8.3.13

Roma nel primo Novecento. Nathan l'utopista (di Lucio Caracciolo)

Ebreo, massone, repubblicano, anticlericale, pragmatico, londinese di nascita e cittadino britannico fino a 43 anni: insomma, quanto di più "irregolare" e di meno romano si possa immaginare. Eppure questo è Ernesto Nathan, sindaco di Roma dal 1907 al 1913. E proprio la cultura cosmopolita, la visione etica della politica, l'aria da straniero in patria, sono alla radice del suo appassionato tentativo riformista. Solo un uomo estraneo ai connubi fra banca e religione, un mazziniano disposto ad "accettare, non cercare i suffragi", può impegnare tutto se stesso nella battaglia apparentemente disperata per una Roma moderna, civile, italiana ed europea.
Nella Capitale del primissimo Novecento dominano tuttora gli epigoni del potere feudal-clericale, gli speculatori fondiari, gli aristocratici "neri" o "bigi", padroni delle banche, dei servizi pubblici, del Comune. Questa consorteria reazionaria deve la propria sopravvivenza alla crisi edilizia del 1887, che ha bruciato capitali, spento il già tenuissimo spirito d'intrapresa, scoraggiato il rischio, premiato i conformisti. Lo "Stato di Roma", refrattario al progresso, ha digerito e assimilato le più fresche energie della borghesia e del capitalismo nazionale.
Sulla Capitale depressa comincia infine a soffiare, nell'autunno del 1907, il vento laico del riformismo. Ernesto Nathan guida il Blocco popolare alla conquista del Campidoglio. La coalizione di liberal-radicali, democratici, socialisti, chiama l'ex Gran Maestro della massoneria a capo della giunta. Nathan è il primo sindaco non aristocratico di Roma italiana. E se ne vanta. Già nel discorso d'investitura tralascia l'ossequio ai predecessori, alla continuità, insiste sulla diversità della sua "amministrazione popolare".
Il nuovo sindaco dichiara guerra ai "monopoli artificiali" che giocano a piacimento sul prezzo delle aree e dei servizi pubblici, si elegge campione "della collettività, della cittadinanza, difensore dell'onesto commercio, dell'onesta concorrenza, dell'onestissima e abusata pecora, tosata e scuoiata in ogni momento, conosciuta sotto il nome generico di consumatore". Nathan è un fervido anticlericale. Per lui - possiamo prendere a prestito i versi di Pascarella - "er prete è sempre quell' omaccio / inimico de la patria e der progresso". Il Vaticano è "il frammento di un sole spento, lanciato nell'orbita del mondo contemporaneo", "il fortilizio del dogma, ultimo disperato sforzo per eternare il regno dell'ignoranza", il nefando sobillatore della credulità popolare, che "dinanzi all'apparizione di un'epidemia, appende voti alla Madonna e scanna i sanitari".
Il laicismo di Nathan non è solo propaganda illuministica, è soprattutto una sfida ai monopoli fondiari cattolici (e non); sicché in Vaticano l'avvento della giunta bloccarda è vissuto come una diabolica congiura orchestrata da frammassoni e giudei. Ma Nathan da solo non potrebbe agitare i sonni di preti e speculatori. Tutti sanno che ha le spalle protette dall'uomo più potente d'Italia: Giovanni Giolitti. Con Giolitti lo Stato entra massicciamente negli affari di Roma. Fintanto che lo statista piemontese non inclinerà verso l'intesa con i cattolici, appoggerà quel riformista intransigente, temerario e un po' estremista che ha sottratto il Campidoglio al patriziato romano.
Giolitti e Nathan hanno tre grandi nemici in comune: la povertà, la ricchezza parassitaria, l'anarchia urbanistica (e quindi economica). L'esperimento giolittiano - la modernizzazione del paese e l'allargamento della base popolare del regime - si esprime in Roma nella lotta contro questi morbi secolari, per sconfiggere i quali la giunta laica userà tre nuovi strumenti: l'incentivazione dell'edilizia popolare, la tassa sulle aree fabbricabili, il nuovo Piano regolatore.
Nathan s'impegna innanzitutto per l'emancipazione dei poveri, una piaga sociale che la crisi di fine secolo ha terribilmente aggravato. Roma non ha industrie, eppure sperimenta la povertà tipica dei grandi centri produttivi. Non occorre varcare le mura aureliane per imbattersi in un paesaggio di povertà degno della Manchester ottocentesca descritta nei rèportages di Friedrich Engels. Capanne e baracche spuntano anzi più fitte nei quartieri-bene, fra i primi villini del Nomentano o dei Parioli, dove avanza terreno libero da costruzioni. E' la Roma dei "cafoni", dei braccianti marchigiani, laziali, abruzzesi, campani, sedotti dal miraggio della Capitale. Per essi la città si è fatta matrigna, e il meglio che possano sperare è d'incontrare la solidarietà untuosa di clubs filantropici o di quegli aristocratici che amano praticare il "charity sport" - il gioco del ricco buono che soccorre il povero diavolo - e offrono banchetti, festini, bazaars di carità, ad uso di nullatenenti o sedicenti tali.
In verità il Piano regolatore del 1883 aveva assegnato al proletariato un suo quartiere, Testaccio. Qui dovevano concentrarsi i lavoratori del centro industriale e commerciale di Roma, che non sorgerà mai. Quartiere per le "arti clamorose", dunque, piccola isola operaia in una città di burocrati, trasformatosi subito agli occhi dei borghesi in un domicilio coatto per pregiudicati, un asilo di malfattori. Testaccio offre ai visitatori un colpo d'occhio davvero allucinante. Nei palazzoni tristissimi spuntati per iniziativa di imprese private, regnano il sudiciume e le malattie infettive. I "giardinetti" interni sono adibiti a stalle, immondezzai, gallinai o presunti campi di bocce. Nelle case sovraffollate un cronista osserva "gradini sconnessi, cumuli d'immondizie dappertutto, muri scrostati, tormentati dall' ossessione pornografica che sembra una protesta dell' animo oppresso contro la moralità degli agiati o dei felici... Ed ecco le famiglie numerose, lacere, gridanti, irose, cacciate dalla casa nei pianerottoli e sulle scale... Ecco i vetri rotti, le lampade a gas che non ardono, le porte sozze, gli impianciti grassi, le ringhiere barcollanti per cui scivolano imprecanti, urtandosi, i ragazzi laceri e spesso nudi".
Muratori, pontaroli, scalpellini, selciaroli, imbianchini, fabbri, persino qualche impiegato comunale, s'accalcano nelle abitazioni di uno, due, al massimo tre vani, sovrapposte l'una all'altra secondo le regole dello sfruttamento intensivo delle aree. Qui nessuno può sapere con chi passerà la notte. Sovraffollamento e subaffitto determinano la formazione e la scomposizione di estemporanei nuclei di coabitazione. La famiglia come unità etico-esistenziale è insidiata, talvolta soppressa. Così al Lungotevere Testaccio 112, scala 2, un inquilino ospita una coppia di sposi nel corridoio d'ingresso, battuto giorno e notte dalle altre famiglie subaffittuarie; in via della Robbia 36, interno 74 - una monocamera - due giovanotti di sedici e vent'anni dormono nello stesso letto con una fanciulla pubere; in via Mastro Giorgio 8, quattordici disgraziati si disputano una sola stanza, e un ragazzo intraprendente ha sistemato il suo giaciglio sul cesso; in via Bodoni 45, due famiglie occupano la stessa camera: marito e moglie sposi di fresco han disteso un lenzuolo in mezzo alla stanza a mo' di frontiera, per difendere la privacy insidiata dalla curiosità dei due scalpellini che occupano l'altra metà del vano.
Tifo, malaria, colera, persino il morbillo, mietono vittime a decine. La superstizione religiosa corrompe ed emargina il proletariato urbano. C'è un solo medico per diecimila abitanti, e le donnette ricorrono all' "ojo de le lampene" come sanatotum, o si raccolgono in adorazione davanti alle immagini sacre (Sant' Apollonia guarisce il mal di denti, San Rocco debella la peste, San Zaccaria dà la parola ai muti, Sant'Irene dovrebbe surrogare i parafulmini, e così via).
Contro lo scandalo della miseria Nathan può contare su una nuova arma: nel 1903 sorge l'Istituto Case Popolari (Icp), presieduto da un giolittiano di provata fede, Luigi Luzzatti. La sua ragione sociale è l'emancipazione dell' edilizia economica dall' arbitrio della speculazione. Proprio il riassetto e l'espansione di Testaccio sarà, a partire dal 1907, opera dell' Icp. La mano pubblica sovvenziona in quegli anni i graziosi villini con giardino fra Piazza Vittorio e Santa Croce, il meno piacevole quartiere di San Lorenzo, i primi nuclei del Trionfale e soprattutto San Saba, esempio di edilizia popolare di livello internazionale. Architetti come Giulio Magni e Quadrio Pirani - quest'ultimo esponente del socialismo riformista - sposano il minimo comfort delle abitazioni a decorazioni laterizie, richiami barocchi, spunti liberty che conferiscono un tono meno anonimo alle facciate delle case.
Ma la penuria di abitazioni non si guarisce con le pubbliche sovvenzioni. La radice del male sta nel monopolio privato delle aree fabbricabili. Quando il Blocco Popolare s'insedia in Campidoglio, otto proprietari si spartiscono mezzo milione di metri quadri di terreno edificabile, il 55 per cento del totale. La Società Gianicolo, guidata dall'ultrareazionario Medici del Vascello, la Società Generale Immobiliare d'ispirazione vaticanesca, ma anche la Piaggio e la Banca d'Italia pilotano i prezzi dei terreni. Il destino di Roma è nelle loro mani. Per sconfiggere il trust fondiario, Giolitti escogita la tassa sulle aree fabbricabili, cardine delle leggi speciali varate nel 1904 e nel 1907. Sulla carta è una rivoluzione. Tutti i proprietari sono obbligati a denunciare il valore dei rispettivi possedimenti. Il Comune può incassare una tassa dell'uno per cento (poi portata al tre per cento), oppure espropriare il terreno, sempre sulla base del valore dichiarato: ingegnoso meccanismo a tenaglia, che nelle intenzioni di Giolitti dovrebbe strangolare i monopoli. Se infatti il latifondista denuncia un valore troppo basso per evadere l'imposta, rischia l'esproprio. E per di più con un indennizzo pari al valore dichiarato, a lui sfavorevole. Giolitti deve impegnare il suo carisma nella contesa parlamentare intorno alla "tassa eversiva": "Non è ammissibile che si abbia disponibile una zona di 2 o 3 milioni di metri quadri su cui non si può fabbricare se non passando sotto le forche caudine di gente che certo non è animata solo da sentimenti umanitari", dichiara davanti alla Camera. Non stupisce che contro di lui si levino accuse di sovversione e che il sindaco Nathan, colpevole di voler incamerare la tassa, sia paragonato dai benpensanti al temutissimo anarchico Comunardo Braccialarghe.
I grandi proprietari organizzano la resistenza. Si coalizzano in un'associazione corporativa, invocano le sane tradizioni del diritto privato minacciate da Giolitti e Nathan, protestano, minacciano, seppelliscono il Parlamento sotto una montagna di memoriali, ricorrono al Consiglio di Stato e alla magistratura, infine promuovono uno sciopero fiscale. Nathan ha un bel proclamare che "l'arma della tassa sulle aree la teniamo ferma in pugno e l'applicheremo senza esitazioni". La coalizione degli interessi privati è assai più scaltrita del pubblico potere. E mentre Giolitti diventa sempre più attento alle istanze del mondo cattolico, Nathan resta solo ad arginare la controffensiva di monopolisti e clericali. I quali animano una coalizione di nazionalisti, conservatori, aristocratici "neri", che costringe alle dimissioni Nathan proprio mentre è in grado di annunciare che le difficoltà giuridico-burocratiche sono superate e che il Comune può finalmente incassare la tassa.
Gli subentra il regio commissario Fausto Aphel, finchè, nell' estate del 1914, il blocco moderato vince le elezioni. Il settantenne Nathan s'arruola fra gli alpini col grado di tenente e va a combattere sul Carso. Gli succede Don Prospero Colonna, che ha in corso una causa per la tassa su terreni della consorte. L'imposta sarà cancellata nel 1923, dopo che il Comune avrà potuto incassarne un'unica miserrima rata (1 milione e 400 mila lire inflazionate), nel 1919.
Il terzo e più ambizioso strumento del riformismo liberale, il Piano regolatore concepito nel 1908 dall'ingegnere capo del Genio Civile di Milano, Edmondo Sanjust di Teulada, soggiacerà al medesimo destino. Anch'esso, come la tassa sulle aree e l'Icp, è tecnicamente ben congegnato, incisivo, attuabile. Dunque destinato a suscitare la reazione dei privilegi lesi. Sanjust rinuncia a contrastare l'espansione a macchia d'olio. Affida la qualificazione dei quartieri alla tipologia edilizia, distinguendo tre tipi di case: "fabbricati", che possono svettare fino a 24 metri di altezza; "villini" a due piani, circondati da giardinetti; "giardini", che possono essere costruiti solo per un ventesimo della loro estensione e solo con case di lusso. Ai "fabbricati" il Piano assegna la funzione di assorbire i tre quarti dell' incremento di popolazione stimato per i prossimi 25 anni (da 560 mila a un milione di abitanti). I palazzoni sorgeranno a Piazza d' Armi (intorno all' attuale Piazza Mazzini), Piazza Verbano, Piazza Bologna, al Flaminio e oltre Porta San Giovanni. Gli altri abitanti andranno ad occupare i "villini", sull' Aventino e all' Ostiense, o i "giardini", che dovrebbero sorgere nelle aree libere tra via Salaria e via Flaminia, e intorno al Gianicolo. Non occorre aggiungere che i proprietari di terreni destinati a "villini" o "giardini" non intendono accettare un vincolo che li defrauda del diritto di costruire secondo il proprio gusto. E dalla loro fervida immaginazione sgorga un nuovo tipo edilizio, la "palazzina", in sostituzione del "villino". Grazie alle varianti e agli emendamenti al Piano e al regolamento edilizio, la "palazzina" potrà salire fino a 19 metri - quattro piani più un attico; proprio il genere di abitazione capace di soddisfare il gusto della media e piccola borghesia. Scatta così l'"operazione palazzina", avallata dal Regio Decreto 16 dicembre 1920, il quale, "vista la presente acutissima crisi delle abitazioni", concede l'imprimatur statale all'ingegnoso prodotto degli speculatori. Una volta di più il Piano regolatore finisce nell'archivio dei buoni propositi. E la storia si prende beffe dell'onesto ingegner Sanjust e del severo Nathan, iscrivendoli d'ufficio nella categoria degli utopisti. Che in politica vuol dire sconfitti.

“la Repubblica”, 2 dicembre 1984

Aristocrazia operaia. La poetessa Juana Bignozzi (F.L.)

Sul "manifesto", firmato F.L. (quasi certamente Francesca Lazzarato), questo magnifico profilo di una poetessa latino-americana di grande valore. (S.L.L.) 

Molti la considerano la più grande poetessa argentina vivente, ma in italiano (lingua che conosce bene) non è mai stata tradotta, nonostante la vitalità di un'opera che il tempo non ha appannato e che, capace di elaborare il passato e di procedere verso il futuro con lievi e precisi aggiustamenti, ha continuato a svilupparsi con coerenza.
Dall'esordio nei primi anni '60 sino a un decennio fa, tuttavia, Juana Bignozzi è stata anche nel suo paese una poeta occulta, benché ammiratissima da quanti conoscevano le sue opere, in buona parte uscite da Libros de Tierra Firme, la casa editrice di José Luis Mangieri, che fu un punto di riferimento per diverse generazioni di intellettuali argentini.
A renderla in qualche modo «invisibile» sono stati anche i trent'anni trascorsi a Barcellona, dove si è guadagnata da vivere come traduttrice, finché nel 2000 la pubblicazione di tutta la sua opera, raccolta nel volume La ley tu ley (Adriana Hidalgo, pp. 278) l'ha proposta a un pubblico più ampio. Ma da qualche anno Juana Bignozzi è tornata a Buenos Aires, città dove è nata nel 1937 in una famiglia di operai anarchici di origine italiana che, nella loro quasi assoluta povertà, si ostinavano a considerare beni essenziali i libri, i giornali, il teatro («In questo, cioè nel ferreo disprezzo per l'ignoranza, consisteva l'aristocrazia operaia» dice Bignozzi in una recente intervista), ed educavano la loro unica figlia a essere padrona del proprio destino.
È stato a Buenos Aires che la giovane Juana ha aderito al partito comunista argentino (dai cui «disastri» e dalla cui «incapacità di capire il proprio paese» si è allontanata da anni, pur restando tenacemente di sinistra), ha cominciato a scrivere ed è entrata nello storico gruppo El Pan Duro fondato nel '55 da Juan Gelman, del quale facevano parte poeti molto diversi, ma uniti dalla decisione di autopubblicare le proprie opere e soprattutto di portare la poesia ovunque, prendendo contatto con sindacati, biblioteche popolari, scuole, università, per offrire conoscenza e pubbliche letture.
Personaggio straordinario e onnipresente, di grande cultura e opinioni decise, oggi la Bignozzi è forse il poeta più intensamente riletto dalle giovani generazioni insieme a Joaquín Giannuzzi e Leonidas Lamborghini (ormai scomparsi e, purtroppo, anch'essi ignoti in Italia), e la recentissima apparizione del suo ultimo libro, Si alguien tiene que ser después (Adriana Hidalgo, pp. 86) non ha fatto che confermare, secondo Jorge Fondebrider, la siderale distanza tra lei e quasi tutti i suoi contemporanei. Sostenitrice di una chiarezza e trasparenza quasi colloquiali, ma avversaria di una poesia tanto piana e scorrevole da apparire banale («voglio che quel che dico si capisca, ma non necessariamente che sia facile da capire»), Bignozzi resta fedele ai suoi temi fondanti, ossia l'arte, la poesia, il rapporto tra la storia politica collettiva e la vita privata, tra il «dentro» e il «fuori», sostenuti da uno sguardo incisivo, appassionato, ironico senza essere cinico, magnificamente originale nella sua inquisitiva ricerca di senso.
E conferma una volta di più il suo distinguo tra una poesia «politica» legata all'immediato e solo occasionalmente riuscita, e una poesia «ideologica», di idee e di riflessione, la cui necessità viene riaffermata attraverso una personalissima visione del mondo, legata ai miti dai quali è venuta («i miti tipici dell'anarchismo operaio... i miti culturali delle biblioteche, delle serate di studio dopo il lavoro... Sono cresciuta nei miti dell'arte, la cultura, i viaggi, l'opera... E da grande ho continuato a confermare o disfare i miei miti») e verso i quali torna a rivolgersi per guardarli alla «luce dell'età», la stessa che illumina i suoi versi e li rende ancora più potenti, consapevoli ed essenziali.

"il manifesto", 27 febbraio 2011

7.3.13

Ligdamo a Neera. La Festa della Donna nell'antica Roma

Il terzo e ultimo libro del Corpus Tibullianum non contiene poesie di Tibullo come i due che lo precedono, ma testi elegiaci di vari autori, pubblicati fin dall’antichità insieme alle elegie di Tibullo, forse perché come esse provenienti dall’archivio di un dotto e ricco uomo politico, Messalla Corvino, protettore di poeti.
Le prime sei elegie del libro sono indirizzate da un non meglio noto Ligdamo a una Neera. Il testo che segue è una mia traduzione della prima di esse, la poesia dedicatoria che apre il libriccino dei versi amorosi, che si immagina inviato in regalo per il primo di marzo, giorno delle Calende. 
Era uso romano, al tempo d’Augusto, che in quel dì l’uomo facesse un regalo alla propria moglie, amante, innamorata o concubina, come manifestazione di un sentimento duraturo.
Ho il vago sospetto che qualcosa di questa antica tradizione si sia conservato nelle trasformazioni che ha avuto ai nostri giorni la ricorrenza dell’Otto Marzo. 
Nata nell’ambito della Seconda Internazionale come Giornata mondiale di lotta delle donne lavoratrici, connessa a luttuosi eventi di lotta operaia, sancita come tale dall’Internazionale comunista, passata poi attraverso il filtro del femminismo radicale che ne fece emblema della contraddizione di genere e dell’orgoglio femminile (interclassista), la celebrazione dell'8 marzo è stata un po’ sterilizzata. Si continuano a denunciare discriminazioni ed ingiustizie a carico delle donne (particolarmente forte è oggi la protesta sacrosanta contro i femminicidi e le violenze maschiliste dentro la famiglia), ma spesso si utilizza la ricorrenza per cene di donne sole cui fa da pendant un omaggio maschile a mogli, compagne, figlie, madri attraverso doni e mimose. Io, pur essendo un po’ “vetero” , non vedo niente di male in tutto ciò, a condizione che si aggiunga ai temi classisti e femministi dell’Otto Marzo senza cancellarli o annacquarli.
La traduzione che segue nacque come accompagnamento delle mimose in uno dei primi anni Ottanta, quando speravo di far rivivere e durare un grande amore che sembrava (e tuttora sembra) finito. Qualche (lieve) libertà nella traduzione è connessa all’uso che feci allora della poesia, per la verità senza grandi risultati. La propongo qui perché altri possa, piacendogli, servirsene: magari andrà meglio. (S.L.L.)

Eccola dunque la festa di Marzo
- da qui per gli avi l’anno risorgeva –
in processione i doni per le strade
corrono dritti a meta stabilita.
O Muse quale dono? quale dono
può onorare Neéra, lei ch’è mia
o, se pure non l’è, certo mi è cara?

Del prezzo s’innamorano le avare,
coi versi si conquistano le belle.
Si goda i versi miei lei che n’è degna.

Color di sabbia una membrana avvolga
il mio libretto bianco come neve,
la carta sia sottile e decorata,
una fascetta indichi il mio nome.
Così addobbato giunga il mio lavoro.
E voi, o Muse, che lo porterete,
voi del mio canto dolci ispiratrici,
consegnatelo intatto a casa sua,
nessun colore svanisca o scompaia.

Lei mi dirà se come un tempo m’ama
o se le sono caduto dal cuore.
Ma prima voi portatele un saluto
e sussurrate con dolci parole:

“Questo ti manda, limpida Neéra,
chi ti fu amante ed ora ti è fratello.
Piccolo dono ti prega che accetti
e ti ricorda che gli sei più cara
dell’anima, del cuore del suo cuore,
sia che tu voglia essergli sorella
oppure ancora come un giorno amante.
Ma egli spera di chiamarti amore;
soltanto l’acqua livida di Dite
potrà strappargli, quando sarà morto,
questa speranza di chiamarti amore”.

Corpus tibullianum, III, 1
Traduzione di Salvatore Lo Leggio

6.3.13

Una foto del momento. Una poesia di Juana Bignozzi

mi vida es un decurso de ceremonias incumplidas
no enterré a mis padres
no tuve hijos
no tengo por delante un abismo en el cual perder mi vida
no pasé de la casa de un hombre a la de otro

en silencio el verdadero
que me sostiene detrás de tanto ruido
preparo una eternidad 

esa foto tomada por la amistad de tus ojos
la ceremonia no fallida de mi vida
siempre dirá que estuve viva en un lugar que amaba

da Juana Bignozzi, La ley tu ley, Adriana Hidalgo editora, Buenos Aires, 2000.

-----
Una foto del momento

la mia vita è un decorso di cerimonie incompiute
non ho seppellito i miei genitori
non ho avuto figli
non ho davanti a me un abisso nel quale perdere la mia vita
non sono passata dalla casa di un uomo a quella di un altro

in silenzio quello vero
che mi sostiene dietro a tanto rumore
preparo un’eternità

questa foto scattata dall’amicizia dei tuoi occhi
la cerimonia non fallita della mia vita
dirà sempre ch’ero viva in un luogo che amavo

Traduzione di Stefano Bernardinelli

Sognatori a Pergamo. Un santuario-ospedale dell’antichità (Luigi Malerba)

Museo di Berlino. Una statua di Asclepio proveniente da Pergamo
Nel secondo secolo dopo Cristo l'Asclepieo di Pergamo in Asia Minore, una specie di santuario-ospedale specializzato nella cura di vari malanni psicosomatici, diventò poco alla volta, in epoca di Cristianesimo già vincente, non soltanto un centro di fervorosi culti pagani, ma anche un luogo di incontro delle élites intellettuali greche e romane. Letterati e filosofi, oratori, medici e magistrati oppressi dagli stress professionali e dalle nevrastenie di una società colpita da inarrestabili alessandrinismi, si rifugiavano nel santuario dedicato al dio medico e taumaturgo Asclepio e qui in lunghi e, si suppone, anche costosi soggiorni, curavano la mente e il corpo seguendo con fiducia le prescrizioni del dio che puntualmente compariva in sogno ai suoi ospiti e pazienti.
Il resoconto di un lungo soggiorno nell'Asclepieo di Pergamo di un noto e facoltoso oratore greco della Misia, Elio Aristide (pronunciare alla greca Aristìde), ci è stato tramandato in un libro che compare tradotto per la prima volta dal greco nella nostra lingua (Elio Aristide, Discorsi sacri, a cura di Salvatore Nicosia, Adelphi, pagg. 273, lire 10.000). A dispetto di alcune rivalutazioni in corso, si può dire che Discorsi sacri è un libro sicuramente e irrimediabilmente "brutto" (fra virgolette naturalmente, altrimenti non starei qui a parlarne).
I libri brutti occupano uno spazio non da poco nella geografia e storia della letteratura. Anche prima di Gutenberg, in tempi di artigianato culturale, le corone di alloro finivano spesso sulla testa dei peggiori, prosperavano botteghe di copisti esosi e pasticcioni e si confezionavano astuti e futili best-sellers; ma sono pochi i brutti libri che hanno attraversato i secoli o addirittura i millenni e sono riusciti a prolungare nel futuro la loro bruttezza. I Discorsi sacri del maestro di eloquenza Elio Aristide sono il caso esemplare di un libro segnato da una fama pessima e che tuttavia ha superato indenne più di un millennio e mezzo: una bella età per un brutto libro. Il dotto Areta, arcivescovo di Cesarea nel IX secolo, apre la serie dei detrattori. Per lui Aristide è una persona presuntuosa, vaniloquente e tronfia, una mente vuota e fatua, e i suoi Discosi niente più che "inconsistenti farneticazioni". Mille anni più tardi Giacomo Leopardi annota con sufficiente cattiveria che chiunque si sia sobbarcato alla fatica di questa lettura non può sottrarsi a una "sensazione di nausea".
Ma perché tanto accanimento contro questi Discorsi sacri e il loro autore? E come mai, nonostante i giudizi feroci che hanno accompagnato questa operetta, se ne conserva memoria, se ne registra la presenza nelle storie e ora se ne stampa una accuratissima traduzione? Il buon Plinio il Vecchio afferma che "non c'è nessun libro così cattivo che non abbia in sé qualcosa di buono" (questa citazione l' ho rubata così com'è da un libretto di deliziosi e magnetici itinerari appena uscito da Scheiwiller: Aldo Buzzi, Andata & ritorno, pagg. 85, lire 10.000). E' una affermazione che si può facilmente contestare nell'effimero contemporaneo, ma quando un libro dura nel tempo, come questo, si presume che qualche pregio debba pure averlo.
E invece anche questa presunzione viene subito smentita dalla lettura. L'arcivescovo di Cesarea e il poeta di Recanati avevano proprio ragione: i Discorsi sacri sono un libro sgradevole, sgangherato nella struttura, pieno di ripetizioni e confusioni dalle quali emerge l' immagine di un autore presuntuoso e irritante o, se preferite, tronfio e vaniloquente. (Fra parentesi: in compenso si potrà leggere con profitto la splendida e esauriente introduzione di Salvatore Nicosia che ripagherà ampiamente di tutte le noie del testo).
I Discorsi sacri non sono altro che un diario dei sogni dell'autore e un repertorio dei malanni che lo affliggono, un repertorio incombente, minuzioso, maniacale, intercalato dalla registrazione altrettanto ossessiva dei bagni, salassi, impiastri, purgazioni, sudorazioni, vomiti messi in opera dai medici che eseguono scrupolosamente le prescrizioni notturne di Asclepio. Aristide risulta un sognatore mediocre e senza fantasia, ma diventa addirittura offensivo quando la sua vanità esibizionistica gli fa credere degna della massima considerazione ogni sua esperienza sia diurna che notturna. Come fanno spesso i malati, si abbandona con voluttà alla descrizione dei propri innumerevoli malanni (asma, mal di denti, febbri, inappetenza, insonnia, dispepsia eccetera) aggiungendo nuovo fastidio a una lettura già monotona.
C' è però qualcosa in questi Discorsi che salva tutto e dà ancora ragione al buon vecchio Plinio: come dice Salvatore Nicosia nella introduzione, ci troviamo di fronte al più cospicuo corpus di sogni assolutamente immuni da letterarietà che il mondo antico ci abbia trasmesso. Conosciamo innumerevoli sogni "letterari" antichi, da Omero Eschilo Sofocle Virgilio Cicerone fino a Shakespeare Cartesio Dostoevskij, i sogni del romanticismo tedesco, quelli cinesi e indiani. La costante di questo sterminato repertorio tradizionale è un alone di misteriosità irreale che circonda le immagini sognate, spesso enfatizzate per comporre un sogno-spettacolo oppure modellate in forma di sogno-messaggio o sogno-profezia. Insomma i sogni letterari sono quasi sempre coreografici, sentenziosi, ispirati. Per avere un sogno-documento, un sogno semplicemente registrato nella sua nudità, bisogna fare un salto da Elio Aristide a Freud e ai pochi casi isolati di scrittori che si sono volontariamente spogliati della loro veste letteraria per tentare la registrazione di un loro repertorio onirico il più possibile neutrale.
I sogni di Aristide nel loro squallore hanno il pregio della testimonianza veritiera, che non viene scalfita dalle interpretazioni che ne dà l'autore, quasi sempre ricalcate su elementari e trasparenti schemi analogici. La testimonianza sull'Asclepieo di Pergamo ci dà anche qualche notizia inedita sulla intuizione antica del valore terapeutico della parola. Accanto alla "logoterapia" esercitata comunemente sui pazienti (veniva ordinato a costoro di comporre carmi e odi secondo metriche rigorose e complesse che oggi potrebbero procurare, anziché guarire, gli esaurimenti nervosi), scopriamo che la medicina del tardo ellenismo suggeriva svariate pratiche di autoterapia verbale (recitazione declamazione canto) alternate a bagni caldi e freddi e a corroboranti esercizi fisici. Queste terapie, che anticipano il training autogeno e il lettino psicanalitico, attirarono a Pergamo stuoli di intellettuali ipocondriaci e l'Asclepieo diventò ben presto il centro culturale più attivo del Mediterraneo orientale, una specie di Beaubourg asiatico (biblioteca, sala per concerti, teatro, aule per conferenze e declamazioni) nel quale l' incontro fra grecità e romanità offriva una proiezione, con qualche secolo di anticipo, del connubio culturale bizantino.
La pratica incubatoria (dormire e sognare) non produce soltanto sogni terapeutici, ma dà espressione alla mitomania latente di Aristide. Nel primo dei Discorsi sacri il sognatore si trova in compagnia niente meno che di Marco Aurelio e Lucio Vero, i quali naturalmente lo circondano di attenzioni e onori straordinari. "A me solo essi rivolgevano le loro gentilezze e a nessun altro", racconta Aristide. Lo conducono a passeggio e ancora gli usano particolari cortesie, come quelle di tenerlo al centro quando il posto d'onore sarebbe toccato per età e autorità a Marco Aurelio. E alla fine della passeggiata Aristide ringrazia: "Vi sono grato, o imperatori, di tutta la benevolenza e la stima che mi avete testimoniato". E gli imperatori rispondono: "Siamo noi che ringraziamo gli dèi per aver conosciuto una persona così valente".
E' soltanto un esempio fra i tanti. Nonostante tutti i suoi difetti un libro come questo non va letto con un occhio solo. Sarebbe sciocco lasciarsi sfuggire l'occasione unica di ispezionare dall'interno questo luogo singolarissimo di terapie culturali fra Arcadia e Accademia, cenacolo di accaniti sognatori che dialogano nottetempo con il loro dio protettore e taumaturgo, che si abbandonano ai rapimenti di un paganesimo intriso di misticismi e autosuggestioni e ricavano da tutto questo effetti poderosi sulla loro salute (Lourdes insegna ancora). Nell'Asclepieo nessuno mette in dubbio l'origine divina dei sogni. Solo un cinico irriverente come Petronio Arbitro aveva osato affermare in un epigramma famoso: "Sogni, o sogni, che divertite la mente con le vostre ombre svolazzanti. Non i santuari degli dèi, né essi stessi, gli dèi, dal cielo li mandano, ma ciascuno a sé li finge". Parole empie e scandalose a quei tempi; ma forse da allora il nostro rapporto con i sogni non ha fatto grandi progressi.
Una breve nota mitologica alla fine di questo articolo: Asclepio (Esculapio per i romani) non è proprio un dio ma un semidio, in quanto generato da Apollo e da Coronide, figlia di un re della Tessaglia. Dunque questa sventata di Coronide, dopo avere amoreggiato con Apollo lo tradisce sposando un certo Ischis e viene perciò condannata al rogo. Mentre sta bruciando tra le fiamme, Apollo le strappa dal seno il nascituro, Asclepio per l' appunto, e lo affida alle cure del centauro Chirone che gli insegna l' arte della medicina. Ma Asclepio, non contento di guarire i malati, a un certo punto si mette a resuscitare anche i morti. Questo provoca le ire di Ade, dio degli Inferi, il quale si rivolge a Zeus e ottiene che Asclepio venga fulminato a ridotto in cenere.

“la Repubblica”, 4 maggio 1984

Negli anni 70 alla Camera dei Lord. Il debutto di Margaret Thatcher

Ho recuperato dal sito del Centro Studi Franco Fortini il brano che segue, un aneddoto sulla lady di ferro ripreso da un libro di memorie e utilizzato da Luca Lenzini  come incipit di un breve saggio sul thatcherismo. Lo trovo, in sé, assai divertente. (S.L.L.)

Nel suo libro di memorie Hitch 22 (ed. it. Torino, Einaudi, 2012) Christopher Hitchens, nato nel ’49, racconta un episodio avvenuto alla metà degli anni ’70. Attivista di sinistra, marxista eterodosso e brillante esponente della gauche oxoniense, Hitch si trova alla Camera dei Lord dove viene presentato il libro di un Pari e dove sopraggiunge, da poco eletta leader del Partito Conservatore, Margaret Thatcher. «Mi sentivo refrattario alla signora Thatcher per molti aspetti, - scrive Hitchens - dal momento che con tutto il suo irrefrenabile sostegno al “libero mercato” sembrava essere una convinta alleata del regime colonialista bianco, autoritario e protezionista della Rhodesia.» (p. 224) Avviene così che proprio sul tema della Rhodesia si accende una discussione tra i due: Hitchens è convinto delle proprie ragioni, ma la futura Iron Lady «continuò a difendere il suo sbaglio con un’energia talmente implacabile che alla fine le diedi partita vinta e accennai anche un inchino per sottolineare la mia rinuncia.» E qui viene il bello, perché la Thatcher se ne esce a questo punto con una sorprendente richiesta: «No, - disse lei – si inchini di più!»; e quando l’interlocutore obbedisce, tuttavia essa ancora non si accontenta: «No, no […] Molto di più!». Questo il finale dell’incontro: “Aggirandomi fino ad arrivare alle mie spalle, scoprì le sue batterie e mi percosse sul fondoschiena con il giornale parlamentare che aveva arrotolato a forma di cilindro dietro di sé. Ripresi la posizione con una certa goffaggine. Mentre si allontanava, si volse per gettarmi un’occhiata sopra la spalla e fece un quasi impercettibile ancheggiamento mentre pronunciava le parole: «Birichino!»”. 

Venezuela. Chavez contro Tom e Jerry (di Eduardo Galeano)

Hugo Chavez è morto. Non so se sia riuscito ad apprestare le risorse umane ed istituzionali per impedire una restaurazione della borghesia compradora filoimperialista, so da diverse testimonianze dirette ed attendibili che la sua lotta ha fatto crescere il popolo venezuelano in benessere e, prima ancora, in dignità. Per ricordarne la figura recupero qui un vecchio articolo dello scrittore uruguayano Eduardo Galeano, da un "manifesto" del 2004, dopo una delle tante sconfitte della destra golpista venezuelana sul terreno elettorale e referendario. (S.L.L.)
Strano dittatore, questo Hugo Chavez. Masochista e suicida: ha messo in piedi una costituzione che consente al popolo di cacciarlo, e ha corso il rischio che questo succedesse in un referendum revocatorio che il Venezuela ha realizzato per la prima volta nella storia universale. Il castigo non c'è stato. E questa è stata l'ottava elezione che Chavez ha vinto in cinque anni, con una trasparenza che avrebbe voluto Bush per un giorno di festa.
Obbediente alla sua costituzione, Chavez ha accettato il referendum, promosso dall'opposizione, e ha messo la sua carica a disposizione della gente: «Decidete voi».
Finora i presidenti interrompevano il loro mandato solo per defunzione, golpe militare, rivolta popolare o decisione parlamentare. Il referendum ha inaugurato una forma inedita di democrazia diretta. Un evento straordinario.
Quanti presidenti, di qualsiasi paese del mondo, avrebbero il coraggio di farlo?
E quanti continuerebbero a essere presidenti dopo averlo fatto?
Questo tiranno inventato dai grandi mezzi di comunicazione, questo temibile demonio, ha finito per dare una tremenda iniezione di vitamine alla democrazia, che in America latina, e non solo in America latina, appare malaticcia e bisognosa di energia.
Un mese prima, Carlos Andres Perez, un angelo del Signore, un democratico adorato dai grandi mezzi di comunicazione, aveva annunciato ai quattro venti un colpo di stato. Forte e chiaro aveva affermato che «la via violenta» era l'unica possibile in Venezuela, e aveva tolto importanza al referendum «perché non è parte dell'idiosincrasia latino-americana». L'idiosincrasia latino-americana, ossia, la nostra preziosa eredità: il popolo sordomuto.
Fino a pochi anni fa, i venezuelani se ne andavano in spiaggia quando c'erano elezioni. Il voto non era, né è, obbligatorio. Però il paese è passato dall'apatia totale all'entusiasmo totale.

"il manifesto", 22 agosto 2004

L'impero rosso. Dio salvi il Re! (di Felix Greene)

Felix Greene, cugino del celebre romanziere Graham Greene, nacque in Inghilterra all’inizio del secolo scorso, viaggiò molto, visse per diversi anni negli Usa e morì, nel 1985, a Città del Messico. Fu giornalista e saggista, noto soprattutto per i suoi reportage sui paesi comunisti, Cina, Vietnam del Nord, Cuba, per i quali fu accusato di simpatizzare, intendendosela con  “il nemico”. Scrisse e pubblicò nel 1970 un brillante testo divulgativo sulle origini, la realtà e il funzionamento dell’imperialismo americano che intitolò provocatoriamente Il nemico. E’ da lì che ho tratto il brano che segue, nelle prime pagine del libro, dedicato all’impero coloniale britannico. (S.L.L.)

Ancora durante la mia infanzia, nelle scuole inglesi era consuetudine che su una parete di ciascuna aula fosse appesa una grande carta geografica rappresentante il mondo. Il colore dominante era il rosso, perché questo accadeva prima della Rivoluzione russa, e il rosso non era ancora diventato il colore dei comunisti. India, Canada, Australia, Nuova Zelanda, immense zone del continente africano che andavano dal Cairo al Capo di Buona Speranza, Samoa, Birmania, Malacca, Hong Kong, Indie occidentali, Ceylon: tutto colorato di rosso.
E disseminate attraverso ogni oceano centinaia di isole e di piccoli avamposti, porti sconosciuti e stazioni di rifornimento: anche questi rossi. Qui, su queste mappe, l'impero inglese si estendeva in tutta la sua maestà, edificante monito per la gioventù britannica. Un quarto delle terre emerse e un quinto della popolazione di tutto il mondo, intimamente legati alla nostra isoletta o sottoposti al suo potere. Tutto quel rosso ci faceva sentire molto superiori.
Davamo per scontato che tutto quell'enorme miscuglio di popoli, di ogni possibile credo e colore, soggiaceva volontariamente alla nostra autorità. E in ogni caso, c'era forse un altro paese più degno del nostro di esercitare questa autorità? Noi inglesi eravamo giusti, ed esercitavamo la nostra autorità con benevolenza. I giovani che mandavamo ad amministrare l'impero lavoravano sodo, conducevano una vita spartana, avevano un'enorme fiducia nelle proprie capacità ed erano incorruttibili. Non stavamo forse dimostrando a questi popoli arretrati quanto buono era il nostro sistema di governo? Non stavamo guidandoli verso le infinite gioie della civiltà cristiana? Non stavamo insegnando loro, con la pazienza di un padre verso i suoi bambini, che per conformarsi al grande piano divino i giovani uomini dovevano indossare i pantaloni e le giovani donne coprirsi le mammelle? Eravamo talmente generosi da mettere a loro disposizione scuole nelle quali potevano imparare l'inglese e arricchirsi lo spirito recitando Shakespeare. Costruivamo ospedali e cliniche per combattere le loro malattie, e scuole di agricoltura dove essi potevano imparare a ricavare raccolti più abbondanti dalle loro terre. Più che naturale che ci rispettassero. Guardando queste carte geografiche provavamo una strana emozione al pensiero che tutti quei popoli dispersi intorno al mondo salutavano la nostra bandiera e cantavano «Dio salvi il Re»: il nostro re.

Il nemico, Einaudi, 1973 (trad. V.Ghinelli)

Nel segno di Leopardi. Capitini poeta (di Walter Cremonte)

A metà gennaio nella Biblioteca di San Matteo degli Armeni, a Perugia, si è svolto un incontro sulla poesia di Aldo Capitini, aperto da una densa relazione di Walter Cremonte. Il poeta perugino proclama trattarsi essenzialmente di un caldo invito alla lettura, ma a chi l’ha ascoltata e a noi che abbiamo avuto accesso ai suoi appunti sembra molto di più. In attesa della pubblicazione integrale “micropolis”del 5 marzo ne ha offerto  ai suoi lettori un’anteprima, che qui posto. (S.L.L.)
Aldo Capitini
La poesia di Aldo Capitini è una poesia che nasce dal dolore, dalla consapevolezza del dolore, e dalla ribellione, come la sua pedagogia (e dunque la sua filosofia, la sua religione, che nella pedagogia si incarnano), che - come dice benissimo Massimo Pomi in L’atto di educare, Armando, 2010, - “muove da un ‘no’ fermo e mite, ad occhi asciutti, scaturito da un’ostinata fedeltà a quel tragico sentimento del vivere che Lamberto Borghi riconosceva a lui e a pochi altri di quella ‘generazione infelice’…” (e naturalmente Borghi si riferiva ai pedagogisti, ma se pensiamo ai poeti di “quella generazione “ il discorso si allarga di molto…).
Questo dolore e questa rivolta, questa lotta con la storia e la realtà (la realtà insufficiente, che lo porterà a scrivere, nel “Colloquio corale”: ”C’è qualche cosa di più della terra, delle sue tre o quattro dimensioni”), affondano certo le radici nella faticosa e sofferta formazione adolescenziale e giovanile, che in una certa misura segnerà la sua vita (e si possono vedere a questo proposito gli studi di Angelo Di Carlo sulla biografia). Penso anche che decisivo, in questa esperienza insieme esistenziale e storico-culturale della crisi, sia l’incontro con Leopardi, un Leopardi non limitato, come dalla lettura critica in quegli anni dominante, alla dimensione idillica. Non si spiegherebbe altrimenti questo passo eroico, non rassegnato del Capitini di “Religione aperta”, dunque più tardo ma sicuramente maturato in quegli anni di dolorosa e ardente formazione, che tutti abbiamo nella memoria come un atto educativo fondamentale della nostra stessa formazione umana: “Quando incontro una persona, anche un semplice animale, non posso ammettere che poi quell’essere vivente se ne vada nel nulla, muoia e si spenga, prima o poi, come una fiamma. Mi vengono a dire che la realtà è fatta così, ma io non accetto”. 
La prima testimonianza del leopardismo - se così posso dire - di Capitini è per me, nella mia vita prima che in una riflessione teorica, in un ricordo che ho molto caro. Ero ancora un ragazzo, liceale: un giorno Capitini, tenendomi una mano sulle spalle, mi guidò alla terrazza della sua casa a Villaggio Livia e, mostrandomi il paesaggio in tutta la sua ampiezza, mi parlò di Leopardi. Non sono sicuro di ricordare il nesso tra paesaggio e Leopardi, ma ricordo che, allora, intuii, o meglio sentii, per la prima volta e in modo ancora vago, che Leopardi sarebbe stato un autore della mia vita, ben al di là dell’obbligo scolastico (sia come studente prima, che come insegnante poi). La conferma, piena e definitiva, l’avrei avuta molti anni dopo, grazie alla grande lezione di Binni sulla Ginestra, alla conferenza per le scuole perugine del 1987. Ma qui, nella poesia e nel pensiero di Capitini, Leopardi è presente da sempre: dal giovanile Terrena sede, del ’28, dove, in un contesto segnalato da Sargentini come ancora prevalentemente pascoliano-dannunziano (ma io azzarderei anche più indietro, foscoliano e carducciano nel solco del classicismo e, diciamo pure, del tradizionalismo), l’influenza leopardiana si avverte ancora in modi piuttosto esterni, di scuola; ma come è commovente sentire, in questo esordio poetico, l’eco dei versi di Leopardi, già tanto amati: “Così nei dì festivi… ognuno si rallegra”, “aperto alla sua gioia / semplice e fuggitiva”. Ma da Sette canti, del ’31, di cui resta impressa soprattutto l’endiadi di madre e di terra (umbra) nel segno dell’umiltà, e poi molto più da Atti della presenza aperta, del ’43, dove così forte è la suggestione francescana (ma autentica: “Come potrò saldare il debito verso ognuno che soffre?”, “tutti i sofferenti, gli sconfitti, i morti, gli spezzati dalla tortura, i piagati”; non dunque il francescanesimo, davvero insopportabile, alla moda, estetizzante, dannunziano); e infine pienamente con Colloquio corale, del ’56, prende slancio e vita un leopardismo più di profondità, non più il riecheggiamento amorevole, ma, prima in terzine che, per scelte linguistiche, rasentano un  tenore talvolta quasi dantesco, poi con un verso libero salmodiante tendente a una prosa poetica propria della moderna poesia religiosa, nei modi in particolare che ricordano la lauda drammatica, via via più posseduta e originalmente dominata, la conquista sempre più certa di una forma di pensiero-poesia, o pensiero poetante: pensiero che si fa poesia e poesia che si fa pensiero, denkende Dichtung e dichtendes Denken, nella lingua di Heidegger,  che ci rinvia al Leopardi ribelle e profetico della grande Ginestra, sintesi suprema della nostra moderna poesia filosofica e sentimentale, e che in Capitini potremmo, forse, tradurre con la parola capitiniana (e qui magari forzo un po’) “persuasione”.
Non sarà un caso se negli Atti della presenza aperta ritroviamo un versetto che, in forma di domanda (ma di domanda retorica, la cui risposta è senz’altro “sì”), sembra ribattere nei modi di una dolente consapevolezza al versetto di Giovanni (“E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce”), antifrasticamente posto in epigrafe alla Ginestra di Leopardi. Scrive a sua volta Capitini: “Non bastavano le tenebre a far dubitare della luce?”. E’ un interrogativo che colpisce a fondo e che valorizza straordinariamente gli esiti “ottimistici” (ma di un ottimismo ascrivibile alla volontà, e al sentimento) del riformatore Capitini.
E non è certo un caso che le più belle pagine sul Colloquio corale, vero culmine poetico e, vorrei dire, di pensiero di Capitini, le abbia scritte il più grande interprete di Leopardi, Walter Binni. Il saggio decisivo Aldo Capitini e il suo ‘colloquio corale’ è, tra un Ricordo di Aldo Capitini e l’epigrafe per la sua tomba, nel libro La tramontana a Porta Sole, che Binni ha scritto come omaggio-ricordo alla sua città e che, credo, tutti i perugini che tengono almeno un po’ a Perugia e alla sua storia e cultura hanno in casa, con sé.
In questo suo saggio Binni conferma autorevolmente quello che mi sembra di aver intuito, e che ho cercato di comunicarvi (quando parlavo di Capitini “prima di tutto poeta”), e cioè la “forza moltiplicatrice e anticipatrice della tensione poetica” rispetto alle posizioni teoriche: in questo caso del poetico Colloquio corale rispetto al teorico La compresenza dei morti e dei viventi. Dove (“Colloquio corale”) la compresenza è poeticamente, in pagine indimenticabili, la festa che ci unisce e ci accompagna, liberati, al momento della “buona notte ad amici e ad ignoti / ai morti riveduti nel lampo della festa” dello splendido “epilogo”. E, a sottolineare l‘ispirazione leopardiana profonda del “Colloquio”, Binni mette in evidenza l’atto di accusa da cui muove Capitini verso la realtà data (storica e naturale) e la sua lotta per una nuova realtà fraterna e solidale.

"micropolis", 5 marzo 2013 

Apologie della tortura (di Eduardo Galeano)

Una decina di giorni fa, prima a Perugia poi a Roma, è iniziata la raccolta di firme su una proposta di legge di iniziativa popolare che introduce il reato di tortura. In linea di massima non mi pare opportuno moltiplicare le “fattispecie” di reato: prevedere un reato specifico per ogni comportamento sanzionabile dalla giustizia rischia di rendere ancora più gonfio il libro dei codici e più intricato il sistema giudiziario. Non credo che, tuttavia, questo discorso valga per la tortura, atto che per la sua gravità non può essere assimilato ai “maltrattamenti” o alle “lesioni” più o meno aggravate, che del resto non sempre sono riscontrabili, specie in presenza di torturatori raffinati, capaci di non lasciare tracce.
Anche per questo riprendo dal “manifesto” queste riflessioni di Edoardo Galeano, utilissime a denunciare più ancora che l’orrenda pratica il potere che spesso se ne serve. Mi pare che l’argomentare dello scrittore latinoamericano comprovi l’inefficacia della tortura a fini di indagine e ne sveli il senso più profondo, di umiliazione e degradazione delle vittime. L’articolo risale al tempo in cui dall’Iraq, non ancora interamente sottomesso, giunse la notizia che l’esercito di occupazione Usa ampiamente utilizzava la tortura e giunsero le foto dal campo di Abu Ghraib che lo comprovavano. Queste notizie si aggiungevano ad analoghe rivelazioni riguardanti l’Afghanistan e il campo di Guantanamo, la cui “extraterritorialità” fu usata dall’amministrazione Bush per permettere l’uso della tortura vietata negli Stati Uniti.  (S.L.L.)
Guantanamo. Preparazione dei prigionieri alla tortura

Non vale niente, o vale ben poco, la confessione del torturato. Dai tempi della Santa Inquisizione si sa che non sono credibili, o sono ben poco credibili, le informazioni e le confessioni strappate sotto tortura, per la semplice ragione che il dolore fa di chiunque un grande romanziere. Al contrario, il sistema del potere confessa la sua vera identità attraverso le torture che infligge. Nelle camere del tormento, coloro che comandano si tolgono la maschera.
Così accade in Iraq, ad esempio. Per impadronirsi dell'Iraq, nonostante gli iracheni e contro gli iracheni, le truppe di occupazione agiscono con realismo: predicano la democrazia e la libertà e praticano la tortura e il crimine. Chi vuole il fine, vuole i mezzi, o forse qualcuno può credere che esista un'altra maniera di rubare un paese?
Il resto è puro teatro: le cerimonie, le dichiarazioni, i discorsi, le promesse e il trasferimento della sovranità, che passa dagli Stati Uniti agli Stati Uniti.
Il fatto è che il potere non dice quello che dice. Per esempio: quando dice «terrorismo in Iraq», in molti casi dovrebbe dire: «resistenza nazionale contro l'occupazione straniera».

***

Quando furono pubblicate le foto e scoppiò lo scandalo, le alte sfere del potere politico e militare cantarono in coro i salmi della loro auto-assoluzione:
- Sono casi isolati.
- Sono casi patologici.
- Sono delle mele marce.
- Sono dei perversi che disonorano l'uniforme.
Come sempre, l'assassino ha dato la colpa al coltello. Ma quei soldati o poliziotti che fanno impazzire il prigioniero sparandogli scariche di elettricità, o immergendogli la testa nella merda, o spaccandogli il culo, non sono altro che strumenti: funzionari che si guadagnano lo stipendio facendo il loro lavoro in orario d'ufficio. Alcuni lavorano di malavoglia e altri ci mettono zelo, come quelle signorine entusiaste che si sono fatte fotografare mentre umiliavano i torturati iracheni e li mostravano come trofei di caccia. Ma tutti, apatici ed entusiasti, sono burocrati del dolore che agiscono al servizio di una gigantesca macchina che trita carne umana. Pazzi? Perversi? Può darsi, ma l'alibi patologico non assolve il potere imperiale che ha bisogno della tortura per assicurare e ampliare i suoi domini, perché quel potere è molto più pazzo ed è molto più perverso degli strumenti che utilizza. E non c'è nulla di strano nel fatto che un potere atrocemente ingiusto utilizzi metodi atroci per perpetuarsi.

***

Non c'è nulla di strano nemmeno nel fatto che quei metodi atroci non vengano chiamati con loro nome.
L'Europa sa che dove comanda suocera non comanda nuora. La dichiarazione dell'Unione europea contro le torture in Iraq non ha menzionato la parola tortura. Quella sgradevole espressione è stata sostituita dalla parola «abusi». Bush e Blair hanno parlato di «errori». I giornalisti della Cnn e di altri mezzi d'informazione non hanno potuto usare la parola proibita.
Anni prima, affinché i prigionieri palestinesi fossero legalmente triturati, la Suprema corte di Israele aveva autorizzato «le pressioni fisiche moderate». I corsi di torture che da molto tempo vengono impartiti agli ufficiali latinoamericani nella Escuela de las Américas si chiamano «tecniche di interrogatorio». Nel mio paese, l'Uruguay, che fu campione del mondo in materia durante gli anni della dittatura militare, le torture si chiamavano, e si chiamano ancora, «sanzioni illegali».
Secondo Amnesty International, la vendita di strumenti di tortura nel mondo è un affare redditizio per diverse imprese private di Stati uniti, Germania, Taiwan, Francia e altri paesi, ma quei prodotti industriali sono «mezzi di autodifesa» o «materiale di controllo della delinquenza».

***

Menzionarono invece la parola tortura, a chiare lettere, gli intervistatori che interrogarono la popolazione degli Stati uniti nell'anno 2001, poco dopo il crollo delle torri di New York, e quasi metà della popolazione, il 45 per cento, rispose che la tortura non gli sembrava sbagliata «se applicata ai terroristi che si rifiutano di dire quello che sanno».
Sei anni prima, tuttavia, a nessuno sarebbe venuto in mente di torturare il terrorista Timothy McVeigh quando si rifiutò di dare i nomi dei suoi complici. La bomba che McVeigh mise in Oklahoma uccise 168 persone, comprese molte donne e bambini, ma lui era bianco, non era musulmano ed era stato insignito nella prima guerra del Golfo, dove imparò a fare marmellata di gente.

***

Contro il terrorismo vale tutto. Lo ha proclamato il presidente Bush, in mille occasioni, e lo ha ripetuto quell'eco di Blair. Entrambi continuano a brindare per il successo delle loro crociate. Continuano a dire: «Il mondo adesso è un luogo molto più sicuro», mentre il mondo esplode e ogni giorno la violenza genera ancora altra violenza e ancora e ancora.

***

Guantanamo è il simbolo del mondo che ci attende. Seicento sospetti, alcuni minorenni, languono in quel campo di concentramento. Non hanno nessun diritto. Nessuna legge li protegge. Non hanno avvocati, né processi, né condanne. Nessuno sa niente di loro, loro non sanno niente di nessuno. Sopravvivono in una base navale che gli Stati uniti usurparono a Cuba. Si presume che siano terroristi. Che lo siano o no è un dettaglio privo d'importanza.
È là che il generale Ricardo Sánchez ha sperimentato trentadue metodi di tortura, chiamati «tattiche di pressione e intimidazione», che poi ha impiantato nelle prigioni dell'Iraq.

***

Dal crollo delle torri gemelle, la tortura è diventata oggetto di numerosi elogi. È stato messo in atto un bombardamento di opinioni giuridiche e giornalistiche apertamente o velatamente favorevoli a questo metodo istituzionale di violenza, sebbene mai, o quasi mai, lo chiamino col suo nome. Queste apologie dell'infamia, che provengono dal potere, o da fonti vicine, sostengono che la tortura è legittima per difendere la popolazione inerme di fronte ai pericoli che la minacciano, perché ci sono mezzi di lotta di dubbia moralità che risultano inevitabili contro gli assassini senza scrupoli che praticano il terrorismo e lo promuovono e che non dicono mai la verità.
Ma se fosse così, chi bisognerebbe torturare? Chi sono gli uomini che hanno mentito di più in questo XXI secolo? Chi sono coloro che, senza scrupoli, hanno ucciso più innocenti nelle loro guerre terroriste in Afganistan e in Iraq? Chi sono coloro che hanno contribuito di più alla moltiplicazione del terrorismo nel mondo?

***

Adesso abbondano i sorpresi e gli indignati, ma la tortura non è stata utilizzata per errore o per caso contro la popolazione irachena. Le truppe di occupazione l'hanno impiegata come sempre, per ordini superiori, sapendo quello che facevano e perché lo facevano.
Perché? Non c'è alcuna prova che la tortura sia mai servita per evitare un solo attentato terroristico. Nel caso dell'Iraq, non è servita neppure per catturare qualcuno degli importanti fuggiaschi. Il più importante, Saddam Hussein, non è caduto grazie alla tortura, bensì grazie al denaro che ha comprato una spia.
La tortura strappa informazioni di scarsa utilità e confessioni di improbabile veracità, e tuttavia è efficace. Per questo è stata impiegata e continua ad essere impiegata: ciò che è efficace è buono, secondo i valori che reggono il mondo. La tortura è efficace per castigare eresie e umiliare dignità e soprattutto è efficace per diffondere la paura. Lo sapevano bene i monaci della Santa Inquisizione e lo sanno bene i capi guerrieri delle avventure imperialiste del nostro tempo: il potere non impiega la tortura per proteggere la popolazione, bensì per terrorizzarla.
Sarà davvero così efficace come il potere crede che sia?

Trad. Marcella Trambaioli
il manifesto, 3 luglio 2004 

5.3.13

I versi postumi di Piero Parrini

Dalla rubrica Libri ricevuti su “micropolis”, 5 marzo 2013, la scheda di un volume non recentissimo: la raccolta postuma di poesie Non era bionda Marilyn di Piero Parrini (a cura di Walter Cremonte), pubblicata da Era Nuova di Perugia nel novembre 2011. (S.L.L.)
“Piergiorgio Parrini (ma per tutti noi era solo Piero, o anche Pierone) è nato a Perugia il 9 marzo 1941 e qui è morto il 30 dicembre 1996. Cinquantacinque anni vissuti tutti a Perugia, prevalentemente tra Porta Pesa e Monteluce e solo negli ultimi anni in una periferia perugina, dove ha anche lavorato in un ristorante (ultimo dei suoi precari e saltuari impegni lavorativi)”. Inizia così, per la penna di Walter Cremonte, il racconto di questo libretto. Parrini, figura di una socialità perduta, muore esule dalla Perugia vecchia ove è sempre vissuto e in questo esilio affida a Luca, suo aiutante in cucina, vicino a lui negli ultimi giorni, i quaderni con le proprie segrete poesie, che restano a lungo ignoti ai più. Solo molti anni dopo la condivisione e la scelta di pubblicare. Meticolosamente, quasi religiosamente, Cremonte descrive il lascito: “nove quaderni, numerati con numeri romani da I a IX, … classici quaderni di scuola di quegli anni, quasi tutti con il vecchio logo della Cassa di Risparmio”. Spiega poi che le poesie, tutte scritte a mano in carattere stampatello, risalgono a un anno fatidico e lontano (tra l’aprile dell’89 e l’aprile del 90), che sono in tutto 135, di cui alcune molto lunghe, intervallate da una quarantina di testi brevi che Parrini intitola “strapuntini”.
Dietro il libretto, dunque, una storia semplice e intensa, sull’amicizia, cui fa da conclusione uno struggente invito del curatore:“La tomba di Piero, con una sua foto bella e sorridente, è nella parte nuova del Cimitero di Perugia, proprio vicino alla tomba di Aldo Capitini. Si potrebbe qualche volta portargli un fiore: gli farebbe piacere”.
Si sbaglierebbe però chi pensasse che le poesie di Parrini, frutto di un “vizio privato”, abbiano valore solo per chi l’ha conosciuto e non abbiano “pubbliche virtù”. Poeta segreto, che accetta di vivere ai margini, poeta privo di ogni magniloquenza anche residuale, poeta prevalentemente umoristico, capace di alternare o di mescolare crudeltà e pietà, merita certamente la lettura. Basti, a mo’ di esempio, il seguente sulfureo strapuntino: “Durante la pericolosa discesa / verso l’inferno / ognuno dovrà fare / molta attenzione / a non scordare l’altro. / Potrebbe redimersi”.


Recanati. La biblioteca di casa Leopardi (di Massimo Raffaeli)

Monaldo Leopardi
«Li libbri nun so’ robba da cristiano», avrebbe scritto in uno dei suoi sonetti clandestini l’impiegato alla censura pontificia Giuseppe Gioacchino Belli. Costui svernava a Morrovalle, dalle parti di Macerata, tanto per la salubrità dell’aria quanto per una sua relazione sentimentale, ed è probabile (anche se non è provato) fosse al corrente del fatto che a pochi chilometri da Morrovalle e da Loreto, epicentro della cristianità, un nobile di antico lignaggio, Monaldo Leopardi di San Leopardo, Gonfaloniere di Recanati e ultrà dell’Antico Regime, disponesse di una biblioteca, qualcosa come 14.000 volumi, che non solo gareggiava con quelle di Roma ma era aperta ai cittadini del suo piccolo borgo fin dal 1812, anno mirabile per i reazionari e i sanfedisti di tutta Europa perché è quello in cui comincia a declinare, nelle steppe sarmatiche, l’astro dell’Anticristo in persona, ovviamente Napoleone Bonaparte.
Quando Napoleone era passato come un fulmine nelle terre pontificie della Marca, Monaldo aveva fatto chiudere dai servi le porte e le finestre del palazzo avito, si era messo la parrucca e lo spadino nobiliare portando un lutto che avrebbe prolungato per l’intera gravidanza di sua moglie, la marchesa Adelaide Antici, la quale il 29 giugno 1798 aveva partorito il primogenito, Giacomo Taldegardo Saverio, che nulla lasciava presagire avrebbe contraddetto le idee di suo padre e i costumi della stirpe. Uomo davvero singolare, in cui convivevano il fanatismo feudale e la dolcezza disarmata di un padre affettuoso, non avrebbe mai ammesso che proprio l’Anticristo aveva propiziato la costruzione della sua biblioteca sopprimendo i conventi e mettendone all’incanto i tesori bibliografici: Monaldo aveva infatti comperato alla meglio, tanto al chilo, nelle aste o alla fiera di Senigallia, magari di nascosto da una moglie, contadina gretta e nemica dei libri, che i parenti gli avevano accollato più che altro per tutelare il patrimonio di famiglia dai suoi eccessi giovanili di bon vivant e notorio giocatore d’azzardo. D’altronde Adelaide sapeva (e presto l’avrebbe saputo Giacomino) che la bibliofilia e la grafomania avrebbero salvato la vita di quell’uomo così contraddittorio e irresoluto, così diverso sottotraccia dall’austero patriarca di cui dicono le pagine della sua, pure notevolissima, Autobiografia .
Conosciuta sui manuali scolastici anche da chi non l’ha mai visitata per i proverbiali «sette anni di studio matto e disperatissimo» del figlio, aperta al pubblico da duecento anni esatti, ora la biblioteca di Monaldo è doppiamente accessibile grazie a una mostra, a cura di Fabiana Cacciapuoti e Vanni Leopardi, promossa sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica, dalla Regione Marche e da Casa Leopardi che la ospita nelle ex cantine al pianoterra del palazzo avito, Giacomo dei libri. La Biblioteca Leopardi come spazio delle idee. Di modeste dimensioni ma di autentico valore didattico e documentario, sobriamente impaginata, la mostra è sia la sezione antologica sia l’itinerario spazio-temporale della biblioteca integralmente visitabile al piano di sopra. Divisa in cinque comparti, segue la linea cronologica che va dall’età napoleonica al pieno della Restaurazione, scandita tra l’utopia libraria di Monaldo, ideologo legittimista e scrittore a tempo perso, e la maturazione del giovane Giacomo compiutasi un attimo prima della fuga dal natìo borgo selvaggio.

Inferno. Uno scaffale di "libri proibiti"
nella biblioteca di casa Leopardi

Per il visitatore non poche sono le sorprese e le conferme. Intanto, la struttura inusuale (già individuata dal grande Sebastiano Timpanaro) di un fondo librario cospicuo ma tutt’altro che organico, nonostante le continue integrazioni apportate a un patrimonio che oggi comprende 20.000 volumi, come testimoniano in mostra le polizze e i carteggi di Monaldo con i maggiori librai dell’epoca: gli scaffali abbondano di letteratura patristica e scolastica, di storia patria ed ecclesiastica, di una erudizione plurilingue, umanistica e scientifica, della messe sterminata dell’ellenismo, ma scarseggiano, in proporzione, i capolavori della letteratura greca classica (e stupirà, per esempio, che l’adolescente Giacomo non potesse leggere tragedie greche che per un liceale di oggi sarebbero ovvie).
Viceversa, sono presenti in biblioteca libri che ci aspetteremmo ignorati o condannati ai palchetti più invisibili della eresia e dell’empietà, mentre il loro numero è imponente e non esclude vere e proprie rarità, come certi Galileo, Montesquieu, Voltaire, Rousseau, Condillac, un Giaurro di Lord Byron voltato in italiano da Ludovico di Breme, Corinne ou l’Italie della signora de Staël e infine un Diderot proveniente dall’Enciclopedia, alla voce «Bello» (in francese, stampata a Padova nel 1784) che il conte bibliofilo ufficialmente condannava perché temeraria, blasfema, eppure la metteva ufficiosamente a disposizione dei concittadini e, per primo, di suo figlio.
Il libro più grande e segreto di Giacomo, lo Zibaldone, è appunto la riprova di come l’intera biblioteca di Monaldo, dopo un lungo e atroce fermento, avesse fecondato il pensiero del suo primogenito e cioè dello scrittore destinato a smentire clamorosamente, da poeta come da filosofo ateo e materialista, i valori essenziali dell’esistenza paterna. Il vecchio conte gli sopravvivrà di quasi dieci anni, congedandosi dal mondo e dai suoi amatissimi volumi il 30 aprile 1847, poco prima che col ’48 tornasse a trionfare l’Anticristo. Negli ultimi tempi pensava di continuo al figlio perduto e, dopo tutto, amato nel profondo: avrà maledetto in cuor suo gli scaffali incombenti su una biblioteca ormai deserta e magari si sarà convinto anche lui (insieme col censore pontificio, il gemello dialettale di Giacomo) che i libri purtroppo non sono roba da cristiani.

“La Stampa”, 19 luglio 2012

La J di Pirandello (Leonardo Sciascia)


J
Lettera che Pirandello preferiva alla i in parole come «gajo» e «guajo» (parole che non casualmente portiamo in esempio), ma anche lettera iniziale di Jenny, Jenny Schulz-Lander, la ragazza cautamente amata da Pirandello a Bonn. Cautamente, diciamo, poiché mai, anche nell'ardore del desiderio e nella felicità di stare con lei, pensò che quell'amore potesse durare al di là del soggiorno a Bonn. E se ne faceva, sì, un rimorso: ma lieve e divagato; e trovando giustificazione gretta e retorica insieme nel fatto di essere siciliano: «sono dell'isola / dei briganti: serpi e sole / sole e serpi assai...»; e sentendosi un po' serpe per aver lasciato la ragazza «sola sola sola».
A quanto pare, Jenny Schulz-Lander emigrò poi in America, scrisse un libro di memorie in cui un lungo capitolo è dedicato a Pirandello. Ce ne informa il Nardelli (L'uomo segreto, 1932); e aggiunge: «quasi recentemente, cinque anni fa, sapendolo in America e leggendo le sue nuove nei giornali, gli scrisse che avrebbe desiderato rivederlo. Ma egli non volle».
Comportamento che può anche essere giudicato di ulteriore crudeltà: dettato però, sicuramente, dal pudore di non farsi vedere vecchio e dalla volontà di mantenere l'illusione di lei giovane. Il sentimento, appunto, che gli ha fatto scrivere la novella Il capretto nero.

Postilla
E' questa una voce del dizionarietto "Pirandello dalla A alla Z" , di Leonardo Sciascia, uscito come supplemento a "L'Espresso" del 6 luglio 1986.

statistiche