10.10.11

I ricordi dal Texas di J. M. Coetzee

 “Tuttolibri” del 17 settembre 2011 ha pubblicato in anteprima un capitolo di Doppiare il capo. Saggi e interviste, un libro dello scrittore sudafricano di John Maxwell Coetzee, premio Nobel per la letteratura nel 2003, appena tradotto e pubblicato per Einaudi. Nel capitolo, Ricordi dal Texas, un saggio del 1992, Coetzee, che è nato a Città del Capo nel 1940 rievoca la giovinezza negli Usa ed in particolare gli anni trascorsi ad Austin. (S.L.L.)

Nel settembre del 1965 (questo saggio non può cominciare in altro modo) approdai a New York a bordo di una nave italiana, in precedenza adibita al trasporto truppe, ora affollata di giovani da varie parti del mondo che andavano a studiare in America. Avevo venticinque anni, ero partito dall’Inghilterra ed ero diretto ad Austin, con un contratto di lavoro all’Università del Texas per 2100 dollari all’anno. Avrei insegnato inglese alle matricole mentre seguivo i corsi post lauream.
Avevo studiato inglese in colonia, il mio luogo di origine, in un corso universitario piuttosto convenzionale dove avevo imparato a pronunciare correttamente le vocali nei versi di Chaucer e a leggere la grafia elisabettiana. Conoscevo il poeta di Pearl e Thomas More e John Evelyn e molti altri grandi. Sapevo «fare» critica letteraria anche se non capivo bene in che cosa differisse dalla recensione di un libro o dalla conversazione letteraria. In definitiva questa pallida imitazione degli studi di Oxford si era dimostrata ben misera cosa ed ero stato contento di lasciarla per abbracciare la matematica: ma dopo quattro anni nell’industria informatica in cui persino durante il sonno ero invaso da insignificanti problemi di logica, ero pronto a provarci di nuovo.
In una Austin più calda e più umida dell’Africa che ricordavo, mi iscrissi a dei corsi di bibliografia e di antico inglese. Da William B. Todd imparai i meccanismi del collettore di Hinman. Per il corso di Rosamund Lehmann progettai ed eseguii una classificazione minuziosamente dettagliata delle figure retoriche dei sermoni del vescovo Wulfstan, per il quale mi fu assegnato il voto di A–, il meno mi spiegò era dovuto al fatto che un lavoro come il mio dava cattiva fama alla filologia. Aveva ragione: non me la presi anche se non capivo come avrei proseguito.
Nel fondo dei manoscritti della biblioteca trovai i quaderni su cui Beckett, mentre si nascondeva dai tedeschi, aveva scritto Watt 54 - Ricordi del Texas in una casa colonica nel Sud della Francia. Passai settimane a esaminare i manoscritti, riflettendo sui disegni, i numeri e gli scarabocchi sui margini, sconcertato di scoprire che la ben documentata agonia della composizione di un capolavoro non avesse lasciato altre tracce che tali stupidaggini. Mi chiedevo se l’angoscia non fosse tutta nell’attesa, nello stare seduti a fissare la pagina vuota.
Uno studente di nome Charles Whitman (un mio collega? Erano tutti e 23.000 miei colleghi?) prese l’ascensore fino alla torre dell’orologio e cominciò a sparare sulle persone nel piazzale sottostante. Ne uccise un bel numero prima che qualcuno uccidesse lui. Per tutto il tempo rimasi nascosto sotto la scrivania. A Cape Town un greco assassinò Hendrik Frensch Verwoerd, l’artefice della filosofia dell’apartheid. «Se non sei d’accordo con la guerra – disse un amico, intendendo la guerra in (al?) Vietnam – perché non te ne vai? Che cosa ti trattiene?». Ma lui non mi aveva capito. Non si trattava di complicità – un concetto troppo sottile per l’epoca. Il problema era sapere quello che accadeva. Il problema era come sfuggire a quella conoscenza.
Gli studenti che seguivano le mie lezioni di composizione sarebbero potuti essere nativi delle isole Trobriandesi, tanto incomprensibili per me erano la loro cultura, i divertimenti, le idee che li eccitavano. Mi muovevo in un unico strato della comunità universitaria, quello degli studenti post-laurea e dei dottorandi che vivevano vite in economia, in appartamenti in affitto, con i giocattoli sparsi sul pavimento e che si arrabattavano per completare i corsi e prepararsi agli esami orali o scrivere le tesi. Quando non parlavano degli insegnanti (loro personalità e deficienze), i discorsi riguardavano come scappare, trovare un lavoro a Huntsville o a Texarkana, come mettere le mani sui soldi veri. In mancanza di obiettivi meno concreti di questi, o forse in assenza totale di obiettivi, mi davo da fare sui miei testi in antico inglese e sulla grammatica tedesca. La domenica giocavo a cricket su un campo di baseball con un gruppo di indiani. Formammo una squadra, andavamo a College Station, e lì giocavamo contro una squadra della Texas A&M formata di nostalgici reietti delle colonie, e perdevamo.
Mi tornò in mente un amico indiano dei tempi dell’Inghilterra con cui facevamo lunghe passeggiate nella campagna del Surrey, una campagna che per noi, concordavamo su questo, non significava nulla. «Almeno in America – diceva (aveva passato del tempo a Columbus, Ohio) – ci sono chioschi di hamburger aperti tutta la notte». Per quanto non avessi alcun interesse per gli hamburger, l’America di cui parlava sembrava un grande passo avanti rispetto all’Inghilterra che conoscevo. Ora che mi trovavo in America, o per lo meno in Texas, le verdi colline erano altrettanto aliene per me come quelle del Surrey. Mi pareva di sentire la mancanza di spazio vuoto, terra vuota e cielo vuoto a cui il Sudafrica mi aveva abituato. L’altra cosa che mi mancava era il suono di una lingua di cui capivo le sfumature. La lingua parlata in Texas sembrava non avere sfumature, o se c’erano non le coglievo.
Scrissi una tesina per il corso di Archibald Hill sulla morfologia delle lingue nama, malay e olandese, lingue di ceppi diversi che nel Capo di Buona Speranza si erano trovate a influenzarsi l’una con l’altra. Trovai in biblioteca libri mai più aperti dagli anni Venti, rapporti sul territorio dell’Africa Sud-occidentale di esploratori e amministratori tedeschi, resoconti di spedizioni punitive contro i nama e gli erero, dissertazioni sull’antropologia fisica dei nativi, monografie di Carl Meinhof sulle lingue khoisan. Lessi le grammatiche rudimentali formulate dai missionari, tornai ancora più indietro nel tempo alle prime registrazioni linguistiche delle vecchie lingue del Capo, liste di vocaboli compilate da marinai del diciassettesimo secolo e poi seguii le fortune degli ottentotti in una storia scritta non da loro ma per loro, dall’alto, da viaggiatori e missionari, tra i quali il mio lontano antenato Jacobus Coetzee, floruit 1760. Qualche anno più tardi, a Buffalo, ancora su questa traccia, mi sarei avventurato a scrivere qualcosa sulla storia degli ottentotti, una sorta di memoir che si ampliò fino a essere assorbito nel mio primo romanzo Terre al crepuscolo.
Un’altra pista mi portò dai nama e i malay ad approfondire la sintassi delle lingue esotiche, in incursioni che si ramificavano sempre oltre (stavo riscoprendo la ruota) fino a scoprire che il termine primitivo non aveva alcun senso, che ciascuna delle 700 lingue del Borneo era un sistema coerente e complesso e impenetrabile all’analisi quanto l’inglese. Lessi Noam Chomsky e Jerrold Katz e i nuovi grammatici universali e arrivai a domandarmi: se dovessero mai costruire un’arca in cui mettere il meglio che l’umanità ha creato e ricominciare da capo su qualche remoto pianeta, se mai dovesse accadere, non dovremmo lasciarci alle spalle i drammi di Shakespeare e i quartetti di Beethoven per fare spazio all’ultimo parlante di dyirbal anche se si fosse trattato di una vecchia grassa, rognosa e puzzolente? Una strana posizione per uno studente di inglese, la più grande lingua imperiale. Doppiamente strana per uno animato da ambizioni letterarie, per quanto vaghe – ambizioni di parlare un giorno con la sua voce – trovarsi a sospettare che le lingue parlavano gli individui o almeno che parlavano attraverso di loro.
Lasciai il Texas nel 1968. Non capii mai perché l’università e i contribuenti americani avessero elargito tanto denaro perché io seguissi i miei capricci. A volte pensavo si trattasse di una svista, una svista insignificante, permessa dal sistema, per cui non importava se tra le migliaia di ingegneri petroliferi e di politologi sfornati ogni anno, ne venivano fuori uno o due di quelli come me. Altre volte pensavo che il programma di scambio Fulbright fosse qualcosa di molto lungimirante e molto generoso di cui tutti avrebbero sentito i benefici in un lontano futuro. La verità stava forse nel mezzo.
Né all’andata né al ritorno ebbi alcun rimpianto. Me ne andavo, pensai, indenne, non scalfito se non dai tempi. Nessuno aveva cercato di insegnarmi qualcosa, cosa di cui ero grato. Quello che avevo imparato nel corso di tre anni non era poco, per quanto appreso quasi per caso. Avevo avuto a disposizione una grande biblioteca, e mi ero imbattuto in libri di cui non avrei altrimenti neppure sospettato l’esistenza. Passando davanti alla porta dello studio di James Sledd alle cinque di un sabato pomeriggio, il ticchettio della sua macchina da scrivere mi aveva rassicurato che la provincia degli studi di anglistica non era roba per dilettanti, come lo stile di vita dei miei insegnanti coloniali sembrava dimostrare. Avrei potuto venirne via con molto meno.

La poesia del lunedì. Giuliano Mesa (1957 - 2011)

Racconto
«Ciao». «Ciao». «Stai bene?». «Sì. Tu?». «Mi accompagni a casa?»
«Sai cos’ho pensato, dopo?». «Dopo cosa?».
«Ho pensato, dopo, a casa mia… È diverso,
il silenzio è diverso, ad ascoltarlo insieme…»
«Allora ci vorrebbe un nome per il silenzio insieme,
e un altro nome per il silenzio quando si è da soli…»
«Ma non c’è…» «Poi c’è il silenzio dopo… sì…
appena dopo le parole insieme, dopo i saluti:
è un silenzio diverso, un altro ancora…» «E quello prima, allora?»

L'Italia musicale da Verdi a De Andrè (di Cosimo Ruggeri)


Un uomo viene pugnalato e invece di morire si mette a cantare.
George Bernard Shaw
Gli italiani sono un popolo ‘musicale’, la musica è fondamentale per loro sin dalla nascita e lo fanno nelle più disparate occasioni e addirittura quasi come a Rio de Janeiro durante la settimana del Festival di Sanremo non si parla d’altro.
La pubblicazione di questo interessante libro di Paolo Prato La musica italiana. Una storia sociale dall’Unità ad oggi (Donzelli, Roma 2010, pp. 526, € 22,00)  è quanto mai opportuna nella ricorrenza dei centocinquanta anni della Unità di questo Paese, che nel 1861 non parlava nemmeno la stessa lingua da Nord a Sud, essendo stato per secoli “calpesto diviso” e anche deriso.
La musica di Verdi, nel cui nome i patrioti del Risorgimento si trasmettevano in codice il  messaggio politico dell’Unità della penisola, insieme a quella di Bellini, Rossini, Puccini, Donizetti  è ancora  a livello internazionale il simbolo della cultura e dell’eccellenza italiana. Il melodramma  italiano ha assunto la coloratura dell’universalità dei sentimenti e quando il cinema ha  bisogno di rafforzare e sottolineare le sue immagini ancora oggi ricorre alle grandi arie dei melodrammi italiani, specialmente il cinema americano.
Le produzioni operistiche dei nostri enti lirici,  che molta polemica hanno scatenato e scatenano in Italia per i loro costi, vengono esportate nel mondo come prodotto doc italiano ed è stato dimostrato che un euro investito in queste produzioni ne produce 20 di guadagno. Ma non si tratta solo della musica colta, un posto fondamentale nella storia di questo Paese ha avuto ed ha la canzone popolare. Non solo le classi colte e borghesi nelle cui case c’era sempre un pianoforte per la serata musicale in cui i membri della famiglia riunita suonavano, ma il popolo minuto cantava i versi di un poeta come Salvatore Di Giacomo: “era de maggio… core mio… e se tu rituorni a maggio, pure a maggio i stongo qua”.
Non si tratta solo di canzonette, c’è la poesia come una vena sotterranea che percorre e riemerge prepotente, arriva negli anni Sessanta, e caratterizza per esempio la scuola genovese dei cantautori da Fabrizio De André a Umberto Bindi, da Gino Paoli a Bruno Lauzi, che hanno unito il forte radicamento alla loro terra ad una capacità di ascolto di esperienze straniere, specialmente francesi, e le hanno sapute trasformare in un prodotto italiano di singolare  fascino.
È d’obbligo inoltre richiamare l’apporto creativo ai grandi film di autori nazionali, e non solo, della musica di compositori come Nino Rota ed Ennio Morricone. La musica, la canzone italiana, insieme al melodramma, continua ad essere un’ottima ambasciatrice dell’identità italiana sebbene in questo paese imperi la  ‘ineducazione’ musicale, che non è stata colmata dai tentativi di imporre lo studio di uno strumento  nelle scuole primarie. Forse sarebbe meglio introdurre la disciplina di storia della musica e dello spettacolo nelle scuole secondarie, e questo di Paolo Prato sarebbe un ottimo manuale di studio per far comprendere appieno alle giovani generazioni quanto grande è il contributo alla vocazione culturale dell’Italia, da parte della musica nazionale declinata in tutti i suoi generi.

Da "Le Reti di Dedalus" rivista on line del Sindacato Nazionale Scrittori

9.10.11

Che fine fecero i garibaldini? La lunga notte dei Mille

150 anni fa giungeva a compimento l'unificazione politica della maggior parte della penisola italiana con l'aggiunta della Sardegna e della Sicilia e si formava il Regno d'Italia. Non era tuttavia l'Italia cui aspirava la gioventù più avanzata e combattiva.
Quest'esito tutt'altro che soddisfacente è oggi documentato da un bel libro di Paolo Brogi, La lunga notte dei Mille (Editore Aliberti, Euro 19), attraverso le vicende individuali dei garibaldini. Ne posto qui la reecensione di Sarah Panatta dal sito del Sindacato Scrittori "Le Reti di Dedalus". (S.L.L.)
La partenza da Quarto
No, non si può tornare.
Alla patria sospirata, nei pensieri ingenui e testardi di ribellione romantica architettata, negli atti mercenari, nelle stragi/strategie faziose, nei mercanteggiamenti mafiosi sfigurata, alla meglio da faccendieri/sovrani/burocrati rabberciata.
Non è questa l’Italia che volevamo.
I sopravvissuti alla Spedizione, all’impresa che secondo le recidive, affaticate stime ufficiali (Gazzzetta Ufficiale 12 Novembre 1878) contava milleottantanove arruolati, dei quali settantotto periti “facendo” la zoppa Italia che li avrebbe poi brutalmente disconosciuti, nella maggioranza dei casi divennero, nella nazione infante, ospiti indesiderati, schegge impazzite di un gioco diplomatico, militare, economico che li includeva come pure, moleste pedine. Molti attesero la pensione da reduci sgranocchiando giorni mendicati. Altri, pochi, trovarono fortuna come commercianti e viaggiatori, o come politicanti nel governo in divenire.
Gli irriducibili, gli animi bellicosi, egualitari e repubblicani, a stento alcuni riassemblati  nell’esercito regio, tutti inghiottiti dal delirio reazionario postunitario, tentarono nuove lotte, intestine ma anche estere. Indigeribili precipitati di una rivoluzione sgradita, marcirono allora nelle galere dei sediziosi, nei manicomi della penisola, negli espatri volontari o coatti dei reietti. Decine gli autoesiliati in America Latina ad esportare/radicare/isolare germi di industriosa italianità. Fenomeno dilagante i suicidi, contrappasso beffardo o estremo scatto d’emancipazione per quanti non sopportarono la trappola di un’identità fittizia, negletta nelle veci di una negata.
Perciò Raffaele (un ex frate garibaldino) dopo anni di tribolazioni, metamorfosi avventurose e velleità repubblicane affogate dai “signori” nel sangue dei miseri, pianta in asso la vita e le sue amarissime disillusioni con un chiodo martellato nel proprio cranio nel tramonto estivo del 1880. Incipit raggelante, grottesco. Il giornalista Paolo Brogi sceglie il suicidio pulp del garibaldino Raffaele Piccoli per spianare i riflettori su La lunga notte dei Mille. Testo torrenziale sebbene agile, giustapposizione di piani temporali e di voci – narrate sotto forma di lettere, telegrammi, comizi, dicerie, ricordi –, insieme eterogeneo, non caotico ma acutamente frazionato, “disperso” in unità osmotiche, tasselli biografici e storici che l’autore da cronista-romanziere segue e rimescola, intrecciando i diversi destini di tanti Mille alle limacciose vicende franate sulle camicie rosse dopo il 1861. Brogi si pone quale contrappunto necessario e squillante all’epica malinconica e critica del regista Mario Martone (Noi credevamo, Ita 2010). Ricercatore minuzioso, affastella con la grazia del divulgatore dati e date, battaglie e statistiche, senza comprimerle in un resoconto lineare, bensì incastonandole in un impianto a spirale che coglie in evoluzione la sintesi pungente e tridimensionale di decine di esistenze.
Indossando con elegante sarcasmo la maschera del necrofilo che spulcia nelle cripte del nostro rimosso storico, Brogi si assume un’incombenza inedita/inaudita, recuperando alla luce accadimenti abilmente occultati dalla liturgia della memoria ufficiale. Scava negli spazi di buio dell’unità italica, pescando nel mare dei milleundici scampati alla Spedizione, lasciati poi naufragare nell’anonimato, su barconi malfermi, alla deriva in acque perennemente straniere. L’Italia nuova, snob e ipocrita, non riconobbe, anzi deliberatamente liquidò con un benservito frettoloso i suoi primi eroi, uomini comuni, analfabeti, laureati, truffatori, studenti, manovali, possidenti, “senza mestiere”, rei di aver servito non supinamente ideali di libertà indicibili, di aver assecondato i piani di un Generale incontrollabile e destinato pertanto ad essere sedato, di avere bramato e quasi trovato la chiave per scardinare i domini avventizi e opportunisti che incatenavano il Paese e sempre lo avrebbero soffocato.
Brogi riconsegna anatomie fisiche e mentali a quelle creature da dagherrotipo insudiciato, consumate dalla battaglia contro il “conformismo mediocre” che si ripiegò su di esse come manto di infamia, veleni e reticenze. Come carcere d’oblio che imbavagliò persino i meno inclini ai compromessi, bruciati infine da un’impossibile ansia di lealtà e verità. Brogi non canta l’elegia-elogio dei martiri dell’Italia ingrata, bensì ricostruisce gli ultimi anni, talora decenni, della vita di alcuni emblematici attori di un drammatico esodo a cui neppure le fanfare del centocinquantesimo hanno posto rimedio. Interpretando silenziosamente la riflessione corsiva del Dottor Edoardo Herter, garibaldino trevigiano rannicchiato nei panni stretti di una migrazione casuale, adottato dal sud desolato di un’inospitale, algida Argentina, coscienza in controcampo che dilata il racconto in essenziali pause di raccordo e commento, Brogi si tramuta in insider, testimone invisibile di una notte fosca. Senso d’inadeguatezza, depressione, smarrimento, fomentato anche dal disordine amministrativo, fame, di pane e d’ideali, abbandono agli sguardi ciechi e alla promiscuità normativa di una nazione irriconoscente e puerile.
I Mille si ritrovarono, all’alba dell’unità sofferta, in una plaga di impotenza, costretti a tornare in un guscio alieno. Cani “sciolti” di un esercito smembrato, formalmente ignorati dal re, furono etichettati come appestati, pericolosi atomi cancerogeni per una civiltà monarchica alle prime armi incapace di assimilare senza annullare il rosso di quelle camicie. Degradati coloro che non abbandonarono la carriera militare. Corsi ai ripari di matrimoni sbrigativi coloro che ambivano ad una normalità resettabile. Lanciati nella scalata politica i più sfrontati detrattori del nuovo ordine o amalgamati nei ranghi delle convenzioni e delle gerarchie assoggettate i più pavidi e/o “trasformisti”.
Fuggiti ai quattro angoli d’Italia e del mondo tutti gli altri. Ma l’identità collettiva era stata già dissolta da un ordine odioso. Scioglietevi. La stessa battuta fa recitare alle sue marionette garibaldine Giuseppe Copler, che prima di riprendere l’attività di mugnaio, vaga quattro anni da artista di strada, lunga la via del “ritorno”.
Sciolte nell’oceano le traiettorie di tantissimi altri, volti all’America, magari a sparare contro i nordisti alla guida di colonne di ex schiavi, come Agostino Lombardi, o nelle Garibaldi Guards, come il colonnello corso Casalta d’Ornano. Oppure ad “esercitare” nell’umiltà di casupole squadrate, confitte nell’immensità sabbiosa e non poco razzista e superba della pampa, dopo esser transitati, esaminati e classificati in un’Oficina de Trabajo, avamposto sconsolante del dispatrio. Sciolti nelle magie da prestigiatore gli spiriti bollenti di Bartolomeo Marchelli, principe delle fiere e dei mercati di piazza, battendo Appennino ligure e Piemonte divenuto il “Bazàra” dei paesi, bizzarro bazar di ricordi e cianfrusaglie. Sciolta nella funebre sterilità di una croce l’umiliazione del garzone Giuseppe Gussago per un vitalizio elargito quale dono incommensurabile. Ricoagulati invece nei disastri della campagna polacca contro lo Zar Alessandro o nel mattatoio etiope certi anarchici desideri di liberazione.
Brogi esplora vestigia tumulate dai venti siberiani o dalle cospirazioni immobiliari della Roma “sagrestia” papalina, dove il garibaldino Pianciani, nel costante braccio di ferro con un governo moderatamente destrorso, per ben due volte riesce a vestirsi da sindaco dimezzato. L’autore snida vezzi e vizi di quotidiane tribolazioni, ma anche e soprattutto le piaghe moderne ed ereditarie della nazione in culla: il conservatorismo voltagabbana dei principali quotidiani; il marcio dei primi scandali “unitari” (paradossale apripista il garibaldino pisano Giuseppe Civinini, regista occulto di una maxiprivatizzazione che lo portò al vaglio di un’epocale inchiesta brillantemente superata fin nei suoi strascichi); le infiltrazioni mafiose e l’ipoteca “brigante” sul Sud. Brogi scatta una foto di gruppo brulicante di grandi, scottanti nomi, scorrendo frenetico la storia patria e internazionale, tra scoperte scientifiche, intrallazzi di poltrone, naufragi, epidemie, funerali e “annullamenti”.
La parabola degradante della moglie di Crispi, Rosalie, Madame Crispì, unica donna dei Mille, sempre al fianco del marito, da questi ripudiata e ricacciata nel disonore dell’isolamento, in una vecchiaia priva d’affetti. Bixio alle prese con il colera nelle isole della Sonda, morto cercando ricchezza nelle rotte orientali, seppellito a Sumatra sotto “un alto palmizio”. La bellissima e prolifica Teresita, figlia del Generale, e il suo combattivo sposo Canzio, ovunque militante, anche in Bosnia. Il fiero contadino Giuseppe Nuvolari, amico di Garibaldi, devoto accolita dello sparuto gruppo “allontanato” a Caprera. Il prefetto Carmelo Agnetta, pioniere di giustizia soffocata, di stanza a Massa Carrara, “focoso e aggressivo”, incompatibile per temperamento col governo dei “bravi”. La cremazione mancata di Garibaldi, ennesima raffinata beffa. Agostino Depretis a Stradella, altro ed alto prestigiatore, mestierante di “giravolte” e mistificazioni. L’anniversario burletta del 1885, le lettere contro Crispi e le inascoltate invettive anticolonialiste del garibaldino Bezzi, il terremoto di Messina, le macerie sollevate prima dai soccorritori del Baltico, poi da equipaggi inglesi, infine dagli imperdonabili ritardatari nostri soldati.
E ancora, la retorica molle e fiammeggiante di Gabriele D’Annunzio alla commemorazione del 1915, fluttuante come l’orizzonte di una generazione (dall’undicenne al settantenne) ineluttabilmente, colpevolmente censurata. Ammutolita e sperduta come Stefano Boasi, paziente dell’edificio bianco, l’enorme simbolico manicomio di Quarto, tomba sacrificale, “con tutti i suoi segreti e i suoi guai” d’una memoria che ancor oggi si sposta, assediata da una secolare, pilotata “ignoranza”, sempre più in là, con i suoi fasci arrotolati d’erba rattrappita diretti ai ghiacciai perenni di un’inetta, subdola “notte”.

In Italia i treni non si guastano. L'eufemismo obbligatorio (Gian Luigi Beccaria)

Su "Tuttolibri" de "La Stampa" del 24 settembre 2011 la rubrica "Parole in corso" di Gian Luigi Beccaria riferisce un curioso episodio e discorre di un diffuso vezzo. O vizio. (S.L.L.) 

In pieno agosto le Ferrovie hanno multato di 20 euro il capotreno dell'Alta velocità perché nel tratto Firenze-Roma ha annunciato che c'era un «guasto». Avrebbe dovuto dire «controllo».
Ho letto sul «Corriere» che la parola «guasto» è vietata dal «manuale degli annunci», che prevede espressioni più attenuate. Si deve dire «controllo tecnico della linea». Anche «incendio» non si può dire, è ammesso soltanto un «intervento dei Vigili del fuoco». Tutto ciò per non creare ansie e paure. C'è una tabella, o dizionario di eufemismi da usare in caso di necessità. «Guasto» si può usare su tutti i tipi di treni, meno che sull'Alta velocità. E se un treno «deraglia»? Apprendo che sui treni normali è d'obbligo annunciare un «ostacolo di linea», per l'Alta velocità è invece previsto «ingombro».
Tranquillizzare, non creare panico è giusto, ma perché censurare totalmente, non dire con semplicità le cose come stanno? La mia domanda è volutamente ingenua, perché (basta guardarsi intorno) la lingua è il regno dell'eufemismo. L'imprenditore che intende licenziare degli operai, trasferirli o metterli in cassa integrazione, opta per «esubero», modo neutro per indicare una eccedenza di manodopera. Per non dire «licenziamento» si preferisce «piano di alleggerimento»; per non parlare di «disoccupati» si parla di «manodopera disponibile».
L'eufemismo cela un'informazione, l'attenua, ma spesso la distorce: se parlo di «operazione di polizia internazionale» in luogo di «guerra» il concetto ci sfugge, l'intento di alleviare la crudezza del significato finisce col portarci fuori strada, come quando si parla di «guerra umanitaria», o di «bombe intelligenti» (le bombe ammazzano, sono assassine e basta), oppure di «danni collaterali» su obiettivi civili, modo tecnologicamente asettico per dire che ci saranno inevitabili danni sui civili.
Se si passa al mondo della politica (ma ormai non ho più voglia di toccare questo tema, tanto è il disgusto!), qui l'eufemismo è a suo agio, totalmente di casa. E poi ci sono gli eufemismi che vertono sul sesso, o sulla malattia, quando si vuole, almeno verbalmente, allontanare la disgrazia («un brutto male», «un male incurabile»).
Capisco che a «stangata» si debba preferire «manovra»... ma almeno sui treni, quando chi viaggia ha bisogno di un annuncio utile e chiaro, che le cose siano lì chiamate col proprio nome!

Il maoismo della Lanzillotta e l'odio per il Sessantotto (commento fb)

In un suo "stato" di facebook il 9 ottobre un amico giustamente stigmatizzava le indecenti parole con cui Linda Lanzillotta, già sottosegretaria dell'ultimo governo Prodi ed oggi rutelliana, propone di ignorare il risultato dei recenti referendum, procedendo con nucleare e privatizzazioni dell'acqua. "E dire - aggiungeva - che in gioventù era maoista fanatica". In qualcuno dei commenti si sparava a zero sui sessantottini, maoisti e non. Questo testo unifica due miei interventi sul tema. (S.L.L.)

Che tra i peggiori i peggiori di tutti siano i sessantottini è una illazione discutibile: né Berlusconi né Gasparri né Bondi, per esempio, hanno fatto il sessantotto. E neanche la Santanché.
Vero è che un grande movimento trascina seco detriti, arrivismi, carrierismi; ma è altrettanto vero che, tra gli anziani di oggi, molti di quelli che hanno tentato eroicamente di resistere al liberismo nelle scuole, negli ospedali, nei servizi sociali - e che ancor oggi esprimono un alto livello di socialità e solidarietà si formarono in quel movimento, in genere senza esserne tra i leader.
C'è un bel libro, di Portelli, uno storico di valore, che non rivendica per sé sessantottismi (al tempo era alla scuola militare di Pozzuoli e non "contestava"), nel quale attraverso l'oralità si racconta un sessantotto lungo fatto di battaglie nei quartieri e negli ospedali, di piccoli comitati, di difesa dei deboli.
Non mi pare un bello sport partecipare, da sinistra, alla liquidazione borghese del 17, del 21, del 45, del 68 e del 69, di tutti i momenti in cui la storia sembrava poter prendere un'altra piega. L'odio antisessantottino lo lascerei a Marcello Veneziani e ricorderei che nel Sessantotto si formò e, armato di quella cultura egualitaria, visse e lottò uno degli eroi più cari ai giovani: Peppino Impastato. Che era maoista convinto, studioso e allievo del pensiero di Mao, seppure non fanatico come la Lanzillotta. Ma liquidare il 68 e il pensiero di Mao usando la Lanzillotta è come giudicare l’89 e la Rivoluzione francese guardando a Tayllerand.

Addavenì (stato di fb)

Onorevoli finanzieri, industriali, deputati, mafiosi, senatori e farabutti di ogni genere.
Quelli della Bce dicono: "Tagliate pensioni, lavoro, sanità, diritti" - ogni due o tre mesi; voi  manovrate e dissanguate i poveracci per alimentare i vampiri delle Borse.
Non so se ci guadagniate molto, per ora; comunque pensate:"Quelli li mettiamo sotto e non si rialzano più".
Non vedo luce per ora, non c'è forza che vi fermi.
Ma, nonostante tutto, addavenì.
Addavenì.

In memoria della Comune (Lenin, 1911)

Quarant'anni sono passati dalla proclamazione della Comune di Parigi. Con comizi e manifestazioni il proletariato francese ha commemorato, come d'uso, gli artefici della rivoluzione del 18 marzo 1871. Negli ultimi giorni di maggio, esso andrà nuovamente a deporre corone sulle tombe dei comunardi fucilati, vittime dell'orribile «settimana di maggio» e a giurare ancora una volta di combattere senza tregua fino al trionfo completo delle loro idee, fino alla completa realizzazione dell'opera che ci hanno affidata.
Perché il proletariato, e non solo il proletariato francese, ma di tutto il mondo, onora negli artefici della Comune di Parigi i suoi precursori? Qual è l'eredità della Comune?
La Comune nacque spontaneamente. Nessuno l'aveva preparata coscientemente e metodicamente. Una guerra disgraziata con la Germania, le sofferenze dell'assedio, la disoccupazione del proletariato, la rovina della piccola borghesia, l'indignazione delle masse contro le classi superiori e contro le autorità, che avevano dato prova di assoluta inettitudine, un fermento confuso nella classe operaia che malcontenta della propria situazione, aspirava a. un nuovo regime sociale, la composizione reazionaria dell'Assemblea nazionale, che suscitava timori per la sorte della Repubblica: tutti questi fattori e molti altri concorsero a spingere il popolo di Parigi alla rivoluzione del 18 marzo. Questa rivoluzione fece passare improvvisamente il potere nelle mani della guardia nazionale, della classe operaia e della piccola borghesia che si era unita agli operai.
Fu un avvenimento senza precedenti nella storia. Fino allora, il potere era stato sempre generalmente nelle mani dei grandi proprietari fondiari e dei capitalisti, cioè dei loro uomini di fiducia formanti il cosiddetto governo. Dopo la rivoluzione del 18 marzo, dopo la fuga da Parigi del governo del signor Thiers, delle sue truppe, della sua polizia e dei suoi funzionari, il popolo rimase padrone della situazione e il potere passò al proletariato. Ma, nella società attuale, il proletariato è economicamente asservito al capitale, non può dominare politicamente senza spezzare le catene che lo avvincono al capitale. Ecco perché il movimento della Comune doveva inevitabilmente assumere un colore socialista, tendere cioè all'abbattimento del dominio della borghesia, del dominio del capitale, e alla demolizione delle basi stesse del regime sociale dell'epoca.
All'inizio, il movimento, fu estremamente eterogeneo e confuso. Vi aderirono anche i patrioti con la speranza che la Comune avrebbe ripreso la guerra contro i tedeschi e l'avrebbe condotta a buon fine. Il movimento era anche sostenuto dai piccoli commercianti minacciati da rovina se il pagamento delle cambiali e degli affitti non fosse stato prorogato (ciò che il governo aveva rifiutato di fare e che invece la Comune accordò). Infine, nei primi tempi, il movimento ebbe, in parte, la simpatia dei repubblicani borghesi i quali temevano che l'Assemblea nazionale reazionaria (i «rurali», i rozzi e brutali grandi proprietari fondiari) restaurasse la monarchia. Ma la funzione principale fu evidentemente assolta dagli operai (soprattutto dagli artigiani di Parigi), fra i quali, durante gli ultimi anni del secondo Impero, era stata svolta un'attiva propaganda socialista, e molti appartenevano anche all'Internazionale.
Gli operai furono i soli a restare fino alla fine fedeli alla Comune. I repubblicani borghesi e i piccoli borghesi se ne staccarono presto; gli uni furono spaventati dal carattere proletario, rivoluzionario e socialista del movimento, gli altri si ritirarono quando videro il movimento destinato a una sicura disfatta. Soltanto i proletari francesi sostennero senza paura e senza stanchezza il loro governo Combatterono e morirono per la sua difesa, cioè per la causa dell'emancipazione della classe operaia, per un avvenire migliore di tutti i lavoratori.
Abbandonata dai suoi alleati della vigilia e priva di qualsiasi appoggio, la Comune era destinata alla disfatta. Tutta la borghesia francese, tutti i grandi proprietari fondiari, tutti gli uomini della Borsa, tutti i fabbricanti, tutti i ladri grandi e piccoli, tutti gli sfruttatori, si unirono contro di essa. Questa coalizione borghese, sostenuta da Bismarck (che liberò 100.000 prigionieri di guerra francesi per sottomettere Parigi rivoluzionaria), riuscì a sollevare i contadini ignoranti e la piccola borghesia provinciale contro il proletariato di Parigi e a chiuderne la metà in un cerchio di ferro (l'altra metà era bloccata dall'armata tedesca). In qualche grande città della Francia (Marsiglia, Lione, Saint-Etienne, Digione, ecc.) gli operai tentarono anch'essi di prendere il potere, di proclamare la Comune e di correre in aiuto di Parigi, ma i loro tentativi fallirono rapidamente. E Parigi che, prima, aveva levato lo stendardo dell'insurrezione proletaria, ridotta alle sole sue forze, si trovò votata alla catastrofe inevitabile.
Due condizioni, almeno, sono necessarie perché una rivoluzione sociale possa trionfare: il livello elevato delle forze produttive e la preparazione del proletariato. Nel 1871, queste due condizioni mancavano. Il capitalismo francese era ancora poco sviluppato, e la Francia era ancora un paese prevalentemente piccolo-borghese (di artigiani, contadini, piccoli commercianti, ecc.). D'altra parte, non esisteva un partito operaio, la classe operaia non era né preparata né lungamente addestrata e, nella sua massa, non aveva un'idea chiara dei suoi compiti e dei mezzi per assolverli. Non esistevano né una buona organizzazione politica del proletariato, né grandi sindacati, né associazioni cooperative...
Ma, soprattutto, la Comune non ebbe il tempo, la libertà di orientarsi, e di dar principio alla realizzazione del suo programma. Non aveva ancora potuto mettersi all'opera, e già il governo che sedeva a Versailles, appoggiato da tutta la borghesia, apriva le ostilità contro Parigi. La Comune dovette, prima di tutto, pensare a difendersi. E fino ai suoi ultimi giorni, che vanno dal 21 al 28 maggio, essa non ebbe il tempo di pensare seriamente ad altro.
Del resto, malgrado le condizioni cosi sfavorevoli, malgrado la brevità della sua esistenza, la Comune riuscì a adottare qualche misura che caratterizza sufficientemente il suo vero significato e i suoi scopi. Essa sostituì l'esercito permanente, strumento cieco delle classi dominanti, con l'armamento generale del popolo, proclamò la separazione della Chiesa dallo Stato, soppresse il bilancio dei culti (cioè lo stipendio statale ai preti), diede all'istruzione, pubblica un carattere puramente laico, arrecando un grave, colpo ai gendarmi in sottana nera.
Nel campo puramente sociale, essa poté far poco; ma questo poco dimostra con sufficiente chiarezza il suo carattere di governo del popolo, di governo degli operai. Il lavoro notturno nelle panetterie fu proibito; il sistema delle multe, questo furto legalizzato a danno degli operai, fu abolito; infine, la Comune promulgò il famoso decreto in virtù del quale tutte le officine, fabbriche e opifici abbandonati o lasciati inattivi dai loro proprietari venivano rimessi a cooperative operaie per la ripresa della produzione. Per accentuare il suo carattere realmente democratico e proletario, la Comune decretò che lo stipendio di tutti i suoi funzionari e dei membri del governo non potesse sorpassare il salario normale degli operai e in nessun caso superare i 6000 franchi all'anno (meno di 200 rubli al mese).
Tutte queste misure dimostrano abbastanza chiaramente che la Comune costituiva un pericolo mortale per il vecchio mondo fondato sull'asservimento e sullo sfruttamento. Perciò, finché la bandiera rossa del proletariato sventolava sul Palazzo comunale di Parigi, la borghesia non poteva dormire sonni tranquilli. E quando, infine, le forze governative organizzate riuscirono ad avere il sopravvento sulle forze male organizzate della rivoluzione, i generali bonapartisti, sconfitti dai tedeschi, ma valorosi contro i compatrioti vinti, questi Rennenkampf e Möller-Zakomelski francesi compirono una carneficina quale Parigi non aveva mai visto. Circa 30.000 parigini furono massacrati dalla soldataglia scatenata, circa 45.000 furono arrestati; di questi ultimi molti furono uccisi in seguito; a migliaia furono gettati in carcere e deportati. In complesso, Parigi perde circa 100.000 dei suoi figli, e fra essi i migliori operai di tutti i mestieri.
La borghesia era soddisfatta. «Ora il socialismo è finito per molto tempo», diceva il suo capo, il mostriciattolo sanguinario Thiers, dopo il bagno di sangue che egli e i suoi generali avevano fatto subire al proletariato parigino. Ma i corvi borghesi gracchiavano a torto. Sei anni circa dopo lo schiacciamento della Comune, quando molti dei suoi combattenti gemevano ancora nella galera e nell'esilio, il movimento operaio rinasceva in Francia. La nuova generazione socialista, arricchita dall'esperienza dei suoi predecessori, e per nulla scoraggiata per la loro sconfitta, impugnava la bandiera caduta dalle mani dei combattenti della Comune e la portava avanti con mano ferma e coraggiosa al grido di «Evviva la rivoluzione sociale! Evviva la Comune!». Due-quattro anni più tardi il nuovo partito operaio e l'agitazione che esso scatenava nel paese obbligavano le classi dominanti a restituire la libertà ai comunardi rimasti nelle mani del governo.
Il ricordo dei combattenti della Comune è venerato non solo dagli operai francesi, ma dal proletariato di tutti i paesi. Perché la Comune non combatté per una causa puramente locale o strettamente nazionale, ma per l'emancipazione di tutta l'umanità lavoratrice, di tutti i diseredati e di tutti gli offesi. Combattente avanzata della rivoluzione sociale, la Comune si è guadagnata le simpatie dovunque il proletariato soffre e combatte. Il quadro della sua vita e della sua morte, la visione del governo operaio che prese e conservò per oltre due mesi la capitale del mondo, lo spettacolo della lotta eroica del proletariato e delle sue sofferenze dopo la sconfitta, tutto questo ha rinvigorito il morale di milioni di operai, ha risvegliato le loro speranze, ha conquistato le loro simpatie al socialismo. Il rombo dei cannoni di Parigi ha svegliato dal sonno profondo gli strati sociali più arretrati del proletariato e ha dato ovunque nuovo impulso allo sviluppo della propaganda rivoluzionaria socialista. Ecco perché l'opera della Comune non è morta; essa rivive in ciascuno di noi.
La causa della Comune è la causa della rivoluzione socialista, la causa dell'integrale emancipazione politica ed economica dei lavoratori, è la causa del proletariato mondiale. In questo senso essa è immortale.

Nota
Pubblicato sulla Rabociaia Gazieta, n. 4-5 del 15 (28) aprile 1911 in occasione del 40° anniversario della Comune di Parigi, e raccolto successivamente dagli Editori Riuniti nel 17° volume delle Opere Complete di Lenin.

"Qui giace". Gli epitaffi di Montanelli (di Mario Baudino)


«Qui non giace Pietro Calamandrei. Cercatelo nella tomba di sinistra». E’ uno degli epitaffi che Indro Montanelli si divertiva a scrivere negli Anni Cinquanta. Ora sono stati raccolti in un libro Rizzoli (Ricordi sott’odio) a cura di Marcello Staglieno. Esilaranti e cattivissimi. Ma soprattutto raccontano alla loro maniera gli intellettuali di quegli anni. Erano quasi tutti epitaffi in vita, quindi spietati senza problemi. Si veda Arnoldo Mondadori: «Editore infido, visse di fido». La regola vale anche per gli amici più cari. Leo Longanesi, amato maestro: «Qui giace per la pace di tutti Leo Longanesi uomo imparziale. Odiò il prossimo suo come se stesso». E nel giorno del Nobel non si possono trascurare quelli per due poeti laureati a Stoccolma: «Qui riposa Eugenio Montale, baritono». «Qui riposa il poeta Salvatore Quasimodo nella luce splendente dell’immortalità. Ed è subito sera».

Da "La Stampa", 7 ottobre 2011.

8.10.11

Memoria e oblio (di Franco Fortini)

Sappiamo come si fa a dimenticare e a far dimenticare. Il controllo dell’oblio, ci dice Le Goff, è uno dei più spietati strumenti del potere.
Ne sanno qualcosa anche gli odierni cittadini degli imperi. Il processo di asservimento, generalizzato mediante l’attenuazione, la scomparsa delle garanzie giuridiche, non sarebbe possibile se non ci fosse l’oblio indotto che appoggia e, come può, fomenta la resistenza “naturale” del figlio a conoscere la storia sua e dei suoi.
Non è un caso che nelle grandi e vere rivoluzioni padri e figli combattano fianco a fianco. Né che in tanti miti la rivelazione della storia prenatale faccia scattare nell’eroe il passaggio alla autocoscienza e alla maturità.

Da Memoria ed oblio in Non solo oggi, Editori riuniti, 1991

Napolitano ad Aosta e Dogliani. Il Lord Protettore di tutte le "caste"

Tra ieri sera e stamane i tg di Berlusconi non hanno assegnato il primo posto alla notizia delle grandi manifestazioni studentesche, forse l’avvio di una possibile stagione di dure lotte sociali, e neanche alla promessa del Cav di un decreto-sviluppo senza condoni, ma al Presidente della Repubblica Napolitano e alle sue esternazioni tra gli studenti di Aosta.
Non è un caso. In quella nordica città, infatti, l’inquilino del Quirinale ha parlato di tutto e di più: (l’euro e l’Europa, il federalismo fiscale e i rapporti Nord-Sud, i suoi poteri e la sua serenità). Oramai il suo interventismo politico supera quello della buonanima Cossiga. Se quel sardegnolo soleva togliersi i sassolini dalle scarpe, questo partenopeo lancia in cielo palloni gonfi di retorica.
Due sono i punti che i cavallereschi telegiornali hanno sottolineato: le dichiarazioni sull’unità e la concordia e quelle sul ruolo della politica.
La parola d’ordine “abbandonare le contrapposizioni cieche e faziose” si presta evidentemente ad una interpretazione filogovernativa, del resto autorizzata dall’ormai collaudato cerchiobottismo del presidente. Ieri gl’interpreti autorizzati dei presidenziali oracoli spiegavano: “Vuole un governo di tregua”; un governo nuovo dunque. Oggi il suo discorso autorizza i berlusconidi a dire: “Vuole un’opposizione di tregua”; col governo in carica naturalmente.
Il passaggio più rivelatore è tuttavia quello sulla politica. Napolitano dice: “non è cosa sporca, può essere bella e perfino entusiasmante”. L’aggettivazione è presa in prestito da un Veltroni d’altri tempi, ma si poteva sperare che Napolitano spiegasse. Ci si poteva aspettare che al termine "politica" attribuisse il valore che era un tempo tipico della sinistra: la partecipazione di molti, se possibile di tutti, al governo della “polis”, una politica cioè fatta da lavoratori, studenti,  cittadini, che si informano, discutono, esprimono idee, progetti e rappresentanza.
Invece no, per Napisan “politica” è soprattutto un mestiere. Così da una parte dice che "la politica siamo tutti noi", ma subito aggiunge che "è anche un lavoro, quando si hanno responsabilità istituzionali". Per non lasciare dubbi il Presidente fa poi un paragone: "La politica dovrebbe passare ai volontari, come è avvenuto nelle Forze Armate, e bisognerebbe studiare per farla".
L’espressione “dovrebbe passare” in realtà non significa un fico secco: non esiste oggi un reclutamento politico obbligatorio che assomigli al servizio militare di leva di un tempo, l’attività politica è già oggi una libera scelta delle persone non una coscrizione coatta. Ma la cosa più subdola è quel “volontari”, che sulle prime fa pensare al “volontariato”, cioè ad una attività prestata gratuitamente, per solidarietà e civismo, ed, al contrario, è collegata da Napolitano alle Forze Armate, a una professione retribuita, a un ingaggio mercenario.
La ciliegina sulla torta è comunque rappresentata da quel “bisogna studiare”. Per questa via la politica, resa volutamente difficile, viene riservata a una cerchia di esperti, che devono studiarne forme e riti (possibilmente alla Luiss o in altre università private) come fanno i preti in seminario. Neppure una parola, invece, l’ottimo presidente ha riservato agli odiosi privilegi della casta di politicanti “volontari” e “studiosi” che oggi imperversano, al loro rifiuto di un benché minimo sacrificio in un momento drammatico per la società italiana.
L’unità nazionale che egli propugna è dunque, in realtà, l’Union sacrée, l’unità di tutti i potenti contro la “canaglia pezzente”, l’unità di tutte le caste privilegiate: dei politicanti, degli industriali, dei finanzieri, dei petrolieri, dei vescovi e dei prelati, dei magistrati, dei manager, dei banchieri, dei generali, dei farmacisti, dei notai... Ed è una unità contro le tutele sanitarie, le pensioni, i diritti (contrattuali e non) dei lavoratori,  la scuola e l’università pubblica e le speranze della gioventù. Tutto ciò è considerato uno spreco o un lusso di quelli da eliminare subito in ossequio agli appelli a “fare presto” per la "crescita".
Non credo che fosse questa, come qualcuno stalinisticamente pensa, la fine logica del suo percorso di “migliorista” del Pci: ce ne sono di miglioristi dignitosi. E' invece una scelta di oggi, che il politicante mediocre e con scarso coraggio che occupa il Quirinale considera obbligata dal ruolo di Presidente, quella stessa che lo spinge a incoraggiare e benedire i bombardamenti in Libia.

P.s. Napolitano oggi è andato a Dogliani per commemorare Einaudi, nuovamente occupando il primo o il secondo posto nei tg. Naturalmente ha taciuto delle idee einaudiane sulla imposta patrimoniale e sull'abolizione del prefetto e delle province e ha preferito parlare di “nobiltà” della politica, così vellicando i cultori di antichi pettegolezzi sulla sua improbabile nascita regale o almeno principesca.
Intanto smentiva l’interpretazione del suo apprezzamento per il “governo di tregua” fatto l’altro ieri. A quanto pare il Presidente parlava del “governo Pella” senza allusioni al presente; ma, dopo le berlusconiane “dichiarazioni con smentita incorporata”, il gioco del “qui lo dico qui lo nego” è diventato un po’ stucchevole.
In ogni caso il riferimento a Pella e al suo governo merita qualche chiarimento. Quel gabinetto nacque per il mancato accordo tra la Dc e gli alleati centristi: è tra loro che si realizzava la tregua. Quel governo che i democristiani chiamarono “amico” (perché non lo consideravano espressione diretta del partito) era molto più amico delle banche, di Valletta e di Confindustria, ambienti dai quali venivano i suoi “tecnici” e non era affatto di tregua, ma di guerra dichiarata contro il movimento operaio e contadino, il Pci, il Psi e la Cgil. Tanto per rinfrescare la memoria a chi l’ha smarrita, nel periodo del governo Pella la FIAT licenziò a decine gli operai di sinistra, costruì i reparti confino per i pochi che non poté licenziare e con questa odiosa repressione organizzò la sconfitta della Fiom nelle elezioni per la Commissione interna. Lo stesso clima da caserma, di repressione antisindacale e antioperaia si instaurò a cascata in quasi tutte le fabbriche italiane. Nelle campagne della Sicilia intanto la mafia del feudo ammazzava a decine i sindacalisti delle Camere del Lavoro e Pella accusava in Parlamento chi le denunciava: “Volgari speculazioni comuniste”. Insomma, quando Napolitano spiega che elogiava solo il governo Pella, la toppa è peggiore del buco.      

Al rogo (di Gregory Bateson)

«In Europa vi fu un tempo» – scriveva Gregory Bateson – «in cui cattolici e protestanti si mandavano al rogo, o preferivano andare al rogo, piuttosto che scendere a compromessi sulla natura del pane e del vino che si usano nella messa. Le affermazioni per cui si bruciavano a vicenda erano, da una parte: “il pane è il corpo” e, dall’altra: “il pane rappresenta il corpo”» .

In Una sacra unità, Adelphi 1977

7.10.11

Alle origini della civiltà USA. 25 dollari per ogni scalpo di indiano.

La storia degli Stati uniti è anche la storia di uno scontro - troppo a lungo dimenticato dalla storiografia - tra la «civiltà dell’uomo bianco» e la tradizione degli indiani d’America: uno scontro tramutatosi presto in massacro delle popolazioni indigene costrette ad arretrare e cedere terreno di fronte all’avanzare dei coloni che venivano da Est. La «conquista del West» per anni fu un mito positivo della storia americana: imponendosi col ferro e col fuoco, la superiore tecnologia dell’uomo bianco estese su vastissimi territori rapporti di vita e di produzione assolutamente estranei a quelli delle popolazioni che avevano per secoli abitato quei territori. Per imporsi, l’economia di mercato, attuò un vero e proprio genocidio che soltanto negli ultimi decenni è stato sottoposto ad analisi storica. Quello che segue è un brano di un saggio del 1974 di Giorgio Corsini, contenuto in Storia degli Indiani del Nord America (Firenze 1974).
Geronimo
Alla metà del XIX secolo una gran parte degli indiani d’America era stata definitivamente allontanata dalle regioni che originariamente essi popolavano e avviata in riserve sparse in ogni parte degli Stati uniti. Dovunque passavano i carri dei pionieri o le linee delle ferrovie, gli indiani erano costretti a cedere il passo ai conquistatori della frontiera. La teoria del Destino manifesto della giovane America voleva che gli uomini bianchi prendessero possesso delle terre, delle foreste e delle miniere di una nazione che, con l’inclusione della California tra gli stati dell’Unione (1850), si estendeva ormai dall’Atlantico fino al Pacifico e dal Canada fino al Messico. Allo scoppio della guerra civile, che avrebbe dato al paese la sua unità politica definitiva, vivevano ancora a Ovest del Mississippi circa 300mila indiani, quasi la metà di quelli che popolavano l’America all’arrivo dei primi coloni europei. Qui i Sioux, gli Oglala, i Cheyennes, gli Arapaho, i Kiowa, i Comanches, i Navaho e gli Apaches cercavano ancora di difendere, dal Dakota all’Arizona, la loro indipendenza.
È da queste tribù che sarebbero sorti gli ultimi grandi capi destinati a sostenere il confronto finale con i bianchi, ed è attorno a queste ultime figure leggendarie che sarebbe nata, più tardi, la moderna epica del West e della lotta con i pellirosse così come noi l’abbiamo conosciuta e rivissuta attraverso la letteratura e il cinema del nostro secolo. Ma è stato un mito alimentato da tutti i pregiudizi dei conquistatori e deformato dall’orgoglio di una razza che era convinta d’aver portato nel Nuovo Mondo i frutti migliori della sua civiltà. Non è un caso, perciò, che la storiografia dell’era della contestazione e dell’autocritica abbia scelto proprio il trentennio fra il 1860 ed il 1890 come soggetto della propria indagine per ristabilire la verità dei fatti e rendere giustizia ai veri protagonisti e alle vere vittime dell’ultima guerra degli indiani d’America contro i loro colonizzatori europei.
Mentre i Nez Percés (Nasi Forati) di Capo Giuseppe difendevano disperatamente le terre del Nord-Ovest, i Navahos e gli Apaches cercavano di opporre l’ultima resistenza nel Sud-Est. Nel 1863 la sorte dei Navahos era ormai segnata e dopo una serie di sanguinosi scontri protrattisi per oltre un anno il colonnello Carson li costringeva alla resa avviandoli, attraverso quello che fu definito il lungo cammino, in una riserva del Nuovo Messico dalla quale furono più tardi ricondotti nella loro nativa Arizona con la promessa che non l’avrebbero più abbandonata.
Fu pressappoco nello stesso periodo che anche gli Apaches, già lungamente provati dalle persecuzioni degli spagnoli e dei messicani, ebbero modo di sperimentare l’instabilità della pace che essi credevano d’aver realizzato con gli americani. La proditoria uccisione del loro capo Mangas Coloradas, nel 1862, scatenò il conflitto e per molti anni piccole bande capeggiate da guerrieri leggendari sparsero il terrore fra i bianchi e tennero costantemente impegnate le truppe. Geronimo fu certamente il più famoso di questi guerrieri e soltanto nel 1886 l’esercito riuscì a catturarlo e a rinchiuderlo a Fort Sill, nell’Oklahoma, dove morì quasi dieci anni più tardi, dopo essersi convertito al cristianesimo e dopo aver dettato le sue affascinanti memorie.
Gli ultimi indiani liberi ormai erano i cacciatori di bisonti delle praterie attorno ai quali si andava stringendo ogni giorno di più il cerchio aggressivo di trenta milioni di americani alla ricerca dell’oro e di nuove terre da coltivare. Di loro ci sono state descritte molte cose: le capanne di pelli di bisonte, le acconciature di penne d’aquila, i tomahawks che usavano per «scotennare i nemici», i calumets che fumavano per ratificare la pace con i loro amici, le danze religiose e le danze di guerra, la bellezza delle loro squaws e la saggezza dei loro anziani; ma accanto a tutto questo folklore si è accompagnato anche il mito dei loro «selvaggi» costumi e del loro carattere proditorio e sanguinario. Le vittime sono state trasformate in carnefici dalla mitologia moderna dell’uomo bianco, «ma ora - ha scritto lo storico Dee Brown - un secolo dopo, in un’epoca senza eroi, essi sono forse i più eroici di tutti gli americani».
Nel 1851 era stato stipulato, a Fort Laramie, un trattato con le tribù dei Cheyennes, dei Sioux, degli Arapaho e dei Crow, con il quale il governo degli Stati uniti garantiva agli indiani tutti i diritti di proprietà, di caccia, di pesca e di transito che a essi spettavano come abitanti di quelle regioni. Ma nel corso degli anni gli impegni non erano stati rispettati e migliaia di bianchi avevano violato la «frontiera» indiana riversandosi lungo la valle del fiume Platte e occupando senza scrupoli i territori che attraversavano. L’arrivo di minatori e di coloni, tra l’altro, implicava la creazione di forti militari per la loro protezione, la costruzione di strade e, più tardi, di ferrovie che avrebbero radicalmente alterato l’equilibrio ecologico di quelle zone e soprattutto gradualmente distrutto i bisonti che costituivano la più grande risorsa di caccia e di benessere per le tribù indiane. È naturale, quindi, che l’invasione bianca, in aperta violazione degli impegni che erano stati presi dal governo, provocasse risentimenti e scontri che sarebbero diventati sempre più sanguinosi nel corso degli anni. Spinti a forza fuori dalle loro terre, gli indiani cominciarono così una disperata difesa del loro santuario che provocò migliaia di vittime da ambo le parti e si concluse, nel 1890, con la vittoria definitiva dei bianchi.
L’ultima guerra dei pellirosse delle grandi pianure ebbe probabilmente inizio tra le foreste del nord dove i Sioux Santee, assediati da 15 mila coloni verso la metà del XIX secolo, tentarono invano di stabilire rapporti di pacifica convivenza con i bianchi. Delusi dal comportamento dei coloni, sotto la guida di Piccolo Corvo, essi incominciarono così ad attaccare forti e villaggi catturando numerosi prigionieri. Questo provocò un massiccio intervento di truppe che, il 26 settembre 1863, invasero il loro campo liberando i bianchi qui rinchiusi e facendo prigioniera la maggior parte degli indiani. Un processo sommario decretò la condanna a morte di 303 guerrieri Santee, ma il presidente Lincoln fece eseguire la sentenza soltanto per 38 condannati che vennero pubblicamente impiccati. Gli altri vennero rinchiusi in prigione e 1.700 fra donne e bambini vennero trasportati a Fort Snelling tra le violenze della folla che assisteva al loro passaggio. Piccolo Corvo, spintosi verso le pianure dove avrebbe voluto unirsi agli altri cugini Sioux, venne ucciso nel luglio successivo da due coloni che speravano di riscuotere la taglia di 25 dollari promessa dallo stato del Minnesota per ogni scalpo di indiano che fosse stato consegnato alle autorità».

Da La conquista 3: Nazioni, supplemento a "il manifesto", 5 ottobre 2010

Quello scorfano di Sylva Koscina (di Giampiero Manfredini)

Da un ritaglio de "L'Europeo" senza data (ma di certo siamo negli anni Ottanta del Novecento) recupero questo scherzetto gastronomico collocato nella rubrica Peccati di stagione. Vi apprendiamo - tra l'altro - che la bella attrice che, a sentire i pettegoli, aveva affascinato Gronchi, non disdegnava neanche i gronghi. (S.L.L.)

E' così mostruoso da prestare il suo nome a persone di brutto aspetto: lo scorfano si distingue, infatti, nelle pescherie aperte d'estate (dove resterà fino a settembre e anche ottobre) per il suo colore rosso, le squame che ne ricoprono la testa, gli aculei che caratterizzano il suo muso terribile. Ma la sua carne, si sa, è ottima per le zuppe.
Lungo la costa istriana questo pesce è protagonista di un brodetto tradizionale alquanto diverso rispetto alle varianti di questo piatto preparate sull'Adriatico italiano.
Eccone la ricetta data dall'attrice croata Sylva Koscina e pubblicata in un libro, La cucina yugoslava (Novara, 1981), scritto durante le pause tra un impegno cinematografico e l'altro. Pulito lo scorfano, lo si taglia e si sistema in un grosso recipiente assieme a pezzi d'altri pesci (gronghi e murene, per esempio). Si aggiungono poi cipolle rosse affettate, pomodori tagliati a pezzi, prezzemolo e aglio tritati, olio, vino bianco secco e un po' d'acqua. Salato e pepato il tutto, si porta a completa cottura su fuoco lento.
Mentre nei mesi autunnali e invernali si è soliti servire il brodetto jugoslavo su uno strato di morbida polenta, d'estate sarà bene accompagnarlo con larghe fette di pane abbrustolito.

Re della merda.



"Il manifesto" nel corso del 2010 ha rievocato l'unificazione d'Italia con tre fascicoli intitolati La conquista, a sottolineare il carattere di "annessione regia" a scapito del Mezzogiorno, delle masse del popolo, degli stessi democratici e repubblicani che auspicavano una vera unificazione del basso. In questo fumetto, di Michele Petrucci, viene ricordato il brigantaggio nell'Italia centrale, negli ex territori dello Stato Pontificio. Fu in quelle plaghe che al cosiddetto Re Galantuomo le popolazioni malcontente riservarono il non lusinghiero epiteto di Re della Merda.

Afrodisiaci. Casanova mangiava polenta (di Ettore Vincenti)


Un cibo che ha qualità afrodisiache – che stimola cioè l’attività sessuale – esiste davvero: ed è la polenta.
Nel corso dei secoli sono state attribuite qualità stimolanti a una grande varietà di alimenti, dalle domesticissime braciole di maiale alle spezie più esotiche, ai molluschi, al peperoncino. Spesso si è trattato di cibi che richiamano per la loro forma l’organo sessuale maschile (cetrioli, asparagi) o sono particolarmente energetici (parmigiano, cioccolata) o raffinati (caviale, ostriche). Nessuno ha realmente efficacia, ma chi ci crede e se ne rimpinza ottiene talora buoni risultati: l’effetto placebo funziona.
Gli unici alimenti che non sono mai stati presi in considerazione, né dalla tradizione popolare né da quella colta, sono stati pane, pasta, riso e polenta. Ed è un peccato, appunto, per la polenta. Essa, e più precisamente il mais di cui si compone, ha proprio un effetto afrodisiaco: è risultato in maniera inequivocabile dagli esperimenti condotti dal professor Michele Carruba, docente di neuropsicofarmacologia dell’Università di Milano.
Per capire come agisce la polenta in veste di afrodisiaco diamo un’occhiata al funzionamento del nostro cervello: le cellule cerebrali non sono a diretto contatto tra di loro, ma separate da un piccolissimo spazio, misurabile in milionesimi di millimetro detto spazio intersinaptico. Per comunicare, le cellule liberano sostanze particolari, i neurotrasmettitori, che hanno il compito di varcare lo spazio tra le sinapsi e di portare il messaggio alle cellule adiacenti. Il desiderio sessuale è un po’ come una bilancia: agiscono su di lui sia stimoli inibitori che stimoli eccitanti. Quando questa bilancia è in equilibrio si ha il desiderio sessuale naturale.
Torniamo alla polenta. Il neurotrasmettitore che si incarica di propagare il messaggio inibitore è la serotonina. Il nostro organismo sintetizza la serotonina  di un aminocido essenziale, il triptofano, che è presente in tutti gli alimenti tranne che nel mais. Mangiando soltanto mais, priviamo l’organismo di triptofano e in questo modo gli impediamo di sintetizzare serotonina. Se la serotonina scende sotto un certo livello non  è più in grado di trasmettere il messaggio sessualmente inibitore: le cellule del nostro cervello sentono allora soltanto il messaggio eccitante.
Cavie di laboratorio tenute per 24 ore a dieta composta esclusivamente di acqua, mais e un po’ di sale (cioè polenta) si sono abbandonate a una attività sessuale talmente frenetica da essere incapaci di distinguere individui del proprio sesso da quelli del sesso opposto. Quando i testicoli dei maschi, per il troppo lavoro, non erano più in grado di produrre spermatozoi, le bestiole continuavano a provare un desiderio incoercibile, ma non riuscivano a soddisfarlo: venivano colte da una profonda depressione e si rintanavano in un angolo della gabbia. E’ questo il limite della “dieta polenta” a scopo afrodisiaco: provoca bensì eccitazione, ma non aumenta la capacità di soddisfarla.

Nota
Ho tratto l’articolo da un ritaglio de “L’Europeo” degli anni Ottanta del 900. Non c’è indicazione di data. L’autore è Ettore Vincenti. (S.L.L.)

6.10.11

Eros e basilico (di Federico Di Trocchio)

Ocimum basilicum
Le donne messicane, quando il marito dà segni di stanchezza nelle prestazioni sessuali, usano cospargersi il corpo di Ocimum basilicum in polvere, una cerimonia che sembra resuscitare il languenti spiriti del partner. Gli haitiani collegano il basilico a Erzulie, la dea dell'amore.

Da Nei giardini di Afrodite, "L'Espresso" 24 0ttobre 1982

Il capretto della Daunia.


Pietra Montecorvino
Il ritaglio è probabilmente degli ultimi anni Ottanta, la rubrica è “Ricette perdute”, il titolo Sui monti e in pianura e gli autori della segnalazione sono Paola Borriello e Giampiero Manfredini. Il giornale è, forse, “L’Europeo”. Insomma l'origine del testo è quanto meno incerta. La ricetta che recupero, da un quaderno ove l'ho incollata, è tuttavia sperimentata e di sicura riuscita. Per le dosi bisogna sapersi regolare. Non è difficile. (S.L.L.)
All’interno del Gargano, dove i territori della Daunia portano ancora il nome della civiltà pastorale che li abitò nel secondo millennio prima di Cristo, la saporitissima coscia di capretto che attorno a Pasqua giunge sulle tavole della provincia di Foggia è stata cucinata “alla moda del pastore”. Incisa e steccata con pane grattugiato, aglio formaggio pecorino, prezzemolo e sugna, questa si dispone in una teglia con piccole e fresche patatine. Posta in forno a calore moderato, si cosparge poi con altro pecorino e pane raffermo verso la metà della cottura, che sarà completa quando la coscia si mostrerà interamente dorata.

Forza Nuova e la sentenza Meredith.

Al tempo dell’uccisione di Meredith gli estremisti di destra di Forza Nuova riempirono Perugia di piccoli manifesti, affissi un po’ dappertutto, con una foto di Guedè, che oggi è l’unico condannato per quel femminicidio. Ne mostrava una faccia truce, quasi imbestialita e c’era – a commento – uno slogan che non rammento esattamente, ma ricordo perfettamente che collegava il delitto con il pericolo rappresentato dall’immigrazione nera. Furono – credo con buone ragioni – accusati di razzismo.
La sentenza dell’altro ieri li ha spinti a diffondere un nuovo manifesto. Vi sta scritto: “Il nero dentro, i bianchi fuori! …La vostra giustizia democratica”. Sembravano quasi chiedere: “E i razzisti saremmo noi?”. La cosa si può commentare in diversi modi, e anche molto negativi; ma a me la trovata propagandistica pare intelligente ed efficace. Mette il dito in una piaga aperta. L'assoluzione per mancanza di prove valide sarà giuridicamente inattaccabile e forse persino veritiera, ma io, per esempio, non sono affatto convinto che i bianchi e il nero abbiano avuto lo stesso trattamento. 

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