6.10.11

A Favignana nei giorni del fico d'India. (S.L.L.)


Vivo in una regione, l’Umbria, ove le sagre popolari abbondano. Vi hanno perfino inventato la “Sagra delle sagre”. Non è un male. Credo che quella delle sagre sia una buona pratica italiana: sono manifestazioni che nascono dal tessuto associativo di paesi o quartieri, creando socialità e civismo, costruendo collaborazione fra generazioni che non si praticano e spesso neanche si conoscono.
Nell’Italia centrale e in Emilia il successo delle sagre è anche una conseguenza della progressiva scomparsa del socialismo e del comunismo come religione civile e popolare. Le sagre prendono oggi il posto che fu del Primo maggio o in tempi più moderni delle “feste dell’Unità”, oramai sempre più rare e meno partecipate; ne sviluppano una delle funzioni, quella che nelle zone rosse le voleva non feste di parte, ma identificative di un paese, di una borgata, di un quartiere cittadino e del suo mondo popolare. Quelle dei “rossi” erano feste che si relazionavano a quelle patronali del prete: un po’ le completavano e un po’ vi si contrapponevano per lo stile più materialistico e godereccio.
Le nuove sagre hanno come occasione un prodotto alimentare, spesso collegato alla storia del territorio, ma nel caso di quartieri nuovi, spesso frutto di improvvide cementificazioni, il prodotto è scelto talora in maniera bizzarra e mondialista. Mi è capitato nella piccola Umbria, regione senza mare, di vedere pubblicizzate sagre “della triglia fritta” o altre cui danno nome la crepe o la nutella o il wurstel.
Pure nel Sud, ove le feste dei socialcomunisti raramente hanno avuto la partecipazione popolare e la diffusione capillare di altre parti del paese, le sagre aumentano di numero. Ma, se non hanno e non si danno radici, non reggono, constatata la crescente difficoltà di trovare agiati sponsor privati o pubblici sostegni.
Anche per questo sono contento di aver partecipato, con gusto e gioia, alla prima edizione di una sagra che durerà di sicuro e che si è svolta la settimana scorsa. A Favignana.

L'isola di Favignana con il castello di Santa Caterina.
Nell’isola – me ne vergogno – non ero mai stato, benché meriti per le tante bellezze visite accurate e lunghi soggiorni; ci sono arrivato ora – in questo trapasso di stagione – a reincontrare un amico e compagno di lotte tra i più cari. Non lo vedevo da quarant’anni, ne ho ritrovato tutta intera la cultura e l’intelligenza, la socialità solidale e la popolana arguzia. Capelli pochi e per di più bianchi, ma gli anni non sembravano passati da quando giovinetto Alfonso (così si chiama), alle cinque del mattino, era davanti ai Cantieri Navali di Palermo per distribuire volantini di lotta. Era tra i pochi studenti contestatori in grado di intessere relazioni autentiche con gli operai, i quali giustamente diffidavano dei piccolo-borghesi. Ho fatto amicizia anche con la sua famiglia, ospitale senza forzature: la cara moglie Antonella, una favignanese ferma e generosa, saggia e versatile, Francesca, la figlia combattiva, razionale e organizzatrice, Calogero il figlio estroso dalle mille curiosità intellettuali, Manuela, la sua sensibile fidanzata. Mi ha dato una gioia intensa la loro naturale convivialità: ad Alfonso, andando via, ho detto commosso d’essere stato vicino alla felicità.
Delle bellezze dell’isola, dal mare al castello che la sovrasta, dalle albe alle viuzze, dalla tonnara al palazzo Florio dirò un’altra volta. Qui voglio dire della sagra, la Prima Sagra del Fico d’India. Mi hanno spiegato che la scelta del prodotto ha radici nella storia. Favignana, prima dello sviluppo del turismo, non era esclusivamente un’isola di pescatori e carcerieri, ma ha avuto agricoltura e allevamento che andavano oltre il consumo interno. Uno dei prodotti d’esportazione era appunto un pregiato ficodindia, evidentemente a suo agio tra terreni salini e arie salmastre: fino agli anni Trenta e oltre, giungeva via mare nei porti di Trapani o Marsala e da lì veniva commerciato. Spesso lo vendevano in strada, come prezioso dissetante e corroborante. I fichi d’India poi (insieme ai carrubbi) hanno salvato dalla denutrizione non poche isolane e isolani negli anni di guerra.
Non è forse un caso – dunque - che l’associazione che ha promosso la sagra si chiami Sarba c’attrovi (vuol dire all’incirca “conserva se vuoi ritrovare”), e pensi che il caro vecchio fico d’India possa essere una risorsa per il futuro, anche senza muoversi dall’isola, secondo la filosofia del “chilometro zero”. D’estate Favignana si riempie. Ed anche in primavera e d’autunno non mancano favignanesi d’elezione. Il frutto, sia nature che trasformato in granite, gelati, liquori, marmellate, dolcetti, può diventare per nativi e ospiti un sapore caratterizzante dell’isola, offrendo qualche occasione di lavoro in più specie ai giovani che ne soffrono la mancanza.
Un grande esperto della materia che nell’isola fu apprezzato farmacista, Umberto Rizza, ha spiegato in tre dense paginette, lette e diffuse durante la sagra, non solo la storia, i significati antropologici e le caratteristiche botaniche dell’Opuntia ficus indica, ma anche i possibili usi alimentari e terapeutici. Con chiarezza e competenza, ma senza alcuna concessione alla ciarlataneria. Io so – per esperienza diretta – che l’infuso dei fiori del ficodindia è miracoloso per sciogliere calcoletti, ma Rizza con sobrietà si è limitato ad indicarne  le proprietà diuretiche.
Oltre a diffondere conoscenze a tutti utili, forse un seme per il futuro, la sagra aveva anche altri positivi effetti.  La partecipazione alla preparazione è andata molto al di là dell’associazione che promuoveva, di un’altra che vi ha collaborato (“Diapason”), del volontariato organizzato, delle strutture del Comune. Sembrava che ci fosse una spinta collettiva a fare e dare, oltre che a partecipare, che superava la crosta di indolenza e diffidenza che i favignanesi attribuiscono a sé stessi. Ai miei occhi sono accadute cose che potrebbero essere importanti per la comunità. Nei due giorni della sagra, venerdì 30 settembre e sabato 1 ottobre, c’è stato chi ha prodotto le granite (quella chiara e quella rossa); chi ha impastato i dolcini (anche speciali per i celiachi); chi ha distillato gli squisiti liquori; chi ha addobbato l’atrio e i giardini della palazzina di Ignazio Florio; chi ha provveduto a una colazione a base di fichidindia; chi con passione e competenza ha guidato intere classi scolastiche alla sperimentazione artistica.

Tutto gratis, senza distinzione tra generazioni, cooperando, ragionando con gli altri, organizzando, affermando un “noi” che supera l’aggressivo egoismo proprietario, la religione del “fatti i fatti tuoi” che sembra dominare questo tempo. E’ poco? Sì, forse è poco. “Ci vuole ben altro…” – dicono gli esperti. Ma a me sembra che anche una piccola sagra in cui neppure i rappresentanti del ceto politico sgomitano troppo per mettersi in mostra è un segno positivo.
Alle manifestazioni hanno partecipato molti nativi, ma tutto, a cominciare dal meraviglioso ficodindia, è apparso assai godibile anche agli ospiti, di paesi vicini e lontani. Sabato sera, dopo un'occhiata attenta nello spazio affollato della sagra, un indigeno esperto di queste cose calcolava in media uno “straniero” ogni due favignanesi. Io, per quanto di passaggio, mi sentivo un isolano.

5.10.11

Nuova Zelanda. I diritti delle grandi scimmie (Marinella Correggia)

Nell’archivio digitale del “manifesto” trovo l’articolo della benemerita rubrica “terra terra” nel giornale del 10 dicembre del 2000. E’ di Marinella Correggia e racconta di una conquista giuridica neozelandese: l’elevazione alla sfera dei diritti delle scimmie. La notizia è vecchia e, per quel che ne so, sul tema non si sono fatti passi avanti. Ma per fortuna neanche indietro. (S.L.L.)
La Nuova Zelanda, paese delle pecore e dei kiwi, è ora anche il primo paese al mondo dove le grandi scimmie antropomorfe hanno dei diritti: un riconoscimento di tipo morale a scimpanzé, bonobo, gorilla e orangutan. Infatti, con un emendamento alla legge per il benessere degli animali (Animal welfare act ), a quelle specie sono attribuiti i diritti "umani" primari, ovvero: a non essere private della vita, a non essere assoggettate a trattamenti crudeli e degradanti, a non essere sottoposte a sperimentazione medica o scientifica.
Finora nessun animale non umano vede riconosciuto dalla legge il diritto alla vita, cioè a non essere ucciso, o quello alla libertà. Ma qualcosa sta cambiando, a cominciare dagli animali più simili a noi: quelli appartenenti alla superfamiglia Hominoidea. Vi si collocano, insieme all'homo sapiens, il pan troglodytes (scimpanzé), il gorilla gorilla (gorilla), il pan paniscus (bonobo e scimpanzé "pigmei"), il pongo pygmaeus (orangutan). Questa superfamiglia fa parte del gruppo tassonomico più vasto dei primati, con 180 specie sopravvissute ai giorni nostri. Il gruppo, accomunato dall'assenza di coda, si distingue per un senso di sé e una complessità socioculturale che hanno molte affinità, appunto, con gli esseri umani.
La legge neozelandese è un passo importante sulla strada per vietare la cattura delle grandi scimmie antropomorfe, quasi tutte appartenenti a gruppi minacciati di estinzione. Una vittoria per il progetto "grandi scimmie antropomorfe", avviato qualche anno fa da Paola Cavalieri e da Peter Singer, noto filosofo e docente di bioetica, autore di Liberazione animale, la bibbia dell'animalismo. Il progetto, che ha attivisti o sostenitori in 30 nazioni (la descrizione, insieme a belle foto, si trova sul sito http://www.greatapeproject.org/ ), propone di estendere alle specie suindicate la "comunità degli eguali", quella all'interno della quale si accettano certi principi morali, ovvero diritti, con la coercizione della legge: diritto alla vita (dunque a non essere uccisi che in caso di forza maggiore e di autodifesa), protezione della libertà individuale (con il divieto di cattività - in circhi, zoo, gabbie varie - di esseri che non si sono resi colpevoli di crimini), proibizione della tortura. Insomma, oranghi e gorilla, scimpanzé e bonobo devono essere trattati come individui. E non per caso. Dicono i promotori: "Questi animali non umani hanno caratteristiche moralmente rilevanti, sono molto intelligenti, hanno coscienza di sé, vite emotive complesse e legami sociali e familiari forti, sanno pianificare il futuro e sono in grado di usare sistemi umani di comunicazione; fanno scherzi, esprimono desideri o sentimenti". Rispondono quindi alla definizione di persona di John Locke: "Un essere intelligente che riflette ed elabora ragionamenti, con coscienza di sé".
A chi replica che non potendo le "scimmie" essere gravate di responsabilità, non si possono accordar loro diritti similumani, Singer e Cavalieri rispondono che anche i bambini sono irresponsabili per la legge. In effetti, il Progetto non si sogna certo di rivendicare per gorilla e amici altri diritti peculiarmente umani, come il diritto di voto o simili: "Includerli nella comunità degli eguali non significa riservare loro lo stesso trattamento degli umani. Significa però rifiutare l'idea per cui le grandi scimmie antropomorfe siano subordinate agli interessi degli umani e trattate come oggetti e proprietà".
Ma c'è chi esprime riserve, anche fra gli animalisti: il progetto sarebbe anch'esso specista, semplicemente estenderebbe un po' il recinto degli eletti, ben chiuso alle altre specie meno simili all'essere umano. I promotori del progetto rispondono che la barriera della specie (per cui il diritto alla vita e alla libertà è da sempre sancito solo per l'homo sapiens, e nel passato solo per alcune classi sociali di questa specie) va smantellata poco alla volta, e da qualche parte bisogna pur cominciare (e difficilmente la Nuova Zelanda poteva cominciare dalle pecore...). Le richieste sono rivoluzionarie, e già ottenerne il riconoscimento per poche specie sarebbe un passo enorme. C'è poi chi obietta che è assurdo estendere i diritti umani ad altre specie se nemmeno gli esseri umani li vedono applicati. Ma questo è un altro discorso.

4.10.11

Celebrazione. Una poesia di Adriama Langtry


Ho trovato questo testo di Adriana Langtry sul mensile digitale “El Ghibli”, che si presenta come “rivista on line della letteratura della migrazione” ed è sostenuto dalla provincia di Perugia (http://www.el-ghibli.provincia.bologna.it/index.php).
Con una ricerca nella rete ho appreso che la Langtry è nata a Buenos Aires nel 1956 e che – con altre – ha promosso la “compagnia delle poete”. (S:L.L.)
Celebrazione
Sul mio balcone
sventola
un pezzo di stoffa
verde-bianco-rossa.
Quasi fosse
un rammendo
sugli orli
dell’assenza.
Un cerotto sul vuoto,
trasmigrazione
delle origini.

Sul mio balcone
galleggia
un’isola sperduta,
vocabolario astruso,
fata morgana.

Milano, 17 marzo 2011

Land grabbing e win win. C'è un'alternativa alla rapina dell'agricoltura africana?

Ho già “postato” un articolo relativo all’estendersi del land grabbing, gli arraffamenti di terra nei paesi sottosviluppati specie dell’Africa, in forma di acquisto o affitto a lungo termine a prezzi stracciati, di cui negli ultimi tempi si sono rese protagoniste grandi banche (http://salvatoreloleggio.blogspot.com/2011/07/neocolonialand-grabbing-nuovo.html ). L’invasione degli spazi agricoli di questi paesi era tuttavia cominciata da alcuni anni.  Riprendo il tema recuperando un’intervista doppia e premettendovi la scheda che la correda da un supplemento de “il manifesto” dal titolo La terra educa. Fu realizzato insieme a Slow food nell’ottobre 2010. L’intervista ai due specialisti è di Georges Desrues ed è stata tradotta in italiano da Fanny Meroni; la scheda è stata compilata da Paola Gho. (S.L.L.)
Scheda
Land grabbing versus win-win
Sotto la voce land grabbing, tecnicamente, si indicano le operazioni di compravendita e di affitto, di solito a lungo termine, di terreni in paesi a basso livello di sviluppo da parte di stati e imprese private. Si tratta per lo più di vaste zone coltivabili (superiori ai 10 mila ettari) acquisite per produrre beni alimentari o per ricavare biocombustibili destinati ai mercati interni dei paesi acquirenti.
L’espressione, tuttavia, derivando dal verbo inglese to grab che significa “arraffare”, è provvista di una palese connotazione negativa che, nelle intenzioni di chi l’ha coniata e la utilizza, allude a operazioni tutt’altro che neutrali, a iniziative che non favoriscono affatto i paesi che alienano le loro terre, a nuove forme di sfruttamento e, come affermano alcuni, di neocolonialismo e di neofeudalesimo che privano i paesi più poveri della sovranità alimentare, dell’agricoltura territoriale, del patrimonio di biodiversità.
Gli stati che acquistano – e sono sempre più quelli del “secondo mondo”, i neoricchi: sovrappopolati, non autosufficienti dal punto di vista alimentare, dotati di cospicue possibilità di investimento per mettersi al riparo dalle fiammate dei prezzi di beni alimentari e dal rischio di crisi
energetica – “garantiscono” ai paesi ospitanti infrastrutture, ingresso di tecnologie e di professionalità, approvvigionamento di sementi.
Il fenomeno è oggetto di analisi da parte delle organizzazioni internazionali, tra cui la Fao, che caldeggiano l’adozione di un codice di condotta e un quadro di norme concordate per regolare gli acquisti alla luce della trasparenza e del rispetto dei diritti dei più deboli. Se dalla compravendita di terreni nel mondo terzo (Africa soprattutto, ma la lista dei paesi “in vendita” coinvolge Asia, America latina, Europa dell’est) scaturissero davvero vantaggi paritetici per entrambi i contraenti,
in modo che non vi siano “vincitori e vinti”, si produrrebbe una soluzione virtuosa che in gergo è chiamata win-win. Applicata a termini come strategy o situation la locuzione, mutuata dalla teoria dei giochi, invita a non ragionare nell’ottica del ritorno immediato ma a considerare la complessità del sistema economico, ad abbandonare la logica del profitto puramente quantitativo che conduce a un braccio di ferro nel quale qualcuno vince e qualcuno perde (win-lose) ma a far riflettere sul fatto che chi esce vittorioso potrebbe alla lunga risentire della perdita altrui.
Insomma, si tratta di fare in modo che tutti i soggetti coinvolti nella relazione ne escano vincenti e arricchiti, per il bene complessivo. (Paola Gho)


Menzogne spudorate.
Multinazionali e governi delle banane.
Intervista di Georges Desrues a Olivier De Schutter e Jean Ziegler
Sia Olivier De Schutter, relatore speciale dell’Onu per il diritto all’alimentazione, sia Jean Ziegler, che lo ha preceduto nella stessa carica, nutrono grandi preoccupazioni. Nell’intervista concessa a Slowfood entrambi si dichiarano convinti che la competizione per i terreni agricoli in Africa costituisca un fenomeno pericoloso e che la fame nel mondo crescerà ulteriormente. Mentre il belga De Schutter, laureato ad Harvard e professore di scienze giuridiche, mostra una certa cautela nella scelta delle parole, Jean Ziegler fa esattamente il contrario. Sociologo svizzero impegnato ed ex uomo politico, Ziegler è noto tanto per i suoi discorsi appassionati e diretti, quanto per il tono esplicito delle sue denunce. Il libro più recente di Ziegler si occupa proprio di land grabbing ed è uscito di recente in italiano presso Marco Tropea Editore, con il titolo L’odio per l’Occidente.
---
Lei vede l’acquisto di aree agricole in Africa da parte di governi e imprese straniere più come una situazione “win-win” o come una nuova forma di colonialismo?
ZIEGLER
Naturalmente si tratta di neocolonialismo. Le imprese multinazionali e la Banca mondiale comunicano cifre che di primo acchito sembrano dare loro ragione. Si servono delle statistiche della Fao le quali riportano che mentre, ad esempio, in Lombardia su un ettaro di terreno si producono 10 tonnellate di grano, nella zona del Sahel, su una superficie di uguali dimensioni, si raccolgono soltanto da 600 a 700 chili di cereali. E ne traggono la conseguenza che si dovrebbe affidare la terra a qualcuno che sia in grado di ottenere raccolti più consistenti. È una logica che va contestata. Quello che manca agli agricoltori in Africa sono i mezzi di produzione. Un contadino della tribù dei Bambara, nel Mali, è altrettanto competente e alacre quanto un contadino della Lombardia.
DE SCHUTTER
Di una situazione “win-win”, che vada a vantaggio di entrambe le parti, non si può proprio parlare. Io sono estremamente preoccupato per questa tendenza. In molti paesi africani la terra appartiene allo stato e i governi danno per scontato di poterne disporre liberamente. Per questo, spesso la terra viene ceduta a investitori a cui non si impongono regole per quanto riguarda il rispetto della popolazione locale. Molti piccoli agricoltori e pastori, ma anche molte popolazioni indigene, che per la loro sopravvivenza dipendono dalle foreste, sono rappresentati molto male a livello politico e corrono il rischio di uscire perdenti da questi affari.

Quindi si tratta di neocolonialismo?
DE SCHUTTER
Di questa espressione – peraltro inutilmente polemica – non mi piace il fatto che attribuisce la pressione economica, a cui è assoggettata la terra, soltanto agli investitori stranieri. Spesso in questi affari sono coinvolti in uguale misura anche investitori locali, con i loro amici e parenti. Allora è questo il motivo per cui continua a crescere il numero degli uomini politici e di governo africani che sono alla ricerca di persone che vogliano acquistare terreni…

Allora è questo il motivo per cui continua a crescere il numero degli uomini politici e di governo africani che sono alla ricerca di persone che vogliano acquistare terreni…
ZIEGLER
Sì, naturalmente ci sono anche quelli! È una questione di corruzione. I politici sono semplicemente prezzolati da fondi speculativi e imprese multinazionali.

Ma non c’è nulla di nuovo. Di governi che hanno lavorato con l’industria agraria o che ne sono stati controllati ce ne sono stati anche prima. Basta pensare alle repubbliche delle banane, che si sentono citare spesso.
DE SCHUTTER
Sembra quasi che si impongano di nuovo vecchi scenari, di cui evidentemente si sono dimenticate  le conseguenze negative.
ZIEGLER
Di radicalmente nuovo c’è il valore che oggi hanno le materie prime agricole. Fin dal crollo dei mercati finanziari, i fondi speculativi sono alla ricerca di altri settori, in cui investire. Bruciare prodotti alimentari sotto forma di biocarburante è diventato un gigantesco business redditizio.

Quindi lei non riesce a immaginarsi situazioni in cui l’acquisto della terra potrebbe portare vantaggi per la popolazione locale, come invece sostengono spesso gli investitori?
DE SCHUTTER
La destinazione degli investimenti di questo ordine di grandezza sono quasi sempre le piantagioni di grandi dimensioni, che richiedono poca mano d’opera. Anche se qualcuno potrebbe trarne vantaggio, molti altri verrebbero a essere tagliati fuori dalle loro risorse idriche, sospinti su terreni non fertili e successivamente obbligati a rinunciare all’agricoltura.
ZIEGLER
Vantaggi di questo genere non ne esistono! Voler sfruttare una condizione di miseria non è altro che un crimine contro l’umanità. Le imprese e i fondi speculativi sostengono di creare posti di lavoro. Ma parliamo per esempio della Sierra Leone: qui la Addax Bioenergie, una ditta con sede a Losanna, ha acquistato 20.000 ettari di terra. Su questi terreni lavorano decine di migliaia di persone, che ora vengono scacciate e finiscono per convergere negli slums di Freetown, la capitale. I pochi che hanno trovato lavoro nelle piantagioni dove si coltiva la canna da zucchero, utilizzata poi per la produzione di biocarburanti, guadagnano meno di due euro al giorno. Anche questo è ancora schiavismo.

E gli investitori chi sono?
ZIEGLER
Esistono due tipi di aggressori. Da un lato ci sono le imprese multinazionali, come la già citata Addax, che ha sede a Losanna. E dall’altro lato ci sono i fondi speculativi privati e i fondi statali. Il fondo dello stato libico, per esempio, ha acquistato 11.000 ettari di terreno in Mali. Vi si coltivano principalmente piante per la produzione di biocarburanti e ortaggi, venduti come primizie nei periodi in cui in Europa sono fuori stagione. Tutto questo fa crescere il numero delle persone che in Africa soffrono la fame, e le spinge a fuggire oltremare. Quindi, si tratta prevalentemente di paesi che avrebbero comunque dei problemi a nutrire in modo adeguato la loro popolazione.
DE SCHUTTER
È un paradosso che viene spesso messo in evidenza. Ma la cosa non finisce qui. Perché spesso non si tiene conto che questi investimenti generano una sorta di dumping interno. Mentre le grandi piantagioni possono avere accesso a crediti e godono di un input agricolo, i piccoli agricoltori ne restano esclusi. Di conseguenza, nelle piantagioni e nella media nazionale la produzione cresce. Di questo potrebbero rallegrarsi i governi, che oltre tutto vedono affluire nel paese anche valuta estera. Ma i prezzi più bassi praticati dai grandi produttori finiscono con l’escludere dalla competizione i piccoli agricoltori e, di conseguenza, nelle zone rurali potrebbero crescere ulteriormente la povertà e le differenze sociali. Come lei forse sa, oggi la fame nel mondo non è causata dal basso livello della produzione di alimenti, ma dalla povertà e dalle ingiustizie nella distribuzione della ricchezza.

Nonostante questo, lei non negherà che oggi l’agricoltura africana abbia urgentemente bisogno di investimenti.
ZIEGLER
Certamente ha bisogno di investimenti, ma non di questo genere. È incontestabile che il rendimento della terra sia molto basso. Bisogna dare agli agricoltori africani i mezzi perché possano diventare più produttivi, invece di derubarli. Gli africani hanno bisogno di fertilizzanti, sistemi di irrigazione, forza motrice e sementi. I loro Paesi enormemente indebitati non possono fare investimenti.
DE SCHUTTER
È vero che in passato si è investito troppo poco. Questo è il motivo per cui l’agricoltura africana è molto meno produttiva, ad esempio, di quella del Sudest asiatico. Ma il fatto che l’Africa abbia bisogno di investimenti è soltanto l’inizio del discorso. Non tutti gli investimenti sono uguali. Ci sono anche quelli che hanno come conseguenza l’esodo dalle campagne e la fame.

Spesso si sostiene che queste terre non siano coltivate e restino semplicemente abbandonate.
ZIEGLER
Questa è una menzogna spudorata. Di terre abbandonate di questo genere in Africa non ce ne sono assolutamente. Dappertutto vivono pastori, cacciatori o raccoglitori.
DE SCHUTTER
A differenza da quella che è la nostra idea, in Occidente, la terra in Africa oltre a essere proprietà privata è anche proprietà della comunità. Le mandrie di animali dei pastori ci pascolano sopra e fertilizzano il terreno. Oppure, ci si raccoglie la legna per il fuoco. La terra africana ha un grande valore comunitario. Sottrarla alla comunità e venderla a investitori esteri o anche autoctoni comporterebbe un enorme sovvertimento per la popolazione rurale.

Che cosa propone, allora, perché i paesi democratici come la Corea o il Giappone, che mostrano un interesse evidente, investano in modo responsabile?
DE SCHUTTER È semplicissimo: devono investire senza arrivare a causare un cambiamento nella
proprietà della terra. Ci sono esempi a sufficienza del sistema che in inglese si chiama contract farming, in cui agli investitori si garantisce l’accesso alla produzione, a condizione che essi si impegnino a garantire agli agricoltori l’accesso ai mezzi di produzione, al credito e alla tecnologia. E, per fare questo, non c’è bisogno che milioni di ettari di terreno cambino proprietario.
ZIEGLER
Prima di tutto, bisogna estinguere subito il debito estero dei paesi più poveri. Poi bisognerebbe ristrutturare il programma del Fondo monetario internazionale, che promuove l’agricoltura per l’esportazione anziché quella per la sussistenza. Inoltre, occorre bandire i biocombustibili che si producono utilizzando piante commestibili. Bruciare prodotti alimentari significa condurre una guerra contro l’umanità. Infine, si dovrebbe incrementare la produttività degli agricoltori africani, invece di derubarli. Ma ciò che sta succedendo qui, oggi, è un assassinio e una evidente violazione del diritto umano all’alimentazione. Viviamo in un mondo in cui ogni cinque secondi muore di fame un bambino di età inferiore ai 10 anni.

Rembrandt, Todorov e l'odio della destra per gli artisti (Tiziano Scarpa)

Todorov è studioso di lettere e di arti, di storie e di storia tra i più estrosi e geniali. In Francia sembra aver ereditato da Roland Barthes il ruolo di grande decrittatore dei miti di ieri e di oggi, muovendosi tra codici di comunicazione affatto differenti, almeno in apparenza. Il suo ultimo libro, da poco tradotto in italiano per Donzelli, è L’arte o la vita! Il caso Rembrandt. Una recensione di Tiziano Scarpa su “Saturno”, il supplemento letterario de “Il Fatto Quotidiano” del 16 settembre scorso, che riprendo con un diverso titolo dal sito “Il primo amore”, pone in relazione questo lavoro di Todorov e la pratiche mediatiche dell’Italia d’oggi, specialmente dei fogli di destra.  (S.L.L.)
Rembrandt, autoritratto 1630
Va bene, Todorov: per essere artisti bisogna rinnegare la vita, sfruttare i propri cari, usare gli esseri umani come attrezzi, e soprattutto essere spietati con sé stessi, masochisti, autosequestratori, monomaniaci: è l’opera che conta, sempre l’opera, soltanto l’opera.
Dare forma a un’opera giustifica ogni genere di sopruso verso la vita: “La ricompensa, quando c’è, consiste nel suscitare in innumerevoli lettori, spettatori o ascoltatori, di paesi ed epoche diverse, l’impressione di essere chiamati in causa personalmente da quelle opere. La provvisoria solitudine avrà generato una comunicazione infinita” . Sono le conclusioni del prezioso saggio su Rembrandt del critico bulgaro-francese, che per la verità non tengono conto fino in fondo della situazione attuale: anche i posteri, per l’artista, oggi sono un’illusione, visto che la specie umana sta mettendo a rischio sé stessa esaurendo le risorse planetarie (ne trae le conseguenze Carla Benedetti in Disumane lettere).
Non è la prima volta che Todorov si occupa di pittura: dopo alcuni libri sull’invenzione dell’individualità nella pittura fiamminga, quest’anno in Francia è uscito Goya à l’ombre des Lumières. Del pittore olandese invece Todorov privilegia i disegni e le stampe rispetto ai dipinti, non fa pettegolezzi biografici, si basa sulle immagini, mostra come per Rembrandt l’arte fosse un modo di conoscere, non di amare. Gli muore un neonato dopo l’altro, e lui raffigura i bambini dei vicini, l’affetto paterno degli altri. La moglie si ammala e agonizza, e lui la disegna più da patologo che da marito sconsolato. Perfino negli autoritratti adopera sé stesso come farebbe un regista con un attore, senza rispettare la propria personalità, ma per scavalcarsi e diventare tanti personaggi diversi.
Può sembrare una questione marginale, ma ha non poco peso politico, oggi. Avete mai fatto caso alla voluttà con cui i giornali fanno gossip su grandi artisti, intellettuali, scrittori del passato? “Corriere della Sera”, “Il Foglio”, “Il Giornale”: è tutta una lista della spesa, un grondare di meschinità, amici traditi, coniugi andati fuori di matto.
Come mai tutta questa solerzia demolitrice della destra? Semplice: arte e letteratura oggi sono uno dei pochi varchi per accedere alla parola pubblica. La rappresentanza politica è bloccata, i divi dei media imperversano. Riescono a far sentire una voce diversa quei romanzi, film o opere d’arte che devono sgusciare fra libri di ricette, ruffianate di deejay, noir di telegiornalisti. Dunque bisogna dimostrare che non c’è niente di più abietto dell’ambizione di artisti e scrittori, e che ogni opera non è altro che l’espressione del loro egoismo. Il significato della letteratura e dell’arte finisce per coincidere con il caratteraccio degli autori. Non c’è opera o atto pubblico che non scaturiscano da tornaconto e vanità. La bellezza fa schifo.

110 euro. Il processo Meredith e le gazzarre perugine.

E’ vero. Agli occhi dei profani il verdetto del processo perugino alla Metz e a Sollecito presenta qualche stranezza. Questi giudici li assolvono, ma altri hanno condannato il nero Guedè per avere ammazzato la ragazza inglese insieme a loro. Non conosco codici e codicilli, ma qualcosa mi pare che non funzioni. Non credo però che nascesse da questo fatto o da questo ordine di considerazioni la manifestazione di protesta che intorno al Tribunale di Perugia si è svolta ieri ad opera di scalmanati colpevolisti dopo la sentenza. In verità fin dai tempi dell’antica Grecia e più ancora da quelli dell’Impero Romano i tribunali sono anche spettacolo di massa e arena di combattimento. Nei processi per omicidio, specie se indiziari, imputati, avvocati e giudici si esibiscono, le parti si combattono anche a colpi bassi, il pubblico fa il tifo dividendosi in colpevolisti e innocentisti. Più di una volta nella tarda antichità dopo processi intriganti finì a mazzate e ci scappò un nuovo morto.
Col clamore mediatico antico e recente era inevitabile che a Perugia la sentenza destasse clamore. Forse i partecipanti sarebbero stati meno numerosi, ma la manifestazione di ieri ci sarebbe stata anche in caso di condanna. Io, per mia fortuna, da qualche giorno non ero in città, ma a un amico caro che come me risiede nel centro storico è capitata una sgradevole disavventura. Per il perdurare fino a tarda ora del casino non è potuto giungere a casa in automobile (operazione per la quale ha tutti i permessi previsti) e ha dovuto lasciare l’automobile ai margini della ressa in divieto di sosta con un biglietto di spiegazioni. Stamani alle 7 non c’era più. Con l’autogru l’avevano presa e poi l’avevano portata al parcheggio Sipa. Oltre al danno lo scorno. Non è bastato il fastidio di andare a riprendere la macchina, ma ha dovuto spendere ben 110 euro: 39 di multa e 71 di trasporto e parcheggio.

3.10.11

La poesia del lunedì. Cesare Pavese (1908 - 1950)

La puttana contadina
La muraglia di fronte che accieca il cortile
ha sovente un riflesso di sole bambino
che ricorda la stalla. E la camera sfatta
e deserta al mattino quando il corpo si sveglia,
sa l'odore del primo profumo inesperto.
Fino il corpo, intrecciato al lenzuolo, è lo stesso
dei primi anni, che il cuore balzava scoprendo.

Ci si sveglia deserte al richiamo inoltrato
del mattino e riemerge nella greve penombra
l'abbandono di un altro risveglio: la stalla
dell'infanzia e la greve stanchezza del sole
caloroso sugli usci indolenti. Un profumo
impregnava leggero il sudore consueto
dei capelli, e le bestie annusavano. Il corpo
si godeva furtivo la carezza del sole
insinuante e pacata come fosse un contatto.

L'abbandono del letto attutisce le membra
stese giovani e tozze, come ancora bambine.
La bambina inesperta annusava il sentore
del tabacco e del fieno e tremava al contatto
fuggitivo dell'uomo: le piaceva giocare.
Qualche volta giocava distesa con l'uomo
dentro il fieno, ma l'uomo non fiutava i capelli:
le cercava nel fieno le membra contratte,
le fiaccava, schiacciandole come fosse suo padre.
Il profumo eran fiori pestati sui sassi.

Molte volte ritorna nel lento risveglio
quel disfatto sapore di fiori lontani
e di stalla e di sole. Non c'è uomo che sappia
la sottile carezza di quell'acre ricordo.
Non c'è uomo che veda oltre il corpo disteso
quell'infanzia trascorsa nell'ansia inesperta.

Da Lavorare stanca, Firenze,1936

Brasserie (di Serena Majo - "scritto e mangiato" dicembre 2009)

Nel supplemento sull’alimentazione del “manifesto” -  “scritto e mangiato”  - di dicembre 2009, intitolato I conti con l’oste e dedicato ai luoghi del cibo non poteva mancare una pagina dedicata alla storia e all’evoluzione delle brasserie parigine. Ne è autrice Serena Majo di Slow Food. (S.L.L.)
Fino al XVI secolo la parola brasserie indicava una fabbrica di birra e, per estensione, anche la birreria. A partire dall’Ottocento nelle brasserie si iniziò anche a servire pasti semplici, popolari ed economici 24 ore su 24. Nel 1870, con l’annessione dell’Alsazia-Lorena alla Prussia, furono molti gli alsaziani che, desiderando restare francesi, si ritrovarono nella capitale portando con sé i loro costumi, un tipo di ritrovo abituale, una cucina generosa, la loro birra e i loro vini. Fu dunque negli ultimi due decenni dell’Ottocento, quando in Europa si diffondeva l’Art Nouveau e successivamente l’Art Déco, che si mescolarono quegli elementi decorativi, tradizionali, culinari che furono poi caratteristica di ogni grande brasserie.
Specchi, motivi floreali, sensuali figure femminili, bronzi e lacche, maioliche, il calore ambrato dell’ebano e le luci soffuse sono quanto si incontra ancora oggi nelle brasserie che hanno saputo conservare in modo più o meno rigoroso il loro arredamento d’origine. E, poi, c’è in tutte una concezione di ristorazione che in principio si voleva rapida e alla portata di ogni borsa e che, oggi, si traduce in un rapporto qualità prezzo impareggiabile e nella possibilità di mangiare in orari molto
più ampi di quelli dei ristoranti.

Coincidenza di opposti
«Queste case hanno un’anima, un vissuto, una storia» dice Denis Nicolle, direttore del Terminus Nord. «Ci sono anziani clienti che venivano qui quand’erano bambini, con i loro genitori. Ora continuano a venire perché vi ritrovano quella convivialità e quella cucina che ancora sono alla base di una grande brasserie. Perché la brasserie sa far coincidere aspetti apparentemente lontani: una tradizione, i grandi numeri di serate a 700 pasti, la qualità del cibo, prezzi ragionevoli e un’accoglienza competente e precisa».
I clienti amano la convivialità dell’ambiente, i tavoli ravvicinati, la rapidità del servizio, la coreografia del personale di sala in uniforme: nodo a papillon, gilè nero, camicia immacolata e l’imprescindibile grembiule lungo fino ai piedi. Un luogo informale, certo, ma anche di classe.
«Forse a causa dello stile di vita caotico dei giorni nostri, i clienti amano tornare nelle brasserie come luogo di incontro, ma vogliono nello stesso tempo un ambiente pulito, tranquillo e accogliente» continua Denis Nicolle. «I nostri clienti cercano la calma, non il silenzio! Il lato caloroso e accogliente delle brasserie viene anche da un sottofondo di rumore piacevole che, insieme al movimento, fa parte della vita!».
Ed è proprio questa appartenenza alla vita che abbiamo ritrovato in modi diversi in tutte le grandi brasserie parigine: preservare un patrimonio spesso protetto dal registro dei monumenti storici e nello stesso tempo renderlo vivente, attuale, abitato e sentito come proprio da tutti quelli che per caso, per abitudine, per passione spingono la porta che li introduce in antichi locali che sono piacere per tutti i sensi.

Terminus Nord, i viaggi e gli incontri
La stazione che fronteggia maestosamente Terminus Nord è il capolinea (terminus) dei treni a lunga percorrenza che in poco più di due ore portano a Londra, in un’ora nelle città del nord e in un’ora e mezza a Bruxelles. In poche altre brasserie l’accoglienza è così familiare da dare a chiunque l’impressione di essere tornato a casa da un lungo viaggio. Ci si siede nell’immensa sala godendo della danza vorticosa dei camerieri che portano grandiosi plateaux di frutti di mare a qualunque ora. Il Terminus Nord (23 Rue Dunkerque) è luogo di incontro per gli amici che si ritrovano davanti ad un pavé de boeuf al sangue, è passaggio prediletto dei viaggiatori che partendo per oltremanica desiderano portare sulle papille il ricordo dei sapori di casa, è il primo incontro con la Ville Lumière per i turisti inglesi che, sbarcati dall’Eurostar, non hanno che da attraversare la strada per essere catapultati nel cuore palpitante di Parigi. Poi il Terminus Nord è anche un luogo dove discutere di affari, firmare un contratto o fare colazione.

Bofinger, sotto la cupola dei fiori
Bofinger (3 Rue de la Bastille) è forse la più bella brasserie di Parigi, la più autentica, la più magica. Qui nel 1864 fu servita la prima birra à pression, cioè alla spina, che ebbe subito un enorme successo. Alla fine della prima guerra mondiale il locale fu rinnovato: l’attuale ripartizione degli spazi che si riflettono in mille specchi decorati dai materiali più preziosi è opera di Legay e Mitgen, mentre la famosa cupola a motivi floreali è il capolavoro di Néret e Royé. La brasserie risplende ancora del fascino intatto della sua lunga storia, ma niente sarebbe più sbagliato che immaginarla come uno statico museo impolverato. Ogni giorno vi si servono circa 800 pasti e almeno un centinaio di choucroutes, tipico piatto alsaziano composto da crauti marinati, salsicce affumicate, sanguinacci, boudins blancs, patate bollite, lardo e altri tagli di maiale.

Mollard, i soffitti a mosaico
Nel 1867 i coniugi Mollard, savoiardi, giunsero a Parigi dove aprirono un bougnat, un piccolo commercio che vendeva legna, carbone e fascine, dove si poteva bere un bicchiere di vino, di birra o di assenzio. Quando fu ultimata la stazione Saint-Lazare, era il 1895, il quartiere conobbe uno sviluppo eccezionale e la famiglia Mollard trasformò il bougnat nella più liberty delle brasserie parigine (115 Rue Saint-Lazare). Dopo un lungo periodo di fortune altalenanti, soltanto una cinquantina di anni fa, grazie a un restauro, si riscoprirono i fasti della Belle Époque. Oggi la clientela è variegata: accanto ai turisti sedotti dalla bellezza dell’arredamento tornano i parigini, incerti se restare con i piedi per terra gustando la cucina tradizionale o con il naso per aria godendo dei magnifici soffitti a mosaico.

Au pied de cochon, la Babele dei commerci
Au pied de cochon è situato in pieno centro (6 rue Coquillière), nella zona pedonale che circonda le Halles, un quartiere che negli ultimi cinquant’anni ha subìto come pochi altri una trasformazione radicale: da caotico mercato alimentare a moderno centro commerciale, nonché il più trafficato nodo nel sistema di trasporti urbani e regionali di Parigi. Prima che i mercati fossero trasferiti a Rungis, Au pied de cochon si affacciava su una caotica babele di commerci, botteghe, banchi, carretti. Fondata nel 1946, prese il nome dalla vicinissima rivendita che smerciava zampe di maiale, in francese, appunto, pieds de cochon. Oggi come allora rimane aperta e serve cibo 24 ore su 24, un migliaio di pasti al giorno per una clientela ben assortita: dai turisti ai ragazzi che escono dai multisala delle Halles, dagli impiegati del quartiere agli affezionati dello shopping, dai commercianti agli spettatori delle notturne dei teatri. La brasserie mantiene un menù di cucina tradizionale francese con una predominanza di piatti a base di maiale tra cui la tentation de Saint-Antoine: coda, orecchie, guancia e stinco di porco accompagnati da una sauce bernaise.

2.10.11

La mafia a tavola. Pecora nostra (Ignazio De Francisci, "alias" - luglio 2005)

Quando il cibo è ritualità e gerarchia.
Racconti dall’interno di “schiticchi” piuttosto impegnativi.
Oggi gli uomini d’onore mangiano sempre meno in compagnia.
Il boss Michele Greco, il Papa.
Una analisi della tavola di Cosa Nostra consente interessanti considerazioni sulla natura di questa organizzazione criminosa. La mafia nasce nelle campagne della Sicilia ed è lì che costruisce la sua struttura segreta, gerarchicamente ordinata, capillarmente diffusa sul territorio. Il dna dell’uomo d’onore si forma in campagna e anche ciò che mangia arriva dalla campagna, dal mondo contadino siciliano.
Egli è perfettamente mimetizzato nel mondo in cui vive, non ostenta la sua appartenenza a Cosa Nostra, né rivela ad alcuno tale status, ad eccezione degli altri uomini d’onore ai quali viene ritualmente presentato da un terzo facente parte dell’organizzazione. L’uomo d’onore, quindi, appartiene in tutto e per tutto al territorio nel quale vive e consuma le stesse vivande delle persone per bene. Segue l’austera dieta dei contadini: molta verdura (con tante minestre), ortaggi (le fave e i carciofi, arrostiti alla brace), poca carne, con preferenza per ovini e caprini. Sulla sua tavola non manca mai la pasta, quasi sempre con il pomodoro.
Quello che cambia, in parte, è il modo di vivere il rapporto con il cibo, in particolare le ritualità degli incontri conviviali tra appartenenti all’organizzazione. Questi sono stati in passato per Cosa Nostra una importante occasione di crescita,utilizzati per rinsaldare i vincoli tra diverse “famiglie”, organizzare nuove illecite attività, preparare strategie di attacco o riflettere su attacchi ricevuti.
Le “mangiate” o “schiticchi”avvenivano in campagna, possibilmente nel baglio di qualche amico, a porte chiuse. Lo “schiticchio” era piuttosto impegnativo, sia per la durata, sia per le cibarie che si dovevano consumare, e ancor di più lo era per chi lo organizzava e si faceva carico di trovare la materia prima e di cucinare.
Famosi banchetti sono stati organizzati nei primi anni Ottanta alla tenuta Favarella di Michele Greco, con parecchie decine di partecipanti. Oggi, un simile avvenimento non è più concepibile. La nuova struttura di Cosa Nostra, tesa a evitare il ripetersi del cosiddetto pentitismo, mira a compartimentale l’organizzazione, a ridurre le conoscenze tra uomini d’onore di base, limitando ai vertici assoluti i rapporti tra diverse famiglie o diverse province. Cosa Nostra si è “inabissata”per sfuggire alle investigazioni e quindi mangia meno, o comunque non mangia più in compagnia. Ma negli anni passati ci sono stati episodi significativi rispetto all’importanza delle occasioni conviviali
per Cosa Nostra.
Salvatore Riina all’inizio del 1992 partecipa a un pranzo con le famiglie mafiose di Marsala e Mazara del Vallo per organizzare la reazione contro una organizzazione criminale rivale, la cosiddetta “Stidda” marsalese guidata da Carlo Zichittella e Leonardo Canino. Un collaboratore che è tra i commensali racconta di un Riina come sempre parco, misurato, equilibrato nelle parole, affatto amante della buona tavola. I risultati di quel pranzo saranno condensati in una decina di omicidi, alcuni commessi con fucile mitragliatore, usato in pieno giorno nel centro di Marsala.
Dalle indagini antimafia in provincia di Trapani è stata messo in luce il ruolo della pecora bollita, un antico piatto dei contadini-pastori che lo consumavano con rituali precisi. Dalle dichiarazioni dei collaboratori di Giustizia emerge spesso la cerimonia legata a questo piatto dalla lunga preparazione, fatto apposta per socializzare, per prolungati incontri in aperta campagna attorno al fuoco. L’allestimento è lungo perché prevede che l’acqua di cottura della pecora, adeguatamente aromatizzata, sia cambiata tre volte; la terza sarà utilizzata per la minestra che precederà in tavola la carne lessa. Mangiare la pecora bollita è come mangiare uno degli elementi fondanti di Cosa Nostra e serve a capire le logiche dell’organizzazione criminale, spietata e dura come la vita del pastore siciliano, anarchico per vocazione, contro ogni forma di legge per istinto naturale, pronto ad affrontare le più inaudite violenze con un fatalistico senso della vita.
Ho voluto provare la pecora bollita e, non potendo ovviamente rivolgermi a Cosa Nostra,mi sono rivolto… ai carabinieri. Nel baglio del mio amico carabiniere ho trovato il pentolone di alluminio che già conteneva la pecora quasi al termine della cottura, iniziata qualche ora prima. Il banchetto è
cominciato nel tardo pomeriggio ed è finito a notte fonda. Confesso la mia iniziale titubanza di fronte a quel pentolone e a quella pecora; presto però il profumo del brodo fece breccia e trovai la minestra davvero delicata, sapida, armoniosa. La pecora, bollita lentamente, con gli aromi giusti, si rivelò poi un lesso di finezza e qualità ragguardevoli.
Ma il mafioso non sempre riesce a evitare il carcere e la carcerazione fa cambiare prospettiva al rapporto dell’uomo d’onore col cibo. Uscito dal suo ambiente, viene ufficialmente qualificato come appartenente all’organizzazione e, pur negando assolutamente qualsiasi responsabilità personale, deve recitare una parte, dimostrando con il suo comportamento di essere quello che tutti sanno, ma che nessuno dice. Anche il cibo entra in questa commedia.
Il mafioso non mangia nulla di quello che passa l’Amministrazione (disprezza profondamente tutto ciò che viene dallo Stato), ma unicamente quello che gli porta la moglie o la famiglia. Le vettovaglie (nei limiti del regolamento del singolo istituto penitenziario) sono talmente abbondanti che numerosi detenuti ne beneficiano. In tal modo il mafioso acquisisce meriti e consensi.
Il cibo distribuito, oggi un po’meno lussuoso che in passato, diventa così ostentazione di ricchezza e strumento per acquisire potere. Il detenuto elargisce gran parte di quello che riceve, offre ai compagni di cella o di reparto cibi prelibati e, si sa, quando c’è miseria (e in carcere ce n’è, di quella vera) non si va tanto per il sottile circa la provenienza di quello che si mangia.
Alcuni collaboratori di Giustizia della provincia di Trapani hanno raccontato che, verso la metà degli anni Ottanta, molti uomini d’onore delle famiglie di Marsala e Mazara del Vallo si trovavano insieme nel carcere di Marsala: secondo il racconto dei collaboratori, in quell’istituto un intero frigorifero era destinato alla conservazione del pesce che i mafiosi ricevevano dall’esterno. La stessa fonte ha precisato che in quel frigorifero c’era il meglio del pescato nel canale di Sicilia (e forse in mare tunisino…). L’applicazione del regime ex art.41 bis del regolamento penitenziario ha limitato questo improprio uso del cibo, ma sono molti i mafiosi che sfuggono all’applicazione di quell’articolo.
Nel carcere dell’Ucciardone di Palermo, anni addietro, si organizzavano schiticchi in occasione delle feste ed essere ammessi in certe celle era segno di potere, mentre l’esserne esclusi poteva significare che si era stati “posati”, cioè emarginati dall’organizzazione.
Altre volte il mafioso era “filato”, che in gergo significa più o meno ingannato. Il “filamento” consisteva nel far credere all’uomo d’onore in procinto di essere ucciso che verso di lui si nutriva la massima stima e dunque lo si invitava nella cella dei capi per pranzare. Se il soggetto cadeva nel tranello, andava, mangiava, si convinceva che verso di lui non vi era nulla di ostile: così abbassava la guardia (non comportandosi più da “guardigno”, sospettoso) e lo si uccideva facilmente, in carcere o fuori. In questo caso il banchetto serviva per “filarsi” qualcuno ed eliminarlo. Nello stesso tempo, rifiutare l’invito significava lasciare intendere che si era capito. E il discorso si complicava, per tutti.

1.10.11

Cappotto Rosso (di Gianfranco Capitta in "Scritto e mangiato" luglio 2004)

In un contesto "non dedicato", un supplemento gastronomico de "il manifesto" del 2004, Gianfranco Capitta parla del premio della Casa del Diario, a Pieve Santo Stefano, in cui la mia mamma ha avuto l'onore di una menzione, e del manoscritto che in quell'anno venne premiato, un diario contro la mafia, di Antonina Azoti, che divenne nel 2006 un libro pubblicato da Terre di Mezzo con il titolo Ad alta voce. (S.L.L.)
Gli organizzatori degli altri premi letterari dovrebbero venire qui a imparare come si crea e si conduce un premio: massima sobrietà nella forma e massimo del piacere quanto al cibo e al bere, protagonisti unici e assoluti gli autori dei diari, coccolati e festeggiati già per il solo fatto di aver voluto mettere in comune quel loro pezzetto di intimità. Di solito i “diaristi” giungono con le  famiglie, e sono i primi a meravigliarsi di tante attenzioni. Spesso a presentare quei diari non sono gli autori che magari non ci  sono più, ma i familiari che avendo ritrovato quelle scritture in qualche angolo di casa, ridanno vita ai loro cari facendone conoscere la scrittura.
A vincere il premio quest’anno è stata una signora di Baucina, nella provincia di Palermo. Si chiama Antonina Azoti, e subito dopo la guerra, quando aveva solo quattro anni, le fu ucciso dalla mafia il padre, sindacalista. Quell’evento ha segnato la sua infanzia, come racconta nel suo diario. La obbligò a censurare il cappotto rosso appena ricevuto per essere immersa come tutta la famiglia e la casa nel nero del lutto. C’è voluto molto tempo per lei per uscire dal mistero di quella morte, e forse anche dalla “vergogna” che per quella morte oscura un ambiente omertoso le faceva pesare. Il diario le è servito anche a questo, a ridare spessore e grandezza al padre ucciso, e a ristabilire i contorni della tragedia sociale e civile che con la cultura mafiosa grava sull’isola come maledizione ineluttabile.
I diari di Pieve Santo Stefano sono così: insegnano la memoria e la storia parlando di cose piccole e private.

L'orgoglio dell'onestà (di Lalla Falilulela)

Dal blog di Lalla Falilulela (http://falilulela.blogspot.com/ ), al secolo Laura Omero, riprendo questa bella pagina di letteratura e di vita. (S.L.L.)
Mirella Bentivoglio, La scrittura
25 settembre 2011
La mia schiena va sempre peggio: non regge il sia pur esilissimo peso del mio corpo. Mi avvilisco, rumino sull'idea di scaraventare il pc in cantina e rinunciare alla scrittura, poi ho un soprassalto d'orgoglio ( la struttura portante della personalità non te la cambia nemmeno la malattia!) e telefono a un falegname: anzi a tre appartenenti alla categoria. Il primo non ha tempo, il secondo spara prezzi assurdi, il terzo non ne vuol saper di redigere un preventivo, ma sembra competente e assicura, a parole, che il prezzo sarà equo. E così, tre giorni dopo, mi arriva a casa una specie di carrello, girevole, su ruote, che si può infilare sotto il letto e che mi consentirà di scrivere al computer stando distesa sul letto, sorretta da una incastro di cuscini e cuscinetti.
Sono (quasi) felice... Riprendo a scrivere: a fatica, ma riprendo.
Il giorno successivo alla consegna del carrello, questo simpatico signore - con il quale ho anche amabilmente conversato del più e del meno - vedendomi tra le mani il libretto degli assegni, cambia espressione e, sbrigativo, esclama: "No, no, non voglio assegni, solo contanti.... Non converrebbe nemmeno a lei: 20%, anzi 21% di Iva!!"
Mi guarda negli occhi deciso, senza il ben che minimo imbarazzo; "Tanti libri alle pareti, ma se non ci fossi io a farle due conti.... " sembra pensare mentre mi allunga uno sguardo dove stupore e commiserazione s'intrecciano. La cosa strana non è questa, la cosa strana è che sono io che mi sento imbarazzata: imbarazzata a chiedere la fattura. Come se stessi facendo una proposta indecente!
Eccolo qui, davanti a me, un esemplare di quella fauna che ha contribuito - e contribuisce - pesantemente al disastro economico e sociale cui stiamo assistendo, eccolo qui ad ammettere, non candidamente ma con forza, quasi spiegasse a un interlocutore un po' ottuso come stanno le cose, che aggirare la legge ( nella fattispecie quella sull'obbligo della fatturazione e del pagamento dell'Iva da parte degli artigiani, nonché dell'Irpef sui proventi percepiti) è normale, se non doveroso. Perché? Perché conviene. Ovviamente!
Mi rammenta, caso mai l'avessi scordato, il mio vantaggio economico; non menziona il suo. E io, ottusa ex professoressa in pensione, malata e un po' rincitrullita, capisco: sì!, di botto trovo la risposta a una domanda, che ne riassume però molte altre, che mi frullava in testa da settimane, mentre correvo dietro a proposte e controproposte, manovre ed emendamenti, articoli di giornalisti e commenti....
Cosa possiamo fare noi, noi semplici cittadini senza potere, noi come singoli individui, di fronte a una crisi di questa portata? Mi sono data tante risposte, ma nessuna soddisfacente e men che meno risolutiva, mi sono affannata a cercare soluzioni di tipo tecnico e/o politico e ora, guardando questo ometto emiliano, dall'aria bonaria (che assomiglia un po' a Bersani) mi verrebbe quasi voglia di abbracciarlo... Sì, perché mi toglie dall'incertezza, mi permette di tracciare di nuovo linee nette per identificare confini precisi, mi riporta all'orgoglio dell'onestà.
E' l'onestà - parola abusata e forse desueta - che ci rende diversi. E' difficile essere onesti ed è maledettamente costoso. Assumere la responsabilità delle proprie scelte non è comodo, per niente! E' da fessi per intendersi. Ma è l'unica arma che abbiamo, individualmente, per cambiare rotta.

Bouillabaisse. La vera marsigliese (di Misette Godard e Jacques Dupuy)

Su “scritto&mangiato” (il supplemento gastronomico che di quando in quando esce sul manifesto) del febbraio 2004 ho trovato questa bella storia della famosa di zuppa di pesce marsigliese, piena di curiosità. Non vi si trova la “Carta della bouillabaisse” e neppure una ricetta: se ne trovano molte – senza varianti importanti – nei libri e nella rete. (S.L.L.)
BREVE E SAPORITA STORIA
DELLA BOUILLABAISSE,
LA ZUPPA DI PESCE
CHE NELLA CITTÀ FRANCESE
VIENE ANCORA PROTETTA
La zuppa di pesce è stata da tempi immemorabili il compenso quotidiano di marinai e pescatori, come della maggior parte delle popolazioni costiere. Un simile, ineluttabile destino alimentare si deve al fatto che essa rappresenta il modo migliore, e forse l’unico, di utilizzare con profitto il pesce non adatto alla griglia (altro metodo di cottura già molto diffuso nell’antichità). Se della zuppa delle origini come di quella del Medioevo non ci è rimasta testimonianza alcuna, uno spiraglio si apre nel 1630 quando Jean-Jacques Bouchard, nel corso di un viaggio da Parigi a Roma (raccontato in Les confessions- Voyage de Paris à Rome 1630), fa tappa a Marsiglia e Tolone. Trattenuto per dieci giorni a Tolone in attesa di un vento favorevole all’imbarco per Roma, osserva con interesse il fatto che “tutto il pesce qui si cucina con l’olio, sia in frittura che in salsa o anche in zuppa…”.
Che si tratti di un’allusione alla zuppa di pesce?
Solo nel 1785, comunque, troviamo in un dizionario bilingue (Achard et Bonnet, Dictionnaire de la Provence et du Comté-Venaissin) la definizione del termine bouillabaisse, riportato nella sezione dell’opera riservata alla Provenza. Pour les bouilles abaisses è invece il titolo della prima ricetta manoscritta che siamo riusciti a reperire. Il documento risale al 1768 e proviene dagli archivi di una famiglia borghese di Aix-en-Provence.
In seguito, a partire dal 1786, tre giovani cuochi provenzali aprono a Parigi un ristorante nel quale propongono i piatti delle loro terre. Il successo è immenso e la loro insegna, Les frères provençaux, è citata in diversi grandi romanzi. Poi, dal 1808, quando il ristorante è al culmine della gloria, il menù perde sempre più la connotazione provenzale e verso il 1815 le bouillabaisses servite nelle gallerie del Palais Royal “sembrano avere assunto un sapore vagamente fuori luogo” (Jean-Paul Aron, Le mangeur du 19ème siècle).
Nel 1830 il Cuisinier Durand, opera eponima di uno chef che aveva conosciuto il successo a Marsiglia negli anni precedenti, riporta una ricetta di Boul Abaisse à la Marseillaise, per la quale fornisce un elenco dei pesci utilizzati non esaustivo; in ogni caso, il quantitativo di cipolla è ridotto, è incorporato un pomodoro ma, soprattutto, è aggiunto lo zafferano che conferisce alla zuppa un colore dorato che non perderà più.
Nel 1820 un gruppo di giovani marsigliesi provenienti dalla borghesia del commercio, ma dotati di idee progressiste, fonda una società letteraria per conto della quale sette conferenzieri, titolari di cattedra, tentavano di rispondere al bisogno di istruzione di tutte le classi sociali. Tre di questi giovani saranno protagonisti delle storie parallele dello sviluppo di Marsiglia e della bouillabaisse.
A partire dal 1820, per scrittori, poeti e artisti in genere, la moda impone viaggi in Italia, ad Alessandria, a Costantinopoli con imbarco a Marsiglia. Uno dei conferenzieri del citato circolo letterario, Joseph Méry, si propone come cicerone per i viaggiatori. Bardo della città, egli è anche il poeta della bouillabaisse che insegna ad apprezzare agli ospiti. Attraverso i suoi testi si è iniziati al rito delle bouillabaisse in riva al mare con gli amici letterati. Negli stessi anni un altro conferenziere, il dottor Cauvières, cura Chopin e si occupa delle distrazioni di Georges Sand. Un terzo, Élysée Reynard, sceglie la strada della politica. Eletto deputato nel 1830, nel 1844 diventa sindaco di Marsiglia. Uomo di potere, si distacca dalle convinzioni giovanili e diventa uno degli artefici dello sviluppo del nuovo porto, reso indispensabile fin dalla comparsa, nel 1830, dei transatlantici a vapore, destinati quasi esclusivamente al trasporto di passeggeri. Ormai per tutti i viaggiatori mangiare la bouillabaisse a Marsiglia è diventato un rito. Con l’ondata di nuove costruzioni sono aperti hotel-ristoranti sul lungomare o sulla Canebière. Il momento di gloria della bouillabaisse e lo sviluppo della città coincidono però con la diminuzione della disponibilità di pesce. La richiesta è tale che i pescatori raschiano letteralmente i fondali, rendendo sempre più raro il pesce di scoglio. Più raro significa più caro e la zuppa diventa quindi un lusso, salvo che per i pescatori dei cabanons.
Che ne è oggi della bouillabaisse? Meno di dieci ristoranti del Vieux Port e della Corniche ne propongono una versione rispettosa della ricetta del secolo XIX, quella che ne sancì la gloria. La scelta delle varietà di pesce da utilizzare, come la ricetta nel suo insieme, sono rigorosamente indicate nella “Carta della bouillabaisse”, che è stata sottoscritta da ognuno dei ristoratori che intende impegnarsi a difenderla e rispettarla. Tutto sommato sembra che oggi essa abbia assunto un carattere elitario, davvero singolare per un piatto a lungo riservato ai poveri. I pescatori, però, per nulla condizionati dalle nuove “regole”, continuano a preparare in privato delle bouillabaisse di sardine con zafferano davvero deliziose. E proprio queste zuppette senza pretese potrebbero fare la fortuna della ristorazione a buon mercato, permettendo così anche ai giovani, che della bouillabaisse conoscono soltanto il nome, di scoprirla finalmente davvero…

statistiche