamo apprestando a celebrare il 150° anno dell'Unità d'Italia, dall'altra permettiamo che si blateri di dialetto da insegnare nelle scuole, di indipendenza di una (inesistente) Padania, addirittura di secessione, dimenticando che ci sono voluti secoli per fare l'Italia, per avere una lingua comune, nota e praticata dalla quasi totalità dei parlanti: cosa che non è di poco conto per un paese in cui, 150 anni fa, una esigua minoranza parlava la lingua nazionale, la stragrande maggioranza conosceva soltanto il proprio dialetto, e se un siciliano e un piemontese non colti si incontravano, non avevano una lingua comune con cui parlarsi. Arriviamo molto tardi a un'unità, ma la lingua italiana ha comunque fatto da collante, nella nostra lingua e nei nostri grandi classici ci siamo identificati. Ed ora, questi episodi da strapaese, che denunciano una involuzione culturale inimmaginabile qualche anno fa! Ricordate il gran discutere che si è fatto a Montecitorio su un dato di fatto del tutto ovvio, quando ancora c'era l'Ulivo, e propose (An era del tutto d'accordo) di inserire nell'art. 12 della Costituzione la frase che diceva: «l'italiano è la lingua ufficiale della Repubblica».Lega e Rifondazione per ragioni completamente diverse si trovarono subito d'accordo nel non volere l'aggiunta: la Lega temeva che i dialetti e le minoranze venissero schiacciate, Rifondazione che si finisse col rendere obbligatoria la conoscenza della nostra lingua all'extracomunitario che richieda la cittadinanza. La Lega temeva che l'obbligatorietà dell'italiano potesse risolversi nella rivincita del solito centralismo di «Roma padrona», e ci si dimenticasse che invece occorreva innanzitutto valorizzati idiomi locali e minoranze. Ora la Lega propone sciocchezze, vuole che si insegnino i dialetti a scuola, e che gli insegnanti stessi conoscano il dialetto della Regione in cui insegnano. Non sanno che i dialetti si parlano, non si insegnano. Né si scrivono, a meno di essere poeti. Un dialetto è un sistema linguistico che soddisfa egregiamente, delle nostre esigenze espressive, soltanto alcuni aspetti (l'usuale, il pratico, l'affettivo, il familiare), ma non altri (il tecnico, il filosofico, lo scientifico). «In dialetto - diceva il grande poeta dialettale Raffaello Baldini - si può parlare con Dio, non si può parlare di Dio». Non credo che in dialetto si stampino studi o si facciano dibattiti di teologia. Quando un dialettofono scrive, scrive in italiano.Ogni tanto però c'è qualche dialetto che si sente poco valorizzato, oppresso, negato, e vuole diventare «lingua», e vuole essere insegnato a scuola. È l'italiano che serve al piemontese e al calabrese per l'allargamento della propria cultura e per un'apertura sociale. In italiano sono scritti libri e giornali, alla radio e in Tv si parla in italiano. Mentre in dialetto si scrivono e sono state scritte poesie di straordinaria bellezza (da Pasolini a Giacomini). Le nuove generazioni finiranno col parlare correntemente italiese e dialetto? E la nostra lingua, la più ricca tra le romanze, nata per prima, e già gigante, già tutta armata, come Atena dalla testa di Giove, per dirla con Alfieri? Ci vorrebbe la sua furia per rispondere a Bossi e compagni. Ma forse loro non capirebbero più quel suo meraviglioso italiano, imparato a fatica, dopo tanto penare!

L'articolo della domenica. Sinistra e libertà: una morte annunciata. I socialisti, l'influenza ed altre malattie suine.


Il cosiddetto Partito socialista italiano, che raggruppa drappelli sparsi di socialisti, quasi tutti legati al centrosinistra nel governo delle Regioni e degli enti locali ed è guidato dal presidente del consiglio regionale della Toscana, Riccardo Nencini, sembra voler abbandonare del tutto il progetto di "Sinistra e libertà".
Durante la campagna elettorale europea ed amministrativa e fino all'assemblea di luglio, gruppi e militanti di base di tradizione socialista sembravano decisi a mettersi in discussione e dichiaravano di voler passare dal cartello elettorale al progetto politico. Da già da agosto la prospettiva di unificazione di verdi, democratici, socialisti, comunisti in un soggetto nuovo della sinistra capace di andare oltre il Novecento e le sue divisioni cominciò tuttavia ad allontanarsi fino a svanire quasi del tutto. Molte cose vi hanno contribuito: le scelte congressuali della maggioranza dei Verdi, le continue frenate di Nencini, l'inevitabile coinvolgimento di Nichi Vendola (leader in pectore di SeL) nelle cose di Puglia.
Già da tempo il Psi ha dichiarato unilateralmente la sospensione delle attività unitarie, in attesa di non si sa quali chiarimenti, ma le prese di posizione del Consiglio nazionale svoltosi venerdì 5 dicembre hanno tutta l'aria di un ultimatum. Molto si era già capito dalla lettera di convocazione della presidente del partito, l'ex parlamentare europea Pia Locatelli che così, tra l'altro, recitava: "Voglio sottolineare in particolare che l'attuale situazione, con la sospensione delle attività di Sinistra e Libertà, ha precise responsabilità in quanti hanno cercato ad ogni costo di trasformare l'idea originaria, il rinnovamento dell’alleanza elettorale per costruire in Italia una “nuova sinistra italiana” di governo, socialista, libertaria ed ecologista in un piccolo 'partito unico'... Noi prendiamo atto della crisi di SeL, ma non ne vogliamo la fine...il banco di prova sarà il comportamento che terranno gli altri soci fondatori di SeL il 19 dicembre, data fissata per quello che doveva essere un punto di partenza e non di arrivo. Noi non ci saremo...".
La conclusione del ragionamento è esplicitamente diretta ai partner di SeL. Il senso è : se volete darvi strutture organizzative e regole da partito fate pure; ma non osate appropriarvi del nome di "Sinistra e Libertà". Se lo faceste ci sarebbe una "rottura irreversibile".
I toni usati l'altro ieri da Nencini al Consiglio nazionale sono stati addirittura grevi: “La malattia della sinistra italiana, contagiosa e virulenta come e peggio dell’influenza suina, continua a essere quella dell’estremismo parolaio e inconcludente” E ancora: “Noi non siamo nella piazza del No B-Day con Di Pietro, Ferrero, Vendola e Veltroni, perché – ha proseguito - sappiamo che questa è la strada che ci allontana dall’obiettivo di costruire un’alternativa seria e percorribile... Non possiamo delegare solo al popolo di internet, che è oggi è in piazza e che forse domani non troveremo con noi nelle urne, la guida al rinnovamento della società italiana, del rilancio dell’economia, della riforma delle istituzioni". Su SeL ripete la giaculatoria: “Se il dialogo si riaprirà dipenderà da quello che avverrà il 19”.
Intanto il suo partitino si riprende la libertà di movimento. Annuncia un convegno su Nenni il 17 cui parteciperanno Bersani e Casini, ma da cui sono stati esclusi tutti i partner di SeL, e una conferenza programmatica per febbraio. Per le elezioni regionali propone “un tavolo nazionale dei partiti di centrosinistra che tracci regole generali condivise per le primarie”. Due giorni prima, in una intervista al "Quotidiano nazionale", Nencini aveva fatto di peggio; aveva lanciato l'idea di un nuovo centrosinistra, davvero "riformista", senza le ammucchiate dell'Unione di Prodi di cui dovrebbero far parte Udc, Pd, Psi e Sinistra democratica. Con l'esclusione, dunque, non solo dei "comunisti" di Ferrero e Diliberto, ma anche della sinistra di Vendola.
Tutto questo sembra confliggere con le speranze di quei socialisti che per convenienza o per convinzione vorrebbero tenere in vita SeL, almeno fino alle elezioni regionali di fine marzo. Per esempio, il giorno prima del Consiglio Nazionale, l'Attivo regionale umbro del Psi ha chiesto alla Direzione, con il consenso del coordinatore nazionale Marco Di Lello, di poter continuare in Umbria l'esperienza di SeL. L'impressione è che il piccolo Psi pensi alle "geometrie variabili", a differenziare regione per regione la presenza elettorale secondo valutazioni di opportunità. Tra i socialisti l'opportunismo è malattia cronica ed incurabile, più suina dell'influenza che c'è in giro.

5.12.09

I super ricchi nella crisi. Verso una società oligarchica?



Tra i ritagli che conservo ho trovato un articolo su "La Stampa" di Marcello Sorgi. E' del due aprile 2007, una sorta di bilancio del decennio blairiano in Inghilterra dal titolo molto forte, I super ricchi, l'eredità di Blair.
Secondo i dati che Sorgi espone e commenta la cosa che sarebbe più cresciuta al tempo del narciso inglese è la ricchezza, e non quella tradizionale e familiare, mai esibita e ben protetta, ma quella nuova "degli ultraricchi, con I suoi simboli e i suoi officianti, le supercase, gli aerei privati, i maxi-yacht, gli specialisti del rischio e le banche d'affari". Il paradosso di un governo di sinistra che corre in soccorso dei più abbienti è esemplificato con alcune cifre :
1. "Nel 2006 il patrimonio dei dieci più ricchi del Regno Unito ha sfiorato i 60 miliardi di sterline (circa 90 miliardi di euro, oltre 160 mila miliardi di vecchie lire)". Al tempo dei Tory per raggiungere un patrimonio così di super ricchi ce ne volevano 200.
2. "La Roll's Royce, che ha studiato attentamente il fenomeno, calcola che ci siano almeno 80 mila persone in Inghilterra con un patrimonio superiore ai 50 milioni di dollaro".
3. Dalle aziende circa 3.000 persone, alti dirigenti e manager, hanno ricevuto in premio un milione di sterline e più a testa.
Sorgi spiega che i megaricchi non sono tutti cittadini britannici, ma affaristi, finanzieri soprattutto, di varia provenienza: scandinavi, russi e arabi in prima linea. Accanto a loro sono cresciuti di numero anche i ricchi semplici (sempre con patrimoni di milioni di sterline) e tra tutti costoro, anche per le invidie reciproche, cresce la volgarità nell'esibizione.
L'articolo in questione precede l'esplosione della crisi finanziaria di un anno e più, ma in un certo senso è ancora più attuale oggi. Quei dati e quella rappresentazione, infatti, non segnalavano un aumento della ricchezza quanto una polarizzazione. L'affermazione di un ampio ceto di super ricchi ha avuto infatti come corrispettivo la perdita di diritti e di reddito non solo da parte dei ceti popolari, ma anche da fasce di popolazione relativamente agiate: insegnanti, dipendenti pubblici, operai specializzati, medici pubblici.
Non c'è dubbio che per effetto della crisi una porzione di super ricchi ha subìto qualche rovescio, ma non più di quanto non l'abbiano subìto milioni di piccoli risparmiatori, di pensionati e infine, grazie alla conseguente enorme crisi industriale, di operai.

In massima parte i ricchi super e mega di cui parla Sorgi sono riusciti a trasformare in beni durevoli (appunto ville, barche, tenute agricole, aerei e grandi automobili, costose opere d'arte, ecc.) i frutti della gigantesca rapina operata ai danni degli operai e dei ceti popolari, compressi nel reddito e nei diritti. La crisi e i modi con cui è stata affrontata (tesi a salvaguardare le banche e le compagnie finanziarie) accentueranno probabilmente le sperequazioni.
Il Regno Unito è peraltro in buona compagnia: pur senza raggiungere i livelli di raffinatezza di Blair quasi tutti i governi europei, in primis quelli italiani, non importa se di destra o di centrosinistra, hanno favorito massicci spostamenti di ricchezza, hanno teso ad arricchire i ricchi attraverso una serie di meccanismi che vanno dalle privatizzazioni alle politiche fiscali, dalla riduzione dei controlli sulle transazioni finanziarie ai supercontratti e superpremi per manager, manageroni e managerini dello Stato, del parastato, del pubblico e del semipubblico.

In nessun paese, in Europa, si prospettano politiche che vogliano far pagare a questi gruppi privilegiati i prezzi della crisi. Quello che ovunque si può vedere è un'ulteriore impoverimento dei ceti popolari e di larghe porzioni di ceto medio e il delinearsi di una società oligarghica, che in diversi paesi dell'Est e dei Balcani (anche in Italia - temo) assumerà tratti di spossessione e di subordinazione personale pressochè feudali.

In un altro dicembre. Clemente Rebora fra melma e sangue.

Ci fu un espressionismo poetico in Italia? Per dire sì bastano due nomi: Clemente Rebora e Dino Campana. Per i Frammenti lirici (1914) di Rebora si è parlato di pressioni e decompressioni, di eccesso ed ingorgo, quasi ad ogni verso.
Durante e dopo la guerra mondiale Rebora vive una profonda crisi esistenziale e religiosa che lo riporta alla fede prima, al sacerdozio dopo (1936). Si è parlato perciò di due Rebora, di un Rebora prima e dopo, come per i grandi dell'Ottocento, il "grande convertito" Manzoni e il "diversamente convertito" Leopardi. Con la differenza che ai più il secondo Rebora pare la dimidiazione del primo e non, come taluno pretende, il suo adempimento.
C'è però un terzo Rebora, quello di mezzo, del passaggio, quello della Grande guerra, di una guerra che per lui fu brevissima. Vi entrò da interventista non molto convinto, vi scorse subito un ammazzatoio (l'"ammazzatoio di Barbableu" la definì in una lettera), maturò rapidamente un rifiuto non ideologico, ma biologico. In quell'orribile intervallo Rebora scrisse qualche decina di poesie che non volle mai comporre in volume, recuperandone semmai qualcuna per la rivista "Riviera ligure". Lo scorso anno un piccolo editore di Novara ne ha fatto un libro, ove accanto alle poesie, quasi a commento, sono poste le dure lettere dal fronte. Ecco i frammenti di due di esse.
La prima del 3 dicembre 1915 è diretta a Lavinia Mazzucchetti dalla zona di guerra:
"... Fortunati voi che avete soltanto sofferenze "psicologiche" - e non potete neppur lontanamente figurarvi. Cento mila Poe, con la mentalità però tra macellaio e routinier, condensati in una sola espressione, potrebbero dar vagamente l'idea dello stato d'animo di qui. Si vive e si muore come uno sputerebbe: i cadaveri insepolti, come una pratica non emarginata...
La seconda del 7 dicembre del 1915 fu inviata ad Antonio Banfi: "

"Ma non chiedermi notizie - la vita (sono come un Ugolino anonimo, fra lezzo di vivi e morti, imbestiato e paralizzato per la colpa e la pietà, e l'orrendezza degli uomini - di fronte a Gorizia) ch'io lordo nella gora del tempo, è quella di un troglodita che chiude un cuore. Non il pericolo continuo - diviene una triviale monotona abitudine, il macello perpetuo a cui siamo esposti; non tanto nemmeno il patimento fisico (fango e gelo, barbuto e baffuto e rasato in capo come un galeotto - «menzogna», e sofferenza d'ogni intorno, indicibilmente), ma l'interiore è terribile - e voi non potete farvene idea; «per questo» la guerra continua...".

Il 24 dicembre dello stesso anno per lui la guerra sarà finita. Gli scoppia vicino un obice da 305, che gli procura uno shell-shock e una lunga sofferenza interiore. A restituirci il senso di quella carneficina sono rimaste le poesie.

*****

Voce di vedetta morta

C’è un corpo in poltiglia

Con crespe di faccia, affiorante

Sul lezzo dell’aria sbranata.

Frode la terra.

Forsennato non piango:

Affar di chi può, e del fango.

Però se ritorni

Tu uomo, di guerra

A chi ignora non dire;

Non dire la cosa, ove l’uomo

E la vita s’intendono ancora.

Ma afferra la donna

Una notte, dopo un gorgo di baci,

Se tornare potrai;

Sòffiale che nulla del mondo

Redimerà ciò ch’è perso

Di noi, i putrefatti di qui;

Stringile il cuore a strozzarla:

E se t’ama, lo capirai nella vita

Più tardi, o giammai.



Santifica il Sabato (Heschel da "il manifesto" 1990- 91 - Letture sul tempo)


Dopo l'89 uno dei primi temi di confronto politico e sindacale furono il Tempo e i tempi: il tempo di lavoro, i tempi della vita, i tempi delle donne, la flessibilità, la rigidità. Fu un dibattito piuttosto confuso e distratto. Mentre a sinistra si ragionava su come liberare il tempo, il capitalismo reclamava, otteneva e organizzava una "flessibilità" esclusivamente finalizzata alla valorizzazione del capitale. 
Il quotidiano comunista "il manifesto" dedico a il TEMPO due pagine al giorno, con il sottotitolo lavoro e vita, calendari di donne e di uomini. Erano pagine composite: interviste, inchieste, notizie riconducibili all'argomento. Ogni giorno corredava la sezione del giornale una breve "lettura", da un "classico" in qualche modo collegabile alle tematiche affrontate. Posterò su questo blog  alcune di quelle letture. 
Questo primo testo, sul sabato ebraico, del filosofo e storico Abraham Joshua Heschel rimanda al grande progetto marxiano di "liberazione dal lavoro" e non solo "del lavoro". Fu pubblicato il 17 marzo 1990 e si collega a una presa di posizione dei vescovi piemontesi in difesa della domenica e contro il lavoro festivo "per una vita civile e politica piena". (S.L.L.)


Chi desidera entrare nella santità del giorno deve prima deporre la profanità e il chiasso del commercio, il giogo della fatica. Deve allontanarsi dallo stridore dei giorni dissonanti, dal nervosismo e dalla furia dell’acquisire e dal tradimento perpetrato per prevaricare sulla sua stessa vita. Deve prendere congedo dal lavoro normale e imparare a comprendere che il mondo è stato giù creato e sopravvivrà anche senza l’aiuto dell’uomo. Per sei giorni della settimana noi lottiamo con il mondo, spremendo profitto dalla terra, il sabato ci interessiamo con cura speciale dei semi dell’eternità piantati nella nostra anima. Al mondo diamo le nostre mani, ma la nostra anima appartiene a Qualcun Altro. Per sei giorni della settimana noi cerchiamo di dominare il mondo, nel settimo cerchiamo di dominare il nostro io.
Quando i Romani notarono con quanta intransigenza gli ebrei osservavano la legge di astenersi dal lavoro nel giorno di Sabato, la loro unica reazione fu il disprezzo. Secondo Giovenale, Seneca ed altri, il Sabato era il segno dell’indolenza giudaica.
In difesa del Sabato Filone, il portavoce degli Ebrei di lingua greca ad Alessandria, afferma: “In questo giorno ci viene comandato di astenerci da qualunque lavoro, non già perché la Legge inculchi la rilassatezza… Il suo obiettivo è invece di sollevare l’uomo dalla continua e incessante fatica e, ristorando il suo corpo mediante un sistema di esenzioni ordinatamente calcolato, di farlo ritornare rinnovato alla sua precedente attività,così come un intervallo per respirare permette non soltanto alle persone normali ma anche agli atleti di raccogliere le proprie energie con rinnovato impegno, per intraprendere prontamente e pazientemente ciascuno dei compiti assegnati”.
Qui il sabato è presentato non secondo la Bibbia ma secondo Aristotele, il quale dice: “Noi abbiamo bisogno di rilassarci perché non possiamo lavorare di continuo. il riposo dunque non è un fine”; esso è dato “in vista dell’attività”, allo scopo di acquistare energie per nuovi sforzi.
Nello spirito biblico la fatica è un mezzo per il fine, e il Sabato in quanto giorno di riposo dal lavoro non è stato creato per fare recuperare energie perdute e renderci idonei alla successiva fatica: esso è stato creato per amore della vita. L’uomo non è una bestia da soma, e il Sabato non serve ad accrescere la sua efficienza sul lavoro. “Ultimo nella creazione e primo nell’intenzione” il sabato è “il fine della creazione del cielo e della terra”. Il Sabato non è a servizio dei giorni feriali; sono invece i giorni feriali che esistono in funzione del Sabato. Esso non è un interludio, ma il culmine del vivere…
… Non soltanto le mani dell’uomo celebrano il giorno ma anche la lingua e l’anima osservano il Sabato: in esso non si parla come nei giorni feriali; dovrebbe essere evitato persino il pensiero degli affari o del lavoro.

Da Abraham Joshua Heschel, Il Sabato, il suo significato per l’uomo moderno, Rusconi, Milano, 1987.

Una storica sentenza del Tribunale di Perugia.


Filippo Anfuso, catanese, fu un gerarca fascista piuttosto importante. In fine di carriera fu addirittura ambasciatore della R.S.I. nella Germania nazista.
Tra le gesta politiche del gerarca - braccio destro (o addirittura "sottopancia") di Ciano al Ministero degli Esteri – si può annoverare l’organizzazione dell’assassinio di Carlo e Nello Rosselli esuli in Francia, avvenuta l’11 giugno 1937. L'Anfuso dirà di aver provato sdegno per le leggi razziali, ma, dopo l’8 settembre del 1943, telegrafò a Mussolini "Duce, con voi fino alla morte", scegliendo una fedeltà cieca che nei fatti era anche fedeltà all’alleato tedesco.
Da ambasciatore della Rsi nella Germania nazista nei famigerati 600 giorni operò - in stretta sinergia con Mussolini ed il "governo" di Salò - per "convincere" il maggior numero possibile dei 600.000 soldati italiani ammassati nei lager tedeschi a indossare la divisa di Salò. L'obiettivo era di trasportarli in armi in Italia (in parte minima avvenne) e utilizzarli nei rastrellamenti di partigiani.
Il 10 marzo 1945 l’Alta Corte di Giustizia, in contumacia, condannò Anfuso a morte per l'assassinio dei fratelli Rosselli. La sentenza avrebbe dovuto essere inappellabile, ma nel 1946 la Cassazione ammise un nuovo processo. Dopo una nuova condanna a Roma, il processo di appello si concluse il 14 ottobre del 1949 nel Tribunale di Perugia. Dall'accusa di omicidio nei confronti dei fratelli Rosselli Anfuso fu assolto con motivazioni incredibili, che suscitarono fortissime e diffuse riprovazioni. Con lui furono assolti Roberto Navale, capo del controspionaggio in Piemonte, ed Emanuele Santo, l'agente segreto che manteneva i contatti con la Cagoule, l'organizzazione di estrema destra francese che eseguì l'assassinio e ottenne dal governo italiano un ricco carico di armi per le sue attività.
Una sentenza tribolata e contorta.
Immediatamente dopo, Piero Calamandrei scrisse: "Qui il giudice estensore ha voluto salvare l’anima: ha voluto far sapere ai cittadini che quegli assolti erano colpevoli e che, se si fosse potuto fare giustizia, avrebbero essere dovuti condannati".
Lo storico Mimmo Franzinelli, riprendendo gli eventi in Delatori. Spie e confidenti anonimi: l’arma segreta del regime fascista, Mondadori, Milano, 2002 - ha scritto: "Filippo Anfuso fu assolto, perché tra il 1946 e il 1949 quel Tribunale assolveva tutti. La ragione è semplice; molti magistrati della procura perugina erano debitori nei confronti di Piero Pisenti, ministro fascista della giustizia".
La motivazione della sentenza conteneva peraltro evidenti illogicità. Vi si trova scritto che "...dal complesso delle prove raccolte è emerso in modo indubbio che elementi italiani diedero a Santo Emanuele (colonnello dei carabinieri, n.d.r.) e Roberto Navale l’incarico di provvedere all’uccisione di Carlo Rosselli, per toglierlo di mezzo come antifascista pericoloso, e che costoro presero accordi coi cagoulards...".
La logica conclusione sarebbe la dichiarazione di responsabilità dell’Emanuele e del Navale per l’uccisione di Carlo Rosselli, ma la Corte se la cava con un dubbio: visto che tra i fascisti francesi della cagoule si registravano non poche attività criminose, indipendenti dai rapporti con lo spionaggio italiano, non si poteva del tutto escludere che il delitto fosse avvenuto per scelta degli squadristi francesi, magari all’insaputa di Emanuele e di Navale. In conseguenza di questo dubbio, affidato a supposizioni incerte, la corte li assolveva per insufficienza di prove. Filippo Anfuso, espressamente accusato come mandante dal suo coimputato Emanuele (come riportato negli Atti di Istruttoria sul delitto Rosselli - verbale di interrogatorio dell’imputato Emanuele del 16 settembre 1944), fu per le stesse ragioni assolto anche lui. Rimasto latitante fino alla sentenza di Perugia, riprese poi sotto altra veste (deputato del Msi) la sua attività politica.
Navale, che negli anni di Salò era diventato dirigente Fiat e aveva collaborato con Valletta nel doppio gioco tra repubblichini e partigiani, assolto dall’accusa di omicidio, non si salvò tuttavia dall’epurazione (vedi l’articolo Un fascista particolare di Marco Revelli su “il manifesto”, 23 novembre 1991).
Emanuele era già stato cacciato dai servizi segreti nel 1941 per un grosso ammanco di cassa.

3.12.09

Scudo fiscale, scopri le differenze (di Roberta Carlini per per sbilanciamoci.info)


Mettetevi in fila. Grande ressa (metaforica s’intende) agli sportelli dell’Irs, l’Internal Revenue Service dell’amministrazione Usa. 14.700 contribuenti hanno chiesto di aderire allo “scudo fiscale”: le virgolette sono d’obbligo, visto che da noi lo stesso nome indica una cosa completamente diversa. Ma restiamo per un attimo negli Stati Uniti. Da quelle parti, mentre la Svizzera e la sua Ubs rendono noti i criteri con i quali saranno comunicati al fisco Usa i nomi dei clienti in sospetto di evasione, dando seguito all’accordo firmato tra i due Stati lo scorso 19 agosto, i contribuenti fraudolenti hanno qualcosa da temere: se e quando arrivano le liste, saranno chiamati a pagare caro e pagare tutto (e di più). Anche se, a giudizio degli osservatori più attenti e sgamati su questioni di paradisi fiscali, il famoso accordo e soprattutto i suoi farraginosi strumenti attuativi non cancellano affatto l’esistenza del paradiso fiscale svizzero per il futuro (si vedano i commenti sul Tax Justice Network), sta di fatto che nell’immediato il timore di trovarsi il nome nella lista – e subito dopo su internet – deve essere reale. Tant’è che lo “scudo fiscale” made in Usa sta avendo un grosso successo, anche se offre molto meno di quel che offre l’amnistia italiana: le 14.700 adesioni arrivate finora, ha detto i commissario dell’Irs Doug Shulman, sono il doppio del previsto e non sono neanche lontanamente paragonabili alle 100 autodenunce all’anno che arrivano in tempi normali. Aderendo allo “scudo”, i contribuenti americani infedeli riescono a evitare il processo penale – la denuncia per crimini fiscali – e a ridurre le sanzioni sulla somma evasa. Ma devono pagare fino all’ultimo cent le imposte dovute per gli anni in cui hanno nascosto i loro soldi in Svizzera (o altrove).

Da noi, com’è noto, l’offerta è molto più allettante. All’abolizione delle sanzioni tributarie e all’amnistia per crimini fiscali si aggiunge un pacchetto ben più consistente di condoni, con una lista di reati considerevole, e con corrispondente annacquamento degli strumenti anti-riciclaggio. E soprattutto c’è un super-super sconto sulle imposte pregresse: negli Usa si pagano tutte, qui si paga solo il 5%. Ma con tutta evidenza non basta, o almeno il governo italiano pensa che l’offerta non sia sufficiente a garantire l’arrivo in massa della clientela, che allora viene indotta a “comprare” lo scudo anche con mezzi più minacciosi: il grande movimento di finanzieri dalle parti svizzere (mossa poco diplomatica e molto telegenica), la spedizione di decine di migliaia di lettere a tutti coloro che risultano aver movimentato somme verso l’estero. Lettere che non costituiscono l’inizio di un procedimento tributario, che formalmente non valgono nulla, ma che suonano più o meno così: sappiamo che ci siete, che avete spostato un po’ di soldi, potremmo farvi un accertamento, perché non pagate il 5% e non se ne parla più? A prescindere dallo stile – li chiamano avvisi bonari, ma tecnicamente funzionano come la raccolta del pizzo -, c’è da chiedersi perché ci sia bisogno di usare anche il bastone quando la carota è così dolce e appetitosa. Forse perché il meccanismo dei condoni è auto-distruttivo (si spera sempre che tra un po’ ce ne sarà uno migliore). O perché servono tanti ma tanti soldi, e si spera di fare il colpaccio.


La Parrucchiera (A pilucchera). Un racconto erotico di Aurelio Pernice.

Ho trovato questo racconto erotico nella rete, in un sito dal nome "libera eva". Ne è autore un Aurelio Pernice quarantacincinquenne di Mazzara del Vallo, che nello stesso sito ha digitalizzato alcuni suoi quadri definiti di gusto naif.
Io credo che sia più pertinente il termine "manierismo" sia per i quadri che per il racconto. Manieristico è propriamente il gusto del citare decontestualizzato, la meticolosa imitazione degli stili che s'imbastardiscono nell'accostamento. Manieristica è la scrittura della quale il modello è Andrea Camilleri ed il suo caratteristico pastiche linguistico, sottratto al "montalbanismo" e introdotto in un testo nel quale è graditissima sorpresa una "settecentesca" gioia di vivere, quella che gli storici ci dicono essersi persa con l'89.
Il Pernice, che si presenta come maschio, quasi certamente lo è, anche se qui si cimenta con l'eros femminile. Lo è per la prevalenza del "vedere", mentre la scrittura erotica femminile più spesso commercia con altri sensi; e lo è nell'invenzione un po' maschilista per la quale, alla fine della favola, l'incontro malizioso di due donne risulta una sorta di preludio per un menage a trois.


La parrucchiera - "A pilucchera"

Quella notte a signura cchi minni grossi non riusciva a dormire, si vutava e risvutava nel lettone matrimoniale senza però riuscire a placare la sua inquietudine; smaniava, sintia a carni vuglirici di lussuria, le ciamme del desiderio svampuliarici 'n mezzu i cosci..."Beddamadri si ti avissi ca'!" - diceva tra sè stringennusi tutta e suspirannu di piaciri.

Mentre, accanto a sè, il marito runfuliava comu un porcu, idda era tutta un focu pensando all'effetto del biglietto spedito; a memoria ripassava una ad una le parole di fuoco che aveva scritto: "Un ciuri russu pi tia!... Russu comu suli d'Austu, Russu come focu svampuliatu, Russu come ciammi chi mi abbrucianu, pinsannu a tia!...".

Uhhuuu pensava a com'era stata audace e tappinara a scrivere quelle parole e si smanciunava cu na manu i minnedde turgide di piaciri e con l'altra si arriminava u sticchiu fino a che u sucu cavuru che cominciava a colare sul lenzuolo la fecero sentire di ricotta e i suoi bollori andarono placandosi.

Ma a chi pensava a signura? Si chiederà il lettore curioso. Chi era quel fortunato e intrepido Don Giovanni capace di turbarne il sonno?

L'indomani a signura cchi minni grossi fu vista uscire di casa abbigliata in maniera vistosa, una rosa rossa tra i capelli corvini e un'andatura da giumenta focosa facevano vutari li masculi al suo passaggio: "Uhhuu talia chi minni grossi! Talia comu c'abballanu! Mortu sugnu!!","C'abballanu ch'è un piaciri! E talia chi ammi! chi cianchi! chi culu! Uhhuuuu!","Cumpari, a chista mi la futtissi puri 'ntra l'aricchi!", "E picchì iu no? pi ora acchianu mura liscia, sempre trantu è!".

Quei commenti vastasi, sussurrati, ma tuttavia con un tono volutamente alto in modo che lei sentisse, non le facevano ora nè cavuru nè friddu perchè aveva atri pinsera pi la testa; "Avrà ricevuto il biglietto? Che avrà pensato?", si domandava tra sè, "Uhuu i cartati di cavuru mi sentu acchianari, uhuu comu mi buttia u cori!...mi sta facennu moriri!".

Nell'imboccare una viuzza si fermò tentennante, "Forse è meglio che torni indietro...,Ch'a fari??" s'addumannava facendosi vento con un fazzoletto di seta pi arrifriscarisi le guance infuocate e si guardò intorno indecisa; ma u focu che sentiva ardere potente tra le cosce spazzò via ogni indecisione e la spinse avanti.

Attimi dopo entrò in una putia, l'insegna recava la scritta "Coiffeur per Signore".

Il negozio era vuoto, tossì per richiamare l'attenzione e dal retrobottega le si fece incontro, con un sorriso smagliante, la proprietaria: "Uhuu signura mia! Uhuu signura mia, stiornu siti bedda comu na Maronna! purtati u suli 'ntra sta stanza!" e la baciò sulle guance, ma maliziosa, vicino assai alla bocca bollente di idda che ricambiò, traendone un piacere così intenso da sentire vampate di fuoco salirle dallo stomaco.

"Assittativi cà signura" le diceva premurosa e con modi servili la parrucchiera "vuliti i capiddi tagliati? parlati, sono qui a servirla".

A signura cchi minni grossi fece per sedersi quando la vista del biglietto, da lei scritto, fare capolino dal taschino del grembiule di la pilucchera le procurò un lungo e bollente brivido di lussuria.

"Uhhuuu dunque lo aveva letto!" pensò; ne fu certa incrociando lo sguardo languido e ammiccante di lei e trasalì di passione...

A questo punto anche il lettore trasalirà: dunque era una Lei che turbava il sonno della signora!

La parrucchiera era una donna giunonica, esuberante, dalla risata fragorosa e coinvolgente, dai modi semplici e dall'apparenza ingenua, ma con curve così esagerate da incutere timore, anzi terrore, ai masculi di u paisi. Così era ancora zitella e senza pretendenti, pure sparlata dalle malelingue che dicevano che a lei non piacessero li masculi.

A signura cchi minni grossi aveva avuto sentore di quello che si diceva in paese e la cosa l'aveva intrigato moltissimo spingendola a diventare amica della pilucchera che ingenuamente, o seguendo un calcolo preciso, le confidava i suoi segreti, i suoi sfoghi amari di schetta, le sue voglie... e , più di una volta, le aveva fatto capire con mezze parole, ammiccamenti e vampate di rossore che piuttosto delle avances di un masculu ardeva dalla voglia di essere corteggiata e puri ricuttiari cu n'atra fimmina formosa.

La signora, con un sospiro lascivo, sedette e sprofondò nell'accogliente sedia da coiffeur con il risultato che la veste nera che portava fu tirata verso l'alto rivelando le sue cosce, formose e lucide, inguainate in calze a rete da bbuttana; "Uhhuuu! sta vesta mi sta curta!" disse ridendo e guardando con malizia la parrucchiera che non aspettava altra occasione e attraccò: "Uhhu, signura mia chi beddi cuasetti chi aviti!" le sue dita si posarono leggere a lisciarle le cosce rese tremanti dal piacere; piegata in avanti il decolletè felliniano della pilucchera sembrava minacciare, da un momento all'altro, di dover tracimare dall'argine del grembiule bianco che indossava, incapace di contenere quell'enorme seno palpitante e profumato.

Gli occhioni verdi della signora cchi minni grossi luccicavano vogliosi, si leccava e mordeva le labbra; con un filo di voce, impastato dalla saliva dovuta all'eccitazione, riuscì a sussurrarle: "Tagliatimi u pilu 'n mezzu i cosci" e allargò le gambe per mostrarle delle piccole mutandine di pizzo rosso che quasi scomparivano fra lu sticchiu pilusu.

La parrucchiera con una vocina rotta dalla sorpresa, dalla contentezza, dal piacere montante abbozzò: "Gessumaria, ma chi diciti? Uhhuuu signura mia, ma chi vi veni 'n testa?", "E suo marito che dirà quando stanotte la vedrà depilata?" continuando però a lisciarle le calze e iniziando anzi a stuzzicarla e farla gemere ficcandoci le unghie, lunghissime e laccate di rosso, nella carne morbida e cedevole dell'interno coscia...

"E se qualcuna entra nel negozio? E si ci virunu?..Uhhuu signura mia chi mi faciti fari!" ma la sua mano cominciava ora a riminarici u sticchiu pilusu lasciando entrambe senza fiato, inghiottite dal vortice del piacere.

Inginocchiata ai piedi della signora con un sapiente uso di pettine, forbicine e rasoio a pilucchera si adoperò a rendere glabro u sticchiu di a signura, rendendone alla fine la pelle liscia, tesa e lucente come superficie di porcellana."Uhhuu signura mia com'e lisciu ora! e comu ci l'aviti arraccamatu!" la lusingò a lavoro fatto; intanto le torturava le labbra carnosissime di u sticchiu con le unghie affilate provocandone lunghi e profondi fremiti di piacere.

A signura cchi minni grossi era 'nfuculiata come mai prima, eccitatissima dalla situazione abbruciava di piaciri "Uhhuu mi stati facennu moriri!" suspirava e allora osò ancora di più, le strinse le gambe intorno al viso e con le mani guidava la testa della parrucchiera a risalire le sue cosce "U sacciu chi mi disiati, teccà vasatimillu! facitimi arricriari!" le disse tutta d'un fiato e fu tutto un mischiarsi di gridolini e ansimare selvaggio.

Più tardi, sull'uscio del negozio, come una circe incantatrice, a signura cchi minni grossi con le guance ancora rosse come pommaroru le sussurrò: "Stasira quando chiudete a putia passati da la me casa, me maritu 'nun c'è...". Maliarda e bugiarda comu na vera tappinara già si pregustava la delizia di un iocu vastasu che aveva in mente: un inedito "menage a trois".

"Uhhuu nun sacciu" replicò la parrucchiera; fingendo, malamente, prudenza dato che i suoi occhi ingenui dicevano "Si! non vedo l'ora di rivedervi!".

Gli altarini di Catania.


Il sindaco di Catania, Raffaele Stancanelli
Nessun italiano, neanche ateo
Il pomeriggio del 10 novembre l’Ansa di Catania diffonde la notizia della scoperta dal parte dei vigili urbani di un altarino murato. In serata, talora arricchita da nuovi particolari, l’informazione è rilanciata dai siti cittadini e regionali. Così Siciliainformazione: “Un altarino murato è stato scoperto dalla polizia municipale di Catania in via Vitali, una stradina del centro storico della città, attigua a via Etnea, durante un'operazione di controllo nella zona nei confronti di venditori ambulanti abusivi. Secondo i vigili urbani a murarlo potrebbero essere stati dei senegalesi musulmani che abitano nella traversa”. Il sito riporta una dichiarazione del comandante della polizia municipale di Catania, il generale Maurizio La Magna: "Ci siamo recati sul posto per dei controlli che ci erano stati sollecitati da abitanti della zona. E con sorpresa, oltre a carretti in legno e in metallo, che abbiamo sequestrato, abbiamo trovato un altarino completamente murato. Io credo - osserva il gen. La Magna - che nessun italiano, neppure ateo, possa chiudere con blocchi e cemento un altarino, ma sappiamo che in quelle strade abitano numerosi senegalesi che sono musulmani e che, a mio parere personale, potrebbero essersi infastiditi per la presenza di una rappresentazione forte della fede cattolica cristiana, così come lo è il crocifisso. Un'operazione che io ho trovato inquietante...".



Un gesto sacrilego
Cataniaoggi riferisce il commento del Sindaco, Raffaele Stancanelli: “Indipendentemente da chi ha avuto la balzana idea di ricoprire di cemento un simbolo della fede e della tradizione cristiana, è un fatto deplorevole che amareggia profondamente. Il nostro impegno per la legalità, serio e sotto gli occhi di tutti, sta trovando resistenze forti. In questo caso siamo davanti a un gesto sacrilego forse operato da chi a quella simbologia non attribuisce alcun significato. Tante volte negli ultimi mesi la nostra polizia municipale ha dovuto fare fronte a extracomunitari che hanno reagito, a volte anche violentemente, perché gli è stato impedito di vendere merce contraffatta e proseguire la loro azione nell'illegalità. Da parte nostra c'è il massimo rispetto per il sentire religioso e le tradizioni di tutte le etnie che vivono e convivono nella nostra città, ma è giusto pretendere reciprocità perché atteggiamenti diversi verso la nostra cultura e la nostra tradizione non potrebbero essere certo da noi tollerati".
L'accostamento tra la denuncia del "sacrilegio" e quella dell'abusivismo commerciale mi sembra infondata, ma assai maliziosa.



La discarica
L’indomani la notizia è riportata sia da “la Repubblica”, edizione di palermo, sia dal quotidiano catanese “La Sicilia”. Intanto Giuseppe Scatà, un cronista di “U cuntu”, la rivista e il sito diretti da Riccardo Orioles e che raccoglie a Catania la difficile eredità di Pippo Fava fanno alcune verifiche.
Un bancarelliere catanese della fiera che vende piumoni e ha il magazzino in via Costarelli dice: “La parete dell’altarino è quella del mio magazzino. Io lavoro da quindici anni qui ed è sempre stato murato”. La strada, al contrario di quanto dicono i vigili urbani, è abitata anche da catanesi, da studenti fuorisede e dai cinesi di una bottega vicina, i quali, intervistati, che dicono: “Abitiamo proprio di fronte all’altarino. Da sette anni l’abbiamo visto sempre così. Col cemento”. Così un catanese che abita in via Vitali fin da bambino, che ci racconta: “La strada era diventata una discarica già da parecchi anni, e molta gente veniva qui a orinare. Tanto che io non passavo più dall’altarino da quando ero ragazzo. Credo che qualcuno, impietositosi delle condizioni della strada, abbia rimosso la Madonnina e murato una nicchia ormai totalmente dimenticata. Noi abbiamo chiamato per anni la nettezza urbana e i vigili urbani, ma non ci hanno mia dato retta, fino a quando abbiamo minacciato l’intervento di Striscia la Notizia, e i vigili sono arrivati. Escludo assolutamente che siano stati i senegalesi”.

Quale onore!
Il 12, dopo la lettura di “U Cuntu” interviene il questore Domenico Pinzello, che manda i poliziotti e smentisce i vigili urbani: "Il nostro personale ha appreso direttamente dai residenti che l’altarino è stato murato 15 anni fa. Rassereniamo gli animi". Il caso è chiuso. Ma com’è stato possibile che il generale delle guardie municipali, il sindaco di una grande città, giornalisti di grandi agenzie e diffusi quotidiani abbiano potuto accreditare la notizia senza verifiche? Ce lo spiegano i cronisti di “U Cuntu”, i quali in vari articoli ci informano di un clima di intolleranza, cui partecipano anche i vigili urbani. Sgomberi, perquisizioni non autorizzate in case di senegalesi, tensioni con altre minoranza di immigrati. Si arrivò nel 2007 a un arresto di zingari accusati del rapimento di un minore, totalmente inventato.
La cosa più grave, ma non sorprendente, è l’incoraggiamento che l’intolleranza riceve dal Sindaco. Quei simboli religiosi che il 10 novembre riteneva profanati, non gli parvero affatto offesi dagli intrighi della mafia per governare la festa di Sant’Agata denunciati da un’inchiesta della Magistratura. Figurarsi, gli “uomini d’onore” non possono che onorare Iddio, la Madonna e i Santi.

1.12.09

I nostri peggiori nemici (Tiziano Borrini)


Sono i nostri peggiori nemici e meritano tutte le rappresaglie. Ma non bastano sforzi isolati per annientarli, bisogna organizzarsi contro di essi, opporre a essi un fronte unico... Bisogna dunque stabilire una vera organizzazione di combattimento... Speriamo di potere apportare il nostro contributo nella guerra di annientamento.

(da Tiziano Borrini, Lotta contro ratti e topi, Edizione Minerva medica, Torino, 1962)

I basagliati a Perugia e a Gorizia.

E' iniziato nel novembre appena finito il giro di presentazioni de I basagliati. Percorsi di libertà, il libro curato da Paolo Lupattelli di recente uscito per i tipi di Crace che ha l'ambizione di re-suscitare un'attenzione, di riaprire un dibattito, di riattivare percorsi di liberazione da tempo interrotti. Le prime due presentazioni si sono svolte a Perugia e a Gorizia da qui raccolgo alcune spigolature, contornate da memorie e riflessioni mie.

Il dibattito, per mille ragioni, si apre con difficoltà e prosegue tra le tensioni, ma il libro nato dall'inchiesta di "micropolis" aiuta. Speriamo che le presentazioni si moltiplichino.

***

C'ero anch'io

A Perugia ha aperto il dibattito una piccola recriminazione. Uno dei presentatori del libro, lo psichiatra Scotti, si è lamentato della didascalia di una foto del 1969. "Quello che parla al microfono - ha detto - sono io. E non mi avete neppure citato". Ha poi ricordato la specificità della vicenda della psichiatria umbra, ove all'apertura dei manicomi corrispose fin da subito la massima attenzione all'inserimento dei "matti" nel mondo esterno.

Io ricordo la meraviglia che provai quando, nel 1978, lasciai la nativa Sicilia per l'Umbria. L'ultimo ruolo politico che avevo svolto in Sicilia era quello di consigliere di amministrazione di un ospedale, a Gela. In quell'ospedale con mille problemi la "legge Basaglia" era stata vissuta come una iattura da medici, infermieri e amministratori. L'obbligo di riservare a taluni "malati" dei posti letto e le leggende sui comportamenti dei nuovi ospiti creavano una sorta di panico.

A Bastia Umbra dove andai ad abitare, invece, le case famiglia per le donne e gli uomini liberati dalla segregazione manicomiale erano come il fiore all'occhiello dell'amministrazione comunale guidata da Alberto La Volpe. I due assessori che se ne occupavano, la comunista Rosella Curradi e la socialista Mirella Zampericoli, andavano anche due volte al giorno a verificare che tutto funzionasse e con loro spesso arrivavano altre compagne e compagni delle sezioni comunista e socialista e i "ragazzi dei giardinetti", molto alternativi e perfino un po' estremisti. Quella che ai perbenisti sembrava una rischiosa scommessa era per una parte significativa della sinistra una importante battaglia politica.

La politica: troppo poca o troppa?

Il curatore del libro, Lupattelli, incassa, dice "è vero, professor Scotti". Ma nella foto scorge un diverso elemento di interesse e di differenza dal presente: la sala gli pare piena di assessori, di consiglieri, di attivisti. Chiede: "Dov'è ora la politica?". In effetti all'affollatissima presentazione non c'è un politico in carriera, un sindaco, un assessore alla sanità, un presidente di commissione. "In tutt'altre faccende affaccendati".

Catanelli, dirigente sanitario alla Regione, non è d'accordo. "E' vero - dice - qui non se ne vede traccia, ma non illudetevi, la politica è fin troppo pervasiva: si infila dappertutto e pretende di dettare legge su tutto, dalle nomine alla dislocazione delle strutture, dagli orari dei servizi alla distribuzione del personale".

Tocca a un terzo presentatore, Covino, storico di mestiere e storico redattore di "micropolis", il mensile da una cui costola (l'inchiesta sui trent'anni della legge Basaglia) il libro è nato, cimentarsi nella soluzione del busillis: troppa politica come gestione e amministrazione, troppo poca come visione e progetto. Analisi giusta. Ma dalle antiche foto di affollatissime assemblee in cui centinaia di persone si appassionano e dibattono sulla chiusura dei manicomi arrivano forse altri verdetti sull'oggi.

Un passo indietro e uno avanti

Lupattelli ha ragione a dire: allora (le foto sono del 69-70) i "politici" cercavano ogni possibile confronto, oggi se ne infischiano o scappano. Ma nel 69 non dovevano essere così numerosi i politici istituzionali. Non c'erano le regioni, non c'erano le circoscrizioni e gli enti che prevedevano nomine politiche si contavano sulle dita di una mano. Chi riempiva allora quelle sale?

Erano altri tempi. Erano numerose e sempre affollate le sezioni del Pci, i ragazzi riempivano le sedi della Fgci ed erano attivissimi i neonati gruppi extraparlamentari. Assemblee frequenti, a volte improvvise e spontanee, si svolgevano in continuità nelle fabbriche, nelle scuolle, nelle Università, negli ospedali. Tutti si occupavano di tutto: Vietnam e università, salari bassi e chiusura dei manicomi. Moltissimi, in tutti gli ambienti, sembravano presi dalla frenesia disinteressata di partecipare, di contare, di dire la loro. Era questa, a quel tempo, la politica. Cosa si intenda con il termine "politica" ai nostri giorni ce lo svelano certe frasette. Uno dice: la politica faccia un passo indietro. Un altro chiede: dov'è la politica? si faccia avanti! L'uno e l'altro per politica non intendono la partecipazione collettiva alla cosa pubblica, ma l'insieme indifferenziato delle persone che fanno politica un primo o un secondo mestiere, da cui ricavano ricavandoci reddito e opportunità, su cui costruiscono carriere. Insomma per "politica" si intende un ceto separato e privilegiato: una specie di casta.

La biblioteca perduta

Un altro dei presentatori perugini, Seppilli, grande antropologo e storico dirigente della sinistra, racconta e denuncia. Racconta del grande movimento che proprio a Perugia ebbe uno dei centri più vivi. Denuncia il provincialismo e la chiusura del dibattito attuale in Italia, proprio mentre in tutto il mondo si studiano come dei modelli Basaglia, l'esperienza della psichiatria italiana, la chiusura dei manicomi. Anche Seppilli ha molto da ridire sulla "politica" del nostro tempo. "La Provincia - dice - ha finanziato un documentario sulla psichiatria perugina, ma non ha trovato il modo di salvaguardare la ricca biblioteca dei servizi psichiatrici, un luogo storico di incontro e di attività". Ha ragione, ma non serve a molto tenere aperta una biblioteca che nessuno da decenni frequenta. Si sarebbe dovuto inventare qualcosa per rianimarne le attività, ma assessori e funzionari avrebbero dovuto sottoporsi alla fatica di pensare.

Percorsi di libertà

Nel racconto a più voci emergono alcuni episodi dal sapore aneddotico. Uno rimanda all'attualità. Un "matto" toglie dalla parete e distrugge il crocifisso. In città infuria la polemica. Alla fine è l'"assemblea" (dei malati, degli infermieri, dei medici e dei volontari), il grande strumento politico-terapeutico del Sessantotto, a decidere di rimettere a posto i crocifissi. Si parla anche della condizione degli internati prima di Basaglia, di Manuali e degli altri: una segregazione pressochè totale. Le visite dei parenti sono brevissime e solo una volta al mese. Le lettere da e per il manicomio vengono censurate e spesso cestinate. E' un mondo a parte. La battaglia della psichiatria democratica e della sinistra aveva lo scopo di offrire a questi uomini e queste donne, che erano stati umiliati e spossessati, la possibilità di riappropriarsi dello spazio esterno, di muoversi in esso, di compiere esperienze e allacciare relazioni. Ma, grazia alla politica di allora, fuori dalle mura essi trovavano persone e gruppi pronti a relazionarsi con loro: le famiglie, i quartieri, i paesi si riprendono i loro "matti" e sono felici di ritrovarli, dopo averli sottratti all'orribile universo concentrazionario dell'ospedale psichiatrico. Si ricorda a Perugia come in alcuni piccoli paesi i parroci fecero suonare le campane per il ritorno dei matti e c'era una folla festosa a salutarli. Oggi probabilmente, invece che uno spontaneo comitato d'accoglienza, ci sarebbe un comitato che ne rifiuta la liberazione in nome della sicurezza.

Non solo Basaglia

A Perugia più d'uno contesta il titolo di Lupattelli: "Non c'era solo Basaglia". Lupattelli paziente spiega quanto aveva già spiegato nel libro: la provocazione di Guzzanti, che chiama "basagliati" le presunte "vittime" della legge 180, e la sua controprovocazione. Covino e Seppilli strutturano il discorso: quella battaglia confluirono molte scuole psichiatriche e più di una tendenza politica. Non si sarebbe fatta senza l'apporto dei cattolici (e di una parte dei democristiani).

Se di Basaglia a Perugia non parlano molto, ci saremmo aspettati che lo ricordassero a Gorizia, la città nel cui ospedale psichiatrico dove Basaglia, Ongaro, Pirella etc. condussero la prima clamorosa battaglia per la spezzare le catene della segregazione, l'esperienza da cui nacque un libro che segnò un'epoca: L'istituzione negata. E invece no. Di Basaglia a Gorizia sembra all'inizio che nessuno voglia parlare, tranne Lupattelli. Nulla ne dicono Bertagni e Bertoli, gli psichiatri che dirigono i dipartimenti di salute mentale di Gorizia e Villanova. E' Genovese, un avvocato che al tempo eroico di Basaglia era suo sodale come volontario, uno di quelli che si portava i matti in casa, a rompere il silenzio. Racconta la Gorizia degli anni sessanta, un contesto assai diverso da quello perugino così segnato dalla presenza della sinistra. Gorizia è militarizzata e perbenista; comandano i democristiani e ci sono tanti missini. I più vedono nell'apertura del manicomio una rottura dell'equilibrio, un pericolo. Genovese ricorda come lo stesso sostegno dell'Amministrazione provinciale, che gestiva l'ospedale psichiatrico, fosse limitato e più che altro dovuto al ruolo dei socialisti e alla forte persolità di Loris Fortuna; rammenta infine la radicalità dell'esperienza, con quell'atto simbolico di togliere i camici, un atto con cui non si distruggeva solo il manicomio ma la psichiatria come istituzione.

Liberazione e libertà

A Gorizia la platea è un po' meno numerosa di quella perugina (60 presenti contro 100, ma la città è più piccola), ma dello stesso tipo: per metà è di operatori (a Gorizia c'è anche una "matta"), per l'altra metà di gente di sinistra, soprattutto intellettuali. Il tema centrale del dibattito è la legge 180 e le orribili proposte di riforma che Lupattelli illustra. In omaggio al tecnicismo e allo specialismo oggi imperanti, aggiunge come argomentazione il fatto che tra i presentatori uno solo è medico. Nel Sessantotto si sarebbe detto "meno male". Le proposte odierne in effetti fanno schifo, ma credo c'entri poco la professione degli onorevoli proponenti. C'entra di più l'ideologia.

I due dirigenti psichiatrici che intervengono a Gorizia difendono entrambi la 180 e denunciano le carenze di risorse, di personale, di cultura che rendono difficile l'applicazione piena. Stranamente il più appassionato e convincente sembra essere Bertoli. Ci hanno detto che è un cattolico integralista, di Cl addirittura, ma non pare voler seguire la Compagnia delle Opere nella furia privatizzatrice.

Tra gl'interventi del pubblico uno è assai polemico. Lo fa Bianchini, che è consigliere comunale di Sinistra e libertà, ma che è soprattutto un ex infermiere dello psichiatrico oggi in pensione, uno di quelli che ha partecipato in prima persona alle lotte di Basaglia. Accusa Bertagni: avevamo sperato in te dopo 26 anni di buio, tu ci hai tradito, ti sei rimesso il camice. Ci ricordiamo di Hannah Arendt e del suo libro Sulla rivoluzione. Nella psicologia del rivoluzionario - affermava - centrale è il piacere della partecipazione, del parlare in pubblico, del rovesciare consuetudini, norme e luoghi comuni. Conosciuta la felicità pubblica il rivoluzionario vorrebbe che la rivoluzione non finisse più. E invece - spega la Arendt - una rivoluzione ben fatta non può fermarsi alla liberazione, ma deve concludersi con la fondazione della libertà, con la sua stabilizzazione e costituzionalizzazione; insomma deve finire. Forse al rosso Bianchini che da giovane infermiere negò l'istituzione, spiace tuttora l'istituzionalizzazione della libertà, lo stabilizzarsi di procedure e di protocolli psichiatrici. O forse è il clima politico di reazione, con le sue ossessioni securitarie e i progetti di restaurazione, a favorire la frantumazione del fronte progressista.

Un uomo, non un padreterno

La sera a cena apprendiemo il perchè della difficoltà a parlare di Basaglia. Avremmo dovuto saperlo, ma ce n'eravamo scordati. Allo psichiatrico di Gorizia il 68 non fu anno di rivoluzione, ma di restaurazione. Proprio in quell'anno uno dei matti liberati uccise la moglie a colpi di accetta. "Era una di quelle tragedie che possono accadere anche tra chi non ha disturbi psichici - ci dicono i nostri interlocutori - era la moglie che l'aveva fatto rinchiudere per fare i suoi comodi". Che prima o poi qualcosa di simile dovesse accadere era previsto e scritto ne L'istituzione negata: le pulsioni omicide sono abbastanza diffuse nel genere umano e qualche volta prendono il sopravvento, persino tra i matti. E tuttavia si scatenò la canea. Basaglia era da un po' di tempo a Londra, ma tutti si aspettavano che si assumesse la piena responsabilità dell'accaduto. Non lo fece.

Questa debolezza ce lo rende più simpatico: non ci piacciono nè i padreterni infallibili nè i cavalieri senza macchia. Anche a Gorizia lo hanno perdonato e non fanno che osannarlo, ma non riescono a dimenticare completamente. Dopo l'incidente, nella città di confine si richiusero le porte del manicomio e la gestione della 180, arrivata dieci anni dopo, fu estremamente prudente e conservatrice. Il gruppo degli psichiatri si disperse, chi a Trieste, chi a Milano, chi a Parma, per continuare altrove il percorso di libertà. Solo nel 1994 (in coincidenza con una eccezionale vittoria elettorale del centrosinistra), 26 anni dopo, a dirigere la psichiatria, sollevando molte speranze, arrivò un medico progressista, Bertagni appunto. Ma portava il camice.

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