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21.8.19

L’Abele muto della Genesi e quello loquace del Corano. I testi sacri raccontano il delitto (Piero Stefani)



L’uccisione di Abele da parte di Caino, raccontata all’inizio della Genesi, è leggibile in vari modi: vista sul piano etico è segno perenne che ogni omicidio rappresenta, nella sua radice, l’uccisione di un fratello; letta in chiave di antropologia culturale indica l’antica, inestinta contesa tra i diversi, conflittuali modi di spartirsi beni e risorse (Caino è un agricoltore, Abele un pastore); colta in chiave simbolica attesta la fragilità della condizione umana (Abele da hevel, soffio, vacuità).
Alcuni passi del Nuovo Testamento ci aprono una prospettiva ulteriore. Si legge nella Prima lettera di Giovanni (3,12) «Poiché questo è il messaggio che avete udito fin dal principio: che ci amiamo gli uni gli altri. Non come Caino che era dal Maligno e così uccise suo fratello». Dal canto suo il Vangelo di Giovanni afferma che il diavolo «è menzognero e padre della menzogna» (Gv 8,44). A volte le citazioni parlano proprio quando vengono estrapolate dal loro contesto e fatte interagire tra loro. Menzogna e omicidio sono intrecciati in maniera molto stretta. La menzogna, quando si presenta come antitesi profonda alla verità, non è riconducibile al fingere, al recitare, al dire bugie: è un inganno che tocca le viscere della condizione umana. Contrapporre la menzogna all’amore vicendevole svela il legame che unisce la negazione del vero all’omicidio. La verità è una relazione, è la fedeltà buona che si costituisce allorché ci si apre l’uno all’altro. L’omicidio è un abisso di menzogna perché nega le verità più intimamente inscritte nella condizione umana: l’uguaglianza e la reciprocità. L’assassinio è l’antitesi primordiale della «regola d’oro», che fa della pari dignità tra sé e l’altro il fondamento primo di ogni comportamento veritiero.
Nel capitolo quarto della Genesi la parola «fratello» torna sette volte; essa ricorre per affermare che Caino è fratello di Abele. Mentre non si dichiara mai che la vittima è fratello del suo assassino, si asserisce sempre che è l’uccisore a essere fratello di colui di cui ha estinto la vita. In questo modo da un lato si dichiara che la fratellanza è luogo di responsabilità («domanderò conto della vita dell’uomo all’uomo, a ognuno di suo fratello» Genesi 9,5), mentre dall’altro si afferma implicitamente che la vittima è tale anche perché chi lo sta uccidendo non lo riconosce come fratello.
Secondo la Genesi, Abele non parla mai; egli è l’archetipo di ogni vittima a cui è negata persino la parola. All’ucciso è lasciata come voce quella del sangue che grida dal suolo. La scena è dominata dal cruento silenzio di una vita estinta. La presa di coscienza da parte di Caino di quanto da lui compiuto è suscitata dalla voce del Signore che gli giunge da fuori: «Che hai fatto?» ( Genesi 4,10-13).
La storia dell’omicidio primordiale è presente anche nel Corano. Nel testo sacro dell’islam però Abele (ma entrambi i protagonisti restano anonimi) parla e lo fa più del fratello. Lo scopo delle sue parole è di proclamare che non risponderà alla violenza con la violenza. Nel Corano la vittima pronuncia parole che divengono impegno e promessa: «Se stenderai la mano contro di me per uccidermi io non stenderò la mano contro di te per ucciderti» (Corano 5,28). Tuttavia alle spalle di questo atteggiamento inerme c’è la visione di un Dio capace di punire, ed è tema tutt’altro che secondario prendere atto che la rinuncia alla violenza da parte della creatura umana riposa sulla convinzione che l’unico autorizzato a esercitarla sia Dio: «Io voglio che tu ti accolli il mio peccato, e che tu sia tra quelli del fuoco, ecco la ricompensa dei colpevoli» (Corano 5,29).
Le parole del fratello furono vane, l’altro non le accolse e la sua anima lo spinse a uccidere e «fu tra i perdenti». Tuttavia a renderlo consapevole della propria colpa non fu la parola divina che evidenzia quanto da lui fatto, fu il muto linguaggio etologico di un corvo divenuto prototipo dell’atto umano di seppellire i morti: «Dio inviò un corvo che grattò la terra per mostrargli come nascondere la salma di suo fratello. Egli disse: “Povero me, sono stato incapace di essere come questo corvo e di nascondere la salma di mio fratello”, e divenne preda del rimorso» (Corano 5,31).

“La Lettura – Corriere della Sera”, 30 dicembre 2018

5.8.19

La morte di Savonarola (Dino Baldi)


Dalle Vite efferate di papi di Dino Baldi (Quodlibet 2015) recupero quello che nel libro è intitolato l'Ottavo Intermezzo, uno dei frammenti di storia ecclesiastica che l'autore ha posto tra la morte di papa e l'investitura di un altro. Codesti intermezzi, come del resto le vite, redatti alla maniera delle storie antiche, sono costruiti rigorosamente su fonti coeve o vicine nel tempo. I testi di riferimento sono, in questo caso, la Storia d'Italia del Guicciardini, i Vulnera diligentis di Benedetto Luschino, un domenicano che con il protagonista della storia visse a stretto contato, la Vita di Girolamo Savonarola di fra' Pacifico Burlamacchi, anche lui domenicano e priore a Viterbo e Lucca, la Vita di fra' Bartolomeo nelle Vite del Vasari. (S.L.L.)

Girolamo Savonarola nel ritratto di fra' Bartolomeo


Di come papa Alessandro scomunicò Savonarola dopo aver cercato inutilmente di farlo riconciliare con la Chiesa. Col resoconto del falò delle vanità nel quale si bruciarono le cose più belle di Firenze.

Quando Girolamo Savonarola cominciò a scagliare infamie contro il papa e contro tutta la curia per i costumi dissoluti e la vergogna della religione calpestata e offesa, e alimentò il fuoco delle prediche col vento di profezie terribili e spaventose, Alessandro Borgia lo invitò a Roma perché, gli scrisse, «ci aiuti a far meglio quello che piace a Dio, che tu conosci per grazia sua»; ma il priore di San Marco, vedendo l’inganno, replicò che non si sentiva bene e preferiva non viaggiare, e in cambio gli mandò il suo Compendio delle rivelazioni, dove il papa avrebbe potuto trovare i suoi migliori consigli per riformare la Chiesa. Alessandro accusò allora il frate di eresia e di false predizioni, poi gli proibì di parlare al popolo e di somministrare la comunione, e infine, a maggio del 1497, lo scomunicò. Sembra però che in segreto gli avesse proposto il cappello da cardinale, purché si astenesse dall’annunciare l’imminente rovina della Chiesa; ma anche questo fu inutile, perché Savonarola disse che l’unico cappello rosso che gli piaceva era quello del martirio. Il frate continuava a predicare, e nelle sue prediche diceva che la Chiesa era un mostro abominevole, e che la scomunica del papa non valeva niente, perché non si deve obbedire a un ordine dei superiori quando è contrario ai comandamenti di Dio.
All’inizio di febbraio del 1497 sulla piazza della Signoria venne innalzato un albero di carnevale, e tutto intorno furono ammassati moltissimi oggetti preziosi che i bambini e i ragazzi di Firenze avevano raccolto per tutta la città, esposti come in un museo della frivolezza umana. C’erano stoffe piene di figure senza veli, ritratti di donne per mano di artisti eccellenti, busti antichi in marmo e statue di uomini nudi, carte da gioco, dadi, scacchiere d’alabastro, libri di musica, arpe, liuti, clavicembali, cornette e ogni altro genere di strumento musicale. In un altro lato della pira erano esposte le vanità delle donne: ciuffi di capelli per estendere quelli naturali, ampolle e profumi, polvere di cipria, specchi e cappelliere; e poi opere di poeti latini e volgari, Morganti, libri di battaglie e canzonieri, un Petrarca miniato e decorato in oro che da solo valeva cinquanta scudi, Decameroni; e ancora maschere, livree, barbe e altri capricci per camuffarsi durante il carnevale. Fra’ Bartolomeo portò in piazza tutti i suoi disegni di nudo, e lo stesso fecero Lorenzo di Credi e molti altri pittori, tanto che il Vasari disse che quel pentimento collettivo fu un danno grandissimo per l’arte di Firenze. Un mercante veneziano, vedendo quel ben di Dio, si offrì di comprare tutto per ventimila scudi, e in quel modo si guadagnò l’onore di essere rappresentato al naturale in cima alla pira come principe delle vanità, accanto a una figura di Carnevale deforme e mostruosa.
Migliaia di persone presero la comunione per mano del frate davanti alla macchina da ardere, dopodiché fu dato fuoco alle fascine, mentre le campane del palazzo suonavano a distesa e ovunque si vedeva far festa e cantare il Te Deum Laudamus in onore di quella distruzione. Savonarola guardava tutto e ne godeva, e il giorno seguente in una sua predica fece molti complimenti al popolo di Firenze, per essersi finalmente lasciato alle spalle i beni materiali che rendono l’uomo la più spregevole fra le creature del Signore.

Di come Savonarola venne preso e condannato a morte.
Non passò molto tempo che i fiorentini, delusi di non vedere nessuna delle profezie del frate farsi vera, e preoccupati che il papa lanciasse l’anatema contro la loro città, con la scusa di una rivolta popolare assediarono Savonarola nel convento di San Marco, lo presero e lo rinchiusero nel bargello. Alessandro Borgia quando lo seppe ne fu molto contento, e tolse la scomunica a tutti quelli che avevano ascoltato le prediche del domenicano. Tuttavia non riuscì ad ottenere che lo consegnassero a lui, e dunque mandò da Roma due commissari papali, perché esaminassero le sue colpe e consigliassero i giusti provvedimenti.
Il frate prima fu interrogato, poi fu torturato ed ebbe tre tratti e mezzo di fune che gli slogarono le ossa. Non mostrò quasi mai la forza d’animo che diceva di avere a parole. Gli fu dato da scrivere, confessò, pianse, fu di nuovo interrogato e confermò quanto aveva scritto. Ammise che tutte le profezie con le quali spaventava il popolo e scandalizzava la Chiesa non gli erano state rivelate dal cielo, ma erano idee sue basate sullo studio delle sacre scritture. Aggiunse però che tutto quello che aveva fatto non era per un fine malvagio o perché desiderava qualche carica ecclesiastica, ma perché voleva che la Chiesa di Dio tornasse ad essere il più possibile pura e vicina a quella degli apostoli. Disse ancora che per lui questo valeva molto di più che diventare papa, perché per fare il bene occorrono dottrina e virtù e amore degli uomini, mentre per fare il papa bastano spesso i maneggi o la fortuna.
Gli inviati di Alessandro Borgia sentenziarono che Savonarola, insieme ai frati Domenico e Silvestro presi insieme a lui, erano da considerarsi eretici e scismatici, e li affidarono alle cure del braccio secolare. Non era infatti compito della Chiesa eseguire le sentenze, perché Ecclesia abhorret a sangune. Domenico sembrava meno colpevole degli altri, e c’era chi avrebbe voluto salvarlo; ma uno dei commissari tagliò corto dicendo che un frate in più o in meno importava poco, e che per non sbagliare era meglio condannarli tutti e tre.

Del modo in cui venne eseguita la sentenza.
Il 23 maggio del 1498, alla vigilia dell’Ascensione, i tre frati furono condotti in piazza della Signoria, dove sarebbero stati impiccati e poi bruciati. Per ordine di Alessandro vennero degradati, gli fu tolto ogni segno di tonsura e gli venne raschiato il pollice e l’indice che avevano toccato l’olio santo. Quindi un uomo del papa si fece avanti e disse: «Piace alla santità di Alessandro VI liberarvi dalle pene del purgatorio offrendovi la plenaria indulgenza dei vostri peccati e restituendovi alla prima innocenza. Accettate questa grazia?»; e loro, chinando il capo, dissero che accettavano.
Nella piazza era stato costruito un grande palco, riempito sotto e tutto intorno di legna da ardere, pece e polvere di bombarda. Mentre i condannati passavano, i bambini da sotto infilavano bastoncini appuntiti tra le assi per ferirgli i piedi, che erano nudi. Silvestro fu il primo a salire la scala che portava alla forca; non parlava, ma aveva le lacrime agli occhi. Gli fu messo il capestro e il collare di ferro con la catena legata al patibolo, e il carnefice dette la spinta; poi fu il turno di Domenico, e per ultimo di Girolamo. Il frate saliva e recitava il Credo, e quando arrivò in cima voltò la faccia verso la gran massa di fiorentini che fino a pochi mesi prima gli baciavano i piedi e si accalcavano pei ascoltare le sue prediche. Qualcuno gridò: «Savonarola, fallo adesso il miracolo!».
Subito dopo, erano le dieci del mattino, fu dato fuoco alla pira. Inizialmente si levò del vento che allontano le fiamme. Tra la folla si cominciò a gridare al miracolo, e in moltissimi scapparono spaventati dalla piazza. Poi il venni si calmò, il fuoco avvolse i corpi, tutti si tranquillizzarono e la piazza tornò piena. I bambini si divertivano a lanciare lassi a quel che restava dei cadaveri per tirarli giù e giocare un poco, ma erano troppo in alto e le fiamme ancora fitte. Quando l’incendio ebbe consumato tutto, le ceneri furono raccolte con cura e buttate in Arno dal Ponte Vecchio, perché non rimanesse nessuna reliquia da venerare.

29.7.19

Il Cardinale Mazzarino e i segni del potere (Umberto Eco)


Diciamoci la verità. Quel che sapevamo del Cardinal Mazzarino (al di là di un nome intravisto sui libri di testo verso la fine della guerra dei trent’anni) lo avevamo appreso dal Dumas di Vent'anni dopo. Odiosissimo cardinale, che le traduzioni popolari scrivevano con una sola zeta, squallida figura di lestofante e simulatore a petto del grande suo predecessore, il gran Richelieu che sapeva colpire i nemici e dare un brevetto di capitano ai moschettieri che se lo meritavano. Mazzarino mente, manca di parola, è tardo nel pagare i debiti, fa avvelenare il cane del duca di Beaufort che era stato addestrato a rifiutarsi di saltare in suo onore. È un guitto italiano, e Beaufort lo dipinge come “l’illustrissimo facchino Mazzarino”. È vile, spergiuro, codardo e si infila nottetempo nel letto di Anna d’Austria, che in altri tempi aveva saputo amare uomini della tempra di Buckingham. Possibile che Mazzarino fosse così gaglioffo? D’altra parte sapevamo che Dumas, quando parlava di personaggi storici, non inventava: coloriva, sceneggiava, ma stava attento alle fonti, ai cronisti, ai memorialisti, anche per tratteggiare i personaggi di fantasia, immaginiamoci dunque con un uomo del peso di Mazzarino. Quindi ci fidavamo.
Non so se Dumas conoscesse questo Breviario dei Politici secondo il Cardinale Mazzarino che ora viene ripubblicato da Rizzoli nella collana “Il ramo d’oro”, con una penetrante prefazione di Giovanni Macchia. Avrebbe potuto, perché l’operetta esce in latino nel 1684, da un improbabile editore di Colonia, ma viene ampiamente tradotta e circola per i secoli successivi (questa edizione riproduce la prima traduzione italiana del 1698). C’è da pensare che ne abbia solo sentito parlare. Perché, a parlarne, e a riassumerlo in breve, ne può venire fuori un Mazzarino alla Dumas, machiavellico da strapazzo che si ingegna di combinare il proprio aspetto esteriore e i propri festini, le proprie parole e i propri atti, in modo da ingraziarsi i padroni e mettere nei guai 1 propri nemici gettando il sasso e nascondendo la mano. Ma a leggerlo bene, come ci induce Macchia, il personaggio che ne vien fuori, se è pur sempre quello che Dumas ha azzeccato, per lo meno ci sbigottisce per la complessità, la consapevolezza, l’alto rigore teoretico della sua pianificata e umanissima gagliofferia.
Il libro, si dirà, non è suo, appare come una silloge delle sue massime, dette o praticate che fossero. Perché allora non leggerlo come una satira, intesa così come per molti si è interpretato Machiavelli, come l’opera di uno smaliziato moralista che fingendo di dar consigli al principe gli allor ne sfronda ed alle genti svela? Ma il fatto è che, chiunque abbia scritto il libello, se non era Mazzarino era qualcuno che prendeva sul serio quel che scrive, perché nel Seicento - come ricordava Croce nella Storia dell'età barocca in Italia - “l’arte del simulare e del dissimulare, dell’astuzia e dell’ipocrisia, era, per le condizioni illiberali della società di allora, assai praticata, e forniva materia agli innumerevoli trattati di politica e di prudenza”.
Il libro di Machiavelli era semmai un trattato dell’imprudenza, l'ardire proclamare a gran voce che cosa il Principe dovesse fare per il bene comune. Ma di mezzo c’è la Controriforma e la casistica gesuitica: i trattatelli del Seicento dicono semmai come difendersi in un mondo di principi infidi e ormai troppo coscientemente machiavellici, per salvare o la propria dignità interiore, o la propria integrità fisica, o per fare carriera.
Prima di questo breviario del Mazzarino appaiono sulla scena culturale due altri breviari, ben più noti: L'oracolo manuale o arte di prudenza di Baltasar Graciàn (1647) e il Della dissimulazione onesta di Torquato Accetto (1641). C’era di che ispirarsi, ma il breviario di Mazzarino pare originale nei propri spudorati intenti. Graciàn e Accetto non erano uomini di potere, e la loro dolente meditazione concerne le tecniche con cui, in una età difficile, ci si poteva difendere dai potenti. Per Graciàn il problema era di come armonizzarsi coi propri simili subendo il minor danno possibile (e di danni ne subì in vita sua, né fu tanto prudente quanto predicava) e per Accetto la questione non era di simulare ciò che non è (ché sarebbe stato inganno) ma di dissimulare ciò che si è, per non irritare troppo gli altri con le proprie virtù (il suo problema non era come arrecar danno ma come non patirne). Mazzarino no, stende il programma di un uomo che, imparando i modi di ingraziarsi i potenti, di farsi benvolere dai propri soggetti, di eliminare i propri nemici, tenga saldamente in mano, con tecniche simulatorie, il potere.
Simulazione, non dissimulazione. Mazzarino (o chi ha scritto il libretto) non ha niente da dissimulare: non ha niente perché egli è solo ciò che produce come propria immagine esterna. Si veda il primo capitolo, simulatoriamente intitolato “Conosci te stesso”. Inizia con un aforisma sulla necessità di esaminarsi attentamente per vedere se si ha nell’animo qualche passione (peraltro, anche qui la domanda non è “chi sono?” ma “come mi manifesto a me stesso?”) e immediatamente procede, con le altre massime, a disegnare un se stesso che altro non è che maschera, sapientemente costruita: Mazzarino è ciò che riesce ad apparire agli altri. Egli ha una chiara nozione del soggetto come prodotto semiotico, Goffman dovrebbe leggere questo libro, è un manuale per la totale teatralizzazione del “Sé”. Qui si disegna una idea di profondità psichica fatta tutta di superfici.
Ci troviamo di fronte ad un modello di strategia “democratica” (nell’età dell’assolutismo!) perché pochissime, e calibrate, sono le istruzioni su come aver potere producendo violenza; in ogni caso mai direttamente, sempre per interposta persona. Mazzarino ci dà una splendida immagine di come si ottiene potere attraverso la pura manipolazione del consenso. Come piacere, non solo al proprio padrone (dettame fondamentale) e non solo ai propri amici, ma anche ai propri nemici, da lodare, blandire, convincere della nostra benevolenza e buonafede, in modo che muoiano, ma benedicendoci.
Vorrei ancora insistere sul primo fondamentale capitolo: non v’è alcuna delle sue massime che non contenga un verbo di parvenza: dar segno, dar a divedere, svelare, guardare, osservare, passare per... Anche le massime che riguardano gli altri puntano sui sintomi, sui segni rivelatori, sia per quanto riguarda i paesi, le città, i paesaggi che gli amici e i nemici. Come accorgersi se qualcuno è mentitore, se ama qualcun altro, se lo aborre; e le istruzioni son sottilissime, del tipo: parla male del suo nemico e osserva il suo comportamento e come reagisce. E le tecniche per scoprire se qualcuno sappia tenere un segreto, mandandogli un altro che lo provochi e se ne mostri a conoscenza, per vedere come il primo si lasci andare o opponga una maschera impenetrabile, come quella che Mazzarino si ingegna di costruir per sé, arrivando a suggerire come si deve scrivere una lettera in presenza d’altri in modo che essi non possan leggerla, e come mascherare ciò che si legge, e poi come passare da uomo grave (“non fissar gli occhi in altri, non istorcerti il naso, né aggrinzartelo... i gesti sien rari, il capo stia dritto, profferisci pochissime parole, non ammettere spettatori a tavola”).
E fai sempre che il tuo avversario faccia volentieri ciò a cui tu vuoi condurlo: “se avessi concorrente in qualche carica da te pretesa, inviagli segretamente persona, che sotto color d’amicizia ne’l distolga, e gli esaggeri le difficoltà che dovrà incontrare”. E sii preparato a tutte le insidie, e a controbatterle: “prefiggiti alcune ore del giorno a ruminar teco stesso attentamente, se ti sopraggiungesse, o uno o un altro accidente, come dovresti risolverti”, che è poi la moderna teoria degli “scenari” di guerra e di pace, solo che il Pentagono li fa coi cervelli elettronici. E si insegna persino come fuggir bene di prigione (ché tutto può accadere all’uomo di potere) e come stimolar panegirici in proprio onore che siano brevi e di basso costo, in modo che tutti ne prendan visione. E come dissimular la ricchezza (“sempre brontola per la tua scarsa borsa”, qui Dumas aveva colto il suo uomo) ma non sempre, secondo i casi, ché ecco all’improvviso il nostro autore ci sorprende con una descrizione di un pranzo come si deve da strabiliar gli ospiti, che non si può riassumere, ed è un pezzo di gran teatro barocco.
Ma infine, basta con l’ammirazione, libri del genere si leggono per trarne un utile. E allora, non crediate che vi possa servire per diventare un uomo di potere, e non perché le sue massime non siano buone, perché sono tutte giuste. E che questo libro ci descrive ciò che l’uomo di potere sa già, magari per istinto. In questo senso non è solo un ritratto di Mazzarino, usatelo come identikit per la vostra vita quotidiana. Vi troverete dentro molti che conoscete, o per averli visti in televisione o per averli incontrati in azienda. Ad ogni pagina vi direte “ma questo io lo conosco!” Naturalmente. I Mazzarino diventano famosi e non tramontano mai. Il potere logora solo chi non sa già queste cose.

“la Repubblica”, 6 gennaio 1982

2.7.19

Aprile 2018. Le fake news di Eugenio Scalfari e il licenziamento di Odifreddi


La “spremuta di notizie” di Giorgio Dell'Arti è un servizio utilissimo che il noto giornalista svolge a pagamento per gli utenti della rete: utilizzando quasi esclusivamente citazioni dalla stampa quotidiana diffonde ogni due o tre giorni una rassegna ricca e varia. Ho tratto dalla “spremuta” del 4 aprile 2018 le citazioni che seguono, relative a una delle interviste con papa Bergoglio che Eugenio Scalfari nel tempo ha pubblicato, agli interventi polemici del matematico Giorgio Odifreddi e infine al licenziamento di costui da “Repubblica”, deciso da Giorgio Calabresi (che al tempo dirigeva il quotidiano ed è stato a sua volta licenziato in questo 2019). (S.L.L.)

Scalfari, Bergoglio,Odifreddi, Calabresi

Inferno
A proposito dell’intervista di Scalfari a papa Bergoglio, pubblicata da “Repubblica” lo scorso 28 marzo, la domanda-scandalo era questa:
Santità, nel nostro precedente incontro lei mi disse che la nostra specie ad un certo punto scomparirà e Dio sempre dal suo seme creativo creerà altre specie. Lei non mi ha mai parlato di anime che sono morte nel peccato e vanno all’inferno per scontarlo in eterno. Lei mi ha parlato invece di anime buone e ammesse alla contemplazione di Dio. Ma le anime cattive? Dove vengono punite?
Secondo Scalfari, a questa domanda Bergoglio ha risposto così:
«Non vengono punite, quelle che si pentono ottengono il perdono di Dio e vanno tra le fila delle anime che lo contemplano, ma quelle che non si pentono e non possono quindi essere perdonate scompaiono. Non esiste un inferno, esiste la scomparsa delle anime peccatrici».
La risposta, come sappiamo, nega tutti i catechismi che studiamo da parecchie generazioni.
Odifreddi
Tra i vari commenti seguiti all’intervista di Scalfari, da segnalare questo, del matematico Piergiorgio Odifreddi, pubblicato l’altro giorno sul blog che Odifreddi tiene sul sito di Repubblica (il non senso della vita 3.0).
«[...] Com’è ormai noto urbi et orbi, Scalfari ha ricevuto nel settembre 2013 una lettera dal nuovo papa. Fino a quel momento, per chi avesse seguito anche solo di lontano la cronaca argentina, Bergoglio era un conservatore medievale, che nel 2010 aveva scandalizzato il proprio paese con le proprie anacronistiche prese di posizione contro la proposta di legge sui matrimoni omosessuali, riuscendo nell’ardua (e meritoria) impresa di coalizzare contro di sé un fronte moderato che fece approvare in Argentina quella legge, ben più avanzata delle timidi disposizioni sulle unioni civili approvate nel 2016 in Italia.
Dopo la sua lettera a Scalfari papa Francesco si è trasformato per lui, e di riflesso anche per “Repubblica”, in un progressista rivoluzionario, che costituirebbe l’unico punto di riferimento non solo religioso, ma anche politico, degli uomini di buona volontà del mondo intero, oltre che il papa più avanzato che si sia mai seduto sul trono di Pietro dopo il fondatore stesso [...] Il fatto è che Scalfari non si è limitato alle proprie abiure personali, ma ha incominciato a inventare notizie su papa Francesco, facendole passare per fatti: l’ha fatto in tre “interviste” pubblicate su Repubblica il 1 ottobre 2013, il 13 luglio 2014 e il 27 marzo 2018, costringendo altrettante volte il portavoce del papa a smentire ufficialmente che i virgolettati del giornalista corrispondessero a cose dette da Bergoglio [,,,] Il primo problema è perché mai il papa continui a incontrare Scalfari, che non solo diffonde pubblicamente i loro colloqui privati, ma li travisa sistematicamente attribuendogli affermazioni che, facendo scandalo, devono poi essere ufficialmente ritrattate».
Odifreddi
«Il secondo problema è perché mai “Repubblica” non metta un freno alle fake news di Scalfari [...] Io capisco di giornalismo meno ancora che di religione, ma la mia impressione è che in fondo ai giornali della verità non importi nulla. La maggior parte delle notizie che si stampano, o che si leggono sui siti, sono ovviamente delle fake news: non solo quelle sulla religione e sulla politica, che sono ambiti nei quali impera il detto di Nietzsche “non ci sono fatti, solo interpretazioni”, ma anche quelle sulla scienza, dove ad attrarre l’attenzione sono quasi sempre e quasi solo le bufale. Alla maggior parte dei giornalisti e dei giornali non interessano le verità, ma gli scoop: cioè, le notizie che facciano parlare la maggior parte degli altri giornalisti e degli altri giornali. E se una notizia falsa fa parlare più di una vera, allora serve più quella di questa. Il vero problema è perché mai certe cose dovrebbero leggerle i lettori. Che infatti spesso non leggono le fake news, e a volte alla fine smettono di leggere anche il giornale intero. Forse la meditazione sul perché i giornali perdono copie potrebbe anche partite da qui».
Calabresi
Dopo queste parole, il direttore di “Repubblica”, Mario Calabresi, ha licenziato Odifreddi: «Tu sai di aver sempre goduto della massima libertà, ma l’unica libertà che non ci si può prendere è quella di insultare o deridere la comunità con cui si lavora». Odifreddi ha risposto che se lo aspettava, gli ha dato quasi ragione e ha salutato e ringraziato gli amici di Repubblica: «È forse dunque una mia “colpa sociale”, l’aver sempre cercato di dire ciò che pensavo, anche quando sarebbe stato più comodo o più utile (e a volte, forse, anche più corretto o più giusto) tacere. Ma ciascuno di noi è fatto a modo suo, e io sono fatto così. Dunque, un grazie a tutti, e a risentirci magari altrove».

1.7.19

Don Bosco e don Orione. Il miracolo del dito tagliato


Il 17 dicembre 1887, assieme agli alunni della 5a ginnasio, Luigi Orione si confessò per l’ultima volta da don Bosco infermo. Anzi, rientrato come gli altri nella sala di studio, Orione uscì di nuovo e tornò da don Bosco. Fu quello il suo ultimo colloquio con il Santo.
Morto don Bosco, tra i giovani che vegliano accanto alla sua salma esposta ai fedeli, il 1° febbraio 1888, c'è anche Orione, che prende dalla folla gli oggetti da posare sul corpo del Santo. Ad un tratto, Orione (come scrive egli stesso) ha una curiosa idea: pensa di affettare del pane, ridurlo in pillole da posare sul corpo di don Bosco, per poi distribuirle. Entrato nella sala di refezione prende un grosso e affilato coltello e si accinge ad affettare un filone di pane. Dalla fretta, vibrando il primo colpo, si spacca verticalmente l’indice della mano destra (egli è mancino). Angosciato, pensa subito che senza quel dito non potrà diventare sacerdote, come già aspirava. Avvolge allora nel fazzoletto il dito tagliato stringendolo bene e lo sostiene con l’altra mano. Corre presso la salma di don Bosco e con viva fede accosta il dito sanguinante alla mano di don Bosco. A quel contatto la ferita si rimargina all’istante. .
Narrando il fatto prodigioso, don Orione era solito mostrare la cicatrice rimastagli nell’indice destro, assicurando il perfetto funzionamento del dito.

Don Bosco che ride.I “fioretti” di san Giovanni Bosco, Edizioni San Paolo, 1998

27.6.19

Esercizi spirituali (Leonardo Sciascia)

Un albergo sulle pendici dell'Etna

Mi sono trovato una volta, d’estate, in un albergo di montagna dove ogni anno si riuniscono, per gli esercizi spirituali, gli ex allievi di un convitto religioso; uno di quei convitti che fanno «classe», e perciò vi si arrampicano anche quelli che appena possono permettersi di pagarne la retta (cioè: i padri vi arrampicano i figli, che certo preferirebbero le squallide e invigilate «stanze in famiglia», ma finiscono poi con l’affezionarsi e, una volta fuori, col riconoscere il vantaggio dei legami stabiliti coi maestri e coi compagni in quegli anni di clausura).
Arrivavano, gli ex allievi, alla spicciolata: e nello spiazzo davanti all’albergo, scendendo dalle loro grandi automobili, si incontravano con espressioni di sorpresa e di gioia, scherzosi insulti, abbracci e manate. E magari si erano lasciati la sera avanti, giù in città: ma il ritrovarsi all’appuntamento di ogni anno, tutti insieme, svegliava in loro una compagnoneria facile e sguaiata: che sarebbe stata, pensandoci bene, l’unica contropartita e risorsa alle lunghe ore di messa, predica e preghiera che li attendevano. Qualcuno arrivava accompagnato dalla moglie: ma soltanto fino alla soglia del ritiro; e lasciato lì, la valigia accanto, col viatico di due sororali baci sulle guance e di una frettolosa raccomandazione riguardo al freddo della sera e al golfino o alle medicine da prendere al pasto.
E lei se ne ripartiva lestamente, dando l’impressione, nel virare l’automobile nello spiazzo, nel festoso rombo del motore, nello slancio con cui usciva dal cancello, che, avendo consegnato il marito a un luogo in cui si celebrava lo spirito, libera, leggera, ilare corresse a luoghi dove invece si celebrava la materia. Una di quelle situazioni che provocano e suscitano immaginazioni che si sogliono dire boccaccesche ma che meglio sarebbe, in questo caso, dire maupassantiane (malpassantiane, preferiva Savinio): lei che corre all’alcova segreta e nel frenetico impatto, tra un bacio e l’altro, mentre il partner, come Mario Cavaradossi, la discioglie dai veli, dice: «ho lasciato quel porco ai suoi esercizi spirituali». Quel porco! E qualcuno, tra i venuti al monte dello spirito, lo era davvero: forse anche nella vita coniugale, certamente in quella pubblica. Malversazione, peculato, interesse privato in atti di ufficio: nero su bianco in rubrica giudiziaria. E molti altri ce n’erano, non mai o non ancora rubricati, di cui si diceva illecita la ricchezza, torbida l’incredibile ascesa. Avevo insomma sotto gli occhi, adunati all’insegna dello spirito, con apparente allegria costituitisi (verbo perfettamente in taglio) alla meditazione e alla preghiera, non pochi esponenti di una classe di potere.
La meditazione, la preghiera. Alla fine di ogni predica, dovevano ritirarsi ciascuno nella propria camera, a meditare. Uno che dopo la predica si attardava nell’atrio, fu severamente rimproverato da un prete: « Avvocato, mi meraviglio di lei! Vada a meditare in camera»; e l’avvocato filò in camera, mortificato. La sera, tutti insieme, recitavano il rosario: andavano su e giù nello spiazzo avaramente illuminato, a passo svelto, con dei dietrofronti improvvisi, confusi, aggrovigliati; e quanto più si aggrovigliavano tanto più levavano le voci nei pater, negli ave, nei gloria. Con una nota di isteria, di paura. E in quel momento, anche chi (come me) li vedeva nell’abietta mistificazione e nel grottesco, scopriva che c’era qualcosa di vero, qualcosa che veramente attingeva all’esercizio spirituale, in quel loro andare su e giù al buio, in quel biascicare preghiere, in quel confondersi e aggrovigliarsi: quella nota di isteria, di paura; quasi che per un attimo si sentissero, disperati, nella confusione di una bolgia, sul punto della metamorfosi. Appunto come nella dantesca bolgia dei ladri. E che l’attimo potesse diventare eternità.
Debbo confessarlo: quel piccolo, momentaneo contrappasso che sentivo si realizzava tra loro, in loro, mi appagava e rassicurava. Che credessero nell’inferno, che ne avessero paura. «Se ci credi, c’è; se c’è, ci andrai». E capisco perché un mio amico, che non ci crede e non ci andrà, ogni volta che incontra un prete domandi: «c’è ancora, l’inferno?». Ma pare che in questi ultimi tempi non riesca ad ottenere risposte soddisfacenti, e cioè affermative.

Nero su nero, Einaudi, 1979

25.6.19

Chiesa cattolica. Abuso di castità (Bruno Gravagnuolo)

Articolo di quasi un decennio fa, ma questa lettura della pedofilia clericale (che fu anche di papa Ratzinger) non è stata mai sconfessata. Rino Fisichella, l'amico della Fallaci, non è più il rettore dell'Ateneo Pontificio, ma presiede la Commissione Pontificia per la Nuova Evangelizzazione e specificamente si occupa di santuari: è stato proprio lui ad annunciare pochi giorni fa l'invio di un vescovo ispettore per capire che cosa accade a Lourdes, specialmente nella condizione di pellegrino. 
È di quelli che, se dissentono dal papa argentino, non lo dichiarano; anzi ha proprio detto che non si fa. Insomma preferisce il lavorìo sotterraneo. 
Un bel libro di Polito parla in questi giorni della solitudine di Francesco, il quale per rimediarvi si vede costretto a sopportare amici e compagni del tipo di Fisichella, già cappellano del berlusconismo. Per il papa l'alternativa sembra essere tra “meglio soli che male accompagnati” e “dagli amici mi guardi Iddio”. (S.L.L.)

Fisichella

Dunque per Monsignor Fisichella, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita, pedofilia e abusi sui minori nella Chiesa, dipendono da «una cultura che ritiene che tutto sia ammissibile», diffusasi dagli anni ’60. Ovvero: non è stata la repressione sessuale a favorire certe pratiche. Bensì la libertà sessuale degli anni 60, etc.
Curioso modo di ragionare! Ipocrita e irritante. Che la dice lunga su certi orientamenti culturali di questo pontificato, di cui il teologo Fisichella voluto in quel ruolo da Ratzinger pare espressione, almeno in questo caso. Lasciamo da parte il fatto che la Chiesa di Roma ha sempre secretato gli abusi, facendo divieto di rivelare il contenuto dei processi nei tribunali canonici. E che solo quando certi fatti gravi esplodono è poi costretta a dar mostra di intervenire. Il punto è un altro. E sta nel dato incontrovertibile che la Chiesa-Istituzione è sempre stata impermeabile a qualsivoglia ideologia libertaria relativa a sesso e sessualità. Perseverando nella chiusura ermetica su anticoncezionali, celibato, sacerdozio femminile, divorzio, per non parlare di aborto e fecondazione artificiale. E perseverando nell’additare nella castità un perficere perfectum, una meta ideale pure per i laici, fatto salvo l’obbligo di generare per i coniugati.
Talché prendersela con la liberazione sessuale è un discorso da carceriere, che davanti a certe evasioni se la prende con le catene troppo lasche. Fughe che purtroppo non sono preti che gettano la tonaca alle ortiche, ma spesso preti che esprimono la loro libido repressa in modo distorto, restando ligi al sacerdozio. È il destino dello zelo ipocrita: il diavolo sessuale cacciato dalla porta rientra dalla finestra. Svelando altarini desolanti: sadismi, violenze, abusi. Con esistenze irreparabilmente rovinate. E arcivescovi e vescovi che coprono i misfatti e tacciono, ad maiorem dei gloriam. Per inciso: il colmo della beffa è che a difendere il tradizionalismo c’è il pio Berlusconi, devoto di Don Verzè. Che dichiara di non aver bisogno di dirgli i suoi peccati, quando si confessa con lui!

l'Unità, 17 marzo 2010

15.6.19

Storie di papi. Alessandro III Bandinelli (Dino Baldi)

Siena, Palazzo Comunale, Storie di Papa Alessandro III (Spinello Aretino)

Racconto della controversa e ridicola elezione di papa Alessandro III e del suo rivale Vittore IV.
Quando Adriano IV, il primo settembre del 1159, morì ad Anagni, di nuovo nel collegio cardinalizio due fazioni si contendevano l’elezione del successore: quella imperiale con Ottaviano dei Crescenzi, cardinale di Santa Cecilia e di famiglia nobile romana, e l’altra che sosteneva Rolando Bandinelli, senese, diacono di San Cosma, uomo virtuoso, illustre teologo e cancelliere della Chiesa.
Il 5 settembre i cardinali si riunirono dietro il grande altare di San Pietro, e Rolando fu proclamato papa a maggioranza. Quando la cappa rossa stava per essere posata sulle sue spalle, Ottaviano, per evitare che con quell’atto il rivale venisse riconosciuto come pontefice legittimo, si buttò nel mezzo e nel nome dell’imperatore gli proibì di accettarla. I cardinali non lo ascoltarono, e mentre Rolando piegava di nuovo la testa per ricevere la cappa, Ottaviano cercò di strappargliela di mano, finché un senatore la prese non per darla all’uno o all’altro, ma per far cessare quello spettacolo indegno. Ottaviano aveva con sé una cappa di riserva: se la fece dare dal suo cappellano, si tolse il galero per far passare la testa dal buco e nell’agitazione la indossò al rovescio, col cappuccio davanti e la croce dietro. Era in un tale stato di confusione che non trovando il cappuccio sulle spalle cercava di aggiustarsi in qualche modo un lembo del mantello sul collo, e a quello spettacolo tutti ridevano come davanti a una commedia. Mentre alcuni cercavano ancora di togliere la veste dalle spalle di Ottaviano, lui si proclamò da solo papa Vittore IV, e intonando il Te Deum uscì in fretta dal retro dell’altare e si mostrò a un gruppo di chierici, che in un angolo della basilica aspettavano con ansia il risultato dell’elezione. Vedendolo col manto rosso, senza sapere nulla di quello che era accaduto, lo acclamarono papa, e in quello stesso momento le porte della chiesa si spalancarono ed entrò un gruppo di uomini armati a sostenere l’elezione del candidato imperiale.
Vittore finalmente ebbe il tempo di sistemarsi la veste e si sedette sul trono per ricevere i primi omaggi; quindi si trasferì in Laterano su un cavallo bianco. Una parte del popolo lo acclamava al suo passaggio, mentre altri lo riempivano di insulti e lo chiamavano ladro di mantelli. C’era anche un poeta, che lo seguiva lanciandogli contro dei versi improvvisati. Rolando nel frattempo si era messo al sicuro con i suoi sostenitori in una fortezza non lontano dalla basilica vaticana, e appena possibile si trasferì a Ninfa, sulle sponde della palude pontina, dove il cardinale Ubaldo da Ostia lo consacrò papa col nome di Alessandro III.

Di come Alessandro rimase infine unico papa, e del modo in cui accolse a Venezia Federico Barbarossa.
Due pontefici ancora una volta occupavano il soglio di Pietro, entrambi eletti con voto irregolare, ed entrambi, alla fine, costretti all’esilio dai romani. Non fu l’unico caso: dal tempo di Niccolò II, che nel 1059 aveva riservato l’elezione del papa ai soli cardinali, per ben sette volte nell’arco di un secolo si ebbero doppie nomine e altrettanti scismi. Un papa chiamava l’altro antipapa e lo scomunicava, e con lui venivano scomunicati i sostenitori dell’una e dell’altra fazione. Era un cerchio continuo di anatemi tra vescovi, arcivescovi, cardinali, e una grandine di concili contrapposti, coi legati che bussavano alle porte di tutte le città e le corti d’Europa per far accreditare l’uno o l’altro pontefice, e per raccogliere qualche soldo col quale sostenere le loro corti vaganti.
Dopo diciotto anni e tre antipapi lo scisma si ricompose: Alessandro III venne nuovamente consacrato in Santa Maria Maggiore e riconosciuto come unico papa legittimo anche da Federico Barbarossa, che fino ad allora aveva fatto tutto il possibile per spodestarlo. L’imperatore si era convinto che le disgrazie che gli stavano capitando, dalla malaria che decimava l’esercito, alla Lega lombarda, alla rotta di Legnano, fossero la punizione divina per essersi opposto ad Alessandro. Fu lo stesso Barbarossa a mandare ambasciatori ad Anagni per concludere un trattato, e la riconciliazione avvenne a Venezia, davanti alla basilica di San Marco, nel luglio del 1177.
Il papa celebrò la messa, quindi si sedette su un trono rialzato che dava sulla piazza, e circondato dai suoi vescovi attese l’arrivo dell’imperatore. Federico scese dalla gondola assieme al doge e ai cardinali che per ordine del pontefice gli avevano tolto la scomunica. Quando arrivò di fronte ad Alessandro, si levò il mantello e la corona e si inginocchiò per baciare la sacra pantofola. Il papa lo sollevò e lo baciò sulle guance, mentre i tedeschi lì presenti intonavano il Te Deum, e l’imperatore riceveva la sua benedizione. Il giorno dopo Federico ascoltò la messa con grande devozione, accompagnò il papa alla porta della chiesa, gli tenne la staffa mentre saliva sul cavallo, lo portò per un tratto e infine, dopo una nuova benedizione, fece ritorno nel palazzo del Doge. Esiste, è vero, un’altra versione della storia, nella quale, quando l’imperatore si inginocchia, Alessandro gli scosta la corona dal capo col piede e glielo poggia sul collo, dicendo: «Camminerò sopra l’aspide e sul basilisco, schiaccerò il dragone». «Non a te mi sottometto - risponde il Barbarossa - ma a Pietro». «A me e a Pietro», dice di nuovo il papa. Un affresco del Salviatino, nella Sala Regia del Vaticano, rappresenta la scena.

Del trionfale ritorno del papa a Roma, e della sua bara presa a sassate dai romani.
A marzo del 1178 il papa dopo tante persecuzioni e fughe rientrò a Roma una volta per tutte. Del resto i cittadini, insieme al senato e al clero, da tempo lo imploravano di tornare, e gli avevano offerto le migliori garanzie che da lì in poi avrebbero obbedito a lui e a nessun altro papa. Alessandro venne accolto fuori dalle mura dai magistrati, dall’esercito, dai nobili con il loro seguito e dai cittadini con vessilli e croci. Nessuno a memoria d’uomo ricordava un simile trattamento riservato a un pontefice: il palafreniere a fatica riusciva a farsi largo tra la folla che si accalcava per baciare i piedi di Alessandro e per ricevere la sua benedizione. Tutti, dice Bosone, guardavano al volto del papa come all’immagine di Cristo di cui è vicario in terra, e sembrava che niente avrebbe potuto turbare l’accordo fra lui e il suo popolo.
Alessandro morì a Civita Castellana l’ultimo giorno di agosto del 1181, e l’amore dimostrato dai romani al suo rientro fu nulla in confronto all’odio che gli tributarono quando tornò da morto. Al passaggio della bara davano al papa l'estremo saluto maledicendolo, sputando sul catafalco e tirandogli fango e pietre. Il corteo riuscì infine a raggiungere il Laterano, e lì Alessandro venne sepolto, in una tomba di cui oggi non rimane che il ricordo.

Vite efferate di papi, Quodlibet Compagnia Extra, 2015

7.6.19

Il clero impunito. Come la Chiesa protegge i sacerdoti che commettono reati (Adele Orioli)

Il cardinale Bagnasco, ispiratore del "Ministri della Misericordia"


Un’analisi seria, basata sui fatti e non sulle illazioni, anche quando i fatti di illazioni ne fanno sorgere fin troppe; un’analisi dettagliata e paziente, con tutta la pazienza obbligata nel tentare di portare alla luce situazioni protette non tanto e non solo dalla pur lodevole tutela della riservatezza, ma dalla molto meno lodevole omertà, che sia di gruppo, di istituzione o di casta. Un’analisi pacata, infine, perché non indulge mai al pur comprensibilissimo sdegno che invece inevitabilmente colpisce il lettore.
Navigando tra storie arrivate alla luce della ribalta televisiva e altre sconosciute ma non per questo meno significative, il libro Giustizia divina. Così la Chiesa protegge i peccati dei suoi pastori di Emanuela Provera e Federico Tulli (Chiarelettere) fa toccare con mano quanto possa pesare, soprattutto per le vittime di clerici abili e arruolati, la differenza tra il reato e il peccato. Perché se il reato, comportamento cui il legislatore ricollega una sanzione penale per l'aggressione recata a un bene giuridico meritevole di tutela, è fatto umano, così come umano è il bene giuridico tutelato, il peccato al contrario assume giocoforza una connotazione divina, esoterica, alchemica. Offesa non agli esseri umani ma a Dio, e come tale diversamente espiabile. Invece del carcere, oasi di ritiro spirituale, per dirla in pragmatici seppur villani soldoni. Perché se il reato è difficilmente occultabile, e non più di quel tanto interpretabile, diverso il discorso per le mancanze “divine” dei propri pastori: anche il modo di valutare e quindi far riparare il peccato commesso è riservato ai pochi intimi dello stesso gruppo, con particolare attenzione, ça va sans dire, alla spiritualità del reo, confesso o meno che sia. Attenzione a quella compromessa della vittima, non pervenuta.
Pedofilia, certo, in prima posizione. Reiterata, capillare e mai seriamente combattuta, coadiuvata anche dal vuoto normativo lasciato dall’abolizione del delitto di plagio nel 1981 e in generale da una buona dose di particolare benevolenza lassista delle istituzioni laiche. Ma non solo.
Anche preti e suore sono, cosa del resto immaginabile, differenziatamente umani come tutti, e anche preti e suore manifestano quindi una variegata gamma di atteggiamenti delittuosi. Ludopatia, gioco d’azzardo, truffe di vario genere, falsa testimonianza, corruzione, maltrattamenti, spaccio di droga. Purtuttavia i denunciati sono pochi, i carcerati ancora meno.
Ed ecco che proprio grazie a questo lavoro di inchiesta scopriamo esistere numerosi centri di chiamiamola “riabilitazione” dei peccatori in tutta la penisola (ma preferibilmente al Nord). Non solo e non tanto gradevoli magioni per eventuali arresti domiciliari, se disgraziatamente capitasse di essere proprio beccati dalla giustizia terrena, ma anche e soprattutto confortevoli resort per inadempienze conclamate che alla magistratura non arriveranno mai e che si preferisce insabbiare, pardon, spiritualmente riabilitare, in famiglia. La famiglia della Chiesa, ovviamente.
Previste dallo stesso codice di diritto canonico come Case di Penitenza, gli autori sono riusciti a censirne diciotto, con un capillare, certosino e ovviamente ostacolato lavoro di inchiesta.
Rappresentano l’alternativa parallela al carcere, senza sbarre né secondini, dove “sono trattenuti i presunti responsabili di reati avvenuti in territorio italiano ma che non vengono denunciati alla giustizia civile dai loro superiori”. Perché saranno anche colpevoli di atroci reati, ma sono prima di tutto peccatori. In realtà queste Case sono esse stesse solo “la punta di un iceberg”, poiché una intera rete di sostegno a clerici “in difficoltà” è presente da anni su tutto il territorio con la massima segretezza. Comunità religiose, famiglie laiche, diocesi e parrocchie pronte ad accogliere in ritiro spirituale i presunti pedofili, spacciatori, truffatori di cui sopra. Non solo presunti, anche condannati a dir la verità. Perché in questi centri finiscono anche coloro i quali hanno ottenuto dalla legge italiana la possibilità di usufruire di pene alternative alla detenzione.
Quanti sono questi sacerdoti in difficoltà non è dato sapere; quando però nel 2007 su mandato dello stesso Bagnasco viene fondata l’associazione “Ministri della misericordia” per il loro spiritual sollievo lo stesso comunicato parla di circa il 10% dei consacrati. Il che farebbe almeno tremila persone affette da forme di dipendenza, disturbi di personalità, depressione o crisi vocazionale. Tutti a piede libero, incoraggiante.
Menzione a parte, nonché un corposo dibattito, meriterebbero poi le interviste che gli autori sono riusciti a ottenere non solo dai “peccatori” quanto dai loro terapeuti. Psichiatri e psicologi ovviamente cattolici che fortemente sostengono la specificità del sacerdote rispetto ai comuni pazienti, come fosse possessore di una piena identità aggiuntiva, arrivando a dire che alcuni aspetti di questa identità solo “nel modo esterno” (quello terreno o quello non cattolico tout court non è chiaro) sono considerati patologici.
Se per questi centri pare esserci una lunga fila d’attesa al maschile per il trattamento residenziale, la vita in comunità insomma, pare che nessuna struttura simile invece funzioni per le suore. Sostanzialmente, loro già ci vivono in comunità, e tendono quindi a risolvere i problemi delle consorelle al loro interno. Problemi non da poco comunque. Obesità, anoressia, depressione, dipendenze affettive esasperate, insostenibilità della vita di comunità. Peccato però che, come ammettono gli stessi psicoterapeuti, quando si giunge al punto di rottura sia ormai impossibile intervenire.
Anche perché non esiste nemmeno il ricovero volontario, così come è estremamente difficile che, tra segreto della confessione e senso di colpa, sia il sacerdote ad autodenunciarsi, meno che mai alle autorità civili, alle quali nulla è dovuto. Non reato, ma peccato: è sempre il superiore ecclesiastico a indirizzare il clerico presso qualche casa o centro specializzato: il che avviene solo quando, direbbero i maliziosi con le carte alla mano, sta per scoppiare o è appena scoppiato lo scandalo di turno.
Dove, va detto, anche la giustizia terrena è spesso complice nel proteggere, con un misto di devozione, deferenza e semplice tornaconto anche personale, la cosa nostra in tonaca.
Quel che è certo è che i panni del reato-peccato si sciacquano bene in casa, ma ancora meglio nei resort a cinque stelle.

Micromega blog, 3 giugno 2019

18.5.19

Perché i teologi non capirono Galileo. Un articolo del teorico delle particelle Nicola Cabibbo (1935 - 2009)

Nicola Cabibbo

Nicola Cabibbo (1935-2010) fu uno scienziato italiano che, a cavallo tra secolo XX e XXI, diede un contributo importante alla “fisica delle particelle”. Cattolico e, per un certo periodo, presidente dell'Accademia Pontificia delle Scienze, si occupò più volte del rapporto tra scienza e fede ed in particolare fu attratto dal “caso Galileo”, anche in relazione della cosiddetta “riabilitazione” che in quegli anni la Chiesa Cattolica, su impulso del papa polacco Karol Wojtila, promuoveva.
L'articolo che segue, pubblicato quasi esattamente 10 anni fa sul “Corriere”, è secondo me reticente sulle questioni della libertà di pensiero, su cui la Chiesa non ha ancora fatto passi avanti decisivi: non a caso alle “scuse” sul caso Galilei corrispondono imbarazzi e silenzi sul caso di Giordano Bruno, che quella libertà con più fervore e coerenza rivendicò.
Ciò detto il testo mi pare molto interessante e formula ipotesi di lavoro, che - da “orecchiante” curioso senza specifiche competenze – mi piacerebbe veder approfondite. La prima mi pare la sottolineatura del carattere complessivamente “filosofico” dell'avventura intellettuale galileiana; la seconda l'indicazione delle basi filosofiche della persecuzione dei teologi contro Galileo (matematica pitagorica e atomismo v/s formalismo aristotelico). In ogni caso una lettura stimolante. (S.L.L.)

Quando nel 1610 si spostò da Padova a Firenze presso la corte dei Medici, Galilei insisté per ricevere il titolo di “Filosofo e Matematico primario” del Granduca. Non solo Matematico, come Keplero presso la corte imperiale di Praga, ma anche e anzitutto Filosofo. Questa richiesta è fondamentale per capire la vastità del progetto galileiano: una scienza che non si accontenta di esplorare e descrivere fenomeni ma aspira a una comprensione totalizzante della natura. Un tale programma diviene necessariamente una filosofia; alla sua base il famoso passo de Il saggiatore (Feltrinelli) in cui Galilei afferma che il grande libro della natura è scritto in caratteri matematici. È dalla matematica che bisogna ripartire per capire il mondo.
Gli sviluppi della scienza e delle tecniche, rappresentati da scienziati come Nicola Copernico o William Gilbert, o dai grandi scienziati- artisti-ingegneri del Rinascimento italiano, da Leonardo a Guidobaldo del Monte, non potevano essere inquadrati nella filosofia allora dominante, quella di Aristotele. In Aristotele la natura era descritta in termini di «forma» e «sostanza», concetti che non permettono di andare oltre una discussione puramente qualitativa dei fenomeni naturali. Il passaggio dal qualitativo al quantitativo richiedeva una filosofia diversa, quella di Pitagora, secondo cui tutto è numero.
Ancora oggi l’innegabile successo della descrizione matematica della natura è fonte di meraviglia. Quando nel 1960 Eugene Wigner, uno dei padri della meccanica quantistica, scrisse un saggio, ormai divenuto un classico, sulla Irragionevole efficacia della matematica nelle scienze naturali dovette concludere che «we do not know why our theories work so well», non sappiamo perché la matematica funzioni così bene.
La nuova filosofia della natura si scontrava quindi con quella dominante, ma anche con il pensiero teologico che, tramite la scolastica, proprio nella filosofia di Aristotele aveva trovato le sue fondamenta razionali.
Essere contro Aristotele nel Seicento era estremamente rischioso. Come sappiamo, lo scontro portò alla messa all’indice delle opere di Copernico nel 1616 e al processo contro Galilei del 1633. Lo sviluppo delle conoscenze scientifiche che si trasformava necessariamente in filosofia della natura aveva gettato un forte sospetto di eresia su Galileo e i suoi seguaci. Alla Chiesa mancò all’inizio del Seicento una personalità del calibro intellettuale di un Tommaso d’Aquino, che sapesse valutare correttamente l’impatto filosofico della nuova scienza, a cominciare dalle scoperte astronomiche di Galilei del 1609. Fondamento del metodo di Galilei è un’immagine del funzionamento della natura in cui inquadrare i fenomeni particolari. Galilei è atomista convinto, vede tutta la materia come composta da particelle che si muovono nel vuoto, e questa immagine del mondo guida la sua ricerca. L’atomismo fa da sfondo agli studi sul galleggiamento, è centrale ne Il saggiatore, e ispira la discussione della resistenza dei materiali nei Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze del 1637. Non soltanto il pitagorismo, anche l’atomismo si scontra con Aristotele.
Come ha dimostrato Pietro Redondi, nel suo Galileo eretico (Einaudi), l’atomismo di Galilei giocò un ruolo non indifferente dietro le quinte del processo del 1633. Galilei era convinto che tutta la materia, sia sulla terra che nei corpi celesti, obbedisce alle stesse leggi. E questa convinzione, confermata dalle sue scoperte astronomiche, lo aveva portato al sistema copernicano, secondo cui la terra gira intorno al sole e ruota su se stessa.
Un elemento essenziale del metodo di Galilei consiste nel semplificare al massimo i fenomeni che si desidera studiare, sfrondandoli per quanto possibile da effetti secondari che oscurano il risultato cercato.
Per studiare la legge che regola il moto dei corpi conviene concentrarsi su oggetti pesanti, meno influenzati dalla resistenza dell’aria. E poi conviene rallentare la velocità della caduta, studiando il rotolamento su un piano inclinato. L’ultimo passo consiste nello studiare il moto di un pendolo, che elimina l’attrito.
Affrontando lo stesso problema da più punti di vista, in condizioni sperimentali diverse — il moto di un proiettile, il rotolamento su un piano inclinato, il pendolo — Galilei arriva a isolare il cuore del fenomeno, a determinare le leggi del moto. I Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze contengono alcuni bellissimi esempi di esperimenti mentali. Si tratta di uno strumento del tutto originale, che è forse il massimo contributo di Galilei allo sviluppo delle scienze: immaginare un esperimento, anche se non facilmente realizzabile, il cui risultato è tuttavia evidente. Un esempio tra tanti: se un oggetto si muove verso il basso, il suo moto è accelerato, se si muove verso l’alto il moto è ritardato, quindi Galileo può affermare che su un piano orizzontale l’oggetto non sarebbe né accelerato né ritardato, ma si muoverebbe a velocità costante. Tanto evidente è questa conclusione che non è necessario eseguire l’esperimento. Anzi l’esperimento non riuscirebbe perché non è possibile eliminare del tutto l’attrito, ma la conclusione resta.
Esperimenti mentali di questo tipo sono alla base della scoperta della gravitazione universale di Newton — la Luna cade come una mela? — o della teoria della gravità di Einstein — che cosa succede in un ascensore in caduta libera?
La fertilità del lavoro di Galileo per lo sviluppo delle scienze è impressionante, e si sviluppa già nei decenni successivi alla sua scomparsa. Nelle ricerche di Galilei troviamo i semi della scoperta del barometro di Torricelli, o della legge della gravitazione universale di Newton.
Intorno al 1675 Giovanni Cassini e il danese Ole Rømer, che studiavano un metodo proposto da Galilei per la determinazione della longitudine, osservarono delle irregolarità nel periodo di rotazione dei satelliti di Giove. Ottennero così la prima misura della velocità della luce, rispondendo a una precisa domanda posta da Galilei nei Discorsi. È conoscendo la velocità della luce che James Bradley, studiando l’aberrazione stellare, un piccolo spostamento della posizione apparente delle stelle, poté trovare nel 1729 una dimostrazione del moto della terra intorno al sole, quella dimostrazione che Galilei aveva inutilmente cercato cent’anni prima.

“Corriere della sera”, 23 maggio 2009

12.5.19

Abusi clericali: lo sfruttamento delle “suore colf”. Anche il Papa lo denuncia



Il primo marzo dello scorso anno (2018) fu distribuito con l' “Osservatore Romano” come supplemento il mensile "Donne chiesa mondo" con un servizio di denuncia delle condizioni di sfruttamento delle suore all'interno dell'istituzione religiosa. Articoli e testimonianze svelavano una realtà di umiliazioni e di ingiustizie. L'altro ieri, 10 maggio 2019, incontrando le ecclesiastiche dell'Uisg (Unione internazionale delle Superiore Generali) sul tema è tornato il Papa cattolico Bergoglio (in arte Francesco), descrivendo la situazione, anche a Roma, come un abuso di potere intollerabile. Qui riprendo notizie dell'intervento pontificio da “Quotidiano.net” e la sintesi (senza firma) delle denunce di “Donne chiesa mondo” (numero di marzo 2018) dal sito di Sky . (S.L.L.)



SERVIZIO SÌ, SERVITÙ NO. BERGOGLIO SENZA PELI SULLA LINGUA

Città del Vaticano, 11 maggio 2019 – È di nuovo un papa Francesco senza peli sulla lingua quello che ha parlato ieri all’Uisg, l’Unione internazionale delle superiore generali. "Tu non ti sei fatta religiosa per diventare la domestica di un chierico, no. Ma su questo aiutiamoci mutuamente: noi possiamo dire di no, ma se la superiora dice di sì... No, tutti insieme: servitù no. Servizio sì". Con queste parole Bergoglio è tornato su un nervo scoperto della Chiesa, denunciato proprio dall’inserto Donne Chiesa mondo dell’Osservatore romano.
Il problema di tante suore sottomesse come colf nelle case di preti, vescovi, cardinali e anche in Vaticano, è reale. Magari cucinano per tavolate invitate a cena e loro devono stare in silenzio ai fornelli. L’inchiesta però un po’ ha fatto breccia. Ci sono cardinali che ora non solo le invitano alla tavola più spesso ma le portano dietro nei viaggi che devono svolgere per celebrazioni o incontri. Per andare serve comunque il permesso della superiora, per questo il Papa invita a collaborare. "Servizio sì – ha detto Francesco – tu lavori nei dicasteri, anche amministrando una nunziatura, come amministratrice, questo va bene, ma domestica no".
Bergoglio ha toccato anche un altro spinoso tema. "L’abuso delle religiose è un problema grave. Io sono cosciente, anche qui a Roma. E non solo l’abuso sessuale, anche l’abuso di potere". Resta da vedere se si farà luce negli archivi dove prendono polvere le denunce interne di alcuni casi relativi a ordini religiosi.
Francesco ha fatto il punto sui risultati della commissione sul diaconato femminile: "Non possiamo cambiare la rivelazione. E' vero che la rivelazione si sviluppa col tempo e noi col tempo capiamo meglio la fede. Si deve studiare ancora". I teologi incaricati, uomini e donne, di fatto si sono divisi. Segno che il diaconato femminile ora sarebbe troppo rivoluzionario. Non lo è, però, per Francesco ribellarsi a chi vuole ridurre le suore a cameriere. (Nina Fabrizio)


SUORE PIZZA: SFRUTTAMENTO E UMILIAZIONE

Suore sottopagate, non pagate affatto, sfruttate, costrette a lavori umilianti, in alcuni casi talmente frustrate da essere costrette ad assumere ansiolitici. L'Osservatore Romano, in un servizio-denuncia sul mensile "Donne chiesa mondo", svela la quotidianità umiliante di tante religiose. A squarciare il velo del silenzio, una religiosa arrivata dall'Africa una ventina di anni fa che accoglie religiose da tutto il mondo. "Ricevo spesso suore in situazione di servizio domestico decisamente poco riconosciuto. Alcune di loro - ha raccontato Marie-Lucile Kubacki al quotidiano della Santa Sede - servono nelle abitazioni di vescovi o cardinali, altre lavorano in cucina in strutture di Chiesa o svolgono compiti di catechesi e d'insegnamento. Alcune di loro, impiegate al servizio di uomini di Chiesa, si alzano all'alba per preparare la colazione e vanno a dormire una volta che la cena è stata servita, la casa riordinata, la biancheria lavata e stirata. In questo tipo di 'servizio' le suore non hanno un orario preciso e regolamentato, come i laici, e la loro retribuzione è aleatoria, spesso molto modesta".

Condizioni umilianti
Ci sono addirittura suore che non vengono nemmeno ammesse alla tavola a mangiare con il prete per cui lavorano: "A rattristare di più suor Marie è che quelle suore raramente sono invitate a sedere alla tavola che servono. Allora chiede: “Un ecclesiastico pensa di farsi servire un pasto dalla sua suora e poi di lasciarla mangiare sola in cucina una volta che è stato servito? È normale per un consacrato essere servito in questo modo da un'altra consacrata? E sapendo che le persone consacrate destinate ai lavori domestici sono quasi sempre donne, religiose? La nostra consacrazione non è uguale alla loro? Un giornalista che si occupa d'informazione religiosa le ha addirittura soprannominate 'suore pizza', riferendosi proprio al lavoro che viene assegnato loro".

Ansiolitici per alleviare le frustrazioni
La difficile situazione che sono costrette a vivere, suscita in molte suore una ribellione interiore molto forte: spesso provano una profonda frustrazione, ma hanno paura di parlare a causa delle storie sullo sfondo anche molto complesse. Nel caso di suore straniere venute dall'Africa, dall'Asia e dall'America latina, ci sono a volte una madre malata le cui cure sono state pagate dalla congregazione della figlia religiosa o un fratello maggiore che ha potuto compiere i suoi studi in Europa grazie alla superiora: sentendosi in debito, decidono di tacere. In alcuni casi, riferisce suor Marie, sono costrette ad assumere ansiolitici per sopportare questa situazione di frustrazione.

Trattate come oggetti "intercambiabili"
Un'altra religiosa, suor Paule, che ricopre incarichi importanti nella Chiesa, racconta di sorelle che avevano servito per trent'anni in un'istituzione religiosa, ma che una volta ammalate, si sono trovate sole ed abbandonate dalle stesse persone che servivano. Dall'oggi al domani, continua la religiosa, venivano mandate via come se fossero "intercambiabili": "Ho conosciuto delle suore in possesso di una dottorato in teologia che dall'oggi all'indomani sono state mandate a cucinare o a lavare i piatti, missione priva di qualsiasi nesso con la loro formazione intellettuale e senza una vera spiegazione. Ho conosciuto una suora che aveva insegnato per molti anni a Roma e da un giorno all'altro, a cinquant'anni, si è sentita dire che da quel momento in poi la sua missione era di aprire e chiudere la chiesa della parrocchia, senza altra spiegazione" aggiunge suor Paule.

Nessun compenso per i lavori svolti
Nell'articolo-denuncia spicca anche la testimonianza di suor Cecile, insegnante che lavora in un centro senza alcun contratto: "Dieci anni fa, nel quadro di una mia collaborazione con i media, mi è stato chiesto se volevo davvero essere pagata. Una mia consorella anima i canti nella parrocchia accanto e dà conferenze di quaresima senza ricevere un centesimo. Quando un prete viene a dire la messa da noi, ci chiede 15euro". Suor Cecile ritiene anche che le religiose debbano prendere la parola: "Da parte mia, quando vengo invitata a fare una conferenza, non esito più a dire che desidero essere pagata e qual è il compenso che mi aspetto. Le mie sorelle e io viviamo molto poveramente e non miriamo alla ricchezza, ma solo a vivere semplicemente in condizioni decorose e giuste. È una questione di sopravvivenza per le nostre comunità". Infine alcune religiose ritengono che le loro esperienze di povertà e di sottomissione, a volte subite e a volte scelte, potrebbero trasformarsi in una ricchezza per tutta la Chiesa, se le gerarchie maschili le considerassero un'occasione per una vera riflessione sul potere. 

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