7.12.16

Governo (stato di fb 5 dicembre 2016)

Come spesso succede, continueranno per un po' le esasperazioni propagandistiche del prereferendum. Dicono "Adesso lo facciano loro, Grillo, Brunetta, Fassina, Salvini, D'Alema il governo". E per giunta ci mettono Casa Pound, come se avesse una rappresentanza parlamentare.
Come dire che la faziosità offusca il cervello di persone che sono normalmente di assoluto buonsenso.
Nel 47 DC, PSI, PCI votarono insieme la Costituzione mentre il confronto tra Scudo Crociato e Blocco del popolo si faceva durissimo; altro che governo insieme. Quelli dell' "accozzaglia" tra loro neanche si parlano, non hanno dovuto trovare alcun accordo su alcunché; si sono limitati a votare No alla riscrittura della Carta, ciascuno per conto suo e per ragioni sue.
Se c'è una difficoltà politica, meglio sarebbe imputarla all'avventurismo di Renzi e di Napolitano, per la riforma della Costituzione che hanno escogitato e per l'azzardo di impegnare direttamente il governo nella stesura delle regole di tutti e per tutti.
Quanto al governo da fare - perché bisogna farlo - è ovvio che la responsabilità preminente è del Pd, che conserva alla Camera l'ampia rappresentanza conseguita al tempo di Bersani, anche grazie al Porcellum, e che anche al Senato è maggioranza relativa. Credo che lo farà, che non si metterà a gridare "Al voto, al Voto", come quell'opportunista di Grillo a cui - adesso - va bene anche votare con l'Italicum su cui fino a ieri giustamente usava parole di fuoco. Il Pd dovrà abbandonare, alla base e al vertice, l'illusione di avere trovato il capo che metta in riga tutti. Quel capo (che ha scelto come sodali Marchionne e Confindustra e trattato da nemici i dirigenti della Cgil) non è all'altezza, per cultura e per moralità, non è in grado di guidare un partito di centrosinistra. Ma, per fortuna, non è neanche parlamentare e non mancano nel partito intelligenze e responsabilità.

E al Quirinale c'è Mattarella, sulla cui sensibilità democratica si può scommettere.

Non regalate il No alla destra (S.L.L. - stato di fb 5 dicembre 2016)

Per favore non cominciate a regalare alla destra e al qualunquismo questo No.
È chiaro che a reggere l'urto del governo e dei grandi poteri interni ed internazionali nei paesi e nelle città dell'Italia sono state soprattutto le grandi organizzazioni popolari. Hanno vinto la Cgil, l'Anpi, l'Arci, don Ciotti, Zagrebelsky, Rodotà, Bersani, D'Alema e tanti altri democratici e progressisti. Dovrebbero essere contenti molti di quelli che hanno votato Sì.
Non può essere negato un apporto che viene da varie parti, e tuttavia la scelta della maggioranza significa in primo luogo che la Costituzione va attuata e, dove serve, migliorata, ma non sopporta stravolgimenti.
È possibile che nei prossimi giorni arrivino colpi di coda del "cerchio magico", o assalti alla diligenza da parte di altri.
Tocca al presidente Mattarella guidare con la sua saggezza la difficile transizione. Serve subito una legge elettorale che rispetti davvero e senza trucchi la sentenza della Corte Costituzionale, serve un governo di decantazione e di tregua per affrontare scadenze difficili per tutta l'Europa, oltre che per il nostro paese. Non è bene che i Comitati del No si sciolgano. Sono stati in molte realtà uno strumento di partecipazione aperto e utile.
Farebbero bene a trasformarsi in Comitati del SÌ alla Costituzione, ai suoi principi e ai suoi valori.

Lepre in salmì. Una poesia di Guido Almansi (1931-2001)

Impallinare un povero leprotto
È cosa da brigante o galeotto

Cucinarlo con spezie rare e vino
Mostra poca pietà per il meschino

Ma quando lo si mangia è un'altra favola
Cessa il moraleggiar quando si è a tavola.

5.12.16

Sicinio Dentato. 45 cicatrici, 160 bracciali (Aulo gellio, "Noctes Atticae", II, XI)

Un centurione romano d'età repubblicana - Ricostruzione
Lucio Sicinio Dentato, che fu tribuno della plebe nell'anno dei consoli Spurio Tarpeio e Aulo Aternio (454 a.C. ndr), è descritto negli annali come un guerriero valoroso al di là del credibile: per l'enorme coraggio ottenne il nome di Achille romano. Si tramanda che combatté in 120 battaglie; che non riportò alcuna cicatrice nella schiena, ma ben 45 davanti; che fu premiato con molte onorificenze militari: 8 corone d'oro, una ossidionale, 3 murali, 14 civiche, 83 collane, più di 160 bracciali, 18 aste. Inoltre fu premiato 25 volte con le medaglie incise dette fàlere e ottenne numerose spoglie militari, cioè le armi e le armature di nemici sconfitti, soprattutto dopo essere stato sfidato a duello. 
Con i suoi comandanti celebrò 9 trionfi.  

Le Notti Attiche, Utet, 2007 - Traduzione S.L.L.                                                                        

“Sempre teso...”. L'allenamento di Socrate (Aulo Gellio, “Noctes Atticae”, II, I)

Il Socrate del Louvre
Abbiamo appreso che Socrate, tra le fatiche volontarie e gli allenamenti per rendere il corpo più resistente nelle varie circostanze della vita, si dedicasse anche a questo speciale esercizio: si dice che soleva stare dritto, nella stessa posizione, un giorno e una notte in continuazione, dalle prime luci del sole fino al suo spuntare nel giorno successivo, senza battere ciglio, immobile, con i piedi quasi incollati al suolo e il volto e lo sguardo costantemente diretti nella stessa direzione, in meditazione, come se mente e anima si fossero separati dal corpo. Di ciò parlò anche Favorino, che spesso raccontava della forza d'animo di quell'uomo: “Spesso – disse – stava in piedi da un sole all'altro, più eretto dei fusti degli alberi”.
Si tramanda anche che la sua temperanza fu così grande da fargli trascorrere in piena salute quasi tutto il tempo della vita. Perfino durante la disastrosa pestilenza che all'inizio della guerra del Peloponneso decimò la popolazione di Atene con la sua mortale infezione si racconta che Socrate, proprio per la sua frugalità e moderazione, scansasse i micidiali effetti dei piaceri e riuscisse a mantenere la sanità del corpo scampando al flagello che colpiva quasi tutti.


Le Notti Attiche,Utet, 2007 – Traduzione S.L.L.

La poesia del lunedì. Edmond Jabès (1912-1991)

Canzone per te
Non cesserò
di cantare le campane dei muti incontri
le braccia dei divani profumati
le grandi cadute degli uccelli simili
agli eterni specchi vibranti.

Non cesserò
di cantare il rosso morso delle labbra
le sorprese ascelle, la spalla ribelle
i seni sempre puntuali agli incontri notturni.

Non cesserò
di cantare il tuo volto incipriato di cenere
l’ultimo naufragio all’alba delle spente lampade
la tua nuca sfuggita all’abbraccio
i tuoi passi che nulla rivela.

Non cesserò
di cantare i tuoi fianchi profondi
le tue caviglie annegate tra le nubi
tanti pensieri vagabondi tanto fumo divino.

Non cesserò
di cantare i tuoi capelli che scorrono
ai piedi degli alberi solitari
feriti di gemme e di foglie.

Non cesserò
di cantare la via, il parco, il mare
poiché ti conosco
ti amo e ti conosco.

Non cesserò d’imparare a ridere
a dipingere e a ridere
nella profondità dei palazzi
poiché ti temo
ti temo e ti amo.

Non cesserò
di forgiare serrature
catenacci e cinture
lungo il cielo
poiché ti tengo
t'amo e ti tengo.

Non cesserò di tagliare le tue mani
le tue braccia i tuoi pugni
affinché mai l'addio
riaffiori sull'acqua.

In “Lengua” - semestrale di poesia e letteratura – numero quarto, 1985 Traduzione di Attilio Lolini

4.12.16

Borges: Dio e il libro (Leonardo Sciascia)

Qualche anno fa ho definito Borges un teologo ateo. E da aggiungere che è un teologo che ha fatto confluire la teologia nell’estetica, che nel problema estetico ha assorbito e consumato il problema teologico, che ha fatto diventare il «discorso su Dio» un «discorso sulla letteratura». Non Dio ha creato il mondo, ma sono i libri che lo creano. E la creazione è in atto: in magma, in caos. Tutti i libri vanno verso «il» libro: l’unico, l’assoluto. Intanto, i libri sono come dei ribollenti «accidenti» rispetto alla «sostanza» in cui confluiranno e che sarà il libro («substantia sive deus»: spinozianamente); e finché non avverrà la confluenza, la fusione, ciascun libro sarà suscettibile di variazioni, di mutamenti — e cioè di apparire diverso ad ogni epoca, ad ogni generazione di lettori, ad ogni singolo lettore e ad ogni rilettura da parte di uno stesso lettore. Un libro non è che la somma dei punti di vista sul libro, delle interpretazioni. La somma dei libri, comprensiva di quei punti di vista, di quelle interpretazioni, sarà il libro. E dunque che importa che un uomo di nome Jorge Luis Borges ne abbia scritti dieci o venti o nessuno, se peraltro non si sa che cosa veramente abbia scritto?
E così sia di noi.


Da Cronachette, Sellerio, 1985

Il buon selvaggio e i falsi profeti (Michel de Montaigne)

[...]
Ora mi sembra, per tornare al mio discorso, che in quel popolo non vi sia nulla di barbaro e di selvaggio, a quanto me ne hanno riferito, se non che ognuno chiama barbarie quello che non è nei suoi usi; sembra infatti che noi non abbiamo altro punto di riferimento per la verità e la ragione che l’esempio e l’idea delle opinioni e degli usi del paese in cui siamo. Ivi è sempre la perfetta religione, il perfetto governo, l’uso perfetto e compiuto di ogni cosa.
Essi sono selvaggi allo stesso modo che noi chiamiamo selvatici i frutti che la natura ha prodotto da sé nel suo naturale sviluppo: laddove, in verità, sono quelli che col nostro artificio abbiamo alterati e distorti dall’ordine generale che dovremmo piuttosto chiamare selvatici. In quelli sono vive e vigorose le vere e più utili e naturali virtù e proprietà, che invece noi abbiamo imbastardite in questi, soltanto per adattarle al piacere del nostro gusto corrotto. [...]
Quei popoli dunque mi sembrano barbari in quanto sono stati in scarsa misura modellati dallo spirito umano, e sono ancora molto vicini alla loro semplicità originaria. Li governano sempre le leggi naturali, non ancora troppo imbastardite dalle nostre; ma con tale purezza, che talvolta mi dispiace che non se ne sia avuta nozione prima, quando c’erano uomini che avrebbero saputo giudicarne meglio di noi. Mi dispiace che Licurgo e Platone non ne abbiano avuto conoscenza; perché mi sembra che quello che noi vediamo per esperienza in quei popoli oltrepassi non solo tutte le descrizioni con cui la poesia ha abbellito l’età dell’oro, e tutte le sue immagini atte a raffigurare una felice condizione umana, ma anche la concezione e il desiderio medesimo della filosofia. Essi non poterono immaginare una ingenuità tanto pura e semplice quale noi vediamo per esperienza; né poterono credere che la nostra società potesse mantenersi con così pochi artifici e legami umani. È un popolo, direi a Platone, nel quale non esiste nessuna sorta di traffici; nessuna conoscenza delle lettere; nessuna scienza dei numeri; nessun nome di magistrato, né di gerarchia politica; nessuna usanza di servitù, di ricchezza o di povertà; nessun contratto; nessuna successione; nessuna spartizione; nessuna occupazione se non dilettevole; nessun rispetto della parentela oltre a quello ordinario; nessun vestito; nessuna agricoltura; nessun metallo; nessun uso di vino o di grano. Le parole stesse che significano menzogna, tradimento, dissimulazione, avarizia, invidia, diffamazione, perdóno, non si sono mai udite. Quanto lontana da questa perfezione egli troverebbe la repubblica che ha immaginato: «viri a diis recentes» (“uomini appena usciti dalle mani degli dei”, Sececa, Ep. 90).
Hos natura modos primum dedit (“Queste sono le prime leggi che la natura ha dato”, Georgiche, II, 20)
Quanto al resto, essi vivono in una contrada piacevolissima e dal clima temperato; sicché, a quanto mi hanno detto i miei testimoni, è raro vedere un uomo malato; e mi hanno assicurato di non averne visto alcuno tremolante, cisposo, sdentato o curvo per la vecchiaia. Vivono lungo il mare, protetti dalla parte della terra da grandi ed alte montagne; fra queste e quello occupano una pianura larga circa cento leghe. Hanno grande abbondanza di pesce e di carni che non somigliano affatto alle nostre, e le mangiano senza altro accorgimento che la cottura. Il primo che condusse là un cavallo, sebbene fosse venuto a contatto con loro in parecchi altri viaggi, fece loro tanto orrore con quella montura che lo uccisero a colpi di frecce prima di poterlo riconoscere. Le loro costruzioni sono molto lunghe, e capaci di contenere due o trecento anime; rivestite con la scorza di grandi alberi, toccano terra da un lato e si sostengono e si appoggiano l’una all’altra alla sommità, al modo di certi nostri granai la cui copertura scende fino a terra e serve di fiancata. Hanno del legno così duro che ne tagliano e ne fanno spade e graticole per cuocere la carne. I loro letti sono di un tessuto di cotone, sospesi al tetto, come quelli delle nostre navi, a ognuno il suo; perché le donne dormono separate dai mariti. Si alzano col sole, e mangiano subito dopo essersi alzati, una volta per tutta la giornata; non fanno infatti altro pasto che quello. Non bevono allora, come Suida dice di certi altri popoli d’Oriente, che bevevano fuori dei pasti; bevono diverse volte durante il giorno, e molto. La loro bevanda è ricavata da alcune radici, ed ha il colore del nostro chiaretto. La bevono solo tiepida; questa bevanda si conserva solo due o tre giorni; ha un gusto un po’ piccante, non dà alla testa, è salutare per lo stomaco e lassativa per chi non ci è assuefatto; è una bevanda molto gradevole per chi ne ha l’abitudine. Invece del pane usano una certa sostanza bianca, una specie di coriandro confettato. Io ne ho assaggiato: il sapore è dolce e un po’ scipito. Tutta la giornata la passano a danzare. I più giovani vanno a caccia delle bestie con l’arco. Una parte delle donne si occupa intanto a riscaldare la loro bevanda, e questo è il loro compito principale. Qualcuno dei vecchi, la mattina, prima che si mettano a mangiare, fa un discorso a tutti gli abitanti del capannone, passeggiando da un capo all’altro c ripetendo la stessa frase parecchie volte, finché ha finito il giro (poiché sono costruzioni lunghe ben cento passi). Egli raccomanda loro due sole cose: il valore contro i nemici e l’amore per le loro mogli. E non mancano mai di ripetere, come ritornello, questo motivo di gratitudine, che sono loro a mantenere calda e ben preparata la loro bevanda. In parecchi luoghi, e fra l’altro anche a casa mia, si può vedere la foggia dei loro letti, dei loro cordoni, delle spade e dei braccialetti di legno con cui si coprono i polsi nei combattimenti, e delle grandi canne, aperte da un capo, col suono delle quali segnano la cadenza mentre danzano. Sono rasati dappertutto, e si fanno la barba molto meglio di noi, senza altro rasoio che non sia di legno o di pietra. Credono che le anime siano eterne, e che quelle che si sono rese meritevoli di fronte agli dèi dimorino in quella parte del cielo dove si leva il sole; i maledetti invece dalla parte d’occidente.
Hanno non so quali preti e profeti, che si mostrano molto di rado al popolo, avendo la loro dimora sulle montagne. Al loro arrivo si fa una gran festa e una solenne adunata di parecchi villaggi (ogni capannone, come l’ho descritto, forma un villaggio, e distano circa una lega francese l’uno dall’altro). Questo profeta parla loro in pubblico, esortandoli alla virtù e al dovere; ma tutta la loro scienza etica contiene solo questi due articoli, la fermezza in guerra e l’affetto verso le loro donne. Questi profetizza loro le cose a venire, e i risultati che devono sperare dalle loro imprese, li spinge alla guerra o li dissuade dal farla; ma a tale condizione, che se non indovina bene, e se accade loro diversamente da quanto egli ha predetto, è tagliato in mille pezzi, se riescono ad acchiapparlo, e condannato come falso profeta. Per questo, quello che si è sbagliato una volta non lo si vede più.


Da Saggi a cura di Fausta Garavini, Adelphi, II ed.1982 (cap. XXXI)

La mia prima tessera della Fgci (Stato di fb - 21 agosto 2016)

Sono passati 50 anni, anzi 51.
Era così la mia prima tessera della Fgci. Mi iscrissi d'estate, sulla spinta di un'assemblea a Canicatti, il 25 aprile, con Edoardo Pancamo e Leonardo Sciascia e delle proteste per l'intervento americano in Vietnam. 
La sezione, decimata dall'emigrazione in Germania, aveva in segreteria un "delegato giovanile", un trentenne decisamente inefficiente, ma la la Fgci non c'era più. I tre ragazzi che fino all'anno prima avevano fatto qualche tessera tra i figli dei compagni erano partiti anche loro, due per la Germania, uno per Desio.
Quando mi presentai in sezione con Liborio Rotolo la diffidenza verso di me, figlio di un bottegaio di destra, si toccava con mano. Il vecchio compagno Visconti, "lu 'zzi Decu", disse (a entrambi, ma parlava di me, non di Liborio, figlio di un contadino comunista): "Si sti intellettuali vinniru 'ppi dari na manu d'aiutu, ca sianu li benvenuti. Si vinniru pi rumpiri li cugliuna si nni puonnu iri primu di trasiri" ("Se questi intellettuali vengono a dare una mano, siano i benvenuti; se vengono per rompere possono andare via, prima ancora di entrare").
La segreteria però ci diede subito l'incarico di rilanciare la Fgci: il segretario Giovannino Riggeri, detto Ringhio, ex sindaco, ci disse che arrivavamo a proposito, che si stava riorganizzando la Fgci provinciale e che la domenica successiva si sarebbe fatta una riunione ad Agrigento con il segretario regionale Mannino.
Ci accompagnò in una vecchia macchina un compagno che ci campava facendo il tassista un po' abusivo, ma quella volta gli fu pagata solo la benzina. Non c'era ancora la scorrimento veloce: si attraversavano Canicattì, Castrofilippo e Favara; arrivammo alle 10, in ritardo, ma la riunione non era ancora cominciata.
Mannino non era potuto venire; per la segreteria regionale era appena arrivato Totò Crocetta. C'era Federico Martorana, che della Fgci provinciale era segretario. Tra gli altri presenti ricordo Casà, Gandolfo Mazzarisi, Agostino Spataro. Alla fine ci diedero le tessere: 50. Ma le loro previsioni erano oltremodo ottimistiche: facemmo una decina di tessere, tutte a figlie e figli di compagni, senza tempo e voglia per una attività di propaganda e agitazione. Facemmo solo tre tessere pesanti, operaie, aiutati da Caizza, Nniria, della Camera del Lavoro, che aveva tentato di organizzare i giovanissimi manovali dell'edilizia; ma dopo qualche mesi i tre ragazzi, stufi della mancanza di ingaggio e di diritti, partirono anche loro per il Nord.
Per allargare un po' dovemmo aspettare che nella primavera del 66 tornasse in paese il quadro giovane più istruito e combattivo che il partito avesse espresso: Lillo Gueli, del 39. Per un po' aveva fatto il funzionario, segretario della Fgci provinciale; poi era emigrato anche lui. Per un po' aveva lavorato alla Renault, in Francia; diceva di aver guidato lotte sindacali e di aver perso per questo il lavoro. Grazie alla sua collaborazione nel 66 arrivammo a 25 tessere e gli attivi eravamo 5 o 6. Durante l'estate ci fu il mio debutto pubblico da segretario del Fgci, al cinema Italia, per la manifestazione che preparava le elezioni comunali previste per l'autunno. Eravamo (o ci credevamo) ingraiani; ma lo slogan era amendoliano: "Una nuova maggioranza al Comune di Campobello di Licata".

“Mi ci romperò la testa” (Leonardo Sciascia)

Parma di notte sotto la neve

Le ragazze prepararono dei tramezzini. Mangiarono, bevvero whisky e cognac, ascoltarono jazz, parlarono ancora della Sicilia, e poi dell’amore, e poi del sesso. Bellodi si sentiva come un convalescente: sensibilissimo, tenero, affamato. «Al diavolo la Sicilia, al diavolo tutto».
Rincasò verso mezzanotte, attraversando tutta la città a piedi. Parma era incantata di neve, silenziosa, deserta. «In Sicilia le nevicate sono rare» pensò: e che forse il carattere delle civiltà era dato dalla neve o dal sole, secondo che neve o sole prevalessero. Si sentiva un po’ confuso. Ma prima di arrivare a casa sapeva, lucidamente, di amare la Sicilia: e che ci sarebbe tornato.
- Mi ci romperò la testa – disse a voce alta.

Il giorno della civetta, Einaudi, 1961




Diderot e la professione di intellettuale (Leonardo Sciascia)

Louis - Michel Van Loo, Ritratto di Denis Diderot (1767)
Diderot è la chiave del secolo. Quest’uomo che voleva esser nulla, «ma nulla del tutto», ha come inventato il secolo in quel che noi gli riconosciamo di più proprio, di più originale, di irripetibile. Voleva esser nulla (lo dice all’esaminatore, alla fine dei suoi studi) in rapporto a quel che già c’era, è stato tutto in rapporto a quel che non c’era. Ha inventato una professione: la più libera che si potesse immaginare - e per non averne alcuna. E da questa sua professione, da questa sua non-professione, è venuta l’Enciclopedia. E dall’Enciclopedia una nuova concezione del fare, delle attività umane, del lavoro. Un fare che somigliava al non-fare. Un 'fare con gioia’. Un’utopia, se si vuole. Senz’altro un’utopia, anzi. Ne vediamo la rovina, ma ancora la si persegue.

Già Montaigne aveva detto: «Non faccio nulla senza gioia». Diderot assume questa prescrizione, vi informa la propria vita e cerca di allargarla a quanti più uomini è possibile. L’Enciclopedia è appunto il tentativo di dare agli uomini la gioia del proprio lavoro: la gioia della conoscenza, dell'intelligenza, dell’armonia delle parti nel tutto. La macchina - la meccanizzazione dell’industria - è già, come il cavallo di Troia, dentro la cittadella dell’Enciclopedia -, ma dal louis quatorze all’art nouveau questa specie di redenzione, di stato di grazia, tocca l’artigianato: il mobiliere, l’orefice, lo stuccatore, il tappezziere, lo stampatore, il rilegatore, il marmista, il vasaio, il fabbro ferraio - tutti stanno dentro la voce 'gusto’ (Essai sur le goût dans les choses de la nature et de l’art) di Montesquieu, tomo VII dell’Enciclopedia. Tommaseo riassume: «Il gusto, se non sempre da arte e da studio, almeno da pratica». Ogni oggetto sembra essere stato fatto con gioia. La stessa gioia con cui Parini, indugiando a goderseli, li enumera nella vestizione del giovin signore. Non ama il giovin signore, ma si sente che ama gli oggetti che il giovin signore indossa.

Per non averne alcuna, Diderot ha dunque inventato una professione: quella dell’intellettuale. Nonostante le difficoltà, i pericoli, il carcere, i bisogni, è da credere l’abbia esercitata con gioia. Prendeva tutto sul serio ma con tanta leggerezza da dare l’impressione che non si prendesse sul serio. Scrive La monaca per fare uno scherzo e I gioielli indiscreti come per scommessa e per dare del denaro a una donna che ne ha bisogno. Non si cura di dare alle stampe tutto quello che scrive, e anzi ne dà pochissimo; ma nulla di ciò che ha scritto è 'postumo' se non accidentalmente. Sta dentro il suo secolo come ogni uomo nella propria pelle. Eppure è sopratutto attraverso la sua opera che il secolo XVIII ci raggiunge, ci occupa, ci offre strumenti e misure. Lessing diceva che senza Diderot le sue meditazioni sarebbero andate per tutt’altra via. E Goethe e Schiller, sui Saggi sulla pittura, convenivano che Diderot aveva colto quanto di più alto e intimo è nella pittura e nella poesia. «È un’opera magnifica, ancora più utile al poeta che al pittore, anche se a quest’ultimo appresta un lume possente» (Goethe). E un critico dei giorni nostri aggiunge: «Non sarebbe possibile fare la storia del teatro moderno, del romanzo moderno, della critica d’arte senza porre in rilievo la battaglia innovatrice che Diderot condusse...»

Grande educatore in un secolo educatore.


Da “Il secolo educatore” in Cruciverba, Einaudi, 1983

Basta un sì (stato di fb 3 dicembre 2016)

La lettura palingenetica e taumaturgica ("basta un sì") della riscrittura della Costituzione, suggerita dai suoi propagandisti, ha fatto breccia in una parte della cittadinanza attiva, che finisce per farne propria persino l'ingiuria settaria, diretta senza fare distinzioni a chi nel referendum oppone un no, comunque motivato.
Vedere persone che apprezzavo per intelligenza ed equilibrio assumere gli stessi atteggiamenti che fino a ieri aspramente stigmatizzavano nel movimento di Grillo mi dà un grande dolore.

Temo che, comunque finisca il referendum, il morbo dell'intolleranza, il vizio di offendere invece di discutere, la presunzione di chi ha capito tutto e non vuole neanche ascoltare, malanni ampiamente diffusi anche prima, si insedieranno stabilmente in parti di popolazione che ne erano state finora immuni, con conseguenze pessime per il nostro vivere civile.

Ignobile (stato fb 3 dicembre 2016)

Io trovo veramente ignobile il silenzio generale sul fatto che a difesa della Costituzione del 1948 e contro gli stravolgimenti proposti ci siano le più grandi organizzazioni della sinistra di questo paese, la Cgil, l'Anpi, l'Arci, mentre ci mandano le lettere a casa per farci sapere come voterà Lamberto Dini.

A futura memoria (stato fb 30 novembre 2016)

Temo che il referendum sia andato. La demagogia del risparmio di spesa, della rottamazione, della velocità funziona.
Negli ultimi "endorsement", ai livelli più alti e più bassi, si può leggere il desiderio di non essere tagliati fuori dall'"Italia nuova" di Renzi, la speranza di contare qualcosa, di poter dare un contributo, oppure il segno di quella porzione di gioventù che aspira a farsi classe dirigente, "rottamando" una certa quantità di vecchi politicanti arraffoni e incapaci, quelli che ci hanno portato a questo punto. E' successo altre volte nella storia dell'Italia unita e non si può ridurre il fenomeno a "trasformismo opportunistico". Nei momenti di svolta (così accadde all'avvento del fascismo o quando s'impose il regime democristiano), il salire sul carro del vincitore, sia pure sullo strapuntino, non esprime soltanto un interesse personale o "di famiglia" ma corrisponde alla logica della mosca cocchiera, che nel suo piccolo si illude di poter imprimere una qualche svolta alla direzione del carro.
Avremo dunque una nuova costituzione che in maniera pasticciata completa il ciclo delle riforme berlusconiane e di fatto abroga quella del 1948: di questo si tratta, perché - con le profonde mutazioni dell'assetto istituzionale - le proclamazioni della prima parte diventano orpello, se non inganno. La nuova costituzione non è più - come l'antica - il frutto di un patto stretto tra la grande maggioranza del popolo italiano, è certamente imposta da una minoranza. E tuttavia l'abbandono - di fatto - del regime parlamentare rappresentativo e la trasformazione di un parlamento in prevalenza nominato (e per di più screditato, indicato come espressione di parassitismo e di inefficienza) in una appendice del governo reso inattaccabile dal mandato popolare, corrisponde all'ideologia dominante non da oggi, all'idea diffusa che bisogna affidarsi a un capo, a una "squadra" e poi lasciarla fare. L'addomesticamento di tutti gli organi di garanzia che la nuova Costituzione prevede corrisponde alla insofferenza verso i cosiddetti "lacci e lacciuoli", parte integrante di quel neoliberismo che in Italia continua a dominare e ad offuscare sensi e ragione, nonostante siano sotto gli occhi di tutti i disastri prodotti. L'opposizione grillista o berlusconica alla riforma è puramente "tattica" o al massimo "tecnica": anche in questi gruppi politici è dominante il principio che "chi vince le elezioni deve comandare". L'idea che era nella Costituzione del 1948, di corpi intermedi forti, di masse organizzate partecipi del processo decisionale, di cittadini attivi sempre e non solo nel momento elettorale, è fuori dal campo della "politica che conta", sia di maggioranza che di opposizione. Tutti costoro sono convinti che i governi debbano poter prendere "decisioni impopolari", considerate utili per il futuro, senza ostacoli, sia che si tratti di colpire redditi (pensioni per esempio), diritti (sanità, istruzione per esempio) o poteri diffusi (enti locali, sindacati ecc.), sia che si tratti di entrare in una guerra giustificata da alleanze internazionali o da fini umanitari (il più delle volte chi fa la guerra dichiara di farla contro la barbarie, per la civiltà e l'umanità).
Grillisti, berlusconiani, destre populiste si adegueranno facilmente alla nuova Costituzione e soprattutto i primi tenteranno di essere loro i governanti con le mani libere, accusando i renzisti di essere, nonostante tutto, una propaggine del vecchio regime. A chi (singolarmente o in gruppi organizzati) con coerenza si è opposto a queste trasformazioni resterà un ruolo di testimonianza e di coscienza critica, di esemplare resistenza civile. La tenuta di questi giorni varrà, se non altro, "a futura memoria (ammesso che la memoria abbia un futuro, come diceva uno dei nostri maestri più cari). La sinistra che fondava la sua forza sulla questione sociale, sulla rappresentanza delle classi subalterne è ormai ridotta a poca cosa, anche se una guida intelligente (come per esempio quella attuale della FIOM) può mantenere vive zone di autonomia. L'area del "volontariato critico" dovrà scegliere tra un ruolo di opposizione (con il rischio di emarginazione) e l'accettazione delle compatibilità del nuovo regime.
L'unica speranza, in tempi tuttavia non troppo brevi, è la ripresa dal basso - e in forme inevitabilmente nuove, connesse ad una organizzazione socio-economica ancora da studiare e capire - della lotta autonoma delle classi subalterne e della solidarietà fondata sull'uguaglianza e sulla cooperazione. Saranno necessari nuovi apostoli, nuove tempre di riformatori e di rivoluzionari. Ma - come diceva quello - "dove c'è oppressione c'è lotta" e prima o poi si troverà chi sarà capace di incanalare la lotta a fini positivi, di progresso democratico e di giustizia sociale.

P.S.
Amici e compagni obietteranno che queste sono considerazioni da fare solo ad urne chiuse. Replico che sono considerazioni fatte per il giro, non troppo ampio, dei miei amici telematici, senza alcuna influenza reale sul voto. Se volete, date ad esse un valore scaramantico: visto che quando mi sono avventurato in previsioni pubbliche ho spesso sbagliato, può darsi che accada anche questa volta.
Resta che, in caso di vittoria del No, la situazione resterebbe comunque quella che è, tranne forse per le opportunità disponibili a chi vuole reagire, un poco più ampie. La rappresentanza politica è già ora poco rappresentativa, la possibilità per i cittadini di intervenire sulle decisioni politiche molto scarsa, la spoliazione di diritti e poteri delle classi subalterne è già in gran parte avvenuta, la sinistra classista è debole e - nella sua componente politica e sindacale (un po' meglio l'intellettualità o il volontariato) - molto screditata (forse a ragione).

Con il no ci sarà qualche strumento in più, sarà più garantita una autonomia dei poteri terzi (la magistratura, la scienza o il giornalismo, per esempio), ma la strada da percorrere per recuperare il terreno perduto sul terreno della giustizia sociale e della democrazia partecipata resta lunga.

3.12.16

Scatole cinesi. Il libro e l'idea (Leonardo Sciascia)

Chi scrive libri diciamo di immaginazione, sa quanto è difficile, e quasi impossibile, rifarne poi la genesi, ritrovare il primo seme, il primo elemento, la prima suggestione da cui sono nati - e insomma quella che si suole chiamare «l’idea». E non minore difficoltà comporta il voler rendersi o dar conto dello sviluppo di quell’idea, delle molte e diverse e casuali giustapposizioni o efflorescenze - qualcosa di simile a quelle che Stendhal, di cui vogliamo parlare, chiama, in amore, «cristallizzazioni».
«Come le è venuta l’idea?» si sente spesso chiedere l’autore di un romanzo, di un racconto. «Già, come mi è venuta l’idea», si chiede l’autore: e la risposta che trova e che dà inaugura, ma dentro di sé, come un gioco di scatole cinesi, ché ce n’è sempre una seconda dentro la prima, una terza dentro la seconda; e cosi via.


Da “In margine a Stendhal” in Cruciverba, Einaudi, 1983

A Enna. Un palazzo e i suoi gazebo.

Qualche mese fa, nel mese di marzo di questo 2016, è stata postata in un sito dedicato alle città d'arte italiane una pagina dedicata a Enna che consiglio come guida per un primo confronto con le bellezze della città capoluogo più alta d'Italia.
Tra le altre immagini vi si trova quella che segue, del Palazzo Militello, del 1932, un bell'esempio di architettura civile del primo Novecento che l'ingegner Panvini progettò avendo più presente il liberty palermitano di Ernesto Basile, che il monumentalismo classicheggiante caratteristico del ventennio fascista.

A quanto pare il palazzo, che campeggia in piazza Vittorio Emanuele ed ha interni ben tenuti, viene oggi utilizzato soprattutto per convegni, celebrazioni e cene di gala. 
Questo non ha impedito che a guastarne la facciata suggestiva siano intervenuti i gazebo del ristorante che ne occupa il piano terra. La foto che si vede nel sito delle città d'arte, non dev'essere molto recente. Ecco qui le foto del palazzo e delle istallazioni (rimovibili ma orribili) che ho fatto l'altro ieri, quando a Enna la temperatura era di 2 gradi.


Qui sotto invece colloco due delle immagini che i proprietari usano per proporre l'affitto della prestigiosa location, una della intera facciata senza neppure gli alberi, l'altra di Mussolini che comizia dal suo balcone principale.

Perugia, 3 dicembre 2016

Sul ritorno. Una poesia di Jozefina Dautbegović (Bosnia 1948 – Zagabria 2008)

È vero alcuni tornano
ma così cambiati
come se avessero mandato un amico
che conosce i dettagli
dai discorsi
Tutto sul ritorno è un’invenzione
È vero alcuni tornano
e assiduamente cercano gli alberi
che crescevano nella loro memoria
in posti molto strani
È vero alcuni tornano e sostengono
che proprio in quel punto
c’era una casa dalle cui finestre
entravano le stagioni
contemporaneamente
I presenti con commiserazione scuotono la testa
È vero alcuni tornano
e sono convinti di essere tornati
ma arrivano solo poco prima
del proprio funerale.

Zagabria, 21/02/1995

Traduzione dal croato di Ginevra Pugliese - Dalla rivista on line “Fili d'aquilone”, luglio-settembre 2015

Fiore di luce. Una poesia di Rubén Darío

Apparve la mia anima come dalla corolla
d’un giglio. Essa sapeva d’essere nuda e sola.
Sola, come nell'acqua o nel vento. Leggera,
trasparente, sottile, meravigliosa. Era
come un divino fiore di luce o un divino
uccello che nell’aria è appena appena nato.
Non sapeva né udire né vedere né comprendere,
e neppure sapeva dove stava andando,
né quel che era materia qui in basso oppure sopra...

Flor de luz
Aparecìo mi alma como de la corola
de un lirio. Ella sabia estar nuda y sola.
Sola como en al agua, o nel viento. Ligera,
trasparente, sutil, maravillosa. Era
como una divina flor de luz, o un divino
pajaro que en el aire acaba de nacer.
No sabìa ni oir, ni ver, ni comprender;
y aun no sabìa adònde iba,
ni lo que era materia aquì abajo, ni arriba...  

Gli abiti che faceva il monaco Giovanni (Giorgio Boatti)

Subiaco
In una delle mie tappe per monasteri, ormai diversi anni fa, ho incontrato padre Giovanni Sanna, benedettino approdato al monastero all’età in cui i nostri connazionali, raggiunta la pensione, sono incerti se andare a occupare la panchina ai giardinetti o farsi l’ultimo giovanilistico tour di assaggio del mondo in qualche spiaggia cubana.
Apparentemente la sua decisione di farsi monaco, a 70 anni, si infila come un imprevisto tornante in una vita andata in tutt’altra direzione: «Ero tornato in Sardegna, la mia isola, dopo una vita che in mezzo secolo mi aveva fatto conoscere qualche spicchio di mondo: dalla Roma degli anni Cinquanta, quella della Dolce vita e delle Olimpiadi, alla Parigi di Pierre Cardin con cui ho lavorato, prima nel suo atelier e poi occupandomi delle boutiques della sua maison a Hong Kong, a Tokio e a Manila dove, per un certo periodo, sono stato il sarto di fiducia di Imelda Marcos che, nota per collezionare scarpe a gogò, non era meno esigente quanto ad abiti...».

Dal gregge a bottega
Se si insiste, e le incombenze che lo impegnano al Sacro Speco di Subiaco gli consentono una pausa, srotola un po’ di scene del film che sembra riassumere un’intera vita: è ultimo di otto figli di un pastore che, proprio nell’anno in cui lui viene al mondo, il 1933, perde per un’epidemia l’intero gregge. Dunque povertà severa come regna allora nei piccoli paesi dell’Oristanese ma, in famiglia, la serenità dei giusti e il lavoro come salvezza. Giovanni Scanu, il sarto di Narbolia, il minuscolo paese natale, è il suo primo maestro. Trova che il piccolo Giovanni Sanna con ago e filo ci sa fare e convince la famiglia a mandarlo a bottega ad Oristano, da Giuseppe Cuveddu, che a Torino, decenni prima, è stato un eccellente maestro di taglio. Altra conferma del suo talento: «Tu devi saltare il mare - gli intima il professore di taglio - qui saresti sprecato».
Al ragazzo il coraggio non manca e così arriva a Roma, stretto in un cappottino che la pioggia autunnale ha ristretto un po’ troppo: «Non ti presenti bene, ragazzo...», gli dicono in una sartoria dei Parioli dove ha bussato cercando lavoro. «L’abito non fa il monaco», replica pronto Giovanni che già allora non si lascia intimidire.
Per farla breve: di sartoria in sartoria finisce col lavorare al top degli atelier romani, quello delle sorelle Fontana. Dalle sue mani escono gli abiti di tante celebrità e i costumi di scena, ad esempio, di Ava Gardner, impegnata oltre che a girare la Bibbia, a smarcarsi da Frank Sinatra ingaggiando una rovente love story con Walter Chiari.
A Irene Brin, la celebre giornalista che raccontava in modo insuperabile la mondanità di quegli anni, Giovanni confeziona una magnifica redingote: «Lei, felicissima, mi supporta con calore. Mi consiglia libri da leggere e mostre da vedere. Insiste perché io faccia un salto ulteriore: a New York, a Parigi...». Giovanni però a Roma si trova bene. Non si perde un’opera lirica anche se la sua passione è il cinema tanto che si candida a Lascia o Raddoppia?, esperto di film italiani anni Trenta e Quaranta.
Invece del telequiz con Mike Bongiorno arriva la prova più difficile: a Parigi, nell’atelier di Pierre Cardin. Due palazzine in Rue de Faubourg Saint-Honoré dove sono all’opera cinquecento lavoranti, il meglio della haute couture di Francia. Al piccolo sardo appena giunto da Roma affidano un modello di lino riuscito male: «Era un lavoro maledettamente complicato, tutto giocato di sbieco e da rimodellare completamente nella notte». All’indomani, infatti, la collezione è da presentare a dei compratori americani.

C’est pas mal
Mademoiselle Danielle che regna sui reparti della sartoria alle prime ore dell’alba scruta il lavoro appena finito: «C’est pas mal, le petit italien», sentenzia, prima di affidare l’abito alle indossatrici. Alla sfilata gli americani applaudono: il modello piace e ne prenotano 250 capi. Pierre Cardin, attento a tutto, vuole sapere chi è l’artefice dell’insperato miracolo: così conosce Giovanni, il nuovo venuto. Lo soppesa e gli dice: «Tu da qui non te ne andrai mai...». In realtà poi, quando è arrivato il momento, gli lascia prendere il largo con le boutiques della maison in Asia. Dunque Tokio e Hong Kong. E la Manila della signora Marcos.
Passano gli anni. Il film di una vita sembra essersi srotolato tutto, mentre, tornato da Tokio, Giovanni si gode la bella casa col mare di Sardegna davanti che lo aspettava da tempo. Manca ancora il finale. Tra i ricordi degli anni romani c’è una veloce puntata a Subiaco, al monastero di Santa Scolastica. Racconta padre Giovanni: «Avevo parlato per pochi minuti con un monaco, si chiamava padre Joseph. Gli chiesi da quanto tempo era lì.
- 48 anni.., mi rispose.
- Che bello! fu la mia replica, piuttosto banale.
- Bello? E allora perché non viene e prova?
- Lo farò. Mi dia tempo e vedrà che lo farò.

Senza fretta
Nelle vite felici gli appuntamenti imperdibili non hanno fretta. Si prendono tutto il tempo necessario per andare a compimento. Ad esempio “Paddy” Leigh Fermor, tra il viaggio a piedi lungo l’Europa negli anni Trenta e il primo resoconto che ne fa nel radioso Tempo di regali, frappone una trentina di anni. E una ventina di anni dividono il “continua” sull’ultima pagina di Tempo di regali dalla ripresa, in Fra i boschi e l’acqua, del racconto di quel cammino, dal quale forse Fermor non si è mai davvero staccato. Qualcosa di simile deve essere accaduto anche a Giovanni che, mezzo secolo dopo, ritorna a Subiaco e chiede di diventarvi monaco. Lo è dopo tre anni di noviziato. Ora indossa la tonaca benedettina per sempre. Quell’abito cambia qualcosa?
«È come vivere dentro una luce diversa», risponde tranquillo con un sorriso.
Verrebbe voglia di credergli. E, prima o poi, provare.


Pagina 99, 12 agosto 2016

2.12.16

Sebbene tu cerchi... Una poesia di Lucio Piccolo

Sebbene tu cerchi che la tua stessa fugacità
sia l’arpa, il flauto, il ruscello,
sai che su la fronte è il segno
di una malinconia senza fine;
e se l’aria della notte che avanza
scioglie la maggiorana, i mirti,
il chiaro calice della datura
in fumo umido di fragranza,
sai che la favola sboccia,
poco dura, s’allontana,
e l’amaro è dell’ultima goccia.
Anche se il disperso ritrova
il confine, il lume notturno, il riposo,
anche se il tumulto gioioso
delle campane irrompe
nell’aria della sera,
e la corona da le gemme invernali
dolce si curva a la Primavera dei bianchi sponsali.
Ora su le colline oscure, su le curve dei monti
le terse cinture, la cacce di scintille
prende il primo scoramento che poi trascolora,
e saranno infondo a le valli, brusio, brina,
all’eriche sonaglio di stille che vapora,
breve fluire di fonti che l’erba disperde,
che la terra densa ai raggi caldi beve.


Canti barocchi e altre liriche, Mondadori, 1956

Il nostro saluto. Fortebraccio per i metalmeccanici (1977)

Il due dicembre del 1977 si svolse, in concomitanza con lo sciopero della categoria, una grande manifestazione dei metalmeccanici a Roma. All'evento Fortebraccio (Mario Melloni) dedicò il suo quotidiano corsivo su “l'Unità”, non graffiante come d'abitudine, ma denso di memorie importanti. Un bel leggere in ogni caso. (S.L.L.)
Mario Melloni (Fortebraccio) con il presidente della Repubblica Sandro Pertini
Lasciato il giornalismo al tempo del delitto Matteotti, dopo molti anni di impiego a Genova, passammo nel ’41 a Milano, dove lavorammo nella segreteria di due grandi fabbriche, la Innocenti e la Vanzetti. I nostri primi amici operai furono dunque tutti metalmeccanici: Porro, della Innocenti (magazziniere, se ben ricordiamo), pur essendo giovane, era già un vecchio comunista. Andavamo in casa sua la sera a discutere di politica, e ci trovavamo quasi sempre d’accordo, ma non ci chiamavamo ancora «compagno» perché il nostro passaggio al PCI era ancora lontano. Alla Vanzetti entrammo subito in rapporti cordialissimi con Casiraghi, Stabilini. una bellissima ragazza che tutti chiamavamo sempre col solo cognome, la Bergamaschi, e Cerati. Casiraghi ci salvò dall’arresto dei nazifascisti, che si sarebbe concluso con la deportazione. facendoci fuggire in tempo attraverso la porta secondaria di un magazzino appartato. Ancor prima Stabilini e la Bergamaschi avevano organizzato infaticabili nella nostra fabbrica, in stretto contatto con noi, lo sciopero del marzo; e insieme a noi aspettarono imperturbabili che le SS dell'Hotel Regina, preannunciate. venissero a prenderci. Non abbiamo mai saputo per quale miracolo dell’ultimo momento non arrivarono, e fummo salvi. Avevamo comunque deciso di assumerci noi tre per la Vanzetti la responsabilità della manifestazione che rappresentò, negli stabilimenti di Milano, il vero inizio della Resistenza cittadina.
Cerati, invece, arrivò dopo l’8 settembre, avendo abbandonato, in Sicilia dove era stato inviato a combattere, l'esercito in completo sfacelo. E ci raccontò una storia così gustosa che non resistiamo alla tentazione di ripetervela. Cerati era arrivato, dopo due giorni avventurosi e faticatissimi di viaggio, finalmente alla stazione di Parma, dalla quale si diramavano senza programmi prestabiliti e senza orari, treni per le più svariate direzioni: la Riviera, Torino. Milano, Venezia e altrove. Ma nessuno riusciva a saperne nulla in anticipo. Cerati era travestito da prete, con una tonaca scrupolosamente abbottonata e il suo breviario in mano. A un tratto scorse il capo stazione che, come usava allora, portava una severa redingote. avendo in testa il solito, fiammante berretto rosso. Si avvicinò al grave funzionario, che rimaneva impassibile fra il caos circostante, e gli domandò compunto, come immaginava che dovesse parlare un pio sacerdote: «Scusi. signor capo, saprebbe dirmi qual è il treno che dovrà partire per Milano?». Il capo stazione lo squadrò dalla testa ai piedi e gli rispose calmo: «Sono un operaio anch'io, compagno. E debbo andare a Voghera. Il capo stazione è tornato a letto, dopo che l'ho spogliato».
Oggi abbiamo a Roma metalmeccanici da tutta Italia, e noi sentiamo e sappiamo che se anche quei cinque di allora non possono essere con loro (e forse qualcuno di essi è purtroppo scomparso, i giovani metalmeccanici succedutigli sono qui con lo stesso animo, la stessa fermezza e la stessa ansia di giustizia che resero indispensabile alla rinascita del Paese l’opera dei metalmeccanici di quei giorni. Essi erano in prima fila, e voi, oggi, siete in prima fila non meno di quelli d’allora con l’orgoglio di esservi divenuti compagni, noi vi rivolgiamo il nostro saluto fraterno.


“l'Unità”, 2 dicembre 1977

1.12.16

Il trucco. Una poesia di Jozefina Dautbegović, (Bosnia 1948 – Zagabria 2008)

Quello che si vede non è il trucco
per riguardo ho messo solo un impiastro
per attenuare le cicatrici
che di regola offendono maggiormente
colui che guarda.
Zagabria, 21/02/1995

Traduzione dal croato di Ginevra Pugliese
Dalla rivista on line “Fili d'aquilone”, luglio-settembre 2015

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