

Le idee "filosofiche" di Luigi Pirandello, il suo "parmenidismo", l'equivoco tra apparenza e reltà, a noi non interessano: non debbono interessare. Una maggiore scaltrezza avrebbe aiutato a evitere il "debole", lo "scoperto" di esse idee; gli avrebbe procurato più presto la simpatia dei "diffidenti".
Ma perché i "diffidenti" per parte loro si ostinano a prendere alla lettera le idee "filosofiche" di Luigi Pirandello?
Queste idee sono i temi, i pretesti, diciamo addirittura i "truccchi" che alimentavano il "dramma" di Luigi Pirandello, il "dramma del passaggio": l'affannosa, allucinata ricerca di un'evasione da "questo mondo", lo sbocco in un mondo "superiore":
Che l'opera di Luigi Pirandello sia "chiusa" nel dramma del passaggio, che la soluzione sia appena intravista, ce lo dice l'angoscia, la volontà di speranza, la nostalgia inestinguibile, la tristezza, il "nero" che come una gran sete la divora.
Comunque, nessun altro drammaturgo si è spinto così avanti verso il confine fra dramma e soluzione del dramma; non certo Bernardo Shaw, le cui qualità sono quelle, magnifiche e sviluppatissime dell'uomo-scimmia.
Non per nulla il nome "agrigentino" di Luigi Pirandello significa: angelo di fuoco.
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