5.6.12

Un talebano a Milano (dal sito “Cattolicesimo reale”)

Dal sito “Cattolicesimo reale”, curato da Walter Peruzzi, autore dell’indispensabile omonimo volume, riprendo il post che segue, a commento del recente passaggio milanese del papa tedesco. (S.L.L.)
Lo sbarco di Ratzinger a Milano è stato accolto dallo scodinzolante plauso della Tv, delle autorità locali, del primo ministro in carica e perfino del ministro a riposo Umberto Bossi.
Banalità in mondovisione
Il 2 giugno la Rai-Tv ha mandato in onda, al posto del Tg3, sposi cinguettanti dei cinque continenti e un papa costosamente addobbato, che facevano a gara nel dire penose banalità sulla incantevole bellezza della fede e sulle caste gioie della famiglia. A rendere più commovente il quadretto non è mancato, a lato di sua Santità, un comico Tarcisio Bertone costantemente a mani giunte (forse in segno di penitenza per le puttanate che combina in Vaticano quando è fuori controllo).
Né sono mancate le sgrammaticature circa l’incontro, più volte definito fra «laici e cattolici» come se i due termini si escludano a vicenda: il che è anche vero per chi ritiene termini come “cattolico” e “clericale” sinonimi. Ma non credo fosse quello che sindaco e papa volevano dire …
In ogni caso il punto dolente, finiti i preliminari, è stato come sempre il dialogo fra credenti e non credenti, riproposto fra laiche genuflessioni e vaticani sberleffi.

Famiglia e famiglie
Pisapia aveva auspicato di lavorare «spalla a spalla» per il bene comune di «tutte le famiglie». Un termine cauto, per non dire volutamente ambiguo, con il quale i laici potevano intendere “tutti i vari tipi di famiglia” e i clericali l’unica famiglia cristiana – declinata al plurale per poterle abbracciare tutte, almeno quelle convenute a Milano.
E Ratzinger si è affrettato a rispondere che questo solo è il senso del plurale, dato che una sola è la famiglia «naturale», «fondata sul matrimonio fra un uomo e una donna», «aperta alla vita» e via col mantra. Anzi, già che c’era, ha precisato che la famiglia «naturale» con tutto quel che per lui segue (la libertà della stessa di farsi pagare la scuola privata dallo stato, la non-libertà per la donna di abortire e per gli esseri umani di disporre della propria vita) è un obbligo per tutti, non già perché siamo in uno stato confessionale («concezione … superata», ha avuto la faccia tosta di dichiarare) ma perché «le leggi debbono trovare giustificazione e forza nella legge naturale». La quale, vedi combinazione!, coincide con la morale cattolica.

No democrazia, no dialogo
Ora, benché Ratzinger sia uomo di scadenti letture non può certo ignorare che la famiglia cristiana di cui va cianciando non è l’unica, «creata da Dio» (come diceva un’ingenua suorina intervistata a Milano), ma è uno dei tanti tipi di famiglia succedutisi nella storia umana. Punto.
Così come non può ignorare che il diritto naturale è declinato in modi diversi e perfino opposti dai vari filosofi. Sicché solo in malafede si può gabellare per «diritto naturale» che impegnerebbe tutti i cittadini di uno stato laico la particolare filosofia (e morale) cattolica.
Si tratta in realtà di gherminelle per far rientrare dalla finestra del diritto naturale la concezione e la pratica dello stato «confessionale» che i papi obtorto collo devono dire «superata», ma che resta per loro un insuperato e irrinunciabile strumento di governo.
Il che rende il cattolicesimo ovviamente incompatibile con la democrazia e dovrebbe rendere tutti avvertiti, i politici “laici” in primis, che è da rifiutare qualsiasi “dialogo” col papa e dintorni.

Postato su "cattolicesimo reale" il 3 giugno 2012

Un amore a Baires. Quando gli emigrati erano anarchici e socialisti (di Alberto Prunetti)

America Scarfò
“Il manifesto” del 13 settembre 2006 racconta in ultima, per la penna di Alberto Prunetti, una bella storia, di amore, repressione ed anarchia, che si svolge tra l’Italia e l’Argentina, intensa, commovente e accattivante, che qui riprendo a comune edificazione. (S.L.L.)
Severino Di Giovanni
Si è spenta a 93 anni America Scarfò, fidanzata clandestina di Severino Di Giovanni, leggendario anarchico italiano fucilato a Buenos Aires negli anni '30. Una storia d'amore fra emigranti più forte anche delle passioni politiche
America Josefina Scarfò, detta Fina, è morta a Buenos Aires il 26 agosto scorso. Aveva 93 anni. Nel suo nome, America, sono raccolte le speranze dei suoi genitori, una famiglia di calabresi emigrati in Argentina. Sono gli anni '20 del secolo scorso e gli italiani si trasferiscono in massa nel paese australe, che ha aperto le porte all'emigrazione: servono inglesi, tedeschi, nordeuropei che stemperino la pelle dei creoli. Invece arrivano italiani e spagnoli. Non portano solo la pelle olivastra e i capelli neri, ma diffondono anche il seme dell'anarchia e del socialismo. Su cinque milioni e mezzo di immigrati arrivati in Argentina entro gli anni '30 del Novecento, la metà sono italiani.
Tra questi c'è un maestro elementare nato a Chieti nel 1901, scappato al fascismo e arrivato nella città rioplatense nel 1923 con moglie e figli: si chiama Severino Di Giovanni.

Amore e rivolta
La polizia si accorge di lui il giorno in cui lancia dagli spalti del teatro Colòn di Buenos Aires un volantino inneggiante a Matteotti. «Abbasso il fascismo!», urla quel giovane di fronte all'ambasciatore italiano. La polizia argentina lo ferma e i miliziani fascisti lo prendono a pugni.
America si accorge di lui uscendo dalla casa dei suoi genitori. Lei ha quattordici anni e due fratelli anarchici, Paulino e Alejandro. Suo padre accetta di affittare a Di Giovanni un appartamento costruito a lato della propria abitazione. Severino esce presto la mattina per andare a lavorare in tipografia, America esce di casa per andare a scuola, e i due si incontrano sulle scale. Così inizia la storia dell'amore tra questa adolescente e un italiano che diventerà presto l'uomo più ricercato dalla polizia argentina.
Severino Di Giovanni diventa in breve la figura di rilievo dell'anarchismo espropriatore argentino. Circondato da esuli antifascisti, fonda il giornale in lingua italiana Il Culmine e inizia una campagna di attentati contro le strutture del fascismo a Buenos Aires. Colpisce con attentati esplosivi il consolato italiano e la sede della National City Bank. Realizza anche una serie di rapine per finanziare i suoi progetti editoriali.
Ma l'uomo che di giorno stampa volantini incendiari in difesa di Sacco e Vanzetti e di notte prepara congegni esplosivi non può fare a meno di arrossire quando incontra quell'adolescente sulle scale. E' imbarazzato, perché sente nascere l'amore; sente il peso della famiglia, lui che è italiano, che ha moglie e figli. Eppure gli anarchici propugnano il libero amore. Così ogni giorno, come un ragazzino alla prima cotta, si mette davanti alle porte del collegio per ragazze frequentato da America. L'aspetta all'uscita della scuola e l'accompagna a casa.
«Lui mi parlava in italiano, e io rispondevo in castigliano...». America ricorderà così quelle passeggiate. Arrivati a pochi passi da casa i due si separano, affinché il padre di America e la moglie di Severino non intuiscano quello che sta accadendo. «Ti voglio bene, si dichiarò così in italiano», ricorderà America. «Yo también, gli rispondevo io in castigliano».
Quest'uomo di quasi trent'anni, che presto la stampa argentina descriverà come una belva sanguinaria, camminerà mano nella mano con una adolescente, lungo i viali dei parchi di Buenos Aires.
Presto Severino sarà costretto alla latitanza, e non potrà più aspettare America. «A volte veniva al collegio, ma altre volte non poteva, perché era pericoloso. Allora mi scriveva, anche tre lettere al giorno». Severino manda le lettere attraverso altri anarchici che fanno da intermediari, convinti che quelle lettere siano parte di importanti progetti politici. «Io gli scrivevo, e lui leggeva le mie lettere e poi le distruggeva, perché diceva che era pericoloso, che la polizia poteva trovarle. E che io dovevo fare lo stesso. Ma io non l'ho fatto. Erano così belle... distruggerle, no, de ninguna manera».
«Mia amica. Ho la febbre in tutto il corpo. Il tuo contatto mi ha riempito di tutte le dolcezze. Mai come in questi lunghissimi giorni, ho tanto centellinato i sorsi della vita». Stentava con lo spagnolo e preferiva scrivere in italiano: «Vorrei potermi esprimere sempre nel tuo idioma per cantarti ogni attimo del tempo la dolce canzone dell'anima mia, farti comprendere i palpiti che percuotono fortemente il cuore ». Per America invece leggere in italiano era più faticoso. Eppure quella fatica doveva risultarle piacevole, se Severino scriveva: «mi contento nel sapere che per comprendere queste linee debbono essere rilette più di una volta da te». E ancora: «Rendimi duplicato il mio bene che ti voglio. Sappi che ti penso sempre, sempre, sempre. Sei l'angelo celestiale che mi accompagna in tutte le ore tristi e liete di questa mia vita refrattaria e ribelle».
Ricercato dalla polizia, Severino Di Giovanni incontra sempre più difficoltà per fissare gli appuntamenti d'amore. Sono anni in cui una adolescente può uscire di casa solo per andarsene a scuola, a meno che non abbia un fidanzato ufficiale, riconosciuto dalla famiglia. Ed è appunto questa l'idea clamorosa di Severino, abile a congegnare piani.

Il «colpo» di America
Il gruppo di espropriatori che si raccoglie intorno a Di Giovanni dovrà fare un «colpo» diverso dal solito. Bisogna portar via America di casa, senza che i suoi genitori e la moglie di Severino possano intuire niente. Si decide di utilizzare Silvio Astolfi, un giovane anarchico italiano, esperto autista della banda. America presenterà Silvio in famiglia come fidanzato. I due potranno passeggiare intorno casa, e Astolfi le porterà le lettere di Severino. Però Astolfi dovrà fingere di avere un lavoro regolare per ottenere l'assenso degli Scarfò, e soprattutto non dovrà prendersi libertà con America.
Il piano funziona. Si farà il fidanzamento ufficiale a breve. I genitori di America non hanno dubbi e neanche Teresa, la moglie di Severino. Si celebrano le nozze civili e America e Silvio partono in luna di miele verso una meta lontana, in treno. Ma alla prima stazione scendono dalla carrozza. Li aspetta Severino Di Giovanni con duecento rose rosse. America e Severino vanno finalmente a vivere assieme.
La loro convivenza è breve. Il gruppo di Severino - che include anche due fratelli di America, Paulino e Alejandro - continua a rapinare banche e a colpire i simboli del fascismo italiano, ma intanto i suoi amici cadono uno a uno.
Il 29 di gennaio del 1931 la tipografia di Severino è circondata dalla polizia. Inizia una fuga rocambolesca sui tetti di Buenos Aires. Loro sparano 500 colpi, lui cinque. Il sesto lo punta contro il proprio petto. Eppure quel colpo non lo ammazza. Lo portano all'ospedale, lo ricuciono e lo sbattono in carcere. Gli fanno un processo sommario e lo condannano a morte.
America è ancora un'adolescente, viene arrestata e poi rimessa in libertà. Le confiscano però le lettere di Severino. Le autorità concedono a Severino di abbracciarla un'ultima volta. Severino le chiede di essere forte e di sposarsi con qualche compagno. Poi al secondino chiede un caffè, molto dolce, come ultimo desiderio. Glielo danno, ma non è dolce abbastanza. «Avevo detto dolce, molto dolce. Pazienza, sarà per la prossima volta». Il plotone d'esecuzione viene allestito rapidamente, e toglierà ad America prima Severino e poi il fratello Paulino.

Le carte e il portacenere
Passano gli anni. America si sposa con un compagno, si laurea in letteratura italiana e inizia a insegnare italiano. Fonda una casa editrice libertaria e nel 1951 fa un viaggio nel paese dei suoi antenati. Raggiunge Chieti, prova a contattare i famigliari di Severino, ma trova solo silenzio e oblio.
Alla fine degli anni '60 uno storico, Osvaldo Bayer, inizia a spulciare archivi e intervistare vecchi protagonisti delle lotte degli anni '20. Il libro di Bayer, Severino Di Giovanni, riscatta la figura di Severino, ma la dittatura militare proibisce la riedizione del testo. Con la fine della dittatura Osvaldo Bayer e America si incontrano. Parlano di quelle lettere d'amore, che lui ricorda di aver visto tra le carte degli archivi. «Le mie lettere», dice America. Siamo nell'era di Menem, e Bayer riesce a ritrovare quelle lettere sequestrate: sono nel Museo della Polizia.
Prima di morire America vuole tornare a leggere le parole di Severino, e non vuole una fotocopia, ma l'originale. Solo il ministro dell'Interno può darle il permesso, secondo la normativa degli archivi argentini. Il ministro riceve Osvaldo e America, dice che farà il possibile. Dopo alcuni giorni i due sono convocati dal capo della polizia, che li ascolta con forzata benevolenza. «Lei mi chiede qualcosa che appartiene alla Policía Federal. Guardi», e prende un portacenere, «qui sopra c'è scritto 'Policía Federal'. Se lei mi chiede questo portacenere, io devo dire di no, perché non appartiene né a me né a nessun altro: appartiene alla polizia». Bayer insiste: «Però non si tratta di un portacenere, ma di lettere d'amore». Il funzionario torna a indicare il posacenere con gesto trionfale: «Sì, ma entrambi appartengono alla Policía Federal». «No, sono lettere d'amore che sono state scritte per me. Sono mie», dice quella donna anziana, con gli occhi neri e i capelli color neve.
America ha riavuto le sue lettere scritte in italiano, la lingua che parlavano i suoi fratelli anarchici fucilati e il suo amante. È sopravvissuta alla loro morte, è sopravvissuta a tante fucilazioni, a dittatura e repressione. L'ironia però non l'ha mai abbandonata.
A chi le chiedeva se avesse mai avuto rimpianti, rispondeva che un rimpianto ce l'aveva: «Di esser stata fidanzata con un tal Astolfi, e che in tanti mesi di fidanzamento lui non mi ha mai dato un bacio». Adesso se n'è andata. Le sue ceneri sono state disperse in un piccolo giardino di proprietà della Federación Libertaria di Buenos Aires. Bayer si è impegnato ad andare ogni mese a leggere in quel giardino una lettera di Severino a America.

Antonimo: "Uova marce per Mario Draghi".

Sul sito di http://www.sbilanciamoci.info/ , a commento della notizia della lezione in ricordo di Federico Caffè tenuta alla Sapienza dal presidente della Bce, Mario Draghi, è apparso l’intervento firmato “antonimo”, che qui sotto riprendo. Racconta della contestazione a Draghi e a sua volta contesta la legittimità delle sue prediche. Condivido perfettamente. (S.L.L.)

Giovedì, 24 Maggio 2012 20:51:44
“Non si può nominare presidente del Consiglio un vile affarista che è stato socio della Goldman Sachs“. Le parole che Francesco Cossiga pronunciò nel 2008 non hanno impedito a Mario Draghi, già vicepresidente della banca americana, di diventare presidente della Banca centrale europea. Era dunque così ingeneroso l’ex presidente della Repubblica nei confronti dell’allora governatore della Banca d’Italia? Questo probabilmente lo decideranno i posteri, di certo lo champagne sta scorrendo a fiumi nelle sale cambi delle banche che nei primi 100 giorni di mandato di Mario Draghi alla Bce (si è insediato a inizio novembre) hanno ricevuto più regali che nei 10 anni precedenti.
L’asse con Ignazio Visco (ora governatore della Banca d’Italia) e il premier Mario Monti, ha partorito l’articolo 8 del decreto “salva Italia” che consente alle banche di ottenere una fideiussione dallo Stato italiano a un costo risibile per poi poter ottenere finanziamenti dalla Bce, il denaro così veicolato nelle casse dei gruppi bancari consente agli stessi di realizzare delle enormi plusvalenze attraverso il riacquisto di titoli emessi precedentemente sul mercato a tassi superiori. Si calcola che il solo Banco Popolare abbia realizzato una plusvalenza di 500 milioni di euro con questa operazione. La Bce ha obbligato le banche a erogare prestiti a imprese e famiglie? A sostenere l’economia reale? No, i soldi servono solo a creare un circuito di carta e di differenze contabili che generano profitti, lauti compensi e bonus agli amministratori.
Uova marce hanno accolto Draghi alla Sapienza e nei corridoi di Economia da altri striscioni con una frase di Federico Caffè: "Da tempo sono convinto che la sovrastruttura finanziario-borsistica favorisca un gioco spregiudicato di tipo predatorio a danno della società"; Draghi si permette di “celebrare” il compianto prof. Caffè che si starà rigirando nella tomba nella quale speriamo abbia trovato riposo e si permette anche di “strigliare” l’Italia, mentre quanto sta facendo alla Bce e non solo, dovrebbe essere oggetto di indagine di qualche Procura della Repubblica di questo sventurato paese.

Marx e il liberalismo (S.L.L.)


Marx non solo combatte il liberalismo, ma lo invera: porta a un livello più alto l'idea della libertà individuale. Superato il capitalismo, cessata la divisione in "classi" legata ai rapporti di produzione, ridotto al minimo il tempo di lavoro socialmente necessario, ogni individuo umano potrà sottrarsi all'alienazione capitalistica, potrà seguire le proprie inclinazioni e mettere a frutto i propri talenti, senza essere compresso e traviato dalla logica infernale del profitto. "Da ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni".

Riccardo Lombardi e l'Italia come avrebbe potuto essere (di Aldo Ajello)

Aldo Ajello, un palermitano che ha studiato diritto, che fu parlamentare prima socialista e poi radicale e ora si occupa con passione di diritti umani nel mondo (non sempre individuando le battaglie più urgenti e giuste) ha tracciato un bel ritratto di Riccardo Lombardi e vi ha aggiunto una sconsolata riflessione sulla sua eredità. Lo riprendo dalla rete perché mi pare assai ben scritto e utile a ricostruire la personalità del grande socialista siciliano. (S.L.L.)
Negli ultimi anni (alla scomparsa ne aveva compiuto ottantatre) Lombardi era un po' in disparte dalla politica, e da quella socialista in specie, di cui era stato un animatore indiscusso e per lungo tempo una sorta di leader alternativo, con una spiccata tendenza alle dimissioni. Una figura assai rispettata al vertice del partito nonostante la sua incisiva - e a volte dirompente - attitudine critica, e capace di un singolare proselitismo nei ranghi medi, e soprattutto nelle leve giovanili.
Che Lombardi fosse un personaggio di raro conio risultava chiaro a chiunque seguisse, all'epoca, la politica italiana. Lo era, forse, a suo stesso dispetto. In contraddizione, comunque, con la ritrosia, la serietà, la qualità a volte oracolare delle sue ironie, l'aspetto perfino arcigno con il quale veniva spesso descritto o disegnato.
Un ritrattista come Montanelli ne fece uno dei suoi soggetti o bersagli preferiti, scrivendo ad esempio che «portava a zonzo un volto notturno e temporalesco» e che «dava del lei a se stesso». Alto, magro, occhialuto, con le spalle ossute e quadrate, un po' curvo per i postumi di una bastonatura subita ad opera dei fascisti nel 1930, sempre con un mezzo toscano serrato fra le labbra, egli portò nel Psi - cui aveva aderito dopo lo scioglimento del partito d'Azione - quell'inquietudine che dell'azionismo era un tratto proverbiale. Gli deve molto non soltanto la fraseologia politica (dal termine «contestazione», a lui caro assai prima che si divulgasse in chiave di protesta studentesca, all'insistenza quasi missionaria sulle «riforme di struttura») ma anche, più in generale, un'arte di governo intesa come coerenza propositiva.
Passioni politiche e umori polemici si coglievano subito nella sua voce calma, suadente, impastata di un coriaceo accento siciliano, quando si andava a trovarlo d'estate in una sua villetta affacciata sul lago Paola, a un passo da Sabaudia. Non si fa fatica a ricostruirli oggi, quei suoi pensieri e propositi, scorrendo le oltre mille pagine dei discorsi parlamentari da lui pronunciati fra il 1945 e il 1983, e che vennero pubblicati due anni fa a cura di Mario Baccianini, con una presentazione di Valdo Spini e un'introduzione di Simona Colarizi.
Del centrosinistra - di quello originario, interpretato fra il '62 e il '63 dal governo Fanfani - Lombardi fu il vero padre. La nazionalizzazione dell'industria elettrica fu in gran parte frutto della sua tenacia. Le folate d'impopolarità originate da quel provvedimento non riuscirono a stroncarlo. A lungo, l'aggettivo «lombardiano» designò una sinistra sicura delle proprie credenziali democratiche, avversa ai compromessi, costante nel proporre una programmazione che a tanti conclamati liberali e liberisti appariva in contrasto con l'inveterata pratica dell'arbitrio. Come sappiamo Lombardi vide troppe speranze trasformarsi in angustie. E non a caso, Miriam Mafai, scrivendone quasi trent'anni fa la biografia per l'editore Feltrinelli, avrebbe voluto intitolarla (così confidava al lettore) Riccardo Lombardi o dell'illusione programmatica del centro-sinistra. Del "suo" centro-sinistra, infatti, restò quasi soltanto il nome. Dalla rottura con Pietro Nenni - culminata nella famosa «notte di San Gregorio», giugno 1963, in cui egli, spaccando la corrente autonomista, fece fallire una riedizione, «organica» stavolta, dell'alleanza fra Dc e Psi - alla morte, il suo isolamento non fece che crescere. In luogo dell'alternativa di sinistra, da lui auspicata, trionfò il compromesso storico con quel partito cattolico di cui sempre più diffidava. Finché nell'era di Craxi, il dirsi «lombardiani» nel Psi assunse l'aerea rispettabilità d'un «flatus vocis»; e non parliamo di certi antichi esponenti di punta della corrente lombardiana che oggi fanno politica di vertice su sponde che nessuno, allora, poteva prevedere.
E' dunque meglio pensare che il socialista di Regalbuto non abbia avuto eredi, e che la sua resti una testimonianza inimitabile e a senso unico: l'Italia come forse avrebbe potuto essere.

Debiti, finanza, welfare. Le lezioni di Caffè (di Roberta Carlini)

Un articolo di Robertina Carlini, postato il 23 maggio 2012 su http://www.sbilanciamoci.info/
(e stampato all’indomani su “il manifesto”). Con grazia, ironia e cognizione di causa rileva la contraddizione insanabile tra l’insegnamento di Federico Caffè (del quale la giornalista aveva curato una raccolta di scritti per “il manifesto”) e le politiche economiche dei suoi allievi Ignazio Visco e Mario Draghi, oltre a quelle intrinseche a codeste politiche. (S.L.L.)  
Federico Caffè
Il giorno del ricordo di Federico Caffè nel pieno del ciclone europeo.
Sullo sfondo l'attacco finanziario, in cattedra Draghi e il modello "austerità più crescita".
Cosa ci ha insegnato Caffè in proposito?

E tu, quanto hai guadagnato l'anno scorso? 500mila, 750mila, 1 milione, 28 milioni di dollari? La domanda ossessiva, via via più petulante, viene rivolta a chiunque gli capiti a tiro dal più giovane dei broker protagonisti di Margin Call, film sul capitalismo finanziario che più di un trattato di economia mostra e spiega cosa sta succedendo. La cifra dei guadagni cresce, salendo di grado negli incontri di una notte concitata per la scoperta di un'enorme falla nei conti della banca d'affari in cui il broker ragazzino lavora, ed entrando sempre più nel cuore della Società che sta per far precipitare sul mercato “una montagna di escrementi”. E cresce il terrore, l'adrenalina, l'azzardo, il cinismo dei dialoghi, sotto la quinta teatrale di un grattacielo di Wall Street. “Ci sono 8 trilioni di cartacce in giro per il mondo” basate su una catena di numeri sbagliata. “Stai vendendo qualcosa che sai che non vale niente”. “Qualcuno ci guadagnerà sempre”. “Non c'è scelta”. “Sono soldi, solamente soldi”.
Il film è di oggi, quarto anno della Grande crisi, ed esce mentre sui giornali si legge dell'allarme per una montagna di derivati tossici, in giro per il mondo, che valgono 9 volte il prodotto lordo globale. E' del 1971 invece uno scritto nel quale si constatava “la persistenza evidente, nell’ambito delle strutture finanziario-borsistiche, di un capitalismo aggressivo e violento, che non sembra avere nulla in comune con lo ‘spirito di responsabilità pubblica’ rilevabile come componente di una moderna strategia oligopolistica nell’ambito dell’attività produttiva industriale”. L'autore di queste parole è Federico Caffè, al quale oggi la sua scuola – quella comunità di colleghi e allievi ed eredi, raccolta attorno alla facoltà di Economia della Sapienza - dedica una giornata di studi e discussione, nel venticinquennale della scomparsa (il programma nell'allegato allo scritto di Caffè ripubblicato qui). E le parole appena citate, ripubblicate in varie raccolte, sono anche in una piccola selezione ragionata dei suoi scritti che oggi sarà distribuita ai presenti, le Gocce di Caffè. Chissà che qualche goccia non macchi irriverentemente i completi scuri di alcuni dei partecipanti, tra i quali due degli allievi più famosi di Caffè: Ignazio Visco, attuale governatore della Banca d'Italia; e Mario Draghi, attuale governatore della Bce. L'uno, alla guida dell'istituto italiano con i suoi residui poteri monetari limitati, ma ancora depositario di una certa moral suasion per chi fa la politica economica (oltre che del compito, non da poco di questi tempi, di vigilare sulle banche italiane); l'altro, passato da un set (reale) molto simile a quello di Margin call (la Goldman Sachs), agli organismi che hanno invano tentato una stabilizzazione della finanza, fino al vertice del monumento all'ortodossia monetarista europea, la Banca centrale: cuore e motore della ricetta dell'austerità, e adesso del nuovo mantra “austerità più crescita”. Sarà proprio Draghi a tenere quest'anno la “lezione Caffè”, e la dedicherà a Politica economica, crescita e welfare: un percorso per l'Europa.
Fin troppo facile vedere affinità e divergenze tra le lezioni di Caffè e le lezioni di oggi.
Basta qualche citazione, da quelle che più che “Gocce” sembrano pillole salvavita: se prese, però. Le posate invettive contro i “praticoni pittoreschi della finanza” (pubblicate sul “manifesto” nel luglio 1981 e ricordate anche sul “Corriere della Sera” di domenica 20 maggio da Massimo Mucchetti, che oggi aprirà uno dei dibattiti): pittoreschi non solo per le contrattazioni convulse, gli espedienti per adescare i risparmiatori, le vicissitudini delle turbinose crisi (qui Caffè cita Kindleberger, non un film...), ma soprattutto per “la considerazione sentenziosa della borsa come espressione tipica di un 'mercato' il più vicino all'idea concorrenziale e che, in quanto tale, concorrerebbe alla allocazione efficiente delle risorse finanziarie”.
La sconfortata denuncia del conformismo dell'informazione, “con riguardo particolare a quella economica”.
Il disvelamento sull'esistenza di una 'mano invisibile' ben diversa da quella di Smith: “L’operare quotidiano di borsa, a prima vista, sembra identificarsi con il meccanismo automatico delle forze di domanda e offerta ma, in realtà, le cose stanno in modo diverso. Il meccanismo automatico non è lasciato a se stesso; c’è un uomo nascosto nel meccanismo e che in effetti lo fa muovere. Poiché questa è, in essenza, una delle funzioni principali di chi opera come specialista nel mercato di borsa” (1971).
Le denunce contro “gli incappucciati” del mercato (1982).
La “vacua banalità” di “affermazioni predicatorie, intese a reiterare l’invito a 'mettere la casa in ordine', 'a non vivere al di là dei propri mezzi'”, propinate per invitare i lavoratori a un “patto sociale” senza però mettere sul piatto una contropartita per il mondo del lavoro (siamo nell'Italia del 1974, non nella Grecia del 2012, e Caffè parla di patrimoniale, nazionalizzazioni, integrazione dei redditi minimi).
La corrosiva critica alle ricette (di allora) del Fondo monetario in tema di pensioni, nella quale si ricorda “l'alternativa delle pertiche”, ossia il modo che in una tribù africana avevano per mantenere il loro sistema di sostegno alle famiglie colpite da disgrazie o infortuni: “Un sistema di 'ripartizione', diremmo utilizzando le nostre categorie, di cui è condizione essenziale una situazione di stabilità demografica. Per conseguirla le persone anziane divenute incapaci di dare ogni pur minimo contributo alla comunità venivano portate sulla riva di un fiume profondo e spinte dolcemente ma inflessibilmente, con lunghe pertiche, verso il punto di non ritorno”. (1986).
E inoltre, i capisaldi del pensiero di Caffè: la difesa del welfare state come fonte di progresso, per la società e per l'economia; il solco del pensiero keynesiano nel quale “non vi è soltanto un apparato di analisi, un insieme di suggerimenti per la politica economica (adattabili nel tempo e che Keynes stesso modificò al delinearsi della seconda guerra mondiale), ma una visione del mondo che affida alla responsabilità dell’uomo le possibilità del miglioramento sociale” (1986).
Riprendiamo la specificazione che Caffè aveva messo tra parentesi: “adattabili nel tempo”. Cioè all'oggi, di un'Europa che ripudia in Costituzione Keynes, e soprattutto, ove anche lo riprendesse come da oltreoceano le consigliano di fare, si troverebbe nella difficoltà di attuare un keynesismo senza Stato; e all'oggi di Margin Call, della finanza ancora più incontrollata, potente e potenzialmente letale: la “peste quasi incurabile”, di cui ha parlato Guido Rossi sul “Sole 24 ore” (Il grande assente al casinò della finanza, 13 maggio 2012), affermando con una nettezza sconosciuta a molti altri commentatori ed economisti finti progressisti che “preliminare a ogni programma di crescita è una seria riforma del capitalismo finanziario, così come fece il New Deal dopo la grande depressione del 1929”. Subito dopo, scrive sempre Guido Rossi, sarà il caso di dire apertamente che non si dà “coincidenza degli opposti”, come fa “la teologia degli economisti che ben tollera i paradossi” e che “va ora coniugando austerità e crescita”. Ma come si fa a tenere insieme tagli colossali di spesa e promesse di sviluppo, a perseguire forti avanzi primari in fase di recessione senza aggravare le recessione stessa, a mettere insieme nella pratica, rigore e sviluppo? Un blogger con una certa popolarità, che si fa chiamare 'Bimbo alieno' e si occupa seriamente di finanza, l'ha messa giù così, commentando il recente G8: “"promuovere la crescita, ridurre il debito" più o meno come: "Riproducetevi! E mi raccomando: usate i preservativi"”.
E' quel che va di moda ai piani alti delle istituzioni europee, ovunque essi siano; è quel che proverà a spiegare oggi, dalla cattedra di Caffè, Mario Draghi.

4.6.12

La poesia del lunedì. Filippo De Pisis (1896 - 1956)

Barocco
In cima a un pulpito barocco,
un angiolino suona una tromba,
levata verso la grande nave oscura.
Di legno dorato, polveroso.
Del suo piccolo cuore
sente il battito dolce
solo il mio, stanco.
Ore senza sole, profumo di incenso,
sospiri d'anime afflitte.
E al suono magico di quella tromba
si scoperchiano forse le antiche tombe
in questa notte truccata di luna.

Poesie, Modernissima, Roma, 1938

Il Wojtila beatificato. Non è Francesco (di Gianpasquale Santomassimo)

Santi e idoli
Dalla Chiesa del silenzio al silenzio della Chiesa, la contesa sulla modernità
Il Concilio rimodellato fra un sacro arcaico e un nuovismo sfavillante

Che diventi Beato e poi Santo è abbastanza naturale e scontato. Sulla base degli stessi criteri da lui introdotti: basterebbe la «santità generica», in base alla quale ogni cattolico probo potrebbe aspirare agli altari, e soprattutto la straordinaria inflazione di santi e beati da lui promossi. Sotto il suo lungo pontificato il numinoso della cattolicità è divenuto sovraffollato quanto nessuna religione pagana del tempo antico aveva osato immaginare. Perché «fare un santo» non è come concedere una croce di cavaliere che non si nega a nessuno, ma significa affermare e riconoscere una presenza sovrannaturale operante nella vita dei fedeli.
L'ampolla del sangue con anticoagulante, conservata come reliquia, suggerisce meglio di ogni altro dettaglio come il suo lascito sia stato anche una concezione del sacro arcaica, celata dietro la modernità sfavillante della sua presenza.
L'approdo a una religione adulta che era stato il sogno di moltissimi nella stagione conciliare è stato messo in forse e poi radicalmente sovvertito nella prassi del suo pontificato. Il bagno di folla per la santificazione di Padre Pio era la traduzione plastica del distacco definitivo dalla spiritualità conciliare, portando sugli altari quello che Giovanni XXIII aveva definito nel suo diario «idolo di stoppa», adorato da «masse istupidite e sconvolte».
Ma bisogna tornare con la mente a quello straordinario 1978, «l'anno dei tre papi» e della svolta finale dopo un imbarazzante interludio. Pochi ricordano il suo predecessore, anche lui eletto in conclave rapidissimo, «giovane» e destinato a durare nelle intenzioni di una Chiesa che mostrava evidente la volontà di superare i dubbi («amletici, si disse) dell'ultimo Montini in direzione di una popolarità di grana grossa e della riproposizione, molto semplicistica, di una dimensione pastorale che sembrava collegarsi molto più al terzultimo patriarca di Venezia divenuto pontefice che non al penultimo, a papa Sarto assai più che a papa Roncalli. Questo episodio è forse a ben vedere il più sconcertante nella storia della Chiesa del Novecento, per tutte le implicazioni che conteneva, e soprattutto perché rivelava la tentazione di ristabilire un rapporto con il mondo, dopo i turbamenti del Concilio, sulla base del ritorno rassicurante alle certezze di una fede modellata sul modello di una vecchia parrocchia della provincia italiana. Era certo Albino Luciani un Papa-parroco che «sorrideva, come molti ricordano, ma qualcuno ricorda anche i dialoghi inquietanti col bimbo sulle ginocchia in tema di «mamme che ammazzano i bambini».
La scelta definitiva stupì tutti per la sua novità: non solo un papa «straniero» dopo molti secoli, ma un papa interprete di una cattolicità diversa, militante ma lontana dalla politica politicante della Curia romana, testimone di drammi storici di enorme portata e di un senso non più angusto della dimensione della Chiesa e dei suoi problemi.
Che abbia fatto «cadere il comunismo» è una leggenda a cui solo in Italia e in Polonia si presta fede. Ma quel richiamo insistito alla «dignità dell'uomo», ricorrente nei primi anni e nell'italiano incerto dei primi discorsi, rimane la tematica che ne avrebbe caratterizzato più profondamente il solco scavato nella storia della Chiesa.
Il suo pontificato incorporava i diritti dell'uomo nella radice stessa della concezione cattolica del mondo e della società: diritti non più osservati con diffidenza o contrapposti ai «diritti di Dio», ma, appunto, riconosciuti nella veste di essenza della dignità umana, assunti quale base concreta di un nuovo discorso universale.
Su questo terreno iniziale, e nel ritrovato impegno di condanna della guerra in sé degli ultimissimi anni, l'opera di Giovanni Paolo portava al suo sviluppo coerente il senso di un Concilio per tanti aspetti assunto come irreversibile, ma pure, e al tempo stesso, rimodellato e a tratti stravolto nel corso del tempo.
Oggi, a distanza di sei anni, comprendiamo meglio cosa è diventata la Chiesa dopo il quarto di secolo ed oltre di Giovanni Paolo. Scomparso lui, ci si è resi conto di quanto già si sospettava: che alle piazze piene corrispondevano le Chiese vuote.
Veniva dalla «Chiesa del Silenzio», ma ha finito per ridurre al silenzio la Chiesa, dove la centralità della figura del pontefice (lasciati alle spalle tutti i rovelli sulla «collegialità» che avevano tormentato Paolo VI) e la sua straordinaria esposizione mediatica hanno come assorbito e prosciugato la Chiesa stessa, svuotando ogni dibattito possibile, ogni ricerca ansiosa e collettiva che è ormai lontano ricordo della stagione conciliare.
«Non abbiate paura»: era la frase più ricorrente e memorabile della sua oratoria. Ma la Chiesa che ha lasciato sembra dire: «Abbiamo paura di tutto».
Il clima immediatamente successivo alla sua scomparsa ne era testimonianza. La Chiesa della Pacem in terris aveva dichiarato di non avere più «nemici» tra gli uomini. Ma qui era vistoso il «ritorno del nemico», già operante sotto Giovanni Paolo, e prefigurato dalla riscoperta del demonio nell'ultimo Montini. Si pensi all'elenco impressionante di -ismi da condannare contenuto nel discorso pro eligendo pontefice del suo successore.
Eppure la Chiesa non ha oggi veri nemici, paragonabili a quelli di un tempo, e forse ha troppi amici interessati. Il suo vero nemico sembra essere l'indifferenza, che la Chiesa sembra costruirsi da sé, e che non può certo combattere con la denuncia del «relativismo».
Il tratto fondamentale della Chiesa di oggi è il suo sentirsi Chiesa di minoranza. Una scelta già operante sotto Wojtila ma come nascosta dalla straordinaria preminenza del personaggio. E' una scelta drammatica nella disposizione d'animo della Chiesa verso il mondo.
La «riconquista cattolica» era cominciata alla fine dell'Ottocento, ma si era mossa - non solo in Italia - nella consapevolezza di rappresentare il «paese reale»; ora si è consapevoli invece di essere minoranza. Situazione abitudinaria per molti paesi, ma per noi difficile da elaborare in tutte le sue implicazioni, nuove per la società italiana.
Si è aperto di fatto un nuovo contenzioso con la modernità. Il precedente è durato oltre un secolo e mezzo, e in esso la Chiesa si è a lungo come inabissata, praticando un rifiuto via via stemperato dalla disposizione, sia pure guardinga, al dialogo.
Eppure il nuovo confronto con questa modernità richiederebbe un ripensamento complessivo, umile e profondo, non necessariamente all'insegna del «nuovismo». In una istituzione religiosa che è ormai bimillenaria, e che ha certo cambiato il mondo ma ancor più è stata cambiata da esso, le vere rivoluzioni assumono per necessità la forma della restaurazione di qualcosa di antico che è andato smarrito nel tempo, quasi seppellito dalle tante strutture e ramificazioni che si sono edificate nel corso dei secoli, come un tesoro sepolto che va riportato alla luce. Tale era la disposizione profonda di Giovanni XXIII e della sua renovatio ab imis e che proprio per questo riuscì ad essere rivoluzionaria.
Ma per fare questo ci vorrebbe un Concilio nuovo. E un Papa dalla spiritualità molto diversa da quella che si è affermata a cavallo dei due secoli. Un Giovanni XXIV, o addirittura un Francesco I, quel nome che nessun Papa ha mai avuto il coraggio di assumere.

il manifesto 30 aprile 2011

3.6.12

Cambio di vocale.

"Tastare" è verbo che che indica un tocco delicato, quasi un palpeggio, e per estensione una cauta esplorazione ("tastare il terreno"). Al mio paese per tastari s'intende "assaggiare", quasi "gustare", per una sorta di trasferimento del concetto da un senso all'altro. Anche tastari, peraltro, è soggetto a traslati e, pertanto, insieme a manicaretti e cosi duci, si "tastavanu" anche legnate, amori, dolori e pene mute.  
Ma il dialetto ha perso - giorno dopo giorno - i suoi vocaboli. S'è impoverito e immiserito  diventando mera cantilena; s'è trasformato in  sopravvveste del parlare mediatico-televisivo o, nei più giovani, tecnologico-informatico-internautico.
Qualche tempo fa, al mio paese, il macellaio dello Coop ormai chiusa, uno che arriva a dire lu trend iè chissu per parlare non solo delle mode, ma dell'andazzo o della mala via che tutto sembra prendere, gridò a un Giuseppe: "Pé, lu testasti lu caprettu".
Sì, disse "testasti", proprio testasti, con la lettera "e".

La follia di Francesco. Enrico Berlinguer ad Assisi (1983)


Assisi, 9 ottobre 1983.
Da sinistra Claudio Carnieri, Enrico Berlinguer, Luigi Colajanni  
Nel ricco numero doppio 16-17 di "Umbria Contemporanea", 2012, curato da Luciano Capuccelli, dal titolo Per la Pace. Movimenti, culture esperienze in Umbria, la sezione più interessante mi è sembrata quella documentaria, Carte d'archivio. Vi si ritrova, tra l'altro, il testo di un discorso che Enrico Berlinguer nell'ottobre del 1983, qualche mese prima della sua morte, pronunciò sul prato della Rocca di Assisi per una "marcia della pace" organizzata dal Pci. E' da lì che ho tratto il brano che segue. (S.L.L.)
Assisi, Prato della Rocca, 9 Ottobre 1983
Con Enrico Berlinguer Claudio Carnieri e Francesco Ghirelli
Non sarò certo io a dire qui, a voi, il significato storico e attuale del francescanesimo. Ma non credo vi sia dubbio che Francesco e lo spiritualismo francescano rappresentino un punto di "crisi" cioè di passaggio, nella vita della cattolicità. "Il Signore mi ha rivelato essere suo volere che io fossi un novello pazzo del mondo" racconta la Legenda Perusina. E tra gli aspetti della follia di Francesco c'era la contestazione radicale e intransigente della guerra, della violenza, oltreché della proprietà e del potere.
Di fronte alla gerarchia ecclesiastica, fino al Vescovo di Roma, Francesco contestava la ragionevolezza della guerra, delle crociate; e non soltanto cercò di convincere il Papa Innocenzo III e i Crociati a non intraprendere la guerra, ma una volta che questa esplose, e mentre in Terra Santa infuriava la battaglia, Francesco - che gli storici arabi descrivono come uomo di piccola statura e senz'armi — superò le linee e si recò nel campo saraceno, dal Sultano e predicò la pace in nome di Cristo e degli uomini. Era una rottura profetica netta e totale, un rifiuto secco della pretesa ragionevolezza, della accettabilità della cosiddetta guerra giusta o guerra santa; ed era, al tempo stesso, l'affermazione integrale del primato della pace e della ricerca del dialogo e dell'accordo con tutti gli uomini di buona volontà che è indispensabile perseguire ad ogni costo perché la pace sia garantita.

Mario Mineo 25 anni dopo. Il commiato di Rossana Rossanda.

Un rivoluzionario nella città dei compromessi
Mario Mineo, un nostro vecchio compagno

Si è spento ieri notte a Palermo il compagno Mario Mineo; aveva 67 anni e soffriva da tempo di cuore. La morte è venuta d'improvviso, risparmiandogli ogni assenza di lucidità.
Mario é stato un grande educatore, con il quale alcuni di noi hanno percorso un breve e inutilmente tormentato tratto di strada. Educatore non soltanto perché era un professore raro, di quelli che i ragazzi riconoscono di colpo e cui si rivolgono per la vita, ma perché era un comunista, meglio un leninista intelligente e rigoroso, che non venne mai a compromessi con nulla e nessuno in una città dove i compromessi si sprecano, e molte strade gli erano offerte.
Mario Mineo non ne percorse nessuna; non volle neppure diventare il notabile politico onesto che sarebbe stato. Era un rivoluzionario nel senso integro e pessimista della parola; non credeva né a mezze analisi, né a mezze soluzioni. Aveva fondato il Circolo Lenin, più quadri che fluttuanti assemblee, domandava una disciplina di lavoro, di studio, di modo di essere, che negli anni ruggenti parve anche restrittiva. Fondò una rivista e le edizioni Praxis, e recentemente aveva dato alle stampe un «saggio sulla teoria marxista delo stato», Lo stato e la transizione, Unicopli, Milano 1987.
Quand'era gruppo politico, il «Manifesto» cercò un'unità col Circolo Lenin. Non fu un episodio del quale andare orgogliosi. Noi non eravamo leninisti, pensavamo (come pensano tuttora quelli di noi che ancora si occupano di questi problemi) che il leninismo fosse la teoria d'una fase, d'un momento storico — specie una teoria del partito e dello stato non più proponibili. Ma Mineo accettò di lavorare con noi. E con noi lavorò al giornale, per alcuni anni, suo nipote, Corradino, col quale è rimasta una lunga amicizia. Mario non condivise mai quel tanto che c'era di ottimista nella nostra lettura di quegli anni; ricordo che insisteva sulla «crisi di regime» piuttosto che sulla «crisi di sistema». (Oggi direi che era più una crisi di sistema che una crisi di regime, ma non nel senso che noi davamo allora a quelle tre parole). La convivenza fu difficile, perché noi in quell'incontro «cercavamo di far politica», mentre per Mario Mineo la politica era cosa più ambiziosa e meno precipitosa.
Finì presto e male ; il nostro gruppo non fu esente dai settarismi e le manovre che funestarono la nuova sinistra. Non ci rispettavamo, non ci davamo reciprocamente pace, non consegnavamo mai alla verifica degli anni le divergenze, che potevano essere una ricchezza e trattavamo come un impaccio. Cercammo Mario Mineo per quel che egli non era, non gli perdonammo di non essere come noi ed egli, forse, non ci perdonò di non essere come lui.
Negli ultimi mesi tornammo a parlarci, come chi si riconosce a distanza riconoscendo gli errori inutili, i colpi inutilmente inferti, la dissipazione della politica breve. La sua morte è un dolore e un'amarezza.

"il manifesto", 4 giugno 1987

La "Digitale purpurea" di Pascoli con un commento di Giancarlo Pontiggia

Ripropongo qui la Digitale Purpurea, l'ambiguo capolavoro incluso nei Poemetti (1900) di Giovannii Pascoli, cui segue una parte del commento che ne pubblicò il poesta e critico Giancarlo Pontiggia sulla rivista "Poesia", nel marzo 1988. (S.L.L.)
Digitale purpurea
I
Siedono. L’una guarda l’altra. L’una
esile e bionda, semplice di vesti
e di sguardi; ma l’altra, esile e bruna,

l’altra… I due occhi semplici e modesti
fissano gli altri due ch’ardono. «E mai
non ci tornasti?» «Mai!» «Non le vedesti

più?» «Non più, cara.» «Io sì: ci ritornai;
e le rividi le mie bianche suore,
e li rivissi i dolci anni che sai;

quei piccoli anni così dolci al cuore…»
L’altra sorrise. «E di’: non lo ricordi
quell’orto chiuso? i rovi con le more?

i ginepri tra cui zirlano i tordi?
i bussi amari? quel segreto canto
misterioso, con quel fiore, fior di…?»

«morte: sì, cara». «Ed era vero? Tanto
io ci credeva che non mai, Rachele,
sarei passata al triste fiore accanto.

Ché si diceva: il fiore ha come un miele
che inebria l’aria; un suo vapor che bagna
l’anima d’un oblìo dolce e crudele.

Oh! quel convento in mezzo alla montagna
cerulea!» Maria parla: una mano
posa su quella della sua compagna;

e l’una e l’altra guardano lontano.

II
Vedono. Sorge nell’azzurro intenso
del ciel di maggio il loro monastero,
pieno di litanie, pieno d’incenso.

Vedono; e si profuma il lor pensiero
d’odor di rose e di viole a ciocche,
di sentor d’innocenza e di mistero.

E negli orecchi ronzano, alle bocche
salgono melodie, dimenticate,
là, da tastiere appena appena tocche…

Oh! quale vi sorrise oggi, alle grate,
ospite caro? onde più rosse e liete
tornaste alle sonanti camerate

oggi: ed oggi, più alto, Ave, ripete,
Ave Maria, la vostra voce in coro;
e poi d’un tratto (perché mai?) piangete…

Piangono, un poco, nel tramonto d’oro,
senza perché. Quante fanciulle sono
nell’orto, bianco qua e là di loro!

Bianco e ciarliero. Ad or ad or, col suono
di vele al vento, vengono. Rimane
qualcuna, e legge in un suo libro buono.

In disparte da loro agili e sane,
una spiga di fiori, anzi di dita
spruzzolate di sangue, dita umane,

l’alito ignoto spande di sua vita.

III
«Maria!» «Rachele!» Un poco più le mani
si premono. In quell’ora hanno veduto
la fanciullezza, i cari anni lontani.

Memorie (l’una sa dell’altra al muto
premere) dolci, come è tristo e pio
il lontanar d’un ultimo saluto!

«Maria!» «Rachele!» Questa piange, «Addio!»
dice tra sé, poi volta la parola
grave a Maria, ma i neri occhi no: «Io,»

mormora, «sì: sentii quel fiore. Sola
ero con le cetonie verdi. Il vento
portava odor di rose e di viole a

ciocche. Nel cuore, il languido fermento
d’un sogno che notturno arse e che s’era
all’alba, nell’ignara anima, spento.

Maria, ricordo quella grave sera.
L’aria soffiava luce di baleni
silenzïosi. M’inoltrai leggiera,

cauta, su per i molli terrapieni
erbosi. I piedi mi tenea la folta
erba. Sorridi? E dirmi sentia: Vieni!

Vieni! E fu molta la dolcezza! molta!
tanta, che, vedi… (l’altra lo stupore
alza degli occhi, e vede ora, ed ascolta

con un suo lungo brivido…) si muore!»



Giancarlo Pontiggia
Il commento
Che cosa rappresenta la digitale? Molti commentatori hanno voluto spiegarlo (letteralmente, metaforicamente, allegoricamente, simbolicamente). Ma è nella natura del poemetto che la rivelazione resti occulta. Maria "vede ora". Che cosa? Forse che Rachele non esiste più, che essa è una revenante, un'apparizione, un fantasma? Ma sono apparizioni anche le memorie della seconda stanza; e sono apparizioni anche i versi (fantasma e fantastico hanno la stessa radice) che scintillano in noi come pietre preziose. Per Pascoli scrivere significa evocare, chiamare a sé. Le figure di ripetizione, i parallelismi, le riprese a cui ricorre ossessivamente ("L'una... L'una... ma l'altra... l'altra"; "Vedono... Vedono..."; "oggi: ed oggi"; "Vieni! / Vieni!") non servono solo a designare una forma, uno stile: sono il segno di uno sforzo, di una fatica del chiamare. Da dove? Dalle stanze del passato, perché risorgano. Come in un rituale ipnotico o in un formulario religioso, Pascoli pronuncia il nome, lo riprende, pazientemente. Crea una nenia fabulatoria, una cantilena che imprigioni le cose, le renda di nuovo a noi, mentre risalgono.
Osserviamo il ritmo dei versi finali: liquido, sonnambolico, onirico. Rachele cede a una suggestione, è come se fosse risucchiata, attratta. "Sola / ero"; "Il vento / portava" (con gli enjambement intensissimi che dilatano la visione verso dove? Ogni poesia, in Pascoli, è una discesa: verso le onde dello Stige; o verso quelle del sonno, oscure e torbide; o della memoria, folte e silenziose); "L'aria soffiava".
Osserviamo anche: "i molli terrapieni / erbosi": ancora il senso del passo che affonda, il procedere molle nei luoghi della semiveglia, delle terre di nessuno fra notte e alba estiva, sulle soglie di quelle porte di corno o avorio da cui, secondo Virgilio (Aen., VI, 893-896) uscivano le vere e le false ombre. Ma non è forse, questo che batte, lo stesso vento di Aquilone (che, con Digitale purpurea e Suor Virginia costituisce una specie di trittico dei luoghi conventuali)?: "tra le morte foglie / che al ceppo delle querce agita il vento".
Sono due le visioni che ritmano questa lirica: una è quella della seconda stanza, il tramonto d'oro dentro cui si spegne castamente il monastero; l'altra è la passeggiata notturna e solitaria di Rachele nell'orto chiuso. La prima è una visione d'innocenza, dominata dall'azzurro del cielo e dell'incenso, dal bianco delle suore; la seconda di mistero, torbida, languida, dominata dal verde pericoloso delle cetonie e dai lampi rabidi dell'aria. Tra le due, il pianto "senza perché" (v. 42) delle ragazze: su quel pianto apparentemente immotivato incombono le spighe della digitale.
Chiediamoci: ciò di cui parla Rachele è davvero un'esperienza amorosa? Pascoli allude davvero alla conoscenza d'amore? Niente lo afferma, salvo i brividi che sentiamo leggendo. Naturalmente sarebbe facile ricorrere a uno studio delle ricorrenze lessicali: quei "molli" terrapieni che ricordano l'urna "molle e segreta" del Gelsomino notturno; o il chiuso orto che è memoria dell'hortus conclusus del Cantico dei cantici biblico. Ma quei brividi si situano in una regione più vasta e forte, che è quella della prima adolescenza, quando ogni conoscenza appartiene ai regni del nuovo e della scoperta: in Digitale purpurea Pascoli ha voluto cantare una forma, l'eccitazione adolescenziale nell'accostarsi al giardino dei piaceri ancora ignoti (perciò con i suoi fiori mostruosi, i suoi morbosi incubi, le sue solitane e oziose allucinazioni), quel febbrile stato di esaltazione e di fatalità che accompagna, irresistibile cometa, la sua ricerca.

A un arancio e a un limone visti in un negozio di piante e di fiori (di Antonio Machado)

Arancio nel vaso, la triste tua sorte!
Le foglie tue rade, tremanti, impaurite…
Che pena guardarti, arancio di corte,
con quelle tue secche arance aggrinzite.

Povero limone dal frutto giallino,
qual pomo di pallida cera levigato,
che pena guardarti, misero alberino,
in botte meschina di legno allevato!

Dai boschi lucenti dell'Andalusia,
chi a questa vi trasse castigliana terra,
spazzata dai venti dell'arida Sierra,
o figli dei campi della terra mia?

Limone, letizia arborea degli orti,
che accendi nei frutti un pallido oro,
e al cupo cipresso di luce conforti
le calme preghiere che salgono in coro;

e tu, fresco arancio del campo ridente,
del patio diletto, dell'orto sognato,
sempre al mio ricordo maturo o fiorente
di fronde e d'aromi, di frutti gravato!
 (da Umorismi, fantasie, appunti. Trad. di Oreste Macrì)

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