9.6.12

Agenzie di rating

Riprendo le seguenti informazioni di base sulle principali agenzie di rating da un post su "Polis", postato da Giovanni Puriafito, l'11 agosto 2011. (S.L.L.)
Cosa sono le agenzie di rating?
Le agenzie di rating sono delle compagnie che assegnano una valutazione (il cosiddetto rating, appunto) su titoli e obbligazioni di imprese private oppure sui titoli di stato (quindi sul debito degli Stati). Storicamente, si ritene che le agenzie di rating nascano per l’esigenza di trasparenza da parte delle compagnie nel mondo della finanza, un’istanza portata avanti da svariati esperti del settore (con interessi diversi) fra cui, per esempio, John Moody (giornalista economista) o Henry Varnum Poor (imprenditore statunitense). Le agenzie di rating esprimono, in sostanza, un “voto” sulla solidità di un’azienda o di uno stato. Un voto alfabetico decrescente. Per esempio, per S&P, AAA significa “elevata capacità di ripagare il debito”. D significa “in perdita”. S&P ha appena declassato gli U.S.A. da AAA ad AA+, per capirci. Ovvero, da “elevata capacità di ripagare il debito” a “alta capacità di ripagare il debito”.

Quali sono le principali agenzie di rating?
Ci interessano, per il momento, le agenzie di rating che esprimono giudizi sugli Stati e sul loro debito pubblico. Esse sono le cosiddette Big Three: Standard&Poor’s, Moody’s (entrambe statunitensi) e Fitch (con una doppia sede a New York e a Londra). Esse, in qualche modo, rappresentano un vero e proprio oligopolio di questo tipo di mercato.
Moody è controllata principalmente da una holding (Berkshire Hathaway) e da un fondo di investimento (Davis Selected Advisers).
S&P è una divisione della The McGraw-Hill Companies, Inc.
Fitch è una compagnia minore della FIMALAC, una finanziaria francese.


Le critiche alle agenzie di rating
Non ci vuole un genio per capire che, visto che le agenzie di rating non sono composte da esseri soprannaturali, onniscenti e imparziali, ma piuttosto hanno enormi interessi sul mercato, ci sia quantomeno il dubbio che possano vivere in un perenne conflitto di interessi. Non solo: visto che le Big Three sono le uniche riconosciute negli States (Nationally Recognized Statistical Rating Organization). Il che significa che di fatto esercitano un ruolo di oligopolio.
Implicitamente, queste agenzie sono state assegnatarie, da parte degli U.S.A. e quindi dei governi di tutto il mondo, di un potere regolatorio: esse sono agenzie votate al profitto e le loro valutazioni possono anche avere secondi fini. Sia nella valutazione delle compagnie private sia in quelle degli Stati: possono, di fatto, esercitare anche un potere per dare segnali politici (S&P, per esempio, è stata abbastanza esplicita con Obama) o favorire manovre speculatorie.
Non solo. Le agenzie possono sbagliare. O possono entrare a far parte del pacchetto di acquirenti di certe obbligazioni (capita che poco prima un’azienda sia valutata con tre B e diventi una tripla-A subito dopo questa operazione).
Insomma. Le Big Three esercitano, senza ombra di dubbio, un potere parallelo a quello realmente esercitato dai politici democraticamente eletti. Piaccia o meno, e senza stare lì a tirar fuori alcun tipo di teoria complottistica - si tratta di un potere “occulto” solo perché non percepibile in maniera concreta dall’opinione pubblica -, è evidente che “i mercati” controllino in vari settori la politica, potendo esercitare, attraverso le agenzie di rating, una forma di ricatto sui governi di tutto il mondo.

Disturbo (S.L.L.)

Per una importante occasione - il matrimonio dello zio Pino, credo - mio padre si fece allestire un abito nuovo, da un sarto prestigioso nella zona, di Canicattì. Cessate le rituali misurazioni a mio padre fu chiesto da quale lato preferisse il "disturbo". Il sarto, evidentemente, alludeva all'organo. L'espressione sorprese e divertì molto non solo mio padre, ma anche mia madre che l'accompagnava. Tuttora ne sorride quando la ricorda.

Accadeva il 12 settembre 1861. I «reggimenti Pulcinella» (di Maurizio Lupo)

Fatta l’unità d’Italia, la campagna denigratoria contro il Meridione cominciava subito. La base ideologica era un “lombrosismo” ante litteram, per cui l’uomo meridionale veniva considerato mediamente pigro e sfaticato e il Sud, di conseguenza, la palla al piede del nuovo Regno d’Italia.
Maurizio Lupo che lo scorso anno, in occasione dei 150 anni dalla proclamazione del regno, componeva per “La Stampa” un “francobollo” rievocativo al giorno, utilizzando come fonte soprattutto i giornali di un secolo e mezzo prima. Quello che segue è emblematico di come una “non collaborazione” che aveva con tutta evidenza caratteri politici venga stigmatizzata come segno d’inferiorità, se non razziale quanto meno culturale e morale. (S.L.L.)
L'esercito italiano non è più la granitica armata piemontese. La diffusa renitenza alla leva nelle nuove province annesse e il costo crescente degli approvvigionamenti alimentari ne minano l'efficienza. Anche l'inserimento di ex militari borbonici ha creato problemi. Sono spesso demoralizzati, denutriti. Vengono arruolati per evitare che si uniscano al brigantaggio. L'insieme peggiora disciplina e consistenza dei Reggimenti. I giornali austriaci con dileggio li definiscono «Battaglioni di Pulcinella». Il governo italiano sa che i «Reggimenti di presidio nel Sud sono dimezzati di fatto dall'assenteismo». In caso di guerra non reggerebbero l'urto nemico. L'Austria rischia la bancarotta, ma i suoi Reggimenti sono in forze. Quelli italiani annoverano metà degli effettivi nei ruoli. Giovedì 12 settembre 1861 è preso come campione lo stato del 41° Reggimento di Linea a Teramo. Sulla carta ha una forza di 1338 uomini. Ma può contare solo su «578 baionette effettive». Gli altri? Ben «164 napoletani sono altrove», «151 agli ospedali». In 200 «godono di licenza da 10 mesi», 39 sono «reclusi in carcere», 30 sono «altrimenti assenti». Tolti 80 ufficiali e 96, fra «musicanti e falegnami disarmati», la linea di fuoco è dimezzata. Il risultato? Compagnie di 40 soldati, comandate da 4 ufficiali, effettivi in continuo servizio, quindi «soggetti a maggiore usura», con «l'onta di dare l'impressione ai briganti di saper resistere a reggimenti interi, che tali non sono».
"La Stampa", 12 settembre 2011 

8.6.12

L'alfabeto dei disturbi. Una poesia di Francesco Muzzioli.

Francesco Muzzioli
abito arcigno attira a sé l'artiglio
bramito di beone è bolsa bussola
calido clima cucurbita cuoce
destri demoni diroccano duomi
estri elusi emettono emulsioni
falle di freni in fuga – freghi franti
gorghi granitici già gambi guasti
hanno nell’hard homework più d’un huée
istrice irsuto implica ictus isterico
lancia lazo libidinosa lizza
manda malanni chi mastica merda
nodo negato si nebulizza in nembi
ottuso ostacola eppure odia orchi
prediche prone producono fiati
questione di quisquilia qua è querela
rospi risputano – restano rigidi
su staffe squilibrate sudor sordo
temporaneo tracollo in testa è ticchio
urgenza d’ululato urtica uncini
venti viola – da voraci – vaniscono
zeppi di zeri in zona: zelo ha zanne

Sottoprodotti. Storia di P.

Abita vicino a casa mia, nel centro storico di Perugia, dove credo che abbia acquisito un palazzo storico. Lo incontro di tanto in tanto, specialmente la domenica, gentile e sorridente.
Chi lo conobbe in gioventù ricorda una sua simpatia per la socialdemocrazia: per quella scandinava e tedesca certo, ma anche per il malfamato partito di Tanassi e Nicolazzi. Ma non è detto che ricordi bene.
Certo è che, dagli ultimi anni settanta, senza perdere gli ancoraggi con il lago Trasimeno e le lacustri colline donde proveniva, divenne perugino di città e dimostrò inattese capacità di rapporto con il complicato mondo dell’imprenditoria edile piccola e grande, specie nel ruolo di assessore al Comune, non ricordo bene se all’urbanistica o ai lavori pubblici.
Si era negli anni ottanta e la politica della sinistra perugina e umbra gradualmente abbandonava i ritegni del passato e sposava il mito della crescita che - per gli amministratori locali - perfettamente coincideva con il ciclo del cemento. Cominciava l’urbanistica contrattata e la moltiplicazione delle varianti. Forse tra comunisti e socialisti c’era ancora qualche presunzione di governare lo “sviluppo”, ma ben presto, tra gli uni e tra gli altri, si sarebbe affermata la tendenza ad assecondarlo, quale che esso fosse.
In questo P. era un vero precursore: non si limitava a “sgamare” i progetti dei costruttori locali su questa o quell’area del vastissimo territorio cittadino, ma talora  ne anticipava addirittura i pensieri.
Nel Pci del tempo, che aveva ancora tratti chiesastici, disturbava un po’ l’eccesso di intraprendenza: dal Comune lo rimossero e lo promossero presidente, alla Provincia. Promoveatur… con quel che segue.
Fu a quel tempo che ne feci diretta conoscenza. Era entrato nel ruolo degli insegnanti, ope legis, senza aver esercitato l’arte se non nei ritagli, per via delle cariche occupate. Ma non poteva più rinviare l’anno di straordinariato, quello attraverso il quale si otteneva la conferma. Prestò dunque la sua opera alle magistrali, ove anch’io insegnavo, e faceva i salti mortali per stare a scuola il meno possibile, pur risultando in servizio a tutti gli effetti. Immagino che fosse una sofferenza per lui e una pacchia per le allieve più pigre, tranne che per quelle dell’ultimo anno che temevano gli esami di stato.
Era cortese ed umile, senza nessuna arroganza  o spocchia da seconda repubblica, in questo assai lontano dai presidenti della Provincia attuali, vanesii fino al ridicolo; alle riunioni di insegnanti veniva, ma appena poteva scappava verso il suo ufficio, nel vicinissimo palazzo della Prefettura e della Provincia, quello che aveva sottomesso la storica Rocca di papa Farnese.
P., da assessore e da presidente, aveva sempre partecipato con impegno alle attività dell’associazionismo tra amministratori locali. Quando cessò dalla carica, ebbe un incarico in quelle associazioni e nel 95-96, tentò di ottenere una candidatura alla Regione o in Parlamento.
Invano. Nel nuovo partito che sostituiva il vecchio Pci, il Pds, per la sua capacità di sviluppare relazioni pubbliche era simpatico ai tesorieri come già nel Pci, ma non altrettanto ai segretari. Nel 96, però, a sorpresa, lo si ritrovò capo di gabinetto del ministro Burlando e conservò il ruolo con il successore di costui, un veneziano se non ricordo male. In quella strategica postazione si trovò ad affrontare la ricostruzione post-terremoto, mentre Rita, l’amica folignate del Baffino, addirittura presiedeva la commissione Lavori Pubblici della Camera.
Finita l’esperienza paragovernativa il nostro tornò a Perugia. Gli diedero da presiedere la società dei trasporti e poi quella del costruendo Minimetrò. Era diventato uno specialista in joint-venture  e si dimostrava un vero comunellista, cioè uno di quegli ex comunisti che ottimamente e volentieri facevano comunella con costruttori, capitani coraggiosi e banchieri, condividendo cene, feste, viaggi, eccetera.
Mentre s’occupava di Perugia, otteneva anche altrove  ruoli da manager (come si dice in italiano, maneggioni?), uno dei quali di grande prestigio e remunerazione, alla guida della società che gestiva tutto il trasporto pubblico a Venezia e dintorni.
Da dieci anni e più il mio interesse per gli incarichi di questi sottoprodotti del Pci è andato scemando e non mi interesso punto di seguirne le carriere. P. lo vedo la domenica, ci salutiamo, ma non conosco i suoi impegni dirigenziali in Italia e nel mondo. Eppure ho l’impressione che abbia tuttora le mani in pasta. 

Le peripezie dei Sei personaggi. Una lettera di Luigi Pirandello.

Una lettere cortese e ironica, dolceamara, di Pirandello a Vera Vergani, un'attrice di valore che interpretò molti drammi pirandelliani. Vi si racconta di una copia dei Sei personaggi perennemente in viaggio e di un dolore recente. (S.L.L.)

A VERA VERGANI, COMPAGNA DI LAVORO

Roma, 22 settembre 1921
Mia gentile Amica,
l'arrivo de I sei personaggi da Brescia, così, senza un rigo d'accompagnamento, non so dirvi quanto mi fece arzigogolare per parecchi giorni, giacché quell' arrivo mi si rappresentò subito come un viaggio di ritorno dopo il viaggio d'andata che io avevo fatto fare ai suddetti Sei personaggi, in tre copie, a Brescia: una copia per Voi, una per Dario, una per Almirante. Veramente queste tre copie erano andate prima a Siena presso la villa del Conte Sergardi, e m'erano tornate indietro respinte al mittente, perché il destinatario, già partito, non aveva lasciato il suo nuovo indirizzo (così stava scritto sulla fascia).
Appena aprii il pacchetto col timbro: Compagnia drammatica italiana diretta da Dario Niccodemi e vi trovai dentro una copia de I Sei personaggi, mi sentii come perseguitato da un cronico respingimento al mittente di essi Sei personaggi. Ma per fortuna, sulla copertina vidi segnato a lapis, di traverso, un nome e, sotto, una data: Mimy, 1921. Dico per fortuna, perché se non avessi visto questo nome e questa data, avrei scaraventato il libro fuori della finestra, proprio col furore d' un “perseguitato”.
Non faccio per dire, ho un certo ingegno, e capii subito che doveva trattarsi d'una Mimy che voleva la mia firma su quel libro. Ma quale Mimy? Ho dovuto aspettare fino a “jeri” per saperlo. E oggi vi rimando firmato il libro, non senza la preghiera di ammirare la mia sollecitudine, a cui nessuno crede.
Grazie, mia gentile Amica, delle vostre affettuose parole e anche di quanto mi dite del mio povero Nino Martoglio!
Ho potuto scherzare, scrivendovi, perché posso sempre scherzare, affacciandomi alla finestra d'un mio nuovo dolore. E questo vi assicuro che è stato forte e che mi durerà a lungo, perché ho perduto un amico, vero e raro. E in che modo, poi! Basta. Ci rivedremo presto a Milano.
Abbiatevi, cara Amica, il saluto più affettuoso e devoto del vostro
Luigi Pirandello

Da "la Repubblica" - "Mercurio", 18 novembre 1989 

7.6.12

Ipazia. Che persecuzione d’Egitto! (Silvia Ronchey)

Silvia Ronchey , su “La Stampa”, nei primi mesi del 2010 laicamente commenta il difficile accesso ai cinema italiani di un film su una filosofa neoplatonica del tardo impero romano uccisa in una delle prime persecuzioni cristiane. Più che per il commento al film l’articolo si segnala per l’informazione sulla pensatrice egiziana. (S.L.L.)
Rachel Weisz è Ipazia nel film "Agorà"

E' un tempo, il nostro, di crististi e teocon, in cui agli opposti estremismi si sono sostituiti, o sommati, gli opposti spiritualismi. L'onda d'urto della caduta del muro di Berlino ha provocato, negli orfani delle ideologie, un fall out di conversioni alla confortante forza dell'autoritarismo ecclesiale. C'era urgente bisogno che la laicità si procurasse un simbolo: un'icona degli ideali di tolleranza, di non faziosità, di rifiuto delle fedi e delle ideologie pervasive.
L'ha trovato in un'eroina di quindici secoli fa: la filosofa Ipazia, matematica e astronoma, cattedratica nell'antica accademia platonica di Alessandria, massacrata dal fanatismo della prima Chiesa cristiana, celebrata in un crescendo di libri, biografie, spettacoli. E tuttavia la sua storia, narrata dallo spagnolo Alejandro Almenábar in un film campione d'incassi, Agorà, rischiava di non essere mai visibile in Italia, Stato laico sulla carta ma ancora e sempre condizionato dall'esistenza al suo interno di quello della Chiesa. Nell'autunno scorso, un appello per la sua distribuzione aveva raccolto molte firme, a riprova che l'opportunismo non è un fenomeno di massa e che la maturità politica dei cittadini, non solo laici ma anche cattolici, è maggiore di quella di chi gestisce il potere, in questo caso culturale.
Fatto sta che il veto, pur non esplicito, è caduto, e il film uscirà il 23 aprile. Per l'imbarazzo della Chiesa, che vi vedrà un proprio vescovo, e in seguito santo, Cirillo di Alessandria, presentato come un fanatico terrorista, un violento e un assassino, e i propri adepti non dissimili ma anzi volutamente assimilati agli integralisti islamici: nei tratti stereotipi, nei comportamenti, nei discorsi e perfino nell'accento. Un geniale rovesciamento: i primi cristiani equiparati alle fasce estreme di quell'Islam che l'odierna propaganda cristiana avversa estendendo alla religione stessa l'accusa di «intrinseca malvagità».
In effetti, quando nel 392 Teodosio emanò una legge speciale contro i culti pagani nel tollerante Egitto, i quadri dirigenti del Cristianesimo, divenuto religione di Stato, intrapresero una mobilitazione punitiva proprio nella capitale della cultura ellenica dov'era nata e insegnava Ipazia. All'origine dell'ostilità di Cirillo era, più che la misoginia o l'odio confessionale, l'invidia - specifica il bizantino Suidas - per la sua influenza politica. Era una partita a tre quella che si giocava per il potere ad Alessandria tra l'antica élite pagana, stretta alla rappresentanza del governo imperiale, i dirigenti cristiani che volevano soppiantarla e la comunità giudaica, prima lobby dominante, ora gruppo di pressione rivale. Il primo atto dell'episcopato di Cirillo fu il pogrom antiebraico, che precederà l'attacco all'establishment pagano, incarnato in Ipazia.
Contro il doppio obiettivo, Cirillo aveva strumentalizzato le frange intolleranti del deserto di Nitria, «cui si dava nome di monaci ma che tali in realtà non erano», scrive Eunapio, bensì fanatici miliziani «che apertamente compivano e assecondavano crimini innumerevoli e innominabili». Questi talebani che avevano già distrutto e saccheggiato il Serapeo vent'anni prima, sotto Teofilo, zio e predecessore di Cirillo, sono gli stessi che tenderanno un agguato al corteo di Ipazia e la trucideranno «spogliandola delle vesti, facendola a brandelli con cocci aguzzi e spargendo per la città i pezzi del suo corpo brutalizzato», secondo lo storico cristiano Socrate; «incuranti della vendetta divina e umana», aggiunge il pagano Damascio.
La rappresentazione della violenza fondamentalista dei parabalani cristiani del futuro monofisita Cirillo è il punto di forza del film. Il suo maggiore merito è quello di far riflettere sulla vocazione estremista e sugli eccessi della Chiesa alle origini del suo potere, riaccendendo un dibattito diffuso nei secoli in cui un'intellettualità ecclesiastica esisteva e discuteva. Perché nell'immensa fortuna storica e letteraria della vicenda di Ipazia, cavallo di battaglia dell'anticlericalismo illuminista da Voltaire a Gibbon, ha avuto un ruolo più che ampio la cultura ecclesiastica, anche ma non solo riformata: se il primo editore delle fonti sul suo assassinio fu il protestante Wolf e il suo più appassionato difensore l'anglicano Kingsley, è stata quasi tutta cattolica la rievocazione letteraria di Ipazia, dalla torinese Diodata Saluzzo Roero a Leconte de Lisle, da Péguy a Luzi.
In campo erudito, con la rilevante eccezione del giansenista Tillemont, prudente e giustificatorio, l'ala modernista del cattolicesimo ha analizzato spregiudicatamente le cause politiche del misfatto di Cirillo. E ha anche chiarito la reale personalità di Ipazia. Il suo profilo e il suo sacrificio, così importanti nella storia della politica e del pensiero, nel film sono accattivanti ma troppo semplificati, fino a essere tacciabili di quello stesso ideologismo di cui la figura dell'antica filosofa dovrebbe essere la negazione. Se vogliamo davvero renderle omaggio, invece, non dobbiamo perdere l'occasione di leggere la sua storia in modo non settario, ma autenticamente laico.

“La Stampa” 14/04/2010

Steinbeck sentimentale? Obiezioni ai detrattori di “Furore” (di Piero Sanavio)

Nel 1932 si registrarono quattordici tempeste di polvere nelle Grandi Pianure del Nordovest americano ma il nome di Dust Bowl (catino di polvere) vennedopoil disastro che il 14 aprile 1935 colpì il Colorado, il Kansas meridionale, l’Oklahoma e il Texas. In quella zona essenzialmente agricola, nubi di sabbia e terra portate da un vento d’apocalisse coprirono i campi scoperchiando case, silos e granai, disperdendo il bestiame in cerca d’erba e di acqua, e creando un deserto.
Già oppressi dalla crisi economica, con le banche che chiedevano il pagamento immediato dei prestiti, le vittime più dirette, i mezzadri, decisero di lasciare i luoghi per la terra miracolosa della California.
Furore (The Grapes of Wrath, L’uva dell’ira), scritto da Steinbeck sui migranti dell’Oklahoma e basato su sue inchieste giornalistiche, vide la luce nel 1939 e malgrado ottenesse il Pulizter non incontrò subito il favore della critica.
Bandito per oscenità nella contea di Kern, California, fu attaccato da politici e giornalisti per la sua visione «troppo negativa» del reale, le simpatie «socialiste», la promiscuità sessuale dei personaggi, il linguaggio mimetico delle classi sociali che popolano la narrazione.
Lyle H. Boren, deputato dell’Oklahoma, si preoccupò di rassicurare il Congresso che «se togli al libro le sue volgarità, non ne resta che la copertina».
Il romanzo non piacque neppure a Edmund Wilson, critico progressista e mediocre romanziere, che lo liquidava come «un’opera di propaganda». Il rigido menscevico Philip Rahv, uno dei fondatori della «Partisan Review», lo trovava invece «sentimentale, troppo lungo, troppo didattico». In occasione della recente ristampa di tutta l’opera narrativa di Steinbeck da parte dell’America Library, un’operazione che ripropone i classici americani in volumi rilegati e su carta senza acidi, l’accusa di superficialità e sentimentalismo è riaffiorata.
Dal punto di vista dello stile Steinbeck – di cui ricorre quest’anno il cinquantenario del premio Nobel – non è certo scrittore rigoroso, e innegabili sono le ricadute sentimentali delle quali, però, Furore è il meno affetto. Alternare alla narrazione capitoletti dove anonimi migranti discutono dei loro problemi, o sono offerte indicazioni sulle condizioni ambientali e la situazione sociale del Sud-ovest americano, conferisce alla narrazione una prospettiva storica e sociologica tanto più apprezzabile quanto (pace Rahv) scevra da didatticismi. Ci consegna intatte, pur settant’anni dopo, le apprensioni e disillusioni di quegli anni.
La denuncia sociale, implicita nei fatti narrati, non possiede la retorica dei romanzi di Theodor Dreiser né i sentimentalismi di Sherwood Anderson, e flagrante è la volontà di creare un epos – il famoso Grande Romanzo Americano al quale aspiravano tutti gli scrittori di quel periodo. Il progetto è già chiaro nel titolo, frammento di un verso del Battle Hymn of the Republic composto da Julia Ward Howe sul versetto dell’Apocalisse.
Quanto alla retorica. Tom Joad, che all’inizio del romanzo torna a casa dopo aver purgato sette anni di carcere per avere ucciso un uomo, verso la fine del romanzo uccide un poliziotto che ha assassinato un sindacalista. Deciso a diventare lui stesso un organizzatore sociale, per non cadere in mano alla polizia e, con quel secondo omicidio, guadagnarsi l’ergastolo se non magari la sedia, deve lasciare la famiglia, fuggire in un altro stato. Congedandosi dalla madre, che non vorrebbe partisse, le spiega che anche se assente le sarà sempre accanto: «Io sarò dovunque. Dove un poliziotto alzi il bastone, dove ci si batta perché chi ha fame possa mangiare, io ci sarò». La frase, ripresa da John Ford nel film tratto dal romanzo, è una citazione da un celebre discorso di Eugene Debs – e per Tom Joad una dichiarazione di allineamento politico espressa nel solo linguaggio che sua madre poteva capire, quello dei predicatori itineranti, che era poi il linguaggio di Debs.
Ferroviere, sindacalista, per un breve periodo senatore democratico dell’Indiana nonché fondatore del partito socialdemocratico americano, del primo sindacato dei ferrovieri (A.R.U.) e dell’I.W.W. (Industrial Workers of the World), che raggruppava il sindacato dei minatori di Big Bill Heywood e il partito laburista di Daniel De Leon, Eugene Debs era stato incarcerato più volte per quelle attività. Condannato a dieci anni dal presidente Woodrow Wilson per la sua opposizione alla guerra e liberato, ma non perdonato, dal presidente Harding nel 1921, era morto di un attacco di cuore nel 1926.
John Dos Passos, nell’introduzione all’edizione in un solo volume (Harcourt-Brace, 1938) della trilogia The 42nd Parallel, 1919 e The Big Money, raggruppata per la prima volta sotto il titolo U.S.A., spiegava che «U.S.A. mostly is the speech of the people» – quei tre romanzi erano soprattutto la lingua della gente.
Il discorso può essere ripetuto legittimamente per Furore ed è questo, o anche questo, che ne fa un grande romanzo americano – insieme al ricorrervi delle utopie dove l’afflato religioso per la conquista della Terra Promessa mai si discosta da quello sociale, l’illusione di un Paese dove ci sia posto per tutti e l’ottimismo menzognero del secolo dei Lumi possa essere realizzato. I romanzi di Dreiser, di poco anteriori, sono racconti di un tedesco che scriveva in inglese percependo il reale attraverso i moduli del naturalismo europeo – un’ottica inadeguata per scandagliare un Paese dove, accanto alla brutalità dei rapporti di classe, non dissimile da quella europea, c’è (c’era?) una mobilità sociale del tutto impensabile nel vecchio continente. I romanzi di Pietro Di Donato (il cui Christ in Concrete scalzò Furore dalla lista del libro del mese) e John Fante restano lacrimose testimonianze di immigrati italiani legati ancora ai loro luoghi d’origine e scrivono in una lingua che non gli appartiene.

alias 29/1/2012

Cina. Yan'an come Disneyland (di Anna Lombardi)

A me risulta assai difficile considerare la Cina odierna un paese anche imperfettamente socialista, inserita com’è nel mercato capitalistico mondiale, con tanto liberismo economico e scarsa protezione sociale. C’è – è vero – un sistema politico a partito unico (non privo di una sua dialettica interna), che affida il governo delle istituzioni ad una burocrazia che fa professione di “comunismo”, ma – dopo la morte di Mao – nel bagaglio politico-teorico di questa burocrazia non c’è – e da tempo – la lotta di classe.
Questo carattere “interclassista”, e in ultima analisi nazionalista, è stato portato alle estreme conseguenze all’ultimo congresso che ha visto l’epurazione dell’ala più attenta ai diritti sociali, propiziata da alcuni scandali di corruzione che immagino pilotati. Resta il fatto che l’attuale PCC (nel quale - secondo una nera “profezia” di Mao - ha vinto la destra e che si è trasformato di conseguenza in un partito “fascista”) mantiene vivo il riferimento al “Grande Timoniere” come padre fondatore della Cina moderna e ne onora la memoria.
Il richiamo a Mao Tse-tung non può essere a quello della Rivoluzione Culturale o a quello che suggeriva ai successori di “non dimenticare mai la lotta di classe”, caso mai al leader che realizzò con il suo Esercito rosso l’unificazione politica e l’indipendenza nazionale della Cina, dimenticando che quello strano esercito senza gradi non combatteva solo i giapponesi, i feudali “signori della guerra” o il corrotto Kuomintang, ma anche la grande proprietà terriera e le classi sociali privilegiate. Attraverso questa censura Mao Tse-tung è trasformato in una sorta di Garibaldi (anche lui del resto censurato per il feroce anticlericalismo e le simpatie socialiste), in un condottiero popolare e carismatico senza connotazioni classiste, marxiste o comuniste.
Si spiega così perché a Yan’an – che fu il cuore della prima “Repubblica sovietica” di Cina (così si chiamava) - si celebrino non le grandi riforme sociali che Mao e Chu En-lai propiziarono e sperimentarono in quella zona liberata, in quella “base rossa socialista”, ma la battaglia che fermò nel 1947 il tentativo del Kuomintag e di Chang Kai-shek  di liquidarla.
Era inevitabile che così fosse: chi vince s’impossessa della memoria. Quel che forse pochissimi si  aspettavano era che quella battaglia diventasse spettacolo e strumento di capitalistico profitto, ma, come si può leggere nell’articolo che segue, comparso nel “Venerdì” di Repubblica nel gennaio 2011, è proprio quello che è accaduto. (S.L.L.) 
Lo spettacolo a Yan'an
La rivoluzione, diceva Mao Zedong, non è un pranzo di gala. Ma, settant’anni dopo la Lunga Marcia che sfociò nella nascita della Repubblica Popolare, anche la culla storica della rivolta - Yan'an, la prima capitale della Cina comunista di Mao - viene data in pasto ai turisti.
È qui, in quello che il sito web dell'ente del turismo definisce la «città natale della rivoluzione», che lo spettacolo della «difesa di Yan'an» va in scena ogni mattina.
Con centinaia di migliaia di turisti pazientemente in fila per assistere alla ricostruzione (con tanto di esplosioni e piroette aeree) della battaglia avvenuta nel 1947, quando gli uomini di Mao sbaragliarono l'esercito nazionalista di Chiang-Kai-Shek. Turisti cinesi, certo, ma anche europei e americani. L'ingresso è gratuito, ma con 15 yuan, un dollaro e mezzo, si può affittare per l'intera giornata la divisa unisex della Guardia Rossa. Chi la indossa può partecipare allo spettacolo, restando ovviamente nelle retrovie. E scattare «finte» foto storiche nei luoghi, ricostruiti, dove vissero Mao e compagni.
In questa parte della Cina, il turismo «rosso» sta conoscendo un vero boom. Dieci milioni di visitatori solo nel 2010, il 37 per cento in più dell'anno precedente. Sono soprattutto giovani professionisti a compiere questa sorta di pellegrinaggi culturali, alla riscoperta dei luoghi storici della rivoluzione, «per ritrovare», ha detto al “New York Times” lo storico Tan Huwa dell'Università di Yan'an, «i valori che portarono alla nascita della Repubblica Popolare».
Forse. Certo, il turismo rosso trasforma la città in una roccaforte capitalista. Sono soprattutto gli amministratori pubblici e i piccoli imprenditori locali a trarne vantaggio: in città i prezzi sono a dir poco turistici. Del resto, il Comune ha speso 128 milioni di yuan (circa 19 milioni di euro) per rinnovare piazze, costruire alberghi e musei e assumere perfino un regista per la coreografia della battaglia. E pazienza se Zhang Yimou, il regista di Lanterne rosse e Hero che ha curato nel 2008 le coreografie delle Olimpiadi, non sia stato disponibile. Il ritmo della battaglia delizia i turisti ugualmente. Ma chi ha davvero vissuto quella storia piange lacrime amare. Sidney Rittenberg Sr, lo studente del partito comunista americano che nel 1940 raggiunse Mao proprio a Yan'an unendosi all'esercito rosso (ha vissuto in Cina fino al 1980), tornato di recente nei luoghi della sua giovinezza, ne è rimasto sconvolto. «Hanno distrutto l'ultimo luogo storico della Cina» ha detto al “New York Times”, «trasformandolo in una finzione degna di Disneyland».

Vittoria Giunti:una rivoluzione in Sicilia (da Gaetano Alessi)

Gaetano “Gato” Alessi, comunista (o quasi), raffadalese come Cesare Sessa e Totò Di Benedetto, ha la vocazione del giornalista ed è iscritto all’Albo.  Scrive bene come pochi, ha naso e di conseguenza sceglie spesso temi o approcci originali, ma nonostante tutto ciò (o forse proprio per tutto ciò) per mantenersi fa altri lavori. Tra le esperienze che realizzato da giornalista c’è un periodico mensile, che guarda soprattutto a Raffadali e dintorni ed scritto in prevalenza da giovani siciliani, in parte residenti in parte emigrati, che si chiama Ad Est. E’ autore di uno straordinario libro-intervista con Vittoria Giunti (1917-2006).
Matematica, partigiana, comunista, toscana di nascita e raffadalese per scelta (aveva sposato Salvatore Di Benedetto, un amore nato nel vivo della Resistenza), prima (o forse seconda) donna sindaco in Sicilia, Vittoria Giunti, nell’ultimo periodo, della sua vita volle affidare a Gato e ai suoi giovani compagni una sorta di messaggio e un testimone da portare avanti. Da Le eredità di Vittoria Giunti, frutto di quel dialogo intenso tra generazioni, ho tratto la forte testimonianza che segue, come le foto che illustrano questo post. (S.L.L.)
A sinistra Vittoria Giunti negli anni 40
Ricordo il primo incontro con questa Sicilia che io conoscevo già attraverso la letteratura. Mi ricordo le prime notti qui in questa casa (Palazzo Montaperto n.dr.), mi svegliai durante una notte e sentivo un rumore fuori sulla strada ciottolata e solo dopo capii che erano tutti i contadini, che nel cuore della notte, con le loro bestie e con i loro muli, andavano come in una cavalcata a lavorare chilometri e chilometri lontano, al Safo al Cattà. Questa cavalcata si trasformò poi nella cavalcata di un esercito; ci furono le grandi lotte e anche questa fu una guerra perché mi mandarono ad occupare le terre per cui avevano sudato e faticato, ed erano stati umiliati per secoli...
Trovarono i gabellotti, trovarono anche i militari e furono arrestati in massa, furono uccisi. Anche questa era una guerra nella quale si compì una enorme rivoluzione che segnò l'eliminazione della proprietà terriera feudale e di quella che era stata, non dico classe dirigente perché non aveva diretto nulla, semmai la classe parassita, oppressiva della Sicilia. Questa rivoluzione fu compiuta dai contadini i quali ottennero poca terra, la più aspra, la più sterile terra; ma fu un momento di grande rivoluzione, presero coscienza di sé e soprattutto presero coscienza di sé le donne. La vita della donna prima era una vita condizionata, dalla nascita alla morte, condizionata perché da bambina doveva vivere in un modo, da ragazza chiusa in casa in quel determinato modo, non poteva avere un sentimento libero, da moglie in quel determinato modo, da vedova in quel modo; ma c'era stata la guerra, gli uomini erano via, queste donne avevano retto tutto il peso della casa, dei figli, della terra da mandare avanti e quindi avevano preso coscienza di sé e adesso uscivano! Ricordo le grandi manifestazioni, loro che non erano mai potute uscire di casa, erano le prime adesso in cima ai cortei.
Questa è stata la più grande rivoluzione che in Sicilia si è compiuta.

Protofemministe. Bettina Brentano: lettera alla madre.

Bettina Brentano (1785 – 1859), che poneva questioni radicali sui rapporti tra maschi e femmine all’interno del genere umano, anche per questo fu definita da Goethe, che pure fu suo corrispondente e forse amante, una “insopportabile scocciatrice”.
In una giovanile lettera alla madre scriveva:
“Volevo soltanto dirti che non voglio sposarmi mai e che lo farò…
Sì, madre, così sono diventata, sono fatta in modo che provo orrore di fronte a tutti gli uomini, se mi sorprendo a pensare che devo a appartenere a loro con tutto il mio essere…
A costoro, privi di cuore, annoiati, avidi di denaro, assetati di onorificenze e della lode dei potenti, dovrei forse offrire il tesoro della mia vita, così come ci si appropria di un tavolo, di un vaso, di un libro o che altro di morto?”.
In verità, poi, Bettina Brentano si sposò con lo scrittore romantico Von Arnim; ma la lettera resta a documento di uno stato d’animo tipico della femminista d'età romantica. (S.L.L.)

Bakunin contro Rousseau

La libertà degli individui non è un danno individuale, è un fatto, un prodotto collettivo. Nessun uomo potrebbe essere libero al di fuori e senza il concorso di tutta l’umana società. Gl’individualisti, o i falsi fratelli socialisti che abbiamo combattuto in tutti i congressi di lavoratori, hanno sempre detto, coi moralisti e con gli economisti borghesi, che l’uomo potrebbe essere libero, che potrebbe essere uomo, fuori della società, perché la società venne fondata da un libero contratto di uomini anteriormente liberi.
Questa teoria, proclamata da J. J. Rousseau, lo scrittore più malefico del secolo passato, il sofista che ha ispirato i rivoluzionari borghesi, questa teoria denota un’ignoranza completa della natura e della storia. Non è nel passato, non è neppure nel presente, che dobbiamo cercare la libertà delle masse, è invece nell’avvenire, in un prossimo avvenire: è in quel fatidico domani in cui dovremo creare noi stessi con la potenza del pensiero, della volontà, ma anche con quella del braccio.
Dietro di noi non c’è mai stato libero contratto, non c’è stata che brutalità, stupidità, iniquità e violenza; e anche oggi, lo sapete troppo bene, questo sedicente libero contratto si chiama patto della fame, schiavitù della fame per le masse e sfruttamento della fame di parte delle minoranze che ci divorano e ci opprimono.
La teoria del libero contratto è altrettanto falsa dal punto di vista della natura. L’uomo non crea volontariamente la società, vi nasce involontariamente. Egli è per eccellenza un animale sociale; non può divenire un uomo, cioè un animale che pensa, parla, ama e vuole, se non in società.

Nota
Il brano è tratto dalla seconda delle tre conferenze fatte agli operai della Valle di Saint-Imier in Svizzera nel maggio 1871, pubblicate dalla "manifestolibri" nel 1995 sotto il titolo Tre conferenze sull'anarchia.

Partiti a perdere. A futura memoria (di Norma Rangeri)

Posto qui - a futura memoria - l’editoriale di Norma Rangeri, pubblicato stamani sul “manifesto”. Temo che le sue dure parole sul quotidiano comunista, di argomentato pessimismo, di irrevocabile condanna di un ceto politico inetto e intellettualmente disonesto,  non perderanno valore al tramontare del sole, ma lo conserveranno nei prossimi giorni, mesi, anni. (S.L.L.)
L’industria sprofonda nella recessione, l’Italia arretra scendendo all’ottavo posto tra i paesi industrializzati, su ciascun cittadino il Censis stima un debito di 31 mila euro. Naturalmente la crisi ha ragioni strutturali profonde, europee, globali, ma può contare su un contributo italiano di assoluto rilievo. Nell’arretramento economico registrato dal centro studi di Confindustria, maturato
nell’ultimo ventennio e oggi alimentato dal governo tecnico, non è affatto secondario il ruolo cruciale svolto dalla comunicazione, dal potere straordinario della televisione, dalla subalternità della sinistra alla sottocultura liberista e populista del berlusconismo.
Il micidiale triangolo economico, politico, culturale è operante ancora oggi quando un governo di centrodestra è finito e l’uomo che lo incarnava è stato sostituito dal governo dei professori. Lo dimostra la lottizzazione dei membri dell’Agcom (uno al Pd, due al Pdl, uno all’Udc) e di quelli dell’autorità della Privacy (uno al Pd, che avrà anche il presidente, uno alla Lega, uno al Pdl) decisi con un voto parlamentare, di camera e senato.
Antipasto che probabilmente annuncia la prossima abbuffata quando i partiti si occuperanno delle nomine per il Cda della Rai. Per sette anni l’autorità delle comunicazioni (Agcom) deciderà quali regole dovranno governare lo sviluppo di infrastrutture strategiche del paese: banda larga, frequenze, par condicio, televisione, mercato pubblicitario, il diritto d’autore on line. Le funzioni decisive di una democrazia moderna sono ancora affidate ai custodi berlusconiani dell’etere, a un funzionario della camera dei deputati gradito a Casini (offerto dal Pd), a un tecnico indicato dal partito di Bersani. Pennellata finale: Augusta Iannini, magistrato, moglie di Bruno Vespa, entra nell’autorità della privacy, probabilmente per controllare la cronaca al sangue di Porta a Porta.
Non fosse vero sembrerebbe una scenetta di quelle che Beppe Grillo recita nelle piazze. Se uno spettacolo così indigesto, un modo di gestire la cosa pubblica punito sonoramente dagli elettori torna sulla scena in tutto il suo impresentabile splendore, vuol dire che i gruppi dirigenti sono irriformabili, che la loro sordità a ogni sollecitazione di cambiamento nella gestione delle istituzioni, è parte di un codice genetico incurabile.
L’unica spiegazione è credere che il segretario del Pd, nel farsi garante del conflitto di interessi, abbia ottenuto qualche contropartita centrista sullo scacchiere delle future alleanze. Con Vendola e Di Pietro («una pagina nera che può pesare moltissimo sulla scena politica italiana») siamo ai minimi termini. L’Idv e i radicali non hanno partecipato al voto, le associazioni hanno protestato, il Pd non ha avuto dubbi. Meglio l’accordo con Casini e Berlusconi.
Da quel giorno d’inverno del 2002 quando, Berlusconi trionfante a Palazzo Chigi, Nanni Moretti salì sul palco di piazza Navona per gridare «con questi dirigenti non vinceremo mai», sono passati giusto dieci anni e un paio di generazioni, ma nulla è cambiato.
Quei nomi al governo delle Authority, la pantomima del curriculum dei candidati, la beffa della finzione delle "primarie" per sceglierli quando tutto era già deciso, avranno un prezzo che pagheremo tutti.

"Il più in gamba ero io". Una lettera dalla Sicilia di Raniero Panzieri

Nel maggio 1955, Panzieri, formalmente segretario regionale del Psi, ma in realtà trasferito a Roma dal 1953 per assumere incarichi centrali di partito, torna in Sicilia per seguire la campagna elettorale regionale. La lettera è diretta alla moglie Pucci, amatissima, e ripresa da un inserto speciale del “manifesto” dedicato a Panzieri il 15 novembre 1984. (S.L.L.)

2 maggio [1955]
Carissima, è molto tardi, domattina presto debbo partire per Agrigento, ma devo scriverti anche solo due righe.
Non scriverti non è soltanto pigrizia, è qualcosa di peggio, una specie di puntiglio contro me stesso. Vorrei che tu sentissi quanto ti sono vicino in questi giorni, davvero come nei nostri tempi migliori. Non solo quanto sono preoccupato per te, ma quanto sono felice di averti, e di pensare a te. Naturalmente tu Susanna e Davide siete il mio punto fermo, il mio ancoraggio. Ma tu veramente sei il senso migliore di ciò che faccio, ti amo perché ho fiducia in te, nella tua umanità, nella tua generosità. Ti dico con ciò che capisco quanto io possa averti spesso ferito. E anche non scriverti è uno stupido giuoco. Sono tornato ieri sera da un lungo giro — tutte le nove federazioni, in macchina con Libero e Bonetti. Alla fine, il più in gamba ero io! Qualcosa come 100 ore di automobile! E dappertutto ripetere le stesse cose — quel che è peggio mi sforzavo di cambiarle, per pietà di Bonetti e Libero soprattutto, con il risultato naturalmente di essere più pignolo e noioso.
Si trattava di riunioni di esecutivi «allargati» in tutte le federazioni, per orientare i compagni sull'impostazione delle elezioni. L'azione troppo a lungo condotta per il mantenimento del Blocco ha provocato un notevole disorientamento — più che altro nel senso di un vuoto, della incapacità a fissare bene le linee, le ragioni precise e positive della nostra impostazione. I compagni girano attorno alla cosa, si avvicinano al punto fondamentale, ma non riescono in generale ad afferrarlo (in che senso noi possiamo sottrarre la De al ricatto della destra interna, ecc.). Nell'opinione pubblica perciò c'è una corrente favorevole, ma in generale non siamo riusciti ancora a «fissarla», a darle una figura precisa. Certo, i comizi di Nenni (preceduti da una laboriosa «preparazione»!) e l'elezione di Gronchi ci hanno molto aiutato. E anche le riunioni che abbiamo fatto e che faremo ancora spero che daranno una intonazione abbastanza omogenea alla nostra campagna. Ma siamo indubbiamente in ritardo. Sarei dovuto venire un mese prima.
I compagni comunisti sono ancora pressoché assenti, indugiano, è ancora diffuso in loro anche alla base il rammarico per il mancato Blocco. Dunque, condizioni esterne assai buone, ma nostre non altrettanto.
Assai divertente è lo scontro Covelli-Lauro — con la «calata dei lazzaroni» da Napoli! Ma Lauro ho l'impressione che non combinerà niente, e avrebbe risparmiato molto comprandosi qualche deputato covelliano dopo le elezioni. È vero che ci avrebbe tolto uno spettacolo pittoresco.
La Sicilia è splendida. Ginestre e papaveri lungo le strade, a siepi folte, e una primavera profonda, dolcissima. La terra vicino alla riviera è più bella e ricca, mi sembra, degli anni passati, e i campi di grano di un verde così tenero addolciscono anche il latifondo. Solo Enna è perpetuamente avvolta in una nebbia cattiva. Qualche giorno fa la temperatura era di tre gradi!

6.6.12

Macerie operaie (di Norma Rangeri)

Riprendo dal “manifesto” di qualche giorno fa un articolo di Norma Rangeri sul terremoto; non solo per ragioni estetiche. (S.L.L.)
Le immagini del capannone accartocciato, destinazione mortale per gli operai richiamati incredibilmente al lavoro, sono il simbolo tragico di un paese sfasciato. Che si sgretoli una chiesa antica è ammesso (e non concesso), che si sbricioli una fabbrica moderna è una ferita che non rimargina. Nulla è inevitabile. Non lo è la crisi economica, non lo sono i crolli e le vittime dei nostri terremoti, conseguenza di umane corruzioni, guadagni, cinismi. Case, monumenti e soprattutto capannoni, tirati su al risparmio, senza i criteri antisismici, costruzioni «che anche un vento particolarmente forte può far venir giù come un castello di carte», secondo il parere degli esperti.
Nulla è casuale se la maggior parte delle persone è morta sotto le macerie di edifici industriali, se le mappe antisismiche ancora attendono di essere aggiornate. I fabbricati della piccola e media industria, fiore all’occhiello dell’economia domestica del nord, oggi, nelle zone colpite, si posano come una corona funebre sui corpi operai, italiani e stranieri. Pagano il lavoro con la vita, sono le ultime ruote del carro e i primi a morire. Il gravissimo bilancio, umano e culturale, di questo secondo terremoto emiliano è, al contrario, il frutto, l’ennesimo, di quell’anomalia italiana che affligge il nostro paese, rendendolo fragile, esposto alla furia della terra che trema ormai da dieci giorni. Il dovere della prevenzione è un eterno auspicio, una disperata promessa mancata.
Alla fine di una giornata segnata da ripetute richieste di annullare la parata militare (quattro milioni di euro), con un comunicato il Quirinale annuncia l’ossimoro: «Celebreremo sobriamente il 2 giugno in memoria delle vittime». In questo momento, di lutto, di massimo impegno nei soccorsi, di raccolta straordinaria di fondi, la celebrazione andava fermata.

"Muzicuni" e "vuccuni". Una lettera dalla Sicilia di Vitaliano Brancati

In occasione del centenario dello scrittore “La Stampa” del 21 luglio 2010 pubblicò (grazie “alla cortesia di Sarah Zappulla Muscarà”) lo stralcio di una lettera fino ad allora inedita di Vitaliano Brancati a Giuseppe Patané, giornalista del Corriere della Sera e poi della Stampa, con il quale al tempo spesso ragionava, di presenza e da lontano, del romanzo Il bell'Antonio che usciva a puntate sul “Mondo”. A quanto pare Patané definiva Il bell'Antonio un «romanzu masculu», ma non lesinava le critiche. La lettera affronta una questione lessicale. Non conosco il punto di vista di Patané, che aveva probabilmente contestato l’uso improprio di “morso”, ma mi pare che gli argomenti di Brancati siano forti. (S.L.L.)

Catania 23-3-'49
Carissimo Peppino,
sono a Catania da alcuni giorni perché mio padre è stato poco bene. Per fortuna l'ho trovato infinitamente migliorato. La tua affettuosissima lettera mi ha fatto un grande piacere, e ti prego, dato che sei così ben disposto verso di me, di annotarmi tutto quanto non ti convince.
Le tue osservazioni sulla parola «morso» mi lasciano un po' perplesso. Muzzicuni e vuccuni esistono ambedue nel dialetto a significare due cose leggermente diverse. Mi pare che questa diversità si possa anche rendere in italiano. Ho cercato nel Tommaseo e ho trovato che boccone significa: «tanta quantità di cibo solido quanta in una volta si mette in bocca», e che morso, oltre al suo significato di «atto del mordere» ha quello di (cito testualmente) «quantità di cibo che si spicca in una volta coi denti», «pezzetto di checchessia». Sono citati dei predicatori del quattrocento che dicevano «un morso di pane». Io ho adoperato la parola morso in questo significato di quantità ancora più piccola che non sia quella di un boccone, perché mi sembra che nella frase siciliana abbia proprio questo valore. Che ne dici?
Ho saputo che al Corriere ti è stato chiesto un articolo e che poi per necessità d'impaginazione lo lasciarono indietro rendendolo inattuale. Spero che te ne chiederanno degli altri. Quanto al Mondo, io non ne sono redattore e so tuttavia che non prenderanno nessun corrispondente teatrale a Milano. [...]
Ti abbraccio, gli amici ti salutano,
il tuo Vitaliano Brancati

5.6.12

La ballata di Nicole (Eraldo Giulianelli - Filippo D’Ambrogi)

La seguente giocosa canzoncina, che ha parole di Giulianelli ed è stata messa in musica da D’Ambrogi, l’ho rinvenuta nel sito “cattolicesimo reale”, curato da Walter Peruzzi, ma la si può 
ascoltare su  Ballaiche ( http://www.ballaiche.it/?page_id=1311 )

Io vado a trovare
la santa Madonna:
da donna con donna
con lei parlerò:

un bel crocifisso
sta in mezzo al mio petto
ma un uso scorretto
mai più ne farò;

Mai più,  mai più,  mai più,  Nicole !

Mai più, verso sera,
vestita da suora,
ad Arcore ancora
io mi esibirò.

Toccare quel tipo
è peccato mortale:
l’igiene dentale
mai più gli farò.

Mai più,  mai più,  mai più,  Nicole !


Del nume priapesco
quel pene già eretto
mai più, lo prometto,
mai più bacerò,

e le minorenni
di ras le nipoti
e figlie d’ignoti
mai più ospiterò.

Mai più,  mai più,  mai più,  Nicole !

Avvinta a quel palo,
in fondo alla stanza,
del ventre la danza
mai più ballerò.

Fò voto solenne:
il nudo culetto
del russo nel letto
mai più metterò,


e con Formigoni
con Fede, con Mora,
celeste signora,
mai più tratterò.

Mai più,  mai più,  mai più,  Nicole !

Di questa regione,
io son consigliera:
ad esser sincera
di che non lo so,

io posso elargire
i miei soli consigli
su come si pigli
(capiscimi un po’).

Mai più,  mai più,  mai più,  Nicole !


Se non mantenessi
una sola promessa.
io mica son fessa
mi confesserò.

Difendo per questo
la tua religione:
a ripetizione
peccare si può.

Mai più,  mai più,  mai più,  Nicole !

Ed or nella vasca
o santa Madonna
con tutta la gonna
io mi tufferò!

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