5.1.12

L’emancipazione dal mare e altri aforismi (dal “Diario degli errori” di Ennio Flaiano)

Nell’amplesso l’uomo e la donna festeggiano l’emancipazione dal mare. La donna ha creato nel suo bacino un mare in miniatura dove l’uomo va a fecondare le uova. Ogni amplesso è una festa commemorativa, un 14 juillet (vedi Ferenczi).
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Non mostratevi intelligenti o non scamperete al vostro spogliarello.
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Vivere a Roma è un modo di perdere la vita.
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“La ragazza mi piace. E’ bella, ricca, giovane, colta. Nell’annunzio accennavate a un piccolo difetto fisico. Di che si tratta?”.
“E’ incinta, ma pochissimo”.
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La fiorentina si spogliò: sotto il seno, una linea scura indicava il livello dell’acqua nell’alluvione del 4 novembre ’66.
Aumentano gli anni e diminuiscono le probabilità di diventare immortali.
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La morte ha la faccia di certe signore che telefonano al bar col gettone: a un certo momento, senza smettere di telefonare, vi fanno un cenno di saluto e di sorpresa.
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Lui aveva il senso storico della vita, io no, per me la vita è un seguito di probabilità.

Il riformismo e il suo rovescio (Toni Muzzioli)

Nel rivista on line del Centro Franco Fortini, “L’ospite ingrato”, un articolo di Toni Muzzioli dal titolo Riformisti alla rovescia. Il “neoriformismo” nell’analisi di Paolo Favilli, riassume e discute l’importante saggio Il riformismo e il suo rovescio, di Favilli appunto, edito nel 2009 da Franco Angeli. Nel ragionare di Muzzioli,  trovano giusta collocazione il craxismo, il blairismo, i  “novatori” italiani di origine Pci. 
Qui propongo la brillante introduzione dell’articolo, rimando chi volesse approfondire al libro e al sito.(S.L.L.)

A un ventenne di oggi potremmo raccontarla così.
Nella sinistra, un tempo, quando esistevano ancora i partiti socialisti e comunisti, l’Urss e il movimento operaio organizzato, c’erano i riformisti e i rivoluzionari, gli uni e gli altri a loro volta divisi in innumerevoli fazioni, scuole e correnti. Riformisti e rivoluzionari si consideravano, ad ogni modo, due “tribù” diverse, talvolta anche duramente contrapposte. La divisione grosso modo si giocava su modi e forme della auspicata creazione di una futura società socialista: i primi, infatti, pensavano che essa fosse conseguibile senz’altro all’interno delle cornici elettorali e parlamentari, confidando nel progressivo inevitabile scivolamento della società capitalistica verso il suo superamento; i secondi pensavano necessaria la “rottura rivoluzionaria”, la necessità cioè di giungere – presto o tardi e in forme anche assai differenziate secondo le diverse teorie o temperamenti – a un momento di scontro generale e definitivo. Gli uni e gli altri, però, condividevano due cose: il fine, che era il socialismo, e la critica della società vigente, quella capitalistica, dalla quale appunto derivava l’impegno attivo (pur diversamente concepito) per il suo superamento. Le accuse e controaccuse – e i conseguenti comportamenti pratici – potevano spingersi fino ai livelli più atroci, ma resta indiscutibile che l’impegno soggettivo per il socialismo ha sempre accomunato riformisti e rivoluzionari, a tutte le latitudini.
I riformisti, certo, erano abituati a subire le peggiori accuse dai rivoluzionari (tradimento della classe operaia, svendita dei suoi interessi, collusione col nemico, cedimento all’imperialismo ecc.), accuse spesso fondate e altre volte un po’ meno, ma certamente si consideravano impegnati in una battaglia per il miglioramento e il consolidamento delle condizioni economiche e sociali delle classi popolari (anche in questo caso qualche volta era vero, qualche volta un po’ meno…). Le “riforme” questo erano: passi, o mattoni se si preferisce, di un percorso (o di un edificio) che, rafforzando progressivamente le posizioni della classe operaia, l’avrebbe portata in definitiva non solo a un deciso miglioramento economico ma al governo della società. Tanto è vero che, di fronte a leggi che imponessero un deterioramento delle posizioni sociali del proletariato o un restringimento della democrazia, essi erano soliti usare l’espressione “controriforme”!
Così sono andate le cose all’incirca fino alla fine degli anni Ottanta del XX secolo. La parola “riformista” aveva un significato ben incastonato in questo quadro.
Poi, il crollo dell’Urss e del blocco socialista cambiò tutto. In realtà, all’indomani della dissoluzione del socialismo reale, ci fu fatto credere che il riformismo, per l’appunto, avesse prevalso sull’estremismo bolscevico, sulla “mentalità rivoluzionaria” (per dirla con Michel Vovelle) e sui suoi effetti totalitari: del socialismo avremmo conservato le giuste aspirazioni sociali (e la prassi riformista), mentre avremmo dimenticato le tendenze totalitarie (questo, perlomeno, dicevano le anime belle socialdemocratiche). Ma non è andata esattamente così: il movimento comunista effettivamente si è dissolto, ma si è portato dietro anche il riformismo socialdemocratico! Con un’importante specificazione: è scomparsa la cosa; non il nome. Sì, perché di riformismo si è continuato a parlare. Anzi, per la verità non si parla d’altro.
Oggi, come ognuno può vedere facilmente aprendo qualsiasi giornale o assistendo a qualunque talk show politico, è avvenuto però un totale cambiamento di significati. Mai come oggi, in effetti, si sente parlare di riforme, della loro necessità ecc. Scomparsi i rivoluzionari, si sono moltiplicati a dismisura i “riformisti”, ma le riforme che propugnano non guardano più, ancorché in forma blanda e gradualista, a una prospettiva socialista (o anche puramente “laburista”); bensì all’adeguamento della società nel suo complesso alla globalizzazione capitalistica; le loro riforme ora sono pro business, come dicono in America.
È rimasto il nome, appunto, ma la cosa è cambiata. Si parla, infatti, di riforme, meglio se strutturali, per “far ripartire il Paese”, per migliorare la competitività, per “rassicurare i mercati” (espressione particolarmente abusata di questi tempi), effettuare ogni possibile privatizzazione, il tutto ovviamente sotto le denominazioni eufemistiche di modernizzazione, efficienza, meritocrazia, globalizzazione ecc.
È ormai divenuto senso comune che “riformisti” siano coloro che promuovono e sostengono queste politiche, come si può vedere in un recente libro di Michele Salvati dedicato alla storia d’Italia, in cui la debolezza di fondo del nostro paese è individuata, a partire dagli anni Sessanta, nella «prevalenza nelle forze di opposizione (e in buona parte della maggioranza) di culture politiche non riformistiche, risalenti alle ideologie della prima e tragica parte del Novecento, che ebbero un ruolo determinante nell’ostacolare la formulazione e l’esecuzione di politiche economiche efficaci».
Si può parlare del PSI e della sinistra DC degli anni Sessanta (glissiamo pure sul PCI) come di culture politiche “non riformistiche”, senza dichiarare guerra a intere biblioteche? Sì, si può, perché la parola riformismo ha cambiato definitivamente segno e… tanto peggio per la storia del pensiero politico!

Ballerine in treno. Una poesia di Leonardo Sciascia.

Vestono gonne lunghe, hanno sciarpe
d’arcobaleno – e si abbandonano affrante,
allungano le gambe sui sedili.
Lamentano il conto dell’albergo,
l’affanno della partenza, il sonno
reciso all’alba.
I loro nomi – Monica, Marisa –
hanno la triste luce delle perle
che le ragazze comprano alle fiere.
Povere, loquaci rondini che migrano
da un deserto a un deserto,
rondini stanche senza primavera.

Chiudono gli occhi; un freddo
velo di sonno segna i loro volti,
un’infanzia di pena affiora: bianca,
appena viva del respiro
sull’iride squillante delle sciarpe.

Da La Sicilia, il suo cuore

4.1.12

La morte negli occhi. L'ultimo amore di Cesare Pavese (Lorenzo Mondo)

Dalla bella biografia di Lorenzo Mondo, Quell'antico ragazzo. Vita di Cesare Pavese (Rizzoli, 2006) riprendo una paginetta molto intensa, ben costruita e ben scritta. Racconta l’amore che ispirò Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, le altre 7 poesie italiane e le 2 inglesi composte nei primi mesi del 1950. Pavese morirà nell'agosto di quell'anno, suicida in una camera d’albergo. (S.L.L.)
Nel Capodanno del 1950, tra i tanti personaggi veri e fittizi che rendono convulsa la vita di Pavese, fa la sua apparizione Constance Dowling. Conosce lei e la sorella Doris nella casa romana di Giovanni Rubino e della moglie Alda Grimaldi. Alda, chiamata familiarmente Dada, si è diplomata al Centro sperimentale di cinematografia e ha lavorato con Luchino Visconti ai dialoghi del film Ossessione. Ha esperienza di montaggio e doppiaggio e spera di fare strada nel cinema. Il marito, ex partigiano, è medico del lavoro. Sono amici torinesi di Cesare che, nonostante la conoscenza recente, manifesta con loro una certa assiduità. Tanto da infilarsi talvolta nella Topolino di Giovanni per accompagnarlo alle visite di controllo degli operai Fiat che si trovano a casa in malattia.
Le due attrici americane, ospiti di riguardo in quel Capodanno, vivono da qualche anno a Roma, cercano il successo nella capitale del Neorealismo cinematografico. Uguali le ambizioni, diverso il loro profilo artistico. In patria, la fortuna è stata avara con Constance. Ha avuto qualche parte in musical non memorabili, si ricorda appena la sua comparsa in Così vinsi la guerra accanto a Danny Kaye. L'avvenenza, usata spregiudicatamente, non basta a compensare una recitazione rigida, impacciata. Deve la notorietà nell'ambiente hollywoodiano alla passione infuocata che l'avvinse, per un decennio, a Elia Kazan, attore e poi regista di grande talento. «Come animali nella stagione della caccia o come due criminali tallonati dalla polizia» , fanno l'amore dovunque si presenti l'occasione e la smania, nei camerini di teatro, in una stradina fra i grattacieli, sul tetto di casa, dietro i comignoli. Kazan, che si sente letteralmente posseduto da Constance, ne lascerà, ormai vecchio, un ritratto grondante di erotismo: «Io la vedo ancora dritta davanti a me, i suoi piccoli seni solidi, le gambe perfette, il ventre tondo e sensuale come quello delle donne rappresentate nelle pitture del Rinascimento italiano. E vedo il suo cespuglio segreto e profumato. Amo i suoi occhi quando la bacio. Il mio piacere è guardarla quando la possiedo». E' tra le braccia di questa donna voluttuosa e svezzata che Pavese si prepara a gettare la sua vita.
La sorella di Constance, Doris, ha interpretato film importanti (Giorni perduti di Billy Wilder, La dalia azzurra di George Marshall) e in Italia ha appena ricoperto un ruolo di spicco in Riso amaro di Giuseppe De Santis, insieme a Vittorio Gassman, Silvana Mangano, Raf Vallone con il quale intrattiene una relazione. Continua invece a mostrarsi piuttosto incolore anche in Italia la carriera di Constance.
Pavese non sembra, sulle prime, essere particolarmente impressionato dalla conoscenza delle due sorelle. Proprio quel 1° gennaio affida al diario il ricordo dell'inverno «stupendo» del '45-'46, del breve ma intenso legame con Bianca («sotto il sereno frizzante le bacche di Leucò»). Soltanto a Torino, ripensando alla loro bellezza e disinvoltura mondana, forse alla loro seduttiva civetteria, si chiede se non abbia «perduto una grande occasione di fare sciocchezze». L'occasione si ripresenta, con la sola Connie, e prende un tono diverso, ben lontano da una semplice avventura, da un fugace appagamento, come converrebbe al corteggiatore intraprendente che Pavese finge di essere e non è. Ai primi di marzo, Doris scrive ai Rubino che la sorella è esaurita dal troppo lavoro, ha bisogno di una vacanza. Gli amici le propongono di mandarla a Torino, la porteranno in montagna, a Cervinia. E per trovarle compagnia telefonano a Cesare, «che sa l'inglese». Capelli castano chiari, occhi luminosi e franchi, carnagione dorata, Cesare non tarda a scoprirsene innamorato. Fa pace con la detestata montagna, contemplando prima dell'alba la «stella diana, larga e stillante sulle montagne di neve». Ma non riesce a vincere «l'orgasmo, il batticuore, l'insonnia», mentre si prepara a compiere, incoraggiato da lei, il «passo terribile». Lo assilla il timore dell'impotenza, e nello stesso tempo si chiede se non stia «scambiando per valori umani dei semplici condimenti di distinzione, glamour, avventura, haut monde»; se non agisca in lui anche questo inopinato, e tutto umano, ritrovamento dell'America. Eppure, superate le difese psicologiche, il «passo» viene compiuto, a Cervinia e a Torino, lasciando un Pavese estasiato dall'«incredibile dolcezza» di Connie.
Ma il 17 Constance è già tornata a Roma. Cesare le scrive, confessa di amarla con il tremore e la dedizione di un ragazzo, promette di lavorare per lei. In effetti, due giorni dopo, le manda un soggetto cinematografico, Le due sorelle, che dovrebbe essere adatto anche per Doris. E' solo un abbozzo, ma non dubita di fare meglio impadronendosi della «sintassi cinematografica» di cui non ha esperienza. Le due sorelle è una storia che risente fortemente del cinema neorealista allora in voga, di cui ripete figure e situazioni esemplari. Un malavitoso è amato da una ragazza che, incapace di redimerlo, lo abbandona. E per proteggere la sorella che si è infatuata di lui, lo denuncia ai carabinieri che lo abbattono durante un tentativo di fuga. Constance e Doris si illudono di imboccare, con l'appoggio di uno scrittore affermato, la strada maestra del cinema italiano. Le attese sono spropositate. Pensano di coinvolgere Maurice Chevalier, Jean Gabin e, come regista, Vittorio De Sica.
Connie da Roma tace, non risponde alle sue lettere. Cesare immagina perfino che la situazione internazionale, insieme al turbolento scenario italiano che registra scontri tra poliziotti e dimostranti, possa contribuire a staccarla, a farla tornare oltre Oceano. Come in altri momenti di depressione rispunta l'idea del suicidio: «Non ci si uccide per amore di una donna. Ci si uccide perché un amore, qualunque amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, inermità, nulla». Connie si fa viva solo per dirgli, con degnazione, che non può vederlo subito. Ad aprile, Cesare si lascia intravedere a Roma, nella hall dell'albergo dove lei alloggia, mentre esita a lungo, per ore, prima di chiamarla. E' un pomeriggio e, in quell'attesa ansiosa, scrive la poesia T'was only a flirt (che porta la data dell'11 aprile). Ci sarà anche una cena a due, avvolta dalla tristezza per la partenza imminente di Connie per New York…

Billy Wilder (da Crowe e Razzini)

Nel 2002 Adelphi pubblicò le Conversazioni con Billy Wilder dello sceneggiatore-regista Cameron Crowe, che del grande regista tedesco-americano era ammiratore e si sentiva discepolo e amico. E' un libro che non ho comprato e non ho letto, chissà perché, e che leggerei volentieri, anche per il mio amore ardente per il cinema di Wilder.
Ho trovato un ritaglio da "Alias" con l'articolo di Vieri Razzini che lo recensisce, ma mancano le indicazioni di numero e data: l'annata dovrebbe essere, ovviamente, il 2002.
Ne trascrivo alcuni stralci - in genere citazioni dal libro - in cui trova risalto la grande personalità (e la grande moralità) del regista di Viale del tramonto, di  A qualcuno piace caldo, del capolavoro sconosciuto Uno due tre e di molto altro ancora. (S.L.L.)
Billy Wilder durante la lavorazione di "Uno due tre"
Di esempi del carattere di Wilder - di cui troviamo tracce consistenti nei suoi personaggi, soprattutto di commedia - il libro è gremito.
Balzano agli occhi la sua semplicità, il rifiuto istintivo di considerarsi un genio (proprio come Ford e Hawks, Renoir, Rossellini). "Io non faccio cinema, faccio film", dice. Oppure, da artigiano: "Sì, quella era una battuta divertente, e risolveva un sacco di problemi narrativi in tre parole".
Inquadrature ricercate, "a effetto", ne conta due in tutta la carriera, in Viale del Tramonto il cadavere del protagonista che galleggia sulla piscina ripreso da sott'acqua, e la caduta di Kirk Douglas nell'Asso della manica ripresa all'altezza del suolo, in modo da farne balzare il volto in primo piano...
Sono diversi i film che  considera non riusciti, e ne spiega le ragioni pratiche senza servirsene da alibi. "Baciami, stupido! - dice ruvidamente - sarebbe venuto male anche con Peter Sellers al posto di quell'attore". Crowe: "Crede che i suoi film le appartengano, anche se di fatto sono di proprietà degli studios?". Wilder: "Sì, in un certo senso sono miei. Quelli brutti no, naturalmente"...
Risuonano i nomi degli attori prediletti, William Holden, Lemmon e Mathau, Marilyn ("talento allo stato puro... non faceva mai quello che ti aspettavi, e aveva sempre ragione"), Audrey Hepburn ("Pensare che credeva di non avere alcun talento"), e più di una volta il nome dell'attore ideale che gli è sempre sfuggito, Cary Grant...
Scrive Crowe nelle ultime pagine: "Mi fa una domanda che mi ha già fatto altre volte: Ce l'ha un finale?. E prima che io possa rispondere, aggiunge, con una traccia di stupore nella voce: Il finale perfetto sarebbe che io morissi. Non era una battuta macabra. Era solo l'opinione di un professionista: un grande narratore di storie, un devoto della logica e della concisione, che si preoccupava del nostro finale. In modo quanto mai pratico Billy Wilder ha proposto la sua morte come soluzione di un problema narrativo". 

Proibizionismi. Tra Etta Miller e Al Capone (di Daniele Barbieri)

Su “Carta” settimanale Daniele Barbieri curava una rubrica di rievocazioni dal titolo Date datate, recuperando dal passato eventi e temi che, mutatis mutandis, si rivelavano di scottante attualità. Quella che segue è tratta dal n.1 del 2005. Mi pare di un qualche interesse anche oggi. (S.L.L.)
Un detenuto su tre è in carcere per “spaccio”. Non si sta parlando dell’Italia 2004, ma degli Stati Uniti del 1930, cioè nel pieno del proibizionismo alcolico, il più lungo e fallimentare tentativo del genere.
E’ alla fine del 1919 che gli Usa approvano il diciottesimo emendamento alla Costituzione che vieta di fabbricare e vendere alcool. Dal gennaio 1920 - e per ben quattordici anni – la legge Volstead punisce produzione, importazione, trasporto e ovviamente vendita di vini, liquori e simili. Nella memoria collettiva quel lungo periodo rimanda alle immagini di gangster che si arricchiscono con i traffici illegali e di una corruzione alle stelle. Ma vi furono anche gravi conseguenze sanitarie, con migliaia di morti per alcool adulterato (si beveva di tutto, nessuno controllava).
La repressione contro gli alcolisti recidivi fu durissima. Il Michigan decise che, dopo la quarta infrazione, scattava l’ergastolo. La prima condanna a vita non colpì però qualche Al capone me Etta Miller, madre di dieci figli, recidiva nel possesso di una bottiglia di gin. Negli Usa di quegli anni dominava un fanatismo religioso e militarista non molto dissimile dall’attuale. Nel 1919 il presidente Woodrow Wilson aveva di nuovo esortato gli statunitensi a una “Crociata per la purezza”. Il terrore del socialismo, la repressione contro il movimento sindacale, il mai scomparso razzismo e un nuovo patriottismo toccano punte mai raggiunte.
Come ricordava Giancarlo Arnao in Proibito capire (Ega,1990) il fallimento del Volstead Act fu palese: non solo l’alcool circolava ovunque ma, come si legge nel 1931 in un rapporto con la commissione d’inchiesta voluta dal presidente Herbert Hoover, “molte persone che rispettano abitualmente la legge sono indotte a un atteggiamento ostile verso le istituzioni dal sentimento che la repressione e l’interferenza nella condotta privata sono arrivate troppo in là”.
Alle successive elezioni nessun candidato si dichiara contro il proibizionismo: ma la crisi economica culminata nel venerdì nero del 1929 sta convincendo i singoli stati che ri-legalizzare e dunque tassare  gli alcolici sarebbe un buon affare.

Benevento, agosto 1878. Il processo agli anarchici

Nella sua Storia degli anarchici italiani Pier Carlo Masini, per raccontare il processo che seguì la fallita insurrezione anarchica nel Matese, svoltosi a Benevento, utilizza ampiamente la cronaca del "Corriere del Mattino" di Napoli, scritta da un corrispondente benevantano che lo storico identifica in Pasquale Martignetti, che fu amico e traduttore di Engels. Della cronaca riprendo qui due passaggi, cui aggiungo un brano dell'autodifesa di Carlo Cafiero, anch'esso ricavato dal prezioso libro di Masini, che ha come fonte il giornale "Roma capitale". (S.L.L.)
Per la via
Il dì quattordici grande calca era nelle vie, grande apparato di forze per tutta la città: lo spazio che è dal carcere alle Assise era assiepato da una truppa di linea. Alle 9 gli imputati, con le manette ai polsi, sfilano sulla piazza, circondati da quaranta carabinieri, baionetta in canna. Son tutti vestiti con decenza, qualcuno con eleganza; hanno l'aria di chi vada a far festa e sorridono a manca e a destra, dovunque incontrino uno sguardo che li cerchi amichevole, dovunque trovino una facciacommossa di donna o di fanciulla...

Chi sono
Sono ventisei gli imputati, molti giovanissimi, parecchi operai: tutti con precedenti di vita onesta, qualcuno interessantissimo per varietà di casi, per costanza della sua fede, per virtù grande di abnegazione e di coraggio...
Carlo Cafiero ha appena trent'anni. E' alto e ben disposto della persona, bello del volto, con modo elegante e attraente; parla benissimo anche l'inglese, il francese e il russo.
Errico Malatesta è un giovane di 24 anni, piccino, bruno, con due occhi nerissimi, pieni di fuoco: tutto energia, tutto intelligenza, è anch'esso, come il Cafiero, un carattere.

Parla Cafiero
Ho bisogno di darvi una spiegazione: non è l'aver sparso il sangue dei carabinieri che ci fa onta; ma l'accusa d'averlo fatto per lascivia di sangue. Se noi avessimo uccisa un'intera legione  di carbinieri in combattimento, noi non ce ne sentiremmo offesi: ma quando si dice che abbiamo ucciso pur una mosca per lascivia di sangue, la nostra coscienza si ribella a questa accusa. 

3.1.12

Francis Scott Fitzgerald. Il ritorno del grande Gatsby (di Luca Briasco)

Dal 1° gennaio 2011, trascorsi i prescritti settant'anni dalla sua morte, le opere di Francis Scott Fitzgerald - insieme a Hemingway e Faulkner, maestro indiscusso della narrativa americana della prima metà del '900 - non sono più vincolate dai diritti d'autore, e possono pertanto essere pubblicate liberamente. Nel giro di un mese, l'opus neanche troppo imponente di Fitzgerald (in tutto cinque romanzi, di cui uno pubblicato postumo e incompiuto, un consistente numero di racconti e un pugno di saggi) è stato sottoposto a un vero e proprio assalto. E non stupisce che, in assoluto, il libro più «sfruttato» sia stato quello che molti considerano il capolavoro assoluto di Fitzgerald, il punto di miracoloso equilibrio tra i primi due romanzi, ancora tradizionali nella forma e immaturi nello stile, e il romanticismo affascinante, coraggioso e slabbrato dei lavori successivi.
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Le versioni e le riproposte
Parlo, naturalmente, del Grande Gatsby. Che dopo essersi insediato stabilmente nell'immaginario collettivo attraverso l'unica, «storica» traduzione di Fernanda Pivano, è ora disponibile in cinque diverse versioni: quella pubblicata da Feltrinelli e affidata a Franca Cavagnoli, scrittrice, saggista e traduttrice di classici contemporanei, da Toni Morrison a Coetzee; quella di Minimum fax, curata da un'americanista di grande qualità e rigore come Sara Antonelli, e tradotta da Tommaso Pincio, scrittore e profondo conoscitore del canone statunitense; quella di Marsilio, un testo a fronte curato con grande competenza da Gianfranca Balestra e tradotto da Roberto Serrai, che ha firmato alcuni dei maggiori successi Adelphi; e i due tascabili di Newton Compton e di Dalai editore, affidati rispettivamente a Bruno Armando e Alessio Cupardo. Né la messe di proposte fitzgeraldiane si ferma qui: Minimum fax ha in programma la pubblicazione dell'intera opera, sempre con la curatela di Sara Antonelli e con traduzioni di alcuni tra i migliori scrittori italiani, e al Gatsby di Pincio ha già affiancato i Racconti dell'età del jazz, affidati a Giuseppe Culicchia; Newton Compton, con la rapidità e il tempismo che ne caratterizzano ormai da anni il lavoro editoriale, ha pubblicato un'altra edizione dei Racconti dell'età del jazz e una di Tenera è la notte, anch'esse firmate da Bruno Armando, oltre a riproporre il secondo romanzo di Fitzgerald, Belli e dannati, già presente nel suo catalogo, nell'autorevole versione di Pier Francesco Paolini; Dalai editore, oltre al Gatsby, propone, sempre nei suoi «classici tascabili», anche Tenera è la notte, tradotto anch'esso da Alessio Cupardo.
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Ragioni di un mito
Non è infrequente né insolito che le opere di un grande scrittore, non appena cessano di essere protette dal diritto d'autore, vengano riproposte da più editori, quasi sempre in nuove versioni «firmate» che contribuiscono a rinfrescarne l'impatto e ad accrescere l'interesse della rilettura; non è però altrettanto frequente che, nel giro di un mese solo, il lettore possa scegliere tra cinque diverse traduzioni dello stesso romanzo, oltre che tra due diverse versioni di altre opere. È legittimo domandarsi se questo cumulo di edizioni, che spaziano dal testo a fronte alla versione d'autore, al tascabile più o meno curato, sia l'ennesima follia di un mercato editoriale fortemente inflattivo, che riversa nelle librerie molti più titoli di quanti i lettori siano in grado di assorbire, o se abbia a che fare con uno status specifico dell'autore interessato, in una sua capacità di parlare a un pubblico vasto e trasversale, e di durare nel tempo. Legittimo farlo, e anche urgente, se si pensa, a mero titolo di esempio, che a partire dal 1° gennaio del 2012 saranno fuori diritti e quindi pubblicabili ad libitum titoli fondamentali del canone letterario novecentesco come L'armata a cavallo, di Isaak Babel, o come l'Ulisse di James Joyce.
La verità, forse, sta nel mezzo: potremo attenderci magari tre, quattro diverse versioni dell'Ulisse o del capolavoro di Babel, ma è improbabile che intorno a questi due mostri sacri si scateni la bagarre davvero insolita che ha circondato Il grande Gatsby. Una bagarre certamente incoraggiata dalle voci su una terza versione cinematografica, affidata a Baz Luhrmann, con Di Caprio nel ruolo che fu prima di Alan Ladd, poi di Robert Redford, ma la cui ragion d'essere prescinde da qualunque considerazione contingente e ha a che fare con lo status di un romanzo che come pochi altri ha saputo coniugare il magistero stilistico e la complessità strutturale delle grandi opere moderniste con la capacità di parlare alla pancia del lettore, di assecondarne e orientarne il sentire, tipica della grande letteratura popolare.
Le tante ragioni che fanno del Grande Gatsby un'opera ascesa alla dimensione del mito letterario sono ben elencate e analizzate nelle due introduzioni critiche di Sara Antonelli e di Gianfranca Balestra, che ricostruiscono la genesi del romanzo, ne esaminano le caratteristiche portanti, ne studiano la ricezione e la fortuna critica. Fu lo stesso Fitzgerald, con una consapevolezza che ha pochi uguali anche nel contesto del modernismo, a enunciare la fertile contraddizione che intendeva perseguire con il suo romanzo, quando nel 1922, tre anni prima della effettiva pubblicazione di Gatsby, mandò queste righe al suo editor Maxwell Perkins: «Voglio scrivere qualcosa di nuovo - qualcosa di straordinario, di bello e semplice e dalla struttura intricata».
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Una scrittura mobilissima
Semplicità e complessità: è nella miracolosa coesistenza di questi due opposti che consiste, prima di tutto, la magia del Grande Gatsby, la misteriosa potenza che alienò a Fitzgerald una parte significativa dei lettori che avevano ammirato i suoi primi due romanzi (dove la semplicità, a perenne rischio di semplicismo, la faceva da padrona). Una coesistenza di opposti che non si cancellano ma si corroborano a vicenda: la storia, semplice, quasi banale, venata di romanticismo, è calata in una struttura ellittica, costruita per sottrazione, e veicolata da una scrittura mobile ed elegante, capace di trascorrere nel giro di poche righe dal più frivolo e mimetico dei dialoghi all'aforisma secco e memorabile; dalla descrizione metonimica di un luogo o di un assembramento a furibonde accensioni espressioniste.
Storia di passione e di adulterio; affresco spietato di una società attraversata da razzismi e diseguaglianze; gangster story a tinte gialle; riscrittura del mito americano del successo, carica di elementi critici; Il grande Gatsby è naturalmente tutto questo, e molto altro ancora. Sul piano dell'evoluzione del romanzo, insieme a Cuore di tenebra di Conrad e ai romanzi di James (ma anche al Melville di Benito Cereno), sancisce il definitivo spostamento da una narrazione piena, lineare, tutta esposta, incentrata sulla prospettiva dell'eroe o comunque del personaggio centrale, a un racconto mediato e reticente, affidato al punto di vista inevitabilmente circoscritto e non sempre credibile di un narratore-testimone. Merito specifico di Fitzgerald è utilizzare il nuovo modello narrativo e l'instabilità epistemologica che esso suggerisce per aggredire il mito stesso dell'America, raccontandone la fascinazione e l'orrore, l'inevitabilità e il fallimento. E di scrivere così, al contempo, il più romantico e antiromantico dei romanzi.
Non stupisce, allora, l'impatto davvero impressionante che la lettura del romanzo ha avuto prima di tutto tra i colleghi scrittori: da T.S. Eliot, che in una lettera entusiastica all'autore lo definì «il primo passo in avanti fatto dalla narrativa americana dai tempi di Henry James», a Ernest Hemingway, che aveva accomunato in un giudizio impietoso i primi due romanzi di Fitzgerald ma restò folgorato dal Grande Gatsby, riconoscendovi un punto di svolta e di non ritorno nella carriera dell'amico-rivale. Ma anche a J.D. Salinger e Ralph Ellison, forse i due narratori più grandi del secondo dopoguerra, entrambi ossessionati dal Gatsby al punto che il primo lo cita espressamente nel Giovane Holden e il secondo torna ossessivamente sui temi del romanzo in molti saggi e narrazioni.
Alla sfida di un libro tanto semplice e insieme complesso, i cinque traduttori hanno risposto in modi diversi, legati tanto alla sensibilità individuale quanto, forse, alla collocazione editoriale e alla destinazione d'uso del libro. Roberto Serrai accetta il corpo a corpo inevitabile in un testo a fronte e approda a una resa fedele senza perdere nulla del ritmo incantatorio del romanzo. Tommaso Pincio sembra voler riprodurre la dimensione vagamente démodé del romanzo, la patina che il tempo ha depositato su molte sue pagine, per dimostrarne a maggior ragione l'universalità, la capacità di trascendere il contesto nel quale è stato concepito (leggo in questa chiave, per esempio, la decisione di tradurre l'epiteto «old sport», che Jay Gatsby rivolge a quasi tutti i suoi interlocutori maschili, non con il più ovvio «vecchio mio», ma con un insolito e curioso «vecchia lenza»). Franca Cavagnoli alterna soluzioni illuminanti ad altre più faticose, nella perenne ricerca di un registro alto e di un'adesione alle continue oscillazioni del testo. Di servizio, infine, e non lo dico in un'accezione negativa, le traduzioni di Bruno Armando e di Alessio Cupardo, che privilegiano la scorrevolezza della resa e non esitano, in alcuni casi, a sacrificare la fedeltà ritmica e semantica al testo originale.
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A ciascuno la sua illuminazione
A prescindere dalle diverse scelte adottate, ciascuna delle cinque traduzioni riproduce in modo corretto il senso del romanzo e si sforza di perseguire una compattezza e una continuità nella resa stilistica: caratteristiche, queste, non sempre presenti nella traduzione «storica» di Fernanda Pivano, piatta in alcuni passaggi, irrisolta in altri, inevitabilmente invecchiata. Si tratta di una considerazione doverosa, che nulla toglie alla straordinaria opera di diffusione della cultura americana che Pivano ha saputo svolgere per decenni come divulgatrice, come saggista e, spesso, come traduttrice. Anche nel caso di Gatsby, il lavoro di Fernanda Pivano continuerà a lungo a costituire un punto di riferimento: è nella sua versione che questo romanzo straordinario è penetrato nella cultura italiana, creandosi uno spazio sempre più ampio e ricco con il succedersi delle generazioni. Credo tuttavia che sia giunto il momento, e non soltanto per Fitzgerald, ma anche, forse, per gli autori ancora «vincolati» (come Faulkner, letteralmente rigenerato dalle nuove versioni Adelphi, curate da Mario Materassi), di «riscoprire» e «rinfrescare» il nostro canone americano, attraverso traduzioni che, inevitabilmente, siano anche riletture, occasioni per riprendere in mano autori che già ci appartengono, e per riappropriarcene. Si tratta di un processo soggettivo, nel quale ciascuno può approdare alle sue piccole illuminazioni.
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Un esempio dall'ultima pagina
Mentre passavo da una all'altra delle cinque traduzioni, a me è accaduto con l'ultima pagina del Grande Gatsby, in cui, subito prima di ripartire per l'ovest, Nick Carraway, il narratore, si reca sulla spiaggia davanti alla villa di Gatsby, e vede lentamente svanire le case sul lato opposto della baia. Ecco come questo straordinario passaggio viene rivitalizzato dalla superba traduzione di Roberto Serrai: «E come la luna salì più in alto, le case cominciarono a perdere sostanza e a confondersi col resto, finché lentamente vidi la vecchia isola che un tempo fiorì agli sguardi dei marinai olandesi - il fresco, verde seno del nuovo mondo. I suoi alberi adesso svaniti, gli alberi che avevano fatto spazio alla casa di Gatsby, una volta avevano assecondato con un sussurro l'ultimo e il più grande di tutti i sogni umani; per un transitorio, incantato momento l'uomo deve aver trattenuto il respiro al cospetto di questo continente, mosso a una contemplazione estetica che non capiva né desiderava, faccia a faccia per l'ultima volta con qualcosa di commisurato alla sua capacità di meraviglia.» Un piccolo miracolo, fra i tanti che, nelle duecento pagine scarse del Gatsby moltiplicate per le sue cinque, nuove traduzioni, ogni lettore potrà avere la gioia di scovare.

“il manifesto”, 5 febbraio 2011

La fama (di Albert Einstein)

Con la fama divento sempre più stupido, un fenomeno molto comune d'altronde. C'è una tale sproporzione tra quello che uno è e quello che gli altri pensano che egli sia, o almeno quello che dicono di pensare che sia! Ma bisogna prendere tutto con buonumore.


Da Albert Einstein Il lato umano, Einaudi, 1980

Paradossi cinesi. Concubine e vergini.

Marina Warner è una scrittrice inglese (di madre italiana) che ha al suo attivo romanzi di successo e saggi di critica d’arte, ma ha esordito con una biografia storica dedicata a Tz’u-Hsi, l’ultima imperatrice cinese, molto accurata nella documentazione e ben scritta ed ha proseguito con una sorta di processo a Giovanna d’Arco, figura ricca e polivalente per un approccio femminile e femminista. Il brano che qui riprendo è tratto dal primo di questi due libri di storia, scritto nel 1972 e tradotto in italiano nel 1975 ed allude a vicende paradossali. (S.L.L.)
Pechino. I bastioni e le mura della Città proibita
Era possibile diventare una concubina e non vedere mai l’imperatore; inoltre essere una concubina a volte non significava niente di più che essere assegnata al servizio dell’Imperatrice Madre, che diventare cioè una serva a tutti gli effetti, mantenendo un rango superiore. Molte famiglie manciù non vedevano di buon occhio la partenza delle figlie. Fuori dalla Città Proibita una ragazza manciù poteva fare un matrimonio prospero e felice: dentro le mura che racchiudevano la dimora del Figlio del Cielo c’era la possibilità che rimanesse vergine per tutta la vita. Quando l’imperatore moriva le mogli non potevano né risposarsi né ritornare alle loro famiglie. Nei cupi recessi della Città Proibita vivevano generazioni di concubine imperiali la cui vita non differiva da quella delle monache. Nel 1924, quando la corte venne cacciata da palazzo, fu scoperta l’esistenza di tre vecchie signore che erano state mogli secondarie di un imperatore e che vivevano da anni dimenticate, in completa reclusione.

Carceri. Dallo stato sociale allo stato penale (di Livio Pepino)

La questione carceraria continua ad essere al centro dell’attenzione, drammaticamente: l'anno nuovo è inaugurato da nuovi suicidi nelle prigioni italiane. L’articolo che segue da “il manifesto” del 7 settembre 2011 è di Livio Pepino, un magistrato di “Magistratura democratica”. Pur vecchio di qualche mese ha il merito di affrontare la questione dal verso giusto. (S.L.L.)

Chiamato, opportunamente, in causa, rispondo. Ha ragione Michele Passione ("Altre 70.000 buone ragioni", il manifesto, 7 luglio), e con lui l'Unione delle Camere penali: ci sono moltissime ragioni per chiedere un cambiamento - un profondo cambiamento - delle politiche carcerarie del nostro Paese.
Il carcere è in crescita esponenziale. In venti anni le presenze sono più che raddoppiate: erano 25.804 il 31 dicembre 1990 e 67.961 alla stessa data del 2010 (il che corrisponde a circa 90.000 ingressi nell'anno). La capienza regolamentare dei nostri istituti è di 41.500 e, dunque, il sovraffollamento è di oltre un terzo. In molte carceri i detenuti stanno chiusi per oltre 20 ore in celle di tre metri per tre nelle quali occorre stare in piedi o seduti a turno. La Corte europea dei diritti dell'uomo ha condannato l'Italia per il trattamento riservato a un detenuto costretto a vivere in uno spazio «inferiore alla superficie minima stimata auspicabile dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura». Alcuni magistrati di sorveglianza hanno (vanamente) ordinato alla amministrazione di rimuovere analoghe situazioni in diversi istituti. È di pochi giorni fa il ventiseiesimo suicidio del 2011 in un carcere della Repubblica (dopo il triste primato raggiunto l'anno precedente).
In questa situazione sono necessari interventi urgenti: anche un'amnistia o un indulto, come chiedono Pannella e pochi altri. A una condizione: non illudersi che si tratti di soluzioni risolutive.
Se si vuole davvero cambiare occorre capire perché si è arrivati a questa emergenza e formulare proposte coerenti. È un terreno su cui sarebbe opportuna una iniziativa politica congiunta di avvocati e magistrati (quantomeno della Unione Camere penali e di Magistratura democratica). Per favorirla provo a dare qualche contributo.
La crescita del carcere non dipende dall'aumento della criminalità. Secondo le rilevazioni del Ministero dell'Interno e dell'Istat la curva dei reati è stazionaria o addirittura in calo (con picchi verso l'alto solo nel 1991 e nel 1996). Ciò significa che le ragioni del boom della penalità e del carcere stanno altrove: nel passaggio dallo Stato sociale allo Stato penale, caratteristica della fase non solo in Italia, sull'onda del pensiero unico che ha ridisegnato i rapporti sociali. Il postulato di questa impostazione è che la garanzia dei diritti e della sicurezza degli inclusi passa necessariamente attraverso la neutralizzazione dei non meritevoli e dei marginali (i "nuovi barbari" da cui la società contemporanea deve difendersi con ogni mezzo). In questa visione, occorre respingere al di fuori o, se ciò non è possibile, rinchiudere, il disordine e chi lo esprime (migranti, tossicodipendenti, poveri: cioè le categorie di soggetti che riempiono gli istituti di pena). Per raggiungere questo risultato l'intervento legislativo degli ultimi anni si è sviluppato lungo alcune direttrici fondamentali: governare i flussi migratori con il diritto penale, affrontare il fenomeno dell'uso di stupefacenti con interventi (prevalentemente) repressivi, aumentare le pene e diminuire le misure alternative per i recidivi, limitare la discrezionalità dei giudici (accusati di buonismo ogni volta in cui non si allineano ai desiderata della maggioranza).
Se è esatta l'analisi, i rimedi sono conseguenti. L'emergenza carceraria si affronta - senza danni per il senso di sicurezza dei cittadini (che viene, paradossalmente, messo in crisi proprio da chi semina illusioni di stampo repressivo) - governando i fenomeni migratori sul piano sociale, spostando la disciplina degli stupefacenti dal diritto penale alle misure di tutela della salute, attribuendo ai giudici l'apprezzamento della diversità delle situazioni (senza vincoli prestabiliti e automatismi impropri). Solo così, cercando "qualcosa di meglio" dell'attuale sistema penale si potrà diminuire il ricorso al carcere e dare risposte serie (e non demagogiche) alle richieste di sicurezza della società. Certo, è più facile costruire fortune elettorali sull'invocazione di pene esemplari (per i briganti, non certo per i colletti bianchi). Ma è proprio per contrastare questa tendenza che i giuristi dovrebbero ritrovare la voce!

2.1.12

Jacquot e il Campionissimo: l'iniziazione di Anquetil (Oreste del Buono)

Un articolo di Oreste Del Buono, giornalista brillante, letterato consapevole, attentissimo a tutte le forme della cultura di massa dallo spettacolo sportivo al fumetto, pubblicato su “L’Europeo” settimanale n.40 del 1967 e ripubblicato da “L’Europeo” bimestrale n.1 del gennaio 2004, racconta di Jacques Anquetil. L’eroe antipatico del ciclismo degli anni Cinquanta e Sessanta, fu ammiratore ed emulo di Fausto Coppi, al punto di cercarne una sorta di investitura e di imitarne perfino le controverse storie d’amore. Ebbe anche lui, una sorta di “dama bianca” Janine, moglie del suo medico di fiducia… (S.L.L.)
Le memorie di Anquetil battono le memorie di De Gaulle, oltre che per il numero delle vittorie riportate, per l’assoluta coscienza della propria grandezza. Eppure apparentemente non avrebbe il fisico del ruolo...
Ha cominciato a correre nel ’50, su proposta di un amico. La prima bicicletta l’aveva avuta a quattro anni. La seconda il giorno della prima comunione. Era una vera bicicletta da uomo, ma, a forza di usarla tra Quincampoix e Sotteville, il villaggio dove andava a lavorare da tornitore, l’aveva ridotta a un catenaccio. Proprio perché ammirava il modo con cui se la cavava su quel catenaccio, l’amico Dieulois, operaio come lui, ma appassionato dilettante di ciclismo, gli propose di prendere la cosa un po’ più sul serio. Il catenaccio fu sostituito da una bicicletta da corsa, Anquetil firmò una licenza da dilettante, e si tracciò lui stesso il programma: partecipare a tre corse importanti e vincerle, altrimenti tanto valeva rinunciare alla nuova carriera.
Scelse le tre prove del “Maillot des jeunes”. Durante la prima, scoprì che non gli piaceva stare in mezzo al gruppo, ma lo scoprì troppo vicino al traguardo, e vinse di appena qualche centinaio di metri. Forte della scoperta, alla seconda prova inflisse al più immediato inseguitore 1’45”. La terza prova era a cronometro, con la promiscuità felicemente scongiurata fin dalla pedalata iniziale. Partì per ultimo, favorito dalle due prove precedenti: Dieulois era partito penultimo con il rituale vantaggio di quattro minuti. Anquetil fece presto a recuperarlo, poi, però, per qualche chilometro esitò a superare l’amico per non umiliarlo. Uno dei rarissimi rispetti umani della sua carriera, a ogni modo il tempo incalzava, dovette passare avanti, non guardò più altro, aveva fretta. Tanta fretta che decise di non fermarsi più di due stagioni tra i dilettanti. Nel 1953 era già professionista.
Di rispetti umani, certo, Anquetil non ne ha confessati molti nella sua lunga, straordinaria carriera. Oltre l’esitazione di quel giorno per l’amico della giovinezza, di sicuro c’è solo l’ammirazione per Coppi. Coppi era il Campionissimo, celebre in terra francese quanto in terra italiana. Il neoprofessionista Anquetil, famelico di successi, doveva affrontarlo al trofeo Baracchi. Ma volle conoscerlo a casa prima che in gara. Andò a trovarlo a Novi Ligure. Tutto quello che riguardava il Campionissimo gli apparve significativo e bellissimo: la casa, la più grande di Novi Ligure, l’ospitalità, la più gentile, i consigli, i più utili. E questo, anche se ovviamente Anquetil non ebbe l’opportunità di far confronti con altre case di Novi Ligure, anche se Coppi non gli offrì neppure un bicchier d’acqua, anche se i consigli non furono poi seguiti: quell’incontro costituì, a ogni modo, almeno per il francese una specie di investitura…

Termignon. Un monumento contro la guerra (di Enrico Peyretti)

Enrico Peyretti, presidente della Fuci (l'associazione degli universitari cattolici) durante il papato di Giovanni XXIII, fu tra i più impegnati esponenti del cattolicesimo conciliare e postconciliare con la rivista mensile torinese dal lui diretta: “Il foglio”. (Non c'è alcun rapporto con l’omonimo quotidiano, se non il fatto che Giuliano Ferrara, oggi capofila degli atei devoti, a lungo residente a Torino, ha ripreso il nome per una operazione editoriale di tutt'altro segno.) Peyretti è tuttora presente nel dibattito religioso e politico delle comunità cristiane di base con un suo peculiare cristianesimo nonviolento. Il 1 novembre del 2011, qualche giorno prima della festa, un tempo dedicata alla Vittoria oggi alle Forze armate, ha diffuso – opportunamente corredata da una foto -  la noterella che segue tra il turistico e il commemorativo. Breve, semplice, intensa; tale da suggerire un viaggio. (S.L.L.)
Termignon (Alta Savoia), Il monumento ai caduti
Allego, per il 4 novembre di lutto e non di festa, la foto sul più onesto monumento che io conosca in ricordo dei morti uccisi in guerra. Si trova nel villaggio di Termignon (in Francia, Alta Savoia, valle della Haute Maurienne, dietro il passo del Moncenisio, a circa 100 km da Torino, quando il passo alpino è aperto, altrimenti per il tunnel del Fréjus, via Modane, alcuni km di più).
Il monumento è chiamato La pleureuse, la piangente.
Rappresenta una madre, vestita nel costume locale, che piange i figli uccisi dalla guerra. Non c'è la solita retorica delle armi e dell'eroismo. C'è il dolore delle madri, che rappesentano tutti. C'è forse il pentimento della patria-madre sui figli mandati a uccidere e morire, usati come armi viventi, e perduti.

Spread. Le parole come armi (di Alessandra Daniele)

Ho trovato su “Carmilla”, un sito letterario che si definisce “di opposizione” (http://www.carmillaonline.com/ ), l'articolo sulle parole come armi.
Aggiungo domande, di quelle ricorrenti anche su altri temi, che riguardano la discutibile conclusione (discutibile non è parola limitativa, indiscutibili sono i dogmi per i gonzi che ci credono).
Si possono usare le armi inventate dal nemico, le sue strategie, le sue tattiche senza diventare come il nemico?
Nello specifico: le parole che non aiutano a capire, che si piantano in testa, che non aiutano a capire, sono da usare o da distruggere da parte di chi si oppone?
A tali e consimili interrogativi io non so dare risposte nette e, pertanto, li lascio qui, a disposizione degli amici del dubbio. (S.L.L.)
Severus Spread
di Alessandra Daniele

Sotto capodanno, mentre noi cialtroni lottavamo per digerire lo zampone di neoprene, lo spumante di cebion, e i parenti di merda, su FriendFeed, per iniziativa di Leonardo, l'ultima legione lottava per salvare l'idioma italico dall'invasione dei barbari scaracchio-sassoni, sfoderando decine di corrispettivi italiani della parola spread. Che naturalmente continuerà a non essere tradotta, perché è una di quelle parole che funzionano, tipo kamikaze, o tzunami. Parole taglienti e minacciose, che si piantano in testa come schegge di metallo. Ai media servono così. Ogni prima pagina, come ogni apertura di Tg, è una granata a frammentazione, una bomba a grappolo di queste parole: racket, blitz, virus, raid, default, serial killer, burka, black bloc.
Non è esterofilia (alcune sono latine) né pigrizia, è mestiere. Titolare ''il differenziale fra i buoni del tesoro decennali italiani e quelli tedeschi è aumentato di trenta punti'' è soporifero, evoca l'immagine di grigi mezzemaniche che smanettano su calcolatrici a fosfori verdi. Yawn.
Titolare lo spread sfonda quota 500 funziona, dà l'idea di un enorme missile fallico che sfreccia in una scia di fuoco puntando verso l'Italia, per ridurla a una voragine fumante. Panico!
Spread è una parola magica, e ormai agli italiani fa più o meno l'effetto del potteriano ''Crucio'', l'incantesimo della tortura. E funziona anche meglio se associata ad altre in una formula: spread e default sono perfette in sequenza come rumori da fumetto: spread è la sciabolata mortale, default è il tonfo del cadavere. Spread in salita, rischio default non è un titolo, è una formula, e quindi non può e non deve essere tradotta, o perde il suo effetto.
Per i media (e chi li controlla) le parole sono armi. Devono colpire il bersaglio, e fare più danni possibile. L'idioma d'origine non ha nessuna importanza, la questione non è linguistica, è balistica. I termini si scelgono in base all'efficacia del suono, come i comandi usati per l'addestramento dei cani, sitz, plat, spread.
Al suono della parola spread, l'italiano medio ha finalmente azzannato il Culo Flaccido che gli stava seduto sulla faccia da un ventennio.
Al suono della parola default però, l'italiano medio ci ha consegnati a un governo di Repo-Men, di esattori re-possessori disposti, come quelli del film omonimo, a squartarci per recuperare gli organi. E milioni di lavoratori si lasceranno Marchionnare a fuoco come bestiame da soma, e/o da macello.
Quanti corrispettivi italiani ha la parola default? In questo caso sarebbe adatto “perdere per abbandono”. È imperdonabile non tradurre un termine che ha decine di possibili corrispettivi validi? Usare le parole come armi è uno degli “Incantesimi Senza Perdono”. Possiamo impararli. O perdere per abbandono.

Parenti poveri (di Mary Mc Carty)

Mary Mc Carthy
Ogniqualvolta noi bambini andavamo ad abitare per un po’ di tempo dalla nonna, ci mettevano a dormire nella stanza per cucire, un locale rettangolare, destinato esclusivamente a usi pratici, squallido e male arredato, più dispensa che camera da letto, più soffitta che dispensa; quella che, insomma, nella gerarchia delle stanze, teneva il posto del parente povero. Taramente gli altri membri della famiglia ci entravano, raramente la cameriera ci passava la scopa. Era una stanza senza pretese: la vecchia macchina per cucire, qualche sedia scartata, una lampada senza paralume, rotoli di carta da pacchi, cataste di scatole di cartone (che un giorno o l’altro, non si sa mai, potevano servire), cartine di spilli e resti di materiale vario, insieme con le coperte da stiro, adibite al nostro uso, e le nude assi del pavimento, contribuivano a dare l’impressione di una temporalità intensa  e spietata. Certe copertine bianche e leggere, del tipo che si usa negli ospedali e negli istituti di beneficenza e, alle finestre, le persiane nude, senza tendine, ci ricordavano la nostra condizione di orfani e il carattere di provvisorietà del nostro soggiorno; niente in quella stanza ci incoraggiava a considerare quella come la nostra casa.
I bambini del povero Roy, come ci definiva la scoraggiata commiserazione di tutti, non potevano permettersi illusioni, secondo il punto di vista della famiglia. Nostro padre ci aveva messo fuori dei limiti del normale, morendo all’improvviso d’influenza e portandosi via la nostra giovane madre: una defezione, questa, che veniva sottolineata con un misto di orrore e di cordoglio, quasi la mamma fosse stata una giovane segretaria con la quale il papà si era licenziosamente involato nell’irresponsabile Eden dell’aldilà. La nostra reputazione era offuscata dalla nostra sciagura.

da Mary Mc Carthy, Ricordi di una educazione cattolica, Il Saggiatore, 1972  

La poesia del lunedì. Catullo.

Maschera (da Pompei), Napoli, Museo Archeologico Nazionale
Bocca di culo

Che gli dei mi proteggano,non trovo
alcuna differenza ad annusare
lo bocca o il culo di codesto Emilio,
l’uno non è più lercio
né l’altra più pulita.
Ma forse il culo è meglio: non ha denti.
La bocca invece li ha sesquipedali
ed ha gengive a cassa di carretto.
Se poi l’apre si slabbra come fica
di mula quando piscia e sta in calore.
Ne fotte molte – dice - e si fa bello.
Ma non sarebbe assai meglio mandarlo
a tirare tra gli asini la mola?
La donna che da lui si fa toccare
non la dovremmo credere
capace di leccare il culo a un boia
malato d’emorroidi?

Postilla
E' l'espressionistico carme 97 del liber e anche un'anticipazione dalla mia traduzione catulliana che non riesce a raggiungere il termine. Vuol essere un piccolo dono personale ai visitatori abituali e occasionali di questo blog. (S.L.L.)

Telenovelas tra Europa e Sud America (S.L.L.)


I protagonisti della telenovela "Marilena"
Temo che la mia mamma soffra di una grave intossicazione televisiva da telenovelas (o simili) con dipendenza e assuefazione: non ha smarrito il senso critico, ma ha bisogno di dosi sempre più massicce di quella robaccia, cosa che potrebbe danneggiarla fortemente, influendo negativamente sull’immaginazione. E nel mese di dicembre in cui le ho fatto da damo di compagnia anch’io non mi sono potuto sottrarre ad alcune visioni.
Non segue più il serial nordamericano Beautiful. Al centro della sua attenzione sono ora due produzioni tedesche, una a pranzo su Rai Tre e un’altra a cena su Rete Quattro, ma hanno grande peso anche le telenovelas vere e proprie, quelle brasiliane trasmesse da Lady Channel su Sky, Marilena, Maria, Zingara.
La distanza di tutti questi prodotti dalla tradizionale narrativa popolare, dal romanzo d’appendice ai film “strappacuore”, da cui pure si originano, mi sembrata che cominci a farsi notevole. Un tempo i “cattivi”, di solito ricchi e potenti, prevalevano grazie ai loro intrighi e al loro cinismo, ma le vittime avevano il privilegio di essere detentori di un superiore senso d’umanità, di essere i “buoni” capaci di solidarietà, di amore per il prossimo, di onestà. Oggi non c’è più una distinzione così netta ed in una guerra spietata per il potere, per la ricchezza, per il denaro, per un successo anche modesto, anche i buoni diventano cattivi.
In verità, nel campo femminile, continua spesso ad essere presente la “Cattiva” per eccellenza, erede della tradizione che ha forse il suo vertice nella “Milady” dei Tre Moschettieri, l’assassina con il gusto e il culto del crimine, che da niente si lascia frenare dai più biechi propositi, neppure dall’istinto materno, la Belle dame sans merci di cui il grande Mario Praz tracciò un memorabile profilo nel suo libro più bello (La carne, la morte, il diavolo nella letteratura romantica); ma adesso anche le donne “normali”, né buone né cattive, sono in guerra tra loro e con molti maschi e vanno alla guerra come alla guerra, cioè senza farsi scrupoli di sorta.
C’è tuttavia una differenza importante tra i prodotti tedeschi e quelli brasiliani: nei serial europei le donne si battono per se stesse, per la propria carriera, per il proprio potere, in quelli latinoamericani prevale ancora la guerra per la conquista del “maschio”, il maschio più ricco e potente che si può. Nonostante la presidenta e tutto quello che ci trasmette l’immagine di un Brasile in grande crescita civile, è verosimile che lì, tra gli strati sociali popolari, il femminismo abbia ancora molte battaglie da combattere, più che in Europa.     

Gli antichi persiani (di Erodoto)

Quando due Persiani si incontrano per strada allora si può stabilire se sono di pari condizione: infatti in questo caso invece di salutarsi si baciano sulla bocca; se però uno dei due è appena di condizione inferiore, si baciano sulle guance; se il divario di rango è notevole allora l'inferiore si getta ai piedi dell'altro e si prosterna.
Dopo se stessi, fra tutti stimano in primo luogo i popoli insediati più vicini a loro, poi quelli subito oltre e così via: si considerano da ogni punto di vista i migliori, mentre gli altri si avvicinano alla virtù in misura proporzionale alla distanza: e perciò quelli che abitano più lontano da loro sarebbero i peggiori.

da Erodoto Le Storie, Bur, 1988

Le parole e gli oggetti (di Ludwig Wittgenstein)

Pensa agli oggetti che si trovano in una cassetta di utensili: c'è un martello, una tenaglia, una sega, un cacciavite, un metro, un pentolino per la colla, la colla, chiodi e viti.
- Quanto differenti sono le funzioni di questi oggetti, tanto differenti sono le funzioni delle parole.

Da Ricerche filosofiche, Biblioteca di cultura filosofica, 1987

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