28.9.10

Nichi Vendola e gl'invidiosi.

Ci sono compagni delle varie sinistre che, di quando in quando, protestano di fronte all’idea di un’alleanza politica ed elettorale con il Pd. Dicono che quel partito esprime ormai valori e proposte che sono tutti dentro l’orizzonte del capitalismo neoliberista, dall’acqua ai contratti, che il suo cercare sostegni in Vaticano non lo rende affidabile neppure sulla questione minima della laicità, che il suo personale politico è intrigato con l’affarismo d’ogni tipo e che pertanto non si può. Meglio dicono unificare tutto quello che resiste a sinistra, costruire un buon programma di governo, spendibile anche dall’opposizione, attraendo così quell’elettorato che, seppure confusamente, nel Pd s’oppone alla deriva filopadronale. Vendola – dicono – dovrebbe impegnare il suo carisma in quest’impresa.
E’ un ragionamento che non funziona, perché non tiene conto del mutamento profondo che è gradualmente avvenuto nel mondo popolare dopo l’89.
Partiamo dai comportamenti elettorali. Prima d’allora c’erano grandi porzioni dell’elettorato e, in primo luogo, del mondo del lavoro che votavano per l’opposizione. Votavano numerosi per partiti (il Pci soprattutto, ma anche, in misura assai minore, il Psiup, il Pdup, Dp) che, certamente, dopo le elezioni sarebbero rimasti all’opposizione, quand’anche avessero consistentemente aumentato i propri suffragi. Oggi si vota per il governo e pochissimi votano per l’opposizione. Quello ch’era un tempo era voto di protesta diventa nella maggior parte dei casi “non voto”.
Le ragioni sono soprattutto due.
La prima è pratica. Nel sistema politico che si è affermato le assemblee elettive hanno una funzione ridotta e l’opposizione appare ininfluente. Le crisi politiche appaiono più un prodotto delle tensioni interne delle maggioranza che non dell’incalzare delle opposizioni. Il maggioritario all’italiana esige che le maggioranze assembleari siano docile strumento degli esecutivi e non permette a singoli o gruppi il voto in dissenso su singole questioni senza che si parli di “spaccature”. Nella prima Repubblica un’opposizione compatta come quella del Pci poteva strappare riforme sociali importanti in concorso con il movimento sindacale e altri movimenti di massa, giocando sui contrasti delle maggioranze. Nella seconda Repubblica l’opposizione accusa, denuncia, controlla, ma non incide sulle decisioni; insomma conta pochissimo e gli elettori lo sanno. Perciò in gran massa non votano forze che sicuramente andranno all’opposizione e da cui non è possibile aspettarsi nessuna difesa dei propri interessi.
La seconda è storica. La caduta ignominiosa del comunismo novecentesco nell’Est, accompagnata dall’evidente ingordigia di tanti politicanti provenienti dal Pci, ha segnato la fine della speranza nelle classi lavoratrici. I lavoratori d’un tempo soffrivano come adesso lo sfruttamento, ma potevano intravedere un progresso che avrebbe portato alla finale liberazione, se non loro, i loro figli e nipoti. Non è più così. Il sole dell’avvenire non risplende più. Oggi l’elettore operaio e popolano non crede nella possibilità di costruire il futuro con l’azione collettiva. Delega il politico, che del resto è ultra pagato, e vuole i risultati. Subito. E non si lascia attrarre da chi gli prospetta un mondo nuovo domani, visto che il “socialismo realizzato” ha prodotto nuove schiavitù e nuovi privilegi.
Vendola non avrebbe alcun carisma se fosse alla testa di una coalizione di partitini votata alla sconfitta; ridiventerebbe un Bertinotti qualunque. Certamente anche lui appartiene al ceto politico dell’estrema sinistra. E Ferrero, Giordano, Migliore e Diliberto schiattano d’invidia: perché non noi? Perché Vendola in Puglia ha battuto due volte gli uomini del potente D’Alema nella battaglia per la leadership della coalizione e poi ha battuto due volte la destra. La Puglia non è l’Italia, è vero, ma è già qualcosa. E per Vendola gioca a favore anche l’aver governato con qualche successo una regione, realizzando qualcosa di buono specie per la gioventù, mentre tutti quegli altri partecipavano alla tragica e farsesca vicenda del governo Prodi. Se vogliono, finalmente, fare qualcosa di buono, i capetti dei partitini devono, senza stare a cercare accordi, riconoscimenti o altri ammennicoli, sostenere la battaglia di Vendola per ottenere le primarie prima e poi per vincerle. E infine per sconfiggere questa destra. Se Vendola non propone il comunismo, sta tenendo botta sulla Fiat, sui contratti, sul precariato, sui diritti sociali, sui diritti civili. Con questi chiari di luna per ricostruire una sinistra basta e avanza. E alla fine del giro non è escluso che anche il gruppetto di Salvi, Ferrero e Diliberto possa avere una rappresentanza parlamentare,che faccia il cane da guardia del programma e ci salvi dal leaderismo. Non loro, per carità, che hanno fatto più danni della grandine!

L'uocchie chiusi. Un racconto fantastico in versi di Alessandro Cascone.

Alessandro Cascone l'ho conosciuto su fb. Non so molte cose della sua vita fuori dalla rete, non so neppure se ritragga lui o qualcun altro a me ignoto la foto che ho ripreso da un suo album. So che è napoletano, di sinistra, geologo impegnato in difesa del territorio, ma soprattutto lo considero un letterato raffinatissimo.
Di solito su fb pubblica riflessioni critiche e testi altrui, molto accuratamente selezionati. Ieri ha però gratificato gli amici con un dono inatteso, una poesia, o meglio un racconto fantastico in versi, assai bello, in lingua napoletana con traduzione a fianco. Dentro c'è Eduardo, e la scelta del napoletano lo testimonia. Ma c'è Wells, c'è Borges, c'è il taoismo, c'è la frequentazione del "fantastico" e la conoscenza delle sue cifre, dei suoi procedimenti allusivi, il tutto riusato con naturalezza, senza darlo a vedere, che poi è il segreto dell'arte grande. Il dialetto serve anche a questo, a restituire l'impressione di naturalezza che dà forza alla finzione. Nell'intento di mantenere sullo stesso rigo il testo napoletano e la traduzione ho usato caratteri piccoli, ma con lo zoom al 150% si vede benissimo (S.L.L.).
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Stev’ camminan’ rint a nu vico                       Stavo camminando per un vicolo
Nu juorno comme tanti llati,                           un giorno come tanti altri
Quando veriett’ duje viecchie                         quando vidi due vecchi
che durmeven, parev che ridevan’                  che dormivano, pareva che ridessero
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m’accustaie incuriosito, lentament,                mi avvicinai incuriosito, lentamente
tenevo paura re scetà                                    avevo paura di svegliarli
e veriett’ che overament’ ridevan’,                   e vidi che veramente ridevano
parev’ quasi che pazziavan'!                           sembrava quasi che giocassero!
-
faciett’ duje pass chiu’ annanz’                      feci due passi più avanti
e truvaie duje giuvane e na giovane              e trovai due giovani e una giovane
rurmeven’ vicin e movevan ‘e man’               dormivano vicini e muovevano le mani
pareva che parlavan'                                     sembrava che parlassero
-
U maronna, ma aro’ so capitato ?                 Oh Madonna, ma dove sono capitato ?
Chist' è ‘o vico ro Diavolo !                           Questo è il vicolo del Diavolo !
pensai ncap’ a mme.                                   pensai tra me e me
E cumminciai a correr’                                 e cominciai a correre
-
Ero quasi asciuto arint o vico                        ero quasi uscito dal vicolo
quann’ sentiett’ na voce ‘e me chiammà:       quando sentì una voce chiamarmi:
«scetate, stai carenn’ a copp’ a seggia»        «svegliati, stai cadendo dalla sedia»
Me scetaie all’intrasatt’, tutt’ surat’                mi svegliai all'improvviso, tutto sudato
-
E veriett attorn’ a mme tutti quanti:                e vidi attorno a me tutti quanti:
i duje viecchie che rirevan                             i due vecchi che ridevano
i giovane che muvevan ‘e mani                      i giovani che muovevano le mani
ma tutti teneven’ l’uocchie chius’                   ma tutti avevano gli occhi chiusi

Il sogno di Chuang Chou.

Tratto da un classico del taoismo cinese, Il libro di Chuang Tzu (è questa la translitterazione oggi preferita), questo sogno fu a lungo al centro dell'attenzione di Jorge Louis Borges, lo straordinario letterato cieco del subcontinente latino-americani, raffinatissimo contaminatore di sogno, realtà e astrazione, fin dalla sua Nuova confutazione del Tempo, opera sua centrale negli anni 40 del Novecento. Io l'ho ripreso dalla Antologia della letteratura fantastica che Borges compose insieme ad Adolfo Bioy Casares e Cristina Ocampo e che fu pubblicata in Italia dagli Editori Riuniti, con la traduzione di Giuliano Bertuccioli. Autore e protagonista del racconto è appunto Chuang, filosofo taoista noto per un suo peculiare anarchismo.
Un tempo io, Chuang Chou, sognai di essere una farfalla: una farfalla svolazzante, contenta di essere tale e ignara di Chuang Chou.
All'improvviso mi destai ed ecco: ero tornato ad essere davvero Chuang Chou.
Adesso però io non so più se sono Chuang Chou, che ha sognato di essere una farfalla, o se sono una farfalla, che sogna di essere Chuang Chou, benché tra una farfalla e Chuang Chou vi sia certamente differenza.
Questo è quel che si dice "Trasformazione delle cose".

Lo schiacciatesta.

E’ uno strumento di tortura già noto nel Medioevo, ma un uso più ampio è documentato in età moderna e pare che goda ancor oggi di un certo favore dei torturatori in qualche parte del mondo. Il mento della vittima viene appoggiato sulla barretta inferiore e la calotta abbassata girando la vite. In tal modo prima si spezzano gli alveoli dentari, poi le mascelle e poi il cranio, fino alla fuoruscita del cervello. Oggi la macchina non è più usata per esecuzioni capitali ma nella funzione inquisitoria. Le calotte e gli appoggi inferiori moderni sono imbottiti di morbidi materiali per non lasciare tracce sulle carni della vittima, la quale in genere si dichiara disposta a collaborare dopo alcuni giri di vite.
L’esemplare nella foto è quello che girò negli anni 1983-84 in una mostra itinerante che, partendo da San Marino, fu ospitata in diverse città italiane. Fa parte di una collezione privata a Richmond negli Usa, ma proviene da Berlino, dalla collezione Schmidt-Meidoff. Non è probabilmente lo strumento originale, ma una replica eseguita a Bamberg nel 1857 per una mostra di storia cittadina.

27.9.10

La poesia del lunedì. Amelia Rosselli (1930 -1996)

Foto di Dino Ignani (in http://www.dinoignani.net/)
L’alba si presentò sbracciata e impudica; io
la cinsi di alloro da poeta. Ella si risvegliò
lattante, latitante.

L’amore era un gioco instabile; un gioco di
fonosillabe.
-
da Variazioni belliche, 1964

26.9.10

Prospettive a sinistra. L'articolo della domenica.

Parigi 1936, Sciopero dei lavoratori edili al Bois de Vincennes
Sabato sera nell’accogliente sede di Vivi il Borgo, in via Garibaldi a Perugia, s’è svolta un’affollata tavola rotonda sul tema Crisi politica e prospettive a sinistra, cui mi è accaduto di essere invitato e di poter dire la mia. Era  parte di una due giorni di seminari e di dibattiti organizzati da tre piccoli gruppi di “resistenti”, i cui nomi fanno tutti riferimento alla sinistra (Associazione per la sinistra, Sinistra unita e plurale, Sinistra critica). Ad animarli sono ottimi compagni, militanti generosi e onesti che ne hanno sopportate tante ora da questo ora da quell’altro gruppo dirigente nazionale o locale e che tuttavia, quando si tratta di raccogliere firme per l’acqua pubblica o di solidarizzare con la Fiom, sono sempre in prima fila a organizzare banchetti, a distribuire volantini, a dire la propria nei capannelli.
Le tre associazioni sono quasi interamente frutto di una frantumazione recente seguita alle scissioni di Rifondazione comunista. Ma a guardare nella locandina dell’annuncio il numero degli interventi programmati si avvertono i segni di un processo di frammentazione che “viene da lontano”: dieci (o undici) oratori, tutti in rappresentanza di soggetti diversi e con la presenza di due “vecchie glorie”, la Salvato che un tempo Ingrao chiamava Ersilietta e Franco Russo, già rosso trotzkista, poscia verde ecologista e oggi democratico costituzionale.
La saletta della benemerita associazione dell’antico borgo popolare perugino era piena, una cinquantina di persone. Età media 50 anni, forse più. A dare il carattere di una riuscita, eppure melanconica, rimpatriata tra reduci è stata anche la scelta, felice ed infelice insieme, di far precedere il dibattito dalla riproduzione di un celebre pezzo di Gaber, del 91, Qualcuno era comunista, accompagnata dalla visione in sequenza di una serie di care immagini: la Resistenza, il 68, Berlinguer, Che Guevara, le lotte operaie eccetera eccetera. Quello di Gaber (e Luporini) è un monologo assai bello, che con la tecnica dell’enumerazione caotica indica i molti modi e le tante diverse ragioni per cui si era comunisti e celebra la fine di un sogno collettivo, quello di “cambiare la vita”. Ha avuto nell’occasione l’effetto collaterale che produce ogni sollecitazione della nostalgia: quello di disarmare gli animi animosi, di renderci tutti più buoni, comprensivi, tolleranti e un po’ stupidi. Quell’ascolto e quella visione avevano comunque il pregio di svelare il carattere “eufemistico” che ha acquisito oggi in certi ambienti il termine “sinistra”, spesso utilizzato a dire o a rappresentare il “comunismo”, parola interdetta e, ancor più, idea improponibile, cui si suole tutt’al più alludere, per esempio quando si parla di “beni comuni” o quando si valorizza l’essere o l’essere stati “comunità”.
Il dibattito si è concentrato sulla crisi della cosiddetta “sinistra” e mi è sembrato buono, specialmente negli interventi di base, giacché l’ex deputato e l’ex senatrice sembravano inaciditi dai risentimenti (per “buono” intendo “senza cattiverie”, ma non necessariamente produttivo). Il paradosso era che, con l’eccezione degli interventi meno “politici” (sui circoli culturali o sull’associazionismo cittadino), tutti dicevano “andiamo avanti e scordiamoci il passato”, ma tutti di quel passato rivendicavano alcuni momenti diversi e migliori . Deve essere accaduto anche a me, che mi sono soffermato più di un minuto a rievocare il tentativo generoso e contrastato di Garavini di rifondare il comunismo a partire da una “buona continuità” con il Pci.
Un altro punto comune nella discussione era il discredito generalizzato che sembra circondare i piccoli apparati dei partiti istituzionali d’estrema sinistra, Prc e Sel: qualcuno li vede come il peggiore ostacolo alla rinascita di una sinistra decente. Con accenti diversi tutti sembravano dire che la ricostruzione di una pratica politica e di un pensiero di sinistra, se mai avverrà, si farà a partire dalle lotte dei soggetti sociali tuttora in campo  (la Fiom, i precari della scuola, i ricercatori dell’Università), dalle battaglie del mondo associativo (l’acqua pubblica), da un’elaborazione di circoli, giornali, gruppi di ricerca che si mettono in rete e confrontano le proprie esperienze, e non attraverso la fusione dei partitini. Pure si avvertiva nell’aria un bisogno forte di “partito”, di una struttura capace di dare impulso e senso alla militanza.
Le idee su cui io ho insistito nell’intervento che ho fatto mi sembrano “discorsi al vento”, ma le riporto in forma di domande e di risposte come convinzioni forti, da cui non so e non voglio prescindere.
Che cos’è “la sinistra”?
A me la parola non piace. Sarà che sono saturo di cognizioni storiche, ma io collego il termine alle sue origini, alla collocazione dei rappresentanti della democrazia sugli scanni parlamentari nel primo Ottocento francese. Insomma "sinistra" è un termine legato al progressismo borghese e all'istituzione parlamentare: una “sinistra extraparlamentare” mi sembra perciò un ossimoro oppure una condizione negativa da superare. Propriamente non c'è "sinistra" fuori dal Parlamento; tutt'al più c'è una sinistra che si trova per  debolezza o per le leggi elettorali fuori dal Parlamento, ma  aspira a entrarci o a ritornarci.
Il socialismo, il comunismo, come soggetti storici legati alla lotta di classe e al movimento operaio, erano una “sinistra” che andava oltre la “sinistra” parlamentare e si faceva promotrice di una battaglia a tutto campo che utilizzava il Parlamento, le istituzioni locali, i movimenti sindacali, la cooperazione, l’educazione per trasformare alle radici la società. E qui non importa davvero se la trasformazione dovesse avvenire per un moto graduale di riforma o per effetto di una rottura rivoluzionaria.
La chiave di questa trasformazione era per i socialisti e per i comunisti la fine della proprietà privata dei mezzi di produzione, fonte di sfruttamento dell’uomo sull’uomo, e la fine del privilegio ereditario; l’obiettivo era di socializzare e mettere in comune tutta la ricchezza sociale, dalle risorse naturali alle conquiste della scienza e della tecnica. Non mancava chi pensava che la nuova società non potesse essere assolutamente egualitaria e dovesse remunerare il merito e l’impegno anche con il possesso di beni, ma non certamente con la proprietà ereditaria.
Non tutto era chiaro, anzi ben poco lo era, sulle modalità in cui, nel nuovo mondo per cui gli sfruttati lottavano, si sarebbe organizzata la produzione della vita materiale, ma nitido era il disegno di un mondo senza servi né padroni, senza proprietari e nullatenenti.
Oggi molti di quelli che si considerano eredi del socialismo e del comunismo locuzioni nette come “abolizione della proprietà privata” non sono capaci di pronunciarle, e si limitano ad alludervi. Con una sorta di autocastrazione, accettano di chiamarsi “sinistra”.
Perché accade tutto ciò?
Perché è caduto nel fango e nella vergogna il progetto di comunismo del XX secolo, quello inaugurato dalla Rivoluzione d’Ottobre e che aveva mosso alla lotta e alla speranza milioni e milioni di donne e di uomini in tutto il mondo. Non parlo soltanto della componente maggioritaria di questo grande movimento, della Terza Internazionale staliniana e dei partiti e sindacati che ne furono eredi, parlo di un movimento più vario che comprendeva anche i critici più radicali dello stalinismo. C’è oggi nelle masse popolari, in Italia e altrove, una sfiducia generalizzata nell’azione collettiva che è conseguenza di questa storia e che in Italia sembra aver trovato conferma nelle scelte politiche, negli arricchimenti, negli stili di vita e nei piccoli opportunismi di quelli che furono dirigenti del movimento operaio socialista e comunista e di quelli che se ne proclamano oggi eredi. E' tornato tra i lavoratori l’ “ognun per sé” e le stesse lotte sociali raramente vanno al di là dei ristretti orizzonti sindacali. Io credo che non ci siano prospettive di rinascita finché continuerà la rimozione e non si saprà elaborare non tanto il lutto, ma una spiegazione credibile e una risposta in avanti, cioè un’idea di società.
Non so trovare la parola giusta: “socialismo” e “comunismo” sono usurate (la seconda più della prima), “sinistra” non la trovo appropriata (è di sinistra anche Pannella); ma penso che il mondo abbia bisogno di un nuovo grande movimento di donne e di uomini che innalzi come bandiera l’uguaglianza e metta in discussione i rapporti di produzione, il rapporti tra i sessi e i rapporti di proprietà. Quale che ne sia il nome, bisognerà che noi reduci, con la testimonianza, la memoria, la ricerca e l’impegno di base,  aiutiamo questo movimento a nascere in Italia e nel mondo, senza provare a metterci alla testa.
Perchè Vendola?
Perchè intanto, in politica, abbiamo bisogno di una “sinistra larga”, di una rappresentanza parlamentare e istituzionale ampia capace di frenare il violento attacco ai diritti sociali e con cui dialetticamente interloquire. La capacità di leadership e di comunicazione di Vendola ha messo in moto energie nuove, giovanili, e rimotivato tanti disillusi. Forse  quella che oggi Vendola ci propone (e meno che mai, quella di Sel) no è la “rifondazione” di cui noi vecchi compagni comunisti e socialisti, dei tanti filoni e delle tanti correnti, sentiamo la necessità, ma è uno spazio dialettico, garantito dal fatto che sulle questioni fondamentali (i diritti sociali, il lavoro, i diritti civili) il “ragazzo di Puglia” tiene il punto. Vuole candidarsi a premier attraverso le primarie e spera di vincere le elezioni. Non sarebbe male che ci riuscisse ed è l’unico che, nella situazione data, ha qualche speranza contro Berlusconi. In ogni caso la sua candidatura va appoggiata.

Avevo un fratello aviatore. Una poesia di Bertolt Brecht.

Avevo un fratello aviatore.
Un giorno, la cartolina.
Fece i bagagli e via,
lungo la rotta del Sud.

Mio fratello è un conquistatore.
Il popolo nostro ha bisogno
di spazio; e prendersi terre su terre,
da noi, è un vecchio sogno.

E lo spazio che s’è conquistato
è sui monti del Guadarrama.
E’ di lunghezza un metro ed ottanta,
uno e cinquanta di profondità.
---
Da Storie da calendario, Einaudi, 1986

Quel satanico colore! Poppe finte, calze e coulisson nella Firenze di fine Ottocento (Aldo Palazzeschi)


Calze di seta rossa di fine Ottocento: particolare
da http://www.abitiantichi.it/index.htm
Riprendo qui un simpatico frammento dalle Stampe dell'800 di Aldo Palazzeschi sulle mode in voga nella sua Firenze (e non solo). Chi sa che non ne nasca qualche arguto confronto sulle mode del tempo nostro!  (S.L.L.)
Calze di seta rossa fine Ottocento.
Si leggeva la Domenica Fiorentina con l'articolo di Yorick sui temi d'attualità, e la Chiacchiera con le satire dei costumi e delle mode scandalose (sempre così le mode). Certe dovizie naturali che le donne dovrebbero, se non celare con modestia portare almeno con semplicità, si usavano a quei tempi (provocazione e inganno, duplice oltraggio) esibire ad arte raddoppiate di dimensione: le imbottiture, le poppe finte e il coulisson! La Chiacchiera annunziava che le donne avrebbero portato le calze rosse: "le calze rosse!". Apocalittico segnale. E si dava già per sicuro di averne viste nelle strade che rialzando la veste con malizia, avevano mostrato i lampi di quel satanico colore. Era in marcia il regno di Belzebù, e si annunciava per la fine del secolo il giudizio universale.

Il Monsignore se non balla muore (di Mitì Viglieno)

Nel blog di Mitì Vigliero (http://www.placidasignora.com/) ho trovato una divertente storia sulla taranta e sulla pizzica. Ne riporto qui un ampio stralcio. (S.L.L.)
E’ antichissima credenza che l’unico modo di salvarsi dal morso della tarantola sia danzare in modo forsennato per espellere il veleno attraverso il sudore.
Eredità dei riti Dionisiaci, proprio per il suo sapore estremamente pagano la danza dei “pizzicati” venne a lungo avversata dalla Chiesa che ne aborriva il furore bacchico tacciandolo come diabolico e immorale “esorcismo fai da te”.
Come narra il medico salentino Epifanio Ferdinando (1569-1638) nelle Centum historiae seu observationes et casus medici (1621), nel XV sec. vi fu un prelato che volle dimostrare una buona volta che eran tutte superstizioni e che era l’ora di farla finita con quel “selvatico malvezzo di Puglia”.
Il serissimo e severo Giovanni Battista Quinzanto - milanese di patria e vescovo di Polignano a Mare (Bari) di professione - un bel giorno di luglio, di fronte a una folla di fedeli raccolta nell’abbazia di San Vito (protettore dei pizzicati), ordinò un canestro pieno di tarantole facendosele poi applicare dal barbiere – a mo’ di sanguisughe – su schiena, braccia e petto.
Gli astanti erano sconvolti, ma lui sorrideva “impavido come Daniele nella fossa”.
Dopo poco però apparvero sul suo corpo grandi chiazze rosse orlate di bruno e Monsignore, in preda a terribili bruciori, chiese d’esser portato a letto , invocando l’aiuto di un medico.
A nulla valsero “cerotti, decotti, balsami, tisane o alessifarmaci”: il dolore era atroce e “sopravvennero strozzamenti, deliqui, furori, e fece a brandelli le lenzuola”.
Tutti i presenti, sapendolo “tarantolare come il più semplice villanzone di Puglia a tutto scapito della sua ambrosiana austerità”, per tre giorni e tre notti rimasero preoccupatissimi nell’abbazia gridando a gran voce : “Se non balla, muore!”.
E infatti, all’alba del quarto giorno il vescovo, “motu proprio”, raccolte le poche forze, alzatosi dal letto in camicia e brache ordinò “Suonatemi!”, ovviamente nel senso non di “pestatemi come un tamburo” ma di “suonate per farmi ballare”.
Accorsero un chierico col piffero e un frate conventuale con la mandola; il vescovo “ritto come un pino” , appena sentì la musica iniziò a “prillare in punta e tacco, a spiccar salti come un giovane camoscio” sempre più veloce, sempre più piroettante scalmanato su e giù per la grande stanza  “sino a gocciolare com’uno uscito dal pelago alla riva, traendo sbuffi come un balenottero”.
Ma dopo la “scalmanata” immediatamente, con soddisfazione generale, guarì “e da quel giorno nefasto tenne in ben altro conto il selvatico malvezzo di Puglia”.

Don Giovanni e l'etèra (di Aldo Palazzeschi)


Perché la mamma diveniva tanto rigida e più seria all’incontro di quel signore?
Per la mano che mi teneva sentivo il suo braccio indurirsi, e indurirsi insieme vedevo la sua faccia, e gli occhi guardare fisso in avanti seguitando a camminare tutta d’un pezzo come un automa.
Sentivo lei così, e guardavo lui con’era.
Un signore di mezzo secolo forse, forse abbondante, abbastanza alto e discretamente pingue. Portava dei pantaloni a quadrettini, e le scarpe di coppale con le ghette candide, candide come il panciotto di picchè sul quale pendevano i festoni d’una grossa catena d’oro, a treccia, e che aveva nel mezzo un bel ciondolo blu. La cravatta di raso a grande piastra, coi fiorellini rossi e il ferro di cavallo in brillanti e rubini. Il tait, la mezza bomba opaca in testa… nell’inverno un paltò color tortora, i guanti paglierini immancabilmente, e una canna il cui pomo raffigurava un cane da caccia.
Sulle guance rosee e vellutate, che rivelavano una lunghissima cura, colme e un pochino pencolanti, i baffi lunghi di zucchero filato, e di indefinibile colore, arricciavano le punte lucentissime per infilzare come frutti canditi gli occhi cerulei e dolci, vissuti e puerili, contornati da una melma di rughettine che nel vapore di un sorriso, più dolce ancora dello sguardo, parevano liquefarsi dentro due borse. E un’altra cosa sempre uguale su cui erasi fissata la mia curiosità: all’occhiello del tait, o a quello del paltò, una camelia rosa simile molto al carname delle guance, poiché l’artifizio riusciva a dare il tono molliccio e caldo del neonato a quelle vecchie fibre.
Sempre uguale così: morbido e dolce; e, come vi ho detto già, mi faceva diventare sempre uguale la madre: diritta e dura, tutta d’un pezzo.
Perché la mamma diveniva tanto più rigida e più seria?
Le due cose non potevano passare inosservate al fanciullo curioso e attento. S’incontrava tutti i giorni verso sera, presso a poco per la medesima strada, sullo stesso marciapiede; e più che camminare dondolava, girava e rigirava sui piedi giuocando col bastone, sporgendosi in movimenti che facevano pensare alla gondola e al tacchino insieme, i quel gongolamento che sembrava accentrare la felicità circostante per quelle due o tre strade solite del passeggio, sulla fine del giorno o nella prima ora della notte.
Finché una volta, dopo un lungo avvertire questo fenomeno, costretti dall’angustia del luogo e per il passaggio di una carrozza a rasentarlo, trovandomi a lui sotto: “Che bel fiore!” gli dissi accennando la camelia rosa: “Signore, me lo da?”.
Non vidi più né il fiore né il signore, e neppure la strada, che ogni cosa ballava e mulinava intorno a me.
Mi ero preso un tale ceffone… così difficile a descrivere quanto a dimenticare. E mentre la mamma mi tirava cattiva, e i miei occhi riprendevano più ferma la visione del mondo, quello le s’inchinava dietro tutto proteso e sorridente, e le diceva: “Cara, cara, brava mammina, ha fatto bene, sì, brava, così, bella, carina!”.
Figlio d’un cane! Anche lui mi dava addosso dopo che gli avevo fornito il pretesto di parlare a mia madre, e sfogarsi a quel modo della sua ammirazione scaricandosi di certe espressioni galanti che fino a quel momento aveva potuto dire solo con gli occhi o a fior di pelle: “Bene, brava, bella mammina, brava, carina, sì…”.
Da quella sera però, all’incontro di quel signore la mamma si faceva meno rigida e dura, né lui la guardava più insistentemente o con la medesima tensione. Con questo incidente si era chiusa la partita, allorché io imparai praticamente che quell’uomo tutto roseo e dolce non si doveva guardare né, tanto meno, chiedergli un fiore.
E non è questo il solo ceffone ch’io mi presi sugli albori della vita, per il mio precoce interesse, non dirò simpatia, verso i peccatori della carne.
Nel parlare che faceva mia madre, in famiglia o colle amiche, mi aveva colpito una frase ripetuta sovente, e della quale mi domandavo un significato recondito, non potendomi contentare di quello primo che mi appariva: “Una donna sola”. Una donna sola, per quello che m’era dato capire, era a quel tempo la posizione più insostenibile, più acrobatica, più assurda che potesse capitare a una creatura di sesso femminile che non intendesse abdicare alla propria dignità.
Che cosa poteva fare una donna sola? Nulla, letteralmente nulla, restarsene chiusa in casa o andarsi ad affogare. La domenica e nei giorni di festa non le era ammesso circolare per le strade, né entrare in un locale pubblico; e in quelli di lavoro doveva filare in gamba e contenersi con maggiore difficoltà di un equilibrista sul filo e con l’ombrellino giapponese; ed essere a casa prima dell’imbrunire. La notte, poi, una donna sola poteva correre solo per chiamare il prete, nemmeno il dottore o la levatrice.
Così dicendo mia madre guardava me, e m’indicava all’interlocutrice con un sorriso pieno di compiacimento, quasi chiedendo ammirazione e consenso per quello che io rappresentavo, per il mio valore indiscutibile; e quella subito si sentiva in dovere di carezzarmi e occuparsi di me che salvavo una situazione tanto difficile in così tenera età; giacché a quei tempi di poca naturalezza bastava un bambino per dare a una signora nelle vie cittadine un contegno normale che le permettesse di circolare rispettata e onorevolmente, se pure con grandissima cautela. Infatti, fino all’età di otto o dieci anni, fui tenuto per la mano, alla destra di mia madre come un cagnolino al guinzaglio, ciò che mi faceva covare dentro, come sapete, desideri di evasione, e mi fa domandare oggi per quale miracolo il mio braccio sinistro non sia più lungo del suo fratello un pochino.
Le donne che giravano da sole a quei tempi erano o le straniere, che godevano libertà illimitata per essere di un altro paese, e generalmente più evoluto in fatto di vita sociale; tutti le conoscevano a colpo, né si curavano di quelle; le donne del popolo dalle quali, per loro immensa fortuna, non si esigevano tante calìe; e le coccottes: e si riconoscevano si colpo anche queste. Tre classi separate e ben distinte, avendo ognuna il suo modo di fare e di vestire, i suoi caratteri specialissimi riconosciuti generalmente. Le ultime giravano sole perché nessuno si sarebbe accompagnato con esse, da quelle che marciavano in pariglia come grandi dame, a quelle che battevano i tacchi sul marciapiede, infioccate soverchiamente, agitando pennacchi come insegne, e che parevano portare a  spasso tutto il disordine e le vergogne della società. Erano tanto diverse dalle altre donne che nemmeno il campagnolo più inesperto avrebbe potuto prenderle per signore, e neppure per popolane, ché alle donne del popolo molte licenze erano permesse e magari volgarità, sempre restando nel rango delle donne perbene. E anche il fanciullo attento non poteva tardare a individuarle come donne differenti da tutte.
Una di queste, più specialmente, aveva da tempo ferito il mio acume. Camminava spampanona e spavalda, guardando impudente quel mondo che fingeva di ignorare la sua esistenza, il suo volume, e i suoi colori che accentuava per accrescere il proprio equivoco di fronte ad esso che respingendola la eccitava a tener posto per tre. Si fermava e si voltava senza riguardo ispezionando la via, sventolando fiocchi e penne. L’uomo il più spregiudicato che avrebbe voluto parlarle per un affare urgente, si sarebbe recato con lei in un di quei vicoletti oscuri ch’erano i paraventi del pudore.
Una volta, passandole vicino dopo tanto osservarla, dissi indicandola a mia madre per ricevere una piena conferma della mia sagacità: “Guarda, guarda mamma, ecco una donna sola”.
La donna, colpita dal mio gesto ma non avendo afferrato le parole, si rivolse accigliata a mia madre per chiederle ragione d’essere segnata a dito da me; smaniosa d’attaccar baruffa con una borghese, ché certe donne non chiedevano di meglio che capitasse loro un pretesto per vendicarsi dell’amaro giudizio che la società borghese faceva ricadere sul loro capo, e sfogare le ire e le loro trivialità. Fortunatamente però non avendo afferrato le parole si contentò di lasciarci passare guardandoci minacciosa e quasi dicendo: “vi riconosco, sarà per un’altra volta”.
Mia madre le strisciò davanti divenuta un’ombra, un fantasma, sentii al mio fianco il suo corpo vuotarsi, vanire, cambiare stato, divenir sale o ghiaccio, non so, o meglio ancora un vapore, tanto leggèra era divenuta mia madre questa volta. fenomeno che non mi piaceva punto, per quanto non accennasse ad esprimere il suo rammarico verso di me. Poteva sembrare un orologio guasto, e mi chiedevo la conclusione di quella mia domanda rimasta senza risposta, ma non era invece che una sveglia carica. Appena entrati nel portone di casa, chè l’incidente era avvenuto poco lontano dalla nostra abitazione, si scaricò sulla mia faccia.
Pressi gli scapaccioni, ma non mi ero sbagliato però.
Compresi che anche quella non si doveva guardare: e due. Compresi che la mia curiosità doveva essere punita, e che una donna sola per le strade doveva essere la più immonda di tutte le creature.
Ma non valsero i ceffoni di mia madre a farvi odiare da me, povero don Giovanni da marciapiede, povera etèra da poche lire, poveri peccatori della carne.
Ed ora che la carne vostra non è più che polvere, quarant’anni sono passati, o risorta forse, per scontare la pena delle gioie terrene, se si possa dare una ragione tanto piccina per un fatto così grande, ricordo come carezze le ceffate di cui per il vostro peccato le mia tenera carne venne mortificata precocemente.


Postilla
Palazzeschi è un grande. Come poeta, innanzitutto. Chi può dimenticare l’incanto ch’egli sa costruire con materiali poetici poveri, d’accatto, giocandoci con la sua straordinaria intelligenza ed ironia. Un campione della sua poesia lo trovate anche in questo blog: modernissimo, sembra un’anticipazione demistificante del “Grande fratello” o delle consimili porcherie che la tv ammannisce (http://salvatoreloleggio.blogspot.com/2010/09/la-poesia-del-lunedi-aldo-palazzeschi.html).
Ma è grande anche come prosatore, per le geniali trovate con cui ravviva la sua prosa, in un fiorentino urbano condìto di deliziose glosse vernacolari. Qui, ad esempio, rinveniamo le calìe (nel testo vale “pignolerie”, “rigidità”, ma in senso proprio erano le minute particelle d’oro che si perdono quando lo si lavora) o spampanona (nei dizionari non si trova, ma di certo s’origina dai pampini che s’allargano prima d’avvizzire). Strano ma vero: nelle strade del mio paese di nascita, nella Sicilia interna, girava tutta sola e vestita di nero, con cappelli, velette e vesti da cocotte una povera donna, che dicevano impazzita per una delusione amorosa; la chiamavano la spampinata.
Il tema del racconto, memoria d’infanzia d’un figlio unico di madre vedova, e cioè il contatto con due figure marginali e proibite (quelle che la musa di Palazzeschi tanto amava) mi pare molto congeniale al suo spirito educatamente ribelle.
Il brano è tratto da Stampe dell’800, pubblicato per la prima volta da Vallecchi nel 1932 (S.L.L.). 

25.9.10

Il nerbo di Verga e la mamma di Svevo.

Miti Vigliero è giornalista e scrittrice. Collabora a riviste e quotidiani e alimenta un blog piuttosto seguito con il nick name di “Placida signora” ( www.placidasignora.com/). Nello scorso millennio per circa un decennio praticò anche il mestiere di insegnante d’Italiano, esperienza dalla quale ricavò nel 1991 lo Stupidario della maturità, che raccoglieva le perle dei “maturandi” e fu pubblicato da Rizzoli. Nel sito di Vigliero ho trovato un ampio stralcio dal capitolo dedicato a Verga, Pirandello e Svevo. Ne ho recuperato alcune perle. (S.L.L.)

Verga il pizzoso
L'elegante termine "pizzoso" riferito a Verga ha origine dall'esclamazione che sgorga spontanea ogniqualvolta gli studenti sentono nominare I Malavoglia: "Uffa, che pizza!".Giovanni verga era "un siciliano mal ambientato a Milano perché siciliano": così se ne torna a casa "dove si sente molto più importante e si mette a scrivere cose sulla vita dei pescatori poveri che non potranno mai, per colpa dell'ostrica e del suo ideale, diventare ricchi e nobili come lui".
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I Lupini
Nei Malavoglia l'argomento di particolare difficoltà è quello dei "lupini".
Tutti li nominano, ma cosa siano nessun lo sa:
- Commissaria: "Che cos'è la Provvidenza nei malavoglia?"-Esaminanda: "Barca"
- Commissaria: "Ssssì...E poi? Chi c'era sulla Provvidenza?"-Esaminanda: "Bastianazzo"
- Commissaria: "Va bene, ma cosa trasportava la Provvidenza oltre Bastianazzo?"
Esaminanda: "Lupini"
-Commissaria: "(Sospiro) Allora?! Che succede?"
Esaminanda: "Naufragio"
-Commissaria: "Oh! E Bastianazzo?"
Esaminanda: "Annega"
-Commissaria: "E i lupini?"
Esaminanda: "Morti tutti"
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Senza nerbo
Come dei Promessi Sposi, anche dei Malavoglia è richiesta all'esame la lettura completa; ma pure in questo caso gli studenti barano. Si comprano un "bignamino", leggiucchiano qualche riassunto qua e là apprendendo superficialmente. E i risultati si vedono.Un giorno che, stanca di sentirmi ripetere sempre le stesse cose, domandai di essere edotta sul personaggio dei Malavoglia nomato Piedipapera, venni scambiata per una tipa in vena di scherzi: "Ma prof.! Mi sta prendendo in giro, lo so! Piedipapera è un personaggio dei Puffi!”. Accennando invece in classe a Tigre reale, storia della passione morbosa tra una donna sensuale e un giovane senza nerbo, mi capitò di sentirmi porre la domanda: "Ma come facevano, se lui era senza nerbo?
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Gli andò sempre male
Per concludere, occupiamoci della biografia di Italo Svevo; per i maturandi è estremamente semplice:
"Nacque a Trieste, che in quel tempo si trovava in Austria."
"Si sposò con una donna molto più giovane di lui perché gli facesse da mamma."
"Tentò più volte di scrivere libri e avere successo, ma gli andò sempre male."
"Quando finalmente divenne famoso, morì."

Napoli 1817. Stendhal e il lavoro pietrificato.

Napoli. 13 gennaio.
Entrando, la stessa sensazione di rispetto e di gioia. Questa sala, ricostruita in 300 giorni, è come un colpo di stato. Essa garantisce al re, meglio della legge più perfetta, il favore popolare; e Napoli è ubriaca di patriottismo. Chi volesse farsi lapidare, non avrebbe che da trovarvi un difetto. Appena parlate di Ferdinando: ha ricostruito il San Carlo, vi dicono, tanto semplice è l’arte di farsi amare dal popolo. C’è una fibra adorativa nell’uomo: io stesso quando penso alla meschinità e alla povertà bacchettona delle repubbliche ho conosciuto mi trovo realista per la pelle.
23 gennaio.
Ho dimenticato di raccontare il panico che ha preso le signore, la sera del 12. Verso la quinta o la sesta scena della cantata, si comincia a notare che un fumo nero sta invadendo adagio adagio la sala. Il fumo aumenta. Verso le nove, i miei occhi si posano per caso sulla duchessa del C, nostra vicina di palco: è pallida come un cencio, si protende verso di me, mi dice con un sublime accento di terrore: “Ah, santissima madonna (in italiano nel testo), il teatro è in fiamme! La stessa gente che ha fallito il colpo la prima volta ora torna daccapo: che avverrà di noi?”. Com’era bella in quel momento. Gli occhi, soprattutto, erano stupendi. “Signora - le dico – se non avete niente di meglio che un amico di due giorni, accettate il mio braccio”. Subito pensai all’incendio Schwarzenberg. Pur continuando a parlarle, ricordo che cominciavo ad essere preoccupato: più per lei, in verità, che per me. Eravamo al terzo ordine di palchi, e la scala maledettamente ripida, e fra poco tutto il pubblico vi si sarebbe riversato. Mi volto verso i miei compagni di palco, dei viaggiatori inglesi: guardano il fumo impassibili come statue di legno. Sono tanto assorto nel pensiero di come metterci in salvo, che passano due o tre secondi prima che mi metta ad annusare l’odore del fumo. “E’ nebbia, non fumo” – dico alla mia bella vicina. Il calore di tutta questa folla sta asciugando la sala ancora umida”. Ho saputo poi che quest’idea, presentatasi subito alla mente di tutti, non aveva impedito ai presenti di avere una paura d’inferno. Senza i che cosa dirà la gente? e la presenza della Corte, i palchi si sarebbero vuotati in un soffio. Verso mezzanotte faccio qualche visita: le signore sono sfinite, gli occhi segnati, i nervi allo scoperto, gli animi lontani mille miglia dal piacere. Invece di godere, i miei inglesi dicevano: “Cos’è questo grande edificio? La disgrazia pietrificata?”. “No – ho risposto – lavoro pietrificato". Del resto, che cos’è in fin dei conti la disgrazia del popolo, se non di non trovare lavoro?”.

- Da Roma, Napoli e Firenze nel 1817, Bompiani

Non alzate lo sguardo sugli ulivi. Una poesia contro la mafia di Paolo Ottaviani.

Due grandi tendenze sembrano confrontarsi, fin dalle origini, nella lirica italiana, la linea sperimentale ed “espressivista” che fa capo a Dante e la linea classicista ed aristocratica che s’origina dal Petrarca. Paolo Ottaviani (nursino d’origine, perugino d’elezione) ha scelto la prima, la meno seguita. Negli ultimi anni il suo lavoro poetico si è fatto particolarmente ricco e vario. Se Geminario (2007) volutamente si connetteva, nel suo “bilinguismo”, a certe esperienze trobadoriche ed alla lirica arcaica del centro Italia, le “trecce” del suo ultimo (premiatissimo) libro  sono una struttura metrica che, nel vario suo movimento, consente a Ottaviani di alternare le rime “dolci e leggiadre” a quelle “aspre e sottili”. Più di recente il nostro poeta si è cimentato con l’haiku, l’affascinante (e difficile forma) poetica d’origine giapponese che meritò l’attenzione critica di Roland Barthes. Di questa ricerca, insieme faticosa e felice, non mancherò di offrire qualche risultato esemplare nei prossimi giorni e nelle prossime settimane. Qui propongo invece una “poesia civile” di Ottaviani, inedita, una invettiva dal sapore dantesco (il Dante delle rime “chiocce”) contro le mafie. A me è sembrata molto bella. (S.L.L.)   
Non alzate lo sguardo sugli ulivi
nati da putridi ventri di cagne
sepolti nei cunicoli con bibbie
e santini la terra ha mille occhi
e vi guarda la terra vi conosce
là affondano gli ulivi radici
radiose di sole cui nulla sfugge
non abbassate gli occhi sulla terra
la terra vi conosce e mai dimentica.

24.9.10

Bossi e i ladri

Ho trovato questo articolo nel sito di un Osservatorio sulla legalità e sui diritti  ( http://www.osservatoriosullalegalita.org/index.html ). M’è sembrato esemplare di una comunicazione chiara ed efficace.
«La maggior parte dei furti li fanno i rom. Certo non sono il demonio, però per la gente che trova la casa buttata per aria, non è molto allegro». Sono dichiarazioni rilasciate da Umberto Bossi. Nello stesso giorno in cui le Agenzie riportavano le parole del leader leghista, il Centro Studi della Confindustria pubblicava il suo report di fine estate sullo stato dell’economia e della finanza. Anche il Csc, ad onor del vero, non ci va tenero: “L’ammontare delle risorse sottratte ogni anno alle casse dello Stato ha raggiunto cifre sbalorditive: 125 miliardi - secondo i calcoli del Csc elaborati a giugno - che alla luce dei nuovi dati sul sommerso diffusi nel frattempo dall’Istat appaiono nettamente sottostimati.” E non stiamo parlando delle denunce presentate alla stampa ed ai media da qualche politico dell’opposizione, peraltro assai poco attenta, anche lei, alla questione fiscale…
Piu’ avanti il centro studi degli industriali evidenzia come l’economia del Bel Paese stia affondando nel sommerso: il sommerso è l’unica parte dell’economia italiana “che non ha subito recessioni” e vale ormai più del 20% del Pil. La pressione fiscale effettiva, conclude il centro studi, va quindi “rivista all’insù e posta ben sopra il 54% nel 2009, contro il 51,4% indicato a giugno e il 43,2% di quella apparente contenuta nei documenti ufficiali”.
Ora non si tratta di mettere in discussione il fatto che tra i Rom ci siano gli autori di tanti episodi di micro-criminalità (furti d’appartamento, borseggi, etc.), forse in proporzione anche maggiore che in altre etnie o categorie sociali: il problema e’ che – come denunciato più volte in questo sito - le politiche di espulsione o deportazione che coinvolgono tutti i Rom, anche quelli onesti, accompagnate dalle dichiarazioni scellerate di qualche politico in cerca di consenso elettorale, rischiano di accreditare e di consolidare la tesi secondo la quale Rom = criminalità.
Questa “equazione”, diffusa ai quattro venti anche da certe campagne disinformative ben orchestrate di stampa e tv, non contribuisce ad affrontare il problema della sicurezza nelle citta’ e nei centri abitati, perché sposta l’attenzione dell’opinione pubblica dall’obiettivo più complesso e molto più difficile da perseguire costituito dalla realizzazione di serie politiche di Sicurezza urbana, all’obiettivo, molto più facile e pagante in termini elettorali, della criminalizzazione di un’etnia, per di più molto minoritaria e con poche possibilità di difesa.
Ma dietro gli attacchi di certi politici ai Rom e la politica delle espulsioni, c’è un altro disegno che appare in tutta la sua chiarezza, almeno per chi ha gli occhi per vedere: sarà un caso che le dichiarazioni di Bossi siano state rilasciate proprio nei momenti in cui i mass-media si trovavano a commentare il report autunnale del Csc. Ma è certo che nelle pagine di quel rapporto ci sono riportati fatti e cifre che denunciano una realtà fatta di profonde ingiustizie e di crimini sistematici contro la parte onesta della Cittadinanza.
C’è scritto, per esempio, che la pressione fiscale effettiva (quindi quella che pesa su chi invece lavora e crea ricchezza in regola) è salita a oltre il 54% nel 2009, mentre prima si indicava un livello che si aggirava sul 51,4%. E allora, se definiamo “ladri” i Rom che svaligiano gli appartamenti, come definiamo coloro che non pagando le tasse ed evadendo i contributi, saccheggiano sistematicamente le tasche dei contribuenti onesti? Forse potremmo definirli “Ladri due volte”: perche’, oltre a costringere gli altri poveri cristi a pagare le tasse due volte, usufruiscono di servizi pubblici (strade, scuole, ospedali, etc…) per i quali loro, gli evasori, non hanno sborsato un centesimo.
E sarà, ovviamente, un caso ma la domenica precedente alle citate dichiarazioni del senatur, e’ andata in onda una puntata di "Presa Diretta" dedicata, tra le altre cose, allo scandalo dell’evasione fiscale e delle tangenti pagate per evadere il fisco, che ha coinvolto imprese, funzionari delle Istituzioni di controllo (Agenzia delle Entrate) e politici locali (Leghisti in prima linea) nella provincia di Vicenza.
Questa storia dei “Rom che rubano e perciò vanno espulsi” ci fa venire in mente vecchi film già visti (e finiti in tragedia!). Decenni addietro si diceva che erano gli Ebrei a rubare e si cominciò a deportarli. In realtà, chi accusava gli Ebrei di essere ladri era molto più ladro di loro! Ufficiali delle SS, funzionari del partito nazista tedesco e del fascismo italiano, militari di ogni ordine e grado avevano accumulato fortune nei forzieri svizzeri depredando gli Ebrei deportati ed uccisi nei lager. Ne abbiamo avuto conferma dalle cause intentate dai familiari delle vittime dell'Olocausto contro le banche elvetiche negli anni ’90 e successivi.
Abbiamo quindi lo stesso sospetto di allora: che si dia in pasto all’opinione pubblica, già costretta a pagare di persona le conseguenze della crisi economica, un obiettivo sul quale riversare la propria rabbia e il proprio rancore perché facile da riconoscere e da colpire con misure “esemplari”. Ma soprattutto un falso obiettivo per nascondere i veri ladri. Come per esempio i protagonisti dell’inchiesta di "Presa Diretta", o quelli della “cricca dei lavori pubblici e della Protezione Civile” o degli appartamenti comprati senza sapere chi li stesse pagando…
Solo che qui non si tratta di qualche “casa buttata per aria”, ma delle risorse economiche e finanziarie di un’intera Nazione saccheggiate da una banda di italianissimi manigoldi; una Nazione che, piombata in una delle crisi più nere della Storia, non riesce ancora ad uscirne.

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